«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 17 agosto 2016

Tutto suo e di pochi altri

L’oro di Viviani ha un valore semplicemente gigantesco, se consideriamo in quale deserto tecnico e dirigenziale questo atleta ha ‘costruito’ il suo titolo.
Elia Viviani è un gigante. Perché questa medaglia sarà pure d’oro, ma il suo peso supera quello del piombo. La pista italiana ha versato per anni in uno stato semi-comatoso. Questo per puro merito di dirigenti e tecnici che la consideravano, e probabilmente continueranno a considerarla, un pianeta ciclistico di emeriti rompiballe. Per questo Viviani ha portato a casa un qualcosa di grande. Perché attorno a se aveva ben poche persone che in lui e nella specialità ci credevano davvero. Certo, adesso non mancheranno quelli che vorranno risplendere di luce riflessa. Dirigenti che dal silenzio salteranno fuori, tecnici che (a telecamere accese, sia chiaro) esalteranno la specialità dell’anello veloce. Ma tolti Villa o Salvoldi, quanti davvero hanno merito di poter salire sul carro dei vincitori? Il quartetto azzurro maschile ha corso una prova oltre le aspettative, e solo per una doppiaggio ad un quartetto, quello cinese, non poteva ritrovarsi a giocarsi la possibilità di una medaglia di bronzo. Le ragazze – ricordiamo la loro storica qualificazione per l’evento a cinque cerchi – hanno dato il meglio che attualmente possiamo dare in quel settore e anche loro rappresentano una robusta speranza. Ma le speranze finiranno ancora nello scarico, se questa Olimpiade verrà considerata un punto di arrivo, e i dirigenti lasceranno ancora soli Viviani, Villa, Salvoldi.

mercoledì 10 agosto 2016

Il piccolo Re Mida di casa nostra

Presa a calci televisivamente dalla nostra tivù durante il Giro-Donne, la bici rosa continua nel tenere in piedi la baracca dell’Ital-ciclo in nazionale.
Un’altra medaglia. L’ennesima. Continua ad allungarsi la lista infinita di risultati portati a casa dai gruppi di atlete che corrono sotto la regia del CT Salvoldi (foto; gazzetta.it). Quel ciclismo rosa che a luglio è stato trattato in malo modo dalla RAI, con sintesi delle frazioni ridotte ai minimi termini, assenza dai TG sportivi perché meglio parlare di Nibali che piglia 10 minuti che di Giorgia Bronzini che vince due frazioni, interviste alle atlete castrate di netto, e un fortissimo e ridondante sapore di “considerazione zero” visto che Olimpiadi e Mondiale a parte (e vorremmo ben vedere!) è ormai persa nella più polverosa memoria una frazione del Giro o una gara italiana trasmessa in diretta. Ci azzardiamo a buttare lì di un Giro-Donne targato 2007, con Lorenzo Roata al microfono. Elisa Longo Borghini è al momento la nostra atleta migliore, grazie a un bronzo iridato nel 2012 (Valkenburg), un Trofeo Binda l’anno dopo e il Fiandre nel 2015. Aiutata da una qualità media molto alta per quello che ha riguardato la squadra messa in strada da Salvoldi (Bronzini, Cecchini, Guderzo), siamo forse vicini alla conclusione di quel passaggio generazionale iniziato due stagioni addietro. Ragazza che parla quattro lingue straniere (pensiamo a Nibali che suda più a sbiascicare due parole e mezza in francese messe la in croce che a farsi il Mont Ventoux!), figlia d’arte con mamma Guidina Dal Sasso nel seguirla passo passo, Elisa Longo Borghini è ciclista da classiche visto che per lei il meglio è sempre arrivato dagli impegni di un solo giorno. Ma è sempre Salvoldi l’uomo su cui gira tutto, e da anni. Con mezzi economici imparagonabili – in senso negativo – con la nazionale uomini, con un bacino d’utenza molto ma molto più ristretto di quello da cui hanno potuto pescare da sempre i CT della squadra maschile, riesce a portare risultati a getto quasi continuo, in un mondo come quello del ciclismo rosa italiano dove da sempre si convive con situazioni economiche che fanno mollare molte ragazze. E quando capita bisogna ripartire da capo. Difatti tutte le nostre migliori atlete sono rappresentanti di squadre estere.

lunedì 1 agosto 2016

Agosto; l'editoriale

Tanta roba. Sia in ambito femminile che in quello maschile partiamo per Rio con un bel carico di ‘qualità ciclistica’. Niente alibi?
“Scelte semplici quelle dei due CT delle nazionali di ciclismo: Aru e Nibali capitani e riferimenti per la squadra maschile nel gruppo voluto da Davide Cassani. Bronzini, Guderzo, Longo Borghini, Cecchini nella squadra del CT ultra-medagliato Salvoldi, dove i ruoli sono meno dichiarati. Nella prima due fari: il miglior talento del nostro ciclismo, già vincente, per le salite ed i Gran Tour di oggi e domani, affiancato dal miglior ciclista italiano degli ultimi anni per totalità fra Gran Tour vinti, podi conquistati, due titoli nazionali e dopo un bel po’ di tempo un Giro di Lombardia vinto. Nella seconda la scelta si amplia: tre mondiali su strada suddivisi tra due ‘senatrici’, diverse medaglie tra mondiali e olimpiadi, la miglior campionessa italiana delle ultime stagioni, reduce da tre titoli consecutivi, un risultato che in passato era stato stabilito soltanto dalla leggendaria Maria Canins, e poi l’unica italiana che negli ultimi anni è riuscita a vincere Cittiglio e Fiandre, che nel calendario rosa rappresentano corse di altissimo valore. Riversiamo sulle Olimpiadi tanta qualità. Così tanta che facciamo fatica a trovare degli possibili alibi nel caso non fossimo protagonisti. Non diciamo vincenti – perché gli altri vanno comunque rispettati e in una Olimpiade ancor di più – ma protagonisti.”