«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 30 ottobre 2012

CHE ITALIA IN FRANCIA?

L’edizione numero 100 del Giro di Francia rappresenterà, per il 2013, l’evento sportivo dell’anno. Un po’ come fu nel 2009 per il Giro d’Italia del Centenario. Infatti il prossimo anno non ci saranno concomitante sportive particolarmente sentite, a livello mondiale, quanto la corsa a tappe francese. Gli organizzatori lavoravano a questa edizione già dallo scorso anno, e certamente hanno stabilito un piccolo record; riuscire a far stare 3 giorni di Tour in Corsica tenendo conto che la celebre isola è circa metà Sardegna. Va detto che in Italia, almeno fino a quando si correva cioè l’anno scorso, il Giro di Sardegna riusciva a manifestarsi in diversi giorni di gara, anche se in quel caso gli incroci tra le località spesso non si contavano. Comunque, il gigante ha riaperto gli occhi. Inutile dire che la maestosità dell’evento transalpino sarà di enorme livello. L’arrivo serale a Parigi darà un’alone di eleganza unico. Le considerazioni legate al percorso scelto parlano di un’edizione che sorride agli scalatori, o quantomeno non sarà molto amica degli atleti forti a cronometro. Anche per questo, dopo la presentazione del gigantesco evento francese, il britannico Wiggins sembra più indirizzato verso Napoli che non verso la Corsica. E la rispettosa rivalità con il gregario di lusso Froome dovrebbe essere una motivazione importante per seguire questo indirizzo. Lo stesso Wiggins sembrerebbe intenzionato a fare poi da gregario di lusso proprio al Tour per il sudafricano. Lo spagnolo Alberto Contador dovrebbe prepararsi al Tour, con un paziente avvicinamento alla gara francese che potrebbe iniziare in Italia con la Tirreno-Adriatico. Corsa che voleva correre l’anno scorso, ma che per la squalifica pigliata non ha potuto disputare. In seno al suo GS non dovrebbe cambiare niente. Lui è la stella della squadra e non ci sono discussioni al riguardo. Sull’australiano Cadel Evans aleggia la possibilità del Giro visti i bei 55 chilometri a cronometro alla fine della prima settimana, ma lo sponsor miliardario BMC non può andare al Tour senza un uomo di primo piano per la classifica. Il lussemburghese Andy Schleck del Giro non sa cosa farsene. Inutile girarci intorno. E poi scrivevano di Ullrich o Armstrong. Anche se fu proprio il Giro a lanciarlo tra i nomi importanti nell’edizione del 2007. Arriva da una stagione da buttare nell’immondizia e sinceramente fossimo il suo sponsor gli diremmo di non fare troppo il difficile perché non ne ha licenza. Ficcando il naso in casa nostra, abbiamo poca roba da mettere nel piatto. Il varesino Ivan Basso sembra guardare a Napoli, anche se il suo pallino resta il Tour. Come Evans si porta appresso 35 candeline e, senza dar loro dei vecchi, nel ciclismo iniziano a esser pesanti. Nibali guarda alla maglia rosa, anche se l’Astana è squadra che per l’immagine (e i soldi che ci ficca dentro) non può non provare ad essere protagonista in Francia. A meno di sorprese di mercato, Nibali dovrebbe ritrovare Kreuziger (sarà mica lui l’uomo per la Francia?), e riformare in questo modo la “vecchia” coppia di giovani talenti che la Liquigas fece crescere. Guardando al percorso francese rispetto a quello italiano, verrebbe voglia di mandare Michele Scarponi in Francia. Ma la tensione nervosa e agonistica che si vive dentro un’evento così potente come il Tour, non è cosa che si può affrontare con leggerezza. Anche il Gilberto Simoni degli anni migliori ne uscì a pezzi. Per assurdo, ora come ora, potremmo ritrovarci con una pattuglia italiana ben poco rappresentata in terra transalpina. A meno che, sia Nibali e sia Basso non provino a farsi l’una e l’altra grande corsa a tappe. Ma con che gambe?

mercoledì 24 ottobre 2012

DOPING; NOI APPASSIONATI ABBIAMO DELLE COLPE?

VEDIAMO SE NE ESCE QUALCOSA. VOLETE SCRIVERE LA VOSTRA?

martedì 23 ottobre 2012

BATTER GIU' FORTE, SENZA PAURA..

Mentre giornali, televisioni e giornalisti appresso scaricheranno i loro; “…si sapeva…”, oppure un più ricercato “si poteva immaginare…” e qualche altra decina di frasi di questo tipo verso Amstrong e compagnia barante, ci sarà qualcuno che dirà o scriverà senza troppi “forse” che il ciclismo degli ultimi 15 anni, almeno, è stato una bidonata? Difficile, perché vorrebbe dire, in maniera sottintesa, che nel calderone ci finirebbero i vari campioni che hanno infiammato le platee ciclistiche. Se il Giro d’Italia è una corsa più “pulita” – e mettiamoci le virgolette ch’è meglio – guardando il suo palmares dagli anni ’90 ad oggi, facilmente lo si deve alla fortuna di non godere di un fascino sportivo così potente come il Tour. Tenendo conto che quasi tutti i ciclisti finiti sul podio parigino negli ultimi 15 anni hanno avuto rogne con il doping, pensate che bello se oggi ci ritrovassimo con diverse caselle bianche anche nella nostra corsa. Eppure è così. È andata anche bene. Molti ciclisti ci sono finiti dentro in pieno; certamente Armstong, Zabel, Rumsas, Riis, Basso, Landis, Vinokurov, Heras, Beloki, Riccò, Scarponi, Contador, Sella, Rebellin, Di Luca, Valverde, Mancebo, Hullrich, Piepoli, Millar, Simeoni…e n’è ancora di gente. Altri se la sono cavata con “soltanto” indagini; Gotti, Pantani, Virenque che ancora vai a sapere come abbia potuto tornare in sella, Zulle (lo stesso di Virenque), già dimenticate le rogne di Garzelli, Simoni, Chiappucci,…. Tutti nomi che mettiamo lì a memoria. Pensate se andassimo a prendere un qualche annuario del ciclismo a lo rileggessimo. Tenendo conto che per almeno il 50% di questi atleti il Giro avrebbe fatto salti mortali per averceli quasi ad ogni edizione, pensate al colpo di fortuna che, in mezzo a tutta questa tristezza, il Giro ha trovato. Ma il discorso è anche un altro. Se l’efficacia dei controlli anti-doping e della qualità del lavoro investigativo fossero stati di questo tipo già negli anni ’90, oggi avremmo una lista di nomi devastata e devastante. Anche se si parla di Usada – l’agenzia statunitense per l’anti-doping – c’è tanta roba nostra. L’Italia è stata probabilmente determinante, partendo dal dottor Ferrari, nel mettere insieme i mattoni mancanti che costruivano il muro d’imbroglio ed omertà costruiti negli anni. Speranza è che adesso, come per Amstrong, si rincorra tutta quella gente che è rimasta zitta per non avere guai. Il doping non è solamente figlio della costrizione. Cresce anche nella scelta. “Sto zitto e m’ingrasso anch’io.” Non è uno sbaglio e basta, come blaterano i giornalisti e commentatori di tivù e giornali, perché ex ciclisti o persone che ci mangiano. “Ha sbagliato, ha pagato, adesso lo devono lasciare in pace”. Uno sbaglio è ingranare la 4^ marcia invece della 3^ quando guidi la macchina, uno sbaglio è piantare un chiodo 2 centimetri più in là di quanto si doveva. Quello è uno sbaglio. Se poi si crede che Armstrong rappresenti il segnale che il ciclismo sia più credibile, siamo una massa d’imbecilli. Nessuno sportivo è stato perseguito con la stessa potenza investigativa come l’americano. Mai prima. Se solo la metà dei soldi spesi per “rincorrerlo” si fosse spesa per altri sport ed altri atleti, saremmo a livelli di pura depressione sportiva e passionale. Lo si ritenga pure, Lance, anche la simbolica punta dell’iceberg. Ma è adesso che si deve battere giù duro. I disonesti non aspettano altro, che si abbassi la guardia un momento. Se il doping è arrivano da tanti anni anche tra i ciclisti della domenica, la carità cristiana buttiamola nel cesso. Per salvare la salute ad un ragazzino che fino a oggi li credeva degli idoli, val bene anche farsi odiare per essere troppo cattivi. Una scelta. Anche questa. Come quella che hanno fatto quasti atleti un giorno.

sabato 20 ottobre 2012

QUANDO LA FUGA NON E' IL SALE DEL CICLISMO.

Fiorenzo Magni fu l’uomo che rivoluzionò l’immagine ciclistica degli atleti, introducendo lo sponsor come oggi siamo abituati a vederlo. Per quel tempo, era il primo dopoguerra, fu una rivoluzione. Chissà cosa direbbe oggi Magni vedendo proprio fior di sponsor che battono in ritirata, stufi marci delle magagne riguardanti doping e dintorni. Di un mondo ciclistico che – nonostante gli sforzi degli addetti ai lavori, ex ciclisti, commentatori, giornalisti e quel che vi pare fate pure voi – a parole continua a dirsi migliore di un tempo (perché, quando vi correvano com’era? Giusto per curiosità, vi pare?), mentre squalifiche, indagini, indagati, sospensioni e inchieste continuano a proliferare tanto come 10 anni addietro. Quando investi tot milioni di euro ogni anno e vedi che il nome della tua fabbrica finisce dentro il fascicolo di un processo, hai voglia che prima o poi tu ti rompa le scatole e inizino a girarti non solo le ruote. Intanto adesso iniziano a vedersi i primi effetti del “passaporto biologico”, quell’idea abbastanza criticata fino a due anni addietro, e che invece ora inizia a far saltar fuori tutte le magagne che sembrava non avrebbe mai aiutato a scoprire. Poi atleti – mica solo ciclisti – che negli anni hanno fatto di tutto per andare in cerca di guai, rivolgendosi all’esimio dottor Ferrari sapendo che incrociavano il medico sportivo più ricercato nell’ultimo decennio. Nel suo piccolo, perché non di campione di tratta, contribuisce l’ex Bertagnolli che finisce sulla Gazzetta con un’intervista ben dettagliata (dosi, tipo di sostanza, modalità di conservazione, prezzi, ecc…) e quando il CONI lo convoca, ed è sacrosanto per saperne di più, l’ex ciclista si avvale della facoltà di non rispondere, rifiutando di presentarsi. Pane e omertà allo stato puro. Proprio il CONI poi non manca di metterci del suo, visto che nei confronti di Ferrari non è stata richiesta, ad oggi, la radiazione. Perché? Scheletri nell’armadio? Intanto però, guardando agli atleti, bisogna essere deficienti per gironzolare attorno a quel medico, specie se sei uno sportivo di alto livello, visto che anche il più semplice appassionato sa che Ferrari puzza di magistratura e intercettazioni lontano un chilometro. Tutte martellate sui c******i. Gia il ciclismo sta andando a pezzi nelle categorie giovanili, con società che stanno valutando l’ipotesi di una qualche “fusione” con altre, per via dei costi ormai quasi impossibili. In più l’aiuto che anche gli atleti ci mettono….

sabato 13 ottobre 2012

ALTRO CHE AMARO SFOGO!....

“Non sono l’unico a dirlo e i ciclisti che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano”. Ettore Torri (Gazzetta dello Sport – mercoledì 6 ottobre 2010, pagina 25).
Due anni fa, quasi esatti, Ettore Torri fece tremare il ciclismo di casa nostra con le parole sopra riportate. Venne additato come un’irresponsabile perché aveva spiegato quello che era emerso dai colloqui fatti con atleti indagati per doping ciclistico. Sembrava fosse solo lo sfogo dettato dall’incapacità di venirne a capo, da parte di un vecchio rimbambito che non si rendeva conto di quel che diceva. Tanto che si lesse poi che non poteva essere lui ad indagare ancora su questioni di doping ciclistico, perché con quelle dichiarazioni non poteva più essere imparziale nel fare il suo lavoro. In questi giorni ecco arrivare le dettagliate, chiare, anche coraggiose dichiarazioni di Leonardo Bertagnolli (che conobbi con un amico sul Pordoi proprio nel 2010), riguardo ai “trattamenti” che per anni il ciclista usò, trattamenti preparati, consigliati, calibrati dall’ormai famoso dottor Ferrari. Bertagnolli ha fatto nomi di colleghi, di località, a spiegato i trattamenti consigliati per conservare il sangue per le sue emo-trasfusioni, i vari costi delle “prestazioni d’opera” fornitegli dall’esimio dottore. È andato avanti diversi anni Leonardo. Cita Vinokurov, Gasparotto, Bertolini, e altri ciclisti non meno noti. Poi, non potendone più, ha ceduto. Prima ritirandosi, poi spiegando tutto a chi di dovere. Coraggioso. Patetico invece Cassani che continua la litania di un ciclismo che oggi è più pulito di un tempo (ma ci spiegasse cosa intende per “un tempo”? Perché è dai tempi di Ullrich e Basso al Tour che la menano con questo “un tempo”!) come se bastasse questo a non farci sentire presi per il culo, da molti protagonisti. Da tutti non credo nemmeno io, ma certamente le favole del ciclismo ripulito è meglio tenerle per carnevale. Come ho scritto non tanto tempo addietro, quella che si va chiudendo non è l’EPOca Armstrong e basta. Non si usi il texano come il Bettino Craxi della situazione (i più giovani forse non sanno molto di chi parlo), o il Luciano Moggi del ciclismo. Entrambi sembravano i soli demoni nei giardini dell’Eden, per poi venire a capo di due fogne (tangentopoli la prima e calciopoli la seconda) che coinvolgevano una lista bella lunga di gente. Cosa centrano con Lance i vari Basso, Sella, Riccò, Piepoli, Scarponi, Di Luca, (toh!, ce n’erano di italiani!) Vedremo adesso cosa si inventeranno tutti gli “ex” che hanno un microfono in mano in veste di esperti – che vengono proprio da quel periodo ciclistico – per cercare di aggirare l’argomento, o tentare di rivoltarselo a modo loro.

lunedì 8 ottobre 2012

EPPUR STIAM DIVENTANDO COSI'.

Mi spacco il sedere su di un sellino dalla seconda metà degli anni ’80. Per questo motivo voglio tirar fuori una manciata di arroganza e dire che ho visto il ciclismo della domenica in quasi tutte le sue sfumature. Il “quasi” lo ficco dentro proprio per non fare la figura del Padreterno. In generale, cioè facendo una considerazione comprendente 25 anni di boracce svuotate in Valbelluna, i ciclisti oggi corrono di più e sono diventati più tristi. Senza distinzione di sesso e di età, il morbo del “Musonis lungo ciclisticus” dopo essersi evoluto e aver proliferato in massa soprattutto nel trevigiano, oggi è sconfinato ed è diventato ormai sempre più presente anche in Vallata. Facilmente figlio di una mentalità egoistica che dalla vita di tutti i giorni – usiamo questo modo di inquadrare la questione – non viene lasciata a casa quando le persone salgono in bicicletta. Quando iniziai a lavorar di gambe, il ciclista della domenica era per lo più un “atleta” che partiva dai 40, anche 45 anni in su. Un ciclista di 30 anni era roba rara. Ce n’erano di quell’età, ma era gente che faceva corse. A me, i ciclisti invece dai capelli (quasi tutti) bianchi, chiedevano perché alla mia età di allora non me ne stavo a correre dietro a un pallone su di un prato. Con il passare degli anni le strade della mattina di festa si sono riempite non poco e la particolarità, fino alla metà del decennio scorso, era che quando “sconfinavamo” fuori dalle nostre strade notavamo un aumento di “Musonis lungo ciclisticus”. Oggi non serve andare fino a chissà dove. Purtroppo anche dalle nostre parti questo esemplare si è moltiplicato. L’età si è abbassata – e qui vive la spiegazione probabilmente più semplice dell’aumento della velocità media – ma le facce sono diventate serie, con un velo di incazzatura verso il mondo che sempre più spesso accompagna questi o queste esemplari di “Musonis”. Un giorno di luglio mi fermo perché vedo un ciclista che ha forato. Era da venti minuti che aspettava/sperava che qualche altro ciclista si fermasse (era senza pompa; sbaglio grave) ma se non mi fermavo io, adesso mi sa che sarebbe ancora lì (vicino a Sospirolo, per la precisione). Pochi giorni dopo a Fianema di Cesiomaggiore noto un ciclista fermo sotto un’albero a telefonare, a una decina di metri dalla strada. Torno indietro e chiedo se è fermo pe problemi. Dice di no, ringrazia, ci salutiamo, e me ne torno agli affari miei. Non troppo tempo dopo buco una ruota. Mentre la sistemo passano 5 o 6 ciclisti. Non in gruppo, sparsi per i fatti loro. Io non avrei avuto necessità, ma uno di loro (una era una donna) mi avesse almeno chiesto; “Oh Manuel, sei proprio tu, nostro Campione dei Campioni. Posso umilmente esserti utile?” Col ca**o! Tutti a tirar dritti e farsi gli affari propri. Ciclisti, ma che ci succede? La bicicletta non era sport di aggregazione, divertimento, condivisione? Tutte cazzate? Beh, almeno abbiate il coraggio di dirlo, invece di regalarci a vicenda falsi sorrisi di circostanza che durano 4 secondi netti, prima di tornare a quel volto triste che sempre più portiamo in giro.

giovedì 4 ottobre 2012

SI, PUO' ESSERE UN GRAN BEL GIRO.

Cinquantacinque motivi per convincere Superbasetta a correre il Giro. Ecco come si possono leggere i chilometri ficcati dentro la corsa nell’ottava frazione, una lunga cronometro individuale, da Gabicce Mare a Saltara. È l’invito che, tra le righe, RCS manda a Bradley Wiggins per averlo alla partenza napoletana. Ma anche Cadel Evans è nel “mirino” della Gazzetta, contando sul bel rapporto che Evans ha sempre avuto con il nostro pubblico. Il Giro 2013 è più duro rispetto all’ultima edizione, e sulla carta è di certo meno sonnacchioso nella prima metà. Tre gli arrivi in salita che più di altri sono attesi; domenica 19 maggio per la Cesana Torinese – Col di Galibier (150 km.), venerdì 24 per la Ponte di Legno – Val Martello (138 km. con Gavia e Stelvio) e il giorno dopo i 202 chilometri che da Silandro porteranno alle terrificanti Tre Cime di Lavaredo, che arrivando dopo il Passo San Pellegrino, Passo Giau, e Passo Tre Croci saranno ancora più pesanti. Sarà quel giorno che conosceremo il vincitore della corsa. Gia detto della cronometro dell’ottava tappa (che dovrebbe essere il primo robusto spartiacque per la classifica generale) la tappa più importante dal punto di vista simbolico è la frazione che mercoledì partirà da Tarvisio per raggiungere Erto. Saremo in Friuli, ad uno passo dalla “nuova” Longarone, perché la “vecchia” Longarone è scomparsa, disintegrata, cancellata dal tempo degli uomini, dalla faccia della terra. Saremo ad un passo dal luogo dell’immenso e spaventoso disastro del Vajont, che ricorderà il 50° anniversario di quella mostruosa tarda serata bellunese dell’ottobre 1963.
Stando alle dichiarazioni della presentazione, possiamo aspettarci quasi tutto il meglio per quanto concerne la qualità dei contendenti al successo conclusivo in quel di Brescia. Quasi certa la presenza di Vincenzo Nibali, non dovrebbero esserci discussioni sul gettone di presenza per Ivan Basso e Michele Scarponi. Difficile avere Alberto Contador, c’è speranza per Superbasetta e Joaquin Rodriguez e probabili saranno le presenze di Ryder Hesjedal e Mark Cavendish. Per Gilbert vedremo, per Andy Schleck poche speranze (e figurarsi…). Il Giro sconfinerà in Francia, destinazione Col du Galibier. Sarà un saluto speciale per la grande edizione numero 100 della corsa transalpina. Un grande evento, com’è la nostra corsa, porta un giusto saluto ad un’evento gigantesco come il Tour, gara che ha dato soddisfazioni splendide anche al nostro ciclismo. Tante le occasioni per le ruote veloci con sette arrivi adatti al 54/11 (la 1^ tappa in quel di Napoli, la 5^ a Matera, la 6^ a Margherita di Savoia, la 12^ a Treviso, la 13^ a Cherasco, la 17^ a Vicenza e l’ultima sul traguardo di Brescia). Non avremo uomini di classifica che si muoveranno fino alla cronometro. Solamente da lì gli specialisti delle lancette (Evans e Wiggins?) daranno il primo grande colpo agli avversari che dovranno perdere il meno possibile in vista delle salite (Rodriguez, Scarponi e Nibali?), con altri protagonisti che potranno limitare i danni con meno patimenti (Hesjedal e Basso?), in vista di una seconda settimana certamente interessante con tre arrivi in salita racchiusi nell’arco di sei giorni. La terza settimana proporrà la crono-scalata di 20 chilometri verso la località Polsa, e poi in successione le due frazioni decisive di cui si scriveva in precedenza.
Il Giro parte dal sud, e ci resta per una settimana. È giusto, anche se per riuscire a portare la carovana verso le montagne del nord ci sarà una vagonata di trasferimenti. Leggete qua; tra la 5^ e la 6^, tra la 6^ e la 7^, tra la 7^ e l’8^, tra l’8^ e la 9^, tra la 9^ e la 10^. Una sequenza devastante che viene fermata soltanto dopo il 10° giorno di gara grazie al primo giorno di riposo, martedì 14 (il secondo è lunedì 20). Saranno tanti gli arrivi inediti; 11! Forse un record, tenendo conto che le tappe sono 21. Le motivazioni per gli atleti non mancano. Nibali dovrà vedersela con Basso, dopo anni di “apprendistato” presso il varesino. Quest’ultimo cerca sempre il suo terzo Giro e deve sbrigarsi perché la carta d’identità inizia farsi sentire. Hesjedal vorrà far vedere che la vittoria dell’ultima edizione non è stata frutto del caso, Scarponi invece che il Giro sa vincerlo e non solo rincorrerlo, e poi Rodriguez che in questi anni è stato forse il più forte non-vincente-per-un-pelo tra i protagonisti. È arrivato vicino alla vittoria dell’ultimo Giro, poi è stato portatore del simbolo del primato alla Vuelta, prima di lasciare la “rossa” a Contador e chiudere al 3° posto finale. Lo spagnolo, atleta generoso, numero 1 nella classifica UCI 2012, è un ciclista che pian piano a iniziato a piacere anche al pubblico italiano. Quando aveva una frazione buona per lui lo spagnolo ci ha sempre provato. Magari gli è andata male, ma queste cose restano nella testa degli appassionati. Dovrebbe essere un bel Giro. Il percorso è migliorato, la rosa dei pretendenti è abbastanza ampia, anche se la partecipazione di Wiggins ed Evans darebbe ancora più lustro all’evento. La prima settimana sarà per gli sprinter ma senza esagerare. La seconda avrà un paio di tappe importanti, per farci capire chi non avrà le gambe per vincerlo, e poi nella terza tre giorni filati di strade a salire con le emozioni senza appello delle Montagne Regine, le Dolomiti. Cosa manca? Resta da vedere chi ce lo farà vedere. Infatti, al momento, RCS non ha nessun accordo con nessuna televisione. Questo ci spiega perché la RAI aveva dato poche sporadiche notizie sulla presentazione della corsa, limitandosi a gocce di notizie date al lumicino. Vergognoso perché la tivù di Stato, anche se non coinvolta nel baraccone rosa, avrebbe dovuto dare un’informazione attenta su uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno. Invece il tutto si è rivelato una silenziosa ripicca del tipo; “Se non abbiamo trovato un’accordo che vuoi da me? Arrangiati!” Eppure la RAI ha ricevuto molto dal Giro. Un’intesa momentanea per la presentazione non era cosa impossibile da trovare se ce ne fosse stata la volontà. E forse sta tutto qui. Intanto chi ci ha rimesso siamo stati noi. Grazie a tutti e due.

lunedì 1 ottobre 2012

OTTOBRE; L'EDITORIALE.

“Alla Gazzetta gongolano. “Dalla porta di casa tutti gli italiani vedono passare la storia” esclama Pietro Scott Jovane, il quarantenne neo-amministratore delegato di RCS Mediagroup. Intanto la storia del Giro, l’avvenimento che racconta la nostra storia più di qualunque altra disciplina sportiva, è a disposizione del mondo tramite il web, mentre gli appassionati italiani Over 60 – solitamente lontani dalla tecnologia del web – se la prendono ciclisticamente nel sedere. Con questi, anche quelli che non vivono fino a rincoglionirsi davanti al PC. Si signori, consideriamoci morti viventi, prossimamente cadenti, tivù dipendenti e quindi, della presentazione, non vedenti. È bello sapere che Contador e soci si sono presentati in veste di cuochi davanti a tanta gente. Una cosa che con il ciclismo non c’entra un’accidente e per questo ce l’hanno messo. Perché i ciclisti non possono essere presentati come ciclisti, tant’è che per il prossimo anno si pensa a presentarli come imbianchini con tanti di cappello in testa fatto con il foglio di giornale. Che le presentazioni degli ultimi anni fossero sempre più noiose e piatte non è un mistero. Casualmente, da quando Bulbarelli Auro a lasciato corda – e microfono – a Suor Alessandra, che ha così potuto dare il meglio di sé, facendo sempre le stesse domande e sempre alle stesse persone. La RAI non ha trasmesso la presentazione, facilmente per questioni di puro marketing deciso da Michele Acquarone, il nuovo boss RSC del Giro, che ha sempre lavorato (con grossi risultati, gli va dato atto) con il fatturato come prima regola non solo da rispettare, ma da incrementare. Il Giro ha deciso di votarsi alla tecnologia, mandando in pensione l’ormai obsoleto pubblico televisivo, che deve adeguarsi. La Storia avanza con le moderne tecnologie, il Giro si adegua. Però che tristezza. Già fare la presentazione alla fine di settembre – era così bello, fino ad alcuni anni fa, respirare due ore di primavera in un tardo pomeriggio nell’ultima decade di novembre – è solo per questioni d’immagine legata al puro marketing. E poi questa decisione di togliere dalla tivù un’appuntamento che – faceva schifo alla RAI? – il suo milione e mezzo di audience se lo portava casa. Ma ormai siamo alla fine della nostra epoca. Il Giro rappresenta l’appuntamento di sport più vicino alla gente, ma nonostante questo si è scelto di limitarne la visione anche a quest’ultima. Legittimo, ma il dispiacere è stato forte. A proposito, la Gazzetta ha dedicato quattro mezze colonne alle dichiarazioni dei protagonisti presenti. Continuiamo così. Prossimamente un pezzo dedicato al percorso. Se non ci diranno tra qualche giorno, tramite il web ovviamente, che è stato tutto virtuale.”