«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 24 gennaio 2014

Lo schizzato?

IL DOPING LIBERO, IL DOPING DA GIOVANE, IL VIAGRA, LE CORSE VENDUTE, IL GIRO D’ITALIA, L’OMERTA’ PER TORNARE IN GRUPPO. PENTITO DI QUALCOSA?;“SI, DI ESSERE STATO TROVATO POSITIVO”.
Qualche anno fa Ettore Torri (oggi pensionato) venne letteralmente dilaniato da ogni dove e da ogni esponente possibile del mondo ciclistico: ciclisti, organizzatori, dirigenti federali, Team Manager, giornalisti, proprietari di squadre, commentatori televisivi, e trattato come un vecchio e rincoglionito imbecille che non sapeva nemmeno cosa stesse dicendo. Danilo Di Luca (foto: Cicloweb.it) nella sua intervista tivù (probabilmente l’unica sincera che abbia mai fatto) mette lì una vecchia opinione di Francesco Moser – recordman dell’ora nel 1984 e seguito nell’impresa come un’ombra dal noto duo Conconi/Ferrari – dicendo che tanto vale liberalizzare il doping. Ma non solo questo. In Archivio Gazzetta trovate buona parte dell’intervista televisiva. Di Luca scarica tonnellate di puro letame addosso a tutto il mondo ciclistico, perché ormai la sua vita sportiva è andata in malora e se deve andare a fondo tanto vale aggrapparsi alle gambe di quelli che stanno cercando di galleggiare. Ovvio che le sue dichiarazioni hanno scosso molto l’ambiente. Definito “alla frutta” da Nibali, Di Luca spiffera cose ultrarisapute e poche novità. Ma siccome stavolta ad aprire bocca non è un Bertagnolli qualunque (per quanto la vecchia intervista di quest’ultimo resti ancora quella più dettaglia mai riportata dalla bocca di un ciclista italiano), le parole pesano il doppio. Fatto sta che tutto il movimento si mette in moto per rendere Di Luca un “Torri 2”, cioè uno che parla per rancore (probabile), che fa pena (non così tanta), che non potrà ricevere credito (una convinzione o una speranza?) perché ex-dopato. L’Assocorridori valuta se denunciarlo per lesione all’immagine del movimento, e nello stesso tempo i salottini ciclistici televisivi ne minimizzano le affermazioni con il; ”Non ha detto niente che non si sapeva già” Se le cose dette non sono niente che non si sapeva, l’Assocorridori cosa farà? Una denuncia verso una persona che dice cose risapute? E allora dove sta il danno?
Di Luca deve essere ‘smontato’ in più possibile. Deve apparire come un pazzo ubriaco che, ballando al ritmo di “Vamos a la plaia” dei Righeira vestito da prete, non sa più riconoscere una bicicletta da un frigorifero, per impedire che l’appassionato possa, di suo, fare due più due. L’ascoltatore deve ascoltare, ma non ragionare troppo. Deve dimenticare che quel commentatore, quel direttore sportivo, quell’ex ciclista correva per squadre che ne hanno passate di cotte e di crude. Di certo c’è che se il ciclismo vuole ritrovare credibilità, non può farlo affidandosi a gente che ha corso nell’EPOca relativa all’ultimo ventennio di gare, o affidarsi alle parole di direttori sportivi che per esigenze di mantenimenti pubblicitari (sponsor) sulle maglie delle squadre per non chiudere baracca, hanno taciuto e al massimo raccontato la famosa storia intitolata; “Io non c’ero e se c’ero dormivo”. Bijarne Riis aveva confessato davanti al mondo di aver vinto il Tour usando l’EPO. Non ha mai avuto problemi a lavorare negli anni a venire nel ciclismo. Oggi si esalta la nuova generazione ciclistica, sana, pulita, onesta ecc. Peccato che ad aprir bocca con discorsi di questo tenore, sia gente che arriva dagli anni ciclistici che oggi stanno mandando a puttane tutto quanto. A proposito: Di Luca verrà convocato a fine mese dalla Procura Anti-doping del CONI. Sarà mica che gode ancora di un minimo credibilità da qualcuno, rispetto a chi affermava (o sperava) non potesse essere così?

mercoledì 22 gennaio 2014

Mia 'cara' bicicletta....

VELOCIPEDE MIO QUANTO MI COSTI? RIFLESSIONI D’INIZIO STAGIONE (CON IL MECCANICO DI FIDUCIA) PRIMA DI TORNARE IN SELLA.
L’evento sportivo dell’anno è uno, unico e senza eguali. Olimpiadi invernali? Acqua ragazzi! Mondiali calcistici brasiliani? Macchè!... Manuel che dopo 12 anni porta la bici dal meccanico. Ebbene si. Anch’io ho dovuto arrendermi per sostituire alcune parti, logorate dall’uso, e lasciar fare ai professionisti del settore. Così mentre Tati 2^ se ne stava per una settimana sotto un’altro tetto, il mondo del ciclismo stava in apprensione. Il giorno della riconsegna, mentre attendevo la conclusione dell’ultima tradizionale passata di straccio sulla bicicletta, parlavo con il meccanico e l’argomento verteva su alcune biciclette in negozio tra nuove da vendere e modelli ancora nuovi lasciati a riparare. Che le biciclette ‘moderne’ siano tecnologicamente avanzate siamo d’accordo – con l’evoluzione tecnologica e l’elettronica sempre più imperante – ma non avete idee delle magagne a cui vanno incontro, e le spese ch’esse producono. Non sempre con la piena soddisfazione degli stessi meccanici, che riconoscono come oggi una bicicletta sia una cosa diventata molto delicata, anche troppo. Cambio elettronico? Ah che figata, quando funziona. Se ha dei colpi di tosse diventa una bicicletta da diverse migliaia di euro (di marca italiana ultra-famosa nel mondo) che viene portata tre volte dal meccanico in poco tempo. Ricordate le selle tutte in carbonio che un decennio addietro riempirono molte pagine pubblicitarie? La strada più breve per tornare bestemmiando in negozio dopo pochi mesi, a comprarvi una sella ‘normale’ perché siete stufi marci di avere il sedere che non vuol saperne di star fermo quando pedalate.
I comandi cambio? Beh, qui c’è forse il meglio. Se avete un cambio ‘vecchio’ (un Veloce 9V fine anni ’90 come il mio) siete sfortunati. Potrete cambiare solo il blocco comandi interno, e via che sarà tornato subito come nuovo. Non c’è soddisfazione, vi pare? Ma non datevi patemi, perché l’industria ciclistica ha investito denari solo per venire incontro alle vostre esigenze. Con gli odierni comandi cambio sul manubrio sarete obbligati a cambiate tutto il blocco. Cioè? Vuol dire spendere tre volte tanto per cambiare anche le leve freno (che magari funzionano perfettamente). Contenti? Ma siccome la tecnologia ci ama tanto, passiamo alla sezione ‘trazione’ che fa pure rima e quindi merita considerazione (altra rima). Avete un cambio V10? Bene. Magari avete già il V11? Hai capito!... Avete pure la ‘compatta’? Cristo ragazzi, i fabbricanti di catene saranno in lacrime dalla gratitudine nei vostri confronti. Infatti la catena da 10 velocità rappresenta il limite ‘fisico’ che sarebbe stato meglio non raggiungere, se poi accoppiata ad una compatta che ‘mangerà’ la catena indebolendola, quando pedalerete usando plateau grande e un rapporto troppo agile (leggi; catena storta). State certi che le catene che si spezzano non sono più evento esclusivo del ciclista in corsa. Tutte queste novità, tutte queste evoluzioni, trovano potente linfa commerciale grazie all’uso professionistico che ne amplifica le qualità simil-miracolose. Ma chi compra, e professionista non è, dovrebbe ricordare che i professionisti se ne fregano se tutte queste cose non funzionano nel medio/lungo periodo, perché per loro il lungo medio/periodo non esiste, e a casa hanno almeno due biciclette, se non tre, che ogni volta che fanno sistemare non gli costano niente. E quando cambiano squadra cambiano biciclette. A proposito: state certi che per una catena non ve la cavate con 15 euro....

sabato 18 gennaio 2014

Dove eravamo rimasti?

ALESSANDRO IL GRANDE NON ESISTE PIU’. DOPO RE IMBROGLIONE ECCO UN’ALTRO IRIDATO (ITALIANO) CHE HA TENTATO L’INGANNO.
Con Rebellin, Sella e Santambrogio andò in maniera diversa. Gente con la faccia del bravo ragazzo, che spuntò d’improvviso come bugiarda e imbrogliona. Con Cipollini il ciclismo riconquistò di botto quasi tutta la prima pagina della Gazzetta. Ma se per Armstrong si leggeva in giro di un’atleta che aveva disonorato la maglia gialla, del velocista toscano niente di tutto questo riguardo a quella iridata. Sfortunate quanto improvvise amnesie giornalistiche, o semplice imbarazzo per il testimonial scelto dalla Federazione, che aveva già iniziato a registrare filmati web per propagandare nel mondo i Mondiali toscani, e che da quasi 20 anni era la star applaudita ovunque, tivù compresa? Certamente la prima, vi pare? Con Ballan è stato diverso perché da due mesi ci si aspettava la notizia riguardante la squalifica per il nostro ultimo Campione del Mondo (Varese 2008, anni Lampre) e nostro ultimo vincitore del Fiandre (2007, idem). Due anni la squalifica, che per il veneto vale a dire carriera finita, e finita male. Una storia strana questa, diversa dal solito, per il fatto che il ciclista non ha mai negato queste pratiche, dicendo però che non si è trattato di trasfusioni ma trattamenti di ‘ossigeno ozono-terapia’ per curarsi. Una decina le sedute, fatte non lontane una dall’altra. Ballan è stato un fesso? Ha dato retta a gente che era meglio perdere che trovare? Probabile, ma non è una scusante. Ballan non ha 15 anni, è stato per alcune stagioni uno dei nostri ciclisti migliori per le classiche, sapeva in che mare si naviga nel ciclismo ad alto livello, che pesci s’incontrano.
Ballan è forse il primo mattone tolto dal muro Blu-Fuxia, e dopo Cipollini il secondo iridato italiano a finire in maniera triste la carriera. Dal febbraio dell’anno scorso il toscano si è nascosto dietro un totale oblìo giornalistico, anche se continua ad andare in giro a firmare autografi e a ‘posare’ per foto ricordo. Avrà pensato che non bastava imbrogliare, e già che c’è meglio prendere anche tutti per il culo. L’Italia intanto continua ad essere l’unica Nazione in cui nessun ex ciclista o atleta in attività abbia ammesso pratiche dopanti, se non perché beccato in fallo. Regno sportivo di due santoni del doping a livello Mondiale come Conconi e Ferrari, negli ultimi 4-6 anni abbiamo avuto confessioni da ciclisti di mezzo mondo. Forse il motivo è proprio quello che s’era scritto tempo addietro: i nostri eroi sono sicuri che finché non verranno pizzicati con l’ago ficcato in vena da 15 giornalisti contemporaneamente, ed in diretta televisiva mandata in prima serata a traino del TG1, la gente continuerà a batter loro le mani. Avessero mica ragione?.....

martedì 14 gennaio 2014

Aria pesante.....

DOPO L’INTERNAZIONALE DI CAMIN (ANNULLATO) LO STORICO ‘LIBERAZIONE’ VIENE ADDIRITTURA CANCELLATO. FAR GRANDE IL CICLISMO ROSA? QUA VA TUTTO A SCATAFASCIO.
Siano benedette 100 volte le voci che portano notizia di un Giro tornato a 10 giorni di gara e un ‘Trentino’ tornato a tre. Ma soprattutto speriamo siano veritiere, cioè siano cosa concreta al momento di questi eventi. Altro che migliaia di stramaledette faccine sorridenti, o tonnellate di filmati ‘youtubati’ e fotografie sul web. Perché dispiace di questa situazione? Intanto perché tutta questa roba non ha portato a niente. Perché se la metà della metà di questo impegno promozionale (o forse più auto-promozionale) fosse stato portato avanti con meno lustrini e paillettes votati al; “tutto qui è bello e come siamo belli e contenti noi” – quasi il “Perfect World” di Kevin Kostner e Clint Eastwood – e invece un po’ mirato anche ad avanzare delle idee, con il coraggio di rompere le balle a chi di dovere (sponsor e dirigenti) non solo per chiedergli la foto ricordo da esporre per dire “Io lo conosco, siamo amici”, forse questa situazione, se comunque inevitabile, sarebbe stata meno indolore perché sapevi che in mezzo a migliaia di sacramenti, almeno ci avevi provato, che quello ch’era nelle tue possibilità, anche se poche, s’era provato a fare e Amen. Dopo l’Internazionale di Camin di Padova (rinviato), adesso il GP Liberazione non solo salta, ma viene cancellato. Le parole del (ormai ex) Comitato Organizzatore sono belle ma tristi allo stesso tempo. Contengono un ringraziamento – super-sacrosanto – a tutte le persone che negli anni hanno permesso lo svolgimento dell’evento (il Liberazione era una corsa che aveva nell’albo d’oro fior di atlete), e che da venerdì scorso – giorno dell’annuncio – resteranno bel ricordo sportivo. Il Liberazione era stato annullato l’anno scorso, e si è atteso fino all’ultimo per riuscire a tenerlo in piedi, ma niente è valso a poter offrire la gara agli appassionati. Questione di soldi, come sempre, come ovunque. E forse s’inizierà a capire che le basi per qualunque idea è legata alla più semplice esistenza di quella cosa chiamata sponsor. Se ci sono persone che possono concretamente fare qualcosa (ma non slogan, di quelli ne sentiamo da anni) lo facciano, perché per le faccine sul web e di siti che parlano di un mondo perfetto c’è tempo, ma sempre di meno. Come le gare.

domenica 12 gennaio 2014

A patti col diavolo?

IL NEO GRAN CAPO UCI COOKSON L’AVEVA DETTO. CAPIRE QUANTO IL CICLISMO SIA STATO FALSATO NEGLI ULTIMI DUE DECENNI. DA DOVE COMINCIARE? MAGARI DALLA LETTERA “A”, COME ARMSTRONG.
No, niente guai da sommare a quelli che già deve (e dovrà) affrontare ancora per un bel pezzo. Stavolta è invece la realizzazione di un desiderio del texano. L’apertura ad una possibilità che lo statunitense aveva messo lì nei mesi passati. Disposto a collaborare si, ma solo se si sarebbe trovato davanti ad una Commissione indipendente. Perché se l’americano non godeva di molta fiducia prima, ora per assurdo ne gode in maniera abbondante, visto che ritrovatosi lasciato solo sull’isola deserta del doping da parte dei vecchi dirigenti UCI, il dente avvelenato potrebbe mordere chi lo aveva a quanto pare coperto prima e scaricato poi. Adesso Armstrong, se lo vorrà, avrà la sua possibilità. L’UCI di Brian Cookson ha messo in piedi una mini-Commissione (C.I.R.C.) che dovrà lavorare sui tanti scheletri che, ormai pieni di ragnatele, occupano spazio negli armadi di molti protagonisti del ciclismo dell’ultimo ventennio. L’EPOca Verbruggen/McQuaid per capirci. Il nome è decisamente interessante per una delle parole che incorpora: “Commissione Indipendente di riforma del ciclismo”. La parola ‘indipendente’ significa che, nonostante sia stata l’UCI a volerla, la nuova creatura potrà muoversi liberamente per l’iter investigativo che riterrà necessario. Perché una Commissione ‘mini’? Sono solamente tre le persone che la guidano: Dick Marty, svizzero, che ne sarà Presidente, Ulrich Haas, tedesco e Peter Nicholson, australiano. Persone che nelle loro precedenti occupazioni hanno già avuto a che fare con omertà, bugiardi, criminali d’ogni tipo, soldi sporchi, violazioni dei diritti umani, CIA, traffici d’organi, crimini di guerra. Persone in grado di capire che se stai provando a raccontargliela come pare a te, la paghi cara.
Tra non molto queste tre persone avranno via libera agli schedari UCI e ai dati registrati dal giorno dell’elezione di Cookson. Ma l’UCI non vuole lasciare spiragli possibili dal punto di vista della lotta al doping e sta accordandosi con la Wada per capire quale sia la soluzione migliore per convincere la gente a collaborare, vedendo se esiste la possibilità di concedere qualcosa in cambio di qualcos’altro. La mole di lavoro a cui queste persone dovranno far fronte è mostruosa, visto che l’indagine che Cookson ha voluto avviare parte dagli anni ’90 ad oggi. Proprio per questo motivo l’UCI vuole trovare, costruire, concordare con la Wada una possibilità di ‘mano leggera’ per chi volesse aprir bocca. Ed ecco che già l’inizio potrebbe partire di slancio. Se veramente l’UCI troverà un’Armstrong disposto a sputare il rospo, il primo scatto potrebbe già frantumare il gruppo e fare molto male. Certo, esiste la possibilità che i protagonisti di questa storia non siano solamente Lance e Verbruggen, ma che sia l’inizio di un percorso che racconterà in maniera tristemente nuova, più dettagliata, di quanto il ciclismo degli ultimi 3 lustri sia stato di plastica e di come – senza distinzione di bandiere – molti campioni avessero accettato il prendere o lasciare per non perdere il treno della gloria. Wada come Wada (e scusate il gioco di parole) chi pagherà più di tutti sarà stato l’appassionato che voleva uno sport vero, anche se tra gli appassionati stessi c’è chi per poter raccontare lo spettacolo dell’; “Io c’ero!”, se ne frega di cosa questi ragazzi si ficcassero in vena.

giovedì 9 gennaio 2014

Il ciclista, il lavoro, la stagione, il dietro le quinte (seconda e ultima parte)

SE FINO A 20 ANNI FA LA STAGIONE SI PREPARAVA O SI PERFEZIONAVA ALLUNGANDO DI 10 CHILOMETRI UN’ALLENAMENTO, OGGI LA PAROLA PASSA A PERSONAL COMPUTER, MICROCAMERE, TEST FUNZIONALI E COMPAGNIA BELLA.
Negli ultimi 20 anni in particolare la strada modellava la base degli atleti, e poi arrivavano i medici che costruivano le differenze tra questi. Oggi i dottori ‘stregoni’ sembrano sulla via dell’estinzione a causa dei preparatori atletici. Se di veri preparatori si tratta. Quando infatti saltan fuori ex ciclisti che quasi si auto-promuovono nel ruolo di preparatori, allora capisci che la benedetta svolta è ancora lontana. Ma se Dio vuole esistono figure professionali che armate di laurea in Scienze Motorie – e non di classiche vinte – iniziano a trovare spazio. Alcune formazioni si affidano ad un gruppo di preparatori, che comunque sono diretti da un’unica regia. Ciclisti e preparatori prima di essere quel che sono, sono persone. E le persone possono avere modi di vedere le stesse cose in maniera diversa, o in maniera diversa volerle raggiungere. Con più di un preparatore questo ostacolo viene superato, affidando un’atleta ad un’altro esperto motorio ed il lavoro può proseguire senza ritardi. Questi esperti solitamente sono presenti nei ritiri invernali e anche alle corse, e seguono un gruppo che non supera per ognuno le cinque o sei persone. C’è un lato poco gradito ad alcuni ciclisti. Le tabelle, i test, le prestazioni, quando interpretati da chi sa come farlo possono far capire se un’atleta ha veramente lavorato come dice, o sta raccontando emerite balle ai suoi dirigenti. Una nota formazione World Tour italiana aveva ciclisti che non volevano saperne di render da conto al proprio DS sui loro allenamenti. Non era solo questione di voler andare ‘a sensazioni’ ma di voler fare come gli pareva (e pare). I test più importanti sono quelli invernali, perché sono quelli che vengono usati per dare gli indirizzi ai DS, che poi decideranno coi ciclisti stessi come impostare la prima parte di stagione, periodo che fa d’automatico trampolino di lancio per il resto dell’anno.
Una cosa che viene seguita con più attenzione che non in passato – e che fu evidenziata in maniera eclatante da Lance Armstrong che ne fece un’arma micidiale – è la cadenza di pedalata. È un lavoro che si comincia in palestra, seguito da molti allenamenti stradali con il ‘fisso’ usando rapporti agili. La media che viene cercata in queste uscite gira intorno alle 80 pedalate al minuto. Però attenzione: in questo dato si conteranno anche i momenti più faticosi lungo le ascese. Per questo le salite d’inizio stagione non sono certo delle simil Alpe di Pampeago. I test potenza/cadenza fatti nel centro medico vengono messi in atto per capire quale potenza di pedalata sia in grado di raggiungere un corridore (i famosi Watt). Alcune valutazioni posso guardare all’età dell’atleta. Allenare un ciclista di 25 anni ed uno di 35 vuol dire non poter pretendere gli stessi esiti da allenamenti specifici fatti all’uno o all’altro. Con l’invecchiamento si perde forza e fondo, ma il secondo valore patisce una perdita di rendimento inferiore. La tecnologia odierna non è solamente applicata all’esercizio in se. Ma permette di seguire in diretta l’atleta, anche se lontano, nell’allenarsi per conto proprio. Una microcamera può essere montata sulla bicicletta per vedere fisicamente la bicicletta muoversi per strada e inviare i dati che all’istante vengono spediti dal computerino di ‘bordo’. Molto più semplice di quel che può sembrare. Questa potente invasione tecnologica nel ciclismo – sport raccontato ancora da alcuni giornalisti/e come se fossimo ai tempi di Girardengo – è malvista da molti ciclisti che (come scritto in precedenza) non vogliono saperne di dover render conto a chi li dirige di quel che fanno quando si allenano per i fatti loro. Questi comportamenti solitamente sono tenuti solamente dai ciclisti più importanti, perché sanno che nel ciclismo non esiste la panchina, e che se anche dai dell’imbecille rompicoglioni al tuo DS, gli sponsor e gli organizzatori si metteranno in mezzo ed impediranno a quel DS di lasciarti a casa.
Tra le prove che oggi vengono messe in pratica, una si chiama Wingate 30” e dal nome si evince che si tratta di una prova di durata molto breve, ma che deve essere fatta alla massima intensità. Serve per visionare la capacità anaerobica lattacida. Una prova molto buona per le valutazioni delle ruote veloci. Nei primi secondi viene raggiunta la massima intensità, nei successivi entra in scena la valutazione riguardante la capacità o meno di tenere quella cadenza/potenza, e di quantificare quale sia quella che l’atleta riesce a sostenere. È un test che, nonostante faccia parte del ciclismo moderno, vive grazie ad un vecchio sistema di valutazione. Il mozzo della ruota posteriore viene unito ad un volano per trasformarsi nel più semplice dei rulli. Spesso capita che i ciclisti scelti come gregari, faticatori, chiamiamoli come si vuole, vengano messi assieme per dei periodi di allenamento – quando il calendario delle gare lo permette – perché il loro lavoro in corsa sarà ben diverso da quello dei capitani che faranno la vera corsa solamente negli ultimi 40 chilometri. Gli allenamenti saranno impostati in modo diverso, con carichi di fatica diversi. Il resto del lavoro verrà valorizzato dalla strada, dove watt, ripetute, potenziamento, frequenza, soglia, RPM, VAM e compagnia cantante si tramutano nel gesto ciclistico che può darti la gloria che cercavi, o solo un muso lungo accompagnato da un gran mal di gambe da portarti a casa come trofeo.

lunedì 6 gennaio 2014

Mission Impossible?: ovvero, la terza vita ciclistica del nostro nuovo C.T.

“PER LA FEDERAZIONE SAREBBE IMPORTANTE AVERE IL CT IN VOCE E VIDEO…”. PAROLE DI RENATO DI ROCCO, E STATE CERTI CHE NON SONO DETTE PER PASSARE IL TEMPO.
Cordiale, simpatico, competente, paziente ma non fesso, umile. Cresciuto sotto due guide ciclistiche in particolare: la banda Ferretti ai tempi dell’Ariostea prima e dell’Mg poi, mentre in Nazionale era uno dei ‘portavoce’ preferiti di Martini durante le corse iridate. Ha la voglia d’imparare ancora viva, data dal fatto che mentre molti s’ingozzavano di panettone, lui a dicembre se ne stava in Inghilterra per alcune settimane di inglese full-immersion e partecipava ad incontri organizzati da squadre ciclistiche dove si approfondiva la tematica legata alla preparazione fisica in ambito ciclistico. Cose che a Bettini avrebbero fatto spuntare l’orticaria. Segue, perché roba sua, due scuole di ciclismo, scrive da diversi anni l’Almanacco del Ciclismo, lavoro annuale – che non costa neanche poco – dove forse potete ancora trovar notizia dello spaventoso 4° posto di Luigi Sgarbozza alla Tirreno-Adriatico del 1966. Ha corso negli anni forse più falsi del ciclismo e questa è l’unica cosa che non entusiasma, ma pensando a chi poteva essere al suo posto alziamo i calici senza remore. Ha carisma. Buono e caro, ma fino a dove lo decide lui. È stato l’unico a usare la parola “radiazione” alla notizia della falsità di Danilo Di Luca al Giro del centenario, mentre chi scrive avrebbe invece optato per una più semplice scarica di mitra. Ottimo amico d’un’enormità di giornalisti, gode di molta stima da parte di questi ultimi sul fronte competenza ciclistica, tant’è che quando apre bocca durante il proCESSO alla tappa, in sala stampa del Giro puoi d’improvviso sentir volare le mosche. Porta con sé conoscenze personali maturate da molti anni a livello di dirigenti, direttori sportivi, sponsor e tutto quello che fa ciclismo. Insomma, è il dannatamente perfetto uomo-immagine per la Federciclo italiana (foto: Renato Di Rocco da www.tuttobiciweb.it ), che da questo lato è da un pezzo in prognosi riservata. Tutto bello se non fosse per il fatto che lui non sarà soltanto questo, ma dovrà essere la persona da cui ripartire per un progetto di rinnovamento a 360° che dovrà coinvolgere ogni categoria e ogni ruolo.
Davide Cassani (Foto: http://sportemotori.blogosfere.it/2013/12/ciclismo-sara-davide-cassani-il-nuovo-ct-azzurro.html, 53 anni di cui gli ultimi due passati a scurire i capelli senza darlo a vedere, faentino/ravennate, è stato ciclista professionista dal 1982 (GS Termolan) fino al 1996 (GS Saeco). Ha corso come fedele gregario per i più grandi ciclisti italiani, dalla seconda metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90. Subito appesa la bicicletta trova un ruolo alla Mercatone Uno di Pezzi e Gimondi. Passa però poco più di un’anno e già lascia la stessa per la RAI. Forse perché aveva capito che nemmeno lì si voleva saperne di andare a pane e salame, e ha preferito tagliare la corda per non rischiare d’andare incontro a guai. Adesso lo stesso neo CT parla di voler conoscere e all’occorrenza anche copiare chi in questi due decenni è rimasto zitto a osservare, capire, lavorare, crescere e vincere (Britannici e Australiani in primis) mentre noi italiani facevamo ancora festa dopo i due decenni targati dalla premiata coppia Conconi/Ferrari. Sarà da vedere come la prenderanno i vecchi giornalisti che da anni scrivono e parlano di un ciclismo italiano ‘leggendario’ che per questo deve restare ancorato alla sua tradizione, perché i vari Girardengo, Binda, Bartali, Magni, Coppi, Gimondi, Sgarbozza, Moser, Saronni,…. O come la vedranno i vecchi dirigenti. Forse ora, lavorando di mezze frasi, cercheranno di sgusciare fuori da questa logica per salire sul carro del CT se a Cassani gli andrà bene, subito pronti con il: “Bravo Davide!”.
Scrivevo nell’editoriale del 1° novembre 2011; “Non siamo più la scuola ciclistica che era esempio di organizzazione e risultati come negli anni ’90. Abbiamo vissuto di rendita, ma poi il credito è finito. Di questo si deve tener conto, soprattutto sul tavolo dei Capi (Federazione), ed ecco l’occasione per ripartire e riprogettare tutto o quasi. Dagli Under agli elite. Come fai? La base dev’essere costruita sugli uomini, le persone, i tecnici che abbiano competenza e la pazienza. Un bel titolo ISEF come punto di partenza ci sta bene, e lo metterei d’obbligo. Torniamo a rivalutare la pista non soltanto quando manca un’anno a un’Olimpiade, seguiamo i giovani a cronometro – specialità che abbiamo preso a pesci in faccia negli ultimi 15 anni – e cerchiamo competenza per quanto riguarda la guida delle ammiraglie dei vari GS. Il campione del mondo su strada viene dalla pista, la campionessa del mondo su strada è una ciclista che da alcuni anni vince anche gare in pista. Le basi ci sono, Bettini ha convocato a Copenaghen diversi giovani, ha voluto fare dei ritrovi durante l’anno. Lui le motivazioni ce le ha. Nel settore rosa Salvoldi (a proposito, lui il suo diploma in Scienze Motorie ce l’ha) è più avanti di tanti altri, con tremila euro al mese e meno chiacchiere. Ma dietro a questi due CT ci dev’essere un pensiero unico, dove la competenza dev’essere base per riempire le crepe formatesi dell’aver sottovalutato specialità importanti come pista e cronometro. Nel decennio scorso Max Sciandri diceva ai tecnici italiani di passare in Inghilterra per dare un’occhiata al lavoro che stavano mettendo in piedi coi giovani. Ma i tecnici italiani, strapieni della loro grande autorevolezza ed esperienza, non ci pensavano nemmeno di andare a perder tempo per vedere come lavorava una Nazione che di lì a pochi anni avrebbe iniziato a bastonare gli avversari.” Cosa manca a Cassani? Forse le persone giuste per tutte queste cose, a parte gli esperti. Lo svantaggio di Davide potrebbe essere proprio questo. Essere amico di talmente tanti ‘esperti’ di ciclismo che potrebbe ritrovarsi ogni giorno con persone che vogliono dirgli cosa, come, quando e perché fare le cose. Esempio ormai noto la terrificante Lista Sgarbozza – noto incubo ciclistico per ogni CT italiano degli ultimi 15 anni – che a metà giugno è solitamente già composta da circa 65/70 atleti che meritano la chiamata in Nazionale per il Mondiale di turno. Ecco, i nostri tanti Sgarbozza, quelli sarebbero da evitare.

sabato 4 gennaio 2014

Il ciclista, il lavoro, la stagione, il dietro le quinte (1^ parte)

COME VIENE PROGRAMMATA UNA STAGIONE CICLISTICA DENTRO UN TOP TEAM? QUANDO VENGONO DECISI EFFETTIVAMENTE GLI IMPEGNI? QUALI SONO I CRITERI SCELTI?
Riusciamo a raccontare in maniera semplice, e per il momento senza troppi tecnicismi antipatici (quelli arriveranno), come una World Tour stila il proprio calendario? Sfruttando vergognosamente dei testi al riguardo (si dice: fare i lavativi), vediamo se si può fare una summa di quelli che sono gli indirizzi usati, le scelte, le valutazioni, i motivi da cui queste derivano. Nelle squadre ciclistiche esiste la figura del preparatore atletico che in alcune squadre può metter becco anche nelle scelte degli atleti da seguire, se non anche da prendere. Il preparatore atletico coadiuva personalmente il lavoro del o dei Direttori Sportivi, e può esprimersi per consigli sull’alimentazione. Una squadra solitamente ritorna sui pedali nella seconda metà di novembre, primi di dicembre al massimo. Gli allenamenti sono leggeri, rapporti agili, gambe ‘belle mulinanti’ e un periodo di lavoro sull’armonia della squadra, guardando all’inserimento dei cosiddetti nuovi arrivati. Dopo un primo periodo di assaggio la preparazione inizia ad entrare nel vivo, facendo strada anche a lavori di palestra per dare tonicità ai muscoli, ma senza esagerare per non indurire troppo questi ultimi, a meno che non ci sia di mezzo la scelta mirata di potenziare un’atleta dal lato della forza. Anche gli psicologi oggi trovano spazio nel ciclismo, facendosi chiamare ‘mental-trainer’ o ‘mental-coach’.
Con l’arrivo del mese di gennaio una prima suddivisione si mostra. Gli atleti che punteranno ai primi tre mesi della stagione – febbraio/aprile – cercano il caldo: Australia e Argentina sono le mete ormai preferite. Gli atleti che invece vogliono carburare da aprile in poi continuano per i fatti loro – in questo caso si tengono in contatto quasi giornalmente col preparatore atletico – a meno che non ci siano formazioni molto numerose, cosa per niente rara, che organizzano un’altro specifico periodo di ritiro da un’altra parte. A febbraio si definiscono in maniera quasi definitiva gli organici per il Giro e per il Tour. Chi deve partire forte (Classiche) fa tutta una tirata da febbraio ad aprile per poi mollare (di solito 15 giorni) a maggio. Riprenderà gradualmente nella seconda metà di maggio e successivamente in maniera più robusta a giugno, con vista sul Tour. Alcuni ciclisti ritengono che la corsa sia il miglior allenamento, mentre alcuni preparatori pensano che arrivare male allenati alle gare possa diventare un passo indietro che poi si paga caro. Alcune corse non sono considerate molto allenanti – esempio: una gara con arrivo in volata, con ciclisti che per quattro cinque ore non fanno altro stare a ruota – e sedute di allenamento fatte con attenzione valgano di più. E poi? Tutte queste programmazioni e scelte partono sempre più spesso da valutazioni che arrivano dal lavoro di un’altra squadra. Una squadra che non pedala ma che fa pedalare. All’inizio parlavo dei tecnicismi? Arriveranno…

mercoledì 1 gennaio 2014

Gennaio; l'editoriale

TECNICI? ATLETI? GOVERNO DEL CICLISMO? AMATORI? SQUADRE? SE L’ANNO RIPARTE SEMPRE DAL 1° GENNAIO, IL CICLISMO ITALIANO HA UN 1° GENNAIO DA DOVE RIPARTIRE?
“Da dove può iniziare a risistemarsi il ciclismo nostrano? Dai giovani? Sarebbe la cosa più logica: quello che semini oggi, se Dio vuole domani ce l’hai nelle mani. Ma che tipo di piante ci ritroveremo tra qualche anno grazie alla bella pensata della Federciclismo sui medici sportivi che nel ciclismo – tranne che nel professionismo – teoricamente non avrebbero più nemmeno necessità d’esistere? Parliamo di qualcosa cha interessa all’incirca 3.000 società affiliate. Dal governo del ciclismo cosa possiamo aspettarci, se anche per quanto riguarda il settore tecnico è un vivere alla giornata? Chiedetelo a Bettini o Sciandri, protagonisti di un cambio delle guardia preannunciato nientemeno che dal presidente, tant’è che poi la persona nominata (e mai diventata) prossimo CT, non aveva nemmeno notizie da chi di dovere. Poi l’uscita di scena di Bettini dalla sera alla mattina e Sciandri che torna il lizza per mezza giornata per poi fare strada a Davide Cassani. Sul fronte atleti quanti nomi abbiamo oltre a Nibali, Ulissi e Moser? Esempio semplice: esiste una classifica UCI per Nazioni basata sui punti dei rispettivi vari rappresentanti in classifica. A ottobre l’Italia era seconda, ma Nibali vale il 60% dei punti totali. Ciclisticamente parlando è un’abisso. Volenti o nolenti le generazioni dei Pozzovivo, Cunego, Pozzato, Scarponi, Pellizotti non sono più votate al futuro. A meno che in gruppo gli Horner (attualmente disoccupato!) non si moltiplichino a iosa, ma speriamo di no con tutto il cuore. Dal settore amatoriale non ne usciamo bene. Questione evidenziata dalla stessa Federciclo ricevuto il rapporto riguardante il doping nello sport italiano, stilato dal Ministero della Salute con le positività che nel settore dei ciclisti della domenica surclassa i professionisti. A livello squadre facciamola breve. Avevamo Cannondale e Lampre in 1^ fascia UCI. La prima è sempre più ‘stars & stripes’ e sempre meno tricolore, mentre la seconda avrà tecnici e dirigenti di primo piano che durante l’inverno parleranno più con i rispettivi legali che con i ciclisti. Da qua si riparte. Dove si arriverà di questo passo non si sa.”