«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 22 febbraio 2014

E via!, più veloci della luce!....

Autobus e treni fantasma, vagoni ferroviari ad aria condizionata forzata, notti quasi in bianco e passeggiate dal robusto chilometraggio. Su mia richiesta, l’amico Alessandro mi manda una bella listona di episodi dediti alle sue passate trasferte ciclistiche. Il testo ricalca abbastanza fedelmente le righe inviatemi.
Visto che la stagione ciclistica sta iniziando, per la serie “Il mio ciclismo” o ciclismo “pane e salame” propongo una lettura ciclistico/avventurosa giusto per iniziare l’annata agonistica anche dal punto di vista spirituale (!?). Partiamo dal Veneto, dove l’amico raggiunse una località molto nota per essere patria di un’eroina ciclistica di cui tradizionalmente non ricordo il nome, ma la cui leggenda sfiora l’apice assoluto dell’umana comprensione (e della pietà per chi scrive). Alessandro è diretto verso il vicentino, e per la precisione; “……un'altra trasferta a Nove (VI) nel 2009, ero partito il giorno prima (avevo preso il vizio, forse per staccare un pò da Milano) e a Vicenza non un alberghetto libero. Che faccio? Prima prendo il biglietto dell'autobus per Marostica, poi decido di andare a dormire in stazione su una panchina (!), ma vedo che è troppo scomodo, che non gliela fò e trovo un ostello... Un letto, un materasso, una coperta e un marcantonio di colore sopra di me (nel senso di letto a castello eh?) che russa talmente forte da fra quasi tremare i vetri, morale non ho riposato niente, era destino. La domenica mattina finalmente mi alzo, vado all'autostazione di Vicenza che sembro un ectoplasma e via verso Marostica e poi da lì a piedi fino a Nove (un paio di km, mica tanto) per un indigestione di ciclismo femminile: tre gare in un giorno con annesso passaggio in ammiraglia di papà Favaron-Bissoli per vedere il passaggio delle atlete sulla mitica salita della Rosina e poi giù di corsa per l'arrivo, le foto, i "ci vediamo alla prossima"... A parte la nottata in ostello è stata una trasferta tranquilla, solita scarpinata da Nove a Marostica per prendere il bus fino a Vicenza e da lì a casa senza problemi. Poi ci sarebbe da menzionare una gara a Schio che non si disputa più (ma va?): porto l'ombrello? Non lo porto? Non lo porto.
Finisce la gara sotto un diluvio universale ( e lì ho apprezzato in pieno la definizione di "temporali nel nord est") regina Schleicher viene chiamata sul palco (ehm... un camioncino scoperchiato a metà) delle premiazioni e io tiro giù la Santissima Trinità dei Monti per l'acqua e per quell'idiota che continuava a chiamarla per l'intervista (garantisco che veniva giù talmente forte che quasi non si vedeva niente) e decido di tornare a Schio a prendere il treno (altri 2 km a piedi abbondanti, ma sono abituato :-) ). Intirizzito da far schifo, arrivo a casa influenzato dopo un intero viaggio passato in treno al "posto finestrino" attaccato alle bocchette dell'aria condizionata (era prenotato...) e maledico la mia insana passione per le due ruote ma dura poco perchè penso che ancora una volta ne è valsa la pena. (…..) Ah mi viene in mente una gara (cancellata ovviamente) a Sala Baganza (PR) e i trasporti pubblici protagonisti: abitavo a Monza e bus per la stazione non ce n'erano e avevo il treno alle 5:55 del mattino per Parma. Perdermi d'animo ? Giammai :-). il sabato al lavoro faccio una tirata della miseria per non avere imprevisti, biglietto in stazione a Milano a via verso Monza, cena e a letto prestissimo, sveglia puntata alle 2:15 del mattino,alle 3 sono in cammino per fare i 12 km che mi separano da Milano. (…..) Solito ritardo nell'annunciare il binario dal quale partire (sempre quando viaggio io, mannaggia !!!) ma ce la faccio, il viaggio fino a Parma dura poco nulla, scendo colazione al bar, cambio treno e arrivo a Collecchio. Finita? Metto le tende e mangio un panino ? Macchè... Sono altri 4.8 km a piedi fino a Sala Baganza (di autobus nemmeno l'ombra), arrivo, ALTRA COLAZIONE e il barista mi chiede se voglio un bicchiere di rosso :-), si, sono più morto che vivo, ho nelle gambe già 16 km a piedi con lo zaino in spalla...
Scelgo un posto su un muretto 150 mt prima dell'arrivo in cima a una salitella, ottima posizione per fare le foto e credimi, ogni giro era una pennichella. Finisce la gara, vince Alison Wright con la Bronzini seconda se non sbaglio, foto del podio e alè, altri 4.8 km fino a Collecchio a piedi, treno, cambio a Fornovo (tanto per allungarla un pò, il diretto per Parma non c'è...) e arrivo a Milano che di pullman per Monza non ce ne sono più. Quindi?? ALTRI 12 km a piedi fino a casa, lascio immaginare come stavo messo il lunedi al lavoro. Poi... poi c'è quella volta a Castenaso gara di apertura del calendario ora cancellata, la Zilly vincitrice l'anno prima con un volatone incredibile tra le lacrime del sottoscritto, perchè HO PIANTO davanti a quel gesto tecnico... Arrivo in stazione che fa un freddo della malora, sul web danno neve dalle parti di Bologna e io penso "figurati... Avranno sbagliato", prendo lo stramaledetto interregionale per Bologna e scelgo l'unica carrozza dove il riscaldamento non funziona, ci sono dei finestrini abbassati e nè io, nè il senegalese seduto qualche fila più indietro (gli unici in quella carrozza !) ci alziamo a chiuderli (un vento...); la cosa comica è che nè io, nè il tizio ci alziamo (e dai...) per andare in un'altra carrozza: due ore e mezza al GELO. Arrivo a Bologna e nevica da far paura, mi risparmio l'ultima tratta fino a Castenaso e faccio bene, gara annullata, faccio colazione e torno a casa distrutto; giorni dopo vedo le foto sul web delle atlete tra la neve, sarebbe stata la loro ultima volta in quel paesello della provincia bolognese, gara cancellata.”

lunedì 10 febbraio 2014

Lasciarlo in pace? Figurarsi!.....

Com’era nelle previsioni, questa settimana sta iniziando la discesa verso valle della valanga di dichiarazioni di affetto misto a tristezza, nei confronti dello scomparso Pantani (foto:www.loccidentale.it). Frasi, pensieri e messaggi di amicizia che piovono da ogni dove, in particolare da molte persone che nei momenti in cui Marco se la passava male, ne avevano preso silenziosamente le distanze. Giornalisti, commentatori, dirigenti, ciclisti attivi ed ex, o persone che nemmeno ne seguivano le corse, ma che per necessità di apparire nel gruppo dei suoi ‘tifosi’ rispolverano la mezza tonnellata di ovvietà, costruite su discorsi che sarebbero serviti veramente una dozzina di anni addietro, e che oggi sono prodotti molto efficaci e sbiancanti per ripulire vetri, piastrelle, inox, tutte le superfici lavabili e le coscienze, senza necessità di risciacquo. Agitare con cura prima di vaporizzare, tenere lontano dalla portata dei bambini. Insomma, facciamo di tutto, ma lasciarlo in pace non se ne parla. Questa litania del “nostro caro Marco”, tirata avanti da gente a cui forse lo stesso scomparso tirerebbe calci nel didietro fino a sfasciarsi le scarpe, si rinforzerà durante il Giro, dove ci possiamo aspettare la fila di leccapiedi che per ben figurare davanti al mondo degli appassionati, si spremeranno le meningi per fare a gara nel ricordarlo con le migliori parole possibili. È quasi certo che durante il Giro, lungo le strade, ci sarà una miriade di messaggi di amicizia verso lo scalatore romagnolo da parte della gente. Facilmente saranno bei pensieri, brevi, concreti, semplici e per questo meno falsi e di (molto) conveniente circostanza che arriveranno di getto da quelli che; “…io Marco lo conoscevo, gli volevo bene e mi sento di dire a nome di tutti che….”. Ecco, bravi, mentre parlate a nome di tutti, ricordate anche gli anni in cui quest’uomo è stato fatto andare come una moto per strizzarlo fino al midollo e fargli tenere in piedi la baracca miliardaria a cui tanti si sono attaccati e si sono fatti trainare nel nome del “nostro caro Marco”.

domenica 9 febbraio 2014

Quando a provarci sono le ragazze....

Una storia vecchia che ha sempre lasciato il niente, nel senso che riemerge ogni tanto e veloce come uno sprint riaffonda senza colpo ferire. Almeno in Italia.
Una volta esisteva il Tour de France rosa. Gara che poi assunse diversa nomea e che lentamente perse in fascino e attenzione. Tanto che l’Italia ne trasse vantaggio con un lento impreziosirsi del suo Giro, fino a fare della corsa nostrana l’appuntamento più importante della stagione a livello internazionale. Ma siccome sto andando un po’ fuori dai binari, prima di deragliare vediamo di risistemarci. Centra la Francia, non troppo il Tour femminile (almeno per ora…), per niente il Giro. È capitato che alcune rappresentanti dell’LTE (Le Tour Entier Group) sono andate a suonare il campanello dell’UCI (o meglio dell’ASO) dopo aver messo in piedi una petizione per creare una gara femminile che anticiperà l’arrivo a Parigi del Tour de France 2014. L’LTE è stato fondato dalla pluricampionessa mondiale di triathlon Chrissie Wellington, dalla pluricampionessa mondiale in tutte le discipline, ed oro olimpionico, Marianne Vos - fresca del settimo titolo iridato nel ciclocross - da Emma Pooley e Kathryn Bertine. Il Presidente UCI Cookson – che non ha mai nascosto della poca visibilità patita dalle donne sul sellino – è rimasto molto contento dell’iniziativa, forse anche perché i costi supplementari saranno poca roba, vista la concomitanza con il gigantesco carrozzone transalpino. Sarà il seme per un nuovo Tour femminile? Gli entusiasmi, sempre facili, portano a questa idea, ma solamente nel periodo estivo ci saranno eventuali certezze in negativo o in positivo.
Intanto però oltr’Alpe è riemersa quest’idea che ogni tanto saltava fuori anche nei discorsi che riguardavano le corse rosa in territorio italiano. Quello degli eventi contemporanei non è una novità. Alcune cicliste ogni tanto rimettevano questa ipotesi sul piatto delle proposte. Sui perché della ritrosia non si sono mai sentite motivazioni ‘ufficiali’. Paura che l’evento femminile possa venire soffocato da quello maschile? Timori da parte dei padroni del vapore del movimento rosa che la loro parola possa perdere di prestigio e potere, rispetto ai ‘colleghi’ sponsor e dirigenti delle gare maschili? Meglio fare il reietto in serie “B” che galleggiare come uno dei tanti in seria “A”? Mah! Alle corse che sono saltate in questi anni l’ardua sentenza. All’estero si corrono da tanti anni le Classiche del Nord femminili, sui percorsi e nei fine settimana dei colleghi dal nastro azzurro, anche se la TV governata dall’UCI ha sempre trattato a pesci in faccia le gare femminili che per essere viste si devono cercare nel web. La precedente gestione UCI trattava (abbastanza) bene le donne solamente in occasione dei Mondiali, ma per il resto maschilismo imperante, cancro di cui il ciclismo è ancora ricoperto a tonnellate. La vecchia ‘palpatina’ di Peter Sagan è niente rispetto alla mentalità imbecille che vive ben robusta fino ad arrivare a molti stessi appassionati, per cui la fatica è solo quella maschile ed il resto sono solamente culi da guardare. Comunque in Francia hanno tentato di combinare qualcosa. Alle nostre ragazze rappresentanti ACCPI: allora girls, che si fa?

sabato 1 febbraio 2014

Febbraio; l'editoriale

MA ESISTE VERAMENTE LA VOGLIA DI RIPULIRE IL GRUPPO CICLISTICO DELLA DOMENICA? SI, MA NON TROPPO MI RACCOMANDO….
“L’idea era ottima, anche se ancora troppo bonaria: vietare le gare amatoriali – impedendo la possibilità di tesseramento ad una società – ad atleti dopati che avevano subìto una squalifica superiore a sei mesi. Una norma che stava facendo preoccupare tanti ciclisti e cicliste ladri, che hanno rubato nelle corse della domenica truffando e prendendo il giro gli altri ciclisti, e che chiaramente vorrebbero poter continuare nella loro opera. Ma forse, per questi, un barlume di speranza potrebbe farsi largo. Le reazioni infatti non sono mancate, soprattutto da parte di Società Ciclistiche che potendo allestire formazioni molto competitive hanno alzato la voce. Ma per capire in maniera più semplice il discorso prendiamo due esempi: una gara iridata che si è corsa a Pontedera (fonte: Sportpro.it): dieci atleti controllati, cinque ‘caricati’ a roba robusta. Dov’è la notizia? Che non è più chissà che notizia. Ormai è cosa nota che il ciclismo dei ladri della domenica sta surclassando generosamente quello professionistico, e che l’ultimo ventennio professionistico ha fatto scuola per quello amatoriale. Secondo esempio, una dichiarazione (sempre da Sportpro.it) di: “ Antonino Viti, presidente dell`Acsi, l`ente che viene ad assorbire i tesserati dell`Udace (a sua volta organizzazione non riconosciuta dal Coni), si esprime così sul problema degli `ex dopati`: `Anche l`Acsi ha firmato un protocollo che, certamente, non rinneghiamo. Ma ricordo a tutti che la nostra mission è l`accoglienza, l`aggregazione e l`inclusione sociale. Ghettizzare chi, dopo l`errore, ha scontato una pena mi pare un accanimento immotivato che si allinea a fatica con i nostri valori fondanti. Come presidente dell`Acsi ribadisco la piena volontà dell`ente a combattere, con tutti i mezzi possibili, il cancro del doping. Ma non vorrei che una battaglia legittima e sacrosanta si trasformasse, nei metodi, in una discriminazione irragionevole e populista`.“ Se negli anni passati si erano create delle norme che per ‘tot’ anni vietavano la partecipazione di atleti ex-pro a determinate classifiche – atleti ciclisticamente falliti che già dall’inizio del decennio scorso avevano velocizzato l’arrivo del doping nelle GF a causa delle conoscenze che si portavano appresso – così difficile che gli stessi maggiori organizzatori usassero quel tempo per dire invece ai vari (e non pochi) Enti amatoriali italiani: “Basta ciclisti ex-dopati nelle nostre griglie!” Qual è il timore? Che debbano rinunciare a troppi concorrenti perché tali vecchie glorie (glorie?) sono molto amici di sponsor tecnici e con la crisi economica di adesso meglio andargli incontro col fare del vecchio amico? Ci sono concorrenti che hanno rubato dopandosi e che non sono più accettati in alcune GF. Perché questo non diviene una norma, un’obbligo? Comunque le GF stanno ancora andando bene. Non mancano ogni fine settimana piccoli oceani di ciclisti a questa o quella corsa. Si vede che a tutti va bene così. E poi quando si fa tutto questo per; ‘missione, accoglienza e inclusione sociale’ cosa scriverne a fare di gente che – sana – si ficca medicine in corpo? Perdoniamo gente. Perdoniamo…”