«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 23 dicembre 2016

Il Giro d'Italia numero 20

Tenutosi dal 14 maggio al 5 giugno 1932, il Giro numero 20 viene vinto da Antonio Pesenti. Partenza e arrivo sono sempre a Milano.
Il Giro d’Italia tocca la ventesima edizione quando l’arrivo dell’ultima frazione viene raccontato alla radio, con le parole di Nello Corradi ‘voce’ dell’allora EIAR oggi RAI. Sono gli anni di Alfredo Binda e di Learco Guerra, conosciuto come la ‘locomotiva umana’. Questi vincerà ben sei frazioni su tredici totali. Pesenti, il vincitore, si aggiudica il Giro alla media di 30.5 km/h ed il distacco dall’ultimo classificato, Tullio Vincenzi, sarà di “sole” nove ore e quattro minuti. Per non danneggiare troppo le gambe dei corridori in vista del Tour de France, quella edizione della corsa rosa non presenta le grandi montagne. Antonio Pesenti, gregario di Binda, costruirà quella vittoria anche sui problemi…….intestinali di un suo avversario, il ciclista tedesco Hermann Buse.
La maglia rosa era già nata. L’anno prima venne indossata da Learco Guerra il 10 maggio in quel di Mantova. Le tappe a cronometro invece sarebbero arrivate soltanto l’anno successivo, quando si sarebbe svolta una prova di 62 chilometri, da Bologna a Ferrara, vinta da Guerra. Sempre l’anno dopo il Giro avrebbe iniziato ad assegnare il GPM (Gran Premio della Montagna). Sarà Alfredo Binda ad indossare quella che oggi è la maglia azzurra. L’Italia sta vivendo il momento centrale dell’epoca fascista. I chilometri totali furono 3.525 per una media giornaliera di 271 chilometri al giorno. i partecipanti furono 109, i corridori che conclusero della edizione furono 66.

Ecco il piccolo Giro 2017

Presentata diversi giorni addietro in quel di Camaiore l’edizione numero 52 della Tirreno-Adriatico. Una frazione accarezzerà le zone terremotate.
Nell’ambito delle corse a tappe di media durata – ve ne sono che non toccano la settimana – la Corsa dei Due Mari è uno degli appuntamenti pre-Giro più importanti. L’edizione 2017 è stata presentata confermando le alte possibilità di partecipazione di molti big del gruppo. La gara prenderà il via martedì 8 marzo, per chiudersi mercoledì 14. Tre giorni prima della Sanremo. La frazione più sentita sarà la Rieti-Fermo di 209 km. con le zone di Amatrice, Accumulo e Pescara del Tronto che sono registrate come località di passaggio della corsa, salvo eventuali problemi dell’ultimo momento. La gara inizierà con una cronometro a squadre di 22 chilometri a Lido di Camaiore. Località che da due anni ha un accordo con RCS per ospitare la partenza, e questo fino all’edizione 2020. A seguire; 2^ Camaiore-Pomarance di 228 km.; 3^ Monterotondo Marittimo-Montalto di Castro di 204 km.; 4^ Montalto di Castro-Terminillo (località Campoforogna) di 171 km.; 5^ Rieti-Fermo di 209 km.; 6^ Ascoli Piceno-Civitanova Marche di 168 km.; 7^ San Benedetto del Tronto, cronometro individuale di 10 km.
Come capita quasi sempre la corsa è un buon equilibrio tra frazioni per i velocisti (2), frazioni per i finisseurs (2) una per uomini da salita e due per fare a pugni con il cronometro. Rispetto alle ‘vecchie’ Tirreno-Adriatico, dove le salite impegnative non si presentavano con questa frequenza, oggi le frazioni a cronometro sono spesso due proprio per far assomigliare una corsa come questa ad un Gran Tour in miniatura. Cosa che arride alla possibile partecipazione di nomi di altissimo livello. Attesi al via Aru, Nibali, Landa, Quintana e Majka per quanto riguarda la classifica generale. Probabile ma in attesa di conferma il due volte iridato Sagan.

sabato 17 dicembre 2016

Il Giro d'Italia numero 10

A causa della Grande Guerra, il decimo Giro d’Italia arriva solo nel 1922. Il vincitore è Giovanni Brunero. La stella del ciclismo è Costante Girardengo.
Un secolo addietro il mondo del ciclismo viveva sotto le insegne di uno dei più grandi ciclisti di ogni tempo: Costante Girardengo. Il suo periodo migliore abbracciò tutti gli anni ’20. Va ricordato che il Giro e la carriera di Girardengo – con relativo e potenziale palmares – patirono tre anni di non svolgimento, a causa della Prima Guerra Mondiale. Il Giro cresce tra le macerie di un Italia devastata dal conflitto bellico, e cresce tanto da costringere la Gazzetta dello Sport a dover depositare il marchio Giro d’Italia, causa il sentore di altre iniziative simili in arrivo. La 10^ edizione si corre dal 24 maggio all’11 giugno, i corridori alla partenza sono 75, termineranno il Giro in 15. Le tappe sono 10, partenza e arrivo sono a Milano, i chilometri totali sono 3.095 per una media di 309 chilometri a frazione. Giovanni Brunero vince per la squadra Legnano alla media di 25.8 km/h, il secondo classificato è Bartolomeo Aymo staccato di 12 minuti e mezzo, l’ultimo è Romolo Valpreda staccato di quasi un giorno: 23h 38’14”.
Quella edizione del Giro fu prodiga di discussioni. Brunero, poi vincitore, sostituì una ruota in maniera irregolare nella prima frazione: Milano-Padova. Arrivò al traguardo con 17’ minuti di vantaggio. La Giuria squalifica il corridore, ma consente allo stesso di correre “sotto giudizio” la tappa successiva. Tutti aspettano la decisione della UVI (Unione Velocipedistica Italiana) e viene deciso che il ciclista può continuare la corsa, con una penalizzazione in classifica di 25 minuti. Questa decisione fa imbestialire le formazioni Maino e Bianchi, che si ritirano dalla corsa. La prima squadra è capitanata da Tano Belloni, la seconda da Costante Girardengo. Senza più questi due campioni in gara, la vittoria di Brunero diventò così meno difficile da portare a casa. In quegli anni un giovane ciclista iniziava a farsi conoscere. Soprannominato “Il trombettiere di Cittiglio”, stata iniziando l’era di Alfredo Binda.

domenica 11 dicembre 2016

Il primo Giro d'Italia

Nel cuore della notte del 13 maggio 1909, sono le 2:53, prende il via il primo Giro Ciclistico d’Italia. I partenti sono 127 e si parte da Milano.
Il primo Giro d’Italia è vinto da Luigi Ganna, ciclista originario della frazione di San Cassiano. La classifica generale è a punti e Ganna vincerà quella prima edizione pedalando su di una “macchina” Atala del peso di 15chilogrammi. La bicicletta del primo vincitore del Giro ha il rapporto unico, il pignone fisso e il suo bel fanale. Il Giro si chiude con una volata vinta dal ciclista romano Beni. A fare da cornice in quella volata, oltre al pubblico di incuriositi spettatori, sono presenti a bordo strada 230 lancieri con i loro cavalli. A causa della grande bagarre del momento gli animali si spaventano ed uno di loro, impennando, travolge il ciclista Rossignoli.
Le tappe di quel Giro furono otto, la gara si svolse dal 13 al 30 maggio, partenza e arrivo si tennero a Milano, dei 127 partiti ne arrivarono 49, la media di Luigi Ganna fu di 27.2 km/h, il tempo impiegato dal vincitore fu di 89 ore, la frazione più corta fu quella finale da Torino a Milano di “soli” 206 chilometri, i chilometri totali furono 2.448. La media fu perciò di 306 chilometri per tappa. Come si evince dalla data di partenza a quella di chiusura e dal numero di tappe, le frazioni non si correvano ogni giorno.Quando parte il primo Giro d’Italia (1909) la Gazzetta dello Sport esiste da 13 anni (3 aprile 1896). La sua nascita arriva dalla ‘fusione’ giornalistica tra due periodici: “La Tripletta” di Torino e “Il Ciclista” di Milano. Vi lavorano 5 persone, costa 5 centesimi, esce due volte alla settimana. Il primo numero vende 20.000 copie, il suo colore cambierà diverse volte: verde all’inizio, bianca successivamente, poi gialla, ritorna verde, fino al 1899 quando diventa la ‘rosea’ in maniera definitiva.

giovedì 1 dicembre 2016

Dicembre; l'editoriale

“Ah, che belle le feste natalizie che i riconciliano col mondo. L’albero, i regali, baci, abbracci, sorrisi, dolci, abbracci, le luci colorate, tanta felicità per tutti e soprattutto belle notizie.”
“Prima notizia: alla metà di gennaio Renato di Rocco si presenterà forse come unico candidato per rivincere, riconfermarsi e raggiungere i 16 anni di residenza della Federciclo. Di Rocco è un pensionato di 70 anni che vuole aprire il suo quarto mandato consecutivo. Il “forse” riguardante la sua unica candidatura chiama in causa la possibile candidatura per la stessa sedia di Norma Gimondi – figlia dell’ex ciclista Felice – e sarebbe una notizia, visto che nelle precedenti ‘corse’ alla presidenza i concorrenti sono stati sempre poca cosa. Seconda notizia: l’inchiesta “paga per correre” si è risolta con una bolla di sapone o quasi. Erano coinvolti nomi molto importanti tra le mani che tengono in mano le ammiraglie italiane. Tutti sono stati assolti e da domani torneranno a essere personaggi rispettati e ammirati, ma intanto chiediamoci se i tanti ciclisti che hanno mandato in malora baracca e burattini, cioè le loro carriere, erano tutti ubriachi persi e avevamo messo in piedi un piano malefico di pesante discredito a livello nazionale, o se invece l’assoluzione non sia figlia del timore – giustificatissimo – che anche una sola condanna avrebbe distrutto un bel pezzo del nostro ciclismo, dirigenti e affini compresi. Terza notizia: alla fine del mese di ottobre la rivista Cyclingpro da notizia che alla GF Roma tre controlli anti-doping su tre hanno dato esito positivo con sostanze molto pesanti nel sangue. Uno di questi era il vincitore delle ultime due edizioni. Gli altri amatori che bazzicano delle medio-fondo a livello regionale. Eventi considerati meno importanti e quindi anche meno soggette all’attenzione dei medici anti-doping. Sorprendersi? Mica tanto. La stessa rivista cita la GF Roma come una GF dove i controlli sono fatti con un certo scrupolo. Un servizio anti-doping ben organizzato a livello nazionale quante macerie lascerebbe a livello amatoriale? Buone feste a tutti!!”

martedì 22 novembre 2016

La Pedemontana bellunese; un percorso per tutti.

Senza scomodare Croce d’Aune o Monte Grappa, ecco un tragitto che può interessare sia il ciclo-turista che il ciclista della domenica. Con possibilità, in diversi punti, di accorciare il percorso per andare incontro alle gambe di tutti.
Nel caso possa interessare qualcuno, ecco una pedalata impegnativa – ma senza esagerare – per ciclisti con un discreto allenamento senza essere assi del pedale. Tragitto che si presta anche al ciclo-turista, dato che in diversi punti è possibile ‘accorciare’ per anticipare il ritorno a Feltre, città di riferimento. Consigliato da fine aprile a inizio settembre, è un percorso continuamente vallonato che permette di coprire tutta la parte nord della vallata feltrina, e quasi tutta la confinante Valbelluna. Sono presenti salite non troppo lunghe, alcuni ‘strappi’ e nel complesso diverse decine di chilometri sempre lontani dalla Strada Statale che, a fondo valle, affianca quasi tutto lo scorrere del Piave in provincia di Belluno. In più trova spazio il pedalare non lontani dalle monumentali Vette Feltrine, parte importante del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Percorso ideale per riempire tutta una mattinata o tutto un pomeriggio, a seconda dell’orario scelto per salire in sella. Il chilometraggio totale può andare dai 20/25 chilometri a circa 65, ma può venire facilmente allungato di un’altra ventina di chilometri ‘stiracchiando’ il percorso in direzione Ovest, quando si è tornati verso Feltre.
Avendo proprio la città di Feltre come riferimento – ma ognuno al riguardo può fare come preferisce – per il nostro percorso si volge il manubrio della nostra bicicletta in direzione Est con direzione Cesiomaggiore. Non troverete mai tratti di strada con vera pianura. Al massimo qualche tratto che a quest’ultima può assomigliare. Sulla vostra sinistra avrete sempre le Vette Feltrine a farvi compagnia, e pedalerete sempre in zone collinari. A Cesiomaggiore (ecco la 1^ possibilità di rientro anticipato per Feltre) una delle attrattive principali è il Museo della Bicicletta “Toni Bevilacqua”, uno dei Musei del genere più completi a livello nazionale, e forse oltre. Seguendo le indicazioni per San Gregorio (2^ possibilità di rientro anticipato per Feltre), raggiungerete il medesimo paese attraverso zone che vi faranno pedalare ai confini del Parco Dolomiti Bellunesi, per poi proseguire verso la discesa di Carazzai. Al termine di questa ecco la 3^ possibilità di rientro anticipato per Feltre. Andando avanti raggiungerete invece Sospirolo e successivamente la zona del piccolo Lago di Vedana (foto sopra), vicino alla Certosa di Vedana: sfiorerete entrambi e superata la Certosa siete vicini al giro di boa del percorso.
Quando raggiungerete Ponte Mas ‘tenete la destra’ – senza quindi imboccare il piccolo ponte che sarà alla vostra sinistra – con direzione Santa Giustina. Eviterete strade trafficate. Attraverserete i paesi di Piz, Oregne, Callibago e San Martino di Santa Giustina. Sfiorerete l’abitato di Santa Giustina e sbucherete sulla strada che sale verso i paesi di Sartena, Marsiai di Cesiomaggiore e la stessa Cesiomaggiore che andrete ad incrociare per pochissimo. Se vorrete potete dirigervi verso Feltre oppure ridiscendere subito in picchiata con direzione Pez, ma fate attenzione perché nemmeno finiti un paio di tornanti in discesa lavorate di freni e imboccate sulla destra la strada per la località di Dorgnan. Sempre dritti senza timore e attraverserete l’altro piccolo paese di Pullir (breve salita ripida), sbucherete successivamente sulla Pedemontana dei primi chilometri, e di lì potrete decidere se raggiungere Feltre tramite i paesi di Villabruna e Vellai. Altrimenti, se avete tempo e gambe, tirate dritti con direzione Foen di Feltre. Appena raggiunto Foen tenetevi sulla destra per Murle, poi Pedavena, e successivamente Teven e Travagola (due piccoli paesi) per toccare Arten di Fonzaso e andando sempre dritti la stessa Fonzaso che rappresenta il paese che fa da punto finale per la Pedemontana.
Tornati verso Feltre sarete intorno alla novantina di chilometri. Di pianura ne avrete vista poca, quasi niente in rapporto alla strada fatta, e avrete pedalato su una delle zone più belle della Valbelluna. Se la fatica fatta non vi è sufficiente il Monte Grappa o il Passo Croce d’Aune non sono lontani e potrete sfogarvi fin che volete. Cercate da dormire?: i B&B non mancano a Feltre, fuori Feltre, a Pedavena, a Cesiomaggiore, e in quasi tutte le località attraversate da questa pedalata. I periodi migliori? Potete sfruttare giugno se siete in città per la granfondo, o agosto se siete in città per il Palio. Per info contattatemi e chiedete, la Mail è sempre attiva e bisogna pur adoperarla ogni tanto.

sabato 12 novembre 2016

In cosa sono cambiati i telai delle biciclette?

Un tempo era l’acciaio, quello che tra gli anni ’60 e ’80 ha reso grandi in ogni angolo del pianeta i nostri artigiani ciclistici. Il telaio per la bicicletta costosa, di marca importante, costruito con acciaio di gran qualità, lo sentivi ‘cantare’ diversamente rispetto a quello della bicicletta buona, ma non di marca rinomata. Lo tamburellavi con l’unghia sul tubo orizzontale e ascoltavi la differenza. Negli anni ’80 arrivò l’alluminio che dava bici più leggere, più rigide, ma soprattutto allontanava lo spettro della ruggine. Finita di lavare la bici l’operazione di asciugatura viveva di meno pathos. Tra i ciclisti della domenica l’alluminio fu signore assoluto dalla metà degli anni ’90, quando l’acciaio iniziò a sparire. Tantissime biciclette venivano costruite in alluminio, magari con la forcella in acciaio, tante con la forcella in carbonio. Le griglie di partenza delle GF erano strapiene della coppia per eccellenza: alluminio/carbonio.
Negli anni ’90 le biciclette con la forcella in carbonio erano considerate quasi da signori, per via dei costi alti di quest’ultimo. Però permisero a un numero sempre crescente di cicloamatori di avere tra le gambe (beh, effettivamente si può anche dire così senza timore di dire sconcezze), un velocipede ottimo per affidabilità e leggerezza, senza costi pesanti. L’acciaio era ormai visto come roba vecchia, superata, da poveri cristi, mancava solo che dicessero che puzzava ed eravamo a posto. Viveva e vive solo grazie a telai di alta qualità, ma ridotto a pochissimi esemplari. Vi era poi la bicicletta da miliardari. Ne vedevi pochissime: carbonio ovunque, leggerissime, costosissime. E poi sentivi nominare il titanio. Materiale eterno che costa ancor di più perché sgrezzarlo e lavorarlo ‘consuma’ gli stessi macchinari che servono per creare quei pezzi che poi devono essere saldati da artigiani di alta bravura. Ma per sommi capi questi benedetti metalli che cosa sono?
L’acciaio è un insieme di ferro, nickel, vanadio, cromo e altri compagni di viaggio, che a seconda della presenza di più o meno di questi svariati materiali diventa acciaio di più alta o più bassa qualità. Medesimo discorso per l’alluminio, noto come una lega, costruito con determinate ‘dosi’ di rame, silicone, magnesio, zinco e altro. Il titanio costa perchè ve n’e poco: balle! Dopo alluminio, magnesio e ferro è il quarto elemento più abbondante sul pianeta. Costa moltissimo il raffinamento, per via di procedimenti estrattivi lunghi e complicati. Arrivò nel ciclismo negli anni ’60 con Luis Ocana che si presentò ad un Tour de France per le tappe di montagna. Il telaio in carbonio è fatto di ‘fogli’ di carbonio sovrapposti incrociando la direzione delle fibre, come il legno multistrato, e poi incollato con resine che vengono ficcate dentro a forni che incollano a caldo. I primi ad usarlo furono i francesi. Arrivarono poi negli anni ’90 i telai monoscocca, con stampi da cui uscivano in unico pezzo – eccezion fatta chiaramente per la forcella – i singoli telai. Niente giunzioni, quindi niente saldature. Esteticamente perfetti.
Non esiste un materiale migliore di tutti, per via del fatto che ogni materiale ha almeno una caratteristica positiva che altri non anno. In più, cosa impossibile da sottovalutare, ogni persona ha una sensibilità alle vibrazioni tutta sua. Come sta la vostra schiena dopo quattro ore di bicicletta? Se l’acciaio non fa sfruttare come l’alluminio la forza impressa sui pedali quando effettuiamo uno scatto, perché il primo dei due più ‘morbido’ ed elastico quindi dispersivo, ecco che dall’altra parte, alla lunga, la ossa della nostra schiena ci ringrazieranno. Un giorno poi decidiamo di acquistare una macchina da corsa per andare a fare la spesa del sabato pomeriggio. Arrivano i telai “sloping” (copiati dalle Mountain Bike) che rimpicciolendo il triangolo principale della bici rendono la stessa più rigida, borsaiola, reattiva quando si scatta perché pensato proprio per quegli scattisti che devono inchiodare gli altri ciclisti sul posto. Domanda; ma durante una granfondo, quanti scatti veri si vedono? Su 100 ciclisti partecipanti quanti hanno un modo di correre da scattista? Facciamo 20 su cento (e penso d’esser molto generoso)? Bene, lo sloping sta ‘tra le gambe’ di almeno un facciamo 70% di ciclisti. Che te ne fai? Aiuti ad incrementare la percentuale di ciclisti che lamentano fastidi alla schiena perché la bici deve essere rigida e rigida e rigida e rigida e rigida e rigida…..
Oggi le bici sono assemblate su telai che – costando un occhio e mezzo della testa – rappresentano un concentrato di altissima tecnologia metallurgica sempre più raffinato. Il colore sempre più dominante è il grigio scuro (il vecchio “grigio canna di fucile”) che fa un po’ elegantemente funereo quando opaco, ma pare piaccia. Un po’ come quando, negli anni ’90, le strade di riempirono di macchine color argento. I telai escono squadrati che sembrano sagomati a colpi di accetta, e hanno misure quasi standard a cui – nonostante ti costi una Madonna – devi ancora lavorarci con attacchi manubrio più o meno lunghi per farti andar bene la bicicletta. Eh si, sei la nostra bicicletta è cambiata dai tempi dell’acciaio, della pompa che incastravi tra il movimento centrale e appena sotto il collarino stringi-sella, delle forcelle completamente cromate, dalle placchette metalliche spesso stupendamente cromate con il marchio del costruttore appena sotto il manubrio e le lettere scritte in rilievo. Ok, adesso basta leggere. Piglia la tua bici e fatti una pedalata (magari col casco), e magari pensa alla tua prima bici da corsa.

martedì 1 novembre 2016

Novembre; l'editoriale

In Italia un professionista su tre paga per correre. Ma non per formazioni World Tour. Lo fa per correre in squadre di secondo piano a livello nazionale.
“Tutti a nanna. Finita la stagione ciclistica le bici si ripongono. Spazio a cose che riguardano la bicicletta quindi, e vai a sapere come continuerà la questione riguardante la scoperta che in Italia si paga per fare il ciclista. Ragazzi che davanti alla richiesta di una ‘collaborazione’ sul fronte economico hanno fatto le valigie per l’estero, Accordi pluriennali a parole, ma stabiliti sulla carta da contratti annuali, eventualmente rinnovati di stagione in stagione. Si consegna la copia relativa al primo anno e per i successivi buona fortuna. Risultato? Che alle corse prendono il via formazioni di modesta caratura, rappresentate da corridori figli di famiglie facoltose, ma che dal punto di vista tecnico vivacchiano nella mediocrità ciclistica rendendo l’anima su una salita di due chilometri, o ritirandosi da un Giro dopo quattro tappe, di cui un prologo, due per velocisti e un giorno di riposo dopo la terza frazione. Ecco, questo ciclismo difficilmente verrà raccontato all’appassionato, perché quest’ultimo non deve sapere che la ‘grande famiglia del ciclismo’ ha tanta roba che viene ammassata sotto al tappeto.”

venerdì 28 ottobre 2016

IL GIRO HA FATTO 100!!

Tutto italiano, dalle meravigliose coste della Sardegna, per raggiungere Milano dopo 3.572 chilometri. Omaggi al passato (Bartali e Coppi), al presente (Aru e Nibali), e salite che sanno di storia con il doppio Stelvio, le Dolomiti e il Monte Grappa.
Eccolo! Attesissimo, come fu il Giro del Centenario del 2009, e probabilmente con un altrettanto importante elenco di partecipanti. Un percorso duro, che non raggiunge le edizioni 2008 oppure 2011 (entrambe appannaggio di Contador) ma con tutto quel che serve per far pianger le gambe, per costruire tranelli ciclistici, per mostrarsi ben diverso dall’ultima edizione dove il vento del nord Europa viene sostituito da quello del mare che bacia la Sardegna, ove le strade non saranno così abbordabili. Venerdì 5 maggio tutti in sella per tre giorni che raggiungeranno Olbia (203 km.) il primo giorno, Tortoli (208) il secondo e Cagliari (148) la domenica, arrivando così al primo giorno di riposo causa trasferimento in Sicilia. Un omaggio a Fabio Aru queste tre prime tappe, anche se se le altimetrie sono magnanime con le gambe dei corridori: Olbia e Cagliari per le ruote veloci, con l’intermezzo di Tortoli, tappa buona per chi cerca una ‘rosa’ per qualche giorno ma non la classifica. Dopo il trasferimento in Sicilia, da Fabio Aru si guarderà verso Vincenzo Nibali per due giorni siculi dove arriverà la prima salita del Giro. Solitamente la prima salita vera lascia segni inattesi. La sorpresa negativa c’è sempre e la Cefalù – Etna sembra disegnata per questo: 180 chilometri e capiremo chi è qui per far presenza e chi per far bene. Arriverà dopo il giorno di riposo e vedremo se le gambe di qualcuno saranno ingolfate per questo. Tutta un’altra musica per la Pedara – Messina, con le attenzioni per Nibali e per le ruote veloci.
Tre giorni tutto sommato tranquilli con gli arrivi a Terme Luigiane (207 km.), seguita da Castrovillari (220) e Peschici (189). Domenica 14 il secondo giorno da seguire per la classifica con la Montenegro di Bisaccia – Blochaus: 139 chilometri tutti piani e l’unica erta – il Blochaus appunto – che dovrebbe dare la prima vera fisionomia alla generale. Seconda giornata di riposo e martedì 16 arrivano i 39 chilometri della Sagrantino Stage – Montefalco, quasi quaranta chilometri per i cosiddetti specialisti, in una prova senza difficoltà altimetriche. Ormai siamo al centro Italia e da Ponte a Ema (dove nacque Gino Bartali) una tappa da su e giù sull’Appennino – quelle frazioni che le gambe sentono sempre – per 161 chilometri diretti a Bagno di Romagna. Giornata da tranelli? Due giorni da ruote veloci – o audaci passisti – con gli arrivi a Reggio Emilia (dopo 237 km. per la frazione più lunga del Giro, con partenza da Forlì per raccontare di Ercole Baldini, il più vecchio vincitore vivente della corsa rosa) e poi a Tortona. Sabato 20 si ricorda Coppi partendo da Castellania per raggiungere Biella e Oropa in particolare dopo 131 chilometri. Momenti di ciclismo moderno entusiasmanti prima e amari poi con il fantasma di Pantani nel giorno di Fausto. Il giorno successivo altro campione festeggiato, Felice Gimondi, con la Valdengo – Bergamo di 199 chilometri e un finale che ha tutto per essere frizzante. Arrivati a Bergamo però siamo davanti all’ultimo giorno di riposo. Da qui in poi non si faranno prigionieri.
Martedì 23 maggio la rosa dei pretendenti dovrebbe ricevere una sfoltita robusta. La Rovetta – Bormio di 227 chilometri offre una tappa tremenda. Ma gli appassionati attenti sanno che il tempo meteo è sempre da considerare quando si raggiungono altezze come i 2.758 metri dello Stelvio. Sarebbe interessante sapere quale sia il percorso di ‘riserva’ perché la Tirreno-Adriatico di quest’anno non è passata nel dimenticatoio di RCS e Mauro Vegni in particolare. Il giorno dopo, tappa numero 17, con i 219 chilometri della Tirano – Canazei. Forse una giornata dove i pretendenti alla generale vorranno tirare il fiato. Ma tutto dipenderà dal meteo. In caso di brutto tempo non vi è avversario più temibile del freddo. Con la Moena – Ortisei non sapremo chi vince il Giro ma tra le Dolomiti resteranno in pochi a giocarselo: 4 salite che negli ultimi giorni di Giro peseranno ancor di più. Se le gambe non saranno ancora sazie (difficile), voilà i 191 chilometri della San Candido – Piancavallo. L’arrivo è dolce, è il prima che lo renderà pesante. Il penultimo giorno di Giro ci porterà su zone legate alle Guerre Mondiali: sul Monte Grappa, montagna Sacra alla Patria, erta perfetta per preparare le fatiche dell’ultima salita del Giro numero 100. L’arrivo di Asiago potrebbe darci il vincitore. Potrebbe, perché l’ultima frazione sarà di 28 chilometri contro il tempo (67 quelli totali del Giro) dall’Autodromo Nazionale di Monza fino a Piazza del Duomo in Milano. Ove tutto iniziò nel cuore della notte del 13 maggio 1909 alle ore 2 e 53.
Un Giro che tocca quasi tutta la Nazione, con città importanti che però non si coloreranno di rosa (Venezia, Roma e Torino, per citarne alcune), e diversi trasferimenti, soprattutto nelle tappe numero 8, 9 10 e 11 dove i chilometri in autobus, o ammiraglia, dovrebbero superare quelli in bicicletta. Situazione che si deve sempre mettere in preventivo nel caso di edizioni che hanno una più sentita valenza storica. Le ruote veloci avranno 6 giorni per divertirsi o mangiarsi le mani, gli scalatori tutta l’ultima settimana, ma dopo aver amministrato bene le tappe 4, 9, 10 e 11.

Il basso profilo RAI e Gazzetta

Senza pretendere Venezia come nel 2009, per essere la 100^ edizione del Giro d’Italia – gara che nel 2017 sarà l’evento ciclistico più importante, dato lo speciale traguardo raggiunto come numero di edizioni – la Gazzetta e la RAI hanno mantenuto quel che si chiama un basso profilo. La tivù di stato da un paio d’anni a questa parte tratta la presentazione della corsa rosa con servizi veloci come una volata, stabilendo forse un record con il minuto (se non meno) di collegamento con il CT Cassani, al TG sportivo delle 18:30, che ha fatto in tempo a dire giusto delle due cronometro e del doppio Stelvio, poi saluti veloci e buonasera. Il tutto chiaramente nella fase finale del programma, non sia mai. La Gazzetta dello Sport – i cui giornalisti sono quasi scomparsi dal proCESSO alla tappa, dove fino a pochi anni fa recitavano parte importante come frequenza – ha dedicato alla presentazione dell’evento Gazzetta più importante dell’anno nientemeno che 4 pagine, di cui una con un articolo su Coppi e Bartali per scrivere cose lette centinaia di volte sui due campioni del nostro ciclismo. Interviste ai protagonisti? Ce n’erano? Se un lettore avesse dovuto basarsi a quello riportato dal giornale, erano presenti soltanto Aru e Nibali. Con tutto il rispetto per gli ex Indurain, Gimondi, Basso, Moser, non vi erano altri corridori in attività presenti in sala? Nessun diesse? Non è mancato un articolo del direttore della rosea, Andrea Monti, appassionato di ‘pezzi’ che a ogni presentazione sfiorano il copia-incolla. Nemmeno a pagina 2 troviamo molto dal punto di vista tecnico, con Ciro Scognamiglio che spiega ben poco, e allungando il brodo citando di chi era presente in sala tra presidenti di questo e quest’altro (Di Rocco, Malagò), ex ciclisti, e una menzione al Signor Mediolanum per ricordarci di come storia e tradizione abbiano colorato di azzurro la maglia verde per onor di assegno staccato. Meno male ch’era la presentazione del Giro numero 100. Dal 101 dovremo prepararci a cercar notizia tra le ‘brevi’ della cronaca milanese e nei TG delle 23?

A chi la rosa speciale?

Aru e Nibali per l’Italia, i ‘sogni’ Sagan e Froome, il possibile Quintana, l’attesissimo Chaves, i super velocisti stranieri con la Germania fortissima e il punto di domanda su quanto valga ancora Contador.
Miguel Indurain si sarebbe rifiutato di correre questo 100° Giro. Mica per le salite, ma per il fatto che ai suoi tempi Giro e Tour avevamo quasi l’obbligo d’inserire quantità enormi di prove a cronometro. In questa edizione ve ne sono 67, distanze che lo spagnolo dell’allora squadra Banesto considerava da minimo sindacale. È un Giro che sorride agli scalatori, ma che abbiano un passo discreto a cronometro. Le due prove contro il tempo richiamano il lungo rapporto senza una salita in mezzo a dar speranza agli uomini leggeri. Quello che però interessa gli appassionati – e ancor più la Gazzetta – è sapere chi sarà in Sardegna il 5 maggio. Tra gli italiani non dovrebbero esservi defezioni importanti. L’edizione numero 100 è troppo ghiotta. Aru e Nibali sono dati per quasi certi, non fosse altro per le tappe loro ‘dedicate’ nella primissima parte di corsa. Corsi e ricorsi: come quando Nibali si staccò da Basso per camminare con le proprie gambe, ora ecco Aru ereditare l’Astana del siculo. Forse dovremo prepararci a un tam-tam ciclistico da non poterne più fin da questo inverno.
Se in casa nostra già si sa su chi saranno accesi i riflettori, a livello di stranieri potremmo ritrovarci un Alberto Contador più italiano visto il passaggio alla Trek-Segafredo. Ma che Contador sarà con 35 anni sulle gambe? Capiamo che Horner ha vinto la Vuelta ben più vecchio e questo non molti anni addietro, ma non voliamo di entusiasmo in maniera esagerata. Chi potrebbe fare calcoli per la vittoria è Nairo Quintana di cui non si sa niente sui programmi 2017. Ha già vinto il Giro nel 2014, ha vinto l’ultima Vuelta raddrizzando una stagione ch’era imperniata sul Tour. E se scrivi di Tour e di stagione imperniata sulla gara transalpina, non si nasconde che il sogno di RCS per la generale ha la faccia di Froome e relativa corazzata Sky. L’impressione è che Froome seguirà le direttive pro-Tour della sua squadra. Tra i cinque nomi che più interessano mediaticamente il suo è il meno possibile. Tra gli altri, saranno probabilmente le ruote veloci a indirizzare gli sguardi del pubblico: Kittel, Cavendish, Sagan, Degenkolb, Greipel: chi di questi in Italia per il Giro? Tutti? sarebbe semplicemente fantastico. Tutto in attesa di vedere Esteban Chaves, talento cristallino predestinato, Amador, protagonista al Giro scorso, e se Dio vorrà magari Romain Bardet per capire, se correrà la corsa rosa, quanto valeva il bellissimo Tour 2016 che gli è valso in grande 2° posto finale.

giovedì 20 ottobre 2016

Ecco il Giro d'It......pardon.....Voilà le Tour!

Sempre meno cronometro, tante salite (anche se…..) con una tappa già importante dopo pochi giorni. Il tutto ci ricorda una corsa che conosciamo bene.
Al massimo due giorni di montagne filate poi si respira, diminuiti i chilometri contro il tempo (36) suddivisi tra una mini-crono d’apertura – 13 chilometri sono troppi per essere definiti un prologo e pochi per farsi chiamare cronometro – con una crono di chiusura prima di Parigi. In mezzo l’Izoard (arrivo di tappa per la frazione numero 18, che sa tanto di sipario per quella che sarà la classifica generale), il Peyresourd, il Grand Colombier, il Telegraphe, il Galibier. Il Tour ha cercato salite più decise nelle pendenze, una caratteristica da sempre più italiana o spagnola che transalpina. Anche la cronometro di Marsiglia non avrà un percorso-passerella. Vi è poi la frazione numero 5 con l’arrivo alla Planche des Belles Filles, che dovrebbe dare una prima sistemata alla generale visto che vi saranno tre ascese impegnative. La settimana quasi piena dedicata alle ruote veloci, quasi una tradizione per la corsa transalpina, quest’anno non ci sarà. Un Tour per uomini da salite. Però come vi sono tante ascese, diverse tra queste trovano spazio lontane dal traguardo. Ecco allora che lo scalatore potrebbe vedere vanificato il tentativo importante. Un bel pezzo di Francia non verrà attraversata. E questo era da un bel po’ che non si vedeva. Pare un Tour dedicato alle Alpi. Così, mentre siamo a pochi giorni dallo svelare il 100° Giro, ecco il Giro francese regalare scampoli di corsa rosa. Sarà da vedere la rosa dei partecipanti. Nel 2017 sarà il Giro l’evento più importante per le sue 100 candeline, e molti nomi tra i migliori potrebbero scegliere l’Italia. Tranne Froome, che pare orientato a cercare il 4° Tour, tutti gli altri stanno facendo un pensierino colorato di rosa.

La volpe del deserto

Tra molti sbadigli si è chiusa la settimana iridata più piatta che si ricordi. Dove c’è voluto il deserto per vedere una selezione tra gli atleti. Niente medaglie per le nostre categorie elite, molto bene le categorie minori.
Il marchio conclusivo è di altissimo rango. Peter Sagan, iridato uscente reduce da una stagione fatta di Gand Vevelghem, Giro delle Fiandre, maglia verde al Tour (la 5^ di fila) e fresco di neo-titolo europeo, la novità ciclistica del calendario. Si è fatto vedere solo quando serviva. Fino a tre stagioni fa perdeva classiche per un niente, spesso per qualche sbaglio. Oggi di sbagli ne fa pochi e incassa. Secondo al traguardo Mark Cavendish, rinato al Tour con 4 vittorie di alto lignaggio, un mondiale su pista con Sir Wiggins e un argento olimpico su pista dietro al nostro grandissimo Viviani in quel di Rio. E poi Tom Boonen, una carriera che ormai era confinata nelle classiche del nord ma che riguarda uno dei belgi più forti degli ultimi decenni. Per il resto è stata una settimana di ciclismo che, in generale, speriamo di non rivedere per un pezzo. Abbiamo avuto bisogno del vento del deserto per vedere una selezione. Poi, una volta entrati nel circuito finale, riecco una corsa che viveva di attesa. Sfogli un giornale, fai un pisolo, apri il giornaletto delle parole crociate, insomma cerchi di tirare a campare per seguire l’ultimo giro. È stato questo il mondiale televisivo per molti? Probabile. Le uniche emozioni sopraggiunte dalla tivù sono state quelle legate alla millesima caduta, mentre i ciclisti o cicliste che fossero affrontavano la milionesima rotonda. Un mondiale nel deserto in tutti i sensi, con il pubblico ridotto ai minimi termini. In tal senso appaiono logiche le parole di Marta Bastianelli, intervistata il venerdì pomeriggio che precedeva la corsa delle italiane elite, nello spiegare com’era un po’ triste vedere i marciapiedi vuoti, me nel medesimo tempo non era nemmeno possibile chiedere alla gente di stare ore sotto il sole a cucinarsi il cervello.
Questi mondiali sono stati uno dei peggiori spot pubblicitari che il ciclismo poteva costruirsi. Percorso piatto, prevedibile, noioso, tattiche di gara legate al fatto di vedere se in gruppo facevano la nanna o meno, quando qualche anima pia tentava la sortita. Incredibile vedere la pochezza di pubblico all’arrivo della prova elite uomini. L’Italia esce con tre medaglie: due rosa e una per gli uomini. I professionisti hanno avuto la gara che speravano, con il vento del deserto che quando presente poteva spaccare il gruppo. E così è stato. Per via proprio del vento il Belgio era molto atteso e infatti hanno guidato al gara per molti chilometri dopo avere aperto il gas e ‘usato’ proprio il tratto di ritorno verso il circuito finale per frazionare il plotone. La Germania è andata in pezzi, la Francia l’ha seguita. L’Italia voleva costruire una gara di attesa, sperando in una volata dove qualcuno facesse sbagli. I ragazzi di Cassani ci sono andati vicini, alla medaglia, ma nessuno dei nostri vale Sagan o Cavendish. È andata magra anche per le donne elite ma prima ricordiamoci del mondiale di Elisa Balsamo, che allunga l’interminabile sequenza di medaglie che arrivano dalle cicliste seguite dal tecnico Salvoldi. Su pista ha già vinto titoli europei e titoli mondiali, il CT ne ha parlato chiaramente come la vincitrice più degna della maglia iridata, facente parte di un gruppo che tra qualche anno diventerà la base per il dopo Longo Borghini, il dopo Cecchini, le atlete più blasonate tra le nostre dopo la vecchia guardia Bastianelli, Guderzo, Bronzini. Elisa Balsamo ha una testa piena di buon senso, visto che nessuno le ha messo sogni facili nella testa; “A novembre e dicembre penserò alla scuola. Per una ragazza è difficile vivere di ciclismo. Questo è un successo importante per il movimento femminile italiano.” Le ‘ragazzine’ azzurre – stavolta seguite in gara dal CT Rino De Candido – hanno corso una gara perfetta dal punto di vista del massimo risultato con il minimo sforzo. Mai viste nei 75 chilometri di gara, sono spuntate quando mancavano meno di due chilometri alla fine. La volata è stata gestita benissimo, tanto che troviamo al quinto posto Letizia Paternoster. Juniores donne che hanno portato a casa anche l’argento a crono.
Bene anche negli Under 23 anche se il nostro Jakub Mareczko ha portato sul podio un muso lungo che toccava terra. Il suo 3° posto non lo faceva contento, ma ricordiamo che nelle stagioni passate abbiamo visto occasioni azzurre sfaldarsi in malo modo nei finali di corsa. Perché un sentimento di sconforto? Forse perché Mareczko è già professionista da due anni e difatti la scelta del CT Under 23 Amadori ha creato diverse discussioni. Bravo anche lo juniores vicentino Luca Mozzato, che ha vinto l’antipatica medaglia di legno. Il ragazzo è coetaneo dell’iridata Balsamo. Chiudiamo con le ragazze di Salvoldi che hanno finito la loro corsa a 1.200 metri dalla fine, quando Elena Cecchini ha rischiato un volo pazzesco mentre tenendo la ruota della capitana Guderzo – lanciatissima verso le prime posizioni – stava portando Marta Bastianelli avanti. Marta Bastianelli ha cercato di limitare i danni, ma nel momento decisivo la benzina era stata bruciata nel fare una mezza volata per cercare di riacchiappare la volata che contava veramente. La dipartita di Giorgia Bronzini è stato il colpo peggiore per la nostra nazionale. Salvoldi contava tantissimo sulla perugina, tanto che l’Italia non ha usato una delle riserve, preferendo attendere la stessa mattina di sabato per vedere che faccia avesse la due volte iridata. Ma quell’attendere ha nel contempo fatto scadere il tempo massimo consentito alle nazionali per comunicare una eventuale richiesta di sostituzione. Si chiude così un mondiale che già dalla primavera si annunciava come un evento senza emozioni particolari. Gli unici ad essere soddisfatti? Probabilmente i dirigenti dell’UCI che il loro assegno lo hanno percepito comunque, giusto per il fatto di avere portato l’evento a un passo dal deserto. Amen.

venerdì 7 ottobre 2016

Un mondiale da ultimi due giri?

Ogni tanto può capitare che un Mondiale non sia così selettivo dal punto di vista del percorso scelto. Era comunque da un pezzo che una gara importante come quella iridata desse così pochi spunti di curiosità sul fronte tecnico. Il percorso non aiuta, datosi che il pensiero dominante delle varie formazioni è legato all’arrivare tutti insieme appassionatamente per poi magari approfittare – se si tratta di velocisti non dati per favoriti – di un qualche sbaglio nell’impostazione della volata da parte di qualche pezzo da novanta. Un possibile fattore di imprevedibilità è legato al fatto di ritrovarsi in mezzo ai ‘ventagli’, ma sapere se il vento vi sarà e quanto soffierà non è dato sapere. Andiamo quindi verso una prova iridata con i fattori meteorologici che possono rivelarsi più importanti delle caratteristiche del percorso e dei protagonisti in gara. Poi uno può cercare di allungare il brodo, ma per questo mondiale tutto pare abbastanza delineato.

martedì 4 ottobre 2016

Ottobre; l'editoriale

Invisibile dall’esterno, costoso ma non a livello impossibile, grande come una batteria della torcia elettrica che usiamo in casa. Il motorino è arrivato, ma non solo sul mercato. In strada c’è già.
“Nel vedere tutte le novità dei vari saloni ciclistici, la bici a pedalata assistita la fa da padrona. Il motorino elettrico è sempre più acquistato, apprezzato, nascosto. Si, nascosto. Perché nel vedere quale sia ormai il livello di precisione raggiunto anche nel ficcarlo dentro letteralmente al telaio della bicicletta, l’ammirazione per il risvolto tecnologico sconfina nella preoccupazione. I modernissimi motorini elettrici si possono nascondere benissimo dentro il telaio ed esteriormente sono invisibili. Costano tanto? Si, ma non tantissimo, se paragonati ai prezzi di alcune ruote che appaiono sulle bici di certi ciclo-amatori nelle granfondo. Con la fondamentale differenza che rispetto alle ruote di alto livello, il motore nascosto ti fa volare anche se le gambe non sono in giornata. Rilevarli? Possibile, ma solo con apparati tecnologici molto sofisticati e molto costosi. Biciclette da corsa falsate se ne vendono, se ne vendono già tante, e se ne vendono in Italia. Il doping tecnologico pare ormai realtà.”

Ma davvero non c'era altro?

Se un tizio ha idea di andare in Formula 1 con un proprio team, una delle prime cose a cui viene sottoposto dalla FIA (Federazione Automobilistica Internazionale) è una specie di “screening” economico per sapere se ha i soldi per fare quello che dice di voler fare, da dove gli arrivano questi ultimi, e se ha le strutture dove costruirsi la sua macchinetta da corsa tanto bella e colorata. Sono infatti diverse le squadre che in passato si sono presentate come quasi imminenti, con modellini finiti in galleria del vento e poi sparite senza manco un giro di pista. Nel ciclismo il problema ‘strutture’ non è importante come nell’automobilismo. La strada è l’impianto principale per allenamenti e gare mentre gli alberghi sono spesso i box per i corridori. Desta curiosità la nuova squadra del Bahrain che avrà in Nibali il suo capitano, visto che al momento vi è poca chiarezza (e non molte notizie) sulle due persone a cui gira attorno quasi tutto. Il principe ereditario dello stesso Bahrain, che come comandante delle forze armate della sua nazione è accusato di violazione dei diritti umani, e del suo braccio destro, uno sloveno, ex ciclista, che a tutt’oggi è noto come importante commerciante di cavalli.
L’UCI ci ha messo un po’ a decidere se assegnare la licenza World Tour, anche se restava in piedi la possibilità del Team Professional e quindi poter usufruire di inviti alle corse importanti, specie se tra le fila hai Nibali, cioè uno dei ciclisti più forti in attività. In passato, sempre dalla terra dei petrol-dollari, era nato un altro progetto avviato e poi naufragato in maniera anche abbastanza ridicola. Protagonista l’allora pilota Ferrari di Formula 1 Fernando Alonso, che venne scelto come una specie in intermediario per sondare il terreno con sponsor e uomini. La cosa pareva ben avviata, tanto che persino Paolo Bettini ‘mollò’ l’ammiraglia azzurra convinto a far parte del ricchissimo progetto, forse anche perché l’esperienza con la Nazionale non lo aveva mai davvero ‘preso’ fino in fondo. Tanto che poi di guidare un’ammiraglia Bettini non ne ha mai voluto sapere. Difficile che Nibali viva un altro bidone di quelle proporzioni, visto che sono già diversi i corridori che hanno dato l’assenso alla nuova formazione, tra cui Visconti. Certo è che dal punto di vista dell’immagine passare da Vinokurov a un super-miliardario di cui si sa solo l’avere una montagna di soldi su cui sedersi non entusiasma.

martedì 13 settembre 2016

Non è una meteora. Siamo salvi.

Il tarlo aveva iniziato a farsi strada a luglio. Non perché il Tour era girato male nonostante avesse preparato quella corsa fin da dicembre. Ogni grande giro ha il suo nome sotto la categoria ‘sorprese’ e quello che invece stecca. Ma perché il ciclismo colombiano ha sempre avuto nel suo DNA fior di atleti che duravano due stagioni, forse tre. Quintana aveva toccato l’apice della carriera con il Giro e la Tirreno-Adriatico? Per fortuna non è così. Quintana è riuscito ad avere la meglio di Froome e Chaves vincendo il suo secondo Gran Tour, ribattendo tutti gli attacchi del britannico. Adesso si che per il colombiano il Tour assume valori ancora più alti. Vincerlo vorrebbe dire lanciarlo nel club dei pochi ciclisti che hanno vinto tutte le maggiori prove a tappe. A solo 26 anni Nairo Quintana è già diventato una stella sportiva nella sua Nazione. Tre volte sul podio del Tour, un Giro, una Vuelta, una Corsa dei Due Mari, un Giro di Romandia, un Giro dei Paesi Baschi. C’è gente che per molto meno si da molte più arie. Nella Vuelta che forse ha iniziato a segnare il passo di Contador (4° a 4’21”) Quintana ha tenuto botta contro Froome e Chaves, con quest’ultimo che al prossimo Giro sarà probabilmente il primo tra gli sfidanti dei big. Quanti di questi quattro saranno in Italia tra otto mesi per il Giro numero 100? Con loro presenti, e con Nibali e Aru ai nastri di partenza, sarebbero fuochi d’artificio come forse non se ne sono mai visti prima.
Con il post-Vuelta si va ad iniziare il conto alla rovescia per i Mondiali. Rassegna iridata che guarda alle ruote veloci, e che potrebbe avere per l’Italia il nome di Viviani come riferimento. Non è favorito. Lui ha sempre ribadito il concetto di arrivare nel finale tutti assieme, di lì in avanti si vedrà. Ora sotto con il trittico lombardo per dare al CT Cassani le ultime garanzie azzurre, poi si parte. Parlando di Mondiali l’Italia, a cui della bici rosa frega un beneamato c***o, festeggia il Mondiale di Alessia Missiaggia, bolzanina di diciassette anni, che ha vinto l’oro ai Mondiali di Mountain Bike in Val di Sole. Svetta tra le sue dichiarazioni il suo saluto al ciclismo su strada, specialità con cui aveva iniziato; “Mi allenavo e gareggiavo, ma non ridevo, mi pesava, non mi divertivo più”. Dedicato a chi vive per la media sul contachilometri.

martedì 6 settembre 2016

"Questione d'immagine" Che bello rompersi il c**o per niente!

Ogni tanto la questione torna fuori. Se ne discute tre giorni e poi tanti saluti. Stavolta è toccata alla Vuelta Espana la questione del fuori tempo massimo, sistemata dal caro vecchio colpo di spugna.
È la frazione numero 15 di un durissimo Giro di Spagna. Vuoi per la stanchezza che inizia a farsi sentire, vuoi perché due pezzi da novanta come Quintana e Contador menano come fabbri – tanto da fare a pezzi il Team Sky quasi per intero, roba mai vista – tanto da lasciare in braghe di tela Froome, l’esito di giornata è impietoso: 93 atleti con un distacco che sfiora l’ora, 22 minuti oltre il limite di tempo consentito per raggiungere il traguardo di giornata. Per regolamento tutti a casa, senza cristi e madonne che tengano. Situazioni già vissute in passato ma che spesso in passato si sono risolte, come in questa occasione, con un simbolico “volemose bene” ciclistico. La motivazione viene resa nota da Javier Guillen, il direttore della Vuelta, tramite le righe della Gazzetta dello Sport; “La loro esclusione avrebbe causato seri danni all’immagine del ciclismo e ai team, costretti a proseguire con numeri risicati”.
Poco importa se altri ciclisti hanno sputato sangue per arrivare un minuto prima dello scadere del tempo utile. Bei fessi quei ciclisti che sono arrivati con la lingua che toccava il manubrio per continuare la corsa. E che bello se sei uno dei fessi, e in una delle tappe successive arrivi secondo dietro a un tizio che per regola doveva essere a casa. Verso la fine degli anni ’90 la Tirreno-Adriatico fece finire anzitempo la corsa per 125 corridori. Quella edizione venne conclusa da una cinquantina di atleti. Che questa Vuelta sia dura non vi è dubbio. Alcuni commenti di corridori partecipanti parlano di “difficoltà abnorme” (Philippe Gilbert), “Non sono mai andato fuori tempo massimo in vita mia. È una Vuelta brutale” (Koen De Kort), “Se avrò figli non diventeranno ciclisti professionisti. Non vorrei soffrissero come noi” (Adam Ansen, l’unico nella storia a completare l’impressionante cifra di quindici grandi giri corsi di fila senza ritiri, che ora diventeranno probabilmente sedici). Che si fa? Niente. Se hai tenuto duro per non essere rispedito a casa peggio per te.

giovedì 1 settembre 2016

Settembre; l'editoriale

Miliardari di tutto il mondo unitevi e preparatevi a salire in sella, che continuando di questo passo le strade saranno affar vostro.
“Il ciclismo delle riviste amatoriali: bello, vario e dannatamente costoso. Ma quanto sarebbe ancor più bello poter leggere che per una bicicletta non serve tirar fuori almeno tre stipendi, che non serve spendere 180 euro per degli occhiali da sole, che non serve cacciar fuori 100 euro per una coppia di pneumatici, 250 per una giacchetta da mezza stagione (figuriamoci quella per l’inverno…), 350 per dei contachilometri che oggi hanno tante di quelle funzioni che vai a sapere se i chilometri li contano ancora, 70 per dei guanti invernali e altro tutto bellissimo, ma che ti fa piangere il portafogli. Vogliamo dare al ciclismo l’immagine del golf, dell’automobilismo, dell’ippica, cioè uno sport che sembra solo per ricchi che vogliono trovare qualcosa con cui riempire il fine settimana? Allora avanti così. Se invece vogliamo incentivarne la pratica scriviamo magari che spendendo la metà di tutti quei soldi puoi trovare dei buonissimi prodotti che permettono di pedalare con tranquillità e in ogni stagione per anni.”

mercoledì 17 agosto 2016

Tutto suo e di pochi altri

L’oro di Viviani ha un valore semplicemente gigantesco, se consideriamo in quale deserto tecnico e dirigenziale questo atleta ha ‘costruito’ il suo titolo.
Elia Viviani è un gigante. Perché questa medaglia sarà pure d’oro, ma il suo peso supera quello del piombo. La pista italiana ha versato per anni in uno stato semi-comatoso. Questo per puro merito di dirigenti e tecnici che la consideravano, e probabilmente continueranno a considerarla, un pianeta ciclistico di emeriti rompiballe. Per questo Viviani ha portato a casa un qualcosa di grande. Perché attorno a se aveva ben poche persone che in lui e nella specialità ci credevano davvero. Certo, adesso non mancheranno quelli che vorranno risplendere di luce riflessa. Dirigenti che dal silenzio salteranno fuori, tecnici che (a telecamere accese, sia chiaro) esalteranno la specialità dell’anello veloce. Ma tolti Villa o Salvoldi, quanti davvero hanno merito di poter salire sul carro dei vincitori? Il quartetto azzurro maschile ha corso una prova oltre le aspettative, e solo per una doppiaggio ad un quartetto, quello cinese, non poteva ritrovarsi a giocarsi la possibilità di una medaglia di bronzo. Le ragazze – ricordiamo la loro storica qualificazione per l’evento a cinque cerchi – hanno dato il meglio che attualmente possiamo dare in quel settore e anche loro rappresentano una robusta speranza. Ma le speranze finiranno ancora nello scarico, se questa Olimpiade verrà considerata un punto di arrivo, e i dirigenti lasceranno ancora soli Viviani, Villa, Salvoldi.

mercoledì 10 agosto 2016

Il piccolo Re Mida di casa nostra

Presa a calci televisivamente dalla nostra tivù durante il Giro-Donne, la bici rosa continua nel tenere in piedi la baracca dell’Ital-ciclo in nazionale.
Un’altra medaglia. L’ennesima. Continua ad allungarsi la lista infinita di risultati portati a casa dai gruppi di atlete che corrono sotto la regia del CT Salvoldi (foto; gazzetta.it). Quel ciclismo rosa che a luglio è stato trattato in malo modo dalla RAI, con sintesi delle frazioni ridotte ai minimi termini, assenza dai TG sportivi perché meglio parlare di Nibali che piglia 10 minuti che di Giorgia Bronzini che vince due frazioni, interviste alle atlete castrate di netto, e un fortissimo e ridondante sapore di “considerazione zero” visto che Olimpiadi e Mondiale a parte (e vorremmo ben vedere!) è ormai persa nella più polverosa memoria una frazione del Giro o una gara italiana trasmessa in diretta. Ci azzardiamo a buttare lì di un Giro-Donne targato 2007, con Lorenzo Roata al microfono. Elisa Longo Borghini è al momento la nostra atleta migliore, grazie a un bronzo iridato nel 2012 (Valkenburg), un Trofeo Binda l’anno dopo e il Fiandre nel 2015. Aiutata da una qualità media molto alta per quello che ha riguardato la squadra messa in strada da Salvoldi (Bronzini, Cecchini, Guderzo), siamo forse vicini alla conclusione di quel passaggio generazionale iniziato due stagioni addietro. Ragazza che parla quattro lingue straniere (pensiamo a Nibali che suda più a sbiascicare due parole e mezza in francese messe la in croce che a farsi il Mont Ventoux!), figlia d’arte con mamma Guidina Dal Sasso nel seguirla passo passo, Elisa Longo Borghini è ciclista da classiche visto che per lei il meglio è sempre arrivato dagli impegni di un solo giorno. Ma è sempre Salvoldi l’uomo su cui gira tutto, e da anni. Con mezzi economici imparagonabili – in senso negativo – con la nazionale uomini, con un bacino d’utenza molto ma molto più ristretto di quello da cui hanno potuto pescare da sempre i CT della squadra maschile, riesce a portare risultati a getto quasi continuo, in un mondo come quello del ciclismo rosa italiano dove da sempre si convive con situazioni economiche che fanno mollare molte ragazze. E quando capita bisogna ripartire da capo. Difatti tutte le nostre migliori atlete sono rappresentanti di squadre estere.

lunedì 1 agosto 2016

Agosto; l'editoriale

Tanta roba. Sia in ambito femminile che in quello maschile partiamo per Rio con un bel carico di ‘qualità ciclistica’. Niente alibi?
“Scelte semplici quelle dei due CT delle nazionali di ciclismo: Aru e Nibali capitani e riferimenti per la squadra maschile nel gruppo voluto da Davide Cassani. Bronzini, Guderzo, Longo Borghini, Cecchini nella squadra del CT ultra-medagliato Salvoldi, dove i ruoli sono meno dichiarati. Nella prima due fari: il miglior talento del nostro ciclismo, già vincente, per le salite ed i Gran Tour di oggi e domani, affiancato dal miglior ciclista italiano degli ultimi anni per totalità fra Gran Tour vinti, podi conquistati, due titoli nazionali e dopo un bel po’ di tempo un Giro di Lombardia vinto. Nella seconda la scelta si amplia: tre mondiali su strada suddivisi tra due ‘senatrici’, diverse medaglie tra mondiali e olimpiadi, la miglior campionessa italiana delle ultime stagioni, reduce da tre titoli consecutivi, un risultato che in passato era stato stabilito soltanto dalla leggendaria Maria Canins, e poi l’unica italiana che negli ultimi anni è riuscita a vincere Cittiglio e Fiandre, che nel calendario rosa rappresentano corse di altissimo valore. Riversiamo sulle Olimpiadi tanta qualità. Così tanta che facciamo fatica a trovare degli possibili alibi nel caso non fossimo protagonisti. Non diciamo vincenti – perché gli altri vanno comunque rispettati e in una Olimpiade ancor di più – ma protagonisti.”

martedì 26 luglio 2016

Cosa resta dopo King Froome III?

Vittoria su tutta la linea per Cristopher Froome che vince il Tour con una concorrenza mai veramente incisiva. Male Quintana, di altissimo livello i Tour di Cavendish e Sagan.
Aldilà di alcune dichiarazioni rilasciate da Froome (voto; 9), non abbiamo mai visto un avversario o una squadra avversaria metterlo in vera difficoltà. Ci è voluto uno spettatore che ha provocato uno sconquasso quando Froome prima è caduto e poi si è trovato appiedato, o una caduta dello stesso britannico in discesa a poche tappe dalla fine, per vederlo davvero nei guai. Per il resto mai nessuno lo ha fatto tribolare. Una vittoria netta. Contador ha finito il Tour prima di cominciarlo, Nibali aveva la testa più in Sud America che in Francia, Quintana (voto; 3) è stato semplicemente aria fritta. Il sudamericano ha potuto prepararsi come gli pareva in vista del Tour. Mesi senza (o poche) notizie su di lui, allenamenti sulle sue strade per starsene in benedetta pace, partecipazioni a poche gare di alto livello, se non addirittura correndo corse che francamente nemmeno si sono mai sentite nominare, con avversari modesti, cosa ben diversa dal prepararsi alla corsa più importante al mondo. Se Quintana non sistemerà la stagione alla Vuelta, avrà buttato una stagione in malo modo. Non correrà le Olimpiadi. Per uno come lui, su di un percorso da uomini da salita, è una bocciatura pesante. La sua condotta di corsa è stata insapore, fiacca, attendista, deludente. Valverde o Nibali venivano dalle fatiche del Giro. Sono stati comunque più vivi del capitano Movistar, che da gennaio ha potuto allenarsi guardando solo alla Francia. Fabio Aru (voto; 7) ha fatto quel che doveva. Ogni tanto provava qualcosa, ha fatto qualche sbaglio, ha preso una cotta pesante il penultimo giorno, ma ci sta tutto. Vuelta e Giro non sono il Tour, dove anche la testa ha la sua parte. Dopo il pesantissimo distacco patito nella penultima frazione il ragazzo si è presentato davanti alle telecamere RAI con la faccia di uno che aveva appena presenziato al proprio funerale. Per quanto la delusione sia comprensibilmente forte dispiace che il giovane talento sardo la prenda in maniera così pesante. Speriamo sia una reazione data dalla giovane età.
Negli ultimi tre Tour Contador si è ritirato due volte per cadute varie. Ingiudicabile in questa edizione. Il Giro 2015 sarà registrato come il suo ultimo alloro? Le Olimpiadi gli daranno la scossa? Bene, anzi benissimo Mark Cavendish (voto; 9), vincitore di quattro frazioni dove non vi sono discussioni sul come ha messo in riga tutti. In due vittorie autore di volate esemplari, la pedalata era tornata quella dei tempi migliori, se erano già passati, e forse i Mondiali su pista gli hanno ridato lo spunto che ha avuto la meglio sulla forza pura di Greipel o Kittel. Tour di alto livello anche per l’iridato Sagan (voto; 9), che ha vinto, quando non lo ha fatto c’è spesso mancato poco, ha rivinto la maglia verde, la veste da cinque anni di fila, è schizzato al primo posto nella classifica UCI, sorride sempre, si diverte sempre, e sta onorando la maglia iridata di cui sembra non sentire il simbolico peso. Alcuni anni addietro Roberto Amadio era uno dei tecnici dell’allora squadra italiana Liquigas (ambiente perfetto per far crescere i talenti) e diceva di dare qualche anno di tempo a quel ragazzo arrivato da poco che nei ritiri invernali faceva saltare la corrente – e i nervi degli altri ragazzi – nelle stanze dell’albergo di turno, perché si cimentava con un fornello elettrico a cucinare improbabili pietanze. Ora l’ex crossista ha imparato e si cucina gli avversari.

mercoledì 13 luglio 2016

Il rosa le piace e se lo porta a casa

Con qualche spunto di Casa-Italia, si chiude con la vittoria di Megan Guarnier il Giro-Donne 2016. Le atlete straniere fanno la voce grossa, con la Stevens protagonista assoluta, e noi cerchiamo ancora (invano?) una ragazza per la generale del domani.
Megan Guarnier (voto; 8) vince il Giro edizione 2016, e lo fa dopo aver vestito la maglia rosa per cinque giorni su nove (lasciamo da parte il piattissimo mini-prologo), dopo che nell’edizione 2015 l’aveva vestita per sette giornate su una corsa strutturata nello stesso modo: totale, dodici giorni su diciotto. Il rosa le piace. In questa edizione non ha mostrato l’acuto, se non due secondi posti nelle frazioni 1 (Gaiarine-San Fior) e 6 (Andora-Alassio). Meglio fece l’anno scorso con una vittoria nell’allora proposizione della medesima Gaiarine –San Fior e con ben 4 secondi posti consecutivi nelle tappe 5, 6, 7 ed 8. Visto che ha vinto, i telecronisti RAI hanno ovviamente iniziato a parlare di un’affermazione un po’ di casa nostra, per via delle pare origini italiche della ragazza. La vittoria ha cento padri. La vincitrice del Giro ha passato qualche difficoltà nella Tarcento-Montenars cercando di non lasciar scappar via Evelin Stevens nel finale di corsa, ma che tenesse alla rosa lo si è visto poi nella Grosso-Tirano e di più nella Andora-Alassio, quando e arrivata sulla piazza d’onore di giornata, forse nella miglior giornata della Stevens. Niente vittoria di tappa quindi, ma una vittoria ostruita sulla continuità di rendimento. Sono passati gli anni in cui vi era Marianne Vos a stravincere la corsa.
Del Giro televisivo e delle nostre ragazze scrivo in altro articolo. In linea di massima vive però la forte sensazione che tra le nostre fila abbiamo ormai abbracciato un’altra generazione ciclistica dedita alle classiche. Se alla fine la migliore azzurra in classifica è ancora una buona Guderzo (voto; 6) – con la Bronzini (voto 9) che riesce a vincere due tappe – vuol dire che in casa nostra il famoso ricambio per le gare di più giorni guardando alla classifica pare lontano dal venire. Nove frazioni corse (sempre senza contare il prologo), ci danno 9 vittorie straniere. Oltre alla vittoria finale della Guarnier, Giro di altissimo livello per la statunitense Evelin Stevens (voto; 9), che accompagnata sempre da un sorriso perfetto per uno spot da pasta dentifricia vince la 2^ tappa (Tarcento-Montenars), la 6^ (Andora-Alassio) e la 7^ (Albisola-Varazze). Aggiungiamo tre giorni di rosa vestita e il Giro si chiude con un bilancio esemplare – e che per certi versi si rivela un po’ assurdo, visto che non ha vinto la corsa – per quello che è il suo miglior Giro: tra un anno arriverà da favorita? La regina 2015, Anna Van Der Breggen (voto; 5) riesce a spuntare qualcosina, un terzo posto nella Andora-Alassio e un secondo nella cronometro Albisola-Varazze. Forse anche lei come quasi tutte, italiane e non, pedalava già con la testa verso il Brasile.
Pedalando in maniera un po’ casuale qua e la nel gruppo, abbiamo visto una Emma Pooley che rientra fra le “non giudicabili”, se non nel fatto che nelle ultime stagioni ha fatto uscite di scena e rientri in gruppo con molta scioltezza. Questa volta le gambe erano in Italia, ma lo scricciolo britannico aveva la testa già in Sud America, destinazione Rio. Potenza dello spirito d’Olimpia e la Vos ne sa qualcosa. Dispiace del ritiro ‘programmato’ di Elena Cecchini, freschissima tri-campionessa nazionale con un’azione di alto livello nella prova tricolore. Ma delle italiane si scriverà a parte. Il percorso del Giro (voto; 8 alla varietà, 7 nel complesso) ha ripresentato per il secondo anno consecutivo una cronometro degna di tal nome. Dopo i 22 chilometri della Pisano-Nebbiuno della scorsa edizione, altri 22 quest’anno con la Albisola-Varazze. Si è guardato alle velociste con diverse frazioni per loro, peccato che la tappa del Mortirolo non vedeva quest’ultimo come arrivo. Per il resto poco altro, questo grazie alla maniera sbrigativa e superficiale con cui la RAI (voto; 3) ha liquidato in molte frazioni questo Giro. Ecco, se non fosse che la RAI ti da una visibilità che per il ciclismo rosa è vitale, viene voglia di chiedersi se non varrebbe la pena provare a cercare un accordo con qualche altra rete tivù in chiaro. Tanto, cronaca registrata per cronaca registrata, nessuna pubblicità nei giorni precedenti l’evento, sintesi e interviste castrate in malo modo, non viene la voglia di tastare il terreno in tal senso?

martedì 12 luglio 2016

Cauto ottimismo? L'aria che tira è questa

Se il CT Salvoldi aveva timori sulle condizioni delle nostre, il Giro ha invece fatto intravedere una condizione che pare stia maturando perfettamente per tutte le nostre probabili atlete.
Anche quest’anno, l’ennesimo, non partivamo con credenziali che parlavano di vittoria. Solo speranze, ma senza entusiasmi troppo accesi. Due vittorie di tappa e qualche altro podio per le nostre rappresentanti al Giro-Donne. La testa era già in Brasile. Olimpia in testa per Tatiana Guderzo che non ha fatto mistero di essere contenta di sentire una condizione in crescita. La vicentina non ha avuto nessuno squillo di rilievo, nonostante un buon terzo posto nella 5^ tappa (Grosio-Tirano), dietro alla vincitrice di giornata Mara Abbott e a Elisa Longo Borghini. Chiude ancora come migliore delle nostre nella generale, cosa capitata spesso nell’ultima decina di Giri d’Italia. Ma come scritto forse un anno fa, le occasioni per il sogno rosa sono passate qualche edizione fa, difficile che possano ripassare. Elisa Longo Borghini ha raggiunto due secondi e un terzo posto di giornata, e probabilmente per lei anche la condizione è sulla via giusta per agosto. Stessa solfa per la campionessa d’Italia Elena Cecchini, che ha salutato il Giro dopo la cronometro Albisola-Varazze valevole come 7^ frazione. Tra le straniere, identica scelta per la britannica e iridata in carica Lizze Armitstead. Quasi certo che la scelta di aspettare la cronometro per poi ritirarsi non sia stato una combinazione ma un test atteso.
Nel finale di Giro, ma qualcosa si era visto anche prima, è emersa la bella gamba di Maria Giulia Confalonieri. Seconda nella 4^ tappa (Costa Volpino-Lovere); “Sono contenta di avere colto il mio primo podio al Giro. Mi dispiace di non avere vinto ma va bene così.”, ha chiuso in crescendo la corsa rosa, con il terzo posto nella giornata tutta azzurra della 8^ frazione (Rescaldina-Legnano) dietro alla Bronzini e a Marta Bastianelli, che nella sua seconda parte di carriera post-bebè ha ormai indossato le vesti della velocista. Tornando alla Confalonieri ha firmato un 3° posto nella frazione finale di Verbania Pallanza. Giorgia Bronzini registra due vittorie, rispettivamente sui traguardi di San Fior e Legnano, ed è la ciclista che più di tutte fra le nostre racconta il suo avvicinarsi a Rio; “A questo Giro ci sono arrivata in forma, pensando all’obiettivo di far parte della selezione per le Olimpiadi. Adesso che ho avuto proprio la notizia che speravo di avere, sono orgogliosa di questo. Ho messo tutto quel che avevo, già da inizio stagione. Per questo motivo, per alcuni, la mia era sembrava una stagione in ombra. Ma non era così, perché ho dovuto lavorare tanto per ‘trasformare’ la mie caratteristiche e migliorare nelle mie mancanze. Era una specie di sfida più on me stessa che con gli altri. Il mio CT Salvoldi mi ha dato le giuste direttive per migliorarmi negli allenamenti”. Alle due vittorie di giornata, aggiunge un 3° posto nella 4^ tappa, con l’arrivo a Lovere.

E tocca tenersi una roba del genere?

Erano diversi anni che il Giro femminile non veniva preso a calci in questa maniera dalla RAI, che come fa un passo avanti forse per ‘par condicio’ ne ha fatto subito uno indietro.
Inizio da una cosa positiva: la new entry Giada Borgato come spalla tivù di Piergiorgio Severini, che ci consente di sentire i nomi delle atlete straniere che non vengono storpiati, che parla italiano e non un qualcosa che tenta di assomigliarli del tipo; “Uniti Stati America”, che in pratica non dice le fesserie che diceva Sgarbozza. Niente più angolino all’ora di cena per il Giro-Donne, che almeno aveva un suo orario di messa in onda e quindi una sua “dignità televisiva”, chiamiamola così, all’interno del palinsesto. La RAI sceglie il ‘traino’ del Tour, ma con risultati semplicemente irritanti. Prologo di Gaiarine: 40 minuti di ritardo per la messa in onda, tanto che va in seconda serata. Prima frazione, Gaiarine-San Fior: sintesi cortissima perché “la RAI tiene molto al ciclismo femminile” come dice ogni benedetto mese di maggio Suor Alessandra al suo proCESSO del Giro. Seconda frazione, Tarcento-Montenars: intervista per Elisa Longo Borghini ‘tagliata’ in maniera indecente a fine sintesi. Quarta tappa, Costa Volpino-Lovere: sintesi ben stringata, tanto che in due minuti di servizio siamo già ai meno 9 dalla fine. Impossibile seguire una corsa ciclistica in questa maniera. Sesta tappa, Andora-Alassio: Francesco Pancani annuncia la imminente ‘finestra’ in diretta del Giro femminile, e visto che il Tour (badate bene la strana casualità) ha un ritardo sulla tabella orario di almeno 30 minuti, linea alla coppia Severini/Borgato. La “diretta” è un bidone perché siamo sempre a una sintesi che salta di palo in frasca, e l’unica diretta è quella relativa al commento dei due telecronisti, ma le immagini sono sempre registrate. È infatti cosa nota che le tappe del Giro-Donne terminano spesso a metà pomeriggio e non certo nel tardo quest’ultimo. Una balla, e confezionata anche male, credendo (o fermamente convinti?) che il telespettatore sia imbecille. Mi ricorda qualcuno…… Non è finita. Ultima tappa in quel di Verbania Pallanza. Quella che chiude il Giro femminile, quella che riguarda la consacrazione sportiva della vincitrice: in 5 minuti si passa dalle firme delle atlete alla partenza ai saluti e ai ringraziamenti dei telecronisti. Nessuna intervista, nemmeno alla vincitrice. Uno schifo. La corsa più importante del calendario rosa UCI che viene trattata come fosse una trasmissione in replica che fa da tappa-buchi tivù alle sei di mattina. Qualcuno alzerà la voce o tutti zitti?

venerdì 1 luglio 2016

Luglio; l'editoriale

Partito il Giro femminile con il fresco grande tris tricolore della Cecchini. Ma riguardo alla classifica siamo in mano alla Guderzo?
“Se in campo maschile abbiamo due talenti puri come Aru e Nibali che nelle corse a tappe ti danno garanzie di competitività, nel Giro-Donne l’Italia cerca il nome che sulle corse di più giorni sia affidabile. Si, perché se tra i maschietti abbiamo due isolani che spesso vincono e convincono nei Gran Tour (ma dopo questi due vi è il vuoto!), la bici rosa quando splende lo fa guardando più alla corsa di giornata. Si arriva da un fresco tris tricolore consecutivo della Cecchini che profuma di storia per la disciplina femminile, dato che dobbiamo tornare al periodo ‘87/’88/’89 per ritrovare, con Maria Canins, tre titoli uno appresso all’altro. Corsa controllata nel finale per le Fiamme Azzurre, che potevano avere due gregarie di alto lignaggio come Ratto e Guderzo a proteggere le spalle alla compagna di squadra, che si conferma la miglior tricolore da tante stagioni a questa parte, dopo vincitrici del titolo che sono durate un Amen. Negli ultimi 10/12 anni il nostro ciclo-rosa ha registrato pochi nomi per grandi giri. Tolta la pluri-vincitrice Luperini poche atlete ci hanno dato la sensazione di essere cicliste buone per le gare di più giorni. Ad un exploit che risaltava nell’annata singola non corrispondeva una equivalenza sul medio periodo di attività. La brava Cauz ha corso bene l’edizione 2013 (maglia bianca finale), ma non si è ripetuta. Ora Elisa Longo Borghini è il riferimento, ma i suoi risultati più belli sono spuntati in corse di una giornata e fin’ora quello è sempre sembrato il suo pane. L’unico nome, attualmente ancora in attività, che ha dimostrato un minimo di continuità nel medio/lungo periodo è quello di Tatiana Guderzo: 5^ nel 2007, 4^ nel 2008, 3^ nel 2010, 2^ nel 2013. Mai però l’acuto che facesse la differenza, e un paio le occasioni in cui l’occasione rosa pareva potesse esser presa. Oramai salita al ruolo di ‘senatrice’ tra le nostre, non pare avere con se una formazione con cui puntare ai vertici, a meno che la pedalata mostrata nel Campionato Italiano non rappresenti l’inizio di uno stato di forma ideale. Perciò “futura Luperini (o almeno parente) cercasi” tra le nostre ragazze, per un bel Giro”.