«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 8 dicembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

C’erano il triste muro di Berlino, l’irripetibile Commodore 64, il gigante Enzo Ferrari, e poi l’Unione Sovietica, i paninari, i Ciao elaborati con la sella lunga, e un tizio che iniziò a fare il ciclista della domenica.
Questo è il periodo dedito allo smontaggio e alla pulizia della bicicletta, in maniera ben più robusta che non durante la stagione di pedalate. La smonti, la pulisci nei suoi pezzi grandi e piccoli, fai lo sgrassaggio (termine tecnico molto noto) di talune parti, le risistemi, grasso dove serve, olio dove serve, e via così. Un lavoro che ti porta via alcuni giorni: oggi il telaio, domani le ruote, un altro momento catena e parenti stretti. Visita medica alle gomme, ai pattini freno, al nastro manubrio e avanti. Un momento simil-sacro, dove se apri le orecchie la bicicletta ti parla e ti dice se l’hai usata con criterio oppure no. Si tratta di una specie di periodo di trapasso tra l’anno che va e quello che ti aspetti arrivi. Quando a Dio piacendo risalirò in sella, a fine gennaio/inizio febbraio, sarà il 30° anno da ciclista della domenica. In linea generale è solo l’allungarsi di una lista, perché c’è gente che pedala da molto più tempo. Personalmente lo vivo come un traguardo che non pensavo di raggiungere quando ho iniziato nella seconda metà degli anni ’80, ma ora siamo qua. Riordinare ricordi e momenti sarebbe troppo lungo, per alcuni magari noioso. Per me sarà l’inverno in cui attaccherò la terza stella. La conclusione del mio terzo decennio di pedalate sarà portatrice di ricordi e quando tra due mesi risalirò in sella saranno delle prime (gelide) pedalate molto particolari. Anche se solo idealmente, porterò con me i miei pochi amici di pedalata. Ormai credo che loro la bici la prendano in mano quando la devono spostare per dare una spazzata con la scopa. Quindi sarà un’annata dove i ricordi dei decenni passati avranno la precedenza sulle sensazioni del momento. Proprio per questo potrebbe essere un’annata simpatica, anche se vi sarà il contraltare dato dal dispiacere di doverli ricordare in faticosa solitudine. Più che le strade o i posti penso a quelle cose che ci facevano ciclisti molto alla mano. Quando iniziammo nessuno tra noi aveva le cose oggi considerate banali. Scarpe da ciclista con aggancio rapido? Fantascienza! Il casco? Quando saremo campioni! Fibra di carbonio sulle bici? Lasciamola per la NASA! Gatorade o Enervit? Mentre ci pensi, allungami un altro bicchier di vino! Per dirla tutta, l’ultimo punto non se né mai andato. Non fa molto sportivo che non deve chiedere mai, ma chi se ne frega per dirla elegante.

martedì 1 dicembre 2015

Dicembre, l'editoriale

“In questi anni la questione Lampre – scoppiata nel 2012 ma riguardante gli anni 2008/2009 – è andata avanti dal punto di vista burocratico/legale. Notizie al riguardo quasi zero. Cunego ha chiesto l’assoluzione e vediamo come andrà. Per tante altre persone coinvolte la cara vecchia (e italica) strada della decorrenza dei termini è la via difensiva più amata, anche perché solitamente da noi ha spesso successo, grazie alle terrificanti tempistiche giudiziarie italiane. Forse non sapremo mai se la Lampre aveva davvero messo in piedi un’organizzazione doping di squadra – anche se in maniera indiretta, cioè lasciando fare agli atleti senza fare loro troppe domande – e se lo sapremo sarà magari troppo tardi per punire gli eventuali colpevoli. Chissà poi se la prossima stagione rivedremo in gruppo il quasi dimenticato Alessandro Ballan, che qualche mese fa si dichiarava speranzoso di tornare in gruppo per cercare di chiudere la carriera, senza l’epilogo di una squalifica per manipolazione del sangue tramite la nota ozono-terapia. A Cunego, forse davanti all’ultimo inverno da ciclista, auguri di potere venir assolto con formula non piena ma pienissima, a Ballan di ritrovare serenità, a tutti e due di accettare quello che verrà nel caso nessuno tra loro riuscisse nei rispettivi intenti”.

lunedì 23 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

Visite mediche specialistiche, programmazione degli obiettivi stagionali (di cui avevo già scritto un anno addietro o forse due), ma sulla strada come si allenano i pro a inizio stagione? Allora, giusto per dare un’idea……
I professionisti stanno gonfiando le ruote della loro bici. Per chi di bicicletta ci vive il lavoro riparte. Vediamo se mi riesce di scrivere qualcosa, senza annoiare troppo, per quella che è una parte della preparazione fatta sulla strada. Un discorso che prende come base il professionista, ma che sempre più spesso (con lati negativi e positivi) è diventato riferimento anche per l’eroico ciclista della domenica che deve allenarsi per le sue corse con proporzioni di “carico”, che mi auguro siano ben diverse. Tecnologia e allenamenti “alla vecchia” convivono da tempo. E se ci sono sistemi di allenamento uguali sulla carta, ad un tratto questi raggiungono un bivio e variano a seconda del tipo di atleta; uomo da classiche o da grande giro? Che sia l’uno che sia l’altro, oggi ci si fonda spesso sui numeri magici di sistemi elettronici (SRM per citare il più noto) che aiutano il ciclista. Spesso il professionista non ama pedalare sempre sotto controllo costante, ma lo strumento tecnologico serve invece molto al preparatore atletico per capire quali sono le condizioni del “motore” che sta seguendo. Nel periodo invernale – che per un professionista dura il mese di novembre – la palestra può fare la parte del leone e alcuni fanno solo quello, magari con tre sedute a settimana e un po’ di corsa a piedi (non troppa) per tenere come si dice un minimo di fiato. Capita spesso che le prime faticate vengano fatte con il rapporto fisso. Due ore, anche tre se si fa solo quello, per ritrovare quel po’ di agilità dopo che il mesetto di palestra ha fatto perdere indurendo un po’ i muscoli. L’agilità è certo più facile trovarla con i lavori “dietro motore” (anche se sono molto comodi da questo punto di vista, sconsiglio il seguire i TIR sulla Statale) e i professionisti la usano anche dopo un allenamento normale sulla lunga distanza: 150/170 chilometri a vento in faccia, e poi si “attaccano” alla motoretta per un altra oretta (meglio la motoretta perché fa rima, ma potere provare anche con un’Apecar e poi fatemi sapere). Questo per toccare i 200 chilometri senza sfasciarsi troppo le gambe e stancare troppo il fisico già nel periodo invernale. Atleti da gare a tappe cercano le salite lunghe (10 – 12 km.) per curare il famoso “fondo” ma alcuni preferiscono allenarsi ad un ritmo di pedalata più alto, concentrandolo in ascese di 6 – 8 chilometri, con qualche allungo ogni tanto per coltivare un po’ di esplosività.
Certamente va considerato che se si abita al nord è meglio evitare salite che portano ai mille e passa metri nel periodo ancora invernale. Questo è il periodo dei raduni collettivi dove, visite mediche e consegna vestiario a parte, i vantaggi sono più di tipo psicologico che di preparazione. Si cerca di costruire il famoso spirito di squadra e di capire che tipo di gamba si ha. Per fare la gamba si deve lavorare e anche in questo caso vi sono delle differenze. Se la stagione sta iniziando si lavora sodo per due giorni ed il terzo è il giorno di “scarico”. Quando più avanti la forma sarà più in palla (e il fondo sarà irrobustito) si lavorerà per tre giorni e il quarto si tirerà il fiato. Che non vuol dire passare la giornata all’osteria (se volete provare provate, poi fatemi sapere come va), ma alcuni pedalano ugualmente per poche ore, due o tre, rapporto leggero senza esagerare per la felicità dell’amatore che quel giorno potrà pedalare col campione senza (speriamo) rischiare l’infarto. Oggi vengono svolti dei test, delle prove su strada che si chiamano di “valutazione funzionale”. In linea di massima il professionista ne fa uno al mese, già dal primo mese di lavoro per capire come sta veramente. Difficile che capiti nei primi due mesi di allenamenti, la prova del “lungo” non viene fatta solo per la preparazione alla stagione. Alcuni professionisti la fanno prima di una gara dal chilometraggio impegnativo, quindi può capitare a marzo come a settembre. È un allenamento massacrante che ti svuota in maniera pesante. La durata va dalle 6 alle 7 ore, ma non a ritmi blandi. All’interno vi sono salite che vengono affrontate anche a ritmi medio-alti con magari un finale “dietro moto” per allungare ulteriormente e sciogliere un po’ la gamba. Tutte queste cose sono dipendenti da tanti fattori: la forma fisica del momento, il tipo di atleta di cui si parla (Sanremo, Mondiale, Lombardia o grandi giri?), per quando l’atleta vorrà/dovrà essere al top della forma, il clima in cui ci si allena (Groenlandia o costa ligure?), percorsi scelti (Polesine o Selva di Val Gardena?) e se durante l’inverno l’atleta è stato professionista anche giù di sella. Non so se riuscirete a diventare grandi emuli di uno Sgarbozza o di un Cassani. Sperando che non diventate mai come il primo, per il secondo la prima cosa è rifornirsi di dosi industriali di scurente per capelli. Buon lavoro sulla vostra bici, ma ricordate di farlo cercando di divertirvi dannazione!

sabato 14 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

Il ciclista, il diesse, il medico, il meccanico, il massaggiatore. Un tempo una squadra ciclistica viveva principalmente su queste persone (e sullo sponsor che ci metteva i soldi). Non da oggi nello sport, anche ciclistico, è arrivata la Psicologia nello Sport. Il ciclismo di altissimo livello non ha più a che fare coi buoni sentimenti, a meno che questi non siano portatori automatici di risultati di rilievo, possibilmente vittorie. Le cifre oggi necessarie per tenere in piedi una squadra ciclistica di alto livello sono impressionanti. Con che cosa ci si può dover ritrovare a che fare oggi? Con argomenti che 20 anni addietro sarebbero sembrati esagerati, e che sono spesso malvisti dai vecchi tecnici d’ammiraglia. Vi sono aspetti che non sono mai spariti, e anzi sono stati migliorati e approfonditi. L’allenamento di un tempo era composto da ore su ore di bicicletta, anticipate da dosi abbondanti di pastasciutta e una bistecca di abbondanti dimensioni. Il tutto seguito da una mezz’ora di massaggi, con il campione di turno che chissà come mai riceveva sempre dieci minuti di massaggio in più rispetto al gregario. Ma qui siamo all’aspetto fisico del faticare. Oggi anche nel ciclismo l’aspetto mentale trova il suo spazio, con la Psicologia dello Sport. Allora ecco che arrivano termini nuovi o che si sentono raramente. Si sente parlare o si legge di “stile attentivo” composto da due “dimensioni”: la sua ampiezza e la sua direzione. Attorno a questo troviamo metodi per allenare il “focus attentivo” nello sport, in questo caso guardando alla specialità ciclistica. Tutto questo condito da esercizi per sviluppare l’abilità nel concentrarsi aiutati da tecniche di rilassamento per trovare la “sintonizzazione” con il corpo. Ora divertiamoci con alcuni ‘paroloni’ che detti in inglese fa più figo di quel che sei e allora li uso anch’io: Mental Training (allenamento mentale), Focusing (focalizzazione della concentrazione), Goal Setting (formulazione degli obiettivi), Imagery (abilità immaginativa). Tutto questo seguito dalle sopraccitate tecniche di rilassamento, dal saper affrontare gli stati d’ansia pre-agonistici, dalla gestione delle situazioni di stress e anche la comunicazione. Tutte queste cose a cosa sono finalizzate? Su due piedi uno pensa; “A friggerti il cervello” forse si, ma nel contempo anche a costruire l’atleta per vincere o per fare vincere. Allora ecco che s’inizia a focalizzare la concentrazione agli obiettivi nel ciclismo (o della specialità sportiva che si pratica). Vi è il livello teorico (come identificare il mio obiettivo?) e quello pratico (come raggiungerlo?). Vi è poi un lato che viene toccato e accompagnato da un altro bel parolone: psicosomatica. Qui si entra nel campo delle emozioni e quindi si entra in valutazioni che sono soggettive e possono avere diversi modi per trovare uno sfogo. Da un Cadel Evans che accettava tutto con una calma spesso esemplare a un Riccardo Riccò che lanciava la sua bicicletta come fosse spazzatura oltre la linea d’arrivo per un inconveniente meccanico. Il ruolo dell’allenatore resta sempre importante, ma quando si devono affrontare impegni sportivi dove la pressione sa essere molto pesante, si scopre che saper parlare alla persona prima che all’atleta aiuta a fare la differenza nei momenti difficili. Nei momenti dove tutto funzione, tutti sanno cosa dire. Oggi il ciclismo è anche saper usare la parola, saper ascoltare veramente, saper capire che parole usare quando si parla ad un gruppo di atleti e quali siano quelle giuste per la singola persona. Anche questo, oggi, è il ciclismo.

venerdì 6 novembre 2015

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

Scendere di sella per salire sull’ammiraglia, facendo però una strada per fortuna diversa da tanti e troppi ex che acchiappano un volante sventolando anni di militanza ciclistica.
Anche se per cause di forza maggiore che ne hanno anticipato l’uscita di scena, Ivan Basso è ormai un ex ciclista professionista. Sta studiando per diventare manager nel ciclismo professionistico, con una delle formazioni più note (e ricche) del World Tour UCI. Sta seguendo i corsi UCI che si tengono ad Aigle atti ad avere la licenza obbligatoria per poter lavorare con un team World Tour. Atleta pignolo, quasi maniacale o forse senza quasi idiozia colossale delle sacche di sangue a parte, Ivan è sempre stato conosciuto come atleta che faceva del lavoro la sua forza. Che Basso abbia esperienza da vendere non vi è dubbio. La speranza è che il suo ingresso nel dietro le quinte dello sport di alto livello sia condito da studi approfonditi. Questo sarebbe già un robusto spartiacque con ex del gruppo che si sono improvvisati o si improvvisano esperti mestieranti del pedale. Perché pretendere tanto da Basso? Perché lui ha una possibilità enorme, rappresentata dal poter lavorare fin da subito con e per atleti di altissimo livello, perché se Dio vuole il Basso dell’Operation Puerto ha lasciato spazio al Basso di Aldo Sassi, perché Basso non ha quasi mai difettato per intelligenza – il quasi è sempre rivolto alla solita storia del cane Birillo – e se lavorerà come ha lavorato pedalando i risultati non dovrebbero mancare. A quanto pare il suo ruolo sarà quello di una specie di tutto fare: valutazioni sui percorsi (conoscendolo si scriverà anche quanti paracarri vi saranno lungo una salita), farà valutazioni sui materiali, pedalerà con gli atleti di Tinkoff seguendoli negli allenamenti. Ecco, in questo caso la sua figura rischierebbe di mischiarsi a quanto accennato poche righe sopra. Per questo speriamo che Basso si fermi ad un ruolo di collaborazione, ma non specifica sul fronte allenamento. Se invece il varesino vorrà metter becco anche su questioni riguardanti le tecniche di allenamento, sarà il benvenuto in questo ruolo dopo studi fatti per bene in scienze motorie. Ivan ha già in mente come crescere dal punto di vista del suo nuovo ruolo, avendo una sua agenda d’incontri con altri uomini di sport. In particolare con allenatori di altre specialità sportive per cercare di capire cosa sia e cosa voglia dire saper gestire un gruppo ed ottenere il meglio da quest’ultimo, ma speriamo non si accontenti di questo. In giro c’è gente fresca di studi ISEF che fatica a trovare un posto di lavoro, e se si facesse un’indagine su gente che sta dentro un’ammiraglia troveremmo situazioni francamente inaccettabili. La Federciclo nostra come si muove in questo? Da CyclinPro viene riportata una comunicazione al riguardo da parte della stessa; “È stato deliberato, infine, di uniformare le figure di quei tecnici che hanno ottenuto negli anni passati l’abilitazione in un periodo in cui era permesso accedere a un livello, senza necessariamente avere già ottenuto il livello precedente. Per le figure che in questi anni hanno svolto un regolare aggiornamento, il Consiglio Federale, su proposta del Centro Studi, ha deciso di realizzare un minicorso, da realizzare entro il dicembre 2016. Per coloro che invece non hanno svolto alcun aggiornamento, resta intesa la necessità, prima di accedere al minicorso, di completare l’iter di aggiornamento, sempre entro il dicembre 2016”. Competenza? Tranquilli, c’è tempo!

domenica 1 novembre 2015

Novembre; l'editoriale

Che Italia sarà quella della prossima generazione? Per forza diversa. Mentre l’altra metà del sellino ha ormai intrapreso la strada estera.
“La prossima generazione italiana di ciclisti professionisti vivrà una dimensione quasi dimenticata per noi nella categoria elite. Perché per la prima volta da molto tempo forse avremo uno stuolo di gambe giovani che non partirà più con l’idea – che ci siamo portati appresso per due decenni – di essere i rappresentanti del movimento numero uno al mondo. I nostri che inizieranno la loro avventura professionistica non avranno più appresso un pedigree di alta rappresentanza ciclistica. Non guarderanno le altre Nazioni dall’alto in basso. Vi è chi lo ha capito da un pezzo, visto che nel settore femminile quasi tutte le nostre migliori ragazze sono tesserate per squadre estere. I motivi sono più d’uno, con quello economico purtroppo sempre presente, ma non solo. Barbara Guarischi è una ciclista di lecco (anche se nata a Ponte San Pietro nel bergamasco), ha 25 anni, correva con la Velocio-Sram. Ha vinto la medaglia d’oro nella crono-squadre elite ai mondiali di Richmond. Corre all’estero come Giorgia Bronzini, come Elisa Longo Borghini, come Silvia Valsecchi, come Tatiana Guderzo, insomma la famosa ‘crema’ del nostro pedale rosa. Le sue parole, rilasciate ad un giornalista della Gazzetta nei giorni iridati, dicono tanto in poche righe; ‘Mi dispiace dirlo, ma all’estero entri in un altro mondo. Impari molto di più che in Italia e le tue qualità riescono ad emergere. Devi pensare soltanto ad allenarti, fare attenzione a mangiare nel modo giusto, e concentrarti sulle tue corse. Al resto pensa lo staff. Mi dispiace che la Velocio chiuda un ciclo, ma ho già firmato un contratto per restare all’estero’.”

lunedì 26 ottobre 2015

Le nostre ciambelle senza il buco

Gli italiani migliori del 2015? Aru, Longo Borghini e Nibali. Poi magagne pesanti anche sul ciclismo amatoriale e delusioni di corsa che non hanno scuse. Mentre i telecronisti RAI inneggiavano a Nibali dicendo che l’Italia tornava a vincere una classica monumento dopo diversi anni, dimostravano quanta considerazione c’è in Italia per il ciclismo femminile, non ricordando la vittoria di Elisa Longo Borghini al Fiandre. Lei, Elisa, c’è sempre, come c’è stato Adriano Malori, come non c’è stato Diego Ulissi, che per mesi ha potuto pensare solo al Mondiale per poi ritrovarsi a correre una gara anonima e deludente. Brutte storie emergono dal settore ciclismo dopato, visto che la metà dei dopati prò 2015 (una dozzina il totale) trovati positivi dall’UCI sono roba nostra. A livello generale in Italia, cioè considerando i ciclisti della domenica e i professionisti, gli amatori sono l’80% di tutti i dopati italiani. Tra gli uni e gli altri spunta la fine veramente cretina di Paolini che ha buttato nel water tonnellate di elogi, e speriamo che su di lui ci venga risparmiata una specie di operazione recupero d’immagine, sapendolo grande amico del CT Cassani, che a lui non avrebbe mai rinunciato. D’altronde va detto che se sei un ex dopato hai ottime possibilità di avere successo come preparatore ciclistico. Santambrogio e Riccò si sono messi a fare i simil-preparatori-allenatori-consiglieri di ciclismo, con quale titolo non si sa. Il primo era ripartito facendo il panettiere, poi ha capito che la bicicletta era la sua vera vita, cosucce doping a parte. Riccò gira per Tenerife per accompagnare cicloturisti e amatori. Scommettiamo che entrambi hanno un buon successo? Si perché il perdonismo facile post-doping è sport praticato ad un ottimo livello nella nostra Nazione. Lo dimostrano le passerelle televisive di ex atleti con problemi doping, che hanno la possibilità di ritrovarsi davanti alle telecamere per dire cosa sia il ciclismo, come lo si deve correre, e alcuni di loro lavorano anche come esperti e commentatori tecnici. Basterebbe una ricerca nel web, nemmeno chissà quanto approfondita, per capire chi è quel tal esperto che può metter giudizio sugli atleti di oggi, tra una ripassatina di scuro per i capelli o di rasoio sulla zucca.

giovedì 15 ottobre 2015

Basso saluta il gruppo

Una carriera nata sotto l’insegna del talento, dell’essere predestinato. Proseguita con la squalifica per l’Operation Puerto, continuata con la rinascita sotto la mano di Aldo Sassi. In mezzo due Giri vinti, anche se dai sapori ben diversi l’uno dall’altro.
Con la nascita del Giro 2016, il ciclismo ha ricevuto i saluti e baci da parte di Ivan Basso, che abbandona l’attività come ciclista professionista. Non lascerà il ciclismo, lo seguirà con un altro ruolo. La carriera di Basso è finita forse con una stagione di anticipo a causa del tumore ad un testicolo scoperto al Tour, ma lo stesso varesino non ha nascosto che pensava di poter essere più competitivo, anche se in un ruolo di gregario. Parte che aveva iniziato a ricoprire da quest’anno a favore di Contador. Basso ha vinto due Giri. Il primo (2006) viene incorniciato dai veleni e dai sospetti – fatti in diretta televisiva nell’allora primo dopo tappa – da parte di Gilberto Simoni, scalatore trentino, vincitore di due Giri d’Italia, ciclista fermato al Giro del 2002 per doping per via di: 1) prima versione; le cure del dentista 2) seconda versione; le caramelle alla coca della zia Giacinta. Grazie alla provvidenziale zia ne uscirà scagionato. Peccato, vedendo le notizie più attuali, che Luca Paolini non abbia delle zie che si chiamino Giacinta. Tornando a Basso, il varesino rinasce agonisticamente dopo due anni di squalifica per via della nota Operation Puerto. Passa da Bijarne Riis ad Aldo Sassi e al centro Mapei, da un ex ciclista che veniva soprannominato “Mister 60%” quando correva, ad un preparatore che faceva del lavoro duro la sola e unica regola per avere risultati. Basso torna nell’autunno del 2008 e convince più di quello che ci si attendeva. Al Giro 2009 termina la corsa sul gradino più basso del podio, dopo le squalifiche post-Giro di Pellizotti e Di Luca. Alla Vuelta, corsa tre mesi dopo, chiude al quarto posto. Da questi risultati si evince che le qualità dell’uomo da grandi giri non si sono perse, e si confermano ulteriormente quando il Giro 2010 viene vinto senza discussioni, e questo successo non fa che far riflettere sul fatto che Basso ha perso per questioni doping i due anni forse migliori della sua carriera, ed il Tour avrebbe potuto essere veramente vinto. Professionista maniacale, preciso, organizzato, Basso è stato importante riferimento per Vincenzo Nibali, quando i due anno corso – e vinto – con i colori dell’oggi scomparsa Liquigas.

martedì 6 ottobre 2015

Mi ridate quel Giro?

In attesa di entrare nel dettaglio della prossima corsa rosa, buttiamola sul sentimento e sul romanticismo, giusto per allungare il brodo. Cominciamo allora in maniera noiosa e ripetitiva per non farci mancare niente.
Per quanto l’emozione di scoprire il Giro che arriverà sia sempre forte, una presentazione che mi cade quando la stagione non è veramente finita (vi sono ancora alcune corse, anche se non di primo piano), stona con quelle presentazioni che nella seconda metà di novembre portavano un soffio di primavera dentro casa. Vedevi il nuovo Giro e pensavi a maggio, alle rose sui giardini, al rosa sui ciclisti. Sarà perchè quei Giri nascevano incorniciati dalle nebbie di novembre, dalle prime gelate rigide del mattino, dalle giornate corte, dal pezzo di legna che bisognava buttare nella stufa, sarà per quei sabato pomeriggio che profumavano di castagne arrostite e vino nuovo, sarà per i filmati del Cassani-cavia che riusciva a spiegarti una tappa, mentre sorseggiava un vino primitivo frizzante perché ancor giovane, assaggiato nella cantina di turno. Nell’immaginario di chi scrive il Giro è un evento che profuma di primavera. Come una Milano-Sanremo o una Tirreno-Adriatico. Due corse che tramite il mezzo televisivo portano la primavera a chi ancora non la può sentire già così presente. Vuoi mettere il nostro clima marzolino del nord-est con quello della riviera ligure o del centro Italia nel medesimo periodo? Con il Giro, con la sua presentazione, è un riaccendersi di queste sensazioni. Oggi la tecnologia la fa da padrona. Un tempo veniva introdotto un enorme tabellone che veniva aperto e tu cercavi nella prima panoramica della regia televisiva la tua Regione. Un secondo dopo cercavi di capire se quella linea rosa andava verso la tua Provincia. Un altro secondo più tardi potevi venir attraversato da una brivido di soddisfazione se quella linea rosa attraversava la tua città, il tuo paese, o le passava molto vicina. Purtroppo oggi sembra troppo chiedere a Garzelli di salire su di una bicicletta per la perlustrazione del percorso. Anche se dubito possa dare delle spiegazioni competenti come quelle dell’attuale CT Cassani, che a ottobre iniziava a girare mezza Italia, raccontando il Giro che sarebbe arrivato, facendolo sembrare sempre bellissimo anche se così non era. Meglio rimanere davanti alla telecamera, dopo aver guardato che le scarpe siano lucide, la testa sia stata ripassata di fresco con il rasoio elettrico e le sopracciglia ben delineate dalla pinzetta.

giovedì 1 ottobre 2015

Ottobre; l'editoriale

“Che diavolo ci fa Viviani la in mezzo?” ti domandi al penultimo giro. L’Italia delle corse di un giorno si conferma seconda forza. Forse perché non si può chiedere ad un cuoco di fare una frittata senza uova.
“Cercando il pelo nell’uovo, usciamo in maniera positiva da questo Mondiale rispetto a dodici mesi addietro. Torna la medaglia dagli Under 23, arriva anche a cronometro, la sfioriamo con le donne. Poi però ci squagliamo (ancora) coi nostri big. Stavolta le delusioni arrivano dai nomi pesanti, importanti e spesso decisivi. L’argento degli Under 23 è ossigeno puro, aria fresca dopo anni in cui si preferiva spruzzare nauseabondi deodoranti invece che aprire una finestra. L’argento di Malori è il risultato di un atleta che inseguiva da anni questi risultati, e che ha raggiunto la maturità in una squadra – ahinoi – straniera. La medaglia sfiorata dalle donne, quasi tutte – ahinoi parte seconda – tesserate con formazioni estere, è stata il risultato del trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la ciclista sbagliata. A Giorgia Bronzini sono mancate le gambe in quei benedetti ultimi cinque chilometri per tenere il contatto con il gruppo di testa. Fino a quel momento tutto bene. La piacentina era stata sempre nel gruppo, coperta, via dal vento in faccia, ben ‘custodita’ dalla squadra. Quello che devi fare se vuoi tenere in serbo un atleta per giocarti la tua carta in volata. È stata lei la prima big ch’è mancata, ma se una tirata d’orecchi ci sta, le donne sono arrivate comunque a un metro e mezzo dalla medaglia. Fino alla volata le nostre ragazze si stavano ancora giocando il podio. Lì c’eravamo insomma, per dirla semplice. Poi arrivano le vere note dolenti. E qui ti domandi se Ulissi – mai visto se non nelle interviste – sia veramente un atleta con la testa per avere su di sé una Nazionale. Ad un tratto è arrivato il segnale che forse qualcosa non tornava poi troppo. Ti spunta Viviani, l’uomo programmato per l’eventuale volata, che deve inventarsi tappa-buchi per inserirsi nel gruppetto che stava tentando il colpo grosso quando probabilmente era, quello, il turno di qualcun altro. Probabilmente quel Nibali che prima e dopo il Mondiale spaccava il mondo nelle gare italiane. In quel momento, con Viviani a fare quello che dovevano fare altri, abbiamo bruciato la nostra carta per la volata. Ma soprattutto dopo l’azione di Elia siamo spariti, quando invece dovevamo venir fuori. Come altre volte negli ultimi anni. Dove la frittata continuano a mangiarsela gli altri.”

martedì 15 settembre 2015

Aru diventa un grande di Spagna (e tiene in piedi la baracca-Italia...)

Lasciamo stare le frasi piene di complimenti che adesso salteranno fuori dalla bocca di tanti per trovare un po’ di spazio sul carro del vincitore. Ossigeno puro per il nostro ciclismo: è anche questo la bella vittoria di Fabio Aru alla Vuelta. È una specie di benedizione ciclistica per un movimento, il nostro, che senza il sardo avrebbe registrato una stagione fino a questo momento abbastanza magra, con alcune piaghe doping a condire il tutto. Aru è stato considerato un predestinato fin da quando è passato professionista. È cresciuto ciclisticamente con il medesimo alone che ha circondato Nibali quando arrivò tra i professionisti. Già la stagione scorsa l’isolano aveva corso una grande Vuelta (2 tappe, 5° nella generale). Quest’anno si era nuovamente confermato con il podio del Giro (2°), podio che aveva raggiunto anche nel 2014 (3°). Ed ecco arrivare il Giro di Spagna con l’espulsione di Nibali per traino vietato, e la caduta di Froome a concedere una grossa occasione al sardo. E adesso, come Nibali con Basso alla scomparsa Liquigas, l’Astana avrà due uomini per i Grandi Giri con qui sarà obbligata a fare i conti, specie il prossimo inverno, quando si decideranno gli obiettivi stagionali principali per i due italiani. Di solito queste coppie non resistono molto sotto il medesimo tetto e sarà da vedere quanto si raddrizzerà il rapporto Nibali-Astana. Parlando di Vuelta però non va dimenticato l’olandese Dumoulin che va premiato con un robusto plauso. Alla fine ha finito la benzina ed ha perso molto – da maglia rossa a 6° in classifica – ma si è superato. Sono stati lui e Aru a tenere viva fino alla fine una Vuelta 2015 che si conferma ormai corsa dai grandi valori da esprimere per svettare in essa, grazie a percorsi che nell’ultimo decennio hanno dato alla corsa iberica connotati tecnico/ciclistici, che non hanno niente da invidiare ai fratelli maggiori Giro e Tour. Già nel 2014 il Giro spagnolo era stato il più bello dei tre Gran Tour (come ama spesso chiamarli Contador). Era la metà del decennio scorso che la Vuelta decise di darsi un indirizzo preciso, adottando frazioni di lunghezza inferiore rispetto alle abitudini francesi e italiane. Con gli anni sia Tour sia Giro hanno iniziato a scopiazzare gli amici iberici. E sempre con il tempo il Giro spagnolo ha smesso di essere solamente la corsa per preparare un Mondiale. E, nemmeno a farlo apposta, Anche per Nibali la Vuelta è stata il primo Gran Tour vinto. Dalla Spagna iniziò il suo periodo d’oro. Adesso vediamo se un altro atleta isolano riuscirà a copiarlo in tal senso.

martedì 1 settembre 2015

Settembre, l'editoriale

Ci sono nazioni, come la nostra, che vanno orgogliose della loro storia ciclistica. Poi ci sono quelle che la loro storia l’hanno presa a calci. Per cercare di ripulirsi.
“Un noto Trofeo Under 23 italiano, una internazionale disputatasi non molto tempo addietro, ha avuto ai nastri di partenza una quarantina di partecipanti. In due parole, una miseria. Nel periodo estivo – e per circa due mesi – in Italia non ci sono state corse professionistiche di buon livello, figurarsi di alto, perché i soldi sono finiti per molti, e ne sono rimasti pochi per gli altri. Una situazione che da decenni non si verificava. Se si ha la possibilità di andare a vedere qual’era il calendario di corse in Italia fino a pochi anni addietro si resta di sasso. L’Italia vede il suo ciclista numero uno – e uno dei migliori in senso assoluto – squalificato dalla Vuelta perché pizzicato a fare il furbo in corsa attaccandosi all’ammiraglia sotto gli occhi di tutti come un fesso qualunque, e sempre noi abbiamo fino a questo momento il più alto numero di dopati pro’ per questa stagione. Una situazione che per l’immagine del ciclismo italiano non si può accettare, ma che difficilmente cambierà nel breve periodo, visto che situazioni di questo tipo sono puntualmente evitate nel racconto dell’informazione specializzata. In Germania sono tornati a trasmettere sulla televisione in chiaro il Tour de France, dopo che per diversi anni la tivù pubblica teutonica si è rifiutata di trasmettere uno spettacolo sportivo che puzzava di falso. Il movimento ciclistico tedesco è ripartito quasi da zero, smettendo di sventolare vecchie ‘bandiere’ che pedalavano in gruppo dagli anni ’90, così come la nomea della T-Mobile, una formazione ciclistica paragonabile per cultura doping alle varie Festina e US Postal poi Discovery Channel. Oggi la Germania viene da due stagioni come prima Nazione al mondo per risultati globali, più di 20 le tappe vinte al Tour in quattro edizioni e vecchi tecnici (o presunti tali) che erano nelle ammiraglie tedesche anni addietro, sono andati a lavorare in squadre di terzo piano fuori dall’Europa. In Germania hanno dato veramente calci nel sedere, mentre noi definiamo “una cosa illogica” (Davide Cassani) la positività per droga di Paolini al Tour, quando invece a casa nostra avremmo dovuto chiamarla una vergogna.“

giovedì 20 agosto 2015

E se la "grande famiglia" andasse in pezzi?

L’Italia ciclistica va in Spagna come nazione ciclistica leader 2015 per casi doping. Quale sarà la prossima strategia per raccontarci la storia di un ciclismo italiano più pulito e onesto?
Qualche anno fa, nella sua storica confessione doping, Lance Armstrong spiegò che nella sua EPOca ciclistica, l’EPO girava in gruppo come acqua nelle borracce o aria nelle ruote. Tempo dopo l’italiano Di Luca confessò e raccontò delle tonnellate di omertà che viveva ancora in gruppo e delle tante pratiche dopanti ancora esistenti. Sia per Armstrong che per Di Luca si mobilitò anche la tivù. Bisognava correre ai ripari prima che gli appassionati facessero due più due per conto loro, e capissero che due più due fa quattro e non quattro e mezzo come si cerca spesso di raccontare. Per il texano avvenne la resurrezione televisiva di Simeoni, invitato a parlare delle sue discussioni con l’americano quando correvano, facendo fare ad Armstrong la figura del demonio, mentre ci si dimenticava di raccontare che Simeoni era finito nelle peste perché aveva frequentato tal dottor Ferrari. Per Di Luca si scelse la linea del minimizzare le cose dette, dicendo che tutte le cose spiegate si sapevano (e quindi far finta di niente magari?), che l’abruzzese non aveva detto niente di nuovo (idem anche quì per caso?), e che l’intervista rilasciata dall’ex ciclista alla trasmissione televisiva Le Iene era figlia del rancore, e quindi Di Luca doveva essere visto come una specie di poveretto che, siccome due volte dopato, non doveva essere preso in considerazione. Caruso (Gianpaolo) è un ciclista che aveva già avuto guai per doping e fa parte di quella generazione ciclistica che viene additata come esempio per le nuove leve, perché da anni il ciclismo “è molto più pulito”.
Questa è la frase che ci hanno propinato negli ultimi anni giornalisti che bazzicano il baraccone da anni, telecronisti, commentatori ciclistici, dirigenti, atleti, tecnici e gente che non ha mai corso una gara di biciclette però bazzica l’ambiente ciclistico di alto livello senza essere sponsor, dirigente, organizzatore. Intanto abbiamo Paolini, per l’appunto Caruso, Taborre, Apollonio e Reda. Tutti ragazzini senza senso della misura e giudizio? Per niente: Paolini va verso i 40 anni, Giampaolo Caruso 35. Due atleti che sono dei Nazionali. Quali saranno le reazioni dell’FCI? Vi sarà la solita linea dura delle chiacchiere con il CT o il Presidente di turno che si diranno amareggiati, sorpresi? Si appoggeranno alla tivù per lanciare l’ennesimo messaggio di biasimo e severità, magari assieme a giornalisti che diranno con tono severo e ad alta voce il famoso; “è ora di finirla!!”? Salterà fuori il vecchio giornalista che parlerà di ciclisti ‘vittime’ di un sistema? Si preferirà il silenzio? Se Caruso è stato vittima di un sistema, casomai lo è stato di un sistema anti-doping perfezionatosi nel tempo. Per il resto la si finisca di propinarci la solita storia delle “cose belle che ci piace raccontare”, solo per continuare a difendere più il proprio posto di lavoro, la propria posizione agli occhi dei cosiddetti potenti, che la specialità sportiva che si dice di amare, e raccontare solo le cose che funzionano per non finire nella lista dei giornalisti indesiderati. Basta con la storia della “grande famiglia del ciclismo” sbandierata ad ogni benedettissimo Giro d’Italia per tre settimane. Persone che consapevolmente difendono gente indifendibile, raccontandoci solo le cose belle di questa benedetta “grande famiglia”, continuando con il cercare di raccontarcela come gli fa comodo, invitando puntualmente ad un microfono gente che dovrebbe parlare davanti al registratore di una Procura prima che davanti a una telecamera, aiutando il ciclismo così ad andare in pezzi ancor più velocemente, e credendoci una massa d’imbecilli pronti a credere alle favole della Ciclo-Peppa Pig di turno.

mercoledì 19 agosto 2015

Ancora doping, ancora ciclisti, ancora Italia.

La Wada (World Anti-Doping Agency) è un brutto cliente. Gente con le palle quadrate che a differenza dell'FCI, e a volte l'UCI, ti sta dietro finchè non ne puoi più. Lance Armstrong ne sa qualosa. Adesso la Wada può controllare urine e sangue, anche se questi sono stati prelevati diversi anni prima, fino a dieci. Stavolta è Gianpaolo Caruso il ciclista positivo all'EPO. La sua provetta era del marzo 2012, e la differenza l'ha fatta un metodo di controllo più sofisticato che ha fatto scoprire il marcio. Dopo Luca Paolini al Tour, sempre uomo Katusha, un'altro dei bravi ragazzi di Suor Peppa De Stefano si dimostra tutto fuorché bravo. La domanda è; se questa provetta è del marzo 2012, il ragazzo ci ha presi per il sedere fin da quel tempo? E se questo nuovo sistema di controllo doping è così efficace, dobbiamo attenderci molte altre sorprese? E quando la finiremo di dare retta a gente che dai pulpiti televisivi continua a definire i ciclisti come vittime?

lunedì 3 agosto 2015

Continua il momento 'positivo' del nostro ciclismo.

È un’Italia ciclistica che non molla, che vende cara la pelle, e che tirando fuori le palle riesce a confermarsi ai vertici mondiali in fatto di marciume targato 2015. Siamo al momento la prima Nazione al mondo per dopati prò’ in questa stagione. Un dato che chiaramente non deve trovare esagerata diffusione tra gli appassionati, sennò gli sforzi degli addetti ai lavori di raccontare il ciclismo come fa comodo a loro risulterebbero vani, quindi meglio rompere le balle con le chiacchiere sul contratto di Nibali che con il vice Campione d’Italia beccato dopato. Però il ciclismo di casa nostra non vuole mollare, per far capire agli appassionati che non vuole arrendersi, per continuare la grande tradizione italiana che nel periodo anni 80’ e 90’ (oppure leggi Conconi/Ferrari) ha visto la sua sublimazione massima che ha fatto scuola nel mondo. Il GS Androni Sidermec si è auto-sospeso per un mese dalle corse, a causa della positività di due suoi atleti trovati positivi a giugno: Davide Apollonio (EPO) e Fabio Taborre (FG-4592, un farmaco simil’EPO). Se le contro-analisi diranno che i due atleti non sono dopati tutto bene, se invece verranno confermati i risultati delle prime analisi l’Androni si riserva di denunciare per danni d’immagine i due ciclisti. Il ciclismo italiano non è allo sbando come molti scrivono. È invece ben vivo e nel suo sangue scorre potente la voglia di rivincita. Se poi questa grande rivincita ha come costo il continuo prenderci in giro va bene lo stesso, perché comunque la “grande famiglia del ciclismo” è sempre pronta al perdono. Quello che pensiamo noi cosa conta? Dopotutto il biglietto mica lo paghiamo per andare a vedere le corse di ciclismo, quindi che diavolo abbiamo di lamentarci?

sabato 1 agosto 2015

Agosto; l'editoriale

Froome è sospettato di essere un ennesimo fenomeno dopato e l’ambiente Sky, con il suo ciclismo blindato in tutto, non lo aiuta troppo nello scrollarsi di dosso le voci. Ma gli altri favoriti non sono mancati in qualcosa?
“Se Froome ha vinto il Tour è stato perché il suo rendimento è stato il migliore tra quello di tutti i big attesi alla disfida francese. Il timore di molti è che la superiorità di Froome sia figlia di qualche maledetto artifizio dopante dell’ultima generazione, mentre la certezza di pochi è che siamo semplicemente davanti ad un atleta totale, seguito in maniera totale, da una squadra che ritiene il ciclismo come la matematica: una scienza esatta. Se doping sarà, il britannico verrà messo in croce come giusto che sia. Ma guardiamo anche da altre parti. Contador ha fatto capire che Giro e Tour si possono capitalizzare ad alti livelli, ma quando hai di fronte chi si prepara da mesi solo per il Tour la differenza la senti e la paghi. Già di suo la pedalata dell’iberico non ha più lo smalto dei tempi andati, l’agilità che sapeva portare per chilometri si fa vedere solo a sprazzi. Ormai la sua condizione deve appoggiarsi al periodo buono, e arrivare ad un Gran Tour (come ama dire lui) al momento giusto. Dopo aver vinto il Giro 2011 chiuse il Tour visibilmente stanco (anche allora 5°), e questa volta l’impressione è stata la stessa. Dove ha vinto l’ultimo Giro? In salita, o forse non l’ha mica incorniciato nella superba cronometro di Valdobbiadene? Quintana non ha mai dato i colpi pesanti che gli hanno fatto vincere il Giro, ma quando vinse la corsa rosa Froome e Nibali non c’erano sulle nostre strade. Questo era un Tour per scalatori, lui è considerato il numero uno delle vette, i chilometri a cronometro erano pochi. Potrebbe avere perso un’occasione d’oro, altro che storie. Nibali ha pagato la brillantezza mancata nella prima settimana, forse facendo capire che fare settimane di altura ti aiuta ma non con gli stessi risultati per tutti, come vanno dicendo in molti, forse in troppi. Ha trovato tre giorni balordi e questo è bastato per far si che la RAI ci facesse una testa così per una settimana, chiamando in causa pure il manager del siciliano che non ha nessuna autorevolezza per spiegare una debacle ciclistica. Diamoci un taglio e anche una misura. Tornando al vincitore, Froome non è molto amato dal pubblico transalpino. Forse perché una cultura ciclistica radicata nei decenni non va pazza per un atleta che rappresenta una squadra-computer, dove anche gli starnuti vengono analizzati. Che in bicicletta non sia una meraviglia di stile tutti d’accordo, ma teniamo conto che il britannico è stato anche quello che quando ha trovato il terreno buono per lui lo ha sfruttato, quello che quando doveva difendersi lo ha fatto, e quello che aveva la squadra più compatta. D’altronde qual è stata la squadra che dopo Sky è stata più presente? Forse la Movistar. Per che squadra corrono Quintana e Valverde secondo e terzo?”

giovedì 23 luglio 2015

Nel periodo 'giallo' un po' di rosa.

Il Giro-Donne numero 26 ha regalato una corsa più equilibrata nelle sue forze in campo. Nella prima parte l’Italia ha rialzato la testa con due vittorie di giornata, ottenute prima con Barbara Guareschi sul traguardo di Lubiana, seguita nella 4^ frazione da Annalisa Cucinotta sull’arrivo di Pozzo d’Adda. Già con questi due risultati, tenendo conto delle precedenti edizioni, il bilancio ‘nostrano’ risulta positivo. Però quando nella seconda metà la corsa si è indurita nelle sue altimetrie, quando le tappe hanno smesso di essere solo traguardi di giornata ma riferimenti per la generale, quando insomma le migliori hanno iniziato a spingere sui pedali per giocarsi il Giro, le nostre non hanno più conquistato posizioni sul podio. Tralasciando il prologo di Lubiana, una prova-vetrina di 2 chilometri, le otto tappe restanti davano complessivamente 24 posti sul podio. Le cicliste italiane hanno occupato le posizioni sul podio di giornata 6 volte, concentrate in tre frazioni (Guareschi nella 1^, Scandolara e Cecchini nella 3^, Cucinotta, Marta Bastianelli e ancora Cecchini nella 4^). Poi nelle frazioni 5,6,7 e 8 (più la 2^) tanti saluti, visto che siamo tornati ad un Giro decisamente estero. Insomma, quando il Giro è iniziato veramente le nostre hanno segnato il passo. La classifica generale ha ormai trovato in Elisa Longo Borghini la migliore delle nostre. Nella prima metà della corsa Elena Cecchini ha confermato che il suo secondo tricolore consecutivo è ben portato, rispetto ai risultati modesti delle ultime campionesse nazionali. Sul piano della visibilità il Giro sembra ormai essersi assestato a corsa riempi-palinsensto. La RAI ha ormai confezionato un pacchetto standard rodato, che però continua a dare considerazione sotto-zero alla gara nelle settimane precedenti. La speranza di una diretta televisiva sembra lontana anni luce, nonostante gli orari consentirebbero un tentativo. Solitamente infatti le frazioni partono in tarda mattina e giungono all’epilogo a metà pomeriggio, mentre il Tour de France prima delle 17:15/17:30 non supera quasi mai la quotidiana linea d’arrivo. L’apporto di Sgarbozza è comico da un lato ed irritante dall’altro, pensando a gente che deve lasciar spazio a un pensionato che non sa leggere nemmeno i nomi quando glieli scrivono sotto al naso, o sentirlo parlare di una Van Der Breggen che; “…spinge un 53/17!”, quando un chiaro e lampante primo piano televisivo fa vedere senza dubbio che la ciclista spinge la cara e vecchia trentanove denti. Megan Guarnier ha vestito la maglia per diversi giorni. Ha vinto la Gaiarine – San Fior di Sotto (2^ tappa) e messo via 4 secondi posti per raccogliere più abbuoni possibili, scaricando sui pedali un bel carattere sul discorso di non voler mai mollare. La vincitrice, Van Der Breggen, ha messo a segno il colpo decisivo nella cronometro, e proprio nella prova contro il tempo si poteva vedere di come diverse atlete abbiano una forte carenza su quello che è la specialità della cronometro sistemate quasi alla meno peggio e regalando alcuni colpi di pedale non troppo efficaci. La prova contro il tempo è stata decisiva per la classifica, tanto che l’americana Abbott questa volta non ha trovato abbastanza terreno per recuperare i secondi persi. La scalatrice aveva vinto i suoi due giri precedenti riunendo il massimo risultato con il minimo sforzo: una tappa per prendere la maglia, quella dopo per chiudere il discorso. Stavolta un percorso difficile solamente nella sua seconda metà, con la crono nel mezzo, ha fatto forse saltare i conti del due più due fa sempre quattro. La questione ciclistico-matematica conteneva un’incognita, di cui si è scoperto il valore soltanto all’ultimo momento.

venerdì 17 luglio 2015

Quando il doping non fa notizia, ma le giornate storte si.

La debacle agonistica di Nibali al Tour ha dunque richiesto nientemeno che la presenza del manager del siciliano al salotto RAI per il Tour. Manager che il giorno prima era intervenuto al telefono alla stessa trasmissione. Un tempismo perfetto quanto inutile nella presenza, perché vai a sapere che risposte ciclistiche possa dare un manager, quando manco in Astana sanno il perché Nibali abbia patito così tanto i Pirenei. Un pomeriggio con chiacchiere continue sul ciclista isolano, e discorsi triti e ritriti all’infinito. Ma il salotto ciclistico RAI ha deciso che una giornata storta di Nibali valesse un pomeriggio a parlare di Vincenzo, mentre non sarebbe stata invece una brutta cosa se qualcuno avesse fatto una bella chiacchierata su Francesco Reda, 32 anni, ciclista del Team Idea, una formazione Continental. Sono quelle squadre che hanno poche possibilità di mettersi in evidenza sui palcoscenici importanti, e stessa cosa dicasi per i loro corridori. Reda aveva ben impressionato molti al Campionati Italiano – vinto da Nibali – cogliendo un inaspettato secondo posto conclusivo. Il ciclista è stato trovato dopato con una sostanza chiamata ‘darbepoetina’ una parente dell’EPO. Questa medicina stimola la produzione di globuli rossi agendo sulle cellule del midollo osseo. Di queste cose non vale la pena parlare nei salotti RAI, perché al telespettatore bisogna raccontare i ‘casi’ Nibali, mentre per parlare di doping ci sarà sempre tempo. Intanto i ciclisti – le famose ‘vittime’ – continuano a far male a se stessi e alla disciplina che praticano, aiutati da salotti tivù dove dei casi doping non vale la pena parlare. Meglio chiamare un manager e parlare del contratto di Nibali, o di una vittoria di Moser al Giro d’Austria, che di un ciclista italiano che si è dopato. Così aiutiamo veramente il ciclismo. Non parliamone, così la gente crede alle storie di Suor Peppa, e tutti noi vivemmo felici e contenti.

domenica 12 luglio 2015

"Orgogliosa di quel che ho fatto!"; Anna Van Der Breggen regina rosa 2015

“Anche oggi è stata una frazione faticosa. Io dovevo fare il possibile per difendere la mia maglia rosa, e devo ringraziare ancora le mie compagne di squadra. Per me è davvero importante scrivere il mio nome sull’albo del Giro. Ho dovuto difendermi anche su queste salite finali, e la maglia rosa mi rende veramente orgogliosa di quello che ho fatto”. Parole tutto sommato semplici quelle della regina del Giro-Donne 2015. E così alla fine tutto si è deciso nella Verbania-San Domenico di Varzo di 93 chilometri. Tutti aspettavano l’attacco dell’americana Mara Abbott e così è stato, ma la classifica si era già pesantemente delineata nella cronometro del giorno prima (Pisano-Nebbiuno di 22 km.), dove Anna Van Der Breggen (foto; pedalerosa.it) ha lanciato l’acuto decisivo che le ha dato la vittoria del Giro-Donne 2015. La vittoria della rappresentante dello squadrone Rabo-Liv ha fatto vedere che con una cronometro vera, dove vi è una distanza che richiama al ‘fondo’ dell’atleta, la classifica è aperta a più atlete che possono dire la loro, anche se non scalatrici. È stato un Giro che, senza Marianne Vos, è apparso più equilibrato, un po’ più italiano nella parte iniziale rispetto al solito, un Giro che ha messo ancora come migliore delle nostre Elisa Longo Borghini; “Sicuramente senza la mia sciatalgia credo che avrei potuto giocarmi, non dico la vittoria ma un posto sul podio. Nonostante abbia avuto qualche problema ho dimostrato di poter restare davanti. Quando mi sono lamentata per il male, mio padre mi ha detto che era mio dovere onorare la corsa, allora ho provato comunque. Non ci sono riuscita come avrei voluto, però è andata così”. Mara Abbott ha dato tutto nell’ultima tappa, ma ormai era tardi. Anche se la maglia rosa ad un certo punto ha alzato bandiera bianca, è bastato salire con regolarità e il distacco di 55” accusato all’arrivo non ha scalfito i 2’ e mezzo che aveva alla partenza dell’ultima frazione. TAPPE NUMERO 6 E 7; Le frazioni decisive per il Giro si aprono con una vittoria storica della giapponese Mayuko Hagiwara della Wiggle-Honda. Uscita da un gruppetto di sette fuggitive, tra cui la Berlato e la Gillow, la giapponese esce dal gruppetto e saluta tutte a 25 chilometri dall’arrivo facendo sua la Tresivio-Morbegno di 103 chilometri, davanti alla Guarnier e alla Moolmann. La classifica generale vede sempre la Guarnier in rosa, maglia che la stessa manterrà anche alla fine della frazione numero sette (Arenzano-Loano di 90 km.) dove chiuderà ancora al secondo posto di giornata. Una tappa, quest’ultima, che vede la vittoria forse più bella di questo Giro, con l’azione eclatante di Lucinda Brand, olandese della corazzata Rabo-Liv. L’atleta scatta a 50 chilometri dalla fine scendendo dal Naso di Gatto e inizia una specie di cronometro individuale che lascia a oltre due minuti le inseguitrici (tutta gente di primo piano). Nella seconda e conclusiva discesa non sbaglia una curva e guadagna ancora. Mettiamo in chiaro una cosa; se fosse stata un’italiana a vincere in questa maniera ne avrebbero parlato tre giorni e tre notti. Lucinda Brand dopo la vittoria ne parla con giusto entusiasmo; “Una grande giornata. Sono arrivata alla fine e ho dato tutto quel che avevo. Un grazie devo darlo alla mia squadra. Per me è stata una specie di impresa, perché sono riuscita a mantenere il vantaggio nel finale, e sono davvero felice” TAPPE NUMERO 8 E 9; con i 22 chilometri a cronometro la Van Der Breggen da una botta decisiva alla classifica. Un Giro non così cattivo nella prima metà, regala infatti negli ultimi giorni una classifica generale abbastanza ravvicinata tra diverse protagoniste. La Van Der Breggen vince contro il tempo davanti la Guarnier (davvero brava, in rosa per diversi giorni) e la Moolmann. Con questo risultato la Van Der Breggen sentiva già profumo di rosa; “Io spero che domani (domenica n.d.r.) riuscirò a volare sull’arrivo finale del Giro. Sono davvero felice, e devo dire grazie alla mia squadra per quello che ha fatto fino a questo punto del Giro, e domani cercherò di dare il meglio di me.” Fatto sta che all’inizio di questo articolo vi è la fine di questo Giro numero ventisei.

giovedì 9 luglio 2015

Giro-donne 2015; tappe tre, quattro e cinque.

Analfabetismi galoppanti attaccati ad un microfono, ma vi è anche il ‘risorgere’ di nomi nostri che avevamo dimenticato. L’Italia rivince una tappa, la classifica è ancora stabile, con la Abbott che adesso dovrebbe entrare in gioco. Cominciamo con; “Uniti Stati America” e allora ti domandi come sia possibile dare un microfono RAI a un tizio mezzo analfabeta (serve fare nomi?), mentre in giro c’è gente che probabilmente ha buttato nel cesso anni di studio, perché tanto cosa te ne fai della competenza se c’è gente che non sa manco leggere dieci parole filate senza annodarsi la lingua, ma un contratto continua a trovarlo? Giornate calde nella 3^ e 4^ frazione. A causa delle cadute nella seconda frazione, la Wiggle Honda perde due atlete cadute in discesa nello stesso momento a cinque metri di distanza l’una dall’altra. e così lo squadrone della Abbott, della Longo Borghini e della Bronzini deve fare di necessità virtù. La classifica generale verrà prima e per le volate la Bronzini dovrà arrangiarsi. Di fatto, la due volte iridata non potrà giocarsi nessuna carta nei due giorni successivi. Nella terza frazione (Curtatone-Mantova di 135 km.) la Brandt regola la Scandolara e la sempre ottima Campionessa d’Italia Cecchini. Ma la giornata da vacche grasse per noi è la rovente Pioltello-Pozzo d’Adda di 113 km. dove Annalisa Cucinotta vince davanti a Marta Bastianelli e alla tricolore Elena Cecchini che fin’ora è la migliore delle nostre per presenza agli arrivi e nei tentativi in corsa. Per la Cucinotta il pensiero principale è per la squadra; “Ci speravo, sono arrivata qua in buone condizioni e oggi la mia squadra ha lavorato tanto. Non potevo perdere, per il cuore che ci hanno messo le mie compagne di squadra. Anche io ho messo il mio, ho messo più cuore che gambe. la tappa è stata tirata e sono veramente contenta per tutte noi.” Tutta un’altra immagine quella che ci regala l’ex iridata Marta Bastianelli che ritrova una piazza d’onore che nessuno si aspettava; “Dopo la gravidanza questa è stata la mia seconda vittoria più bella. Questo piazzamento (2° posto) per me vale una vittoria, e lo dedico alla mia famiglia, a mio marito e ai miei suoceri che fanno tanti sacrifici affinché possa raggiungere grandi traguardi”. Come da pronostico, l’ascesa per il versante ‘dolce’ verso Aprica nella 5^ frazione (Trezzo sull’Adda-Aprica di 128 km.) regala tanto fumo e poco arrosto. Prima giornata dove le atlete di classifica potevano farsi avanti, nel complesso una tappa meno impegnativa di quello che poteva far sembra il nome dell’Aprica come traguardo di giornata. Tanto che negli ultimi chilometri il gruppo delle migliori è composto da 40 atlete che salgono a circa 25 all’ora nel tratto considerato il più impegnativo. Finalmente spunta la Campionessa del Mondo transalpina Ferrand Prevot, da inizio Giro sempre nascosta nella pancia del gruppo, che beffa il gruppo delle migliori e vince davanti a Megan Guarnier (maglia rosa fino a quel punto del Giro) ed alla Van Der Breggen. Una frazione numero cinque che ha nel Presidente Di Rocco l’ospite d’onore alla partenza che parla del Giro quasi a tutto tondo; “Tutte le squadre migliori vengono al Giro, e sanno che inserirsi nell’albo d’oro vuol dire raggiungere una tappa professionale molto importante. Il Giro per noi è un punto di riferimento, e lo è anche per il calendario internazionale. Dal prossimo anno ci sarà il World Tour, che darà una maggior definizione del mondo professionistico rosa. Però va detto che l’Italia conta già tante corse, da Cittiglio che rappresenta la prova più rappresentativa per organizzazione dell’evento, interesse delle squadre, valorizzazione del territorio ospitante. In questa logica quest’anno è arrivata la Strade Bianche ed il Giro dell’Emilia. L’Italia è leader in senso assoluto, speriamo di poter continuare a fare un Giro di questo livello perché gli Enti locali fanno molta fatica e Federciclo e Giuseppe Rivolta non possono continuare a farsi carico di tutto, però troveremo una sinergia a livello internazionale, per fare in modo che le gare maggiori possano supportare le corse minori perché è giusto che il ciclismo rosa si globalizzi come quello maschile.” Adesso arrivano i giorni che vanno a chiudere il Giro. Quel che perdi forse non te lo puoi riprendere e tra le risate dell’analfabeta, mai così allegro come quest’anno, pare che anche quest’anno il Giro parlerà straniero. Forse con accento d’oltreoceano.

domenica 5 luglio 2015

Giro-Donne 2015; prologo e prime giornate di corsa.

L’acuto italiano della Guareschi “Pensavo al Giro da due mesi e volevo vincere!” è la firma italiana nei primi giorni della corsa. La Guarnier guida la corsa dopo la 2^ frazione con l’arrivo a San Fior Di Sotto, e il circo è tornato in città. Primi giorni di corsa per il Giro-Donne che, come da tradizione, non è stato pubblicizzato dalla RAI, mentre dalla Francia sapremo anche quando Nibali andrà in bagno e quanti cucchiaini di zucchero metterà nel caffé. Già in palla Gigi Sgarbozza, che fin dalla prima giornata di corsa ha saputo far capire di essere un commentatore con due palle così. In quel di Lubiana, nel mini-crono-prologo di due chilometri – pura vetrina su percorso ridicolo – la spalla tecnica di Piergiorgio Severini si esprime sulla pedalata dell’olandese Knetemann; “Questa atleta sta spingendo un rapporto un po’ troppo duro. Fossi in lei userei un dente in meno” per chi capisce un pelo di ciclismo, facile capire a che punto siamo con l’uomo che trasforma la vincitrice del prologo – Van Vleuten, anche lei olandese – in una tal; “Van Vlottenen”. Insomma, il circo è tornato in città. Giuseppe Rivolta, patron della gara, si esprime molto positivamente su quello che è stato il lavoro per sistemare la ‘sua’ creatura; “Credo che noi, come organizzatori, stiamo dando alle atlete il massimo per impegno e organizzazione, per gestire al meglio tutto quello che siamo capaci di fare. Molte ragazze sono contente, mi hanno fatto i complimenti anche per come si è lavorato sul discorso riguardante l’immagine e la preparazione di Lubiana.” Il prologo è dominato dall’Olanda con il trio Van Vleuten (o Van Vlottenen per un certo tizio) seguita dalla Brandt e dalla Knetemann. Nel post-prologo spazio al settimo posto di una soddisfatta Valentina Scandolara (Orica); “Chiudere il prologo a solo 3 secondi dalla vincitrice mi da morale e anche convinzione sul fatto che la mia condizione è già molto buona”. La 1^ tappa vera, Kamnic – Lubiana di 102 km. ci regala il bell’acuto di Barbara Guareschi, 24 anni, bergamasca, alla sua 1^ vittoria al Giro; “Ad essere sincera – affermerà nel dopo gara l’italiana – pensavo al Giro da due mesi, volevo vincere, volevo partir bene. Ho cercato la vittoria tutto l’anno e forse non ero riuscita a centrarla perché l’ho cercata troppo. Oggi la mia squadra è stata grande, ed è da gennaio che lo è. La gioia mia era anche per i sacrifici che fanno le mie compagne.” Nella terza giornata di gara (però 2^ frazione) si arriva in Veneto. L’Analfabeta fin dal giorno prima aveva parlato con convinzione di una frazione per velociste, tant’è che durante la notte sono spuntate due salite nel finale con pendenze che superano il 10%. Succede quando per l’ennesima volta leggi la tappa sbagliata nei fogli che ti mettono sotto al naso. La Gaiarine – San Fior Di Sotto è animata nel finale da un gruppetto di atlete di rango, con alcune favorite alla vittoria assoluta. Chi ha la meglio è Megan Guarnier che conquista tappa e maglia rosa in una giornata molto pesante per il caldo. Tra le componenti del gruppo delle prime atlete giunte al traguardo anche la nostra Longo Borghini che però fa pensieri da gregaria; “Sono contenta della mia prestazione (4^ di giornata) e nei prossimi giorni cercherò di aiutare Mara (Abbott) per centrare l’obiettivo principale che è quello di vincere la corsa”. Chiudo con una frase che l’Analfabeta ha regalato ai telespettatori durante la 1^ tappa per capire che nel ciclismo non t’inventi niente; “Bisogna sempre stare davanti per evitare le salite!” Ecco, per ora fermiamoci qua ch’è meglio.

mercoledì 1 luglio 2015

Luglio; l'editoriale

La disfida ciclistica dell’imminente Tour non è solo un duello sportivo contro l’atleta che ha vinto l’ultimo Giro d’Italia, ma di un ciclista che sfida il ciclismo programmato.
“Christopher Froome pedala da mesi solo per il Tour, Vincenzo Nibali pedala da mesi solo per il Tour, Nairo Quintana pedala da mesi solo per il Tour. Ecco perché se da un lato c’è il fascino della doppia ricerca di vittoria Giro/Tour che Contador non ha mai nascosto, dall’altra ci saranno tre atleti di altissimo livello che non avranno appigli se l’iberico dovesse riuscire nel colpo grosso. Da diversi mesi il trio Quintana-Nibali-Froome si allena, pensa, pedala e programma ogni settimana di ogni mese cercando la vittoria francese. Dall’altra Contador che non ha niente da perdere dallo sfidare questi tre atleti che arrivano in Francia certamente meno logori, e che di certo non avranno paure su un eventuale calo nella terza settimana, quella che potrebbe essere eventualmente letale per lo spagnolo dal punto di vista delle energie. Sembra di assistere al vecchio ciclismo che cera di contrastare il nuovo ciclismo. Il ciclismo dell’atleta che corre buona parte del calendario e quello che sei mesi prima decide che la sua corsa è quella e non questa e che per questa ci sarà tempo, forse, l’anno prossimo. Per questo vien quasi da fare il tifo per Contador. Se l’iberico dovesse farcela contro tre atleti che si preparano da diversi mesi guardando solo al Tour, sai che smacco per il ciclismo programmato a tavolino?”

venerdì 26 giugno 2015

Dal tutto al niente, con poco in mezzo.

Dopo l’assegnazione del titolo nazionale a cronometro andato di recente ad Adriano Malori, riemerge un dato che tra le righe continua a deludere.
Le gare che assegnano i titoli nazionali a cronometro, o quelle organizzate dalle società che precedono di poco il giorno dell’assegnazione, sono da sempre un’ottima cartina di tornasole per valutare la ‘salute’ di questa specifica specialità ciclistica. Come da tradizione anche stavolta pare tirare aria pesante nelle corse contro il tempo. Dalla corsa juniores – bacino (in teoria) per il domani – fino alla corsa che assegna il titolo tricolore per gli elite uomini. Se nella prima occasione, inserita nel calendario nazionale, troviamo nientemeno che l’esorbitante numero di una quindicina di ragazzi partecipanti (per rassicurarci sul fatto che il futuro è nostro forse), nella seconda troviamo l’ennesimo titolo per il bravo Adriano Malori, che si è imposto davanti ad una schiera di cronomen di chiara fama; Moreno Moser e Daniele Bennati! Il primo che da due stagioni piene è scomparso dalle classifiche che contano, il secondo che da sempre ha una carriera ch’è improntata come velocista. Pazzesco che di fronte ad una disparità di valori così netta, la RAI abbia esaltato la vittoria di Malori senza dire due parole sul baratro che da anni e anni e anni continuiamo a coltivare nella specialità del cronometro. Togliendo il forte Malori (che nemmeno per sogno merita di vedere svilita anche minimamente la sua applicazione e la sua dedizione alla specialità), quanti atleti possiamo vantare come abili a cronometro negli ultimi vent’anni? A meno che non si voglia contare l’argento di Noemi Cantele nel 2009 ai Mondiali di Mendrisio. Quali atleti possiamo considerare come cronomen nel nostro passato, senza scomodare Coppi con il suo Record dell’Ora negli anni ‘40, o anche Moser che tre decenni addietro stabilì lo stesso primato, lasciando da parte il dettaglio dell’avere un tal Conconi ed un allora giovane tal Ferrari appresso. Malori emerge da una mediocrità che ha delle basi cultural/ciclistiche che difficilmente cambieranno. Perché se chiedi ad un giornalista affermato o ad un ragazzino di 15 anni quali sono i nostri ciclisti più noti degli ultimi decenni, sentirai parlare di Bartoli, Basso, Pantani, Nibali, Bugno, Fondriest, Cunego, Argentin, Cipollini, Chiappucci, magari Simoni, forse anche un Di Luca o un Rebellin. Quasi tutti questi atleti (a parte Bugno e Basso che si difendevano) non hanno mai avuto niente a che fare con il cronometro. Il famoso ragazzino di cui si scriveva un momento fa probabilmente ha già dimenticato Marco Pinotti, e forse tra dieci anni solo gli appassionati veri ricorderanno Adriano Malori.

martedì 2 giugno 2015

E adesso spagelliamoci.

Puntuali come la solita dichiarazione dei redditi (il periodo è quello), tornano le pagelle ‘fuori giri’ dedicate al Giro. Qualcosa resta sempre fuori, portate pazienza.
VOTO 36 a Piergiorgio Severini; manca poco alla partenza della tappa del 24 maggio. Severini viene mandato a strappare un’intervista a Contador a pochi minuti dal via. Ma GazzettaTV è arrivata prima tesoro mio. Nessuno ha però avvisato l’amico che il suo microfono è ben aperto è il telespettatore può riceverlo forte e chiaro; “E che vuoi che ti dica….quelli della Gazzetta fanno come cazzo gli pare!....” Sul volto di Mecarozzi, conduttore di Giro-Mattina, spuntano in veloce rassegna le tinte di tutte le maglie delle varie classifiche. VOTO 9 all’Astana (quattro vittorie, 2 atleti sul podio) e a Contador che ha vinto il Giro quasi da solo (Saxo-Tinkoff 4). VOTO 8 a Gilbert che ha piazzato due belle vittorie, ad Aru che ha piazzato due belle vittorie, a Landa che ha piazzato due belle vittorie, a Modolo che ha piazzato due belle vittorie. Curioso notare come nelle prime 14 tappe avevano vinto 14 nomi diversi. Poi è stato tutto un bis. VOTO 7 al serale della 19:30 di Gazzetta TV; chiariamo, non entusiasma troppo, ma è la prima edizione e le domande fatte ai protagonisti dai giornalisti Gazzetta sono meno scontate di quelle (spesso noiose) che escono da una certa trasmissione RAI del dopo-tappa. VOTO 6 a un bel Giro per il fatto che abbiamo visto come usando solo l’Italia puoi fare tappe tecnicamente molto belle, senza trasferimenti a raffica. Ma il sud Italia è stato messo all’angolo. Il prossimo anno pare si riparta dall’Olanda. Puoi menarmela con la passione, ma pare che un assegno firmato valga pure di più. VOTO 5 a chi (Conti Giuseppe) rompe le balle per via della crono (una!) molto lunga. Il percorso era ottimo per far tirare fuori le palle agli atleti al via. Che smetta lui di romperle. Se il ciclismo di oggi ha sempre qualcosa che non va lo molli e sparisca. VOTO 4 a Gigi Sgarbozza; Dà un tocco di vivace simpatia alla trasmissione della mattina, ma qui continuiamo a sfiorare l’analfabetismo puro. La domanda non è retorica; avrà fatto le suole medie? VOTO 3 a Baffetto e facciamo il bis con l’amico “W Balmamion!”; Perché (essendo gente in pensione) non togliersi dalle sacrosante palle per lasciare spazio a gente che ha 30 anni di meno e probabilmente più bisogno di lavorare? Hanno una pensione troppo misera per tirar sera? VOTO 2 ai capelli tinti di rosa di patron Tinkoff; c’avrà pure i miliardi, ma faceva veramente schifo! VOTO 1 a Tom Boonen; se deve venire al Giro per fare presenza poteva starsene in Belgio ad aspettare la prossima Roubaix. VOTO 0 per il solito piattume del dopo tappa; sempre gli stessi a cantarsela tra loro, Cipollini trattato come Dio fatto ciclista perché il telespettatore meno sa e meglio è (per loro), il tutto condito da decine di considerazioni da parte della conduttrice del calibro tipo; “Beppe, quando piove è meglio avere l’ombrello che non averlo”. Poi ti domandi perché un giorno ti stufi di Bicisport e compri CyclingPro.

Giugno; l'editoriale

Un bel Giro, con un vincitore che ha meritato, con buone notizie ‘azzurre’ e con situazioni televisive che all’appassionato informato – e non disposto come ancora troppi a turarsi il naso pur di avere lo spettacolo – forse non sono troppo gradite.
“Tre settimane addietro la speranza – della Gazzetta in particolare – era di vedere un ragazzo sardo che attaccava e sconfiggeva il gigante iberico. Non è andata esattamente così ma Fabio Aru ha comunque chiuso da campione il Giro d’Italia, riuscendo a vincere due tappe in cui era chiamato all’appello. Alberto Contador era troppo per lui. Lo spagnolo – che ha vinto il Giro quasi da solo vista la pochezza della sua Saxo in molti momenti della corsa – ha patito (caduta a parte) una sola giornata dura, la penultima, l’ultima veramente faticosa con il Colle delle Finestre che lanciava il gruppo verso Sestriere. Aru ha fatto tutto quel che poteva, l’Astana ha fatto lo stesso, la differenza è stata data dal fatto che Contador non ha vinto sette-barra-nove Grandi Giri per Grazia ricevuta. È riuscito ad amministrare nel finale una vittoria costruita con la pazienza nei primi dieci giorni, con una botta pesante agli avversari nella maxi-crono di Valdobbiadene, e con la testa nei tre chilometri finali del Colle delle Finestre dove ha patito stanchezza. È stato un Giro dove sono mancati diversi protagonisti, anche se attesi a ruoli diversi. Uran non è mai stato in corsa e il ‘Ciccio’ tanto simpatico a Peppa Pig sarebbe ora ridesse di meno e ‘menasse’ di più. Richie Porte è riuscito a cadere senza spiccare mai il volo, forse capendo che quando non ne hai più, non ti cambia dormire da solo in un Motor-Home simil sala operatoria. Cunego ha fatto parlare di se per essersi sfasciato una clavicola, Basso per farsi vedere in difficoltà ad ogni salita o quasi. Però ci sono state buone notizie per il CT Cassani; Aru non parrebbe un fuoco di paglia, se Dio vuole Viviani e Modolo potrebbero essere usciti dal novero dei vincitori di febbraio e Ulissi non ha dimenticato come si vince. Siamo all’incirca nella stessa situazione di un anno fa, ma quest’anno la situazione sembra intavolata in maniera migliore. Note stonate arrivano dalla RAI, dove Cipollini continua ad essere trattato come se alcune tabelle spagnole non fossero mai esistite, e sarebbe gradito che Re Imbroglione prima di andare a fare il chiacchierone in tivù, lo facesse anche in altri ambiti dove avrebbe ben altre risposte da dare nei confronti di quattro pagine Gazzetta tutte per lui uscite due anni fa. Un’altra nota che riguarda sempre la RAI. Due anni addietro Savoldelli (noto smemorato colpito l’anno scorso dal virus denominato “Procura Anti-Doping del CONI”) definì assurdo che l’UCI avesse vietato l’assunzione di sostanze di recupero tramite iniezioni. In questo fu allora idealmente abbracciato da Suor Alessandra nota smemorata su questioni doping. A distanza di tempo non pare che vietare flebi di sostanze di recupero da ficcare in vena abbia provocato morti e feriti. Mentre di morti se ne contano con il doping, e con l’omertà per proteggere lo spettacolo.”

sabato 16 maggio 2015

Fuori giri; "Cornuto!!", disse il bue all'asino.

Se avete comprato la Gazzetta dello Sport il 9 febbraio 2013 (“Eh certo – penserà qualcuno tra voi – perché adesso figurati se non mi ricordo una roba del genere, genio dei miei coglioni!”) troverete quasi tutta la prima pagina dedicata a un signore, ex ciclista, che da quel giorno e per più di un’anno si guardò bene dal farsi rivedere in televisione, e quando lo faceva pubblicamente si faceva accompagnare da un amico legale, nel senso di avvocato, e che quando incrociava uno dei (pochi) giornalisti ‘scomodi’ dribblava le domande di quest’ultimo meglio di quanto fa Messi con un difensore avversario. Oggi, questo signore ogni tanto ritrova un microfono in mano grazie ad un simpatico varietà di approfondimento ciclistico-sportivo, condotto da una giornalista che se fosse rimasta a fare per l’appunto la giornalista e non la conduttrice, sarebbe stato meglio. A questo salotto televisivo partecipano spesso diversi giornalisti già in pensione da un pezzo – come gente dal simpatico baffetto che va ai Mondiali a spese della Federciclo (leggi; soldi nostri) senza nessun ruolo tecnico, logistico, organizzativo, rappresentativo o altro che serva veramente – perché è meglio così che dare lavoro a un trentenne senza lavoro, visto che bisogna fare largo ai giovani per guardare al futuro. Questo signore di cui si scriveva all’inizio ha fatto notare che Alberto Contador dovrebbe rinunciare a cambiare bicicletta ogni volta che affronta un’ultima salita, per non evocare velati sospetti d’imbroglio riguardanti il mezzo meccanico. Ora, con tutta la stima che (almeno qui) si è persa totalmente per questo signore, oggi fabbricante di biciclette costosissime che portano il suo nome, fa specie che a invocare un velato sospetto su delle biciclette sostituite sia per l’appunto qualcuno che si è guadagnato pagine intere complete di tabelle mediche, riferite ad un medico iberico molto noto riguardo alle cronache doping che guardavano al decennio scorso.

Fuori giri; quando le caprette ti fanno ciao.

Vediamola con ottimismo, come la ricerca di un modo più naturale di praticare la specialità ciclistica, o altra disciplina ch’essa sia. Se avete fatto caso alle interviste pre-Giro rilasciate da alcuni protagonisti, spunta qua e la un robusto numero di atleti che si sono sciroppati settimane di ‘altura’ fino all’ultimo giorno utile prima di andare i Liguria per la partenza del Giro. Che roba è l’altura? L’arcinota pratica di allenarsi ad altezze s.l.m. (Sul Livello del Mare) abbastanza alte. Una metodologia molto sponsorizzata da tal dottor Ferrari, peccato che il personaggio in questione sia noto per altra roba. Molti infatti passano anche tre settimane a oltre 2000 metri, vivendo molti momenti di pura noia, anche se oggi, tra FB, Twitter, RAI Gulp e altre diavolerie del genere le serate sono spesso meno monotone e solitarie. Fatto sta che l’altura è diventata una noia necessaria, visto che spararsi EPO è più complicato. Non impossibile, ma più complicato. Ci sono poi quelle macchinine che rendono impossibili le notti a fidanzate e mogli, perché il loro ronzante motorino elettrico è in funzione quando l’atleta riposa (riposa?). Un aerosol particolare dedito a cambiare la consistenza dell’ossigeno un secondo prima che tu lo inspiri nei polmoni, e obbligando così il tuo organismo ad aumentare la produzione di globuli rossi. Sul territorio italiano è pratica vietata, all’estero purtroppo no. Oggi invece l’altura la fa da padrone. Siccome non siamo tutti uguali i risultati non danno lo stesso livello di cambiamento, e i costi sono più alti (se mandi 3 o 4 ragazzi due settimane a fare altura, dovranno pur mangiare e dormire per tutti quei giorni). Esiste una complicazione che riguarda gli atleti; un sensibile incremento sul rischio di beccarsi una stramaledetta bronchite, e quindi di mandarti in malora tutto il lavoro fatto, ma piuttosto che usare i vecchi metodi EPOcali meglio così, vi pare?

venerdì 1 maggio 2015

Maggio; l'editoriale

“Forse il momento migliore che il ciclismo di casa nostra ha conosciuto l’anno scorso non fu a luglio, quando Nibali è salito sul podio più alto di Parigi. Fu al Giro, quando intuimmo che Aru ha del talento vero, che la Bardiani vinse tre frazioni risultando una delle squadre migliori in assoluto della corsa, se paragonata ai mezzi che portava con sé rispetto ad altre squadre ben più milionarie, e con due tappe vinte da Ulissi. L’Italia uscì ben gasata da quel Giro. Se con Nibali eravamo si tornati ai vertici, con Aru e Ulissi era solo questione di tempo. E magari sarà proprio così. Uscivamo da una campagna del Nord magra e quest’anno le cose sono migliori di poco, o forse quest’anno è andata semplicemente meno peggio. Pozzato si è confermato inconfermabile, Visconti perfetto…..gregario, Quinziato un uomo che da tre o quattro stagioni vede arrivare l’anno buono, peccato che sia uno del ’79, e così la differenza l’hanno fatta Paolini (38 anni, con le speranze di Cassani di riaverlo in azzurro) e la Longo Borghini, per quel ciclo in rosa che quando vince è sempre amato da quasi tutti e seguito da quasi nessuno. Per questo abbiamo bisogno del Giro. Per dimenticare i buoni propositi quasi decennali di Pozzato, perché di Oss parliamo bene da un lustro, perché a febbraio abbiamo velocisti che fanno fuoco e fiamme, perché Nibali è uno scalino sopra tutti i nostri e non possiamo considerarlo come lo specchio del nostro ciclismo, perché (per sua fortuna) non lo è. Benvenuto Giro, come non mai da tanti anni.”

lunedì 13 aprile 2015

38 buoni motivi per preoccuparci?

Ci restano le Ardenne, e se le cose non cambieranno anche quest’anno il ‘nostro’ Nord avrà un bilancio in passivo. E così siamo di nuovo attaccati una carta d’identità che sfiora le 40 primavere.
Dopo i disastri delle auto Shimano al Fiandre, ci hanno pensato gli organizzatori della Roubaix a far parlare di sé per il passaggio a livello attraversato da qualche decina di atleti con un treno ch’è passato dieci secondi dopo. Roba pericolosa, tanto, troppo. Comunque, tra le righe di una Roubaix ‘orfana’ delle trenate di Boonen o Cancellara – che di solito una botta forte la davano sempre attraversando Aremberg per fare una prima cernita del gruppo – e conquistata dal tedesco Degenkolb, emerge sulle pietre la visibile invisibilità dei nostri anche quest’anno. Per questa stavolta lasciamo stare Pozzato che con tre forature ha perso il treno dei migliori, ma per il resto siamo sempre al discorso che quando la gara tocca le fasi decisive di noi resta poco. Quinziato è da cinque o sei anni che viene atteso, tant’è che ormai contende questo ‘record’ a Pozzato. Oss parla del Nord da tre o quattro anni e speriamo che non diventi un Quinziato-due. Paolini è caduto, ma se il ciclismo nostrano deve andare ad appoggiarsi a uno di 38 anni, si capisce come stiamo messi, tant’è che anche il CT Cassani, tra una ripassata di nero ai capelli per sembrare un fresco trentenne, è tornato a parlargli di Nazionale. L’anno scorso uscimmo da una campagna del Nord disastrosa, la peggiore da decenni. Venimmo salvati da una Liegi che ci diede Caruso e Pozzovivo protagonisti fino a 100 metri dalla fine. Continuiamo a vincere corse a gennaio, febbraio e inizio marzo. Abbiamo ogni anno il velocista di turno che vince cinque corse su…….quattro disputate. Ma quando le gambe dei migliori arrivano vicine alla condizione sono dolori. Adesso le gare cambiano. Se con Fiandre e Roubaix potevi avere nei rispettivi percorsi dei selezionatori quasi automatici con il passar dei chilometri, adesso se vuoi selezione devi avere le gambe per farla, crearla, costruirtela. Fin’ora il bilancio italiano è sostenuto dal ‘vecchio’ Paolini e dalla Longo Borghini, che una classica a testa l’hanno vinta. Così da una parte abbiamo i nostri atleti che continuano a essere evanescenti (e con un quasi quarantenne che ne tiene in piedi la baracca), dall’altra ci siamo attaccati alla Longo Borghini, meritevole rappresentante di un ciclismo che a pochi interessa tanto ed a tanti frega poco, se non quando arriva la vittoria a cui attaccarsi per cercare di risplendere di luce riflessa.

martedì 7 aprile 2015

Bene così, ma senza fretta, che il talento c'è.

Chissà cosa pensavano i dirigenti della Shimano seduti in poltrona, mentre al Giro delle Fiandre andava in onda il peggior spot pubblicitario che l’azienda avrebbe mai pensato di dover ritrovarsi tra le mani. E adesso sotto coi discorsi che ci sono tanti o forse troppi veicoli al seguito delle corse. Nel mentre di un pomeriggio pasquale che ha confermato la fatica boia del nostro ciclismo maschile ad emergere nelle corse di un giorno di più alto lignaggio, la bici rosa riesce a far parlare di sé con la vittoria della Longo Borghini al Fiandre femminile. Com’è da tradizione c’è stata subito la celebrazione televisiva RAI, con il rilancio del noto slogan; “le nostre ragazze”, nella miglior tradizione della nostra Federciclo quando ci sono nei paraggi telecamere e fotografi con qualcosa d’importante appena vinto. Elisa (foto; Wiggle-Honda)si conferma atleta di un giorno, ed ha vinto in una maniera che se fosse stato un italiano a vincere a quel modo ne perlerebbero una settimana. La talentuosa ciclista piemontese – aveva già vinto anche un “Binda” in quel di Cittiglio – rappresenta quel cambio generazionale che da un paio di stagioni si va manifestando a piccoli passi non solo con lei, anche se al momento è l’atleta che mostra più di altre le famose ‘stimmate’ della campionessa. Scandolara e Ratto sono attese per dei rispettivi segnali importanti. Al Binda della scorsa settimana la Longo Borghini aveva mostrato una mancanza di brillantezza proprio nelle fasi finali, ma chissà che questa vittoria non sia il segnale d’inizio di un periodo di forma che arriverebbe in uno dei momenti più sentiti della stagione, visto che il 22 arriverà la Freccia Vallone. Molto buono il 5° posto conclusivo della tricolore Elena Cecchini, che sembra indirizzata a difendere meglio la maglia di campionessa nazionale rispetto alle ultime due tricolori Borgato e Muccioli.

mercoledì 1 aprile 2015

Aprile; l'editoriale

Tre anni e mezzo addietro la bicicletta rosa italiana era rappresentata in primis da una due volte iridata (consecutivamente), che al tempo raccontava com’era messo il ciclismo femminile. Sono passati quarantatre mesi.
“È sempre stata una delle poche ad aprir bocca per parlare anche delle cose che non funzionano. Non essendo una che cambia un fidanzato ogni due mesi, per far parlare di sé doveva vincere, perché se arrivava seconda figurati se ti correvano dietro per chiederti anche soltanto che ora fosse. Durante la conferenza stampa post-iride-bis (Copenhagen 2011) si espresse con una frase che indirettamente conteneva tanta amara realtà, che se non si segue con un minimo d’attenzione il ciclismo rosa può dir poco e sembrare pura cordialità di circostanza; “La settimana prossima sarò in albergo a Montichiari per i campionati nazionali. Se qualcuno vorrà intervistarmi sarò a disposizione”. Diventò protagonista di un servizio di poco superiore al minuto, mandato in onda a orari da bestemmia. Ma in quel periodo raccontò anche di argomenti che figurati se i suor alessandristi di turno toccavano. E allora venivi a sapere che i premi di tappa al Giro-Donne erano una cosa che gridava vendetta, che l’enorme maggioranza delle cicliste portavano a casa uno stipendio ch’era roba da non credere se comparato con stipendi minimi di altre professioni, che chi aveva un bagaglio tecnico vero dal punto di vista della competenza si doveva trovare un lavoro per aiutare in una palestra (con i ringraziamenti dell’allenatore pensionato che non costa una lira se non poco e quindi conviene), che già vedeva di come una eventuale riforma fatta in casa nostra se fosse arrivata lo avrebbe fatto con tempi enormi e tante tribolazioni, che una specialità come la ginnastica artistica può avere la sua parte anche nella specialità ciclistica, e che il ciclismo era ‘tatuato’ nel cervello della gente come uno sport solo per maschi. Che bello sarebbe ritrovare Giorgia Bronzini e chiederle se riguardo a queste cose ci sono state delle novità al riguardo”

domenica 1 marzo 2015

Marzo; l'editoriale

”Eccoci nel periodo in cui si corrono le prime corse importanti. In Italia ci arriviamo con la Strade Bianche, la Tirreno-Adriatico e la Sanremo. Lasciando da parte l’ultima di queste, la Strade Bianche è la più affascinante tra le classiche nate recentemente, piaciuta fin dall’inizio, complice la decina di tratti sterrati che solitamente ne compongono il percorso. Cosa importante, è piaciuta un sacco agli stessi protagonisti, che fossero vincitori o meno. Un robusto antipasto ciclistico per lanciare una successiva Corsa dei Due Mari che (anche) quest’anno presenta una lista partenti tecnicamente ai massimi livelli. Froome, Nibali e Contador occuparono il podio due stagioni fa, poi lo spagnolo della Tinkoff e il colombiano Quintana si classificarono al 1° e 2° posto l’anno scorso. Senza dimenticare le affermazioni di Evans nel 2011 e la ‘prima’ di Nibali nell’edizione 2012. Un’evento 2015 che certamente avrà una lista partenti migliore del Giro stesso, e forse anche del Tour. Sono passati gli anni in cui la si correva guardando alla Sanremo. Oggi i protagonisti dei grandi giri vogliono essere protagonisti di questa corsa ch’e ormai diventata l’appuntamento più sentito del periodo d’apertura stagionale. Il succo del discorso è: godiamocele, sperando nel bel tempo. Perché ci sono altre corse italiane che si sta cercando di salvare per il rotto della cuffia, e non è detto che ci si riesca. Mancano soldi, gli sponsor non ne hanno più da spendere, e se li hanno li mettono da parte per avere visibilità nelle corse più importanti. Il resto è un boccheggiare continuo di organizzatori che stanno facendo i salti mortali, attorniati da una Federciclo fantasma. Ma su quest’ultima cosa badiamo bene di non stupirci. Vorrebbe dire aver vissuto sulla Luna negli ultimi anni.”

venerdì 20 febbraio 2015

Quando la TV ci diceva; "Sonni caldi, sogni belli, filtrofiore bonomelli..."

Se con le favole fai dormire i bambini, anche con i grandi si può far qualcosa con ottimi risultati. Magari mandando in onda certi ‘speciali’ d’inizio stagione.
“Allora Beppe, sono le diciassette e trenta. Questo vuol dire che tra cinque minuti saranno le diciassette e trentacinque e saranno passati cinque minuti?” Risposta; “Infatti credo anch’io che tra le diciassette e trenta e le diciassette e trentacinque ci sono cinque minuti di differenza.” “E tu Francesco, sei d’accordo con quello che ha detto Beppe. Pensi anche tu che tra cinque minuti, ormai quattro, saranno le diciassette e trentacinque?”
Ecco, questo è stato il livello medio di contenuti dello ‘speciale Radio-corsa’ che la RAI ha mandato in onda con Suor Peppa che faceva da padrona di casa per presentare la stagione. E così abbiamo visto che anche per quest’anno i noti esperti saranno ancora, nuovamente, eternamente, per l’ennesimo anno gli stessi. C’è stato il tentativo di Suor Alessandra di aprire il noto angolo del cuore. Dedicato stavolta ad Alessandro Ballan, raccontato e descritto come vittima e basta. Poi mandano in onda uno stralcio d’intervista dove il veneto racconta di aver visto che l’ambiente ciclistico (organizzatori, dirigenti) ha preso le distanze nei suoi confronti, sapute le magagne per i trattamenti non autorizzati al sangue. La “grande famiglia”, che la stessa suora benedice da anni appena può, sta mica perdendo i pezzi? Fa certamente dispiacere vedere Ballan sconfortato per questa squalifica che, se non verrà accorciata, durerà fino al prossimo anno. Ma certi toni da libro Cuore sono più stancanti di un Passo dolomitico, e sinceramente non sembrano l’ideale nemmeno per l’immagine dello stesso atleta che viene raccontato triste e solo durante gli allenamenti. Per il resto le cose più interessanti non venivano dalle risposte degli esperti in studio – prevedibili, grigie, scontate, forse figlie di domande preparate – ma dai brevi momenti di servizi filmati (alcuni vecchi di settimane, alè!) che venivano mandati in onda, tra un mezzo sbadiglio e l’altro. Se quello ‘speciale’ fosse durato mezz’ora in meno, e avesse avuto meno chiacchiere da studio, forse sarebbe stato un ben più interessante tardo pomeriggio ciclistico da passare in poltrona. Invece sono stato novanta minuti con quattro persone che se la sono scritta, suonata e cantata per i fatti loro.

lunedì 9 febbraio 2015

Dubai Tour, cioè; "...Cameriere, un litro di caffè, grazie!"

Annunciato da una sigla che ne parla come se fossimo di fronte a dei cyborg arrivati dallo spazio, la faraonica corsa del deserto ha regalato emozioni paragonabili al segnale orario delle 15:00.
Il Dubai Tour che si è corso da pochi giorni ci ha fatto vedere un ciclismo che dal punto di vista tecnico rasentava il Trofeo Ciclistico Santa Pazienza. Frazioni che partivano con un solo punto interrogativo, riguardante il nome che avrebbe vinto la volata. Un’arrivo in salita, grazie ad una rampa di nemmeno 200 metri, esistente grazie ad un bacino artificiale che rappresentava la Cima Coppi di questa corsa multimiliardaria. Con in telecronisti impegnati ad inventarsi qualunque cosa possibile per non far dormire la gente in poltrona; “Hai visto com’è pulito dappertutto?” “Molto bella la metropolitana che hanno qui” “Si, ma guarda ch’è uguale alle nostre” “Si, ma a prender le nostre mi piace meno…” e contenuti tecnico/ciclistici che come emozioni hanno regalato; “Ma secondo te, il gruppo, questo qui lo lasciano vincere?” “Beh, sai, un ciclista tunisino che vince una tappa di una corsa World Tour farebbe notizia….” Abbiamo potuto ammirare palazzi splendidi e splendenti; “Qui i lavavetri devono essere miliardari….” E apprezzato le varie attrattive del luogo “Se noi abbiamo gli ippodromi, qui ci saranno i cammellodromi….” Queste grandi emozioni sportive ci faranno capire e forse patire di più la scomparsa di alcune corse nostrane ‘rinviate’ ad….. anno da destinarsi, se non ormai appartenenti alla sola memoria. Mark Cavendish ha vinto il Dubai Tour. La notizia era questa. A proposito, avete notato che ormai le magliette da ciclismo non esistono più? Siamo in un’epoca dove gli atleti ormai vestono delle simil-calzamaglie super aderenti, e la maglia di campione d’Italia di Nibali fa lo stesso schifo dell’anno scorso. E poi l’impressione di un ben ‘tirato’ Gilbert, che pare aver perso un po’ delle le cosce ben robuste delle ultime due stagioni per una linea muscolare più leggerina. Meno bistecche o (speriamo di no) meno qualcos’altro?