«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 19 dicembre 2014

50 candeline per la Corsa dei Due Mari; auguri!!

Non vale una stagione, ma da tanti anni non è più soltanto quella gara lanciata nel ’66 per dare agli italiani un’allenamento per la Sanremo. E i migliori ci saranno quasi tutti.
Con la prossima 50^ edizione della Corsa dei Due Mari, la Tirreno-Adriatico diventa una piccola grande corsa. Un’ideale aperitivo verso il Giro, un’appuntamento che da una decina d’anni è diventato sempre più sentito dai maggiori protagonisti e non solo per gli italiani. Anche questa volta – ed era prevedibile fosse così, visto il taglio del nastro ‘targato’ 50 – i più forti saranno presenti quasi nella loro totalità. Se le righe della Gazzetta non sono bufale di pura propaganda scritte più sull’onda dell’entusiasmo che delle vere certezze, Froome, Nibali, Sagan, Contador, Rodriguez e pare Valverde se la sono segnata nell’agenda agonistica dei loro impegni, per la prima parte della stagione. Già questi nomi sono garanzia che la classifica non mancherà di un pedigree importante. Non mancano le notizie preoccupanti, soprattutto perché Dino Zandegù – l’uomo che vinse nel ’66 la prima edizione che al tempo durava pochi giorni – ha detto di voler mettere in piedi una canzone da cantare dedicata proprio alla Tirreno. L’UCI che aspetta ad intervenire? Il percorso avrà sempre la storica conclusione a San Benedetto del Tronto, con quest’ultima che sarà raggiunta dopo sette tappe; 1^ Lido di Camaiore (cronosquadre 23 km.), 2^ Camaiore – Cecina 153 km.; 3^ Cascina – Arezzo 203 km.; 4^ Indicatore – Castelraimondo 218 km.; 5^ Esanatoglia – Terminillo 194 km.; 6^ Rieti Porto Sant’Elpidio 210 km.; 7^ S. Benedetto del Tronto (cronometro ind. 10 km.). Saranno attraversate 4 regioni: Toscana, Umbria, Lazio e Marche. Si corre dall’11 al 17 marzo, e ci sarà un’arrivo di tappa sul Terminillo, che dovrebbe dirci chi non potrà più vincere la gara, se non addirittura il vincitore della stessa, visto che la cronometro conclusiva è un crono-epilogo che difficilmente cambierà la classifica, a meno che i distacchi non sino contenuti in pochi secondi.

domenica 14 dicembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (5^ p.)

In bicicletta incontri gente di ogni tipo. Anche tipi che ragionano in maniera strampalata. Ma se fai due conti col resto del mondo, ti appaiono meno insani di certa gente che ha sempre una risposta per tutti e una lagna su tutto. Capita spesso che nelle ultime pedalate dell’anno la testa mi riporti alle prime. Le partenze nelle gelate d’inizio febbraio, o fine gennaio, incorniciate dal sole che un pelo ti scalda la schiena nelle ore della tarda mattina e del primo pomeriggio. Intanto invecchi e senti che quello che facevi tot anni prima te lo sogni, e se non te lo sogni devi faticare tanto di più per rifarlo. Poi, quando sei riuscito a farlo, ti senti il fiatone durare di più, questo perché sei più vecchio. A volte succede che parli con gente che forse per nasconderlo a se stessa tira fuori la solita; “l’importante è sentirsi giovani dentro” magari convinta che così dicendo il tempo si fermi. E ci ritroviamo in un’epoca dove una persona che ti fa di questi discorsi ha dieci anni più di te, e si tinge i capelli per dimostrane altrettanti meno di te. Allora capisci quanto vale (poco) il senso della realtà di questi maestri di vita, che forse temono d’uscire dalla cercata prigionia del sogno. Intanto pedalo e quella salita nemmeno poi così lunga, che un tempo sopportavo bene, oggi fa più male, è più pesante, è più bastarda, e il cambio di ritmo diventa un supplizio per farlo venir fuori. Poi ce la faccio, ma che fatica. E Manuel perché fa più fatica? Perché è più vecchio. Il bosco adesso – primi giorni di dicembre – diventa silenzioso, anche se pedalo col sole. A febbraio invece il bosco lo percepisco risvegliarsi e questo mi rinfranca. Gli unici rumori che sento adesso sono quelli dei bipedi lavoranti facenti legna. Gente che per tutto l’anno il bosco l’aveva evitato, c’aveva girato attorno, adesso vi ci lavora nel cuore. Cataste disseminate, colpi d’accette che risuonano ma faccio fatica a vedere da dove questi provengano, il tradizionale piccolo fuoco acceso nelle vicinanze per darsi una veloce riscaldata di 5 minuti alle mani, che guanti o non guanti sono fredde. Primo pomeriggio; il sole sta già scendendo nell’ovest del rimpianto. In questo periodo dell’anno l’astro corre in cielo più velocemente di quanto faccia un ciclista in discesa. Vicino alle case legnaie ormai ricolme. Però, se butto bene l’occhio, vedo che hanno già iniziato a calare. Allora, mentre invecchio e mi accorgo di queste solite cose, altri non le scorgono e probabilmente nemmeno gli interessa farlo. Troppo impegnati/e a scorgere il contachilometri e a lamentarsi di quel che hanno. Meno male che non gli manca qualcosa. In giro c’è gente che da come vede le cose mi pare già con un piede nella fossa. Sarà per questo che devono correre? Per tenersi lontani il più possibile dalla fine del sogno?

lunedì 1 dicembre 2014

Dicembre; l'editoriale

Doping che va, che viene, che speri non torni ma poi rieccotelo sotto l’aureola dell’ennesima redenzione, e doping degli ennesimi amatori cinquantenni che si fanno di EPO. A Roma si sono rotti le scatole. E gli altri?
“Iniziamo dalle cose antipatiche. Santambrogio tornerà in gruppo con l’Amore & Vita. Per lui è pronto un programma simil-Di Luca, di cui fu compagno di squadra, con incontri pubblici per dire “scusate, mi dispiace, portatemi la carriola piena di cenere che c’immergo la testa”. Suor Peppa Pig celebrerà la funzione in nome della grande famiglia del ciclismo? Continuiamo con l’Astana di Nibali (e purtroppo anche di un bel po’ di altra Italia tra tecnici e atleti), con casi doping che nell’ultimo mese si sono moltiplicati, teste che cadono, dichiarazioni di pura facciata da parte di tecnici e dirigenti, e Nibali che cerca in ogni modo di prendere più distanze possibili. Cosa diavolo ci faccia Vincenzo ancora in quella squadra vai a capirlo. Lunga vita al conto in banca? Conoscete una gara a cronometro amatoriale che si corre ad agosto nel mantovano? Il nome di questa manifestazione è “Cinque chilometri di Formigosa” ed è per l’appunto una 5 chilometri a cronometro individuale che si corre su tracciato pianeggiante. Il tempo del vincitore è stato di pochi secondi sopra i sei minuti. Praticamente i partecipanti non usano nemmeno la borraccia. Gli ispettori della commissione anti-doping hanno fatto un giretto da quelle parti, ed il risultato è stato (da cyclingpro.it); “Deferimento di Marco Prezzi (tesserato ACSI) alla Prima Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping del CONI (art. 2.1. delle NSA) positivo per la presenza di Cocaina, Benzoilecgonina (metabolita della Cocaina), Mesterolone Metabolita, Eritropoietina ricombinante e Furosemide “. Una situazione ormai imbarazzante quella amatoriale, soprattutto perché come nel professionismo di 15 anni fa eccoci con organizzatori e dirigenti di società sordi e ciechi. Ma il marcio di queste storie passa per questa volta in secondo piano. A Roma, per la GF capitolina, hanno deciso di dire basta riguardo alle classifiche. I partecipanti dovranno accontentarsi di fare ciclismo solo per passione. Gli basterà o sembrerà loro una bestemmia? Avranno ancora i tempi per le scalate sulle salite, ma la strada è quella giusta. Da anni lo ‘stimolo’ del numero in classifica a fianco al nome che ‘deve’ (per Regio decreto magari?) essere più basso dell’anno precedente ha reso fuori di testa troppa gente senza distinzione di età e sesso, che sbandierando discorsi che parlano di “sana competitività” nascondono solamente la voglia di riempirsi un qualcosa dentro che conoscono soltanto loro e guai a toccarglielo. Sport per sola passione? Che cazzata! Ma siamo tutti matti? A Roma forse si. Finalmente.”

mercoledì 26 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

C’era una volta il ciclista della domenica, una bestia bipede che con il tempo pare si sia……. volontariamente estinta. Che tracce sono rimaste ai giorni nostri di questo essere, fioriero di storie leggendarie com’anche apparizioni misteriose, oggi sostituito da una genìa di apparenti super-uomini?
Tutta la roba che leggerete in questo articolo sarà figlia di un tizio (io) che facente parte di una realtà ciclistica (PST Feltre) con un’idea tutta sua sul mondo della bicicletta, vi presenterà delle righe scritte in maniera puramente partigiana. In questo periodo c’è chi la bicicletta l’ha messa a dormire e chi si prepara a farlo. E una scorsa su vecchie riviste di ciclismo amatoriale sono mia tradizione. Se fino alla metà degli anno ’90 leggevi nelle righe, e anche tra di esse, il sapore di un modo di praticar ciclismo ancora ‘pane & salame’ (e rieccomi con la vecchia litania!), dal periodo fine vecchio/inizio nuovo millennio vi è stata una potente sterzata in ogni cosa: gli argomenti principali riportati in copertina sono passati dalla località da visitare pedalando, all’elenco delle granfondo del mese; l’invito a leggere un’articolo a pagina ‘tot’ sull’alimentazione, viene ora riproposto in maniera specifica per l’alimentazione certo, ma durante la gara di turno; i consigli per arrivare alla fine delle granfondo cambiano registro e diventano i parametri da usare per scegliere la corsa più adatta e cercare di costruirsi una propria classifica finale migliore; i 40/50 chilometri a settimana durante l’inverno (chi se li fa) divengono la base, perché ora devono venire integrati da sedute di palestra ed esercizi di ginnastica da fare a casa, e se piove via coi rulli a casa; quando l’annata in bicicletta finisce non è più il momento di staccare la spina, ma diventa il periodo migliore per il famoso (e già citato forse un’anno addietro); “….analizzare con più calma la stagione appena conclusa, gli eventuali errori commessi (eh beh certo, non si può mica buttar via così una gara….) e programmare in maniera più proficua la prossima”. Tutti discorsi perfettamente condivisibili, e quasi certamente molto utili, per una visione però abbastanza simil-professionistica della specialità sportiva scelta. Le granfondo, ed il loro forte gradimento da parte della maggior parte degli appassionati – vedi come risultato le diverse riviste ‘dedicate’ oggi ben presenti nelle edicole – hanno creato un’ulteriore ‘scrematura ciclistica’ nelle tipologie di bipedi praticanti. Se fino agli anni ’80 vi erano principalmente il ciclista professionista, il dilettante, il ciclo-amatore (o ciclista della domenica) e il ciclo-turista, nell’arco di circa 15 anni si è registrata un’ulteriore specifica nella ‘categoria’ del ciclista amatore, che si è divisa in “granfondisti” e quindi amatori. Quando pedalo mi capita (spesso) di essere raggiunto da qualche ciclista, com’anche capita (meno spesso) che sia io a raggiungere. A volte succede che questi bipedi su velocipedi scambino anche due parole con il bipede qui scrivente. Bene, o il 90% dei ciclisti della Valbelluna raccontano favole, oppure la percentuale tra loro che fa ciclismo senza guardare alle GF sfiora la miseria, senza escludere la possibilità che questi ultimi escano in bicicletta soltanto nelle ore notturne. Insomma, pare che “o granfondista o niente” sia lo status attuale. Nella pagina web della PST Feltre fino a qualche mese addietro vi era la dicitura; “L’associazione degli animali ciclistici in rapida estinzione”. Hai visto mai parole che furono più profetiche, specie riguardo al termine “rapida”?

mercoledì 19 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

Avere una cultura, un’istruzione, una preparazione riguardo a quello che fai. Una marcia in più in tante cose che un tempo, nel ciclismo, era un’optional. Eppure oggi vi sono nomi eccellenti che….
Dal mese di settembre, il ciclista veronese Damiano Cunego si è iscritto alla facoltà universitaria veronese di Scienze Motorie. Una scelta che guardata dal punto di vista del panorama ciclistico di casa nostra è roba poco sentita in giro. Fin’ora erano ben pochi i ciclisti nostrani ch’erano conosciuti per questioni di studio e competenza in qualche campo. Marco Pinotti (ex BMC, oggi ex ciclista) in primis e poi Domenico Pozzovivo (Ag2r) che, da sempre appassionato di meteorologia, al riguardo viene puntualmente preso per il sedere dai giornalisti nostri al Giro, che probabilmente credono che il ciclista moderno sia rimasto al vecchio; “Sono contento di essere arrivato uno”. Un tempo vi era lo scomparso ciclista transalpino Laurent Fignon, detto ‘il professore’ per la sua consuetudine nel portarsi appresso libri su libri dedicati a grandi personaggi della cultura antica. Uno che quando voleva faceva capire di avere più cervello e cultura di chi lo stesse intervistando. Fatto sta che nel caso del sopraccitato Cunego, il desiderio di restare a lavorare a carriera finita nel settore ciclistico tra pochi anni – il suo contratto con la Nippo è valevole due stagioni – contrasta (per fortuna!) con esempi d’improvvisati preparatori atletici come Michele Bartoli (noto preparatore sportivo), che – a suo tempo – senza nessuna esperienza al riguardo e senza nemmeno il patentino di 3° livello come DS, si prese a carico alcuni atleti Lampre (perché solo alcuni lo sa solo lui) da seguire nella preparazione atletico/ciclistica. Vai a sapere se aveva qualche foglio di carta certificato da chi di dovere per attestarsi a tale ruolo, ma per quello probabilmente c’era sempre tempo, e intanto era già stato inserito nell’organigramma come responsabile della preparazione – per l’appunto – di alcuni atleti. Tutto questo permesso da una legislazione sportiva che in Italia dava via libera nel ciclismo per questo e altro (vedi il ‘vecchio’ caso del medico di squadra per gli juniores). Se da un lato c’è la possibilità che in Italia la competenza possa trovare finalmente spazio, rispetto all’estero l’italica tradizione di essere arrivati sempre dopo è ancora fieramente rispettata. Il campione del mondo 2014 Kwiatkowsky è uscito da uno di quei licei del ciclismo che nella sua Nazione, la Polonia, costruiscono delle basi culturali legate alla disciplina sportiva, che in Italia ci sogniamo. Ma come l’iridato abbiamo altri ciclisti di primo piano ad avere una base che non sia solo di chiacchiere. Rafal Majka e due atleti della ex Cannondale: Macej Bodnar e un tal Sagan Peter sono usciti da uno di questi licei dello sport. Una curiosità: sulla ‘bacheca’ internet della scuola che hanno frequentato, ci sono degli aggiornamenti riguardo ai risultati sportivi di questi atleti, per far capire ai ragazzi che ancora vi studiano che forse vale la pena passare per un percorso di studio di quel tipo. Noi la ‘bacheca’ l’abbiamo ogni maggio al Giro d’Italia dove Suor Alessandra invita davanti alle telecamere ex ciclisti “amici della grande famiglia del ciclismo” che al momento di uscire dal gruppo avevano patteggiato squalifiche causa magagne sull’argomento doping, ma a causa probabilmente dei famosi ‘tempi televisivi’ per Peppa Pig non vi è mai tempo per ricordarlo all’appassionato seduto in poltrona in quei momenti.

mercoledì 12 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

Il pianeta bici dei polacchi, dei francesi, dei britannici. Per capire da dove nasce l’arretratezza del nostro ciclismo a livello internazionale, e per capire dove siamo rimasti (fonte; Cycling-Pro). I FIGLI DELLA REGINA; Christian Prudhomme, patron del Tour non la mandò a dire; “Questa è la più grande partenza della nostra storia”. Di cosa parlava? Dell’inizio del Tour 2014 in terra inglese. Un’oceano di persone, circa 4 milioni da Leeds a Londra per le tappe tenute oltremanica (546 chilometri), figlie del più grande progetto relativo alla mobilità ciclistico-sportiva mai pensato, progettato, creato al mondo. Piste ciclabili e bike-sharing che vanno moltiplicandosi, grazie ad un programma di Stato (Cyclescheme) che conta mezzo milione di aderenti. Nel quotidiano lavoratori dipendenti si mettono d’accordo con i datori di lavoro per spostarsi in bicicletta, ricevendo uno sconto sulle tasse superiore al 40% del costo della bicicletta, con un’incentivo di circa 25 centesimi per ogni miglio percorso tra casa e lavoro. Incentivi per le aziende che installano tutto quel che serve al dipendente (dalle docce allo spazio bici in azienda). Sul piano sportivo, ogni giorno in Italia si registrano 5 nuove persone tesserate a livello globale, quindi senza distinzioni sull’Ente di appartenenza. Nel 2013, British Cycling ha tesserato più di 100 agonisti al giorno, prevalentemente giovani e donne. Nel mese di agosto l’evento londinese “Prudential Ride” aperto a tutti, dai ragazzini ai ciclisti professionisti, ha contato 65.000 partecipanti. I CUGINI D’OLTRALPE; Francia è Italia sono le due Nazioni che ciclisticamente hanno più tradizione. Nella situazione attuale la Francia ha tre World Tour e due ottime Professional. L’Italia nel 2015 avrà una sola formazione di 1^ fascia (Lampre), e proprio il processo Lampre non è ancora stato archiviato, anche se pare che la cosa vada avanti così lentamente, che forse le speranza dell’archiviazione per decorrenza dei termini (una ben nota ‘moda’ molto italiana) possa trovare successo. In Francia i tesserati sono più di 12.500, a casa nostra ne possiamo annoverare molto meno della metà e sui nostri numeri si sta perdendo colpi. Tre milioni e mezzo all’anno è la spesa per l’attività legata al settore olimpico italiano. Fantastico, se non fosse per il fatto che a Londra ci siamo portati atleti professionisti, che sono spesati e formati dalle loro squadre. Quindi quei 3,5 milioni sanno solo in Federciclo dove/come vengono spesi e si sognano di farlo sapere. I francesi ai Mondiali si sono portati atleti di formazione federale. Di certo si sa che a Ponferrada la Federciclo nostra annoverava nella sua comitiva niente meno che il giornalista Bartoletti (lo si intravedeva ‘casualmente’ alle spalle del CT Cassani in alcune interviste televisive). Forse Bartoletti (ch’è giornalista in pensione) vanta esperienze in ambito ciclistico come meccanico, o dirigente, oppure massaggiatore, magari autista, perché no tecnico ciclistico, forse apprezzato cuoco, o qualcos’altro di cui saremmo lieti di sapere? Di Rocco ha liquidato la questione ‘battezzando’ Bartoletti come un portafortuna per la squadra, precisando che tanto “….paghiamo noi. Che problema c’è?”. La Francia si è portata appresso 20 persone (oltre agli atleti). Tutta questa gente si è trovata per i fatti suoi un posto dove mangiare, dormire e per spostarsi (vedi sotto la voce; logistica). La delegazione italiana poteva riempire quasi due pullman. È questa quindi la Grande Famiglia del ciclismo che Suor Alessandra non manca mai di ricordarci esistere? LA POLONIA? AVANTI DI ANNI!; negli anni ’80 noi italiani conoscevamo due polacchi; uno era vestito sempre tutto di bianco, un’altro giocava nella Juventus e poi nella Roma. La Polonia sportiva era roba di poco conto. Oggi la Polonia è avanti anni rispetto all’Italia e non solo. Mai sentito parlare di Licei dello Sport? In Polonia ci sono 15 licei specializzati per l’attività sportiva, 5 quelli per il ciclismo. Ci vanno studenti dai 16 ai 19 anni, le ore di lezione riempiono tutto il giorno fino al tardo pomeriggio. Dopo esserti fatto le tue ‘tot’ ore in classe (religione, storia, matematica, ecc…), sali sulla bicicletta e pedali quattro ore per quattro giorni a settimana, e quando non pedali ti fai delle lezioni dedite alla meccanica della bicicletta. Chi esce di lì ha le basi atte ad intraprendere la strada per diventare tecnico, atleta stesso, fisioterapista. Gli istituti hanno una loro formazione ciclistica junior che – rappresentando l’istituto – partecipa a corse anche internazionali. I preparatori e i tecnici della scuola che seguono gli studenti sono persone diplomate. Un’altro mondo, un’altra testa, un’altro tutto. Noi abbiamo vecchi campioni del ciclismo che sono costruttori di biciclette, senza sapere nemmeno come si centra una ruota, altri ex dopati che una volta chiusa la carriera con patteggiamenti per questioni-doping, vanno davanti alla telecamera per dire come si vincono le corse, quando in tutta la vita non hanno mai aperto un libro sull’argomento, se non quello delle istruzioni per l’uso riguardanti il mini-frigorifero che usavano per tenere al freddo le fiale di EPO. Qualcosa (ma senza esagerare) per fortuna sta cambiando, e prossimamente si scriverà anche di questo.

giovedì 6 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

Pedalare su strada d’inverno: dato che Ciclismo PST esiste da diversi anni, c’è il rischio che l’articolo seguente si riveli una ripetizione. Comunque, vediamo se a qualcuno può tornare utile.
Bentornati agli appuntamenti ciclistici idealmente vissuti davanti al camino. Se siete ciclisti PST, tra meno di un mese la bici se ne va in letargo. Se invece siete ciclofili imperterriti avete le possibilità della mountain bike, delle serate di palestra, di tutte e due assieme, o di imbacuccarvi per benino, in maniera da poter affrontare eroicamente le gelate invernali. Optando per l’ultima opzione vediamo come comportarsi quando l’inverno fa parte del vostro ciclismo e abitate in zone fredde. LA BICICLETTA; nel periodo novembre/febbraio può capitare che le strade facciano schifo. Soprattutto se per evitare il traffico si cercano vie secondarie, spesso in zone di campagna e collinari. Prendete in considerazione l’ipotesi di comprare due pneumatici con battistrada “rain” (usiamo un termine caro alla Formula 1), nel senso che non siano i soliti pneumatici quasi totalmente lisci che usiamo durante l’anno. Compratevi roba onesta, tanto dovete usarli due, forse tre mesi l’anno. Poi se anche per quelli volete spendere 30 euro a ruota affari vostri. Se solitamente ‘sparate’ 8 o 9 atmosfere alle vostre ruote, avrete gomme con cui dovrete tenervi più bassi e togliere almeno un bar di pressione rispetto al vostro solito. Se comprerete pneumatici da 23 o 25, penso che con 6,5 siete a posto. FRENI; sono l’insidia nascosta, la serpe in seno che uno non si aspetta di avere. Avere una frenata immediata e potente appena toccate le leve freno, con le strade ghiacciate può rivelarsi una ben dolorosa fregatura. Una frenata progressiva è invece migliore. Se avete freni talmente perfetti che con due dita frenano d Dio, allentate leggermente la tensione sui cavi freno se vi sembrano anche troppo pronti al bloccaggio delle ruote, e abituatevi ad anticipare le frenate di una decina di metri in discesa. LA STRADA; occhi aperti alle foglie, poetiche nel loro volo leggero verso l’asfalto, bastarde quanto basta per farvi fare un bel volo pesante sull’asfalto. Occhi aperti poi alla sabbia fine depositata a bordo strada, quando viene sparsa dai mezzi che curano le strade ghiacciate dell’inverno. Frenarci proprio sopra con troppo entusiasmo vuol dire perdere stabilità, e se siete nel mezzo di una curva non serve passarci sopra a 40 all’ora per finire a terra. Ancora attenzione quando pedalate in zone ombra-sole-ombra. Negli angoli di mondo dove il sole dell’inverno non ci arriva, potete trovare quel pelo infinitesimale di ghiaccio che vi farà finire anzitempo l’allenamento, e darà lavoro al meccanico di fiducia. ABBIGLIAMENTO E ALIMENTAZIONE; sul come vestirsi ampia libertà. Al giorno d’oggi vi è una tale abbondanza di varietà riguardo all’abbigliamento che esiste solamente l’imbarazzo della scelta, partendo dalla testa fino ai piedi. La giornata di sole dicembrina con cielo terso, nel primo pomeriggio può darvi 10 gradi di differenza tra un tratto assolato e un tratto ombroso. Nell’arco di un’amen passi dal leggero tepore del sole sulla schiena, ai brividi freddi causati dal sudore contro l’aria fredda. Una giornata nuvolosa ma senza gelata mattutina non sarà mai tiepida ma nemmeno gelida. L’importante sarà non fermarsi mai e se lo fate sia solo per un paio di minuti, o per necessità improrogabili (problemi meccanici, forature, salvataggio di un gatto da un albero, ecc…). Cosa mangiare con il freddo? Non è che vi sia poi una grande differenza dal resto dell’anno, ma non abbiate troppo timore per i grassi. Esempio; un velo di burro in una fetta di pane con della marmellata non vietiamocela. Ricordate che il vostro corpo ha necessità di più calorie; in primis per pedalare (ma dai!...), e poi per non far raffreddare troppo il corpo. Berrete poco rispetto al solito? Ok, ma intanto bevetevi quel poco. Pedalate con rapporti agili e nelle discese pedalate sempre un po’, anche a vuoto. Appena arrivati a casa una doccia calda (ma non troppo calda, attenzione) sarà buona amica, ma un the caldo poco dopo vi assicuro ch’è cosa imbattibile. CONCLUSIONI; fate decidere alla vostra passione quali siano le conclusioni. Queste righe devono solo dare un’indirizzo, uno spunto di riflessione, un’idea, perché l’esperienza che voi fate direttamente in prima persona val più di 50 di questi articoli. Quindi, da un certo punto di vista, fanculo i blogger e divertitevi! Una cosa su cui invece voglio insistentemente rompervi le balle è questa; allungate di un centimetro il cinturino del casco. Il berrettino di lana avrà il suo spazio, e la testa avrà il suo casco dannazione! Ciao.

sabato 1 novembre 2014

Novembre; l'editoriale

12 mesi fa avevamo un fuoriclasse tutto nostro con poca Italia dietro di se. A cronometro avevamo Malori e poi il vuoto. La nazionale vinceva medaglie, ma con le donne. È passato un’anno. Davvero?
“La prossima stagione ciclistica ci regalerà più del solito l’immagine delle orecchie a sventola iridate di un polacco dal cognome che a pronunciarlo a voce alta ricorda uno starnuto. Ma avremo anche un ciclismo nostrano che ripartirà da dov’era ripartito a febbraio. Perché se da un lato abbiamo avuto un Aru in più, dall’altra abbiamo avuto un Moser in meno, e se da un’altro angolo vediamo talenti che possono far bene, dal punto di vista dei tecnici che devono farli crescere siamo sempre ancorati a troppa gente “anni ‘90”. Tra le squadre di vertice ci resta la Lampre (che ‘ovviamente’ ha licenza svizzera) e per il resto compianti e sospiri. Il miglior italiano in una classica monumento è stato Caruso, arrivato 4° alla Liegi. Per il resto i nostri cacciatori di classiche sono vicini all’estinzione ciclistica. Nelle corse ‘pesanti’ di questi anni puntavamo su Ballan e Pozzato. Il primo (ultimo vincitore dei nostri al Fiandre) ha probabilmente finito la carriera in primavera grazie alla bella pensata di ‘ozonarsi’ il sangue per guarire prime dalle magagne di salute, il secondo (ultimo vincitore dei nostri alla Sanremo) dovremmo ritrovarcelo presso una formazione di secondo piano dopo l’ennesima stagione deludente, Cunego (ultimo vincitore dei nostri al Lombardia) si trova nella stessa situazione del vicentino ed ha scelto un gruppo da cui sono usciti tre dopati in due stagioni. Atleti tutti italiani, alla faccia di Suor Alessandra, per cui l’unico uomo dopato della storia è Armstrong, e del suo amicone Scinto che rimpiange il suo amato ciclismo antico, di cui invece si farebbe volentieri a meno. Ulissi non ha potuto fare i Mondiali per una positività ancora da spiegare per bene, e Nibali pare continui con Astana che in meno di un mese ha totalizzato tre atleti dopati e ora rischia la licenza UCI World Tour. A cronometro meglio non togliere Malori sennò siamo una pena (anche a livelli giovanili perché al momento non abbiamo atleti per il futuro e tecnici che seguano la specialità), mentre nel pedale rosa le ragazze hanno ancora evitato una bacheca ‘vergine’ alla nostra Federciclo con un’argento e un 4° posto che almeno a differenza dei maschi ci ha tenuti in corsa per il podio fino a 100 metri dal traguardo, mentre tra gli elite uomini ci siamo ritrovati spuntati nel momento decisivo con le speranze iridate attaccate alle gambe (esauste) di De Marchi, che forse è stato un puro caso si sia trovato ad essere l’uomo dell’ultimo giro di corsa. Però una buona notizia c’è: la stagione è finita.“

lunedì 27 ottobre 2014

L'altro lato (ben nascosto) del ciclismo della domenica.

Richieste di squalifica mai viste prima, verso un mondo che si sta saturando di casi doping, con roba pesante che gira in gruppo e in vena.
ETICA: dal dizionario si evince come;“Parte della filosofia che ha per oggetto la determinazione della condotta umana e la ricerca dei mezzi atti a concretizzarla”, per poi mandare il lettore alla parola MORALITA’ su cui si edotta che trattasi di pensiero; “Conforme ai principi di ciò che è buono e giusto”. Questo troviamo nei testi riguardanti la nostra identità letteraria. Ora scendiamo un bel po’ di livello, soprattutto dal punto di vista linguistico, e vediamola dal punto di vista sportivo/ciclistico. Il fenomeno doping nel settore amatoriale continua ad essere in piena salute. La procura Antidoping del CONI ha emesso 18 richieste di rinvio a giudizio. Siamo orgogliosamente a livelli del ciclismo professionistico periodo anni ’80 e ’90, quello degli anni in ci il ciclismo italiano quasi dominava nel mondo e Conconi e Ferrari lavoravano senza sosta. Una situazione, quella amatoriale, esistente grazie a gente che vive di pura omertà a qualunque livello. A partire da dirigenti/organizzatori specializzati nel pianto greco quando nella loro corsa viene pescato l’ennesimo dopato, per poi esser pronti alla fotografia con l’ex dopato di turno, che siccome trattasi di uomo importante all’interno dell’ambiente ciclismo nascondiamo tutto con uno smagliante sorriso per la stampa, che tanto gli appassionati che possono fare?
Un secolo in totale la richiesta di squalifica da parte della Procura Antidoping del CONI (il nome del morbo che ha causato un’amnesia ciclistica permanente a Savoldelli) per 5 persone in particolare; 18 anni per Alfonso Falzarano, 20 per il fratello Raffaele (ex meccanico Farnese), 20 per Armando Marzano, 20 per Michele Sgambato, 25 per Carmine Galletta. Avete una calcolatrice sottomano? Altro che tagli del governo, qui servirebbe una potente, impietosa e cattiva tabula rasa totale sulle classifiche delle GF, cancellandole per almeno due o tre anni, in maniera che questi eventi la smettano di essere calamite per dopati e dopatori che rubano risultati, che portano palate di merda su GF organizzate invece molto bene, e tornino ad essere manifestazioni amatoriali e non corse camuffate da rimpatriate per ciclisti della domenica, che vengono continuamente presi in giro dopo aver speso fior di soldi tra iscrizioni e altro (che credete, che le GF partano sempre a 5 minuti di strada da casa?) ed essersi fatti un culo così, per prendere il via con gente che aspetta il terzo grado di giudizio. Via i vari premi di categoria e via le classifiche totalmente per due o tre anni. Se nell’animo hai passione vera i numeri non ti servono, sennò teniamoci il ciclismo amatoriale della situazione attuale di cui quasi nessuno parla, scrive, racconta (tivù in primis), per non rovinare un giocattolo sforna-business che ‘non’ si deve scalfire.

mercoledì 1 ottobre 2014

Ottobre; l'editoriale

Se Tizio avesse…., se Caio magari….., se lo scatto di Sempronio…., un’Italia spenta proprio nel momento decisivo, ma (oilalà!) pare non sia stato così.
“Un motivo per tirare le orecchie al CT Cassani? Potrebbe essere quella di aver detto a fine gara iridata che, dopo avere mesi addietro visionato il percorso, con Ulissi avrebbe avuto, fatto, impostato un finale diverso. Cosa mi vieni a tirar fuori discorsi che si sapeva da settimane erano impossibili? Andiamo su! Per il resto non possiamo pretendere che l’Italia fosse chissà cosa. In questo momento il nostro ciclismo è buono, ma oltre il buono c’è solo Nibali (che si è visto soltanto quando è stato inquadrato dalla tivù spagnola mentre si rialzava dalla caduta nel 4° giro). Il migliore dei nostri è stato De Marchi, che aveva funzioni da gregario per gli ultimi 60/80 chilometri e invece si è ritrovato a fare quello che doveva fare Visconti. La notizia potrebbe essere allora che le elite donne non hanno beccato medaglia. Era dai Mondiali varesini, 2008, che non capitava, ma intanto ancora le donne hanno ri-salvato il sedere alla Federciclo, con l’argento delle juniores. Chiuso il periodo dei Pozzato, Paolini, Cunego, Basso, Scarponi, Quinziato siamo adesso in quelli di Nibali, uno scalino più basso Ulissi e Visconti e di Moser vai a sapere dove metterlo. Colbrelli, primo dei nostri, parlava del fatto che l’importante era; “…essere stati protagonisti”. Caro Sonny, protagonisti quando? A 60 chilometri dall’arrivo? Evviva, tutti a casa contenti perché i nostri hanno svegliato una corsa soporifera. L’impressione è che il ‘materiale umano’ attualmente a disposizione di Cassani sarà questo per alcuni anni. Tra gli Under 23 viviamo di 100 speranze che crescono in un mezzo deserto di progetti e idee. Con gli elite arrivavamo da un Mondiale fiorentino con un’età media di 30 anni. Abbiamo una schiera di velocisti (Modolo e Ferrari per dirne due, ma si potrebbe fare i cattivi anche con un’altro paio) che vincono a febbraio in corse che i campioni usano per trovare la gamba, ma tanto basta per esaltare giornalisti più superficiali che a volte necessitano di un titolo. Scrivendo di stampa specializzata, una cosa si è capita in maniera abbastanza chiara. L’unica possibilità esistente che Cassani venga criticato dai giornalisti RAI sarà (forse) quando il CT sfascerà una sedia sulla schiena di Suor Peppa Pig o Conti. Per il resto, avesse convocato anche Saronni o Giovan Battista Baronchelli, avrebbero detto che voleva giustamente atleti d’esperienza. Con la speranza che quindi una sedia vada prossimamente in frantumi in diretta tivù, questa è la situazione (anche giornalistica) attuale, e da questa per ora non ne usciamo.“

sabato 13 settembre 2014

"Oggi il ciclismo è molto più pulito"

Domanda 1: avete mai preso nota di quante volte gli ‘esperti’ commentatori televisivi sparano questa frase? Domanda 2: ma un CT non dovrebbe convocare su motivazioni tecniche? Domanda 3: adesso che farà Luca Scinto?
Ovviamente la notizia ha trovato meno spazio possibile, ma intanto la Nazionale è stata sfiorata dall’EPO, in questo caso di Matteo Rabottini che in agosto è risultato positivo ad un controllo a sorpresa. Rabottini è una delle belle speranze che il ciclismo italiano sbandierava da un paio di stagioni a questa parte certo, quest’ultimo, che la musica stava cambiando. Ovvio che il ragazzo è stato escluso all’stante dalla fresca convocazione in azzurro a vantaggio di Davide Formolo. Rabottini è stato convocato da Cassani perché lo stesso CT voleva includere tra i possibili nazionali un rappresentante del gruppo di Luca Scinto, anche se la certezza che lo avrebbe portato in Spagna non c’era proprio. Il CT (precisazione tramite Gazzetta) avrebbe convocato il ciclista abruzzese per una presenza meramente simbolica. Perché Cassani convoca un’atleta per rappresentanza di una tal società? Non dovrebbe convocare in base a motivi tecnici e mettere in secondo piano i motivi di rappresentanza? Amicizia? Cassani ha capito che non lavora più in RAI? Rabottini ‘esce’ da quella che fu la vecchia squadra di Scinto, una formazione che dopo il Giro dell’anno scorso rischiò la disintegrazione ‘grazie’ alle positività all’EPO di Santambrogio (al tempo altra giovane rappresentanza di un ciclismo più pulito) e Di Luca (abruzzese come Rabottini). Questi sono i 16 pre-convocati uomini elite, da cui usciranno gli 11 per i mondiali spagnoli (cronomen già certi Adriano Malori (Movistar) e Dario Cataldo (Sky): Fabio Aru, Enrico Gasparotto, Alessandro Vanotti, Vincenzo Nibali (Astana) – Daniele Bennati (Saxo-Tinkoff) – Damiano Caruso, Davide Formolo, Alessandro De Marchi (Cannondale) – Gianpaolo Caruso (Katusha) – Sonny Colbrelli, Edoardo Zardini (Bardiani CSF) – Giacomo Nizzolo (Trek) – Filippo Pozzato (Lampre) – Manuel Quinziato (BMC) – Matteo Trentini (Omega) – Giovanni Visconti (Movistar).

giovedì 4 settembre 2014

Come? Ma dai!!... Veramente? Ma tu pensa!...

Il teatrino è sempre il solito. Tutti di buon umore fino a quando non si vede arrivare il furgoncino dei NAS per i controlli, e allora vai a sapere perché ma l’umore cambia.
Il luogo è Sant’Eufemia di Borgoricco, nell’Alta Padovana. L’evento è il mondiale amatori di ciclismo su strada Acsi in pieno luglio. Dieci i controllati (pochi) con due atleti pescati a imbrogliare: Moreno Buso (3B Impianti Saonara) e Sauro Bembo (Team Adige Vescovana). Come capita sempre, quando salta fuori che c’è del marcio, arrivano puntuali le chiacchiere di chi il marcio lo sentiva da un pezzo. Tenendo conto che gli atleti partecipanti erano (tra le varie categorie) circa 800, i Carabinieri del NAS hanno ancora fatto un grosso favore a tanti ciclisti e dirigenti che sono certamente sorpresi, che mai avrebbero immaginato, che se solo avessero intuito una cosa del genere, che siamo invasi dalle cavallette, che si riserveranno di questo, di quell’altro e di quest’altro, che; “dove sta il pane che ‘sto prosciutto è proprio buono?...”.

lunedì 1 settembre 2014

Settembre; l'editoriale

Altro che Mondiali spagnoli. Se il ciclismo di alto livello è meno sporco, come possiamo trovarvi soddisfazione, se poi tra i giovani saltano fuori la cara vecchia EPO e suoi ‘parenti’ vari?
“Bello poter parlare di ciclismo pulito, ma quando ti ritrovi degli juniores con metabolici della cocaina nel sangue, o ventitreenni che si fanno d’EPO hai voglia di buttarla in propaganda. Magari c’è gente (sempre quelli) che ci prova lo stesso. La realtà e drammatica, pesante, grave. Appena la Federciclo ha stanziato (miracolo, altro che l’acqua in vino!) dei fondi per aumentare i controlli antidoping nelle categorie giovanili le positività (con roba da non scherzarci) sono spuntate con puntualità. Ovvio che alla maggior parte degli appassionati si parlerà delle feste post-Tour di Nibali e dell’avvicinamento alla prova iridata, perché se parli di minorenni che si riempiono il sangue di porcherie la ciambella non riesce più col buco e l’appassionato ignorante (nel senso di quello che non sa le cose) smette di esserlo e diventa un pericolo per chi sa cosa dirci e (soprattutto) cosa evitare di raccontarci. Pochi giorni fa hanno sepolto Alfredo Martini, storico CT italiano, che amava ripetere spesso che un giovane ha il diritto di fare sport senza diventare un campione. Juniores appena maggiorenni beccati con Nesp (Darbepoetina), oppure con della benzoilecgonina (metabolita della cocaina) nel sangue non sono lo spot migliore per il ciclismo. Poi ecco tornare la cara vecchia EPO per uno ‘stagista’ che corre in squadre di terzo piano per competizioni di quarto. Il tutto condito dalle solite dichiarazioni delle società ciclistiche di turno che ‘prendono le distanze’ da questo e da quest’altro, ‘riservandosi’ la decisione se dare lavoro ai propri legali per il danno all’immagine eccetera, eccetera. Intanto hai voglia di far stare tranquilli i genitori (quelli che non trasformano i loro figli in soprammobili da esibire al mondo) che hanno un figlio quindicenne con buone prospettive verso la specialità. L’età dei dopati, lentamente, a piccoli passi ma inesorabilmente continua a scendere e quando li beccano non lo fanno per via di troppa caffeina da Coca-Cola nel sangue. E ricordiamo il colpo di genio dell’autunno scorso ‘lanciato’ tempestivamente – leggi: elezioni FCI – da Di Rocco, per togliere l’obbligo del medico sociale per gli juniores. Ma si sa che questo è il mese dei Mondiali, vuoi mettere?”

mercoledì 20 agosto 2014

Io voglio, tu vuoi, egli vuole, noi, voi, essi,....

Avrei voluto le ruote perché così mio nonno ci si faceva il carretto e non gli toccava di doversi comprare la Ferrari, e vorrei (vorremmo?) tante cose diverse intorno alla bicicletta. Vorrei che una bicicletta venisse usata anche quando non ci sono dei numeri da attaccarsi addosso. Vorrei che giornalisti e giornaliste che fanno dell’omertà una scelta per non perdere il posto, e che al riguardo dell’argomento doping trattano gli appassionati come degli smemorati imbecilli coglioni, ricevessero fischi e non applausi o richieste di fare una foto assieme. Vorrei che quelli che dicono che gli piace il ciclismo iniziassero a documentarsi sulle cose che vengono loro dette e raccontate, perché almeno così conoscerebbero anche le cose che per ‘volontaria dimenticanza’ non gli vengono dette e capirebbero così quando vengono presi per il culo. Vorrei che il CT della Nazionale cambiasse idea e rimandasse Velo e Ferretti da dov’erano venuti. Vorrei che in Nazionale ci fosse andato Damiani, che se n’è andato dall’Italia (e dalla Lampre in particolare) perché qui non veniva accettato il suo troppo cristallino modo di lavorare. Vorrei che partendo dalla base (società amatoriali), sparissero quei dirigenti che volontariamente non s’interessano all’argomento doping, perché se vuoi salvarti il culo è meglio non chiedere, così puoi dire che non sapevi e nessuno può affermare il contrario. Vorrei che Suor Alessandra la smettesse di difendere i ciclisti sulle strade dal pericolo delle automobili perché – come Rosi Bindi che faceva perder voti al suo partito quando apriva bocca – la Peppa Pig del ciclismo tivù parla dei ciclisti come dei poveri Cristi sempre innocenti, quando ci sono certe teste di legno pedalanti che fanno manovre ciclistiche nel traffico che sarebbe da appenderli per i coglioni. Vorrei che i genitori prima di mettere i loro figli o figlie su di una bicicletta, chiedessero loro se il ciclismo davvero vogliono farlo. Vorrei che il ciclismo televisivo fosse raccontato anche da altri, e non dai soliti cinque o sei che da anni si passano il microfono l’un l’altro. Vorrei sapere se quelli della Gazzetta sono una massa di visionari sbronzi e, casomai fosse così, del perché Cipollini non ha mai fatto querela verso la ‘rosea’ riguardo alla tabelle ‘Fuentessiane’ riguardanti il toscano nelle sue stagioni più gloriose. Vorrei sapere con chiarezza da dove arrivano i soldi che fanno lo stipendio del nostro ciclista numero uno. Vorrei che il nostro ciclista numero uno cambiasse squadra con la velocità con cui sa scendere da un Passo Pordoi. Vorrei che la madre di Pantani fosse la prima a lasciar in pace suo figlio. Vorrei sapere come mai sto aspettando da febbraio la ristampa aggiornata di “Generazione EPO” di Renzo Bardelli, e del perché il libro di David Millar sia introvabile in Italia, nonostante i diritti dell’edizione italiana siano stati venduti da qualche anno. Vorrei che Filippo Simeoni, Floyd Landis, George Incapie, Tyler Hamilton non fossero ricordati soltanto come i grandi accusatori del dopato Amrstrong, ma anche perché loro stessi erano dei dopati. Vorrei che i Gruppi Ciclistici seguissero la bicicletta a 360° e non soltanto per il lato che gli fa accumulare tessere. Vorrei che certi ciclisti, toscani in particolare, che hanno corso nell’EPOca degli anni ’90/’00 e che danno il loro nome a delle GF avessero il buongusto di fare altro e accontentarsi che gli andata bene. Vorrei che le persone che leggeranno questo articolo, post o come diavolo si dice, scrivessero qui sotto cosa vorrebbero loro.

venerdì 1 agosto 2014

Agosto; l'editoriale.

“Queste righe avrebbero potuto veder luce quasi quindici giorni fa. Ma per rispetto verso i ‘contendenti’ giusto attendere. Con Nibali ha vinto il più forte? Probabilmente si, ma se non possiamo avere certezza che lo sia – causa i ritiri inattesi di Contador e Froome – certamente si è imposto il migliore di queste ultime stagioni per vittorie e posizioni a podio. Dal 2010 (il podio a Verona) a oggi (il giallo a Parigi) Nibali è migliorato costantemente. Quando ha affrontato Contador e Froome l’anno scorso alla Tirreno-Adriatico è arrivato (vincendo) davanti a entrambi. Fino a quando questi ultimi erano in gara in questa edizione del Tour è arrivato sempre con loro, spesso prima di loro. Lasciamo la retorica agli esperti televisivi. Nel concreto, non poteva Nibali bruciarsi un’occasione come questa. Forma fisica perfetta, squadra diligentemente unita, avversari principali usciti di scena, e gli altri che tra nomi che stanno iniziando la discesa (Valverde) e altri che campioni forse lo diventeranno, la caratura dell’italiano al momento se la sognano. Emerge l’amarezza che questa vittoria farà risplendere uno come Vinokurov di luce riflessa, quando le luci su di lui sarebbe stato più rispettoso per gli appassionati veri (e non i fanatici che accettano di tutto pur di avere lo spettacolo) che venissero spente da un pezzo. Dispiace che la vittoria di Nibali andrà a portare ancora gloria e applausi a un falso come il kazako. Uno che come Riis – che nel 1996, raffrontandolo con il siciliano, vinse con quasi 3’ minuti in meno sull’arrivo dell’Hautacam. Robe da sudori freddi a pensarci! – il ciclismo non dovrebbe nemmeno più frequentarlo, ma questo dimostra come i miliardi dell’Astana rendano la puzza sopportabile a tutto l’ambiente. E dispiace che, a quanto pare, Nibali resterà proprio con all’Astana. Nibali non ha vinto, ha stravinto la gara francese. Al contempo però gli avversari ch’erano rimasti in gara non hanno mai dimostrato di poter contendere la vittoria all’isolano. Non vi è paragone, al momento, tra l’Italiano e gli altri. È stata una vittoria che l’Italia aspettava dal 2006, quando pareva che Basso potesse riportare il giallo in casa nostra. Dietro a Nibali cos’abbiamo? Quasi il vuoto. Il ricambio generazionale è iniziato quest’anno al Giro, ma per il momento certezze poche. Una di queste ha appena vinto il Tour, un’altra (Ulissi) è sospettata di doping, un’altra (Moser) è scomparsa quando doveva emergere, e da un’anno sta emulando anche troppo bene Cunego, Pozzato e Basso. Resta Aru, anche lui con Vinokurov, e Visconti che va forte un mese all’anno ed è troppo poco se in quel mese non fai centri importanti. Amen. Chiudiamo con il Giro femminile, cui non frega una mazza quasi a nessuno. Anche tra le ragazze s’intravedono i primi segni del cambiamento. La Luperini ha detto che lascerà il gruppo in maniera definitiva, la Guderzo ha deluso, la Cantele si era già ritirata, la Bastianelli (Marta) vivacchia con tante ombre e poche luci da almeno tre stagioni. Meglio con le giovani, visto che aspettavamo la Longo Borghini ed è stata la migliore delle nostre, si sperava di rivedere la Berlato e così è stato (e la rima non c’entra), la Scandolara dimostra che con un po’ di testa e pazienza in più potrebbe fare molto meglio. Il pubblico ha dimostrato più attenzione rispetto al passato, con presenze più sentite a bordo strada. Niente di esaltante, ma parliamo di ciclismo femminile, roba che in Italia viene da sempre trattata a calci nel sedere. È stato un buon luglio, sorrisi kazaki a parte. Adesso inizia il lungo avvicinamento iridato.“

venerdì 25 luglio 2014

"Gigi a me le ragazze chiedono 15 giorni di corsa..."

L’ipotesi è suggestiva e a quanto pare spinta dalle cicliste stesse. I soldini ce li mettono loro?
Durante la telecronaca della penultima frazione del Giro-Donne, tra le risatine senza senso di Ridolini, spunta un’ipotesi che proprio quest’ultimo pone a Giuseppe Rivolta, patron della corsa, ospite del cabiotto RAI di Piergiorgio Severini. L’idea recitava all’incirca così; “Giuseppe (e giù a ridere), se fossi in te penserei a una corsa di dieci giorni (risata) suddivisa in cinque giorni di gara (risata), con un giorno di riposo dopo la quinta tappa. Ci hai pensato?” Così, mentre Sgarbozza finisce di ridere, Rivolta risponde che le ragazze gli hanno chiesto 15 giorni di gara: oibò! Fantaciclismo? Probabilmente si, visto che al giorno d’oggi mettere in piedi una corsa di dieci giorni è già roba da medaglia d’oro, almeno da noi. L’ipotesi è suggestiva, entusiasmante per gli appassionati, ma i costi aumenterebbero ancora e di soldi (pare) non ce ne siano, anche se alcune squadre le ammiraglie le cambiano quasi ogni anno. Sarebbe piuttosto da lavorare per capire se sia possibile la proposta dei dieci giorni di gara, con un giorno di riposo dopo la quinta (o forse meglio dopo la sesta?), e schifo non farebbe ci ficcassero dentro una prova a cronometro, con distanza però che fosse degna di una gara elite e non di una juniores. Cominciassero da qui, che poi eventualmente la pedalata più lunga della gamba possono anche provarla. Oppure, la vecchia proposta che puntualmente torna, ritorna e ritorna ancora come i Magnifici Sette: le tappe del Giro-Donne affiancate alla seconda metà di quello maschile. Tappe più corte di un 35-40% e medesime strade fino al traguardo. Ma se questa cosa ogni tanto rispunta sempre ma mai vede luce, un motivo ci sarà. Quale sia nessuno lo dice, e allora ti viene da pensar che siccome la torta non è grossa è meglio dividersela in pochi. Intanto possiamo dare un’idea di come sia visto il ciclismo femminile all’estero, con una breve lista di formazioni estere che hanno corso il Giro: Orica, Astana, Lotto Ladies, Rabobank, Giant, Rusvelo. Tutti GS che nascono a traino delle squadre maschili. Alcune tra le migliori giovani cicliste nostre hanno già risposto all’appello estero. E sul fronte gare la musica è la stessa. Senti i telecronisti parlare di movimento in salute, poi guardi le gare programmate a inizio stagione e ti domandi di quale Nazione parlino, tra gare che una volta per un motivo una volta per un’altro vengono corse ad anni alterni. Il Liberazione cancellato, il Trentino femminile ridotto a tre ore e mezza di gara, il Toscana che pare sarà di tre giorni quando prima sfiorava la settimana. E questi parlano di movimento in crescita, poi se saltano le corse mettiamo la cosa sotto la voce ‘dettagli’. Ma con le cicliste ci parlano di queste cose o gli argomenti sono circoscritti agli occhialoni da circo al foglio firma mattutino? Con questa domanda chiudo la serie di articoli dedicati al Giro d’Italia femminile. Essendo molti gli argomenti che pensavo di proporre, ho ritenuto cosa migliore non farne un’unico e gigantesco articolo. W la Tati e alla prossima.

lunedì 21 luglio 2014

"Pùlei, Poley, Van Vloiten, Van Vlunten,..."

Anche se le telecronache Valium si ripetono, lanciate da una sigla perfetta per il Trofeo Topolino, si sono intravisti al Giro femminile altri (piccoli) passi avanti da parte della tivù di Stato.
“Le atlete leggere balleranno la tarantella negli ultimi 300 metri”. Con l’arrivo di Davide Cassani nell’ammiraglia italiana, Silvio Martinello è stato promosso al microfono dei più grandi eventi al fianco di Francesco Pancani. Con la promozione del padovano, si è quindi liberata automaticamente la poltrona ‘tecnica’ per il microfono del Giro-Donne, ch’è stata assegnata a Luigi Sgarbozza. Se preso a piccole dosi Ridolini lo puoi anche sopportare, anche se restiamo sempre perplessi quando lo sentiamo pronunciare alcuni cognomi di atlete, che in alcuni casi forse potrebbero trovare gli estremi per querela (Emma Pooley è stata la vittima eccellente). Resta poi ben presente il quesito sul perché l’amico debba sempre mettersi a ridere su qualunque cosa vada dicendo. Altimetria della tappa? E giù a ridere. Tempo atmosferico? Da sbellicarsi. Una ciclista beve dalla borraccia? Robe da pisciarsi addosso. Va riconosciuto che la sua auto-ironia ha comunque l’effetto di dare un pizzicotto alle note tele-Valium-cronache dell’amico Piergiorgio Severini (con in sottofondo le tradizionali martellate sulle impalcature degli operai), che al Giro di due anni fa lanciò la famosa frase “L’alcool non è compatibile con la nostra telecronaca…”. Ora che con lui c’è Ridolini forse si potrebbe rivedere il discorso. RAI che ha ormai consolidato uno spazio tivù per il Giro-Donne, ad un orario buono e soprattutto regolare nell’orario di messa in onda. Le interviste alle protagoniste non mancano, peccato che il lato promozionale dell’evento abbia ancora qualche crepa. Bene che nel TG sportivo del tardo pomeriggio si parli del Giro-Donne, ma sarebbe meglio non darne l’esito di giornata, quando la sintesi più estesa sta andando in onda quasi simultaneamente su RAI-Sport 2.
Altra cosa che manca è la pubblicità sulla corsa nei giorni che precedono il via della stessa; “....e con il commento tecnico di Ridolini, 25° Giro d’Italia femminile. Ogni giorno alle 18:15, in esclusiva dal cabiotto di RAI-Sport 2!” La pubblicità viene mandata in onda per tutte le gare importanti che la RAI propone (anche per il Tamburello o la pallamano. Roba forte insomma…), ma per il Giro-Donne non vi è traccia. Bella l’idea del tentativo, mai fatto prima, di proporre un servizio giornaliero sulle caratteristiche delle varie tappe, anche se la recitazione delle ragazze (specie quando fanno finta di essersi incontrate per caso lungo la strada) è di un livello quasi avvilente. La Max Lelli di turno è stata Serena Danesi. A quanto pare la nuova sigla del Giro-Donne è figlia del regista dei filmati di cui sopra (tal Jimmy Gianmario), e la parola “pedala” che viene ripetuta nel (breve) testo rimanda molto a quella del Giro dei maschietti che “Pedala” ce l’aveva come titolo. La ricorda talmente tanto che la cosa puzza di palese copiatura, con un ritornello pensato a tempo record e molto Walt Disney. Da notare che nel ‘collage’ conclusivo delle immagini considerate le più belle della corsa – mostrato come ultimo servizio in assoluto del Giro – la musica di sottofondo era decisamente meglio della sigla ‘ufficiale’. Nel prossimo articolo – forse l’ultimo – : il Giro che vorrebbero le atlete, quello che vorrebbe Ridolini, e il futuro del ciclismo rosa nostrano ch’è in crescita, a parte il trascurabile dettaglio che se alcune gare non saltano poco ci manca.

giovedì 17 luglio 2014

L'Ital-donne perde colpi, anche se la linea verde tiene botta.

Una tappa vinta e alcune giovani in evidenza, ma un 22 a 5 che anche stavolta fa del Giro d’Italia terra di conquista per le straniere, con Valentina Bastianelli che resiste arcigna sulla linea del Piave.
Iniziamo dalle note liete. Elisa Longo Borghini era una delle italiane più attese lì davanti. Il 5° posto conclusivo (la più brava delle nostre nella generale), fa ben sperare. Fino a quando le migliori della classifica non iniziavano a darsele di santa ragione – in senso ciclistico – Elisa teneva le ruote anche in salita e ogni tanto era lei a staccarsene qualcuna dalla scia. Ha iniziato bene il Giro, conquistando la piazza d’onore nella 1^ frazione di S.Maria a Vico, dietro alla Vos. Sgarbozza – noto manager ciclistico nonché personal trainer – ha iniziato subito a programmare la carriera della ragazza in vista delle prossime 15 edizioni. Continuiamo con buone notizie sulla ritrovata vitalità di Elena Berlato, che nella 3^ frazione (Caserta – San Donato Valcomino di 125 km.) è stata protagonista di una bella tappa. Dopo essersi inserita nella fuga di giornata con – tra le altre – la compagna Olds (buon Giro), la Scandolara e la Bronzini, ha forzato nella salita conclusiva costruendosi il secondo posto dietro alla Van Vleuten e davanti alla giapponese Hagiwara. Bene per l’appunto anche la Scandolara che, come nelle edizioni precedenti, è tra le più brave delle nostre nei primi 50 o 60 chilometri. Poi la stanchezza inizia ad appesantirle le gambe e la benzina finisce. Una caratteristica che aveva evidenziato anche l’anno scorso. Per mezzo Giro la veneta ha tenuto la maglia verde, poi le salite più lunghe – e le gambe della Pooley – hanno ristabilito le distanze. Giorgia Bronzini ha vinto bene la tappa di Fratta Maggiore confermandosi con un 3° ed un 2° posto nelle frazioni numero cinque (Cesenatico) e numero sette (Chiavenna). Quando aveva la Teutemberg di mezzo collezionava secondi posti, adesso ci pensa la Vos a romperle le scatole. Certo che se prima avevamo la Baccaille dietro alla Bronzini, adesso dietro a lei non abbiamo ricambi veloci. Queste tutto sommato le note buone.
“Tatiana mormorava calma e placida al passaggio….” eccetera, eccetera. Se prima del Giro le sensazioni e le dichiarazioni di Tatiana Guderzo erano improntate al basso profilo, con l’intento di far chilometri e trovare la forma. Il Giro corso ha dimostrato che la veneta della Cipollini ha visto giusto, correndo un Giro di mera presenza, grigio, senza il minimo spunto. Come arrivava una salita, ciao ragazze è stato bello, ci si vede domani alla partenza con gli occhialoni da circo. Da una bionda a una mora, da un sorriso che riempie con due occhi da maglia rosa a uno che al massimo della felicità somiglia a una smorfia per il mal di denti. Fabiana Luperini ha forse iniziato ad abbassare il sipario? Il suo ritorno ciclistico è arrivato al vero capolinea? Tenendo conto che la salita era l’unico terreno in cui poteva combinar qualcosa, domande legittime. A conteso alla Tati la maglia della classifica fantasmi e per un pelo non la vince. Discorso a parte per Valentina Bastianelli (voto 63), che faremo Alpina onoraria. Da diverse edizioni si scrive (qui almeno) di questa benedetta ragazza, marchigiana, che con uno spirito molto “La linea del Piave ci aspetta, avanti Savoia!” parte in solitaria senza timore alcuno sotto il cielo di Madre Patria, con speranze ridotte all’uno e mezzo per cento di avere la meglio. Stavolta l’atleta, che quest’anno difende i colori della Fanini di patron Brunello, ha vivacizzato la tappa di Fratta Maggiore con uno dei suoi tentativi solitari (e come sennò…). Meriterebbe una vittoria di quelle belle da ricordare, perché non è una campionessa, forse non lo sarà mai, se vede un cavalcavia è allarme rosso, però nel suo piccolo cerca di tirar fuori le palle. Una sua vittoria al Giro sarebbe bello poterla raccontare. Altre atlete hanno cercato di cavare un ragno dal buco senza riuscirci come l’ex tricolore Giada Borgato, altre hanno deluso come la Cauz (maglia bianca 2013) e Muccioli, ma vista l’età di entrambe non possiamo pretendere continuità di rendimento. Per fare concorrenza a Sgarbozza chiudiamo dando i numeri: con 9 frazioni contate per questa edizione (senza quindi il mini-crono-prologo), contiamo 5 presenze italiane nelle prime 3 posizioni di giornata (27 in totale). Facendo finta di cancellare l’ultima tappa di questa edizione (con 3 straniere davanti), e confrontando le altre 8 tappe restanti con l’edizione 2013 (che aveva per l’appunto 8 tappe in totale), il confronto ne perde perché troviamo un bilancio 2013 di 8 italiane giunte nelle 24 posizioni totali del podio di giornata. Nella prossima puntata ci buttiamo nel cinema perché al microfono RAI arriva Ridolini (ma ride solo lui), con spazio a Topolino e alle nuove leve del cinema italiano.

martedì 1 luglio 2014

Luglio; l'editoriale

Due mondi uguali e completamente diversi. Un sogno lungo 16 anni e un’utopia lunga un quarto di secolo. Nibali cerca la vittoria per consacrarsi a livello mondiale, il Giro-Donne cerca.
“Otto anni dopo la triste storia di Basso (leggi Fuentes) e le sacche dell’esimio dottor Fuentes (leggi Basso), l’Italia torna in Francia per vincere il Tour. Speranza è che Vincenzo Nibali possa riuscire nell’intento e poi cambiare aria. Il Tour si presenta come la gara dell’anno non solo per l’importanza che da sempre riveste, non solo per la caratura dei pretendenti, ma perché tutti i favoriti – Vincenzo compreso – si sono preparati esclusivamente per la corsa transalpina e avvicinati a questo appuntamento come meglio volevano. Le impressioni pre-Tour lasciano spazio a poche reali garanzie. Il Giro ha mostrato con Evans e Pozzovivo che avere una forma perfetta i primi dieci giorni non è cosa ideale. Storia vecchia. Niente di nuovo. Quello che sarebbe bello fosse nuovo è il futuro di Nibali, cioè riuscisse a vincere e a cambiare aria dal Team Astana, che non è una squadra come altre. I denari (tanti) arrivano ancora non si sa bene da dove, e chi comanda (Vinokurov) è un ex dopato, ex buon cliente di Ferrari, sospettato di aver comprato una classica e un titolo olimpico. Comprensibile che i (tanti) soldi offerti a Nibali siano stati importanti, ma da un ciclista che alcuni anni addietro si fece notare per il pensiero del ‘via i ladri dal gruppo’, andare a lavorare per un ex-ladro e volere come gregario Scarponi (due anni anche lui nel decennio scorso), beh, manca solo che in Astana formalizzino una proposta di lavoro per Ferrari. Luglio sarà mese per il Giro-Donne, che adesso – forse per questioni di puro copyright o marketing (oilalà, sarà mica che il ciclismo rosa riesce a fare marketing?) – viene denominato Giro-Rosa. Possono chiamarlo come gli pare ma la sostanza è che quasi ogni anno ci ritroviamo con un’edizione ch’è un bel tribolare per metterla in piedi. Stavolta è giusto mandare un plauso all’organizzazione per essere riusciti a riportare due giorni di corsa aggiuntivi. La gara raggiunge l’edizione numero 25. Un traguardo importante, che in questi ultimi anni vale doppio viste le magagne del fare ciclismo femminile in Italia (crisi o non crisi), e la sempre poca considerazione da parte di Federazione – tranne quando spuntano le telecamere – e da parte purtroppo di ancora troppi sedicenti appassionati, nei confronti dell’immagine donna-ciclista. La fatica dovrebbe essere unisex ma non è così. Una goccia di sudore maschile vale di più. Questione di mentalità d’ognuno di noi, e intanto il Giro-Donne cerca soldi, cerca visibilità, cerca attenzione dal pubblico, cerca considerazione dall’FCI, cerca, cerca e cerca ancora.“

sabato 28 giugno 2014

Valentina Carretta scende dalla bici. Perchè?

Alla vigilia del periodo più importante per una ciclista italiana, la 24enne varesina getta la borraccia. I motivi sembrano nascere dal rapporto con il Team Olè-Cipollini.
Non è la prima volta. Qualche anno addietro anche Anna Zugno decise inaspettatamente di ritirarsi per motivi nati da una scelta riguardante il quotidiano. Si lesse di motivazioni legate allo studio, e d’altronde fare la ciclista non è certo roba che ti dà da vivere. Anzi, non mancano ragazze che a causa di contratti miseri (e spesso malrispettati dalle società), ad un tratto si domandano perché continuare a rompersi il sedere su di un sellino per certa gente, quando le amiche coetanee che lavorano guadagnano il doppio facendo un decimo della fatica. Anche il ritiro di Nicole Cooke avvenuto pochi anni fa sorprese, ma lì la britannica spiego chiaramente ch’era ormai stufa marca del movimento femminile, senza fare distinzioni tra dirigenti e colleghe. Stavolta le motivazioni che hanno spinto Valentina Carretta al ritiro sembrano nascere da amarezze interne alla sua squadra. La notizia ha ricevuto un certo rilievo, sempre ricordando che parliamo di ciclismo femminile a cui frega una mazza a molti. L’atleta parla di una situazione in cui; (fonte: ciclonews) “….il mio impegno in quest’annata ciclistica sia stato totale, così come nelle stagioni precedenti. Quindi mi sono sembrati inopportuni alcuni comportamenti di chi mi è stato vicino in questi ultimi anni. Quando vengono a mancare la fiducia e il rispetto non ci sono più le basi per continuare una collaborazione con un team. Facendo questa vita, fatta di trasferte, sacrifici e restrizioni è necessario che almeno sia riconosciuto l'impegno, la professionalità e il rispetto. Valori che pensavo fossero scontati, ma che purtroppo ho sentito mancare su di me in prima persona”. Nel famoso ‘tra le righe’ emerge una motivazione legata all’ambiente della sua società e certamente la ragazza non è una brava bugiarda quando dice che; “…con tranquillità…” esce dal gruppo e se ne và. Questo, opinione personale, per alcuni motivi; perché Valentina non era certo come si dice ‘una ferma’ ma invece ciclista di ottimo livello se guardiamo al livello generale delle nostre ragazze (ci sono atlete che tengono le ruote di chi è davanti grazie al vento che tira nella direzione giusta); perché si correva il tricolore sulle strade per lei casalinghe e voglio proprio vedere che si rinuncia così di punto in bianco ad un campionato italiano ed un Giro d’Italia che parte tra pochi giorni; perché a 24 anni la carriera forse comincia veramente; perché correva in una squadra dove dal punto di vista economico ci sono garanzie ‘meno peggiori’ di altre società dove la trasparenza è dono del Signore e non di chi comanda. Se invece ci sono altri ‘oppure’ sarebbe bello saperli a lei o da chi l’aveva tra le sue fila.

venerdì 20 giugno 2014

Poesia: se doparti lo fai per bene, alla fine vedrai conviene!

E così, anche questa volta, basta cospargersi il capo di cenere (dopo un’anno!) per ritrovare una nuova dimensione, e forse anche un posto in qualche squadra.
In giro c’è gente che è stata trovata positiva all’antidoping, causa l’aver usato prodotti contenenti sostanze dopanti, che in qualche caso nelle confezione non riportavano nemmeno il famoso bollino-doping. Si tratta di ciclisti – e di una ciclista – che hanno ammesso la loro colpa, senza nascondersi sotto la sabbia, senza inventarsi di caramelle della zia suora ch’era stata in sud-america, oppure di fantomatici alieni venuti dallo spazio che magari gli hanno fatto un clistere d’EPO nel sonno. Persone che non hanno nascosto il loro sbaglio, e che al contempo non hanno però mandato giù il fatto che gente che si è fatta di EPO, oggi torni a prepararsi il terreno per tornare in gruppo, mentre loro hanno di fatto chiuso le loro carriere professionistiche per prodotti nemmeno paragonabili all’Eritropoietina. Mauro Santambrogio ha ricevuto il famoso ‘sconto di pena’ per aver collaborato con la giustizia. Nel 2015 forse tornerà in gruppo, grazie a sei mesi di squalifica che gli sono stati scontati dalla giustizia sportiva. Vai a capire il motivo per cui una persona che imbroglia debba ricevere anche il premio in caso di collaborazione, visto che moralmente dovrebbe farlo senza chiedere niente di niente in cambio. Ti sei sfregato una pomata sul culo o nelle parti basse, o ti sei fatto una spruzzata di RinoFluimucil invece del Fluimucil nel naso? Perfetto. Se ti facevi di EPO e poi (dopo un’anno!) dicevi di essere pentito, te la cavavi prima e più a buon mercato.

mercoledì 4 giugno 2014

Punto di non ritorno?

Negli anni ne abbiamo visti di ogni tipo: gorilla, orsi, supereroi, gente mezza nuda se non del tutto, falsi preti. E negli ultimi 15 anni comportamenti oltre il limite che faranno fatica a sparire.
Ne avevo già scritto qualche anno addietro sul comportamento di certa gente, che probabilmente di ciclismo ne capisce quanto un parlamentare dei problemi della gente. E forse per il fatto che questa volta a rimetterci è stato un atleta italiano che si stava giocando la corsa, il comportamento esasperato di una parte del pubblico ciclistico sullo Zoncolan (e in qualche momento anche sul Grappa il giorno precedente), stavolta fa scrivere nel web più del solito. I motivi ci sono tutti, visto che questo andazzo è dagli anni ’90 che si fa vedere – è proprio il caso di dirlo – ad ogni edizione di un grande giro. Fino a una quindicina di anni addietro capitava di vedere degli spettatori rincorrere gli atleti, ed ogni tanto ci scappava qualche maledizione per via di gente che sembrava volesse corrersi tutti gli ultimi 20 chilometri di gara fianco al gruppo: “Ma quando si toglie quel mona?!” era il commento tecnico che poteva scappare ad un telespettatore veneto. Però erano situazioni che trovavi ogni tanto. Oggi invece sai che non dovrai aspettare molto per vedere che lungo una salita, solitamente faticosa e affollata, spunteranno personaggi che a piccoli gruppi si ficcheranno in mezzo alla strada per far sapere al mondo che esistono. Gente che se ne frega dell’atleta e che rincorre un’inquadratura che li consegni alla storia. Purtroppo è una storia vecchia. La tivù ti fa diventare qualcuno. Condizione apparentemente vitale per chi crede di essere niente e quindi ‘deve’ diventare quel qualcuno.
Quasi certamente questi comportamenti andranno avanti ancora. La televisione non può permettersi di ‘staccare’ da una determinata inquadratura, se si tratta di un momento di gara importante. E difficile è anche che la gente capisca che deve darci un taglio. Chi bazzica, quando può, le strade del Giro non vede solo passione e amore per una disciplina sportiva, me pure gente che sulle strade del Passo Tal dei Tali si porta appresso una mezza sbronza alle due del pomeriggio. Perché ci sono poche possibilità di un cambiamento in tempi brevi? Perché si tratta di far riflettere la gente, di fare educazione comportamentale in ambito sportivo. Quella roba che si chiamerebbe Educazione Civica. Praticamente una bestemmia. Quando hai gente che per fare il loro spettacolo di cabaret studia preventivamente le zone dove non c’è personale addetto alla sicurezza per la corsa (Alpini o Protezione Civile), tanti saluti. Sullo Zoncolan certi spettacoli non hanno preso vita negli ultimi chilometri. E di certo non possiamo pretendere che gli appassionati veri li prendano a calci in culo (anche se sul Grappa due fighetti che spingevano qualunque cosa si muovesse ci sono arrivati molto ma molto vicino). Chiamiamoli imbecilli, deficienti oppure come vi pare, ma fessi no di certo e probabilmente dovremo tenerceli ancora per un pezzo.

martedì 3 giugno 2014

Sotto a chi tocca!

Tornano tra l’entusiasmo generale (?!) le tradizionali pagelline semi-serie del dopo corsa rosa, per analizzare il Giro appena concluso. Mi scuso perché certamente qualcuno o qualcosa mancherà.
VOTO 10; alla professoressa nella foto ed al livello d’imbecillità e cretineria ormai raggiunto da una parte del pubblico ciclistico. Dai tizi che sul Grappa quasi spingevano anche le moto (e che ad un certo punto hanno rischiato sul serio di prenderle da noialtri), fino a certi deficienti coglioni che sullo Zoncolan hanno avuto i loro momenti di gloria. Tornatevene negli stadi di calcio. VOTO 9; alla sigla del proCESSO alla tappa (“Pedala!”) perché le musiche di Paolo Belli avevano semplicemente rotto le balle. Stesso voto alla faccia tosta di Cipollini che per diversi giorni si è fatto rivedere in tivù, grazie all’amica suora che lo deve aiutare a riabilitarsi nel post-tabelle di Fuentes targate Gazzetta del febbraio 2013, e che si devono in qualunque modo far dimenticare al pubblico. Voto identico alla Bardiani CSF che ha fatto un Giro eccezionale e voto uguale al tifoso vicentino che sul Grappa ha trasformato il francese Pierre Rolland in “Pierolan”. Poi a quelli (sempre delle nostre zone) che a insulti e bestemmie hanno fermato la macchina dall’organizzazione “Inizio gara ciclistica” perché dovevano finire le scritte per Canula. I poliziotti della stradale non sapevano se far scattare le manette o mettersi a ridere. VOTO 8; a diverse persone: a Quintana che ‘doveva’ vincere il Giro è l’ha fatto. Peccato per il pasticcio dello Stelvio, dove lui non ha certo responsabilità. Stesso voto ad Aru che aveva le possibilità di arrivare nei primi 5 e l’ha fatto con il 3° posto finale, per Rigoberto Uran (Uran) che anche stavolta ci è arrivato vicino ma Quintana in salita era troppo per tutti e (finalmente!) per Ulissi che doveva lasciare un segno e ne ha lasciati due. VOTO 7; a Silvio ‘assolutamente’ Martinello come spalla di Francesco Pancani. Bel lavoro per non aver voluto copiare Cassani portando un po’ di ottimismo al microfono sulle possibilità delle fughe di giornata. Stesso voto allo spagnolo di Andrea De Luca: bueno ombre! Meno bueno un tifoso (almeno settantenne) che il giorno del Grappa si è dovuto far spiegare da noi presenti che Aru è il ciclista sardo e non il colombiano, e che Uran è quello colombiano e non il sardo. VOTO 6; a Cadel Evans. Non è più fatto per le tre settimane, e nella cronometro su cui puntava tanto ha deluso. Ma almeno, pur staccandosi, è uno che sa ancora come si fa a tirare fuori le palle. Stesso voto al percorso del Giro, ma ricordiamo che ormai dovremo abituarci a edizioni assegno-dipendenti per le partenze. VOTO 5; a Max Lelli che ancora non si sa se si chiami Massimiliano o Massimo. A volte non sa se parlare tecnico o pane e salame. Comunque era al primo Giro. Non sono al primo Giro gli organizzatori della corsa (vedi il pasticcio sullo Stelvio). VOTO 4; ai meccanici delle squadre che ormai pompano ruote a 10 atmosfere. Due gocce di passaggio e ti ritrovi coi coglioni al cielo. Serve veramente una pressione così? Stesso voto alle doti come attore di Garzelli nelle ricognizioni. Cassani sapeva ‘fare il falso’ meglio di lui, quando incrociava ‘casualmente’ altri ciclisti che conosceva lungo il percorso. VOTO 3; a Cunego e Basso, a cui manca solo di essere spalmati di senape o maionese sulla schiena quando passano. Inguardabili. Ma su Cunego dovevamo pensarla quando, il giorno della presentazione della squadre a Belfast, disse che aveva la mezza idea di buttare un pensiero anche alla classifica. Lì è stato il momento decisivo per far crollare tutto!
VOTO 2; “Chi è d’accordo con Beppe Conti si alzi da dove si trova e si sieda vicino a Beppe Conti. Chi è d’accordo con Garzelli si alzi da dov’è seduto e si sieda vicino a Stefano. Chi è d’accordo con Manuel si alzi dalla poltrona e faccia come lui che ora è riverso in avanti sul water”. Avendo (volontariamente) seguito poco il proCESSO alla tappa devo dare un giudizio superficiale. La suora è da tempo riuscita nell’intento di avere la ‘sua’ trasmissione, trasformandola quest’anno in una sottospecie di Giochi senza Frontiere. La Peppa Pig del ciclismo RAI decide tutto quel che si deve dire, fare, baciare, ecc. e gli amici in difficoltà (Re Imbroglione) si devono aiutare, perché a vendere bici da 12.000 Euro al pezzo non tiri il 20 del mese. A proposito, potrebbe essere tardi ma ormai che ci siamo; ”Salvate Aru dalla De Stefano!!” VOTO 1; ad Auro Bulbarelli, che se la suora ha voce in capitolo è merito anche suo, e che se Bartoletti è ancora in giro, stessa cosa. VOTO 0; al pazzo irresponsabile che ha dato l’ok per dare in dotazione a Sgarbozza un suv bianco Audi, che l’analfabeta poteva anche guidare personalmente per seguire la carovana.

domenica 1 giugno 2014

Giugno; l'editoriale

Visto in partenza come il Giro del ricambio generazionale, Trieste ci consegna una classifica che ricalca in pieno queste speranze. E l’Italia ne ha bisogno.
“Lasciamo stare valutazioni su percorso, atleti, risultati, gesti dell’ombrello, tattiche, ecc.. questa settimana ve ne saranno a decine un po’ ovunque. Buttiamola quindi su un discorso prettamente nostrano. Un Giro senza Nibali era la cosa migliore (soprattutto per Cassani) per capire il livelli del ciclismo di casa nostra. Senza il nostro Numero Uno in gruppo gli altri italiani hanno potuto avere più attenzione, forse più possibilità. Volevamo capire quanto valeva Ulissi, e pare che a livello di qualità valga le chiacchiere che di lui si sono ripetute da tre stagioni. Volevamo sapere se Basso e Cunego sono alla frutta? Pare di si per entrambi, visto il Giro deludente dei due capitani usciti di una primavera opaca se non invisibile. Volevamo provare a capire se Elia Viviani è un campione o un forte velocista? Più la seconda che la prima, e la differenza non è poca cosa. Fabio Aru è davvero il nostro uomo per le gare a tappe nella seconda metà di questo decennio? Pare di si. Pozzovivo?: un Viviani delle montagne (o sarà mica il primo un Pozzovivo delle volate?). Di certo soffre sempre un calo dopo due settimane. Abbiamo visto tutte cose positive? Non proprio. Moreno Moser ha deluso. Le qualità espresse nella prima stagione si sono viste comprensibilmente meno nella seconda, ma in questa la speranza era di vederlo in azione con un piglio decisamente migliore. Invece la Bardiani CSF è stata una delle squadre migliori al Giro. La migliore delle nostre. Tre vittorie di tappa, ma non facciamo distinzioni facendo i nomi degli atleti che si sono imposti nelle frazioni, perché se consideriamo i mezzi (anche economici) della Bardiani e di altre corazzate presenti, il confronto premia la squadra verde-vivo. Annotazione che non dispiace (se non hai vecchi DS nostri): la Bardiani si affida a dei preparatori sportivi, senza avere dei direttori sportivi che vogliono rappresentare gli onnipotenti dentro la rispettiva squadra. Dopo una campagna di primavera disastrosa nelle classiche, il ciclismo nostrano sembra avere pochi campioni ma diverse speranze. Senza entusiasmarci troppo, diciamo che per ora non è poco.”

lunedì 5 maggio 2014

Quando il ciclismo di Mario e Maria non è proprio pane e salame...

E siamo arrivati al Codice Etico nelle granfondo. Ultimo baluardo di speranza, l’autocertificazione dell’atleta (della domenica) di essere persona onesta e che non ha questioni ‘pendenti’ ancora da chiudere. Stiamo messi così? Si.
Il Giro d’Italia sarà l’argomento principe dell’Italia ciclistica sino alla fine mese. Visto che si è appena concluso quello per amatori, facciamo una pedalata verso le novità normative che da quest’anno entrano a far parte delle gare dedite al ciclismo della domenica. Fino alla seconda metà degli anni ’80, la parola granfondo era termine semi-sconosciuto anche ai praticanti della domenica. Dalle mie parti era un’evento conosciuto come “Raduni de ciclisti, ma na fraca!, dove i te sera le strade e i te fa far salite de quele longhe, su pai Pass, e te fa anca dosento chilometri!” (Raduni di ciclisti, ma tanti!, dove ti chiudono le strade, e ti fanno fare salite lunghe, su per i Passi, e ti fai anche duecento chilometri!). In Italia c’è n’erano che le contavi sulle dita delle due mani. Poi, tra la prima metà degli anni ’90 e per il decennio successivo il famoso ‘boom’ con gare che spuntarono in ogni dove, facendo si che nascessero dei veri e propri calendari di eventi che, a seconda delle zone climatiche, iniziavano a febbraio fino a tutto il mese di ottobre. Una similitudine del professionismo, che nell’arco di 20 anni ha emulato quest’ultimo per tipo di percorsi, tipo di biciclette, da un bel pezzo anche tipo di doping. Fino alla fine degli anni ’90 le granfondo erano viste come una specie di festa per il ciclista della domenica. Sapevi che avresti avuto a disposizione incroci controllati al tuo passaggio, alcuni tratti stradali chiusi quasi totalmente al traffico, rifornimenti per riempire il serbatoio, se rompevi la bici avevi aree attrezzate con un meccanico pronto alle riparazioni ordinarie, o un furgone ‘scopa’ che ti avrebbe raccolto e portato fino al traguardo. Diventando poi evento che piaceva da pazzi le GF diventarono business enorme, facendo le fortune dei costruttori di biciclette, perché Mario e Maria non si accontentavano di una bici da corsa e, al tempo, ecco che le 700.000 £ spese nelle intenzoni di partenza diventavano 250 o 300 in più. Oggi se non spendi almeno 2.000 € rischi che gli altri ciclisti ti ridano in faccia. Fatto sta che oggi, nella mentalità ciclistica di Mario e Maria, non basta che arrivi ma bensì come arrivi, inteso come posizione in classifica. Insomma, la vecchia festa ciclistica della domenica è diventata da molti anni la corsa della domenica. Come ogni gara che si rispetti, c’è chi – senza distinzioni di sesso ed età – vuole vincere, ‘deve’ vincere. Per male che vada, bisogna almeno vincere la corsa interna con compagni o compagne di società. Alcune società si auto-premiano tra loro a fine stagione. Una spinta agonistica che gli organizzatori sfruttano al massimo disponendo 100 classifiche diverse, in maniera che se sei vecchio (o vecchia) lo sei per una classifica, ma non per quella in cui potrai venire considerato/a dall’anno prossimo. Non è buon cuore, ma semplice ragionato business-salva-clienti-per-il-futuro. Cosa che piace, visto che tanti ciclisti o cicliste mai mancano. Ma la voglia di vincere anche solo la cassetta con tre bottiglie di vino ha portato all’imbroglio in ogni categoria, in maniera assolutamente democratica. Tant’è che oggi gli stessi organizzatori si sono resi conto che molti ex professionisti o dilettanti falliti hanno coltivato la loro gloria e i loro guadagni (chiaramente in nero) nelle granfondo. Finché queste magagne non saltavano fuori, sorrisi a 50 denti erano sempre pronti. Poi vedendo che, come nel professionismo, sempre più spesso anche le GF si ritrovavano con classifiche da riscrivere, si è deciso che si doveva dare un giro di vite, prima che Mario e Maria si stancassero di venir presi per il sedere. “Se stiamo zitti questi ci ammazzano gli eventi”. Forse è stato questo il pensiero degli organizzatori. Se rivolto all’introito economico o alla mera pratica sportiva questo lo sanno solamente loro. Sta di fatto che da quest’anno è arrivato il Codice Etico. Chiunque abbia staccato un cartellino di cicloamatore per la stagione 2014 ha dovuto consegnare al proprio presidente di società un modulo firmato in cui attestava di NON trovarsi in nessuna delle sette condizioni che, in base al nuovo regolamento, impediscono il rilascio del cartellino stesso. Una vera autocertificazione con valore legale. Ogni presidente di società, poi, ha dovuto inviare alla federazione di appartenenza un modulo in cui certificava di aver chiesto e ricevuto da tutti i suoi tesserati questo modulo. Ultimo baluardo per difendere il ciclismo pane e salame di Mario e Maria, o per gli organizzatori? Speriamo sia veramente l’ultimo stratagemma necessario, anche se un’autocertificazione fa troppo rima con disperazione.

giovedì 1 maggio 2014

Maggio; l'editoriale

Spazzacamini, locomotive umane, aironi, pirati, postini, terzi uomini, cannibali, sceriffi, diavoli rossi, toscanacci, eterni secondi, trombettieri. Bentornato Giro.
“Noi siamo dell’Italia i bersaglier, siamo ciclisti, i falchi della guerra” (Canto del corpo dei bersaglieri ciclisti, nella prima guerra mondiale) – Molte donne si erano inginocchiate per terra, avendo a lato i loro figlioli. La strada è un nereggiare di folla che la percorre gridando “ITALIA! ITALIA!” (Bruno Roghi sulla tappa di Trieste del 1946) – “Io vado avanti anche da solo. C’è Trieste che aspetta” (Giordano Cottur) –“Moser può essere preso come l’emblema del ciclista professionista attuale, in cui convivono l’atleta, l’uomo spettacolo ed il businessman” (Francesco Conconi) – “Coppi è il mito perfetto” (Gianni Mura) – “Vai Girardengo, vai grande campione, nessuno t’insegue su quello stradone,” (Francesco De Gregori) – “Mi brucia il culo!” (Luigi Ganna al patron Cougnet, dopo aver appena vinto il 1° Giro d’Italia del 1909) – “Il tempo è sacro. Ho vinto tre Giri d’Italia per 2 minuti e 4 secondi. Neppure un secondo va sprecato” (Fiorenzo Magni) – “Il solo motivo per seguire Nencini in discesa è se si ha un desiderio di morte” (Raphael Géminiani) – “Un ciclismo pulito è pura illusione” (Francesco Moser, dall’Equipe del 1999) – “Una bicicletta può ben valere una biblioteca” (Alfredo Oriani) – “Ma andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza, per cercare di tornare con quei sogni” (Marco Pantani) – “Che fa Bottecchia, piange?” “Si, perché penso che a casa non sentiranno più la fame” (Ottavio Bottechia, quando firmò un contratto per correre in Francia) – “Chi non ha conosciuto tutto questo, chi non ha conosciuto il Giro, è come chi non ha conosciuto suo nonno, oppure De Amicis e la piccola vedetta lombarda. Nessuno è più orfano di lui” (Indro Montanelli, 1947) – “Non si può correre il Tour solo ad acqua minerale” (Jacques Anquetil) – “Salute a voi, superstiti,…Voi avete meritato dalla Patria: l’Italia non dei retori che odiano la sincera eloquenza, o degli zoppi che detestano gli agili, o dei vigliacchi che credono la forza brutale…Una vera, nuova, indipendente, alacre Italia, un’Italia fervidamente pagana, che sa la virtù latina, cioè il coraggio, che sa la gioia della lotta e del convito, e vi si è adunata intorno.” (Innocenzo Cappa, 27 maggio 1909, La Gazzetta dello Sport).

lunedì 14 aprile 2014

L'Italia? Nella polvere.

Un’altro fiasco. Nel giorno in cui i migliori si sono fatti vedere tutti, l’Italia del Nord delude ancora. E la Padania non c’entra.
“Terpstra gigante tra i giganti”. Così si potrebbe idealmente titolare la sua vittoria nella gara dell’Inferno. Oddio, non si puoi parlare di sorpresa, visto che nelle ultime edizioni l’atleta olandese c’era già andato vicino. Gli uomini più attesi c’erano e non si sono nascosti. Perfino Wiggins era nelle posizioni di testa nelle fasi decisive degli ultimi chilometri. Ha chiuso coi migliori e di migliori ve n’erano tanti, che non hanno lesinato energie, lasciato da parte dei tentativi quando le gambe c’erano. Li hanno fermati i crampi o il tatticismo del tutti-controllano-tutti nel finale. Boonen non ha vinto, ma ha fatto vincere. Cancellara controllava sapendo di essere controllato, ma veniva dal suo terzo Fiandre. Sagan non ha il peso (in tutti i sensi) dello svizzero e del belga, ma comincia a farsi vedere, a imparare la lezione, cercando giocarsi la corsa nei tratti buoni per lui, allunga, forza, respira, recupera, molla, ritorna sotto, esce nel prato per poi scattare in faccia ai migliori, insomma ci prova. Niki Terpstra non poteva che ringraziare e festeggiare. Dietro a lui il gruppetto dei migliori, che per un giorno non sono stati tali, ma battuti nemmeno per come hanno corso. Di solito si dice “col coltello tra i denti” mentre si pedala tra nuvole di polvere. In mezzo a una di quelle nuvole c’era il ciclismo di casa nostra. Fosse stata una giornata di pioggia potevi dire che i nostri erano rimasti impantanati, ma col bel tempo cosa vuoi dire se non che sono finiti nella polvere? Aspettavamo ancora Pozzato, come da sei stagioni a questa parte. Per lui forature, rotture del cambio. La Roubaix è (spesso) queste cose. Sfortuna? Forse, ma se poi pensi a Boonen che in corsa ieri ha bucato per la prima volta, tra tutte le Roubaix a cui ha preso il via, di domande te ne fai.
Ma non è solo la questione del ciclista veneto. È il fatto che dietro agli uomini attualmente più noti, dei nostri, abbiamo 100 nomi che come le ruote delle biciclette girano e rigirano ma non arrivano a centrare il colpo nel momento importante. Tanti talenti che quattro cinque anni addietro promettevano, e oggi promettono ancora. Il problema è proprio che promettono e basta, mentre gli altri vincono. Dobbiamo tornare a Ballan – due anni la richiesta di squalifica per ‘trattamento’ del proprio sangue – per ritrovare un uomo da Roubaix? Dobbiamo riabbracciare Tafi – facente parte della lista dopati dei Tour fine anni 90’ – per rivivere momenti esaltanti? Da decenni la Roubaix non era così poco italiana. Dopo Pozzato (50°), altri soli cinque nei 100. Una miseria di risultato, ma soprattutto una scuola italiana (possiamo ancora etichettarci a tal maniera?) che fin’ora registra come miglior piazzamento un 6° posto alla Sanremo. Che dobbiamo fare, rimpiangere i due decenni della premiata ditta Conconi/Ferrari? Ci restano le Ardenne, ci restano Nibali, Ulissi e poi…… appunto; e poi?

mercoledì 9 aprile 2014

Visto che manca meno di un mese, giusto per entrare nel clima....

Per far credere che questa pagina web sprizzi cultura, un consiglio letterario verso un testo di 4 anni addietro. Come veniva raccontato il Giro nei decenni scorsi e anche più di un secolo fa?
“Eroi, pirati e altre storie su due ruote”. Il testo è edito da BUR-Rizzoli per la RCS Libri. La prima edizione è dell’aprile del 2010. Curato da Simone Barillari è una raccolta di testi riguardanti il ciclismo (non solo il Giro) e diversi suoi grandi protagonisti. Diversi articoli che da diversi quotidiani dell’epoca vengono riuniti assieme in questo testo dal costo (nel 2010) di 12,00 euro per 274 pagine. È possibile trovare articoli di Gianni Brera, Bruno Raschi, Gian Paolo Ormezzano, Dino Buzzati, Indro Montanelli, Gianni Mura, Orio Vergani, per citare i nomi più noti e conosciuti al pubblico, non solo ciclistico. Questo libro è un lavoro che regala la possibilità di conoscere l’Italia sportiva di un secolo addietro, e vedere come questa vedeva e raccontava un mondo senza telecamere in ogni dove a riportare ogni più piccola smorfia di un volto esistente. Erano gli anni in cui i giornalisti erano padroni dell’evento, perché la tecnologia dell’immagine non lo aveva ancora catturato per esporlo al mondo. Vedere com’è cambiato il modo di scrivere dalla prima metà del secolo scorso alla seconda. Per curiosi e appassionati della scrittura dedicata al ciclismo, e non solo del racconto stretto verso quest’ultimo.

giovedì 3 aprile 2014

I salti mortali del ciclismo 'minore'.

La pesante crisi economica sta mietendo problemi ovunque. Nel ciclismo ‘minore’ non si fanno eccezioni. Gli organizzatori ormai sono arrivati alle richieste di autotassazione.
In alcune occasioni del passato si era scritto delle richieste da parte delle rappresentanti donna dell’ACCPI alla Stanlio & Ollio Production (Federciclo). Richieste di denari da investire nella sicurezza in corsa, per fare qualcosa di buono sulle coperture assicurative delle atlete, e per uno stipendio minimo diciamo sindacale. Tutte cose sacrosante che arrivano negli anni peggiori per richiederle. Se ci fosse veramente uno stipendio minimo, molti GS chiuderebbero bottega o dovrebbero dimezzare le proprie tesserate. Poi spuntano ammiraglie nuove di pacca all’inizio di una stagione, e ti domandi come mai i soldi per quelle ci sono. Intanto qualcuno cerca di combinare qualcosa, come il CT Davide Cassani che spinge per un’autotassazione di un’euro ai ciclisti che partecipano ad alcune granfondo, in maniera che quell’euro si tramuti in una cassa per finanziare le gare dei ragazzi. Non si sa cosa ne pensano gli organizzatori di granfondo in toto, mentre Ivan Piol – Presidente del Pedale Feltrino (leggi; granfondo Sportful, la ex Campagnolo) – sulle prime non ha sprizzato troppo entusiasmo se questa cosa dovesse diffondersi. Sulle secondo si vedrà. In Toscana ci sono organizzatori di corse Under 23, che alle squadre non toscane impongono un sovrapprezzo di partecipazione. Il Giro del Friuli (corsa storica del movimento Under 23) ha talmente pochi soldi che ha mandato una richiesta simile (non uguale, nel senso che non conta la provenienza) a decine di società, per avvisarle che a causa della mancanza di denaro saranno costretti a chiedere denaro ai GS che vorranno partecipare. Se entro non molto tempo questa situazione non avrà risposte positive – e soprattutto non in maniera sufficiente per numero di società aderenti – il Giro del Friuli alzerà bandiera bianca, l’edizione 2014 andrà in malora e si cercherà di pensare direttamente all’edizione 2015. Soldi ce ne sono pochi, e gli aiuti dalla Regione Friuli (autonoma) facilmente vengono orientati quasi totalmente verso il Giro d’Italia, che ‘risucchia’ la maggior parte delle attenzioni, forte del fatto che il ritorno mediatico/pubblicitario è spaventosamente più grande. Poi sulle ‘fusioni’ ciclistiche che in questi anni diverse società stanno facendo per non crepare d’inedia si è già letto e scritto, e la situazione pare andrà avanti per alcuni anni ancora, sapendo che probabilmente non tornerà più ad essere come prima.