«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 28 gennaio 2013

Due mesi per la verità?

Lo sport ha avuto tre “santoni” esperti di doping negli ultimi tre decenni. Negli ’80 Conconi, nei ’90 Ferrari, nel decennio scorso Eufemiano Fuentes. Siamo arrivati adesso al processo che – in teoria – dovrebbe far tremare la Spagna sportiva. Dopo i grossi guai che hanno travolto il ciclismo nell’estate del 2006, potrebbero/dovrebbero venire a galla tante altre notizie che non riguarderebbero solamente lo sport ciclistico. Siccome nel periodo del “fattaccio” la legge spagnola non aveva ancora approvato la propria legge contro il doping i ciclisti Beloki, Basso, Scarponi, Contador, Valverde siederanno in tribunale come testimoni e non come colpevoli del fatto. Sta di fatto che le speranze non sembrano molte. Sarà da vedere se il processo toccherà solamente il ciclismo o sconfinerà anche nella altre discipline sportive, visto che il numero di sacche di sangue era decisamente superiore, e l’ormai vecchia dichiarazione di Fuentes: “Se parlo io, addio a Mondiali ed Europei vinti dalla Spagna”. Siccome il dopo-Armstrong viene diffuso con quell’alone del tipo: “Evviva, il Diavolo è stato scoperto, ora il ciclismo è pulito!” vediamo cosa capitava anche quando Lance non correva nemmeno, e come se la passavano gli altri sport.

mercoledì 23 gennaio 2013

La polvere? Sotto il tappeto!

“Non ci sono stati trucchi che abbiano fatto differenze, anzi, tutti si faceva ciò che si poteva, ciò che la legge dell’uguaglianza suggeriva”. Fu l’ammissione, mooolto indiretta, che l’italiano Pantani fece nel novembre del 1999. La pagina è la 149 del testo “Pantani: un eroe tragico”, del trio Bergonzi/Zazzaroni/Cassani. Una frase che in tivù non è mai stata riportata con l’importanza che merita, perché rompere il giocattolo ciclismo vuol dire dover andare a lavorare sul serio e non poter più fare la star davanti la telecamera. La “legge dell’uguaglianza” citata dallo scomparso ciclista non può essere toccata. E intanto sulla cima del Monte Imbroglio c’è una sola croce, un tempo ornata di una bandana, oggi avvolta in una bandiera stelle e strisce. L’effetto domino non ci sarà, almeno per ora. Lance non ha voluto fare la spia. D’altronde fare la spia è la peggior cosa. Basta ricordare quando Di Luca “usò” furbescamente, nelle prime interviste pre-ritorno alle gare, le telecamere e la stampa per far partire in primis il messaggio che lui non aveva fatto nomi ma solo parlato di metodologie, come invece aveva riportato la stampa nelle settimane precedenti. Doveva far partire il messaggio criptato “non ho aperto bocca, non vi ho traditi”. Avete mai provato a nascondervi dietro a un lampione? Provate a pensare con una rapida immagine nel vostro cervello a una persona che si nasconde dietro un lampione. Ecco, è stata la puntata che la RAI ha messo in piedi la settimana scorsa, al mattino, dopo la prima metà dell’ammissione di Armstong sul doping, dove si è cercato di far combaciare il più possibile che Lance era il doping. Un po’ come Pantani a cavallo del millennio. Con il romagnolo che dopo la sua morte è stato (e viene ancora) puntualmente rimpianto sui giornali – e soprattutto in tivù – da chi, giornalisti, dirigenti, ex ciclisti, cambiava marciapiede per l’imbarazzo, quando si sapeva che l’uomo si stava rovinando con le droghe.
Quindi adesso si deve ripartire, credo per la sesta o settima volta in tre lustri, e soprattutto cercando di non parlare di un ciclismo falsato a valanga negli ultimi 15-20 anni. Bisogna essere ottimisti perché cosa diciamo ai giovani, ai ragazzi? Giusto. Non diciamo loro che una buona rappresentanza di chi oggi guida le ammiraglie era in sella nel ciclismo dell’EPOca d’oro, non facciamo loro notare (ai giovani) che molti commentatori televisivi delle varie televisioni arrivano dallo stesso periodo, non diciamo che Thomas Dekker (che con Armstrong non c’entra una piffero) ha denunciato un doping di squadra nella Raboank dalla metà del decennio scorso fino all’anno passato. Oppure possiamo parlare senza paura. Perché, la famosa frase, “Oggi il ciclismo è molto più pulito di un tempo”. non la cambiamo con un; “Oggi c’è un’antidoping che rispetto vent’anni fa ha più possibilità d’incularti”. Perché tralasciare il fatto che i due professori più famosi del doping degli ultimi 30 anni, Conconi e Ferrari, non sono di certo uno aborigeno e l’altro islandese, visto che sembra che il doping sia solo roba texana. Lance pensi alla fondazione e lasci perdere il tornare a fare competizioni anche se solo da Club del Prosciutto. Aiuti la gente che sta morendo di cancro, visto che fin’ora ha fatto un gran lavoro, e se vuole tornare al ciclismo lo faccia aiutando l’UCI a cambiare dirigenti, per prima cosa, e a spifferare di tutto e di più sulle cose che ha visto, usato, sentito, concordato negli anni in cui faceva il ciclista. Noi italiani cominciamo a stare zitti visto che Conconi, Ferrari, Gotti, Casagrande, Simoni, Frigo, Garzelli, Piepoli, Riccò, Sella, Basso, Scarponi, Di Luca, Rebellin, Simeoni, Bertagnolli, i DS dei dilettanti Leali e Piccoli, la “famiglia” Bernucci (con moglie, madre, fratello e suocero coinvolti) sono un buon viatico per dire che la nostra Nazione è stata buona protagonista anche da questo punto di vista. Ma certo, toccare il periodo degli ultimi 15-20 anni è vietato, visto che il nostro ciclismo ne era quasi padrone.

domenica 20 gennaio 2013

Con tanti saluti, ma pochi rimpianti.

LA BRITANNICA NICOLE COOKE SALUTA IL CICLISMO AGONISTICO, TOGLIENDOSI UN PAIO DI CARRIOLE DI SASSOLINI DALLE SCARPE. PARLA DI DOPING (E SPUNTA L’ITALIA), DI CHI GESTISCE IL CICLISMO ROSA E DEI MOMENTI BELLI. NEL SITO DI SPORTPRO L’INTERVISTA COMPLETA CHE CONSIGLIO DI CERCARE.
Di solito si usa il termine “fiume in piena”. Ma siccome non sopporto troppo le frasi fatte diciamo più che altro che siamo davanti ad un’atleta stufa marcia di un mondo pieno di belle parole e poche di queste mantenute veramente. All’inizio della stagione ciclistica Nicole Cooke saluta tutte, stacca il numero dalla schiena, e si toglie badilate di sassolini. Ne ha per tanti, senza distinzione. “Sono molto felice della mia carriera. Ho molti, molti ricordi felici. Ho cominciato quando avevo 12 anni. Ora ne ho 29, quindi sono 17 anni che ho concluso con soddisfazione. A 12 anni ho sognato come ogni bambino. Volevo vincere il Tour e le Olimpiadi. Ci sono riuscita e non potete immaginare quanto sia felice di essere qui con voi, con i miei sogni realizzati. “Mi sono sentita davvero privilegiata. Ho così corso da prof su strada dal 2002 al 2012. In questi 11 anni ho dato a questo sport la parte migliore di me. E `stato un periodo incredibilmente turbolento per questo sport. Molti concorrenti hanno abusato del ciclismo, trasformandolo in farsa, prendendo farmaci per migliorare le prestazioni. Dopo il tour del 1998 e lo scandalo Festina, era evidente quanto il doping fosse endemico.” La britannica racconta di quando ha conosciuto il lato marcio dello sport, e qui emerge anche l’aria di casa nostra. ”A 18 anni - racconta ancora la Cooke - nella casa che mi aveva dato la mia prima squadra, non ho dovuto aspettare a lungo per scoprire situazioni sospette. Nel frigo c`erano varie bottiglie e flaconi, fiale per siringhe. Chiamai mio padre, e chiesi che cosa avrei dovuto fare. Avrebbero puntato il dito verso la britannica, che riusciva a malapena a parlare l`italiano. E qualcuno avrebbe potuto dire: `Tutte queste fialette sono le sue; abbiamo cercato di fermarla, ma lei continua ad utilizzare il doping tutti i giorni`. Così, ho svuotato il frigo e ho messo tutta quella roba in giardino, dicendo al team manager che doveva pensare lui a sbarazzarsene. Oppure me ne sarei andata. Ci pensò lui.” Ci sono poi riferimenti precisi ad alcune colleghe disoneste del suo periodo. “Genevieve è stata la superstar canadese, un`icona nazionale. Non è mai risultata positiva. Ma ha saltato un controllo antidoping quando mi ha battuto e ha ricevuto solo una multa. Ha superato il 50% di ematocrito e le autorità in linea con la loro legislazione, le hanno solo imposto una sospensione a tutela della salute. Chi ci restituirà le vittorie che Lyne Bessette o la Jeanson ci hanno rubato? La Jeanson ha ripetutamente mentito, proprio come Lance (si riferisce ad Armstrong) prima di adesso. Poi ha confessato di essere stata al centro di un vasto programma di doping da quando aveva 16 anni” Nicole poi tocca il discorso dei calendari, che perdono pezzi senza distinzione di confini e bandiere. “L`UCI ha passato gli ultimi 10 anni cercando di difendere la posizione indifendibile di Armstrong, con perdite di tempo, tipo citare in giudizio per diffamazione Paul Kimmage, oppure cercare le ricevute per le attrezzature acquistate con le donazioni di Lance, o querelare Floyd Landis. Queste le loro `priorità`, mentre il ciclismo su strada femminile, che sembrava così promettente nel 2002, quando ho cominciato come professionista, si è sbriciolato. Sono finite la Milano - San Remo femminile, l`Amstel Gold Race, il Tour de l`Aude, il Tour Midi Pirenei, ed il Tour Castel de Leon. Nessun Tour di massima categoria in America. Nessun Tour in Australia, Nuova Zelanda o in Canada. Invece di un Tour de France di due settimane, non abbiamo più nulla. Oggi, nel mese di gennaio, la gara più importante nel calendario delle donne di quest`anno, quello da cui ho la maglia rosa, non ha organizzatore e nessun percorso (il Giro Donne).” E visto che il mondo del ciclismo rosa viene sempre raccontato – da chi lo compone, da chi lo guida e da chi ci lecca i piedi gironzolandogli intorno – per le cose che funzionano, ecco l’esperienza da parte di un’atleta che proprio in quel mondo fatto di sorrisi a tonnellate ci pedalava, e lo faceva da protagonista. “Per molte atlete la ricompensa è solo un gettone o premi versati in modo capriccioso e ingiusto. Alcune non ricevono nulla. Il contratto? Una barzelletta per quelle di noi che hanno la fortuna di essere nella fascia alta ed averne uno. In 11 anni di carriera ho dovuto portare quattro squadre in tribunale per far rispettare i miei diritti. L`anno scorso, mentre mi preparavo per la difesa del titolo olimpico, sono rimasta senza stipendio da fine marzo. Il manager della squadra si vantava con le ragazze che lui non aveva intenzione di pagare noi e che avrebbe assunto i migliori avvocati italiani per impedirci di essere pagate! Rivelare quello che succede veramente è un vero e proprio tabù: nessuno parla” Nicole chiude con i ringraziamenti di rito. “Le montagne russe della mia carriera ciclistica sono giunte al termine. Ho avuto molti venti contrari, da molti posti che non ti aspetteresti. Molti mi hanno aiutato, ma alcuni nomi speciali sono Andy Walser, Rod Jaques, Chris Price e il chirurgo che mi ha operato alle ginocchia, Jonathon Webb. Inoltre, fin dai primi giorni, Ron Dowling, Brian Rourke e Cliff Poulton, e due non sono più con noi - Geoff Greenfield e Walter Rixon.”.

venerdì 18 gennaio 2013

Vicine al collasso?

IL 16 GENNAIO LE CICLISTE ITALIANE HANNO SCRITTO UNA LETTERA ALLA FEDERAZIONE. VEDIAMO PUNTO PER PUNTO LE OSSERVAZIONI DELLE RAGAZZE, CHE SE ASPETTI I LORO DIRIGENTI STAI FRESCO.
“Al Presidente, ai Vice Presidenti e a tutti i Consiglieri della Federazione Ciclistica Italiana. In primo luogo, teniamo ad esprimerVi le nostre più vive congratulazioni per la Vostra elezione e i nostri migliori auguri di buon lavoro. Siamo convinte che il prossimo quadriennio sarà estremamente importante per tutto il ciclismo italiano, ma forse ancora di più per quello femminile. Non c'è infatti dubbio che, nonostante il movimento femminile abbia portato in questi ultimi anni molte medaglie e sia cresciuto in termini di popolarità e prestigio, vi sono ancora molti aspetti che devono e possono essere migliorati sul tema dell'organizzazione delle corse e del loro numero, dell'accoglienza, della sicurezza, della retribuzione, ecc. Ciò che auspichiamo è che le esigenze ed i problemi del movimento femminile siano posti al centro della Vostra azione politica e del Vostro programma. Siamo convinte che il miglioramento non possa che partire dall'istituzionalizzazione di un dialogo e di un coinvolgimento diretto e costante delle atlete. Noi siamo ben disponibili a partecipare a commissioni, incontri, riunioni e ad offrire le nostre idee e proposte, affinché il movimento ciclistico femminile possa fare finalmente quel salto di qualità che merita. La presenza (crediamo per la prima volta nella storia della Federazione) di due donne in seno al Consiglio, Noemi Cantele come consigliere e Daniela Isetti in qualità di Vice Presidente, è certamente un bel segnale e rappresenta per noi un'occasione importante. Sappiate che noi atlete non vogliamo sottrarci, ma anzi riteniamo indispensabile partecipare attivamente e, si spera, proficuamente al dibattito politico sportivo, affinché il nostro sport progredisca e migliori continuamente. A tal riguardo abbiamo segnalato all'Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani (Accpi) le nostre esigenze più urgenti, che vorremmo sottoporre alla Vostra attenzione:…”
PUNTO 1. Le gare riservate alle donne sul suolo italiano (e non solo) rappresentano un numero davvero scarso. La Fci dovrebbe promuovere ed incentivare accordi con gli organizzatori al fine di favorire l'istituzione di corse femminili anche a corollario delle manifestazioni maschili.” Inappuntabile il discorso sulla vera miseria di corse elite in Italia. Quest’anno il Giro femminile rischia di saltare, altro che rassicurazioni, tanto che il Giro del Trentino è diventato una due-giorni. Già l’anno scorso riuscirono a far partire il baraccone per il buco della serratura facendo i salti mortali e di questo va dato merito. Ora la situazione economica sta messa peggio. Se il Giro salta potremmo ritrovarci con neanche 15 giorni di gare in tutto un’anno. Uno sfacelo. Vecchia storia quella dell’accoppiamento (ciclistico) uomini-donne. Vedi la Varazze-Sanremo che non si sa perché sia stata cancellata diversi anni fa. Ma se da tempo viene chiesto e non si fa un’unione d’intenti di questo tipo un motivo ci sarà. Il no arriva dalla Federazione? Oppure da chi? Dagli organizzatori delle gare maschili? Perché non chiedere lumi anche su questo? Perchè la Classica (Classica?) Città di Padova, dopo la partenza dalla città del Santo mi deve arrivare a Camin (4 gatti rispetto alla prima) quando hai proprio Padova a 15 minuti di bici dal percorso del paese? Sveglia! – PUNTO 2; “Alle cicliste, come ai colleghi uomini, ogni tre mesi è chiesto di sottoporsi a esami del sangue obbligatori che per il budget dei team femminili e lo stipendio medio di una ciclista risultano economicamente onerosi. Visto che la maggior parte delle atlete sono tenute a compilare il Wherabouts del Coni e dell'Uci, obbligo pari a quello dei professionisti, anche se non sono riconosciute come tali e ricevono una retribuzione decisamente inferiore, si richiede alla Fci di farsi carico di questa spesa, altrimenti di riconoscere un minimo contrattuale alle cicliste della massima categoria che renda loro questa spesa meno gravosa.” I controlli antidoping costano. O se li pagano le atlete (finché sei una Guderzo, una Bronzini, un’atleta top è un conto), oppure vengono pagati dalle società. Sarebbe da vedere cosa viene scritto dalla società, e cosa viene accettato dall’atleta, nei fogli chiamati contratti. Qui si chiede alla Federazione di pagarli, oppure di dare un minimo salariale alle ragazze. In entrambi i casi si tratta di far scucire soldi all’FCI. Soldi che ora latitano ovunque. Bella rogna. – PUNTO 3;“Sarebbe necessario approvare un accordo paritario sulla falsariga di quello in vigore tra i corridori professionisti che riconosca e chiarisca i diritti sia delle cicliste che dei loro team managers per evitare qualsiasi controversia al riguardo, istituendo dei massimali assicurativi per invalidità e morte uguali per tutte le squadre, nonché un minimo salariale annuo.” Siamo tornati più o meno al discorso appena sopra: questione di soldi che qualcuno deve cacciar fuori, perché da qualche parte deve esserci un qualsivoglia Ente assicurativo che, per coprire, chiede ovviamente che qualcuno paghi la singola quota assicurativa. Bella rogna, parte seconda. – PUNTO 4:“In numerose corse non è garantita al meglio la sicurezza delle partecipanti. Inoltre spesso mancano spogliatoi confortevoli e/o bagni chimici e servizi degni di questo nome. Saremmo liete nelle prossime settimane, se ce ne darete l'occasione, di approfondire queste tematiche direttamente con Voi. Con i migliori saluti. Le cicliste Elite” E con i migliori saluti delle ragazze m’incazzo. Perché la fotografia che scattai al Giro Donne due anni fa in quel di Biadene di Montebelluna (e che trovate nei miei album Facebook) è rappresentativa di un’organizzazione che da anni si auto-proclama come promotrice di quella ch’è la corsa più importante del calendario. Ragazze che per cambiarsi si siedono sui marciapiedi, con automobili che transitano a tre passi di distanza (vedi foto). Questa situazione dipende dalle atlete? Balle! Gli organizzatori dove stanno? E i siti che sbavano dietro alle ragazze, i fans che sono su Facebook, su Twitter o come diavolo si chiamano gli altri “Canali Sociali” la smettessero di riportare solo le cose simpatiche e che funzionano, e le foto piene di sorrisi dove tutte sono felici e contente. Se gli appassionati tengono veramente al ciclismo delle ragazze si evidenzino anche le cose che non piacciono. Se invece si sta buoni e zitti perché sennò non ti danno più i pass per questa o quest’altra corsa, aspettiamoci di rivedere ragazze quasi in mutande che si cambiano sui marciapiedi o campionesse del mondo che nel dopo la cronometro devono chiedere ad un barista di potersi cambiare nel bagno del locale. Alle cicliste un consiglio (che non leggeranno mai purtroppo); portatevi in borsa una piccola macchina fotografica. Quando trovate cose inaccettabili, fate un bel “click” e ficcatela sotto il naso a chi di dovere in Federazione, perché sennò meglio a fatto la Zugno a salutare la compagnia qualche anno addietro.

lunedì 14 gennaio 2013

17 gennaio 2013: siamo veramente al punto di non ritorno?

Il ciclismo potrebbe ripartire il 17 gennaio da un’emittente televisiva statunitense? Il texano parlerà di quello ch’è successo a se stesso, parlerà della fondazione Livestrong o, parlando di sé, farà una prima serie di confessioni su tutta la vicenda EPO-UCI-Tour-Wada-Usada-Ferrari e ciclismo degli ultimi vent’anni? L’ipotesi che Lance Armstrong voglia incontrare i dirigenti della Wada per snocciolare la lista di panni tenuti nel cesto della biancheria sporca in questi anni è certamente affascinante. Peccato che per ora sia solo una congettura, un’idea che la stampa statunitense mette lì. Se Armstrong veramente raccontasse la metà delle cose viste, sentite, usate, organizzate e quant’altro vi pare in questi anni, scatterebbe una gogna mediatica devastante per almeno qualche decina di persone, che colpite dall’effetto domino sarebbero da conteggiare con una calcolatrice. Dai dirigenti più importanti che l’UCI (Unione Ciclistica Incompetenti) ha avuto negli ultimi 20 anni, a ex ciclisti oggi lodati e rispettati. L’esempio migliore in tal senso è quello di quel capellone di Bjarne Riis, che un giorno dice al mondo di avere usato EPO quando vinse il Tour e nonostante questo da diversi anni guida una delle ammiraglie di vertice (CSC prima, Saxo Bank poi). È più bello degli altri? Macchè, soltanto perché se aprisse bocca manderebbe a puttane metà baraccone, e ne avrebbe per giorni nel raccontare di come il ciclismo degli ultimi 20 anni sia stato falsato. Chiaro che se andate a chiedere a un ciclista “Ti sei mai dopato?” la risposta che riceverete sarà del tipo; “Sono sempre stato alle regole”. Chi segue il ciclismo con una certa continuità, capisce che si tratta della risposta che il ciclista “deve” dare a chi gli fa quella domanda. Lo “…stare alle regole” è solamente il senso della misura (medica) concesso dall’ l’UCI. Quest’ultima sa che quel tal valore fisiologico non deve essere superato, per non rischiare che qualche ragazzo gli schiatti per strada durante una corsa. Vedi il valore d’ematocrito concesso, che negli anni è stato abbassato. Per diversi anni i ciclisti hanno sguazzato nel famoso 50%. Ritrovandosi con valori che giravano intorno al 46-47,5 e quindi veniva alzato di un paio di punti, perché tanto fino a 50 potevano stare tranquilli. Ora che capiterà? Lance dirà cose che tutti già immaginavano? Si metterà a spifferare nomi, circostanze, date, gare, cosa? Sarà un “Bertagnolli 2“ e quindi l’inizio della fine per alcuni boss dell’UCI? Il ciclismo uscirà in pezzi (come se non lo fosse già da anni) o vedremo un martire che rilascia un’intervista tivù? Deciderà Lance se crocifiggersi o meno. Lo facesse, vedremo quante croci vorrà fianco alla sua. I falegnami al solo pensarci già si strofinano le mani…

domenica 13 gennaio 2013

Max Sciandri verso l'ammiraglia azzurra. Ora è "ufficioso"!

Con la seconda ri-elezione alla guida dell’FCI, Renato di Rocco inizia il suo terzo mandato consecutivo. I quattro “avversari” che si erano presentati per succedergli portavano delle idee diverse per l’organizzazione, o riorganizzazione, di molti settori della Federazione, ma nel concreto non hanno mai goduto di una considerazione molto forte. Tanto che anche sulla stampa le elezioni dell’FCI non hanno avuto chissà quale riscontro. Di Rocco era dato probabile vincitore e così è stato. Il quorum è stato superato appena di pochi voti, ma alla fine il risultato è arrivato. Nel 2008, appena dopo i Mondiali di Varese proprio di Rocco scrive sul “Il mondo del ciclismo”; “Oggi che stiamo superando la crisi amministrativa ereditata dalla gestione precedente (riferendosi al periodo della presidenza Ceruti) ci sono le premesse per dare ulteriore slancio ai nostri progetti, e per sviluppare tutte le potenzialità del nostro movimento.” Lasciando da parte l’attuale crisi economica che piglia in mezzo anche l’FCI come tante altre Federazioni, dall’inizio del 2009 fino all’anno scorso non si è visto nessun miglioramento nelle strutture che seguono le discipline. La pista è andata in malora. Inutile far brillare le stelle di Viviani o della Bronzini. Due atleti di numero sono una miseria, e non dimentichiamo che Viviani ha lavorato tanto in pista per via dell’appuntamento Olimpico. Ma lui resta principalmente uno stradista, come Giorgia. A Livello di ciclismo rosa non è cambiato niente. Solamente perchè la ragazze stesse – spazientite – ci hanno messo la faccia, si comincia a trovare qualche (faticoso!) passo avanti. Ma il merito è loro. Intanto i costi del ciclismo in Italia hanno raggiunto misure devastanti, anche dalle categorie dei ragazzi (società che hanno chiuso bottega, altre che si sono salvate per “fusioni” con altri). Qui si deve ripartire da zero, ma se nel triennio sopraccitato un minimo d’investimento si fosse fatto, non saremmo ad un passo dalle pezze al culo. Adesso si deve affrontare una salita con una ruota sgonfia. Per girare la ruota gira, e in cima ci si è arrivati. Ma in quali condizioni ecco qua.
Ma il dopo ri-elezione di Renato Di Rocco si apre anche con l’investitura “ufficiosa” di Max Sciandri, con una notizia che girava per i corridoi dell’FCI. Riguarda il futuro CT della Nazionale, anche se non si sa se già da quest’anno o dal prossimo. La notizia viene data dallo stesso Presidente ai microfoni RAI, durante i Campionati Italiani di ciclocross, in quel di Vittorio Veneto. “Vedremo quali sono le criticità più evidenti, e cercheremo di mettere in campo tutti i supporti possibili, sia per quanto riguarda le problematiche della fiscalità, ma soprattutto le problematiche del mondo organizzativo, perché gli Enti Locali (leggi; Comuni, Province,… N.d.A.) sono in sofferenza e quindi in qualche maniera la Federazione deve affrontare questo stato di disagio e cercare di trovare le modalità per aiutarle perché siamo in sofferenza con i calendari. Dal lato tecnico sapevamo già la fisionomia della squadra Nazionale. Paolo Bettini resterà Coordinatore Generale (e cioè? N.d.A.), e stiamo valutando l’inserimento di Maximilian Sciandri. Gli accordi sono buoni, sicuramente cercheremo di far lavorare insieme tutte le Nazionali con un linguaggio sia tecnico che formativo. L’esperienza maturata da Sciandri potrà abbreviare i tempi dal punto di vista tecnico per adeguarsi al modello di lavoro britannico. Sulla pista dobbiamo recuperare, la MTB è cresciuta come risultati e come quantità di gare.” Sciandri, tecnico con doppio passaporto italo-britannico, è quindi il punto di partenza della Terza Repubblica Di Rocco. Speriamo non diventi una Repubblica delle Banane.

mercoledì 9 gennaio 2013

A pensar male fai peccato, ma stavolta....

Il sospetto l’avevo avuto già con il libro di David Millar. Un lavoro elogiato, apprezzato, ed infatti introvabile da noi nonostante i diritti per l’edizione italiana siano stati venduti. Forse per “colpa” dell’autore stesso – il ciclista britannico – che ha riportato fedelmente nomi di luoghi, di ciclisti (anche nostri), date, tutto quello che faceva paura a chi veniva nominato e che poteva solamente trarne guai. Ciclisti che nel calcolato silenzio hanno patteggiato squalifiche e si sono ritirati senza troppi clamori, nonostante alcuni fossero ciclisti nostrani tra i più noti fra la seconda metà degli anni ’90 e la prima del decennio scorso.
A fine novembre scorso, pochi giorni dopo la presentazione del lavoro di Sandro Donati “Lo sport del doping” (con tanto d’intervista RAI in diretta nel pomeriggio sportivo su RAI-Sport), vado in libreria e faccio l’ordine di quest’ultimo libro. Da lì è iniziato un percorso fatto di E-Mail spedite a raffica dalla libreria alla casa editrice, ordinazioni fatte anche su Internet visto che del libro nessuna traccia né notizia, finché dopo la mia ennesima visita in libreria (recente), ricevo notizia che le copie della prima edizione sono finite (finite? Di un libro quasi introvabile?) e che è stata data notizia che la seconda ristampa è disponibile. Il libraio, che intanto ha ricevuto alte ordinazioni di questo testo, ha telefonato direttamente – quindi basta E-Mail – per fare l’ordine. Gli è stato garantito l’invio entro 5 o 6 giorni. Fin qui roba abbastanza normale. Se Dio omertà vuole, avrò il mio libro. E qui (SPATAPAM!!) mi casca l’asino, facendo un bel botto per terra col suo grosso culone.
Visto che la questione di questo libro “inarrivabile” sta andando avanti da quasi due mesi, lo stesso libraio ha le balle che gli girano ed è sacrosanto. Parlando con gente del “percorso distributivo” (quelli che dalla casa editrice spediscono, ricevono gli ordini, ecc) riceve notizia che le copie della prima edizione sono state quasi tutte vendute in blocco. Capita l’antifona? Si, esatto! Un po’ come quando un figlio finisce sul giornale perché ha fatto qualcosa di bello e papà e mamma, orgogliosi, comprano dieci copie da distribuire ai parenti, stavolta è il contrario. Più ne compro, meno ce ne sono in giro. Inutile dire che siccome il libro scopre altarini che coinvolgono i vertici dello sport italiano in questi ultimi decenni, è cosa scomoda che arrivi a noi gente che paga i biglietti d’ingresso e fa vivere lo sport. Che credete, che i soldi dati dallo stato al CONI (che poi distribuisce a sua volta alle varie Federazioni) sia stampato apposta? Arriva dalle tasse che paghiamo a ogni biglietto d’ingresso che acquistiamo. Credo che abbiate capito che se amate sul serio lo sport (essere appassionati non vuol dire amarlo. Anche tra gli appassionati c’è una consapevole ed accettata omertà, c’è una consapevole accettazione del doping perché tanto “lo fanno tutti”), cercate questo libro e – se riuscite ad averlo! – leggetelo. Poi capirete perché persone come Sandro Donati, come Pietro Mennea, come Gabriella d’Orio sono da sempre critici con i vertici dello sport italiano e come viene amministrato, guidato, nascosto a noi che con i nostri soldi lo teniamo in piedi.

martedì 8 gennaio 2013

Verso l'inizio....

Se volessimo spaccare il capello in quattro, la stagione ciclistica non avrebbe mai fine. Tra corse più e meno importanti si corre anche quando da noi sull’automobile carichiamo gli sci. Il calendario europeo costituisce, in linea di massima, il 90% delle corse più importanti al mondo. E proprio guardando a questo, vediamo quali potrebbero/dovrebbero essere gli argomenti ciclistici che saranno più di altri sulla bocca degli appassionati. LE CLASSICHE; vittima di una brutta caduta all’ultimo Giro delle Fiandre, lo svizzero Fabian Cancellara dovette rinunciare non solo al Fiandre stesso, ma anche alla Parigi-Roubaix. La superiorità di Tom Boonen, ma soprattutto la frattura rimediata sull’asfalto belga, lo avranno galvanizzato ancor di più per prepararsi con forte entusiasmo e voglia di rivalsa. Probabile quindi che con Boonen sarà ancora sfida tra giganti. Fin dalla Sanremo magari? Sarà da vedere se Cavendish accetterà di dividersi la squadra con il belga (mah!...). Vedremo anche se tra i due litiganti Peter Sagan saprà inserirsi per provocare quegli sconquassi che il suo talento, almeno sulla carta, suggerisce da un pezzo. Sempre in ambito classiche delle pietre c’è un nome, quello di Thor Hushovd, che potrebbe buttare alla polvere il 2012 tanto è stata deludente la sua stagione rispetto alle attese. E proprio per questo anche a lui non dovrebbe mancare la voglia di macinar chilometri senza risparmio già da queste settimane. Dopo aver vinto il Mondiale, giusto per rimanere in ambiente BMC, sarà la volta che Philippe Gilbert proverà ad assaggiare le corse delle pietre, anche solo per avere un’idea chiara al riguardo se provarci veramente oppure no? Ricordiamoci l’ultima stagione di Michele Bartoli, quando volle correre la Roubaix, maledicendo il fatto di non averla mai corsa prima. Dopo Fiandre e Roubaix arrivano le corse per i finisseurs. Guardando agli affari nostri l’anno scorso Gasparotto ha rotto il digiuno italico nelle classiche di un giorno e Nibali ha sfiorato la Liegi. Per quanto riguarda Damiano Cunego, riguardo a quest’ultima classica in particolare, tracce perse da 6 anni (la sua miglior Liegi racconta di un 3° posto nel 2006), mentre sua resta invece l’ultima vittoria italiana in una delle classiche storiche, con le vittorie al Lombardia targate 2007 e 2008, e che ormai recita la parte del vecchietto in seno alla Lampre. In quest’ultima dividerà il ruolo di uomo di punta al nord con Filippo Pozzato, neo acquisto del gruppo di patron Galbusera, visto che Alessandro Ballan (BMC) tornerà probabilmente al Tour, o forse per il Giro di Svizzera se i danni della grave caduta dicembrina guariranno come si spera. Quindi: Cunego, Gasparotto, Nibali e Pozzato in rigoroso ordine alfabetico, come i 4 atleti che tra Sanremo e Liegi saranno guardati da noi come portabandiera principali di Casa-Italia. Poco dopo, non molto dopo, Moser. Sarà l’anno in cui Viviani, Modolo e Ulissi faranno il salto di qualità? Daniel Oss è un vincente o solo uno che le gare le fa vincere? Anche da lui aspettiamo segnali. Visconti che farà dopo una stagione di basso profilo? Facile che per lui ambientarsi in una formazione straniera sia stato più rognoso di quel che pensava, ma ormai è da due stagioni che lui per primo cerca il salto di qualità. A vinto tre volte in titolo italiano. Adesso deve arrivare la vittoria “estera”. In ambito femminile, se dovessimo guardare alla tradizione, meglio stare a casa. A meno che una corsa come il “Binda” di marzo non venga portata fino al traguardo in volata, e quindi via libera alle possibilità della Bronzini, per il resto dobbiamo affidarci alla Cantele (e dai!...) e alla Guderzo, che l’anno scorso ha portato a casa il brodino di un 2° posto proprio a Cittiglio. A livello di squadre italiane vediamo se i soldi spesi per la MCipollini, sono pareggiati in qualità d’atlete. Al Giro d’Italia ci sarà un’italiana che vince almeno una tappa? La Berlato è stata solo una promessa e basta? Capiremo in maniera definitiva se Marta Bastianelli è ciclista da un giorno o da tappe? Giorgia Bronzini diventerà la velocista migliore dopo gli anni della Teutemberg? La Hausler è stata una cometa o adesso inizierà a prendere in mano l’eredità della Arndt? Tra gli stranieri Andy Schleck si è già meritato un pezzo d’articolo vista la sua tribolata stagione 2012, ma il pronostico non può non guardare principalmente allo spagnolo Rodriguez che ha chiuso al primo posto la classifica UCI dell’ultima stagione. Certo per lui verrà da pensare anche al Giro e alla Vuelta. Due corse che per 116 secondi (messi insieme) non le ha vinte. Fosse capitato ad un italiano avremmo fatto processi fino a Natale. GRANDI GIRI. Sul fronte delle fatiche lunghe il Giro d’Italia dovrebbe diventar terreno per cercar gloria guardando al britannico Wiggins, poi Nibali, e poi Scarponi che tenterà per l’ennesima volta di acchiappare la gara che insegue da quando lasciò l’Androni per l’approdo in Lampre. Troveremo ancora Basso che a 35 anni e mezzo vorrà portare a casa il 3° Giro, e capiremo quanto varrà Moser se correrà proprio la corsa rosa o dovremo attendere luglio (e se, vista la brevità, corresse il “Trentino” come uomo di punta?). Ivan Basso prenderà proprio il trentino sotto la sua ala, dopo aver fatto così con Nibali per quattro stagioni? Intanto il varesino è tornato ad avere carta bianca per poter puntare al Giro. Cosa che potrà fare anche Nibali con l’Astana del “boss” Vinokurov, e dei loro (tanti) soldi che ancora non si è ben capito da dove diavolo arrivino di preciso. Riguardo alla corsa italica, Franco Pellizotti vorrà fare un grande Giro. È l’unica certezza che porterà con sé, ma l’Androni farebbe bene a correre interamente per lui, visto che le motivazioni dello scalatore saranno potenti. Sul fonte delle ruote veloci, Marc Kavendish correrà in Italia o farà il Tour? O Tutti e due? Fino ad aprile non vi saranno certezze, se non le solite chiacchiere messe in giro. Il Giro sarà dedicato alle casse dei Comuni. In giro pochi soldi, quindi si doveva scegliere in base a chi poteva sventolare la mazzetta di banconote più grossa (vedi Brescia per la chiusura). Acquarone ha scelto. E probabilmente dovremo abituarci ad un’epoca euro-dipendente anche per la fisionomia dei prossimi giri. Partenze dall’estero incluse purtroppo. La gara vivrà il suo giorno di emozione più potente con l’arrivo alla diga del Vajont, per il 50° anniversario di un disastro di proporzioni spaventose per morti e dinamiche della mostruosa ecatombe. Scavalcando le Alpi – ma senza elefanti – per il Tour speciale delle 100 edizioni dovremmo trovare Alberto Contador (che forse correrà ancora la Vuelta e prima di tutte la Tirreno-Adriatico tra due mesi circa), Schleck per vincere senza “tavolini” di mezzo, Evans per forse l’ultima stagione in cui potrà essere competitivo per il vertice (classe ’77, vedi il discorso di Basso), e sarà tutta da vedere la situazione del GS Sky che in Francia potrebbe ritrovarsi Wiggins e Froome in coabitazione per il vertice. Alla Liquigas hanno risolto per due stagioni, mandando Nibali e Basso a fare spesso corse diverse, ma nel team britannico l’obiettivo dei due è il medesimo. Dipenderà da come Wiggins uscirà dal Giro. Certo è che lui vorrebbe provare a vincerli entrambi. Sagan tornerà in Francia non più come promessa. Le cose gli si presenteranno ben più difficili. Per guardare alla Vuelta, è ancora troppo presto per qualunque considerazione tenendo conto che arriverà tra nove mesi. ALTRO? Anno di Mondiali italiani (che a quanto pare saranno costosi come mai visto prima e non è un vanto) e poi vorremmo sapere delle notizie sicure e definitive riguardanti Frank Schleck, sparito dalle gare dopo l’esclusione dal Tour per una positività di cosa non si è mai capito con certezza. Sul discorso del doping la vicenda Armstrong (decapitato di tre quarti dei suoi successi in carriera) ha tenuto banco a novembre e dicembre. Ma sul fronte imbrogli dovremmo finalmente arrivare alla fine del discorso che riguarda Ferrari. Anche quest’anno salteranno altre corse nazionali? Dopo i Giri di Lazio, Emilia, Veneto, che con il tempo hanno perso pedigree – e guardate che il Gran Piemonte esiste perché “mamma” RCS (o Gazzetta che più o meno è uguale) ci mette la firma – dopo che anche il Giro di Sardegna è saltato dopo poche edizioni e non si sa niente al riguardo di quest’anno, altre corse andranno in malora? Ci resta il “Padania”? Speriamo che il figlio di Bossi non si sia svuotato la cassa anche di quello. A parte il “Friuli” che è saltato per fatti che coinvolgevano il suo patron con questioni legate alla prostituzione, e lì hai poco da palare di crisi del “movimento” se non cambiando tipologia di movimento, guardate che la Tirreno-Adriatico è da un paio d’anni che si “stiracchia” in lungo e in largo per andare in cerca di Comuni che possano spendere. Stiamo su con le antenne. La crisi se ne frega si scatti e controscatti.

sabato 5 gennaio 2013

Il ciclismo che vorrei....

Il ciclismo non è soltanto quello che vive sotto la luce dei riflettori. Sfruttando il contributo di alcuni appassionati e praticanti, il sottoscritto fa il lavativo e sta a guardare (sono quindi pronto per la politica?). Ho chiesto loro se volevano scrivermi quale ciclismo vorrebbero. Visto ch’è iniziato il periodo di “par condicio” anche il sottoscritto l’ha applicata; due “bikers” e due stradisti: Andrea e Antonella per le ruote grasse, Filippo e Lele per quelle fine. Non ho fatto domande pensate, precise, specifiche. Tutto a “ruota libera” su quello che è un semplice schietto pensiero sul ciclismo che si vorrebbe trovare (o ritrovare), o far trovare agli altri. Roba pane & salame insomma. Come piace a me. E se piace pure a voi, meglio. Tutti e 4 gli autori sono nella lista dei link a destra di questa Home Page. Antonella con http://antoincristi.altervista.org/, Andrea con http://oltrelostacolo.blogspot.com/, Lele con http://lelef14.blogspot.com e Filippo con http://34x26.wordpress.com/.
Essendo arrivata prima (per lei abitudine…) come velocità nella “spedizione” dell’articolo, Antonella apre gli interventi, toccando l’argomento di un’ambiente sportivo che si augura guadagni in onestà sportiva dicendo che… “Il ciclismo che vorrei forse resterà solo un’utopia perchè purtroppo non si vuole cambiare. Intanto bisognerebbe cominciare con una reale parità di diritti tra atleti uomini e donne fin dalle più piccole cose ad esempio una obbligatoria divisione di categoria per le donne, un adeguamento premi a quelli maschili, dei controlli antidoping seri e rigorosi anche per le donne in giusta percentuale ecc ecc… Poi, fermo restando che cercare di migliorare la prestazione sportiva esiste dal tempo dei tempi, in questi ultimi decenni le cronache ormai hanno evidenziato un sempre più largo uso di sostanze chimiche anche a discapito della propria salute. Entrare nella psicologia dell’atleta che ne fa uso è alquanto difficile perché, specialmente nella MTB, anche gli Elite ben remunerati sono pochissimi per cui qual’è la vera motivazione? Non posso credere che sia solo il salame della premiazione, ma potrebbero essere solo problemi psicologici molto importanti. La soluzione potrebbe essere fare dei VERI controlli soprattutto tra gli amatori in competizioni di poco conto magari prima di eventi importanti e dare delle pene realmente severe e giuste. Mi piacerebbe vedere più lealtà sportiva, meno sorrisi artificiosi, meno lustrini, meno cinismo, ma un sano agonismo, meno spintoni in gara per la 325 posizione, meno balle sui km di allenamento tipo “ad agosto ho raggiunto i 22.000 km” oppure non mi alleno mai per poi sfrecciare in solitaria al traguardo (in quest’ultimo caso l’antidoping dovrebbe essere obbligatorio). Vorrei vedere una unica federazione con un unico Campionato italiano per le varie discipline non inflazionando così le varie maglie tricolori europee o mondiali, con meno spreco di soldi e di “Generali” che si spartiscono il bottino. Vorrei informazione mediatica all’altezza della competizione, chi non è capace che vada a commentare “La prova del cuoco” o il “Prezzo è giusto” e informazione equilibrata tra sport (NON SOLO CALCIO), aprire un giornale sportivo e leggere anche quante volte ha fatto la pupù Balottelli non mi interessa. Mi piacerebbe rivedere biciclette fatte completamente in ITALIA. Vorrei che sparissero C.O. “senza fini di lucro” che hanno sovvenzioni regionali/provinciali che alla fine organizzano solo per puro guadagno personale. Vorrei vedere più giovani che crescono in questo sport di fatica ma sempre bellissimo insegnandogli che vincere non è tutto.”Anche Filippo pone spesso l’accento sul ciclismo vissuto a livello agonistico, e su come lo vorrebbe interpretato da corridori e organizzatori. E poi pensa alla bici anche come veicolo, e non solamente come attrezzo agonistico. … “Vorrei una stagione ciclistica corsa in 8 mesi invece che in 12 – Vorrei che la culla del ciclismo fosse l'Europa e non la Cina o la Russia – Vorrei che il Giro fosse corso da grandi campioni come qualche anno fa e non da scarti e corridori a fine carriera – Vorrei che l'antidoping fosse onesto con tutti e dicesse finalmente che non ce la fa a stare al passo con il doping – Vorrei che i corridori facessero outing sul doping quando corrono e non a fine carriera, come va di moda ora – Vorrei gli stessi controlli antidoping in tutti gli sport e non solo nel martoriato ciclismo – Vorrei veder nascere un nuovo Paolo Bettini o un Francesco Moser – Vorrei una società a misura di bicicletta, con vere piste ciclabili, e non aborti di marciapiedi con due righe di vernice – Vorrei che il petrolio finisse domani e che tutti gli automobilisti finissero con il culo per terra.. o sopra una bici – Vorrei che tutto andasse più piano, che le distanze si accorciassero e che tornassimo a imparare a gustare il tempo che abbiamo”
E visto che una volta pedalare voleva dire spostarsi fisicamente da un posto all’altro (oggi lo spinning ci permette di fare come quelli che discendono da una scala mobile che intanto sale) Andrea sfrutta le sette note per far partire la melodia di un pensiero che scrive di vecchio ciclismo e vecchi ciclisti…. "Turn the page" (volta la pagina) cantavano i Metallica - nella cover di una canzone di Bob Seger - e questa canzone l'ho sempre associata al ciclismo e alla vita. Di voltare pagina il ciclismo ne avrebbe veramente bisogno, quelle pagine di un libro antico che meriterebbero ben più delle mani unte di chi non paga giusto rispetto e tributo a chi quel ciclismo l'ha scritto e a chi continua a scriverlo con impegno, passione e sacrificio. E se le pagine principali le scrivono i grandi autori ecco che noi, gli amanuensi del pedale, provvediamo ad arricchirlo di piccole miniature personali. "Here I am, on the road again, there I am, up on the stage there I go, playin' star again, there I go" (eccomi qui, ancora sulla strada, sopra il palco, a fare ancora la star vado). Mormoro le parole, mentre con l'autobus mi dirigo al lavoro e come tanti ciclisti mi sento un pò campione, di me stesso perlomeno, quando tra mille sacrifici strappo qualche ora al ritmo frenetico, di lavoro e famiglia, e mi ritrovo ancora una volta sulla strada. Un campione come tutti del campionato della vita, che ci vede tutti partecipare e mai vincere. "You're a million miles away, every ounce of energy, you try and give away as the sweat pours out your body”, (sei lontano milioni di miglia, cerchi di dar via ogni goccia di energia e il tuo corpo versa sudore). Canto nella mia mente, mentre il mio sguardo attraverso il vetro e si posa sul Carega lontano e penso che il sudore siano un po’ come lacrime che il corpo versa in nome di una passione che a volte crea e distrugge i suoi stessi miti, in nome di una ragione che non capiamo o molte volte non vogliamo vedere, noi stessi figli illegittimi di un’ipocrisia nascosta nelle pieghe del nostro sport. “Turn the page”. Dovremmo proprio voltare pagina ma il libro è sempre più logoro anche se, nonostante tutto, resiste perché c’è sempre qualcuno che si sforza di ripulirlo dalle macchie fatte dalla chimica sportiva, di dare una sistemata alle sue pagine strappate o stropicciate. "Here I am, on the road again, there I am”. L’autobus prosegue e penso che anch’io quest’anno volterò pagina nel mio piccolo, nel rispetto del mio mezzo secolo di vita che mi vede sempre più vicino ad un ciclismo diverso, forse immaginario e mai esistito, e con sempre più tenerezza guardo a quei settantenni e più, che su bici e con indumenti molte volte d’antan, partono allegri e sorridenti in sella alle loro vecchie bici. Quando ci parlo, sorridono e mi dicono che perdiamo troppo tempo dietro pesi e cambi, colori e tempi. Chissà se anche loro hanno avuto il nostro stesso disincanto, hanno provato la delusione nel sentire notizie riguardanti chi fino a poco prima avevi pensato fosse un vero campione, se hanno trattenuto come noi le lacrime quando Pantani vinceva il Tour e il Giro o quando - parafrasando i Nomadi – il vuoto gli toglieva tutto e il gioco finiva. Forse avranno pianto per Coppi nella gioia e nel dolore e forse loro non sono altro che noi stessi tra vent’anni e più, anche loro una volta giovani pieni di testosterone, a testa bassa e con le mani sul manubrio ed ora a lì a guardare la strada, con i loro pochi capelli bianchi al vento, sorridenti, e noncuranti delle meccaniche celesti del ciclismo odierno. "Here I am, on the road again”. Ed eccomi ancora una volta sulla strada, sentiero o bitume che sia, lontano dalle politiche del ciclismo, da commentatori tv e giornaliste pseudo - sportive che ti allontanano da una diretta tv o che a volte ti obbligano a togliere l’audio, dall’ipocrisia di ciclisti sporchi con i quali a volte magari hai pure pedalato e che si avvelenano per la corsa del paese. L’autobus prosegue la sua corsa, in lontananza vedo ancora il Carega baciato dal sole di mattino d’inverno e penso ai giri che ho fatto e che farò, cibandomi di ricordi e di uscite future. “Turn the page……”
Mentre diventa un’ancor più marcato ciclismo dei sentimenti quello espresso da Lele (Raffaele? Gabriele? Daniele?, non saprei in verità) che salendo in sella racconta che ciclismo vorrebbe, cercando di raccontare il proprio…. “Il ciclismo che vorrei... Mi si è chiesto di parlare del ciclismo che vorrei. Rispondo con il ciclismo che pratico personalmente, fatto di Pace, di Gioia e di Amore. Una pacifica Passione, un pacifico Agonismo sono la base, per affrontare mitiche imprese, superare se stessi, e, se ci è concesso anche gli altri. Per vincere ci vuole anche un bel po’ di sana cattiveria, sempre nel rispetto degli avversari. Bisogna metterla in ogni pedalata, in ogni respiro in ogni sguardo in ogni movimento: ciò è veramente possibile solo se la base è serena e pulita. E’ bello fare l’impresa, è fantastico vincere, ma spesso ci si dimentica che è soprattutto con noi stessi che dobbiamo ottenere questi traguardi. Il ciclismo è Gioia. Gioia di avere la fortuna, le doti, le possibilità, il tempo di praticare questo splendido e duro sport, che rinforza cuore, mente e fisico. Oggi più che mai, è diventato molto più “facile” praticarlo, la tecnologia ci ha messo a disposizione attrezzature che solo vent’anni fa erano impensabili, che ci rendono la vita molto più semplice in ogni stagione, su ogni terreno. Sembrerà banale ma mi capita di osservare che molte volte tutto questo, lo diamo per scontato. L’Amore verso un mezzo, semplice, sano e pulito: la bicicletta, il futuro dell’umanità. Ce ne sono di svariate tipologie, la sostanza è sempre quella. Ognuna ci permette di inoltraci nello spazio intorno a noi velocemente, di esplorare il mondo, di osservare la natura con calma senza veli, di coglierne tutti i dettagli. Ho iniziato a praticare questo bellissimo sport da piccolo per imitare le imprese in tv. Ora che sono cresciuto, ho capito che il Ciclismo non è un semplice sport, è una filosofia di vita. Avere la possibilità di pedalare quotidianamente, da soli o in compagnia, è un atto di Pace, di Gioia e d’Amore.” E con la parola Amore si chiude questo chilometrico articolo che spero sia stato di compagnia a chi legge. Non ho voluto scrivere la mia idea sul ciclismo preferendo il coinvolgimento di altre persone, che credo abbiano reso così meno noioso un sito scritto sempre dalla stessa persona. Come scritto all’inizio, se qualcuno di voi vuole raccontarci il ciclismo che vorrebbe, e quindi aggiungersi ai quattro bloggers da me contattati, lo faccia nei commenti. Potrà solo arricchire il sentimento ciclistico di questo articolo. Un ringraziamento a Lele, Filippo, Antonella e Andrea.

martedì 1 gennaio 2013

Gennaio; l'editoriale.

“ – Costruttori, dateci una bicicletta a portata di tasche! Non serve che sia l’ultimo modello, che abbia chissà quanta tecnologia, chissà quanti orpelli. Dateci una bicicletta che possa essere per tutti. Ci penseremo noi, ognuno di noi, a farla diventare speciale!“In queste settimane ci sono ciclisti, magari anche tra voi, che hanno perfezionato l’acquisto della nuova specialissima vista nei saloni delle bici, o nel negozio un paio di mesi addietro. Con la crisi, questi acquirenti sono certamente di meno rispetto a due o tre anni fa. La bici nuova, vista nel luccichio dei saloni, vissuta nelle parole del rappresentante del marchio o del meccanico di fiducia... ah, che bella! Ma con i livelli di tecnologia applicata alla metallurgia – ormai raggiunti anche dal mercato ciclistico – veramente non esiste la possibilità per un costruttore di costruire una bicicletta senza dover chiedere tre stipendi a chi la vorrebbe? La parola passione è stata uccisa dal carbonio, dal titanio, dalle ruote ultraleggere, dai porta-borraccia (avessi detto…) che siccome sono speciali costano una roba vergognosa? Può essere che una bicicletta sia omai ristretta a partire da almeno 2.500 euro? In mezzo non può esistere niente? Certamente il ciclista della domenica ha la sua colpa. Il non accontentarsi, il chiedere sempre la novità, il “cedere” alla pubblicità che usa parole, frasi, immagini, confronti altisonanti che fanno da sirena incantatrice per portare a battere il record personale, a essere il primo anche solo del proprio gruppetto di amici. Questo da almeno un decennio. E il negoziante si è (felicemente) adeguato. Ma non può essere solo questo. Solo questione di fighetti che sono ovunque, anche nel ciclismo. I costruttori di oggi non sanno più usare, costruire, saldare l’alluminio? Un “gruppo” da pochi soldi deve per forza toccare i tre zeri per portarsi appresso un po’ di qualità? È probabilmente una scelta. “Preferisco vendere una bici da 4.000 euro che tre da 1.500.” L’alluminio fece la fortuna del mercato ciclistico amatoriale negli anni ’90. Biciclette leggere, che consentivano di avere telai di ottimo livello per il ciclista delle granfondo. E non pare di aver sentito di velocipedi sbriciolarsi ed andare in pezzi dopo 20.000 chilometri, se non per schianti contro veicoli o cadute rovinose. Dire che si può fare ciclismo anche con bici che pesano 9 o 10 chili (10 chili? MIO DIO!!). Non è una bestemmia, e come considerazione è pari all’acqua calda. Si può. Le biciclette di oggi – specie negli ultimi 6/8 anni – hanno avuto un miglioramento qualitativo verso l’alto enorme. Ma così anche il costo. Non esistono più quelle cinque o sei marche che anni fa rappresentavano un simbolo, oltre a una bonifico bello pesante. Oggi marche mai sentite sparano sul mercato “pezzi” da quattro, cinquemila euro senza fare una piega. Possibile che costruire una bicicletta da 1.500 euro sia impossibile? Che l’acciaio (si, l’acciaio, senza vergognarsi) o l’alluminio 7005, giusto per nominare un tipo di lega molto usata nella prima metà del decennio scorso, siano da considerare da museo e basta? Costruttori, dateci una bici che ci faccia contenti. Di andare sulla Luna non ne abbiamo bisogno. Da qui ai prossimi due anni già sarà qualcosa poter andare in vacanza (almeno noi, voi figurarsi…) L’emozione non dipende da quanti euro abbiamo sotto il sedere. Ma se invece è così, poveri noi. Con buona pace del conto in banca.”