«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 17 dicembre 2015

Si riparte, col profumo d'Olimpia nell'aria

Con alcuni nomi importanti su cui aleggia il vento dell’uscita dal gruppo, e altri che hanno iniziato a splendere di luce propria, l’anno olimpico prende il via.
I campioni sono tornati sulla bicicletta, aiutati nelle prime pedalate da lidi ben tiepidi e assolati. Una stagione, quella che ripartirà tra non molto, contrassegnata da un appuntamento principe. La disputa delle Olimpiadi fa si che la prova ciclistica brasiliana diventi un forte obiettivo stagionale. Diversi big del gruppo – vedi Nibali, per non andare lontano da casa nostra – hanno cerchiato in rosso questo appuntamento. Percorso selettivo, aperto a chi ha doti da finisseur, quindi buono per molti protagonisti. Ma in generale si va verso l’inizio di un ricambio generazionale che tra questa stagione e la prossima dovrebbe perdere alcuni pezzi da novanta. Contador ha mezza annunciata la sua probabile ultima stagione già al Giro scorso, chiacchiere hanno preso vita intorno a Boonen e Cancellara, mentre Gilbert e Valverde sembrano instradati verso quel pensiero. Ci sono però anche stelle ben più giovani che hanno nei nomi di Quintana, Sagan o Aru atleti che nella seconda metà di questo decennio paiono destinati ad essere protagonisti assoluti. Sagan iridato è un qualcosa che ‘doveva’ diventare cosa concreta per molti. Leggerezze tattiche, nei finali di alcune classiche, sono costate al ciclista Tinkoff vittorie importanti, pesanti, prestigiose. Collezionista di maglie verdi francesi (quattro di fila fino a questo momento!), con la vittoria di Richmond lo slovacco entra nel club degli atleti che, conosciuta l’affermazione importante, in caso di secondo posto è meglio abbiano un buon motivo per raccontarlo. Così Aru, che grazie ad una programmazione stagionale divisa da quella di Nibali (il primo al Tour, l’altro al Giro), dovrebbe potersi concentrare al meglio per l’università ciclistica del Tour. Dovrà essere protagonista, perché due podi al Giro e la vittoria nella Vuelta sono una discreta ‘fregatura’ in caso di Tour al di sotto delle attese. Anche Nairo Quintana ha perso da un pezzo il suo paracadute, causa due podi al Tour e la vittoria nel Giro 2014. Così mentre Sagan dovrà vedersela con le ultime stagioni di due giganti come Cancellara e Boonen, e intanto avrà in Degenkolb (Sanremo e Roubaix nel 2015: l’avevate già dimenticato per caso?), Kristoff e Terpstra due altri grandi avversari, Quintana e Aru paiono destinati a essere i più forti protagonisti del prossimo lustro ciclistico dedito ai Passi di Alpi e Pirenei. Di motivi per avere una stagione appassionante ce ne sono un sacco, intanto si parte.

martedì 8 dicembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

C’erano il triste muro di Berlino, l’irripetibile Commodore 64, il gigante Enzo Ferrari, e poi l’Unione Sovietica, i paninari, i Ciao elaborati con la sella lunga, e un tizio che iniziò a fare il ciclista della domenica.
Questo è il periodo dedito allo smontaggio e alla pulizia della bicicletta, in maniera ben più robusta che non durante la stagione di pedalate. La smonti, la pulisci nei suoi pezzi grandi e piccoli, fai lo sgrassaggio (termine tecnico molto noto) di talune parti, le risistemi, grasso dove serve, olio dove serve, e via così. Un lavoro che ti porta via alcuni giorni: oggi il telaio, domani le ruote, un altro momento catena e parenti stretti. Visita medica alle gomme, ai pattini freno, al nastro manubrio e avanti. Un momento simil-sacro, dove se apri le orecchie la bicicletta ti parla e ti dice se l’hai usata con criterio oppure no. Si tratta di una specie di periodo di trapasso tra l’anno che va e quello che ti aspetti arrivi. Quando a Dio piacendo risalirò in sella, a fine gennaio/inizio febbraio, sarà il 30° anno da ciclista della domenica. In linea generale è solo l’allungarsi di una lista, perché c’è gente che pedala da molto più tempo. Personalmente lo vivo come un traguardo che non pensavo di raggiungere quando ho iniziato nella seconda metà degli anni ’80, ma ora siamo qua. Riordinare ricordi e momenti sarebbe troppo lungo, per alcuni magari noioso. Per me sarà l’inverno in cui attaccherò la terza stella. La conclusione del mio terzo decennio di pedalate sarà portatrice di ricordi e quando tra due mesi risalirò in sella saranno delle prime (gelide) pedalate molto particolari. Anche se solo idealmente, porterò con me i miei pochi amici di pedalata. Ormai credo che loro la bici la prendano in mano quando la devono spostare per dare una spazzata con la scopa. Quindi sarà un’annata dove i ricordi dei decenni passati avranno la precedenza sulle sensazioni del momento. Proprio per questo potrebbe essere un’annata simpatica, anche se vi sarà il contraltare dato dal dispiacere di doverli ricordare in faticosa solitudine. Più che le strade o i posti penso a quelle cose che ci facevano ciclisti molto alla mano. Quando iniziammo nessuno tra noi aveva le cose oggi considerate banali. Scarpe da ciclista con aggancio rapido? Fantascienza! Il casco? Quando saremo campioni! Fibra di carbonio sulle bici? Lasciamola per la NASA! Gatorade o Enervit? Mentre ci pensi, allungami un altro bicchier di vino! Per dirla tutta, l’ultimo punto non se né mai andato. Non fa molto sportivo che non deve chiedere mai, ma chi se ne frega per dirla elegante.

martedì 1 dicembre 2015

Dicembre, l'editoriale

“In questi anni la questione Lampre – scoppiata nel 2012 ma riguardante gli anni 2008/2009 – è andata avanti dal punto di vista burocratico/legale. Notizie al riguardo quasi zero. Cunego ha chiesto l’assoluzione e vediamo come andrà. Per tante altre persone coinvolte la cara vecchia (e italica) strada della decorrenza dei termini è la via difensiva più amata, anche perché solitamente da noi ha spesso successo, grazie alle terrificanti tempistiche giudiziarie italiane. Forse non sapremo mai se la Lampre aveva davvero messo in piedi un’organizzazione doping di squadra – anche se in maniera indiretta, cioè lasciando fare agli atleti senza fare loro troppe domande – e se lo sapremo sarà magari troppo tardi per punire gli eventuali colpevoli. Chissà poi se la prossima stagione rivedremo in gruppo il quasi dimenticato Alessandro Ballan, che qualche mese fa si dichiarava speranzoso di tornare in gruppo per cercare di chiudere la carriera, senza l’epilogo di una squalifica per manipolazione del sangue tramite la nota ozono-terapia. A Cunego, forse davanti all’ultimo inverno da ciclista, auguri di potere venir assolto con formula non piena ma pienissima, a Ballan di ritrovare serenità, a tutti e due di accettare quello che verrà nel caso nessuno tra loro riuscisse nei rispettivi intenti”.

lunedì 23 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

Visite mediche specialistiche, programmazione degli obiettivi stagionali (di cui avevo già scritto un anno addietro o forse due), ma sulla strada come si allenano i pro a inizio stagione? Allora, giusto per dare un’idea……
I professionisti stanno gonfiando le ruote della loro bici. Per chi di bicicletta ci vive il lavoro riparte. Vediamo se mi riesce di scrivere qualcosa, senza annoiare troppo, per quella che è una parte della preparazione fatta sulla strada. Un discorso che prende come base il professionista, ma che sempre più spesso (con lati negativi e positivi) è diventato riferimento anche per l’eroico ciclista della domenica che deve allenarsi per le sue corse con proporzioni di “carico”, che mi auguro siano ben diverse. Tecnologia e allenamenti “alla vecchia” convivono da tempo. E se ci sono sistemi di allenamento uguali sulla carta, ad un tratto questi raggiungono un bivio e variano a seconda del tipo di atleta; uomo da classiche o da grande giro? Che sia l’uno che sia l’altro, oggi ci si fonda spesso sui numeri magici di sistemi elettronici (SRM per citare il più noto) che aiutano il ciclista. Spesso il professionista non ama pedalare sempre sotto controllo costante, ma lo strumento tecnologico serve invece molto al preparatore atletico per capire quali sono le condizioni del “motore” che sta seguendo. Nel periodo invernale – che per un professionista dura il mese di novembre – la palestra può fare la parte del leone e alcuni fanno solo quello, magari con tre sedute a settimana e un po’ di corsa a piedi (non troppa) per tenere come si dice un minimo di fiato. Capita spesso che le prime faticate vengano fatte con il rapporto fisso. Due ore, anche tre se si fa solo quello, per ritrovare quel po’ di agilità dopo che il mesetto di palestra ha fatto perdere indurendo un po’ i muscoli. L’agilità è certo più facile trovarla con i lavori “dietro motore” (anche se sono molto comodi da questo punto di vista, sconsiglio il seguire i TIR sulla Statale) e i professionisti la usano anche dopo un allenamento normale sulla lunga distanza: 150/170 chilometri a vento in faccia, e poi si “attaccano” alla motoretta per un altra oretta (meglio la motoretta perché fa rima, ma potere provare anche con un’Apecar e poi fatemi sapere). Questo per toccare i 200 chilometri senza sfasciarsi troppo le gambe e stancare troppo il fisico già nel periodo invernale. Atleti da gare a tappe cercano le salite lunghe (10 – 12 km.) per curare il famoso “fondo” ma alcuni preferiscono allenarsi ad un ritmo di pedalata più alto, concentrandolo in ascese di 6 – 8 chilometri, con qualche allungo ogni tanto per coltivare un po’ di esplosività.
Certamente va considerato che se si abita al nord è meglio evitare salite che portano ai mille e passa metri nel periodo ancora invernale. Questo è il periodo dei raduni collettivi dove, visite mediche e consegna vestiario a parte, i vantaggi sono più di tipo psicologico che di preparazione. Si cerca di costruire il famoso spirito di squadra e di capire che tipo di gamba si ha. Per fare la gamba si deve lavorare e anche in questo caso vi sono delle differenze. Se la stagione sta iniziando si lavora sodo per due giorni ed il terzo è il giorno di “scarico”. Quando più avanti la forma sarà più in palla (e il fondo sarà irrobustito) si lavorerà per tre giorni e il quarto si tirerà il fiato. Che non vuol dire passare la giornata all’osteria (se volete provare provate, poi fatemi sapere come va), ma alcuni pedalano ugualmente per poche ore, due o tre, rapporto leggero senza esagerare per la felicità dell’amatore che quel giorno potrà pedalare col campione senza (speriamo) rischiare l’infarto. Oggi vengono svolti dei test, delle prove su strada che si chiamano di “valutazione funzionale”. In linea di massima il professionista ne fa uno al mese, già dal primo mese di lavoro per capire come sta veramente. Difficile che capiti nei primi due mesi di allenamenti, la prova del “lungo” non viene fatta solo per la preparazione alla stagione. Alcuni professionisti la fanno prima di una gara dal chilometraggio impegnativo, quindi può capitare a marzo come a settembre. È un allenamento massacrante che ti svuota in maniera pesante. La durata va dalle 6 alle 7 ore, ma non a ritmi blandi. All’interno vi sono salite che vengono affrontate anche a ritmi medio-alti con magari un finale “dietro moto” per allungare ulteriormente e sciogliere un po’ la gamba. Tutte queste cose sono dipendenti da tanti fattori: la forma fisica del momento, il tipo di atleta di cui si parla (Sanremo, Mondiale, Lombardia o grandi giri?), per quando l’atleta vorrà/dovrà essere al top della forma, il clima in cui ci si allena (Groenlandia o costa ligure?), percorsi scelti (Polesine o Selva di Val Gardena?) e se durante l’inverno l’atleta è stato professionista anche giù di sella. Non so se riuscirete a diventare grandi emuli di uno Sgarbozza o di un Cassani. Sperando che non diventate mai come il primo, per il secondo la prima cosa è rifornirsi di dosi industriali di scurente per capelli. Buon lavoro sulla vostra bici, ma ricordate di farlo cercando di divertirvi dannazione!

sabato 14 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

Il ciclista, il diesse, il medico, il meccanico, il massaggiatore. Un tempo una squadra ciclistica viveva principalmente su queste persone (e sullo sponsor che ci metteva i soldi). Non da oggi nello sport, anche ciclistico, è arrivata la Psicologia nello Sport. Il ciclismo di altissimo livello non ha più a che fare coi buoni sentimenti, a meno che questi non siano portatori automatici di risultati di rilievo, possibilmente vittorie. Le cifre oggi necessarie per tenere in piedi una squadra ciclistica di alto livello sono impressionanti. Con che cosa ci si può dover ritrovare a che fare oggi? Con argomenti che 20 anni addietro sarebbero sembrati esagerati, e che sono spesso malvisti dai vecchi tecnici d’ammiraglia. Vi sono aspetti che non sono mai spariti, e anzi sono stati migliorati e approfonditi. L’allenamento di un tempo era composto da ore su ore di bicicletta, anticipate da dosi abbondanti di pastasciutta e una bistecca di abbondanti dimensioni. Il tutto seguito da una mezz’ora di massaggi, con il campione di turno che chissà come mai riceveva sempre dieci minuti di massaggio in più rispetto al gregario. Ma qui siamo all’aspetto fisico del faticare. Oggi anche nel ciclismo l’aspetto mentale trova il suo spazio, con la Psicologia dello Sport. Allora ecco che arrivano termini nuovi o che si sentono raramente. Si sente parlare o si legge di “stile attentivo” composto da due “dimensioni”: la sua ampiezza e la sua direzione. Attorno a questo troviamo metodi per allenare il “focus attentivo” nello sport, in questo caso guardando alla specialità ciclistica. Tutto questo condito da esercizi per sviluppare l’abilità nel concentrarsi aiutati da tecniche di rilassamento per trovare la “sintonizzazione” con il corpo. Ora divertiamoci con alcuni ‘paroloni’ che detti in inglese fa più figo di quel che sei e allora li uso anch’io: Mental Training (allenamento mentale), Focusing (focalizzazione della concentrazione), Goal Setting (formulazione degli obiettivi), Imagery (abilità immaginativa). Tutto questo seguito dalle sopraccitate tecniche di rilassamento, dal saper affrontare gli stati d’ansia pre-agonistici, dalla gestione delle situazioni di stress e anche la comunicazione. Tutte queste cose a cosa sono finalizzate? Su due piedi uno pensa; “A friggerti il cervello” forse si, ma nel contempo anche a costruire l’atleta per vincere o per fare vincere. Allora ecco che s’inizia a focalizzare la concentrazione agli obiettivi nel ciclismo (o della specialità sportiva che si pratica). Vi è il livello teorico (come identificare il mio obiettivo?) e quello pratico (come raggiungerlo?). Vi è poi un lato che viene toccato e accompagnato da un altro bel parolone: psicosomatica. Qui si entra nel campo delle emozioni e quindi si entra in valutazioni che sono soggettive e possono avere diversi modi per trovare uno sfogo. Da un Cadel Evans che accettava tutto con una calma spesso esemplare a un Riccardo Riccò che lanciava la sua bicicletta come fosse spazzatura oltre la linea d’arrivo per un inconveniente meccanico. Il ruolo dell’allenatore resta sempre importante, ma quando si devono affrontare impegni sportivi dove la pressione sa essere molto pesante, si scopre che saper parlare alla persona prima che all’atleta aiuta a fare la differenza nei momenti difficili. Nei momenti dove tutto funzione, tutti sanno cosa dire. Oggi il ciclismo è anche saper usare la parola, saper ascoltare veramente, saper capire che parole usare quando si parla ad un gruppo di atleti e quali siano quelle giuste per la singola persona. Anche questo, oggi, è il ciclismo.

venerdì 6 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

Scendere di sella per salire sull’ammiraglia, facendo però una strada per fortuna diversa da tanti e troppi ex che acchiappano un volante sventolando anni di militanza ciclistica.
Anche se per cause di forza maggiore che ne hanno anticipato l’uscita di scena, Ivan Basso è ormai un ex ciclista professionista. Sta studiando per diventare manager nel ciclismo professionistico, con una delle formazioni più note (e ricche) del World Tour UCI. Sta seguendo i corsi UCI che si tengono ad Aigle atti ad avere la licenza obbligatoria per poter lavorare con un team World Tour. Atleta pignolo, quasi maniacale o forse senza quasi idiozia colossale delle sacche di sangue a parte, Ivan è sempre stato conosciuto come atleta che faceva del lavoro la sua forza. Che Basso abbia esperienza da vendere non vi è dubbio. La speranza è che il suo ingresso nel dietro le quinte dello sport di alto livello sia condito da studi approfonditi. Questo sarebbe già un robusto spartiacque con ex del gruppo che si sono improvvisati o si improvvisano esperti mestieranti del pedale. Perché pretendere tanto da Basso? Perché lui ha una possibilità enorme, rappresentata dal poter lavorare fin da subito con e per atleti di altissimo livello, perché se Dio vuole il Basso dell’Operation Puerto ha lasciato spazio al Basso di Aldo Sassi, perché Basso non ha quasi mai difettato per intelligenza – il quasi è sempre rivolto alla solita storia del cane Birillo – e se lavorerà come ha lavorato pedalando i risultati non dovrebbero mancare. A quanto pare il suo ruolo sarà quello di una specie di tutto fare: valutazioni sui percorsi (conoscendolo si scriverà anche quanti paracarri vi saranno lungo una salita), farà valutazioni sui materiali, pedalerà con gli atleti di Tinkoff seguendoli negli allenamenti. Ecco, in questo caso la sua figura rischierebbe di mischiarsi a quanto accennato poche righe sopra. Per questo speriamo che Basso si fermi ad un ruolo di collaborazione, ma non specifica sul fronte allenamento. Se invece il varesino vorrà metter becco anche su questioni riguardanti le tecniche di allenamento, sarà il benvenuto in questo ruolo dopo studi fatti per bene in scienze motorie. Ivan ha già in mente come crescere dal punto di vista del suo nuovo ruolo, avendo una sua agenda d’incontri con altri uomini di sport. In particolare con allenatori di altre specialità sportive per cercare di capire cosa sia e cosa voglia dire saper gestire un gruppo ed ottenere il meglio da quest’ultimo, ma speriamo non si accontenti di questo. In giro c’è gente fresca di studi ISEF che fatica a trovare un posto di lavoro, e se si facesse un’indagine su gente che sta dentro un’ammiraglia troveremmo situazioni francamente inaccettabili. La Federciclo nostra come si muove in questo? Da CyclinPro viene riportata una comunicazione al riguardo da parte della stessa; “È stato deliberato, infine, di uniformare le figure di quei tecnici che hanno ottenuto negli anni passati l’abilitazione in un periodo in cui era permesso accedere a un livello, senza necessariamente avere già ottenuto il livello precedente. Per le figure che in questi anni hanno svolto un regolare aggiornamento, il Consiglio Federale, su proposta del Centro Studi, ha deciso di realizzare un minicorso, da realizzare entro il dicembre 2016. Per coloro che invece non hanno svolto alcun aggiornamento, resta intesa la necessità, prima di accedere al minicorso, di completare l’iter di aggiornamento, sempre entro il dicembre 2016”. Competenza? Tranquilli, c’è tempo!

domenica 1 novembre 2015

Novembre; l'editoriale

Che Italia sarà quella della prossima generazione? Per forza diversa. Mentre l’altra metà del sellino ha ormai intrapreso la strada estera.
“La prossima generazione italiana di ciclisti professionisti vivrà una dimensione quasi dimenticata per noi nella categoria elite. Perché per la prima volta da molto tempo forse avremo uno stuolo di gambe giovani che non partirà più con l’idea – che ci siamo portati appresso per due decenni – di essere i rappresentanti del movimento numero uno al mondo. I nostri che inizieranno la loro avventura professionistica non avranno più appresso un pedigree di alta rappresentanza ciclistica. Non guarderanno le altre Nazioni dall’alto in basso. Vi è chi lo ha capito da un pezzo, visto che nel settore femminile quasi tutte le nostre migliori ragazze sono tesserate per squadre estere. I motivi sono più d’uno, con quello economico purtroppo sempre presente, ma non solo. Barbara Guarischi è una ciclista di lecco (anche se nata a Ponte San Pietro nel bergamasco), ha 25 anni, correva con la Velocio-Sram. Ha vinto la medaglia d’oro nella crono-squadre elite ai mondiali di Richmond. Corre all’estero come Giorgia Bronzini, come Elisa Longo Borghini, come Silvia Valsecchi, come Tatiana Guderzo, insomma la famosa ‘crema’ del nostro pedale rosa. Le sue parole, rilasciate ad un giornalista della Gazzetta nei giorni iridati, dicono tanto in poche righe; ‘Mi dispiace dirlo, ma all’estero entri in un altro mondo. Impari molto di più che in Italia e le tue qualità riescono ad emergere. Devi pensare soltanto ad allenarti, fare attenzione a mangiare nel modo giusto, e concentrarti sulle tue corse. Al resto pensa lo staff. Mi dispiace che la Velocio chiuda un ciclo, ma ho già firmato un contratto per restare all’estero’.”

lunedì 26 ottobre 2015

Le nostre ciambelle senza il buco

Gli italiani migliori del 2015? Aru, Longo Borghini e Nibali. Poi magagne pesanti anche sul ciclismo amatoriale e delusioni di corsa che non hanno scuse. Mentre i telecronisti RAI inneggiavano a Nibali dicendo che l’Italia tornava a vincere una classica monumento dopo diversi anni, dimostravano quanta considerazione c’è in Italia per il ciclismo femminile, non ricordando la vittoria di Elisa Longo Borghini al Fiandre. Lei, Elisa, c’è sempre, come c’è stato Adriano Malori, come non c’è stato Diego Ulissi, che per mesi ha potuto pensare solo al Mondiale per poi ritrovarsi a correre una gara anonima e deludente. Brutte storie emergono dal settore ciclismo dopato, visto che la metà dei dopati prò 2015 (una dozzina il totale) trovati positivi dall’UCI sono roba nostra. A livello generale in Italia, cioè considerando i ciclisti della domenica e i professionisti, gli amatori sono l’80% di tutti i dopati italiani. Tra gli uni e gli altri spunta la fine veramente cretina di Paolini che ha buttato nel water tonnellate di elogi, e speriamo che su di lui ci venga risparmiata una specie di operazione recupero d’immagine, sapendolo grande amico del CT Cassani, che a lui non avrebbe mai rinunciato. D’altronde va detto che se sei un ex dopato hai ottime possibilità di avere successo come preparatore ciclistico. Santambrogio e Riccò si sono messi a fare i simil-preparatori-allenatori-consiglieri di ciclismo, con quale titolo non si sa. Il primo era ripartito facendo il panettiere, poi ha capito che la bicicletta era la sua vera vita, cosucce doping a parte. Riccò gira per Tenerife per accompagnare cicloturisti e amatori. Scommettiamo che entrambi hanno un buon successo? Si perché il perdonismo facile post-doping è sport praticato ad un ottimo livello nella nostra Nazione. Lo dimostrano le passerelle televisive di ex atleti con problemi doping, che hanno la possibilità di ritrovarsi davanti alle telecamere per dire cosa sia il ciclismo, come lo si deve correre, e alcuni di loro lavorano anche come esperti e commentatori tecnici. Basterebbe una ricerca nel web, nemmeno chissà quanto approfondita, per capire chi è quel tal esperto che può metter giudizio sugli atleti di oggi, tra una ripassatina di scuro per i capelli o di rasoio sulla zucca.

mercoledì 21 ottobre 2015

Rialziamo la testa? Un po' si.

Se per fare un bilancio negativo ci sarà tempo prossimamente, la stagione saluta tutti con un finale di stagione di marca Astana, e con un forte beneficio per il bilancio del nostro ciclismo, che chiude bene come da anni non succedeva. Se il Mondiale è stato un altro buco nell’acqua, Aru e Nibali hanno dato un impulso positivo alla loro stagione. Ad Aru si chiedeva di provare a giocarsi il Giro in primavera, e lo ha chiuso secondo in generale, con due tappe vinte. A settembre gli si chiedeva di provare il colpo grosso anche in Spagna, e ha trovato una bella vittoria conclusiva che li ha fatto smettere i panni del talento e basta. Finale di stagione finito molto bene per Nibali, che ha vinto da padrone il Giro di Lombardia. Il siculo era stato quasi “analizzato” in diretta tivù dalla RAI durante il giro francese. Per tre giorni balordi vissuti sulle strade transalpine, i vari commentatori l’hanno menata quasi una settimana con un Nibali che non era “più lui”. Come se arrivare quarti nella gara più difficile sia roba da dichiarare fallimento allo Stato. La brutta figura della Vuelta con il famoso traino sembrava aver fatto il resto. Poi la rinascita nel Lombardia. Il prossimo anno Aru dovrebbe correre il Tour per guardare alle Olimpiadi (5 agosto), stessa cosa di Nibali che però ha strizzato l’occhiolino al Giro, gara che Vincenzo non corre dal 2013, quando lo vinse. Nibali ha passato un inverno da dimenticare, tra magagne UCI (licenza si, licenza no, licenza forse) e a detta dello stesso ciclista una quantità troppo robusta di presenze per fans club, sponsor tecnici, interviste, ospitate di turno. Aru è stato graziato in questo dal fatto che fino all’anno passato lui era ancora un talento crescente, e quindi non gli si chiedeva di rivincere questo o quest’altro. Vedremo da questo inverno se il ragazzo riuscirà a salvarsi da richieste che certamente si moltiplicheranno da ogni direzione. Chiudiamo in maniera positiva una stagione che ai più alti livelli ha vissuto sulle spalle di due atleti. Del resto dell’Italia ciclistica si scriverà tra un po’ e in quel caso la musica varierà dall’andante allegro dell’autunno ad un lento con brusche interruzioni riguardo al tema principale.

giovedì 15 ottobre 2015

Basso saluta il gruppo

Una carriera nata sotto l’insegna del talento, dell’essere predestinato. Proseguita con la squalifica per l’Operation Puerto, continuata con la rinascita sotto la mano di Aldo Sassi. In mezzo due Giri vinti, anche se dai sapori ben diversi l’uno dall’altro.
Con la nascita del Giro 2016, il ciclismo ha ricevuto i saluti e baci da parte di Ivan Basso, che abbandona l’attività come ciclista professionista. Non lascerà il ciclismo, lo seguirà con un altro ruolo. La carriera di Basso è finita forse con una stagione di anticipo a causa del tumore ad un testicolo scoperto al Tour, ma lo stesso varesino non ha nascosto che pensava di poter essere più competitivo, anche se in un ruolo di gregario. Parte che aveva iniziato a ricoprire da quest’anno a favore di Contador. Basso ha vinto due Giri. Il primo (2006) viene incorniciato dai veleni e dai sospetti – fatti in diretta televisiva nell’allora primo dopo tappa – da parte di Gilberto Simoni, scalatore trentino, vincitore di due Giri d’Italia, ciclista fermato al Giro del 2002 per doping per via di: 1) prima versione; le cure del dentista 2) seconda versione; le caramelle alla coca della zia Giacinta. Grazie alla provvidenziale zia ne uscirà scagionato. Peccato, vedendo le notizie più attuali, che Luca Paolini non abbia delle zie che si chiamino Giacinta. Tornando a Basso, il varesino rinasce agonisticamente dopo due anni di squalifica per via della nota Operation Puerto. Passa da Bijarne Riis ad Aldo Sassi e al centro Mapei, da un ex ciclista che veniva soprannominato “Mister 60%” quando correva, ad un preparatore che faceva del lavoro duro la sola e unica regola per avere risultati. Basso torna nell’autunno del 2008 e convince più di quello che ci si attendeva. Al Giro 2009 termina la corsa sul gradino più basso del podio, dopo le squalifiche post-Giro di Pellizotti e Di Luca. Alla Vuelta, corsa tre mesi dopo, chiude al quarto posto. Da questi risultati si evince che le qualità dell’uomo da grandi giri non si sono perse, e si confermano ulteriormente quando il Giro 2010 viene vinto senza discussioni, e questo successo non fa che far riflettere sul fatto che Basso ha perso per questioni doping i due anni forse migliori della sua carriera, ed il Tour avrebbe potuto essere veramente vinto. Professionista maniacale, preciso, organizzato, Basso è stato importante riferimento per Vincenzo Nibali, quando i due anno corso – e vinto – con i colori dell’oggi scomparsa Liquigas.

giovedì 8 ottobre 2015

Anatomia di un Giro

A meno di brutto tempo, il Giro 2016 sarà meno cattivo rispetto alle ultime edizioni. Diminuiti i chilometri per i trasferimenti, niente cronosquadre, tornano le Dolomiti. Dall’Olanda fino a Torino per 3.800 chilometri totali, di cui 61 a cronometro. A un passo dal 100° Giro.
Dopo gli anni dei Giri spacca-gambe di Zomegnan avevamo bisogno di aspettare qualche anno per ‘inquadrare’ quelli nati dalla testa di Mauro Vegni. L’uomo che già da qualche anno guidava nel concreto delle cose il Giro dietro le quinte, anche se Michele Acquarone ne rappresentava l’immagine all’esterno. Adesso si può dire che Vegni cerca di costruire Giri basati sull’equilibrio – anche per paura di trovare un corridore ‘ammazza-Giro’ quando magari manca una settimana, cosa dannosa per l’audience e mal vista dagli sponsor – e cerca (trovandola) anche una cosa che al Giro ormai non era più considerata: umanizzarlo negli sforzi. Dopo l’edizione dello scorso anno, anche questa volta si è lavorato per limitare al minimo possibile i chilometri dediti ai trasferimenti. Ebbene, parlare di 800 chilometri totali di trasferimenti vari (si parte dall’Olanda), alcuni anni fa sarebbe sembrato utopia. La corsa rosa numero 99 partirà dalla patria dei tulipani, da Apeldorn, con una breve cronometro individuale di 10 chilometri. Una distanza che la fa diventare una piccola cronometro, facendola uscire da quel limbo tecnico-agonistico chiamato prologo, che non sai mai quanto piaccia veramente. La seconda e la terza tappa sono due frazioni facili, che avranno nel vento l’unica insidia. Con questo, non ci si azzarda nel dire che il vento è un ostacolo che si possa minimizzare: se quel giorno Eolo avesse voglia di farsi sentire, le sorprese potrebbero rivelarsi amare. Questa edizione partirà di venerdì, un giorno prima, per via del trasferimento aereo che porterà la carovana in Italia, dando modo ai corridori di ritrovarsi complessivamente con un giorno di riposo in più. Il Giro ‘nostro’ partirà dal sud Italia con la Catanzaro – Praia a Mare di 191 chilometri. Niente di difficile, com’anche il giorno successivo con la Praia a Mare – Benevento di 233 chilometri.
Qualcosa potrebbe uscir fuori con la frazione numero 6, la Ponte – Roccaraso di 165 chilometri, ma fino alla cronometro individuale di domenica 15 maggio la classifica non dovrebbe avere sussulti veramente importanti. I 40,5 chilometri della Chianti Classico dovrebbero far uscire dalla tana i non-scalatori che devono iniziare a metter via fieno in cascina. Dopo la cronometro arriva il secondo giorno di riposo, prima di ripartire con la 10^ tappa Campi Bisenzio – Sestola di 216 chilometri. Tappa senza un metro di pianura, che vivrà sull’Appennino tosco-emiliano con una frazione che arriva dopo la sosta. Per questo motivo è una giornata che potrebbe dare qualche sorpresa. Se poi il tempo sarà carogna – dove sta scritto che ci sarà per forza un bel sole? – potrebbe scapparci qualche azione importante. Le tappe numero 11 e 12 sono due tappe che non riguardano la generale. la Modena – Asolo regala due salite nel finale, buone per i finisseurs, mentre la Noale – Bibione dovrebbe trovare nei cavalcavia le uniche fatiche di una frazione (la numero 12) piatta come un biliardo. Nei giorni del 20, 21 e 22 maggio (da venerdì a domenica) dovremmo capire chi NON potrà vincere il Giro. Con le frazioni di Palmanova – Cividale del Friuli, Farra d’Alpago – Corvara (Alta Badia) e la crono-scalata dell’Alpe di Siusi (11 km.) la classifica generale dovrebbe ricevere una scrollata non definitiva, ma importante. Tornano le Alpi e con queste i timori di trovare cattivo tempo. Speriamo bene. Terza e ultima giornata di riposo lunedì 23 maggio e poi sotto con le ultime giornate di gara. I protagonisti per la vittoria conclusiva dovrebbero lasciar fare nelle frazioni Bressanone – Andalo (133 km.), Molveno – Cassano D’Adda (196 km.) e la Muggiò – Pinerolo di 234 chilometri. Finale con una salita, perfetta per chi cerca la gloria di giornata nella tappa più lunga dell’edizione 2016 con i suoi 234 chilometri. Il Giro si deciderà nelle frazioni 19 e 20; Pinerolo – Risoul (Francia) di 161 km. e la Guillestre (Francia) – Sant’Anna di Vinadio di 134 chilometri. Il 99° Giro d’Italia finirà qui, perché l’ultima tappa (uneo – Torino) sarà una passerella di 150 chilometri per trovare l’uomo che tra due anni dovrà difendere – se partecipante – la 100^ maglia rosa della storia.
Le giornate dedicate agli scalatori saranno sei, forse sette, come sette saranno le occasioni per i velocisti. La Cima Coppi di questa edizione pianterà bandiera sul Colle dell’Agnello con 2.744 metri d’altezza. Però tanto di cappello anche al Col de la Bonette che guarda il mondo dai suoi 2.715 metri. La giornata dedicata al cosiddetto ‘tappone’ Alpino vivrà con la frazione che da Farra d’Alpago a Corvara metterà sotto le ruote il percorso della Maratona dles Dolomites, con i Passi Pordoi, Sella, Gardena, Campolongo, Giau, Valparola e con il Muro del Gatto (18%) per un totale di 5.300 metri di dislivello. Mai una corsa aveva totalizzato un dislivello così grande in una giornata di gara. I grandi nomi attesi in Olanda il 6 maggio sono cento e nessuno. Presentare il Giro così presto non da garanzie sui programmi delle squadre che vengono decisi a dicembre. In mezzo a tanti discorsi di circostanza l’unico a parlare chiaro è stato Elia Viviani, con aspettative, per ora senza conferme, che pare riguardino Landa (Sky), Nibali (Astana), Kittel (Etixx), Valverde (Movistar), mentre Contador era presente forse più perché vincitore dell’ultima edizione. Sagan sembra orientato alle classiche, e pare difficile averlo al Giro, anche se i primi dieci giorni di gara non sono così duri. Di Nairo Quintana non si sa niente, Aru pare orientato al tour, mentre Froome non dovremmo vederlo se non forse per l’edizione 2017, che per la sua particolarità (100 candeline) farà probabilmente gola a tanti. Con tante occasioni per le volate Cavendish e Greipel avrebbero di che divertirsi. Tibot Pineaut potrebbe esserci, su Gilbert o Cancellara nessuna promessa. A proposito: sullo svizzero giravano voci di riflessioni sull’ipotesi ritiro. Tutte ipotesi, mezze fantasie, a volte tutte intere per cercare di far girare la voce e aumentare l’attenzione sull’evento già dai primi mesi del prossimo anno. Il marketing spesso prende vita proprio con la stampa. D'altronde, con una presentazione così anticipata – al Giro mancano ancora otto mesi! – non è possibile chiedere ad un corridore delle garanzie su quali corse correrà.

martedì 6 ottobre 2015

Mi ridate quel Giro?

In attesa di entrare nel dettaglio della prossima corsa rosa, buttiamola sul sentimento e sul romanticismo, giusto per allungare il brodo. Cominciamo allora in maniera noiosa e ripetitiva per non farci mancare niente.
Per quanto l’emozione di scoprire il Giro che arriverà sia sempre forte, una presentazione che mi cade quando la stagione non è veramente finita (vi sono ancora alcune corse, anche se non di primo piano), stona con quelle presentazioni che nella seconda metà di novembre portavano un soffio di primavera dentro casa. Vedevi il nuovo Giro e pensavi a maggio, alle rose sui giardini, al rosa sui ciclisti. Sarà perchè quei Giri nascevano incorniciati dalle nebbie di novembre, dalle prime gelate rigide del mattino, dalle giornate corte, dal pezzo di legna che bisognava buttare nella stufa, sarà per quei sabato pomeriggio che profumavano di castagne arrostite e vino nuovo, sarà per i filmati del Cassani-cavia che riusciva a spiegarti una tappa, mentre sorseggiava un vino primitivo frizzante perché ancor giovane, assaggiato nella cantina di turno. Nell’immaginario di chi scrive il Giro è un evento che profuma di primavera. Come una Milano-Sanremo o una Tirreno-Adriatico. Due corse che tramite il mezzo televisivo portano la primavera a chi ancora non la può sentire già così presente. Vuoi mettere il nostro clima marzolino del nord-est con quello della riviera ligure o del centro Italia nel medesimo periodo? Con il Giro, con la sua presentazione, è un riaccendersi di queste sensazioni. Oggi la tecnologia la fa da padrona. Un tempo veniva introdotto un enorme tabellone che veniva aperto e tu cercavi nella prima panoramica della regia televisiva la tua Regione. Un secondo dopo cercavi di capire se quella linea rosa andava verso la tua Provincia. Un altro secondo più tardi potevi venir attraversato da una brivido di soddisfazione se quella linea rosa attraversava la tua città, il tuo paese, o le passava molto vicina. Purtroppo oggi sembra troppo chiedere a Garzelli di salire su di una bicicletta per la perlustrazione del percorso. Anche se dubito possa dare delle spiegazioni competenti come quelle dell’attuale CT Cassani, che a ottobre iniziava a girare mezza Italia, raccontando il Giro che sarebbe arrivato, facendolo sembrare sempre bellissimo anche se così non era. Meglio rimanere davanti alla telecamera, dopo aver guardato che le scarpe siano lucide, la testa sia stata ripassata di fresco con il rasoio elettrico e le sopracciglia ben delineate dalla pinzetta.

giovedì 1 ottobre 2015

Ottobre; l'editoriale

“Che diavolo ci fa Viviani la in mezzo?” ti domandi al penultimo giro. L’Italia delle corse di un giorno si conferma seconda forza. Forse perché non si può chiedere ad un cuoco di fare una frittata senza uova.
“Cercando il pelo nell’uovo, usciamo in maniera positiva da questo Mondiale rispetto a dodici mesi addietro. Torna la medaglia dagli Under 23, arriva anche a cronometro, la sfioriamo con le donne. Poi però ci squagliamo (ancora) coi nostri big. Stavolta le delusioni arrivano dai nomi pesanti, importanti e spesso decisivi. L’argento degli Under 23 è ossigeno puro, aria fresca dopo anni in cui si preferiva spruzzare nauseabondi deodoranti invece che aprire una finestra. L’argento di Malori è il risultato di un atleta che inseguiva da anni questi risultati, e che ha raggiunto la maturità in una squadra – ahinoi – straniera. La medaglia sfiorata dalle donne, quasi tutte – ahinoi parte seconda – tesserate con formazioni estere, è stata il risultato del trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la ciclista sbagliata. A Giorgia Bronzini sono mancate le gambe in quei benedetti ultimi cinque chilometri per tenere il contatto con il gruppo di testa. Fino a quel momento tutto bene. La piacentina era stata sempre nel gruppo, coperta, via dal vento in faccia, ben ‘custodita’ dalla squadra. Quello che devi fare se vuoi tenere in serbo un atleta per giocarti la tua carta in volata. È stata lei la prima big ch’è mancata, ma se una tirata d’orecchi ci sta, le donne sono arrivate comunque a un metro e mezzo dalla medaglia. Fino alla volata le nostre ragazze si stavano ancora giocando il podio. Lì c’eravamo insomma, per dirla semplice. Poi arrivano le vere note dolenti. E qui ti domandi se Ulissi – mai visto se non nelle interviste – sia veramente un atleta con la testa per avere su di sé una Nazionale. Ad un tratto è arrivato il segnale che forse qualcosa non tornava poi troppo. Ti spunta Viviani, l’uomo programmato per l’eventuale volata, che deve inventarsi tappa-buchi per inserirsi nel gruppetto che stava tentando il colpo grosso quando probabilmente era, quello, il turno di qualcun altro. Probabilmente quel Nibali che prima e dopo il Mondiale spaccava il mondo nelle gare italiane. In quel momento, con Viviani a fare quello che dovevano fare altri, abbiamo bruciato la nostra carta per la volata. Ma soprattutto dopo l’azione di Elia siamo spariti, quando invece dovevamo venir fuori. Come altre volte negli ultimi anni. Dove la frittata continuano a mangiarsela gli altri.”

domenica 20 settembre 2015

Operazione medaglia, o qualcosa in più?

Quattro titoli iridati su strada con tre atlete diverse, altre medaglie tra Olimpiadi e Mondiali, e livello medio altissimo rispetto alle altre nazionali. La ‘macchina’ del CT Salvoldi si riaccende.
Non esiste tecnico al mondo che abbia vinto medaglie quanto lui. E per una medaglia, magari color del sole, è stata costruita anche questa formazione. Si comincia dalle scelte; Marta Bastianelli, Giorgia Bronzini, Elena Cecchini, Maria Giulia Confalonieri, Tatiana Guderzo, Elisa Longo Borghini, Rossella Ratto, Valentina Scandolara, Silvia Valsecchi. Questa la nazionale rosa elite che volerà oltreoceano per cercare di rinnovare la tradizione acchiappa medaglie che l’anno scorso tornò a casa con le pive nel sacco, dopo la sciagurata volata male impostata dalla Ratto, con Giorgia Bronzini che ad un tratto riuscì a rientrare con le migliori, ma che si ritrovò stoppata da un allungo mal calibrato della nostra seconda linea per lanciarle la volata. È una nazionale che porterà con se quattro mondiali vinti, tra Bastianelli, Bronzini e una ‘miracolata’ Guderzo, vista la stagione passata dalla vicentina che per bocca dello stesso Salvoldi è stata convocata forse più per la sua capacita di essere importante per il concetto di squadra (filosofia su cui Salvoldi è sempre stato rigido), visto che il percorso iridato non le si addice. Potrebbe per questo essere lei la sorpresa come riserva? Giusta la convocazione di Elena Cecchini, la migliore per rendimento tra le nostre campionesse nazionali delle ultime stagioni. Vi è poi la linea verde con il trio Scandolara-Longo Borghini-Ratto, con Silvia Valsecchi per la prova contro il tempo e la Confalonieri che non è detto sia già destinata al ruolo di riserva. Un livello medio per esperienza e risultati conseguiti alle rassegne iridate od olimpiche che pone la nostra rappresentativa rosa elite come la formazione migliore tra tutte le nostre rappresentative. Per la prova rosa Juniores, da cui arrivò unica medaglia targata Italia nell’dizione 2014, ecco le ragazze chiamate alle…..bici; Elisa Balsamo, Sofia Bertizzolo, Lisa Morzenti, Nadia Quagliotto, Katia Ragusa, Chiara Zanettin. Bertazzolo e Morzenti saranno le nostre rappresentanti a cronometro. Anche con loro si cercherà metallo nobile. Le squadre correrà con il lutto al braccio per ricordare Valeria Cappellotto – sorella di Alessandra, prima iridata italiana (1997) – da poco tempo uccisa da un tumore. Aveva partecipato a due Olimpiadi e ha corso sette Mondiali consecutivi. Si è spenta nel suo letto con i suoi tre figli vicini alla mamma.

giovedì 17 settembre 2015

"Ho scelto in funzione della squadra"

Ecco la formazione definitiva per i mondiali di ciclismo. Nibali strappa la convocazione dopo aver fatto il diavolo a quattro alla Coppa Agostoni (2°), e al Trofeo Bernocchi, che ha vinto.
Una formazione costruita pensando al concetto di squadra. Un gruppo che avrà due ‘vecchietti’ con funzione di uomini d’ordine come Quinziato e Bennati, che sanno pedalare sul pavè più di altri. con uomini pronti all’attacco per agitare le acque se necessario come Oss, Trentin o Nibali che come ha detto il CT; “L’ho visto molto forte e per questo non potevo lasciarlo a casa”. Con Viviani come probabile ruota veloce per un eventuale finale veloce e Ulissi come riferimento assoluto, anche se sotto il profilo della distanza non esistono garanzie. Una cosa che Cassani non tralascia, ma probabilmente deve aver avuto precise garanzie sullo stato di forma dell’uomo della Lampre. “Ulissi ha delle caratteristiche particolari – ha spiegato il Commissario Tecnico ai microfoni di RAI-Sport – con la capacità di avere il ‘cambio di ritmo’ quando sta bene. Non abbiamo garanzie su quello che vale in una gara di 260 chilometri, anche se quest’anno al Giro d’Italia ha vinto una tappa lunga. Si è preparato guardando molto a questo mondiale e quindi è giusto dargli fiducia“. La nazionale di ciclismo Elite Uomini sarà composta da; Daniel Oss, Manuel Quinziato, Matteo Trentin, Salvatore Puccio, Diego Ulissi, Elia Viviani, Daniele Bennati, Fabio Felline, Giacomo Nizzolo, Vincenzo Nibali e Sonny Colbrelli. Due tra questi corridori verranno poi nominati riserve.

martedì 15 settembre 2015

Ecco le giubbe azzurre di Cassani

La stagione ciclistica va verso la sua conclusione. Ecco i convocati che il CT Cassani ha scelto per il mondiale statunitense. Qualche sorpresa, e con una situazione in ‘stand-by’ di nome Nibali. Le scelte definitive arriveranno nel fine settimana, dopo le due pre-mondiali, però il CT Cassani ha diramato la rosa da cui uscirà la Nazionale per il mondiale in Virginia. Nonostante l’altimetria della prova iridata sia davvero abbordabile (1.500 metri totali!) non troviamo la ruota veloce di Sacha Modolo ma alcuni uomini ‘pesanti’. I pre-convocati da cui uscirà la squadra: Ulissi, Nibali, Bennati, Quinziato, Trentin, Felline, Oss, Viviani, Nizzolo, Guarnieri, Sbaragli, Puccio, De Marchi e Colbrelli. Una squadra che avrà tra i suoi rappresentanti gente ‘del nord’ (Quinziato, Oss e Bennati), con un punto di domanda che è Nibali. Se Aru non avrebbe potuto dire la sua su questo circuito, per Nibali si aspetterà di vedere se l’inattività di queste settimane ne ha appesantito la pedalata. Tra le ruote veloci l’Italia potrebbe cercare in Elia Viviani lo spunto per la volata, mentre sul ruolo di Ulissi era dal Giro d’Italia che non vi erano dubbi. Se avesse avuto una buona condizione in vista della Virginia, sarebbe stato il nostro ciclista di riferimento negli ultimi 30 chilometri. Volata generale permettendo.

Eppure è uno dei grandi

Con 36 anni sulle spalle, Joaquin Rodriquez arriva per l’ennesima volta vicino al colpo grosso in un Grande Giro, che forse non vincerà più. Nonostante questo la sua carriera è comunque da migliori del gruppo.
Sono pochi gli atleti in gruppo che possono vantare di essere stati competitivi nei Gran Tour (con diversi podi conquistati nelle classifiche generali) e nello stesso tempo pluri-vincitori di classiche. Lo spagnolo Rodriguez è uno di questi pochi. Debuttante tra i professionisti nel 2001 con la ONCE, Rodriguez (foto; wieler.be)può vantare un bilancio complessivo, tra classifiche finali delle corse di tre settimane e classiche da finisseur (la sua qualità principe) tra i migliori dell’ultimo decennio. Il suo rapporto con i Grandi Giri è sempre stato amaro, in qualche caso amarissimo. Tra tutti il secondo posto al Giro 2012, chiuso alla miseria di 16” dal canadese Rayder Hesjedal, seguito dal terzo posto alla Vuelta dello stesso anno, quando fu Contador con un’azione che fece saltare il banco ha strapparli una maglia rossa che pareva un caso chiuso. Nel 2013 arrivò l’amarissimo argento nella Firenze iridata. Uomo da Muro di Huy per le sue caratteristiche da scattista con grandi doti di fondo, ha vinto diverse volte la Freccia Vallone e anche al Giro di Lombardia è diventato un pluri-vincitore in pochi anni. Un ciclista per tutta la stagione, con un rendimento medio complessivo altissimo nella seconda parte della sua carriera. Ora l’obiettivo potrebbe essere l’Olimpiade che a quanto pare regalerà un percorso selettivo come da un pezzo non si vedeva. Fermo restando che per quando il fascino d’Olimpia sia il più grande, Rodriguez vi arriverebbe a 37 anni compiuti. Viste le caratteristiche del prossimo Mondiale, non è da escludere che possano essere invece i 5 cerchi il suo stimolo per il futuro, anche se nel futuro abbastanza prossimo c’è anche un altro Lombardia all’orizzonte.

Aru diventa un grande di Spagna (e tiene in piedi la baracca-Italia...)

Lasciamo stare le frasi piene di complimenti che adesso salteranno fuori dalla bocca di tanti per trovare un po’ di spazio sul carro del vincitore. Ossigeno puro per il nostro ciclismo: è anche questo la bella vittoria di Fabio Aru alla Vuelta. È una specie di benedizione ciclistica per un movimento, il nostro, che senza il sardo avrebbe registrato una stagione fino a questo momento abbastanza magra, con alcune piaghe doping a condire il tutto. Aru è stato considerato un predestinato fin da quando è passato professionista. È cresciuto ciclisticamente con il medesimo alone che ha circondato Nibali quando arrivò tra i professionisti. Già la stagione scorsa l’isolano aveva corso una grande Vuelta (2 tappe, 5° nella generale). Quest’anno si era nuovamente confermato con il podio del Giro (2°), podio che aveva raggiunto anche nel 2014 (3°). Ed ecco arrivare il Giro di Spagna con l’espulsione di Nibali per traino vietato, e la caduta di Froome a concedere una grossa occasione al sardo. E adesso, come Nibali con Basso alla scomparsa Liquigas, l’Astana avrà due uomini per i Grandi Giri con qui sarà obbligata a fare i conti, specie il prossimo inverno, quando si decideranno gli obiettivi stagionali principali per i due italiani. Di solito queste coppie non resistono molto sotto il medesimo tetto e sarà da vedere quanto si raddrizzerà il rapporto Nibali-Astana. Parlando di Vuelta però non va dimenticato l’olandese Dumoulin che va premiato con un robusto plauso. Alla fine ha finito la benzina ed ha perso molto – da maglia rossa a 6° in classifica – ma si è superato. Sono stati lui e Aru a tenere viva fino alla fine una Vuelta 2015 che si conferma ormai corsa dai grandi valori da esprimere per svettare in essa, grazie a percorsi che nell’ultimo decennio hanno dato alla corsa iberica connotati tecnico/ciclistici, che non hanno niente da invidiare ai fratelli maggiori Giro e Tour. Già nel 2014 il Giro spagnolo era stato il più bello dei tre Gran Tour (come ama spesso chiamarli Contador). Era la metà del decennio scorso che la Vuelta decise di darsi un indirizzo preciso, adottando frazioni di lunghezza inferiore rispetto alle abitudini francesi e italiane. Con gli anni sia Tour sia Giro hanno iniziato a scopiazzare gli amici iberici. E sempre con il tempo il Giro spagnolo ha smesso di essere solamente la corsa per preparare un Mondiale. E, nemmeno a farlo apposta, Anche per Nibali la Vuelta è stata il primo Gran Tour vinto. Dalla Spagna iniziò il suo periodo d’oro. Adesso vediamo se un altro atleta isolano riuscirà a copiarlo in tal senso.

giovedì 3 settembre 2015

Tutti giù per terra? Si, ma quà c'è ben poco da divertirsi!

Froome ha dovuto ritirarsi dalla Vuelta causa caduta, come gli capitò al Tour 2014. Non è questione di Froome, ma invece che di Froome ce ne sono dannatamente troppi in questi anni.
Come avere un calcio di rigore a disposizione. Tra ciclisti che si auto-eliminano (Nibali), tra chi con c’è fisicamente (Contador), tra chi non sembra avere la forma del Tour (Quintana), e tra chi cade (Froome), Fabio Aru è nella stessa posizione di Nibali al Tour 2014. Difficile non vederlo adesso come il chiaro favorito per la vittoria finale. Quello che però salta all’occhio di chi ha un pelo di memoria è che negli ultimi anni – giratela e rigiratela come ti pare finché non ti viene il mal di testa – c‘è sempre gente che si ritrova con il sedere sulla strada. Pochi anni addietro, durante un Giro d’Italia, capitava che con due gocce d’acqua i ciclisti finissero spesso col sedere per terra. Qualcuno in quel periodo ipotizzò che sparare nove o dieci atmosfere nelle gomme delle biciclette poteva essere la risposta a quei voli che di pindarici non avevano niente. Oggi la questione assume aspetti un po’ diversi. Questo perché in gruppo sono tornate le gomme da 23 – roba che profuma di anni 60’/70’ – se non da 25. Al Giro si sono viste ruote anteriori da 25, con posteriore da 23. Ma siccome non si è qui per questionare sulle ruote moderne, limitiamoci a dire che con ruote da 23 le nove o dieci atmosfere non centrano più, proprio perché i ciclisti cercano il comfort delle 7barra8 atmosfere massime. Certo oggi le strade sono più complicate nel loro disegno, specie nelle zone urbane, ma certi voli capitano ormai ovunque. L’impressione è che le biciclette siano arrivate in mano a una generazione ciclistica che non sa prendere misura. Alla fine del decennio scorso s’iniziò a chiedersi se le radioline non rovinassero lo spettacolo. La tesi difensiva di chi le voleva mantenere, era che in caso di finali pericolosi potevano essere di aiuto anche a chi organizzava la corsa stessa. Ma siccome qui le cadute capitano anche a decine di chilometri dalla linea bianca, il finale di gara centra zero. Altri invece affermano che se un ciclista sta ascoltando con attenzione quello che in quel momento gli viene detto via radio, non ha più la totale concentrazione alla guida del mezzo, la bici, e i riflessi sono automaticamente rallentati. Come scritto sopra possono esserci cento pareri diversi e tutti possono esser buoni. L’unica cosa certa è che le cadute in queste ultime stagioni sono una cosa continua e sempre più presente, deformando come forse mai prima le classifiche delle gare, e senza fare più così tanto clamore come poteva capitare in passato.

martedì 1 settembre 2015

Settembre, l'editoriale

Ci sono nazioni, come la nostra, che vanno orgogliose della loro storia ciclistica. Poi ci sono quelle che la loro storia l’hanno presa a calci. Per cercare di ripulirsi.
“Un noto Trofeo Under 23 italiano, una internazionale disputatasi non molto tempo addietro, ha avuto ai nastri di partenza una quarantina di partecipanti. In due parole, una miseria. Nel periodo estivo – e per circa due mesi – in Italia non ci sono state corse professionistiche di buon livello, figurarsi di alto, perché i soldi sono finiti per molti, e ne sono rimasti pochi per gli altri. Una situazione che da decenni non si verificava. Se si ha la possibilità di andare a vedere qual’era il calendario di corse in Italia fino a pochi anni addietro si resta di sasso. L’Italia vede il suo ciclista numero uno – e uno dei migliori in senso assoluto – squalificato dalla Vuelta perché pizzicato a fare il furbo in corsa attaccandosi all’ammiraglia sotto gli occhi di tutti come un fesso qualunque, e sempre noi abbiamo fino a questo momento il più alto numero di dopati pro’ per questa stagione. Una situazione che per l’immagine del ciclismo italiano non si può accettare, ma che difficilmente cambierà nel breve periodo, visto che situazioni di questo tipo sono puntualmente evitate nel racconto dell’informazione specializzata. In Germania sono tornati a trasmettere sulla televisione in chiaro il Tour de France, dopo che per diversi anni la tivù pubblica teutonica si è rifiutata di trasmettere uno spettacolo sportivo che puzzava di falso. Il movimento ciclistico tedesco è ripartito quasi da zero, smettendo di sventolare vecchie ‘bandiere’ che pedalavano in gruppo dagli anni ’90, così come la nomea della T-Mobile, una formazione ciclistica paragonabile per cultura doping alle varie Festina e US Postal poi Discovery Channel. Oggi la Germania viene da due stagioni come prima Nazione al mondo per risultati globali, più di 20 le tappe vinte al Tour in quattro edizioni e vecchi tecnici (o presunti tali) che erano nelle ammiraglie tedesche anni addietro, sono andati a lavorare in squadre di terzo piano fuori dall’Europa. In Germania hanno dato veramente calci nel sedere, mentre noi definiamo “una cosa illogica” (Davide Cassani) la positività per droga di Paolini al Tour, quando invece a casa nostra avremmo dovuto chiamarla una vergogna.“

sabato 29 agosto 2015

Le due facce della medaglia Astana

Dopo una settimana di gara la Vuelta inizia a far vedere le prime schermaglie di classifica, premiando fin’ora Fabio Aru rispetto a Quintana e Froome. Niente di pesante, decisivo e irrimediabile, ma intanto pare che l’isolano sia quello che tra i big si sia portato appresso la condizione migliore. Va detto che aldilà delle chiacchiere e delle tabelle il famoso secondo ‘picco’ di forma non è facile trovarlo a poche settimane di distanza dal primo. Contador l’ha capito in Francia dopo il Giro vinto, mentre Aru è l’unico tra i big presenti in Spagna ad avere avuto più di due mesi per ripartire in maniera profonda con la preparazione. Dopo i due podi colti al Giro nelle ultime due edizioni e il 5° posto della Vuelta 2014, sembra che Aru sia pronto per il colpo grosso. La sua concentrazione è totalmente indirizzata al Giro di Spagna, visto che il Mondiale sembra improntata verso altri atleti di riferimento per la Nazionale d’oltreoceano che tra poche settimane pedalerà in Canada. Se c’è quindi un lato del Team Astana che ha di che essere ottimista, c’è il lato della medaglia raffigurante Nibali che non si sa quanto abbia voglia di brillare. Il due volte campione d’Italia ha deciso di spegnere il proprio profilo twitter per trovare un po’ di tranquillità dopo la figuraccia del traino spagnolo, ma non è da escludere che la sua stagione sia già conclusa, almeno dal punto di vista mentale. Gli appuntamenti non mancano, e se il Mondiale non appare come pane per i suoi denti, il Giro di Lombardia varrebbe la pena avvicinarlo con un po’ di scrupolo. Per il siciliano è stata la stagione più balorda della carriera l’unica dove fin’ora ha colto risultati al di sotto delle aspettative. Rispecchia la forma del nostro ciclismo guardandolo a più ampio spettro, soprattutto a livello corse nazionali. Ma di questo si scriverà più avanti.

giovedì 20 agosto 2015

E se la "grande famiglia" andasse in pezzi?

L’Italia ciclistica va in Spagna come nazione ciclistica leader 2015 per casi doping. Quale sarà la prossima strategia per raccontarci la storia di un ciclismo italiano più pulito e onesto?
Qualche anno fa, nella sua storica confessione doping, Lance Armstrong spiegò che nella sua EPOca ciclistica, l’EPO girava in gruppo come acqua nelle borracce o aria nelle ruote. Tempo dopo l’italiano Di Luca confessò e raccontò delle tonnellate di omertà che viveva ancora in gruppo e delle tante pratiche dopanti ancora esistenti. Sia per Armstrong che per Di Luca si mobilitò anche la tivù. Bisognava correre ai ripari prima che gli appassionati facessero due più due per conto loro, e capissero che due più due fa quattro e non quattro e mezzo come si cerca spesso di raccontare. Per il texano avvenne la resurrezione televisiva di Simeoni, invitato a parlare delle sue discussioni con l’americano quando correvano, facendo fare ad Armstrong la figura del demonio, mentre ci si dimenticava di raccontare che Simeoni era finito nelle peste perché aveva frequentato tal dottor Ferrari. Per Di Luca si scelse la linea del minimizzare le cose dette, dicendo che tutte le cose spiegate si sapevano (e quindi far finta di niente magari?), che l’abruzzese non aveva detto niente di nuovo (idem anche quì per caso?), e che l’intervista rilasciata dall’ex ciclista alla trasmissione televisiva Le Iene era figlia del rancore, e quindi Di Luca doveva essere visto come una specie di poveretto che, siccome due volte dopato, non doveva essere preso in considerazione. Caruso (Gianpaolo) è un ciclista che aveva già avuto guai per doping e fa parte di quella generazione ciclistica che viene additata come esempio per le nuove leve, perché da anni il ciclismo “è molto più pulito”.
Questa è la frase che ci hanno propinato negli ultimi anni giornalisti che bazzicano il baraccone da anni, telecronisti, commentatori ciclistici, dirigenti, atleti, tecnici e gente che non ha mai corso una gara di biciclette però bazzica l’ambiente ciclistico di alto livello senza essere sponsor, dirigente, organizzatore. Intanto abbiamo Paolini, per l’appunto Caruso, Taborre, Apollonio e Reda. Tutti ragazzini senza senso della misura e giudizio? Per niente: Paolini va verso i 40 anni, Giampaolo Caruso 35. Due atleti che sono dei Nazionali. Quali saranno le reazioni dell’FCI? Vi sarà la solita linea dura delle chiacchiere con il CT o il Presidente di turno che si diranno amareggiati, sorpresi? Si appoggeranno alla tivù per lanciare l’ennesimo messaggio di biasimo e severità, magari assieme a giornalisti che diranno con tono severo e ad alta voce il famoso; “è ora di finirla!!”? Salterà fuori il vecchio giornalista che parlerà di ciclisti ‘vittime’ di un sistema? Si preferirà il silenzio? Se Caruso è stato vittima di un sistema, casomai lo è stato di un sistema anti-doping perfezionatosi nel tempo. Per il resto la si finisca di propinarci la solita storia delle “cose belle che ci piace raccontare”, solo per continuare a difendere più il proprio posto di lavoro, la propria posizione agli occhi dei cosiddetti potenti, che la specialità sportiva che si dice di amare, e raccontare solo le cose che funzionano per non finire nella lista dei giornalisti indesiderati. Basta con la storia della “grande famiglia del ciclismo” sbandierata ad ogni benedettissimo Giro d’Italia per tre settimane. Persone che consapevolmente difendono gente indifendibile, raccontandoci solo le cose belle di questa benedetta “grande famiglia”, continuando con il cercare di raccontarcela come gli fa comodo, invitando puntualmente ad un microfono gente che dovrebbe parlare davanti al registratore di una Procura prima che davanti a una telecamera, aiutando il ciclismo così ad andare in pezzi ancor più velocemente, e credendoci una massa d’imbecilli pronti a credere alle favole della Ciclo-Peppa Pig di turno.

mercoledì 19 agosto 2015

Ancora doping, ancora ciclisti, ancora Italia.

La Wada (World Anti-Doping Agency) è un brutto cliente. Gente con le palle quadrate che a differenza dell'FCI, e a volte l'UCI, ti sta dietro finchè non ne puoi più. Lance Armstrong ne sa qualosa. Adesso la Wada può controllare urine e sangue, anche se questi sono stati prelevati diversi anni prima, fino a dieci. Stavolta è Gianpaolo Caruso il ciclista positivo all'EPO. La sua provetta era del marzo 2012, e la differenza l'ha fatta un metodo di controllo più sofisticato che ha fatto scoprire il marcio. Dopo Luca Paolini al Tour, sempre uomo Katusha, un'altro dei bravi ragazzi di Suor Peppa De Stefano si dimostra tutto fuorché bravo. La domanda è; se questa provetta è del marzo 2012, il ragazzo ci ha presi per il sedere fin da quel tempo? E se questo nuovo sistema di controllo doping è così efficace, dobbiamo attenderci molte altre sorprese? E quando la finiremo di dare retta a gente che dai pulpiti televisivi continua a definire i ciclisti come vittime?

martedì 18 agosto 2015

"Nella vita non esiste solo l'agonismo"

Parole certamente condivisibili quelle che Ivan Basso ha pronunciato nel corso di un affollato incontro, per annunciare il probabile non-ritorno alle gare. Una specie di conferenza stampa per parlare, senza dirlo, del suo possibile ritiro agonistico. Il varesino ha valorizzato il valore che lo sport può avere anche senza velleità agonistiche, dicendo che la bicicletta è portatrice di benessere, di vita, anche felicità. Peccato che queste parole a molti appassionati entreranno da un orecchio e usciranno dall’altro alla velocità della luce, visto che nell’ambiente amatoriale togliere dalla propria testa l’idea dell’agonismo, della competitività, della classifica, vuol dire togliere a molti lo stimolo per continuare.

Richmond 2015: pian piano si comincia

Nel Giro di Spagna, ormai vicino, vi sarà la rivincita ciclistica post-Tour (a parte Contador) dei migliori del gruppo. Ricordando che Richmond 2015 non è poi così lontana.
Chissà se tra gli appassionati di ciclismo il nome di Sofia Bertazzolo ricorda qualcosa. Perché è da questa ragazza vicentina, quest’anno maggiorenne, che l’Italia riparte in vista della settimana iridata d’oltreoceano. Da una medaglia d’argento tra le donne juniores. L’Italia arriva alla Vuelta dopo una stagione fin’ora di luci e ombre. Un Fiandre vinto (beccati in castagna? Già dimenticata la Longo Borghini?) un Giro d’Italia incoraggiante (diversi gli italiani protagonisti e vincenti), mentre al Tour abbiamo avuto Nibali trasformato quasi in caso nazionale RAI perché non vinceva e Paolini che ha deciso di tirare di coca chissà dove e quando, e il perché lo sa solo lui (ma ormai col motivo può farsi la birra), buttando nello scarico in maniera totalmente cretina un finale di carriera esemplare. Nonostante girino voci che la lista azzurra ideale di Gigi Sgarbozza abbia già superato quota 130 nomi, l’Italia continua il progetto di ricostruzione (nel settore maschile, sia chiaro) che si appoggia quasi totalmente sulle spalle di Davide Cassani. Non è da escludere che oltre ad annotare l’acquisto di una confezione di scurente per capelli, il CT abbia scritto sul suo taccuino anche alcuni nomi di casa nostra. Con la possibile esclusione di Nibali e Aru – a meno che la Vuelta non porti loro una condizione fisica perfetta – già in maggio Cassani avrà messo i nomi di un Diego Ulissi ritrovato, forse anche di testa, Elia Viviani e Sacha Modolo (saranno lui e Ulissi quelli su cui ‘girerà’ la Nazionale a Richmond?) che sono finalmente usciti dal limbo del “vorrei ma…”, con i ‘ragazzini’ Davide Formolo (ragazzo su cui Cassani punta tantissimo, ricordate che l’anno sorso Nibali tribolò da matti per batterlo al Campionato Italiano?) e Nicola Boem. Gli ultimi Mondiali ci diedero una Nazionale color azzurro-speranza perché lo stesso CT capiva che più di tanto non poteva chiedere al gruppo azzurro. Quest’anno, visto il percorso non così tremendo, difficile fare la corsa più dura di quel che probabilmente sarà. L’anno scorso Kwiatkowski vinse rischiando con un’azione solitaria. Tagliò il traguardo con pochi metri di vantaggio sugli inseguitori. Servirà forse una squadra più furba che forte, e che sia disposta a rischiare di perdere per cercare di vincere. Ce l’avremo una volpe in squadra?

lunedì 3 agosto 2015

Continua il momento 'positivo' del nostro ciclismo.

È un’Italia ciclistica che non molla, che vende cara la pelle, e che tirando fuori le palle riesce a confermarsi ai vertici mondiali in fatto di marciume targato 2015. Siamo al momento la prima Nazione al mondo per dopati prò’ in questa stagione. Un dato che chiaramente non deve trovare esagerata diffusione tra gli appassionati, sennò gli sforzi degli addetti ai lavori di raccontare il ciclismo come fa comodo a loro risulterebbero vani, quindi meglio rompere le balle con le chiacchiere sul contratto di Nibali che con il vice Campione d’Italia beccato dopato. Però il ciclismo di casa nostra non vuole mollare, per far capire agli appassionati che non vuole arrendersi, per continuare la grande tradizione italiana che nel periodo anni 80’ e 90’ (oppure leggi Conconi/Ferrari) ha visto la sua sublimazione massima che ha fatto scuola nel mondo. Il GS Androni Sidermec si è auto-sospeso per un mese dalle corse, a causa della positività di due suoi atleti trovati positivi a giugno: Davide Apollonio (EPO) e Fabio Taborre (FG-4592, un farmaco simil’EPO). Se le contro-analisi diranno che i due atleti non sono dopati tutto bene, se invece verranno confermati i risultati delle prime analisi l’Androni si riserva di denunciare per danni d’immagine i due ciclisti. Il ciclismo italiano non è allo sbando come molti scrivono. È invece ben vivo e nel suo sangue scorre potente la voglia di rivincita. Se poi questa grande rivincita ha come costo il continuo prenderci in giro va bene lo stesso, perché comunque la “grande famiglia del ciclismo” è sempre pronta al perdono. Quello che pensiamo noi cosa conta? Dopotutto il biglietto mica lo paghiamo per andare a vedere le corse di ciclismo, quindi che diavolo abbiamo di lamentarci?

sabato 1 agosto 2015

Agosto; l'editoriale

Froome è sospettato di essere un ennesimo fenomeno dopato e l’ambiente Sky, con il suo ciclismo blindato in tutto, non lo aiuta troppo nello scrollarsi di dosso le voci. Ma gli altri favoriti non sono mancati in qualcosa?
“Se Froome ha vinto il Tour è stato perché il suo rendimento è stato il migliore tra quello di tutti i big attesi alla disfida francese. Il timore di molti è che la superiorità di Froome sia figlia di qualche maledetto artifizio dopante dell’ultima generazione, mentre la certezza di pochi è che siamo semplicemente davanti ad un atleta totale, seguito in maniera totale, da una squadra che ritiene il ciclismo come la matematica: una scienza esatta. Se doping sarà, il britannico verrà messo in croce come giusto che sia. Ma guardiamo anche da altre parti. Contador ha fatto capire che Giro e Tour si possono capitalizzare ad alti livelli, ma quando hai di fronte chi si prepara da mesi solo per il Tour la differenza la senti e la paghi. Già di suo la pedalata dell’iberico non ha più lo smalto dei tempi andati, l’agilità che sapeva portare per chilometri si fa vedere solo a sprazzi. Ormai la sua condizione deve appoggiarsi al periodo buono, e arrivare ad un Gran Tour (come ama dire lui) al momento giusto. Dopo aver vinto il Giro 2011 chiuse il Tour visibilmente stanco (anche allora 5°), e questa volta l’impressione è stata la stessa. Dove ha vinto l’ultimo Giro? In salita, o forse non l’ha mica incorniciato nella superba cronometro di Valdobbiadene? Quintana non ha mai dato i colpi pesanti che gli hanno fatto vincere il Giro, ma quando vinse la corsa rosa Froome e Nibali non c’erano sulle nostre strade. Questo era un Tour per scalatori, lui è considerato il numero uno delle vette, i chilometri a cronometro erano pochi. Potrebbe avere perso un’occasione d’oro, altro che storie. Nibali ha pagato la brillantezza mancata nella prima settimana, forse facendo capire che fare settimane di altura ti aiuta ma non con gli stessi risultati per tutti, come vanno dicendo in molti, forse in troppi. Ha trovato tre giorni balordi e questo è bastato per far si che la RAI ci facesse una testa così per una settimana, chiamando in causa pure il manager del siciliano che non ha nessuna autorevolezza per spiegare una debacle ciclistica. Diamoci un taglio e anche una misura. Tornando al vincitore, Froome non è molto amato dal pubblico transalpino. Forse perché una cultura ciclistica radicata nei decenni non va pazza per un atleta che rappresenta una squadra-computer, dove anche gli starnuti vengono analizzati. Che in bicicletta non sia una meraviglia di stile tutti d’accordo, ma teniamo conto che il britannico è stato anche quello che quando ha trovato il terreno buono per lui lo ha sfruttato, quello che quando doveva difendersi lo ha fatto, e quello che aveva la squadra più compatta. D’altronde qual è stata la squadra che dopo Sky è stata più presente? Forse la Movistar. Per che squadra corrono Quintana e Valverde secondo e terzo?”

giovedì 23 luglio 2015

Nel periodo 'giallo' un po' di rosa.

Il Giro-Donne numero 26 ha regalato una corsa più equilibrata nelle sue forze in campo. Nella prima parte l’Italia ha rialzato la testa con due vittorie di giornata, ottenute prima con Barbara Guareschi sul traguardo di Lubiana, seguita nella 4^ frazione da Annalisa Cucinotta sull’arrivo di Pozzo d’Adda. Già con questi due risultati, tenendo conto delle precedenti edizioni, il bilancio ‘nostrano’ risulta positivo. Però quando nella seconda metà la corsa si è indurita nelle sue altimetrie, quando le tappe hanno smesso di essere solo traguardi di giornata ma riferimenti per la generale, quando insomma le migliori hanno iniziato a spingere sui pedali per giocarsi il Giro, le nostre non hanno più conquistato posizioni sul podio. Tralasciando il prologo di Lubiana, una prova-vetrina di 2 chilometri, le otto tappe restanti davano complessivamente 24 posti sul podio. Le cicliste italiane hanno occupato le posizioni sul podio di giornata 6 volte, concentrate in tre frazioni (Guareschi nella 1^, Scandolara e Cecchini nella 3^, Cucinotta, Marta Bastianelli e ancora Cecchini nella 4^). Poi nelle frazioni 5,6,7 e 8 (più la 2^) tanti saluti, visto che siamo tornati ad un Giro decisamente estero. Insomma, quando il Giro è iniziato veramente le nostre hanno segnato il passo. La classifica generale ha ormai trovato in Elisa Longo Borghini la migliore delle nostre. Nella prima metà della corsa Elena Cecchini ha confermato che il suo secondo tricolore consecutivo è ben portato, rispetto ai risultati modesti delle ultime campionesse nazionali. Sul piano della visibilità il Giro sembra ormai essersi assestato a corsa riempi-palinsensto. La RAI ha ormai confezionato un pacchetto standard rodato, che però continua a dare considerazione sotto-zero alla gara nelle settimane precedenti. La speranza di una diretta televisiva sembra lontana anni luce, nonostante gli orari consentirebbero un tentativo. Solitamente infatti le frazioni partono in tarda mattina e giungono all’epilogo a metà pomeriggio, mentre il Tour de France prima delle 17:15/17:30 non supera quasi mai la quotidiana linea d’arrivo. L’apporto di Sgarbozza è comico da un lato ed irritante dall’altro, pensando a gente che deve lasciar spazio a un pensionato che non sa leggere nemmeno i nomi quando glieli scrivono sotto al naso, o sentirlo parlare di una Van Der Breggen che; “…spinge un 53/17!”, quando un chiaro e lampante primo piano televisivo fa vedere senza dubbio che la ciclista spinge la cara e vecchia trentanove denti. Megan Guarnier ha vestito la maglia per diversi giorni. Ha vinto la Gaiarine – San Fior di Sotto (2^ tappa) e messo via 4 secondi posti per raccogliere più abbuoni possibili, scaricando sui pedali un bel carattere sul discorso di non voler mai mollare. La vincitrice, Van Der Breggen, ha messo a segno il colpo decisivo nella cronometro, e proprio nella prova contro il tempo si poteva vedere di come diverse atlete abbiano una forte carenza su quello che è la specialità della cronometro sistemate quasi alla meno peggio e regalando alcuni colpi di pedale non troppo efficaci. La prova contro il tempo è stata decisiva per la classifica, tanto che l’americana Abbott questa volta non ha trovato abbastanza terreno per recuperare i secondi persi. La scalatrice aveva vinto i suoi due giri precedenti riunendo il massimo risultato con il minimo sforzo: una tappa per prendere la maglia, quella dopo per chiudere il discorso. Stavolta un percorso difficile solamente nella sua seconda metà, con la crono nel mezzo, ha fatto forse saltare i conti del due più due fa sempre quattro. La questione ciclistico-matematica conteneva un’incognita, di cui si è scoperto il valore soltanto all’ultimo momento.

venerdì 17 luglio 2015

Quando il doping non fa notizia, ma le giornate storte si.

La debacle agonistica di Nibali al Tour ha dunque richiesto nientemeno che la presenza del manager del siciliano al salotto RAI per il Tour. Manager che il giorno prima era intervenuto al telefono alla stessa trasmissione. Un tempismo perfetto quanto inutile nella presenza, perché vai a sapere che risposte ciclistiche possa dare un manager, quando manco in Astana sanno il perché Nibali abbia patito così tanto i Pirenei. Un pomeriggio con chiacchiere continue sul ciclista isolano, e discorsi triti e ritriti all’infinito. Ma il salotto ciclistico RAI ha deciso che una giornata storta di Nibali valesse un pomeriggio a parlare di Vincenzo, mentre non sarebbe stata invece una brutta cosa se qualcuno avesse fatto una bella chiacchierata su Francesco Reda, 32 anni, ciclista del Team Idea, una formazione Continental. Sono quelle squadre che hanno poche possibilità di mettersi in evidenza sui palcoscenici importanti, e stessa cosa dicasi per i loro corridori. Reda aveva ben impressionato molti al Campionati Italiano – vinto da Nibali – cogliendo un inaspettato secondo posto conclusivo. Il ciclista è stato trovato dopato con una sostanza chiamata ‘darbepoetina’ una parente dell’EPO. Questa medicina stimola la produzione di globuli rossi agendo sulle cellule del midollo osseo. Di queste cose non vale la pena parlare nei salotti RAI, perché al telespettatore bisogna raccontare i ‘casi’ Nibali, mentre per parlare di doping ci sarà sempre tempo. Intanto i ciclisti – le famose ‘vittime’ – continuano a far male a se stessi e alla disciplina che praticano, aiutati da salotti tivù dove dei casi doping non vale la pena parlare. Meglio chiamare un manager e parlare del contratto di Nibali, o di una vittoria di Moser al Giro d’Austria, che di un ciclista italiano che si è dopato. Così aiutiamo veramente il ciclismo. Non parliamone, così la gente crede alle storie di Suor Peppa, e tutti noi vivemmo felici e contenti.

domenica 12 luglio 2015

"Orgogliosa di quel che ho fatto!"; Anna Van Der Breggen regina rosa 2015

“Anche oggi è stata una frazione faticosa. Io dovevo fare il possibile per difendere la mia maglia rosa, e devo ringraziare ancora le mie compagne di squadra. Per me è davvero importante scrivere il mio nome sull’albo del Giro. Ho dovuto difendermi anche su queste salite finali, e la maglia rosa mi rende veramente orgogliosa di quello che ho fatto”. Parole tutto sommato semplici quelle della regina del Giro-Donne 2015. E così alla fine tutto si è deciso nella Verbania-San Domenico di Varzo di 93 chilometri. Tutti aspettavano l’attacco dell’americana Mara Abbott e così è stato, ma la classifica si era già pesantemente delineata nella cronometro del giorno prima (Pisano-Nebbiuno di 22 km.), dove Anna Van Der Breggen (foto; pedalerosa.it) ha lanciato l’acuto decisivo che le ha dato la vittoria del Giro-Donne 2015. La vittoria della rappresentante dello squadrone Rabo-Liv ha fatto vedere che con una cronometro vera, dove vi è una distanza che richiama al ‘fondo’ dell’atleta, la classifica è aperta a più atlete che possono dire la loro, anche se non scalatrici. È stato un Giro che, senza Marianne Vos, è apparso più equilibrato, un po’ più italiano nella parte iniziale rispetto al solito, un Giro che ha messo ancora come migliore delle nostre Elisa Longo Borghini; “Sicuramente senza la mia sciatalgia credo che avrei potuto giocarmi, non dico la vittoria ma un posto sul podio. Nonostante abbia avuto qualche problema ho dimostrato di poter restare davanti. Quando mi sono lamentata per il male, mio padre mi ha detto che era mio dovere onorare la corsa, allora ho provato comunque. Non ci sono riuscita come avrei voluto, però è andata così”. Mara Abbott ha dato tutto nell’ultima tappa, ma ormai era tardi. Anche se la maglia rosa ad un certo punto ha alzato bandiera bianca, è bastato salire con regolarità e il distacco di 55” accusato all’arrivo non ha scalfito i 2’ e mezzo che aveva alla partenza dell’ultima frazione. TAPPE NUMERO 6 E 7; Le frazioni decisive per il Giro si aprono con una vittoria storica della giapponese Mayuko Hagiwara della Wiggle-Honda. Uscita da un gruppetto di sette fuggitive, tra cui la Berlato e la Gillow, la giapponese esce dal gruppetto e saluta tutte a 25 chilometri dall’arrivo facendo sua la Tresivio-Morbegno di 103 chilometri, davanti alla Guarnier e alla Moolmann. La classifica generale vede sempre la Guarnier in rosa, maglia che la stessa manterrà anche alla fine della frazione numero sette (Arenzano-Loano di 90 km.) dove chiuderà ancora al secondo posto di giornata. Una tappa, quest’ultima, che vede la vittoria forse più bella di questo Giro, con l’azione eclatante di Lucinda Brand, olandese della corazzata Rabo-Liv. L’atleta scatta a 50 chilometri dalla fine scendendo dal Naso di Gatto e inizia una specie di cronometro individuale che lascia a oltre due minuti le inseguitrici (tutta gente di primo piano). Nella seconda e conclusiva discesa non sbaglia una curva e guadagna ancora. Mettiamo in chiaro una cosa; se fosse stata un’italiana a vincere in questa maniera ne avrebbero parlato tre giorni e tre notti. Lucinda Brand dopo la vittoria ne parla con giusto entusiasmo; “Una grande giornata. Sono arrivata alla fine e ho dato tutto quel che avevo. Un grazie devo darlo alla mia squadra. Per me è stata una specie di impresa, perché sono riuscita a mantenere il vantaggio nel finale, e sono davvero felice” TAPPE NUMERO 8 E 9; con i 22 chilometri a cronometro la Van Der Breggen da una botta decisiva alla classifica. Un Giro non così cattivo nella prima metà, regala infatti negli ultimi giorni una classifica generale abbastanza ravvicinata tra diverse protagoniste. La Van Der Breggen vince contro il tempo davanti la Guarnier (davvero brava, in rosa per diversi giorni) e la Moolmann. Con questo risultato la Van Der Breggen sentiva già profumo di rosa; “Io spero che domani (domenica n.d.r.) riuscirò a volare sull’arrivo finale del Giro. Sono davvero felice, e devo dire grazie alla mia squadra per quello che ha fatto fino a questo punto del Giro, e domani cercherò di dare il meglio di me.” Fatto sta che all’inizio di questo articolo vi è la fine di questo Giro numero ventisei.

giovedì 9 luglio 2015

Giro-donne 2015; tappe tre, quattro e cinque.

Analfabetismi galoppanti attaccati ad un microfono, ma vi è anche il ‘risorgere’ di nomi nostri che avevamo dimenticato. L’Italia rivince una tappa, la classifica è ancora stabile, con la Abbott che adesso dovrebbe entrare in gioco. Cominciamo con; “Uniti Stati America” e allora ti domandi come sia possibile dare un microfono RAI a un tizio mezzo analfabeta (serve fare nomi?), mentre in giro c’è gente che probabilmente ha buttato nel cesso anni di studio, perché tanto cosa te ne fai della competenza se c’è gente che non sa manco leggere dieci parole filate senza annodarsi la lingua, ma un contratto continua a trovarlo? Giornate calde nella 3^ e 4^ frazione. A causa delle cadute nella seconda frazione, la Wiggle Honda perde due atlete cadute in discesa nello stesso momento a cinque metri di distanza l’una dall’altra. e così lo squadrone della Abbott, della Longo Borghini e della Bronzini deve fare di necessità virtù. La classifica generale verrà prima e per le volate la Bronzini dovrà arrangiarsi. Di fatto, la due volte iridata non potrà giocarsi nessuna carta nei due giorni successivi. Nella terza frazione (Curtatone-Mantova di 135 km.) la Brandt regola la Scandolara e la sempre ottima Campionessa d’Italia Cecchini. Ma la giornata da vacche grasse per noi è la rovente Pioltello-Pozzo d’Adda di 113 km. dove Annalisa Cucinotta vince davanti a Marta Bastianelli e alla tricolore Elena Cecchini che fin’ora è la migliore delle nostre per presenza agli arrivi e nei tentativi in corsa. Per la Cucinotta il pensiero principale è per la squadra; “Ci speravo, sono arrivata qua in buone condizioni e oggi la mia squadra ha lavorato tanto. Non potevo perdere, per il cuore che ci hanno messo le mie compagne di squadra. Anche io ho messo il mio, ho messo più cuore che gambe. la tappa è stata tirata e sono veramente contenta per tutte noi.” Tutta un’altra immagine quella che ci regala l’ex iridata Marta Bastianelli che ritrova una piazza d’onore che nessuno si aspettava; “Dopo la gravidanza questa è stata la mia seconda vittoria più bella. Questo piazzamento (2° posto) per me vale una vittoria, e lo dedico alla mia famiglia, a mio marito e ai miei suoceri che fanno tanti sacrifici affinché possa raggiungere grandi traguardi”. Come da pronostico, l’ascesa per il versante ‘dolce’ verso Aprica nella 5^ frazione (Trezzo sull’Adda-Aprica di 128 km.) regala tanto fumo e poco arrosto. Prima giornata dove le atlete di classifica potevano farsi avanti, nel complesso una tappa meno impegnativa di quello che poteva far sembra il nome dell’Aprica come traguardo di giornata. Tanto che negli ultimi chilometri il gruppo delle migliori è composto da 40 atlete che salgono a circa 25 all’ora nel tratto considerato il più impegnativo. Finalmente spunta la Campionessa del Mondo transalpina Ferrand Prevot, da inizio Giro sempre nascosta nella pancia del gruppo, che beffa il gruppo delle migliori e vince davanti a Megan Guarnier (maglia rosa fino a quel punto del Giro) ed alla Van Der Breggen. Una frazione numero cinque che ha nel Presidente Di Rocco l’ospite d’onore alla partenza che parla del Giro quasi a tutto tondo; “Tutte le squadre migliori vengono al Giro, e sanno che inserirsi nell’albo d’oro vuol dire raggiungere una tappa professionale molto importante. Il Giro per noi è un punto di riferimento, e lo è anche per il calendario internazionale. Dal prossimo anno ci sarà il World Tour, che darà una maggior definizione del mondo professionistico rosa. Però va detto che l’Italia conta già tante corse, da Cittiglio che rappresenta la prova più rappresentativa per organizzazione dell’evento, interesse delle squadre, valorizzazione del territorio ospitante. In questa logica quest’anno è arrivata la Strade Bianche ed il Giro dell’Emilia. L’Italia è leader in senso assoluto, speriamo di poter continuare a fare un Giro di questo livello perché gli Enti locali fanno molta fatica e Federciclo e Giuseppe Rivolta non possono continuare a farsi carico di tutto, però troveremo una sinergia a livello internazionale, per fare in modo che le gare maggiori possano supportare le corse minori perché è giusto che il ciclismo rosa si globalizzi come quello maschile.” Adesso arrivano i giorni che vanno a chiudere il Giro. Quel che perdi forse non te lo puoi riprendere e tra le risate dell’analfabeta, mai così allegro come quest’anno, pare che anche quest’anno il Giro parlerà straniero. Forse con accento d’oltreoceano.

domenica 5 luglio 2015

Giro-Donne 2015; prologo e prime giornate di corsa.

L’acuto italiano della Guareschi “Pensavo al Giro da due mesi e volevo vincere!” è la firma italiana nei primi giorni della corsa. La Guarnier guida la corsa dopo la 2^ frazione con l’arrivo a San Fior Di Sotto, e il circo è tornato in città. Primi giorni di corsa per il Giro-Donne che, come da tradizione, non è stato pubblicizzato dalla RAI, mentre dalla Francia sapremo anche quando Nibali andrà in bagno e quanti cucchiaini di zucchero metterà nel caffé. Già in palla Gigi Sgarbozza, che fin dalla prima giornata di corsa ha saputo far capire di essere un commentatore con due palle così. In quel di Lubiana, nel mini-crono-prologo di due chilometri – pura vetrina su percorso ridicolo – la spalla tecnica di Piergiorgio Severini si esprime sulla pedalata dell’olandese Knetemann; “Questa atleta sta spingendo un rapporto un po’ troppo duro. Fossi in lei userei un dente in meno” per chi capisce un pelo di ciclismo, facile capire a che punto siamo con l’uomo che trasforma la vincitrice del prologo – Van Vleuten, anche lei olandese – in una tal; “Van Vlottenen”. Insomma, il circo è tornato in città. Giuseppe Rivolta, patron della gara, si esprime molto positivamente su quello che è stato il lavoro per sistemare la ‘sua’ creatura; “Credo che noi, come organizzatori, stiamo dando alle atlete il massimo per impegno e organizzazione, per gestire al meglio tutto quello che siamo capaci di fare. Molte ragazze sono contente, mi hanno fatto i complimenti anche per come si è lavorato sul discorso riguardante l’immagine e la preparazione di Lubiana.” Il prologo è dominato dall’Olanda con il trio Van Vleuten (o Van Vlottenen per un certo tizio) seguita dalla Brandt e dalla Knetemann. Nel post-prologo spazio al settimo posto di una soddisfatta Valentina Scandolara (Orica); “Chiudere il prologo a solo 3 secondi dalla vincitrice mi da morale e anche convinzione sul fatto che la mia condizione è già molto buona”. La 1^ tappa vera, Kamnic – Lubiana di 102 km. ci regala il bell’acuto di Barbara Guareschi, 24 anni, bergamasca, alla sua 1^ vittoria al Giro; “Ad essere sincera – affermerà nel dopo gara l’italiana – pensavo al Giro da due mesi, volevo vincere, volevo partir bene. Ho cercato la vittoria tutto l’anno e forse non ero riuscita a centrarla perché l’ho cercata troppo. Oggi la mia squadra è stata grande, ed è da gennaio che lo è. La gioia mia era anche per i sacrifici che fanno le mie compagne.” Nella terza giornata di gara (però 2^ frazione) si arriva in Veneto. L’Analfabeta fin dal giorno prima aveva parlato con convinzione di una frazione per velociste, tant’è che durante la notte sono spuntate due salite nel finale con pendenze che superano il 10%. Succede quando per l’ennesima volta leggi la tappa sbagliata nei fogli che ti mettono sotto al naso. La Gaiarine – San Fior Di Sotto è animata nel finale da un gruppetto di atlete di rango, con alcune favorite alla vittoria assoluta. Chi ha la meglio è Megan Guarnier che conquista tappa e maglia rosa in una giornata molto pesante per il caldo. Tra le componenti del gruppo delle prime atlete giunte al traguardo anche la nostra Longo Borghini che però fa pensieri da gregaria; “Sono contenta della mia prestazione (4^ di giornata) e nei prossimi giorni cercherò di aiutare Mara (Abbott) per centrare l’obiettivo principale che è quello di vincere la corsa”. Chiudo con una frase che l’Analfabeta ha regalato ai telespettatori durante la 1^ tappa per capire che nel ciclismo non t’inventi niente; “Bisogna sempre stare davanti per evitare le salite!” Ecco, per ora fermiamoci qua ch’è meglio.

mercoledì 1 luglio 2015

Luglio; l'editoriale

La disfida ciclistica dell’imminente Tour non è solo un duello sportivo contro l’atleta che ha vinto l’ultimo Giro d’Italia, ma di un ciclista che sfida il ciclismo programmato.
“Christopher Froome pedala da mesi solo per il Tour, Vincenzo Nibali pedala da mesi solo per il Tour, Nairo Quintana pedala da mesi solo per il Tour. Ecco perché se da un lato c’è il fascino della doppia ricerca di vittoria Giro/Tour che Contador non ha mai nascosto, dall’altra ci saranno tre atleti di altissimo livello che non avranno appigli se l’iberico dovesse riuscire nel colpo grosso. Da diversi mesi il trio Quintana-Nibali-Froome si allena, pensa, pedala e programma ogni settimana di ogni mese cercando la vittoria francese. Dall’altra Contador che non ha niente da perdere dallo sfidare questi tre atleti che arrivano in Francia certamente meno logori, e che di certo non avranno paure su un eventuale calo nella terza settimana, quella che potrebbe essere eventualmente letale per lo spagnolo dal punto di vista delle energie. Sembra di assistere al vecchio ciclismo che cera di contrastare il nuovo ciclismo. Il ciclismo dell’atleta che corre buona parte del calendario e quello che sei mesi prima decide che la sua corsa è quella e non questa e che per questa ci sarà tempo, forse, l’anno prossimo. Per questo vien quasi da fare il tifo per Contador. Se l’iberico dovesse farcela contro tre atleti che si preparano da diversi mesi guardando solo al Tour, sai che smacco per il ciclismo programmato a tavolino?”

venerdì 26 giugno 2015

Dal tutto al niente, con poco in mezzo.

Dopo l’assegnazione del titolo nazionale a cronometro andato di recente ad Adriano Malori, riemerge un dato che tra le righe continua a deludere.
Le gare che assegnano i titoli nazionali a cronometro, o quelle organizzate dalle società che precedono di poco il giorno dell’assegnazione, sono da sempre un’ottima cartina di tornasole per valutare la ‘salute’ di questa specifica specialità ciclistica. Come da tradizione anche stavolta pare tirare aria pesante nelle corse contro il tempo. Dalla corsa juniores – bacino (in teoria) per il domani – fino alla corsa che assegna il titolo tricolore per gli elite uomini. Se nella prima occasione, inserita nel calendario nazionale, troviamo nientemeno che l’esorbitante numero di una quindicina di ragazzi partecipanti (per rassicurarci sul fatto che il futuro è nostro forse), nella seconda troviamo l’ennesimo titolo per il bravo Adriano Malori, che si è imposto davanti ad una schiera di cronomen di chiara fama; Moreno Moser e Daniele Bennati! Il primo che da due stagioni piene è scomparso dalle classifiche che contano, il secondo che da sempre ha una carriera ch’è improntata come velocista. Pazzesco che di fronte ad una disparità di valori così netta, la RAI abbia esaltato la vittoria di Malori senza dire due parole sul baratro che da anni e anni e anni continuiamo a coltivare nella specialità del cronometro. Togliendo il forte Malori (che nemmeno per sogno merita di vedere svilita anche minimamente la sua applicazione e la sua dedizione alla specialità), quanti atleti possiamo vantare come abili a cronometro negli ultimi vent’anni? A meno che non si voglia contare l’argento di Noemi Cantele nel 2009 ai Mondiali di Mendrisio. Quali atleti possiamo considerare come cronomen nel nostro passato, senza scomodare Coppi con il suo Record dell’Ora negli anni ‘40, o anche Moser che tre decenni addietro stabilì lo stesso primato, lasciando da parte il dettaglio dell’avere un tal Conconi ed un allora giovane tal Ferrari appresso. Malori emerge da una mediocrità che ha delle basi cultural/ciclistiche che difficilmente cambieranno. Perché se chiedi ad un giornalista affermato o ad un ragazzino di 15 anni quali sono i nostri ciclisti più noti degli ultimi decenni, sentirai parlare di Bartoli, Basso, Pantani, Nibali, Bugno, Fondriest, Cunego, Argentin, Cipollini, Chiappucci, magari Simoni, forse anche un Di Luca o un Rebellin. Quasi tutti questi atleti (a parte Bugno e Basso che si difendevano) non hanno mai avuto niente a che fare con il cronometro. Il famoso ragazzino di cui si scriveva un momento fa probabilmente ha già dimenticato Marco Pinotti, e forse tra dieci anni solo gli appassionati veri ricorderanno Adriano Malori.