«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 26 ottobre 2015

Le nostre ciambelle senza il buco

Gli italiani migliori del 2015? Aru, Longo Borghini e Nibali. Poi magagne pesanti anche sul ciclismo amatoriale e delusioni di corsa che non hanno scuse. Mentre i telecronisti RAI inneggiavano a Nibali dicendo che l’Italia tornava a vincere una classica monumento dopo diversi anni, dimostravano quanta considerazione c’è in Italia per il ciclismo femminile, non ricordando la vittoria di Elisa Longo Borghini al Fiandre. Lei, Elisa, c’è sempre, come c’è stato Adriano Malori, come non c’è stato Diego Ulissi, che per mesi ha potuto pensare solo al Mondiale per poi ritrovarsi a correre una gara anonima e deludente. Brutte storie emergono dal settore ciclismo dopato, visto che la metà dei dopati prò 2015 (una dozzina il totale) trovati positivi dall’UCI sono roba nostra. A livello generale in Italia, cioè considerando i ciclisti della domenica e i professionisti, gli amatori sono l’80% di tutti i dopati italiani. Tra gli uni e gli altri spunta la fine veramente cretina di Paolini che ha buttato nel water tonnellate di elogi, e speriamo che su di lui ci venga risparmiata una specie di operazione recupero d’immagine, sapendolo grande amico del CT Cassani, che a lui non avrebbe mai rinunciato. D’altronde va detto che se sei un ex dopato hai ottime possibilità di avere successo come preparatore ciclistico. Santambrogio e Riccò si sono messi a fare i simil-preparatori-allenatori-consiglieri di ciclismo, con quale titolo non si sa. Il primo era ripartito facendo il panettiere, poi ha capito che la bicicletta era la sua vera vita, cosucce doping a parte. Riccò gira per Tenerife per accompagnare cicloturisti e amatori. Scommettiamo che entrambi hanno un buon successo? Si perché il perdonismo facile post-doping è sport praticato ad un ottimo livello nella nostra Nazione. Lo dimostrano le passerelle televisive di ex atleti con problemi doping, che hanno la possibilità di ritrovarsi davanti alle telecamere per dire cosa sia il ciclismo, come lo si deve correre, e alcuni di loro lavorano anche come esperti e commentatori tecnici. Basterebbe una ricerca nel web, nemmeno chissà quanto approfondita, per capire chi è quel tal esperto che può metter giudizio sugli atleti di oggi, tra una ripassatina di scuro per i capelli o di rasoio sulla zucca.

mercoledì 21 ottobre 2015

Rialziamo la testa? Un po' si.

Se per fare un bilancio negativo ci sarà tempo prossimamente, la stagione saluta tutti con un finale di stagione di marca Astana, e con un forte beneficio per il bilancio del nostro ciclismo, che chiude bene come da anni non succedeva. Se il Mondiale è stato un altro buco nell’acqua, Aru e Nibali hanno dato un impulso positivo alla loro stagione. Ad Aru si chiedeva di provare a giocarsi il Giro in primavera, e lo ha chiuso secondo in generale, con due tappe vinte. A settembre gli si chiedeva di provare il colpo grosso anche in Spagna, e ha trovato una bella vittoria conclusiva che li ha fatto smettere i panni del talento e basta. Finale di stagione finito molto bene per Nibali, che ha vinto da padrone il Giro di Lombardia. Il siculo era stato quasi “analizzato” in diretta tivù dalla RAI durante il giro francese. Per tre giorni balordi vissuti sulle strade transalpine, i vari commentatori l’hanno menata quasi una settimana con un Nibali che non era “più lui”. Come se arrivare quarti nella gara più difficile sia roba da dichiarare fallimento allo Stato. La brutta figura della Vuelta con il famoso traino sembrava aver fatto il resto. Poi la rinascita nel Lombardia. Il prossimo anno Aru dovrebbe correre il Tour per guardare alle Olimpiadi (5 agosto), stessa cosa di Nibali che però ha strizzato l’occhiolino al Giro, gara che Vincenzo non corre dal 2013, quando lo vinse. Nibali ha passato un inverno da dimenticare, tra magagne UCI (licenza si, licenza no, licenza forse) e a detta dello stesso ciclista una quantità troppo robusta di presenze per fans club, sponsor tecnici, interviste, ospitate di turno. Aru è stato graziato in questo dal fatto che fino all’anno passato lui era ancora un talento crescente, e quindi non gli si chiedeva di rivincere questo o quest’altro. Vedremo da questo inverno se il ragazzo riuscirà a salvarsi da richieste che certamente si moltiplicheranno da ogni direzione. Chiudiamo in maniera positiva una stagione che ai più alti livelli ha vissuto sulle spalle di due atleti. Del resto dell’Italia ciclistica si scriverà tra un po’ e in quel caso la musica varierà dall’andante allegro dell’autunno ad un lento con brusche interruzioni riguardo al tema principale.

giovedì 15 ottobre 2015

Basso saluta il gruppo

Una carriera nata sotto l’insegna del talento, dell’essere predestinato. Proseguita con la squalifica per l’Operation Puerto, continuata con la rinascita sotto la mano di Aldo Sassi. In mezzo due Giri vinti, anche se dai sapori ben diversi l’uno dall’altro.
Con la nascita del Giro 2016, il ciclismo ha ricevuto i saluti e baci da parte di Ivan Basso, che abbandona l’attività come ciclista professionista. Non lascerà il ciclismo, lo seguirà con un altro ruolo. La carriera di Basso è finita forse con una stagione di anticipo a causa del tumore ad un testicolo scoperto al Tour, ma lo stesso varesino non ha nascosto che pensava di poter essere più competitivo, anche se in un ruolo di gregario. Parte che aveva iniziato a ricoprire da quest’anno a favore di Contador. Basso ha vinto due Giri. Il primo (2006) viene incorniciato dai veleni e dai sospetti – fatti in diretta televisiva nell’allora primo dopo tappa – da parte di Gilberto Simoni, scalatore trentino, vincitore di due Giri d’Italia, ciclista fermato al Giro del 2002 per doping per via di: 1) prima versione; le cure del dentista 2) seconda versione; le caramelle alla coca della zia Giacinta. Grazie alla provvidenziale zia ne uscirà scagionato. Peccato, vedendo le notizie più attuali, che Luca Paolini non abbia delle zie che si chiamino Giacinta. Tornando a Basso, il varesino rinasce agonisticamente dopo due anni di squalifica per via della nota Operation Puerto. Passa da Bijarne Riis ad Aldo Sassi e al centro Mapei, da un ex ciclista che veniva soprannominato “Mister 60%” quando correva, ad un preparatore che faceva del lavoro duro la sola e unica regola per avere risultati. Basso torna nell’autunno del 2008 e convince più di quello che ci si attendeva. Al Giro 2009 termina la corsa sul gradino più basso del podio, dopo le squalifiche post-Giro di Pellizotti e Di Luca. Alla Vuelta, corsa tre mesi dopo, chiude al quarto posto. Da questi risultati si evince che le qualità dell’uomo da grandi giri non si sono perse, e si confermano ulteriormente quando il Giro 2010 viene vinto senza discussioni, e questo successo non fa che far riflettere sul fatto che Basso ha perso per questioni doping i due anni forse migliori della sua carriera, ed il Tour avrebbe potuto essere veramente vinto. Professionista maniacale, preciso, organizzato, Basso è stato importante riferimento per Vincenzo Nibali, quando i due anno corso – e vinto – con i colori dell’oggi scomparsa Liquigas.

giovedì 8 ottobre 2015

Anatomia di un Giro

A meno di brutto tempo, il Giro 2016 sarà meno cattivo rispetto alle ultime edizioni. Diminuiti i chilometri per i trasferimenti, niente cronosquadre, tornano le Dolomiti. Dall’Olanda fino a Torino per 3.800 chilometri totali, di cui 61 a cronometro. A un passo dal 100° Giro.
Dopo gli anni dei Giri spacca-gambe di Zomegnan avevamo bisogno di aspettare qualche anno per ‘inquadrare’ quelli nati dalla testa di Mauro Vegni. L’uomo che già da qualche anno guidava nel concreto delle cose il Giro dietro le quinte, anche se Michele Acquarone ne rappresentava l’immagine all’esterno. Adesso si può dire che Vegni cerca di costruire Giri basati sull’equilibrio – anche per paura di trovare un corridore ‘ammazza-Giro’ quando magari manca una settimana, cosa dannosa per l’audience e mal vista dagli sponsor – e cerca (trovandola) anche una cosa che al Giro ormai non era più considerata: umanizzarlo negli sforzi. Dopo l’edizione dello scorso anno, anche questa volta si è lavorato per limitare al minimo possibile i chilometri dediti ai trasferimenti. Ebbene, parlare di 800 chilometri totali di trasferimenti vari (si parte dall’Olanda), alcuni anni fa sarebbe sembrato utopia. La corsa rosa numero 99 partirà dalla patria dei tulipani, da Apeldorn, con una breve cronometro individuale di 10 chilometri. Una distanza che la fa diventare una piccola cronometro, facendola uscire da quel limbo tecnico-agonistico chiamato prologo, che non sai mai quanto piaccia veramente. La seconda e la terza tappa sono due frazioni facili, che avranno nel vento l’unica insidia. Con questo, non ci si azzarda nel dire che il vento è un ostacolo che si possa minimizzare: se quel giorno Eolo avesse voglia di farsi sentire, le sorprese potrebbero rivelarsi amare. Questa edizione partirà di venerdì, un giorno prima, per via del trasferimento aereo che porterà la carovana in Italia, dando modo ai corridori di ritrovarsi complessivamente con un giorno di riposo in più. Il Giro ‘nostro’ partirà dal sud Italia con la Catanzaro – Praia a Mare di 191 chilometri. Niente di difficile, com’anche il giorno successivo con la Praia a Mare – Benevento di 233 chilometri.
Qualcosa potrebbe uscir fuori con la frazione numero 6, la Ponte – Roccaraso di 165 chilometri, ma fino alla cronometro individuale di domenica 15 maggio la classifica non dovrebbe avere sussulti veramente importanti. I 40,5 chilometri della Chianti Classico dovrebbero far uscire dalla tana i non-scalatori che devono iniziare a metter via fieno in cascina. Dopo la cronometro arriva il secondo giorno di riposo, prima di ripartire con la 10^ tappa Campi Bisenzio – Sestola di 216 chilometri. Tappa senza un metro di pianura, che vivrà sull’Appennino tosco-emiliano con una frazione che arriva dopo la sosta. Per questo motivo è una giornata che potrebbe dare qualche sorpresa. Se poi il tempo sarà carogna – dove sta scritto che ci sarà per forza un bel sole? – potrebbe scapparci qualche azione importante. Le tappe numero 11 e 12 sono due tappe che non riguardano la generale. la Modena – Asolo regala due salite nel finale, buone per i finisseurs, mentre la Noale – Bibione dovrebbe trovare nei cavalcavia le uniche fatiche di una frazione (la numero 12) piatta come un biliardo. Nei giorni del 20, 21 e 22 maggio (da venerdì a domenica) dovremmo capire chi NON potrà vincere il Giro. Con le frazioni di Palmanova – Cividale del Friuli, Farra d’Alpago – Corvara (Alta Badia) e la crono-scalata dell’Alpe di Siusi (11 km.) la classifica generale dovrebbe ricevere una scrollata non definitiva, ma importante. Tornano le Alpi e con queste i timori di trovare cattivo tempo. Speriamo bene. Terza e ultima giornata di riposo lunedì 23 maggio e poi sotto con le ultime giornate di gara. I protagonisti per la vittoria conclusiva dovrebbero lasciar fare nelle frazioni Bressanone – Andalo (133 km.), Molveno – Cassano D’Adda (196 km.) e la Muggiò – Pinerolo di 234 chilometri. Finale con una salita, perfetta per chi cerca la gloria di giornata nella tappa più lunga dell’edizione 2016 con i suoi 234 chilometri. Il Giro si deciderà nelle frazioni 19 e 20; Pinerolo – Risoul (Francia) di 161 km. e la Guillestre (Francia) – Sant’Anna di Vinadio di 134 chilometri. Il 99° Giro d’Italia finirà qui, perché l’ultima tappa (uneo – Torino) sarà una passerella di 150 chilometri per trovare l’uomo che tra due anni dovrà difendere – se partecipante – la 100^ maglia rosa della storia.
Le giornate dedicate agli scalatori saranno sei, forse sette, come sette saranno le occasioni per i velocisti. La Cima Coppi di questa edizione pianterà bandiera sul Colle dell’Agnello con 2.744 metri d’altezza. Però tanto di cappello anche al Col de la Bonette che guarda il mondo dai suoi 2.715 metri. La giornata dedicata al cosiddetto ‘tappone’ Alpino vivrà con la frazione che da Farra d’Alpago a Corvara metterà sotto le ruote il percorso della Maratona dles Dolomites, con i Passi Pordoi, Sella, Gardena, Campolongo, Giau, Valparola e con il Muro del Gatto (18%) per un totale di 5.300 metri di dislivello. Mai una corsa aveva totalizzato un dislivello così grande in una giornata di gara. I grandi nomi attesi in Olanda il 6 maggio sono cento e nessuno. Presentare il Giro così presto non da garanzie sui programmi delle squadre che vengono decisi a dicembre. In mezzo a tanti discorsi di circostanza l’unico a parlare chiaro è stato Elia Viviani, con aspettative, per ora senza conferme, che pare riguardino Landa (Sky), Nibali (Astana), Kittel (Etixx), Valverde (Movistar), mentre Contador era presente forse più perché vincitore dell’ultima edizione. Sagan sembra orientato alle classiche, e pare difficile averlo al Giro, anche se i primi dieci giorni di gara non sono così duri. Di Nairo Quintana non si sa niente, Aru pare orientato al tour, mentre Froome non dovremmo vederlo se non forse per l’edizione 2017, che per la sua particolarità (100 candeline) farà probabilmente gola a tanti. Con tante occasioni per le volate Cavendish e Greipel avrebbero di che divertirsi. Tibot Pineaut potrebbe esserci, su Gilbert o Cancellara nessuna promessa. A proposito: sullo svizzero giravano voci di riflessioni sull’ipotesi ritiro. Tutte ipotesi, mezze fantasie, a volte tutte intere per cercare di far girare la voce e aumentare l’attenzione sull’evento già dai primi mesi del prossimo anno. Il marketing spesso prende vita proprio con la stampa. D'altronde, con una presentazione così anticipata – al Giro mancano ancora otto mesi! – non è possibile chiedere ad un corridore delle garanzie su quali corse correrà.

martedì 6 ottobre 2015

Mi ridate quel Giro?

In attesa di entrare nel dettaglio della prossima corsa rosa, buttiamola sul sentimento e sul romanticismo, giusto per allungare il brodo. Cominciamo allora in maniera noiosa e ripetitiva per non farci mancare niente.
Per quanto l’emozione di scoprire il Giro che arriverà sia sempre forte, una presentazione che mi cade quando la stagione non è veramente finita (vi sono ancora alcune corse, anche se non di primo piano), stona con quelle presentazioni che nella seconda metà di novembre portavano un soffio di primavera dentro casa. Vedevi il nuovo Giro e pensavi a maggio, alle rose sui giardini, al rosa sui ciclisti. Sarà perchè quei Giri nascevano incorniciati dalle nebbie di novembre, dalle prime gelate rigide del mattino, dalle giornate corte, dal pezzo di legna che bisognava buttare nella stufa, sarà per quei sabato pomeriggio che profumavano di castagne arrostite e vino nuovo, sarà per i filmati del Cassani-cavia che riusciva a spiegarti una tappa, mentre sorseggiava un vino primitivo frizzante perché ancor giovane, assaggiato nella cantina di turno. Nell’immaginario di chi scrive il Giro è un evento che profuma di primavera. Come una Milano-Sanremo o una Tirreno-Adriatico. Due corse che tramite il mezzo televisivo portano la primavera a chi ancora non la può sentire già così presente. Vuoi mettere il nostro clima marzolino del nord-est con quello della riviera ligure o del centro Italia nel medesimo periodo? Con il Giro, con la sua presentazione, è un riaccendersi di queste sensazioni. Oggi la tecnologia la fa da padrona. Un tempo veniva introdotto un enorme tabellone che veniva aperto e tu cercavi nella prima panoramica della regia televisiva la tua Regione. Un secondo dopo cercavi di capire se quella linea rosa andava verso la tua Provincia. Un altro secondo più tardi potevi venir attraversato da una brivido di soddisfazione se quella linea rosa attraversava la tua città, il tuo paese, o le passava molto vicina. Purtroppo oggi sembra troppo chiedere a Garzelli di salire su di una bicicletta per la perlustrazione del percorso. Anche se dubito possa dare delle spiegazioni competenti come quelle dell’attuale CT Cassani, che a ottobre iniziava a girare mezza Italia, raccontando il Giro che sarebbe arrivato, facendolo sembrare sempre bellissimo anche se così non era. Meglio rimanere davanti alla telecamera, dopo aver guardato che le scarpe siano lucide, la testa sia stata ripassata di fresco con il rasoio elettrico e le sopracciglia ben delineate dalla pinzetta.

giovedì 1 ottobre 2015

Ottobre; l'editoriale

“Che diavolo ci fa Viviani la in mezzo?” ti domandi al penultimo giro. L’Italia delle corse di un giorno si conferma seconda forza. Forse perché non si può chiedere ad un cuoco di fare una frittata senza uova.
“Cercando il pelo nell’uovo, usciamo in maniera positiva da questo Mondiale rispetto a dodici mesi addietro. Torna la medaglia dagli Under 23, arriva anche a cronometro, la sfioriamo con le donne. Poi però ci squagliamo (ancora) coi nostri big. Stavolta le delusioni arrivano dai nomi pesanti, importanti e spesso decisivi. L’argento degli Under 23 è ossigeno puro, aria fresca dopo anni in cui si preferiva spruzzare nauseabondi deodoranti invece che aprire una finestra. L’argento di Malori è il risultato di un atleta che inseguiva da anni questi risultati, e che ha raggiunto la maturità in una squadra – ahinoi – straniera. La medaglia sfiorata dalle donne, quasi tutte – ahinoi parte seconda – tesserate con formazioni estere, è stata il risultato del trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la ciclista sbagliata. A Giorgia Bronzini sono mancate le gambe in quei benedetti ultimi cinque chilometri per tenere il contatto con il gruppo di testa. Fino a quel momento tutto bene. La piacentina era stata sempre nel gruppo, coperta, via dal vento in faccia, ben ‘custodita’ dalla squadra. Quello che devi fare se vuoi tenere in serbo un atleta per giocarti la tua carta in volata. È stata lei la prima big ch’è mancata, ma se una tirata d’orecchi ci sta, le donne sono arrivate comunque a un metro e mezzo dalla medaglia. Fino alla volata le nostre ragazze si stavano ancora giocando il podio. Lì c’eravamo insomma, per dirla semplice. Poi arrivano le vere note dolenti. E qui ti domandi se Ulissi – mai visto se non nelle interviste – sia veramente un atleta con la testa per avere su di sé una Nazionale. Ad un tratto è arrivato il segnale che forse qualcosa non tornava poi troppo. Ti spunta Viviani, l’uomo programmato per l’eventuale volata, che deve inventarsi tappa-buchi per inserirsi nel gruppetto che stava tentando il colpo grosso quando probabilmente era, quello, il turno di qualcun altro. Probabilmente quel Nibali che prima e dopo il Mondiale spaccava il mondo nelle gare italiane. In quel momento, con Viviani a fare quello che dovevano fare altri, abbiamo bruciato la nostra carta per la volata. Ma soprattutto dopo l’azione di Elia siamo spariti, quando invece dovevamo venir fuori. Come altre volte negli ultimi anni. Dove la frittata continuano a mangiarsela gli altri.”