«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 20 febbraio 2015

Quando la TV ci diceva; "Sonni caldi, sogni belli, filtrofiore bonomelli..."

Se con le favole fai dormire i bambini, anche con i grandi si può far qualcosa con ottimi risultati. Magari mandando in onda certi ‘speciali’ d’inizio stagione.
“Allora Beppe, sono le diciassette e trenta. Questo vuol dire che tra cinque minuti saranno le diciassette e trentacinque e saranno passati cinque minuti?” Risposta; “Infatti credo anch’io che tra le diciassette e trenta e le diciassette e trentacinque ci sono cinque minuti di differenza.” “E tu Francesco, sei d’accordo con quello che ha detto Beppe. Pensi anche tu che tra cinque minuti, ormai quattro, saranno le diciassette e trentacinque?”
Ecco, questo è stato il livello medio di contenuti dello ‘speciale Radio-corsa’ che la RAI ha mandato in onda con Suor Peppa che faceva da padrona di casa per presentare la stagione. E così abbiamo visto che anche per quest’anno i noti esperti saranno ancora, nuovamente, eternamente, per l’ennesimo anno gli stessi. C’è stato il tentativo di Suor Alessandra di aprire il noto angolo del cuore. Dedicato stavolta ad Alessandro Ballan, raccontato e descritto come vittima e basta. Poi mandano in onda uno stralcio d’intervista dove il veneto racconta di aver visto che l’ambiente ciclistico (organizzatori, dirigenti) ha preso le distanze nei suoi confronti, sapute le magagne per i trattamenti non autorizzati al sangue. La “grande famiglia”, che la stessa suora benedice da anni appena può, sta mica perdendo i pezzi? Fa certamente dispiacere vedere Ballan sconfortato per questa squalifica che, se non verrà accorciata, durerà fino al prossimo anno. Ma certi toni da libro Cuore sono più stancanti di un Passo dolomitico, e sinceramente non sembrano l’ideale nemmeno per l’immagine dello stesso atleta che viene raccontato triste e solo durante gli allenamenti. Per il resto le cose più interessanti non venivano dalle risposte degli esperti in studio – prevedibili, grigie, scontate, forse figlie di domande preparate – ma dai brevi momenti di servizi filmati (alcuni vecchi di settimane, alè!) che venivano mandati in onda, tra un mezzo sbadiglio e l’altro. Se quello ‘speciale’ fosse durato mezz’ora in meno, e avesse avuto meno chiacchiere da studio, forse sarebbe stato un ben più interessante tardo pomeriggio ciclistico da passare in poltrona. Invece sono stato novanta minuti con quattro persone che se la sono scritta, suonata e cantata per i fatti loro.

lunedì 9 febbraio 2015

Dubai Tour, cioè; "...Cameriere, un litro di caffè, grazie!"

Annunciato da una sigla che ne parla come se fossimo di fronte a dei cyborg arrivati dallo spazio, la faraonica corsa del deserto ha regalato emozioni paragonabili al segnale orario delle 15:00.
Il Dubai Tour che si è corso da pochi giorni ci ha fatto vedere un ciclismo che dal punto di vista tecnico rasentava il Trofeo Ciclistico Santa Pazienza. Frazioni che partivano con un solo punto interrogativo, riguardante il nome che avrebbe vinto la volata. Un’arrivo in salita, grazie ad una rampa di nemmeno 200 metri, esistente grazie ad un bacino artificiale che rappresentava la Cima Coppi di questa corsa multimiliardaria. Con in telecronisti impegnati ad inventarsi qualunque cosa possibile per non far dormire la gente in poltrona; “Hai visto com’è pulito dappertutto?” “Molto bella la metropolitana che hanno qui” “Si, ma guarda ch’è uguale alle nostre” “Si, ma a prender le nostre mi piace meno…” e contenuti tecnico/ciclistici che come emozioni hanno regalato; “Ma secondo te, il gruppo, questo qui lo lasciano vincere?” “Beh, sai, un ciclista tunisino che vince una tappa di una corsa World Tour farebbe notizia….” Abbiamo potuto ammirare palazzi splendidi e splendenti; “Qui i lavavetri devono essere miliardari….” E apprezzato le varie attrattive del luogo “Se noi abbiamo gli ippodromi, qui ci saranno i cammellodromi….” Queste grandi emozioni sportive ci faranno capire e forse patire di più la scomparsa di alcune corse nostrane ‘rinviate’ ad….. anno da destinarsi, se non ormai appartenenti alla sola memoria. Mark Cavendish ha vinto il Dubai Tour. La notizia era questa. A proposito, avete notato che ormai le magliette da ciclismo non esistono più? Siamo in un’epoca dove gli atleti ormai vestono delle simil-calzamaglie super aderenti, e la maglia di campione d’Italia di Nibali fa lo stesso schifo dell’anno scorso. E poi l’impressione di un ben ‘tirato’ Gilbert, che pare aver perso un po’ delle le cosce ben robuste delle ultime due stagioni per una linea muscolare più leggerina. Meno bistecche o (speriamo di no) meno qualcos’altro?

venerdì 6 febbraio 2015

Già cinque anni

Mescolava intelligenza, esperienza, diplomazia, anche rigore. Senza dimenticare che qualcosa si poteva sempre imparare, e che qualcosa si poteva sempre insegnare. Sono passati cinque anni da quel febbraio che se lo portò via, da quella passione – per un mondo lontano mille chilometri da quello della bicicletta – che se lo portò via. La bicicletta è semplicità, silenzio, spesso pazienza. Un rally è velocità, rischio costante, rumore a volte infernale. Era capace di salire in auto un tardo pomeriggio, farsi due ore di strada, parlare due ore ad una platea, venire ripagato con una cena un sorriso e un grazie, e ripartire per tornarsene a casa ch’era mezzanotte. Il giorno dopo lo trovavi alla corsa dei ragazzini, per darne il via o per premiare alla fine, perché lo aveva promesso al tal dirigente mesi prima. E quando partecipò ad una manifestazione ciclistica a Feltre capitò ch’era atteso sul palco e non arrivava più. “Ma dove sta?” Fermo fuori da un bar dopo un caffé preso al volo, a parlare di ciclismo con persone che non erano dirigenti, atleti, organizzatori, sponsor e ruffiani vari. Poi a diventar matto al volante, macinando migliaia di chilometri al mese, per seguire le gare che lo riguardavano da vicino, quelle coi Campioni che le correvano, quelle che lui doveva ‘leggere’ per capire come costruire la sua squadra, come gli altri forse avrebbero costruito le proprie. E poi sotto con la corsa juniores il giorno dopo, sempre mangiando chilometri senza sosta. Riusciva a costruire le squadre amalgamando capitani su capitani senza ripicche silenziose (vedi alcuni finali buttati malamente dalla Spagna), come faceva anni prima il vecchio Martini. E proprio come Martini le sue squadre vincevano o ci andavano sempre vicine. A un mondiale era stato tradito da un suo uomo che aveva fatto finta di non avere capito. Lui capi tutto. Senza troppi proclami quell’atleta non avrebbe più rivisto la Nazionale. Aveva rotto il suo concetto di gruppo, di squadra, di lavoro. Se un’atleta voleva correre un mondiale lui gli chiedeva risultati. Non voleva portarsi appresso un nome soltanto, ma un nome che facesse la differenza. “Da lui mi aspetto segnali importanti nei prossimi giorni”. Questo era quel che diceva ai giornalisti. Era il monito indiretto, l’avviso di chiamata. Poi, quando prendeva il telefono e parlava con quell’atleta, niente di più facile che fosse un po’ meno diplomatico e un po’ meno superficiale. S’innamoro di una corsa del Nord. La rincorse finché non la raggiunse due volte. Poi, quando dentro di sé disse “Ok, basta così…”, decise che sarebbe passato da questa per dire “Merci Roubaix!” scrivendolo sulla maglietta della salute che aveva sotto quella della sua squadra. Si può parlare di una persona, cercare di raccontarla in qualcosa senza farne il nome, senza dire cos’aveva vinto, cos’aveva fatto vincere? Ci si può provare.

domenica 1 febbraio 2015

Febbraio; l'editoriale

Nas e CONI lavoreranno insieme per effettuare controlli anti-doping sul nostro territorio. Una svolta epocale? Si, ma solo se si eviteranno situazioni come questa vecchia storia che andiamo a raccontare.
“Racconta Alessandro Donati nel suo libro “Lo sport del doping” di come il rapporto dei Nas con le autorità sportive visse una brutta esperienza nel 1996, quando era stato preparato un massiccio controllo a sorpresa alla carovana del Giro d’Italia. Il Giro doveva sbarcare a Brindisi dopo tre giorni di tappe svoltesi in Grecia (quell’anno si partiva dalla Grecia per festeggiare i 100 anni dell’Olimpiade). In vista di questa azione i Nas avvisarono il magistrato Giovanni Armati e successivamente, quando sono ad un passo dal via dell’operazione, si accorgono di essere stati anticipati da telefonate che misero sull’avviso la Federciclo italiana, per poi rendersi conto che anche i dirigenti e tecnici delle squadre presenti al Giro avevano ricevuto un provvidenziale squillo all’apparecchio. Da chi siano partiti questi avvisi non si saprà mai. A quel punto però, capito che queste telefonate così puntuali avevano bellamente mandato per aria tutto il loro lavoro, i Nas decidono dell’inutilità dell’azione e tutto salta. Il personale del Nas ha proprio avuto nella persona di Alessandro Donati il responsabile per la loro formazione, su questioni doping, presso l’Istituto Superiore della Sanità. Se questo personale porterà con sé soltanto la metà delle competenze e delle esperienze che Donati ha maturato nelle sue guerre con i vecchi dirigenti del CONI e della Fidal, ma sarà determinante che i Nas ricevano carta bianca totale senza dover passare per 10 uffici diversi per poter suonare al campanello di un’abitazione, e che i controlli vengano aumentati fuori dalle competizioni e siano veramente a sorpresa. Allora si che forse ci sarà da divertirsi (o da intristirsi) per quello che potrebbe uscirne.”