«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 20 ottobre 2012

QUANDO LA FUGA NON E' IL SALE DEL CICLISMO.

Fiorenzo Magni fu l’uomo che rivoluzionò l’immagine ciclistica degli atleti, introducendo lo sponsor come oggi siamo abituati a vederlo. Per quel tempo, era il primo dopoguerra, fu una rivoluzione. Chissà cosa direbbe oggi Magni vedendo proprio fior di sponsor che battono in ritirata, stufi marci delle magagne riguardanti doping e dintorni. Di un mondo ciclistico che – nonostante gli sforzi degli addetti ai lavori, ex ciclisti, commentatori, giornalisti e quel che vi pare fate pure voi – a parole continua a dirsi migliore di un tempo (perché, quando vi correvano com’era? Giusto per curiosità, vi pare?), mentre squalifiche, indagini, indagati, sospensioni e inchieste continuano a proliferare tanto come 10 anni addietro. Quando investi tot milioni di euro ogni anno e vedi che il nome della tua fabbrica finisce dentro il fascicolo di un processo, hai voglia che prima o poi tu ti rompa le scatole e inizino a girarti non solo le ruote. Intanto adesso iniziano a vedersi i primi effetti del “passaporto biologico”, quell’idea abbastanza criticata fino a due anni addietro, e che invece ora inizia a far saltar fuori tutte le magagne che sembrava non avrebbe mai aiutato a scoprire. Poi atleti – mica solo ciclisti – che negli anni hanno fatto di tutto per andare in cerca di guai, rivolgendosi all’esimio dottor Ferrari sapendo che incrociavano il medico sportivo più ricercato nell’ultimo decennio. Nel suo piccolo, perché non di campione di tratta, contribuisce l’ex Bertagnolli che finisce sulla Gazzetta con un’intervista ben dettagliata (dosi, tipo di sostanza, modalità di conservazione, prezzi, ecc…) e quando il CONI lo convoca, ed è sacrosanto per saperne di più, l’ex ciclista si avvale della facoltà di non rispondere, rifiutando di presentarsi. Pane e omertà allo stato puro. Proprio il CONI poi non manca di metterci del suo, visto che nei confronti di Ferrari non è stata richiesta, ad oggi, la radiazione. Perché? Scheletri nell’armadio? Intanto però, guardando agli atleti, bisogna essere deficienti per gironzolare attorno a quel medico, specie se sei uno sportivo di alto livello, visto che anche il più semplice appassionato sa che Ferrari puzza di magistratura e intercettazioni lontano un chilometro. Tutte martellate sui c******i. Gia il ciclismo sta andando a pezzi nelle categorie giovanili, con società che stanno valutando l’ipotesi di una qualche “fusione” con altre, per via dei costi ormai quasi impossibili. In più l’aiuto che anche gli atleti ci mettono….

sabato 13 ottobre 2012

ALTRO CHE AMARO SFOGO!....

“Non sono l’unico a dirlo e i ciclisti che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano”. Ettore Torri (Gazzetta dello Sport – mercoledì 6 ottobre 2010, pagina 25).
Due anni fa, quasi esatti, Ettore Torri fece tremare il ciclismo di casa nostra con le parole sopra riportate. Venne additato come un’irresponsabile perché aveva spiegato quello che era emerso dai colloqui fatti con atleti indagati per doping ciclistico. Sembrava fosse solo lo sfogo dettato dall’incapacità di venirne a capo, da parte di un vecchio rimbambito che non si rendeva conto di quel che diceva. Tanto che si lesse poi che non poteva essere lui ad indagare ancora su questioni di doping ciclistico, perché con quelle dichiarazioni non poteva più essere imparziale nel fare il suo lavoro. In questi giorni ecco arrivare le dettagliate, chiare, anche coraggiose dichiarazioni di Leonardo Bertagnolli (che conobbi con un amico sul Pordoi proprio nel 2010), riguardo ai “trattamenti” che per anni il ciclista usò, trattamenti preparati, consigliati, calibrati dall’ormai famoso dottor Ferrari. Bertagnolli ha fatto nomi di colleghi, di località, a spiegato i trattamenti consigliati per conservare il sangue per le sue emo-trasfusioni, i vari costi delle “prestazioni d’opera” fornitegli dall’esimio dottore. È andato avanti diversi anni Leonardo. Cita Vinokurov, Gasparotto, Bertolini, e altri ciclisti non meno noti. Poi, non potendone più, ha ceduto. Prima ritirandosi, poi spiegando tutto a chi di dovere. Coraggioso. Patetico invece Cassani che continua la litania di un ciclismo che oggi è più pulito di un tempo (ma ci spiegasse cosa intende per “un tempo”? Perché è dai tempi di Ullrich e Basso al Tour che la menano con questo “un tempo”!) come se bastasse questo a non farci sentire presi per il culo, da molti protagonisti. Da tutti non credo nemmeno io, ma certamente le favole del ciclismo ripulito è meglio tenerle per carnevale. Come ho scritto non tanto tempo addietro, quella che si va chiudendo non è l’EPOca Armstrong e basta. Non si usi il texano come il Bettino Craxi della situazione (i più giovani forse non sanno molto di chi parlo), o il Luciano Moggi del ciclismo. Entrambi sembravano i soli demoni nei giardini dell’Eden, per poi venire a capo di due fogne (tangentopoli la prima e calciopoli la seconda) che coinvolgevano una lista bella lunga di gente. Cosa centrano con Lance i vari Basso, Sella, Riccò, Piepoli, Scarponi, Di Luca, (toh!, ce n’erano di italiani!) Vedremo adesso cosa si inventeranno tutti gli “ex” che hanno un microfono in mano in veste di esperti – che vengono proprio da quel periodo ciclistico – per cercare di aggirare l’argomento, o tentare di rivoltarselo a modo loro.

lunedì 8 ottobre 2012

EPPUR STIAM DIVENTANDO COSI'.

Mi spacco il sedere su di un sellino dalla seconda metà degli anni ’80. Per questo motivo voglio tirar fuori una manciata di arroganza e dire che ho visto il ciclismo della domenica in quasi tutte le sue sfumature. Il “quasi” lo ficco dentro proprio per non fare la figura del Padreterno. In generale, cioè facendo una considerazione comprendente 25 anni di boracce svuotate in Valbelluna, i ciclisti oggi corrono di più e sono diventati più tristi. Senza distinzione di sesso e di età, il morbo del “Musonis lungo ciclisticus” dopo essersi evoluto e aver proliferato in massa soprattutto nel trevigiano, oggi è sconfinato ed è diventato ormai sempre più presente anche in Vallata. Facilmente figlio di una mentalità egoistica che dalla vita di tutti i giorni – usiamo questo modo di inquadrare la questione – non viene lasciata a casa quando le persone salgono in bicicletta. Quando iniziai a lavorar di gambe, il ciclista della domenica era per lo più un “atleta” che partiva dai 40, anche 45 anni in su. Un ciclista di 30 anni era roba rara. Ce n’erano di quell’età, ma era gente che faceva corse. A me, i ciclisti invece dai capelli (quasi tutti) bianchi, chiedevano perché alla mia età di allora non me ne stavo a correre dietro a un pallone su di un prato. Con il passare degli anni le strade della mattina di festa si sono riempite non poco e la particolarità, fino alla metà del decennio scorso, era che quando “sconfinavamo” fuori dalle nostre strade notavamo un aumento di “Musonis lungo ciclisticus”. Oggi non serve andare fino a chissà dove. Purtroppo anche dalle nostre parti questo esemplare si è moltiplicato. L’età si è abbassata – e qui vive la spiegazione probabilmente più semplice dell’aumento della velocità media – ma le facce sono diventate serie, con un velo di incazzatura verso il mondo che sempre più spesso accompagna questi o queste esemplari di “Musonis”. Un giorno di luglio mi fermo perché vedo un ciclista che ha forato. Era da venti minuti che aspettava/sperava che qualche altro ciclista si fermasse (era senza pompa; sbaglio grave) ma se non mi fermavo io, adesso mi sa che sarebbe ancora lì (vicino a Sospirolo, per la precisione). Pochi giorni dopo a Fianema di Cesiomaggiore noto un ciclista fermo sotto un’albero a telefonare, a una decina di metri dalla strada. Torno indietro e chiedo se è fermo pe problemi. Dice di no, ringrazia, ci salutiamo, e me ne torno agli affari miei. Non troppo tempo dopo buco una ruota. Mentre la sistemo passano 5 o 6 ciclisti. Non in gruppo, sparsi per i fatti loro. Io non avrei avuto necessità, ma uno di loro (una era una donna) mi avesse almeno chiesto; “Oh Manuel, sei proprio tu, nostro Campione dei Campioni. Posso umilmente esserti utile?” Col ca**o! Tutti a tirar dritti e farsi gli affari propri. Ciclisti, ma che ci succede? La bicicletta non era sport di aggregazione, divertimento, condivisione? Tutte cazzate? Beh, almeno abbiate il coraggio di dirlo, invece di regalarci a vicenda falsi sorrisi di circostanza che durano 4 secondi netti, prima di tornare a quel volto triste che sempre più portiamo in giro.

lunedì 1 ottobre 2012

OTTOBRE; L'EDITORIALE.

“Alla Gazzetta gongolano. “Dalla porta di casa tutti gli italiani vedono passare la storia” esclama Pietro Scott Jovane, il quarantenne neo-amministratore delegato di RCS Mediagroup. Intanto la storia del Giro, l’avvenimento che racconta la nostra storia più di qualunque altra disciplina sportiva, è a disposizione del mondo tramite il web, mentre gli appassionati italiani Over 60 – solitamente lontani dalla tecnologia del web – se la prendono ciclisticamente nel sedere. Con questi, anche quelli che non vivono fino a rincoglionirsi davanti al PC. Si signori, consideriamoci morti viventi, prossimamente cadenti, tivù dipendenti e quindi, della presentazione, non vedenti. È bello sapere che Contador e soci si sono presentati in veste di cuochi davanti a tanta gente. Una cosa che con il ciclismo non c’entra un’accidente e per questo ce l’hanno messo. Perché i ciclisti non possono essere presentati come ciclisti, tant’è che per il prossimo anno si pensa a presentarli come imbianchini con tanti di cappello in testa fatto con il foglio di giornale. Che le presentazioni degli ultimi anni fossero sempre più noiose e piatte non è un mistero. Casualmente, da quando Bulbarelli Auro a lasciato corda – e microfono – a Suor Alessandra, che ha così potuto dare il meglio di sé, facendo sempre le stesse domande e sempre alle stesse persone. La RAI non ha trasmesso la presentazione, facilmente per questioni di puro marketing deciso da Michele Acquarone, il nuovo boss RSC del Giro, che ha sempre lavorato (con grossi risultati, gli va dato atto) con il fatturato come prima regola non solo da rispettare, ma da incrementare. Il Giro ha deciso di votarsi alla tecnologia, mandando in pensione l’ormai obsoleto pubblico televisivo, che deve adeguarsi. La Storia avanza con le moderne tecnologie, il Giro si adegua. Però che tristezza. Già fare la presentazione alla fine di settembre – era così bello, fino ad alcuni anni fa, respirare due ore di primavera in un tardo pomeriggio nell’ultima decade di novembre – è solo per questioni d’immagine legata al puro marketing. E poi questa decisione di togliere dalla tivù un’appuntamento che – faceva schifo alla RAI? – il suo milione e mezzo di audience se lo portava casa. Ma ormai siamo alla fine della nostra epoca. Il Giro rappresenta l’appuntamento di sport più vicino alla gente, ma nonostante questo si è scelto di limitarne la visione anche a quest’ultima. Legittimo, ma il dispiacere è stato forte. A proposito, la Gazzetta ha dedicato quattro mezze colonne alle dichiarazioni dei protagonisti presenti. Continuiamo così. Prossimamente un pezzo dedicato al percorso. Se non ci diranno tra qualche giorno, tramite il web ovviamente, che è stato tutto virtuale.”