«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 23 novembre 2011

Il ciclismo davanti al caminetto.



CONTINUANO I TRAVOLGENTI MOMENTI DEL CICLISMO DAVANTI AL CAMINETTO. STAVOLTA CI DIAMO SOTTO ALLA GRANDE CON LA CULTURA.

Guarda che bellina la cima tutta bianca,
la bici adesso dorme, la gamba è un poco stanca.
Trionfa un buon novello, quì sopra il tavolino,
le bestie dormon tutte, dall’orso al topolino.

Ci sono dei ciclisti, ma non alla mattina,
ne vedi solo il naso, e sfidano la brina.
Si pensa al sol d’aprile, oppure a quel d’agosto,
che adesso vola basso e presto è già nascosto.

Pian piano all’orizzonte arrivano le feste,
e tutti son più buoni, ma quante belle ceste!
La nebbia agli irti colli piovigginando sale,
e sotto il maestrale mi ficco dentro un bar.

Correndo con la mente, si pensa a quel ch’è andato,
lo scrivi sullo schermo e quel ch’è stato è stato.
Ricordi ben più vivi, li ho di me ragazzo,
ma meglio non far rima, sennò ci scrivo *****.

Allora torno serio e penso ad occhi chiari,
secondi solamente a una pole della Ferrari.
Riguardo dentro al cuore, rivedo quant’è bella,
ricorda il retrogusto di pane e mortadella.

Si svuota la bottiglia, finisce la poesia,
che incredibilmente è tutta cosa mia.
Riguardo in cima al monte e osservo quella neve,
e penso a quando cade, silente, fredda e lieve.




lunedì 21 novembre 2011

Il ciclismo davanti al caminetto.


Manuel Moz “Il mio ciclismo” (2011).
Olio su tela, collezione PST Museum – Feltre (BL).

UN’AUTUNNO, CON DECISE GELATE MATTUTINE E DAL FORTE SAPORE INVERNALE. CON ESSE TORNA IL PERIODO DELLE RIFLESSIONI A BICI FERMA.
TORNA SULLE PAGINE CICLISTICHE ANCHE IL “CATTIVO” ETTORE TORRI, STAVOLTA PIU’ OTTIMISTA (MAH!...).

Ettore Torri torna a farsi sentire, suonando una musica diversa dall’autunno scorso. Secondo il procuratore del Coni, nell’ultimo anno il ciclismo puzza meno di falso, mentre per il Pm Roberti il calcio è troppo chiuso. Dalla Francia intanto, l’ex tennista Yannick Noah spara energiche bordate contro lo sport spagnolo in genere. Lasciando stare le ultime due cose, che non dicono niente di nuovo, curiosiamo su una cosa.
Circa un’anno addietro Torri aveva scosso il ciclismo di casa nostra, grazie anche ad un titolo di convenienza della Gazzetta dello Sport. Nel dettaglio andò così;
mercoledì 6 ottobre 2010 la Gazzetta titola a pagina 25; Torri shock “I ciclisti sono tutti dopati” l’articolo porta la doppia firma di Maurizio Galdi e Valerio Piccioni. Pier Bergonzi inizia un suo commento a lato (stessa pagina) titolando l’articolo “Sbagliato e inopportuno”.
D’accordo che era meglio non sparare a zero, ma nel sottotitolo e all’interno dello stesso articolo principale la frase incriminata; “I ciclisti sono tutti dopati” assume un significato abbastanza diverso, visto che il pensiero del Pm viene riportato integralmente e completato dalle parole; “Non sono l’unico a dirlo e i ciclisti che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano”.
Come mai Torri è stato messo in croce per quel titolo; “I ciclisti sono tutti dopati” per diversi mesi, ma nessuno si mai preso la briga di discutere sul contenuto di tutta la frase e non solamente l’inizio? C’è una forte differenza dal dire “son tutto dopati” a dire “me lo hanno detto tutti quelli che ho interrogato”. Con la prima sembrava che Torri se ne fosse uscito di suo dalla sera alla mattina, ma dalla frase completa si evince che è il risultato degli interrogatori fatti a ciclisti indagati.
Bergonzi continua nel suo commento con; “…Fa doppiamente male perché dire che sono tutti dopati è una nota stonata e sopra le righe.” Torri invece non disse questo. Ma la frase non verrà più riportata interamente, perché il riferimento ai ciclisti avrebbero tirato in ballo proprio i girini interrogati. A allora sarebbe stato bello sentire i giornalisti chieder ai ciclisti; “Perché avete detto quelle cose?” Sarebbe stato, quello si, un vero terremoto.
È bastato invece un dettaglio, mezza frase non più riportata interamente, per far diventare, l’anno scorso, un uomo peggio del diavolo. Poi che Torri sia più ottimista, ricordo che il divieto dell’uso di aghi per il recupero e la cura degli atleti, ha fatto alzare discussioni, facendo definire ridicola la novità da Suor Alessandra e compagnia “commentante”. Pensavate come stavamo messi prima del Giro, altro che la simpamina di Magni o Taccone!

martedì 1 novembre 2011

Novembre; l'editoriale.



Prima di tutto due righe per ringraziare i “visitors” che hanno lasciato le loro idee, riguardo all’argomento dell’articolo sul ciclismo rosa. Sono state raggiunte punte di visitatori giornalieri mai viste (oltre 60 in un’occasione). E ora il solito momento d’inizio mese.

TRE ANNI SENZA VINCERE DELLE CLASSICHE IMPORTANTI. NEMMENO IN QUEST’ANNATA, DOVE DIVERSE SECONDE LINEE HANNO PORTATO A CASA VITTORIE CHE FORSE VALGONO UNA CARRIERA.
NELLA CRONOMETRO SIAMO SCOMPARSI O QUASI. LA PISTA, CHE E’ LA BASE, VIENE TENUTA IN PIEDI CON LO SCOTCH. SIAMO STATI COPIATI IN PASSATO, PERCHE’ NON FARLO NOI ADESSO?

“Vincenzo Nibali tenta il colpaccio al Giro di Lombardia. È una di quelle azioni audaci, che piacciono alla gente, che giornali e giornalisti riportano sempre volentieri perché nel ciclismo d’oggi; “Non si osa più” e discorsi di questo tipo. Se a Vincenzo gli va bene Suor Alessandra se lo sposa tra le interviste e l’anti-doping e Beppe Conti gli fa da testimone salutando il nuovo Messia del ciclismo di casa nostra. Evviva, confetti per tutti, paga Sgarbozza.
Ma gli va male e allora ecco nel dopo gara Silvio Martinello, noto vincitore di classiche, iniziare il Festival dei; “se Vincenzo così, se Vincenzo cosà, se Vincenzo di qua e poi anche di là, cuccuruccuccù, paloma!”. Della serie, se io avessi tre palle sarei un marziano e farei una fortuna che manco Siffredi.
Nel concreto, da tre anni gli italiani non vincono una grande classica. Un’eternità, dal punto di vista ciclistico, per una Nazione come la nostra. Oggi le nazioni di riferimento sono quelle di Sua Maestà (l’Australia è colonia britannica). Nazioni che hanno studiato il ciclismo di casa nostra, lo hanno conosciuto – gli australiani fanno ritrovi in Italia, anche coi loro Under – e vi hanno portato specialisti arrivati dalla pista che oggi sono protagonisti della strada. Come gli statunitensi che dalla seconda metà degli anni ’80 hanno fatto incetta di esperienze europee, per portare qualcosa di nostro negli states (anche il dottor Ferrari ormai che c’erano).
Non siamo più la scuola ciclistica che era esempio di organizzazione e risultati come negli anni ’90. Abbiamo vissuto di rendita, ma poi il credito è finito. Di questo si deve tener conto, soprattutto sul tavolo dei Capi (Federazione), ed ecco l’occasione per ripartire e riprogettare tutto o quasi. Dagli Under agli elite. Come fai? La base dev’essere costruita sugli uomini, le persone, i tecnici che abbiano competenza e la pazienza.
Un bel titolo ISEF come punto di partenza ci sta bene, e lo metterei d’obbligo. Col discorso del centro per il ciclismo che Bicisport sbandiera da almeno 15 anni inutile farci delle righe. Se da tutti quelli a cui ne parlano si sentono dire che è una bella idea, ma non si è mai fatta, un motivo ci sarà. Torniamo a rivalutare la pista non soltanto quando manca un’anno a un’Olimpiade, seguiamo i giovani a cronometro – specialità che abbiamo preso a pesci in faccia negli ultimi 15 anni – e cerchiamo competenza per quanto riguarda la guida delle ammiraglie dei vari GS. Il campione del mondo su strada viene dalla pista, la campionessa del mondo su strada è una ciclista che da alcuni anni vince anche gare in pista.
Le basi ci sono, Bettini ha convocato a Copenaghen diversi giovani, ha voluto fare dei ritrovi durante l’anno. Lui le motivazioni ce le ha. Nel settore rosa Salvoldi (a proposito, lui il suo diploma in Scienze Motorie ce l’ha) è più avanti di tanti altri, con tremila euro al mese e meno chiacchiere. Ma dietro a questi due CT ci dev’essere un pensiero unico, dove la competenza dev’essere base per riempire le crepe formatesi dell’aver sottovalutato specialità importanti come pista e cronometro.
Nel decennio scorso Max Sciandri diceva ai tecnici italiani di passare in Inghilterra per dare un’occhiata al lavoro che stavano mettendo in piedi coi giovani. Ma i tecnici italiani, strapieni della loro grande autorevolezza ed esperienza, non ci pensavano nemmeno di andare a perder tempo per vedere come lavorava una Nazione che di lì a pochi anni avrebbe iniziato a bastonare gli avversari.