«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 29 giugno 2014

Sotto il diluvio Elena Cecchini risplende lo stesso!

Ombrelli aperti e pioggia a secchiate a Varese per il Giove Pluvio-Day. Nel finale la rappresentante delle Fiamme Azzurre affonda il colpo perfetto. “Ho copiato la Scandolara” racconterà la neo-tricolore. Parlare di Fiamme sotto l’acqua e per di più Azzurre sotto un cielo grigio scuro è un controsenso, ma questo è stato l’esito della prova tricolore elite con Elena Cecchini (che Massimiliano Lelli continua a chiamare Checchini e il perché lo sa solo lui), che vince il titolo italiano in linea. Quasi tutte le atlete più importanti sono state tra le protagoniste della gara, e sotto la pioggia spesso battente non sono mancati tentativi da parte di questa o quell’atleta. Elisa Longo Borghini (vincitrice del titolo crono) e Valentina Scandolara sembrano le più in forma, ma la Cecchini e la Ratto non perdono le loro ruote. Nel finale, affrontata l’erta conclusiva, Elena Cecchini getta il cuore oltre l’ostacolo rischiando grosso sotto la pioggia incessante, e tirando fuori le palle si butta a testa bassa nella discesa che porta al traguardo. È lo scacco matto per le avversarie che riescono solo in parte a rintuzzare l’allungo della vincitrice, che regola tutte di pochi secondi con la Scandolara, la Confalonieri, la Ratto, la Zorzi, la Longo Borghini, la Tati, la Berlato, la Muccioli e la Fiori a seguire. Nel dopo corsa la Cecchini spiega che; “La gara è stata difficile, ma la mia squadra l’ha gestita al meglio. Io sapevo che potevo giocarmi la gara in volata, dal momento che in salita ero riuscita a tenere la ruota delle migliori. Temevo la velocità della Confalonieri e della Scandolara, quindi ho cercato l’anticipo, e questa volta è finita bene. Avevo avuto qualche preoccupazione dalla Scandolara. Lei è talento puro, tenta sempre e non aspetta mai. Diciamo che nel finale ho copiato il suo modo di correre e mi è andata bene.” Da giovedì arriva il Giro. LA RAI è già in perfetta sintonia, visto che questa corsa era stata annunciata con inizio della sintesi alle 20:15, ed infatti alle 20:15 la Cecchini tagliava il traguardo. Bravi, complimenti, cominciamo bene.

sabato 28 giugno 2014

Dopo 23 anni, la maglia tricolore torna al Tour con Nibali!

Davide Cassani sarà contento, e non solo per come gli è riuscita più uniforme l’ultima scurita di capelli. È stato un bel Campionato Italiano quello che si è corso con il bis del Trofeo Melinda tra la Val di Sole e la Val di Non in Trentino. Eccezionale il finale del veronese Davide Formolo, che ha tenuto testa al capitano dell’Astana Vincenzo Nibali. Il titolo tricolore del siciliano viene esaltato da una bella corsa, dalla vittoria del nostro numero uno, e dal finale senza timore alcuno del ciclista della Cannondale. Era dal lontano 1991, allora con Gianni Bugno, che non si vedeva la maglia tricolore al Giro di Francia. Con la vittoria di Vincenzo Nibali – molto emozionato e singhiozzante appena tagliato il traguardo – si è vista una corsa dal finale intenso, con diversi nomi attesi a giocarsi la gara, mentre altri nomi attesi hanno deluso e va detto che sono sempre i soliti. Si capiva subito durante il penultimo giro che Scarponi avrebbe lavorato per Nibali, e lo ha fatto in maniera esemplare, lavorando in maniera robusta nelle fasi conclusive. Undici gli atleti a giocarsi il titolo nel finale, con Matteo Rabottini che accende le polveri a meno di 3 chilometri dall’arrivo. Non aspettava altro Nibali e soprattutto un grande Formolo che senza il minimo timore reverenziale si univa al siciliano e rilanciava l’azione, fino a contendergli il titolo con una volata ristretta a due. Solamente a 50 metri dalla fine Formolo ha alzato bandiera bianca e Nibali ha potuto esultare. Martedì lo aspetta un aereo per l’Inghilterra, con destinazione finale Parigi. Vestirà tricolore e questa sarà una cosa a cui dagli anni ’90 non eravamo più abituati a vedere sulle strade di Francia.

Valentina Carretta scende dalla bici. Perchè?

Alla vigilia del periodo più importante per una ciclista italiana, la 24enne varesina getta la borraccia. I motivi sembrano nascere dal rapporto con il Team Olè-Cipollini.
Non è la prima volta. Qualche anno addietro anche Anna Zugno decise inaspettatamente di ritirarsi per motivi nati da una scelta riguardante il quotidiano. Si lesse di motivazioni legate allo studio, e d’altronde fare la ciclista non è certo roba che ti dà da vivere. Anzi, non mancano ragazze che a causa di contratti miseri (e spesso malrispettati dalle società), ad un tratto si domandano perché continuare a rompersi il sedere su di un sellino per certa gente, quando le amiche coetanee che lavorano guadagnano il doppio facendo un decimo della fatica. Anche il ritiro di Nicole Cooke avvenuto pochi anni fa sorprese, ma lì la britannica spiego chiaramente ch’era ormai stufa marca del movimento femminile, senza fare distinzioni tra dirigenti e colleghe. Stavolta le motivazioni che hanno spinto Valentina Carretta al ritiro sembrano nascere da amarezze interne alla sua squadra. La notizia ha ricevuto un certo rilievo, sempre ricordando che parliamo di ciclismo femminile a cui frega una mazza a molti. L’atleta parla di una situazione in cui; (fonte: ciclonews) “….il mio impegno in quest’annata ciclistica sia stato totale, così come nelle stagioni precedenti. Quindi mi sono sembrati inopportuni alcuni comportamenti di chi mi è stato vicino in questi ultimi anni. Quando vengono a mancare la fiducia e il rispetto non ci sono più le basi per continuare una collaborazione con un team. Facendo questa vita, fatta di trasferte, sacrifici e restrizioni è necessario che almeno sia riconosciuto l'impegno, la professionalità e il rispetto. Valori che pensavo fossero scontati, ma che purtroppo ho sentito mancare su di me in prima persona”. Nel famoso ‘tra le righe’ emerge una motivazione legata all’ambiente della sua società e certamente la ragazza non è una brava bugiarda quando dice che; “…con tranquillità…” esce dal gruppo e se ne và. Questo, opinione personale, per alcuni motivi; perché Valentina non era certo come si dice ‘una ferma’ ma invece ciclista di ottimo livello se guardiamo al livello generale delle nostre ragazze (ci sono atlete che tengono le ruote di chi è davanti grazie al vento che tira nella direzione giusta); perché si correva il tricolore sulle strade per lei casalinghe e voglio proprio vedere che si rinuncia così di punto in bianco ad un campionato italiano ed un Giro d’Italia che parte tra pochi giorni; perché a 24 anni la carriera forse comincia veramente; perché correva in una squadra dove dal punto di vista economico ci sono garanzie ‘meno peggiori’ di altre società dove la trasparenza è dono del Signore e non di chi comanda. Se invece ci sono altri ‘oppure’ sarebbe bello saperli a lei o da chi l’aveva tra le sue fila.

venerdì 27 giugno 2014

Cominciamo proprio d'un bene guarda!.....

Con l’assegnazione dei vari (e sparpagliati) titoli tricolori, questa settimana inizia concretamente l’era tecnico/ciclistica di Davide Cassani, per impostare la squadra in vista del prossimo mondiale. Allergie a parte……
Cassani vestito in canottiera, matita sull’orecchio, con in testa un cappello fatto con carta di giornale, alla guida dell’ammiraglia italiana con il manico di un badile che spunta dal finestrino posteriore, e una tanica di scurente per capelli sempre pronto all’evenienza in un’angolo del bagagliaio? L’immagine calza, visto che il nuovo CT deve soprattutto ricostruire dalle fondamenta la nuova nazionale di ciclismo. Ecco arrivare la notizia che Ulissi è stato trovato ‘non-negativo’ al benedetto Salbutamolo (vedi Petacchi, per capirci in fretta), sostanza medicinale trovata nell’organismo del ragazzo in dose quasi doppia rispetto ai limiti consentiti. Conosciuto con il lato prettamente commerciale di Ventolin, il prodotto è noto nei ciclisti allergici. Un’etnia sportiva che negli ultimi 20 anni si è moltiplicata in maniera spaventosa a qualunque livello. La colpa di questa espansione parrebbe dovuta al fatto che il ciclista è un essere vivente che si sposta ovunque, quindi pare più soggetto all’inquinamento che con il tempo indebolisce il suo sistema immunitario, rendendolo soggetto ad allergie dei più disparati tipi. Il CT Cassani si è subito schierato dalla parte del ciclista della Lampre – che rischia due anni – dicendo che il Ventolin non è l’EPO, quindi non influenza le prestazioni. L’UCI aveva già alzato il limite, proprio per non rischiare situazioni simili e non ritrovarsi con discussioni su dosi superate di un niente. “Va bene figliolo, ti alzo il limite consentito così non mi rompi le balle, ma poi non accamparmi più cento scuse”. Questa la sintesi dell’UCI-pensiero. Ma quello che dice il CT non è vero, visto che proprio il medico della Nazionale di ciclismo, Massimo Besnati, nella medesima pagina della ‘rosea’ di giovedì 26 giugno spiega che superato un certo limite, l’azione del farmaco smette di essere solamente terapeutica e può avere un’effetto anabolizzante, anche se non può diventare un ‘coprente’ per roba più pesante. Cartellino giallo in vista?

venerdì 20 giugno 2014

Poesia: se doparti lo fai per bene, alla fine vedrai conviene!

E così, anche questa volta, basta cospargersi il capo di cenere (dopo un’anno!) per ritrovare una nuova dimensione, e forse anche un posto in qualche squadra.
In giro c’è gente che è stata trovata positiva all’antidoping, causa l’aver usato prodotti contenenti sostanze dopanti, che in qualche caso nelle confezione non riportavano nemmeno il famoso bollino-doping. Si tratta di ciclisti – e di una ciclista – che hanno ammesso la loro colpa, senza nascondersi sotto la sabbia, senza inventarsi di caramelle della zia suora ch’era stata in sud-america, oppure di fantomatici alieni venuti dallo spazio che magari gli hanno fatto un clistere d’EPO nel sonno. Persone che non hanno nascosto il loro sbaglio, e che al contempo non hanno però mandato giù il fatto che gente che si è fatta di EPO, oggi torni a prepararsi il terreno per tornare in gruppo, mentre loro hanno di fatto chiuso le loro carriere professionistiche per prodotti nemmeno paragonabili all’Eritropoietina. Mauro Santambrogio ha ricevuto il famoso ‘sconto di pena’ per aver collaborato con la giustizia. Nel 2015 forse tornerà in gruppo, grazie a sei mesi di squalifica che gli sono stati scontati dalla giustizia sportiva. Vai a capire il motivo per cui una persona che imbroglia debba ricevere anche il premio in caso di collaborazione, visto che moralmente dovrebbe farlo senza chiedere niente di niente in cambio. Ti sei sfregato una pomata sul culo o nelle parti basse, o ti sei fatto una spruzzata di RinoFluimucil invece del Fluimucil nel naso? Perfetto. Se ti facevi di EPO e poi (dopo un’anno!) dicevi di essere pentito, te la cavavi prima e più a buon mercato.

domenica 15 giugno 2014

O tutto o niente. Il ciclismo del Team Sky e i limiti del ciclista-macchina.

Il Criterio del Delfinato ha raccontato che: 1) Nibali è sulla strada giusta, ma che gli manca ancora qualcosa; 2) che Contador sta meglio di tutti; 3) che Froome sta come Nibali, ma pensava di stare come Contador.
Avete qualche amico ciclista – o sportivo in genere – che vive la sua disciplina sportiva con fanatismo estremo, trasformando la sua passione in mero calcolo numerico anche quando beve dalla borraccia? Perfetto. Siamo ancora lontani ma la direzione è quella. Si era già scritto della filosofia ciclistica del Team Sky ed è inutile ritornarci nel dettaglio. Tabelle studiate al millesimo e calcolate in maniera infinitesimale anche per sapere ogni quanti chilometri i loro atleti possono sputare per terra. Chiaro che questa cifra può cambiare a seconda dell’altitudine in cui si pedala ed il tasso di umidità del momento. È l’idea che Sky pensava di poter portarsi appresso dalla pista, filosofia che fino a quando tutti i fattori calcolati rispondono alle previsioni fai tredici. Basta che qualcosa sia fuori posto e tutto salta. Sir Bradley Wiggins ha conosciuto bene questo tipo di lavoro tant’è che fino a quando il fisico ed il cervello hanno tenuto, le prestazioni del britannico sono migliorate fino a portarlo ai vertici assoluti. Ora tocca a Froome, che in rispettoso rigore di questa visione tecnico/sportiva tiene alta la bandiera. Durante il Giro del Delfinato capitava di vedere come Froome mulinasse un rapporto da Mountain Bike, mentre gli altri anche due denti in meno. C’era Nibali che, con faccia perplessa, nella settima frazione guardava con insistenza la pedalata di Froome chiedendosi forse il motivo di tanto insistente vorticar di gambe. Siamo vicini allo stile Armstrong che – doping o meno – aveva impostato una pedalata molto agile, e che a Sky pare abbiano voluto riportare in gruppo. Redditizia quando appoggiata da una forma fisica buona e meglio se perfetta, la pedalata in agilità di Froome spesso varca il limite dei giri-motore. Nell’ultima salita, sempre della settima frazione del Delfinato, Contador scatta e saluta tutti. I migliori tentano di resistere, ma anche se Alberto ha passato i suoi anni migliori quando sta bene ce n’è per pochi, e uno di quei pochi ha vinto da poco il Giro. Nibali preferisce lasciar perdere, Froome ad un certo punto accelera iniziando ad aumentare la cadenza in un tratto in verità non troppo duro (e spesso lo fa proprio in tratti non molto impegnativi). Così, mentre le gambe iniziano a mulinare facilmente attorno ai 100/minuto sembra che il keniano/britannico si rifaccia sotto. Ad un tratto il fuori giri, e Froome inizia a perdere metri, tanto che alcuni ciclisti – stanchi pure loro, sia chiaro – che aveva superato e staccato lo riprendono, lo superano, lo staccano di qualche secondo e lui arriva stremato all’arrivo. Se Contador e Nibali hanno un po’ di cervello hanno capito che proprio in quel ciclismo iper-ragionato potranno giocarsi la gara di luglio. E visto che lo stesso Froome pare abbia messo un deciso veto sull’avere Wiggins in squadra per il Tour, il Team Sky si affiderà ai suoi fisiologi e alle loro tabelle ultra-perfezionate? Sperando per Froome che negli eventuali giorni di pioggia, le gocce cadano dove avranno calcolato in ammiraglia, altrimenti potremmo vederne delle belle. E magari in quello scatto suicida nella penultima frazione del Delfinato qualcuno capirà che fare una telefonata ad un baronetto inglese sarebbe ancora una buona idea. Il tempo c’è ancora.

lunedì 9 giugno 2014

Solo talento o c'è qualcosa in più?

L’Italia ciclistica è uscita dal Giro con alcune speranze unite ad alcune delusioni. Una di queste ultime riguarda Moser. Beh, il campionato italiano arriva giusto giusto. A buon intenditor eccetera eccetera.
Che non si possa chiedere a Moser di essere quello che vinse il Laigueglia da neo-prò siamo d’accordo. Certo è che il vederlo vincere la Strade Bianche l’anno scorso ci diede robuste speranze sulle doti del trentino, da sempre accompagnato (e a volte anche troppo strombazzato) da chiacchiere positive. Anche Ulissi si trovò in questa situazione. Poi ci furono appuntamenti dove il giovane rappresentante Cannondale era atteso e deluse, come al tricolore dello scorso anno (a proposito, il Melinda concederà il bis come prova tricolore ed il Matteotti, non una garetta sconosciuta, pare sia saltato). Giunse poi la bella tappa al Tour nella frazione che portava all’Alpe d’Huez e quindi le speranze, accompagnate da umori positivi, in vista del Mondiale fiorentino. Arrivò invece la rinuncia per una condizione fisica inaspettatamente insufficiente – forse perché fu una stagione ‘totale’ a differenza della precedente – e che lo costrinse alla dar bandiera bianca riguardo alla possibilità di far parte della comitiva italiana. Ripartita la stagione, Moser non fa sfracelli, anzi. Tra lui e Basso al di sotto delle attese, Viviani che coglie si alcune vittorie ma in gare tutto sommato di seconda fascia per importanza, la Cannondale si ritrova tenuta in piedi da Sagan, che al Nord ha cercato di controbattere i giganti delle pietre. Moreno ha stentato in primavera, anche se tutta l’Italia delle classiche è stata roba da dimenticare, e anche al Giro si è limitato ad una ‘fiammata’ giornaliera che molti hanno salutato come un’atteso segnale di risveglio. Certamente lui doveva correre la corsa rosa come gregario di un Basso, a sua volta fattosi vedere appesantito nella pedalata e tribolando ad ogni cambio di ritmo in salita da parte dei primi. Tra non molto arriverà la prova tricolore. Se la correrà, Moser avrà occasione di rifarsi. Non solo della scarna prestazione dello scorso anno ma di una primavera che per lui non è ancora sbocciata. Averlo non per forza vincente ma protagonista ci servirà a capire se abbiamo davanti ‘solo’ un talento o qualcosa in più.

mercoledì 4 giugno 2014

Punto di non ritorno?

Negli anni ne abbiamo visti di ogni tipo: gorilla, orsi, supereroi, gente mezza nuda se non del tutto, falsi preti. E negli ultimi 15 anni comportamenti oltre il limite che faranno fatica a sparire.
Ne avevo già scritto qualche anno addietro sul comportamento di certa gente, che probabilmente di ciclismo ne capisce quanto un parlamentare dei problemi della gente. E forse per il fatto che questa volta a rimetterci è stato un atleta italiano che si stava giocando la corsa, il comportamento esasperato di una parte del pubblico ciclistico sullo Zoncolan (e in qualche momento anche sul Grappa il giorno precedente), stavolta fa scrivere nel web più del solito. I motivi ci sono tutti, visto che questo andazzo è dagli anni ’90 che si fa vedere – è proprio il caso di dirlo – ad ogni edizione di un grande giro. Fino a una quindicina di anni addietro capitava di vedere degli spettatori rincorrere gli atleti, ed ogni tanto ci scappava qualche maledizione per via di gente che sembrava volesse corrersi tutti gli ultimi 20 chilometri di gara fianco al gruppo: “Ma quando si toglie quel mona?!” era il commento tecnico che poteva scappare ad un telespettatore veneto. Però erano situazioni che trovavi ogni tanto. Oggi invece sai che non dovrai aspettare molto per vedere che lungo una salita, solitamente faticosa e affollata, spunteranno personaggi che a piccoli gruppi si ficcheranno in mezzo alla strada per far sapere al mondo che esistono. Gente che se ne frega dell’atleta e che rincorre un’inquadratura che li consegni alla storia. Purtroppo è una storia vecchia. La tivù ti fa diventare qualcuno. Condizione apparentemente vitale per chi crede di essere niente e quindi ‘deve’ diventare quel qualcuno.
Quasi certamente questi comportamenti andranno avanti ancora. La televisione non può permettersi di ‘staccare’ da una determinata inquadratura, se si tratta di un momento di gara importante. E difficile è anche che la gente capisca che deve darci un taglio. Chi bazzica, quando può, le strade del Giro non vede solo passione e amore per una disciplina sportiva, me pure gente che sulle strade del Passo Tal dei Tali si porta appresso una mezza sbronza alle due del pomeriggio. Perché ci sono poche possibilità di un cambiamento in tempi brevi? Perché si tratta di far riflettere la gente, di fare educazione comportamentale in ambito sportivo. Quella roba che si chiamerebbe Educazione Civica. Praticamente una bestemmia. Quando hai gente che per fare il loro spettacolo di cabaret studia preventivamente le zone dove non c’è personale addetto alla sicurezza per la corsa (Alpini o Protezione Civile), tanti saluti. Sullo Zoncolan certi spettacoli non hanno preso vita negli ultimi chilometri. E di certo non possiamo pretendere che gli appassionati veri li prendano a calci in culo (anche se sul Grappa due fighetti che spingevano qualunque cosa si muovesse ci sono arrivati molto ma molto vicino). Chiamiamoli imbecilli, deficienti oppure come vi pare, ma fessi no di certo e probabilmente dovremo tenerceli ancora per un pezzo.

martedì 3 giugno 2014

Sotto a chi tocca!

Tornano tra l’entusiasmo generale (?!) le tradizionali pagelline semi-serie del dopo corsa rosa, per analizzare il Giro appena concluso. Mi scuso perché certamente qualcuno o qualcosa mancherà.
VOTO 10; alla professoressa nella foto ed al livello d’imbecillità e cretineria ormai raggiunto da una parte del pubblico ciclistico. Dai tizi che sul Grappa quasi spingevano anche le moto (e che ad un certo punto hanno rischiato sul serio di prenderle da noialtri), fino a certi deficienti coglioni che sullo Zoncolan hanno avuto i loro momenti di gloria. Tornatevene negli stadi di calcio. VOTO 9; alla sigla del proCESSO alla tappa (“Pedala!”) perché le musiche di Paolo Belli avevano semplicemente rotto le balle. Stesso voto alla faccia tosta di Cipollini che per diversi giorni si è fatto rivedere in tivù, grazie all’amica suora che lo deve aiutare a riabilitarsi nel post-tabelle di Fuentes targate Gazzetta del febbraio 2013, e che si devono in qualunque modo far dimenticare al pubblico. Voto identico alla Bardiani CSF che ha fatto un Giro eccezionale e voto uguale al tifoso vicentino che sul Grappa ha trasformato il francese Pierre Rolland in “Pierolan”. Poi a quelli (sempre delle nostre zone) che a insulti e bestemmie hanno fermato la macchina dall’organizzazione “Inizio gara ciclistica” perché dovevano finire le scritte per Canula. I poliziotti della stradale non sapevano se far scattare le manette o mettersi a ridere. VOTO 8; a diverse persone: a Quintana che ‘doveva’ vincere il Giro è l’ha fatto. Peccato per il pasticcio dello Stelvio, dove lui non ha certo responsabilità. Stesso voto ad Aru che aveva le possibilità di arrivare nei primi 5 e l’ha fatto con il 3° posto finale, per Rigoberto Uran (Uran) che anche stavolta ci è arrivato vicino ma Quintana in salita era troppo per tutti e (finalmente!) per Ulissi che doveva lasciare un segno e ne ha lasciati due. VOTO 7; a Silvio ‘assolutamente’ Martinello come spalla di Francesco Pancani. Bel lavoro per non aver voluto copiare Cassani portando un po’ di ottimismo al microfono sulle possibilità delle fughe di giornata. Stesso voto allo spagnolo di Andrea De Luca: bueno ombre! Meno bueno un tifoso (almeno settantenne) che il giorno del Grappa si è dovuto far spiegare da noi presenti che Aru è il ciclista sardo e non il colombiano, e che Uran è quello colombiano e non il sardo. VOTO 6; a Cadel Evans. Non è più fatto per le tre settimane, e nella cronometro su cui puntava tanto ha deluso. Ma almeno, pur staccandosi, è uno che sa ancora come si fa a tirare fuori le palle. Stesso voto al percorso del Giro, ma ricordiamo che ormai dovremo abituarci a edizioni assegno-dipendenti per le partenze. VOTO 5; a Max Lelli che ancora non si sa se si chiami Massimiliano o Massimo. A volte non sa se parlare tecnico o pane e salame. Comunque era al primo Giro. Non sono al primo Giro gli organizzatori della corsa (vedi il pasticcio sullo Stelvio). VOTO 4; ai meccanici delle squadre che ormai pompano ruote a 10 atmosfere. Due gocce di passaggio e ti ritrovi coi coglioni al cielo. Serve veramente una pressione così? Stesso voto alle doti come attore di Garzelli nelle ricognizioni. Cassani sapeva ‘fare il falso’ meglio di lui, quando incrociava ‘casualmente’ altri ciclisti che conosceva lungo il percorso. VOTO 3; a Cunego e Basso, a cui manca solo di essere spalmati di senape o maionese sulla schiena quando passano. Inguardabili. Ma su Cunego dovevamo pensarla quando, il giorno della presentazione della squadre a Belfast, disse che aveva la mezza idea di buttare un pensiero anche alla classifica. Lì è stato il momento decisivo per far crollare tutto!
VOTO 2; “Chi è d’accordo con Beppe Conti si alzi da dove si trova e si sieda vicino a Beppe Conti. Chi è d’accordo con Garzelli si alzi da dov’è seduto e si sieda vicino a Stefano. Chi è d’accordo con Manuel si alzi dalla poltrona e faccia come lui che ora è riverso in avanti sul water”. Avendo (volontariamente) seguito poco il proCESSO alla tappa devo dare un giudizio superficiale. La suora è da tempo riuscita nell’intento di avere la ‘sua’ trasmissione, trasformandola quest’anno in una sottospecie di Giochi senza Frontiere. La Peppa Pig del ciclismo RAI decide tutto quel che si deve dire, fare, baciare, ecc. e gli amici in difficoltà (Re Imbroglione) si devono aiutare, perché a vendere bici da 12.000 Euro al pezzo non tiri il 20 del mese. A proposito, potrebbe essere tardi ma ormai che ci siamo; ”Salvate Aru dalla De Stefano!!” VOTO 1; ad Auro Bulbarelli, che se la suora ha voce in capitolo è merito anche suo, e che se Bartoletti è ancora in giro, stessa cosa. VOTO 0; al pazzo irresponsabile che ha dato l’ok per dare in dotazione a Sgarbozza un suv bianco Audi, che l’analfabeta poteva anche guidare personalmente per seguire la carovana.

domenica 1 giugno 2014

Giugno; l'editoriale

Visto in partenza come il Giro del ricambio generazionale, Trieste ci consegna una classifica che ricalca in pieno queste speranze. E l’Italia ne ha bisogno.
“Lasciamo stare valutazioni su percorso, atleti, risultati, gesti dell’ombrello, tattiche, ecc.. questa settimana ve ne saranno a decine un po’ ovunque. Buttiamola quindi su un discorso prettamente nostrano. Un Giro senza Nibali era la cosa migliore (soprattutto per Cassani) per capire il livelli del ciclismo di casa nostra. Senza il nostro Numero Uno in gruppo gli altri italiani hanno potuto avere più attenzione, forse più possibilità. Volevamo capire quanto valeva Ulissi, e pare che a livello di qualità valga le chiacchiere che di lui si sono ripetute da tre stagioni. Volevamo sapere se Basso e Cunego sono alla frutta? Pare di si per entrambi, visto il Giro deludente dei due capitani usciti di una primavera opaca se non invisibile. Volevamo provare a capire se Elia Viviani è un campione o un forte velocista? Più la seconda che la prima, e la differenza non è poca cosa. Fabio Aru è davvero il nostro uomo per le gare a tappe nella seconda metà di questo decennio? Pare di si. Pozzovivo?: un Viviani delle montagne (o sarà mica il primo un Pozzovivo delle volate?). Di certo soffre sempre un calo dopo due settimane. Abbiamo visto tutte cose positive? Non proprio. Moreno Moser ha deluso. Le qualità espresse nella prima stagione si sono viste comprensibilmente meno nella seconda, ma in questa la speranza era di vederlo in azione con un piglio decisamente migliore. Invece la Bardiani CSF è stata una delle squadre migliori al Giro. La migliore delle nostre. Tre vittorie di tappa, ma non facciamo distinzioni facendo i nomi degli atleti che si sono imposti nelle frazioni, perché se consideriamo i mezzi (anche economici) della Bardiani e di altre corazzate presenti, il confronto premia la squadra verde-vivo. Annotazione che non dispiace (se non hai vecchi DS nostri): la Bardiani si affida a dei preparatori sportivi, senza avere dei direttori sportivi che vogliono rappresentare gli onnipotenti dentro la rispettiva squadra. Dopo una campagna di primavera disastrosa nelle classiche, il ciclismo nostrano sembra avere pochi campioni ma diverse speranze. Senza entusiasmarci troppo, diciamo che per ora non è poco.”