«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 27 dicembre 2008

Il ciclismo del bastian contrario (parte 5)



ECCO UN’ALTRO MOSTRUOSO APPUNTAMENTO CULTURALE NEL MIO BLOG. STAVOLTA PARLO DI ME STESSO E DEL MIO INVERNO DA CICLISTA.
E ANCA DEL VIN…

Non vado più a correre granfondo da un paio d’anni e non mi mancano per niente. Non riuscendo più a condividere la mia passione con alcuno, sempre fissati con un ciclismo fatto di numeri quando si apre bocca, ho sentito di non poter più parlare del ciclismo a modo mio. E siccome non è scritto da nessuna parte che sia il mio modo quello giusto per vivere il ciclismo, preferisco pedalare comportandomi in maniera tutta mia.
Mentre scrivo, il sole è quello ormai raffreddato delle tre del pomeriggio in una domenica pre-Natale. Ogni tanto passa qualche ciclista, ma sento anche il Pettirosso che fa sentire la sua voce nel mio giardino, dietro casa, facendosi ascoltare mentre salta dentro e fuori dalle cataste della mia legna per l’inverno. A volte trova qualche briciola di pane e becchetta gli avanzi del quotidiano alimento. Altre volte, poche, ecco arrivare la Cinciallegra. Saltella tra i tralci della mia vite per pochi secondi, e poi via di nuovo.
Sullo sfondo il Monte Tomatico è un poderoso gigante dormiente; 1.640 metri di natura apparentemente morta. Decine di migliaia di scheletri lo ricoprono. Scheletri che sono in attesa di rimetter foglia con l’inizio di Aprile. Così come il Monte Telva, che mi mostra solo la sua faccia ‘pusterna’ e per questo sempre gelida da fine Novembre a fine Febbraio. Solo a Marzo il sole inizierà a regalarci il disgelo, ma a quel tempo il bastian contrario dovrebbe essere già in sella.
In questi giorni il sole sta nascosto dietro il Telva fino alle 9 e un quarto. Passano verso la tarda mattina dei ciclisti – il solito gruppetto Quikstep / Zalf – per sfruttare le poche ore tiepide. Io invece non pedalo con niente. Stacco la famosa spina veramente; niente rulli, mountain bike o spinning. La bici la vedo solo sulle riviste specializzate, o su videocassette di vecchie tappe registrate durante l’anno, che rappresentano la mia riserva per l’inverno. Ma per il resto niente pedalate. Quando facevo palestra usavo pesi, ma pedalare poco o niente.
L’inverno del Manuel ciclista è questo; semplice, per tanti di voi forse noioso, ma va bene a me. Un inverno come quello dei vecchi campioni del pedale. Poi arriverà Febbraio e – meteo permettendo – tornerò ad infiammare due ali di folle salendo le montagne.*
Se ci vedremo svuoteremo un bottiglione in compagnia. Dove lo metto non lo so, perché nel porta borraccia mi sa che non ci sta. In qualche modo faremo. Magari potrei usare quegli zainetti di Nylon che vengono riempiti – solitamente – d’acqua. Ci metto il vino, e lo spino col tubicino come dalla damigiana. Geniale!!


*per le montagne vere e proprie, magari aspetterò Marzo…

domenica 14 dicembre 2008

Quando nel cuore è già primavera.




GLI APPASSIONATI SORRIDONO AL GIRO DEI 100 ANNI; ECCOLO L'EVENTO, CHE TRA 4 MESI E MEZZO ACCENDERA’ DI NUOVO LE NOSTRE STRADE. IL GIRO STA TORNANDO.
E CI SAREMO ANCORA TUTTI!!!

''...a quei tempi le biciclette saranno diventate rare, ferravecchi quasi comici, usati da pochi nostalgici maniaci, e voci si leveranno dando la baia al Giro.
No, non mollare, bicicletta. Noi allora saremo probabilmente morti e sepolti, Coppi sara' uno scarno e tremulo nonnino ignoto alle generazioni nuove, altri nomi verranno urlati dalle folle. Non cedere, o ''divina bicicletta'', come diceva il patron del Tour Desgrange. Se tu capitolassi, non solo un periodo dello sport, un capitolo del costume umano sara' finito, ma si restringera' ancor piu' il superstite dominio dell'illusione, dove trovano respiro i cuori semplici.
A costo di apparire ridicola, salpa ancora, in un fresco mattino di maggio, via per le antiche strade dell'Italia. Noi viaggeremo per lo piu' in un treno razzo, allora la forza atomica ci risparmierà' le minime fatiche, saremo potentissimi e civili.
Tu non badarci, bicicletta. Vola, tu, con le tue piccole energie, per monti e valli, suda, fatica e soffri.
Dalla sperduta baita scendera' ancora il taglialegna a gridarti evviva, i pescatori saliranno dalla spiaggia, i contabili abbandoneranno i libri mastri, il fabbro lascerà' spegnere il fuoco per venire a farti festa, i poeti, i sognatori, le creature umili e buone ancora si assieperanno ai bordi delle strade, dimenticando per merito tuo miserie e stenti.
E le ragazze ti copriran di fiori.

Dino Buzzati


“Quando si corre il Giro, ogni giorno è domenica” disse tanti anni addietro Indro Montanelli. Oggi i fiori non si usano più. Solo nei cimiteri hanno ancora importanza. Si nasce, si fiorisce, si offre bellezza al mondo e poi si torna alla terra. Ma una delle cose che non passa mai sei tu, caro Giro. Tu che torni sempre diverso, tranne che per l’emozione che dura pochi secondi quando viene aperto il grande cartellone con la Corsa Rosa che ti scopre agli occhi degli appassionati ed appassionate.
Quanto sei bello Giro? Tanto? Poco? Per il momento sei tornato e non ti chiediamo altro. Cosa ti porti dietro? 100 anni? Ma a chi la racconti, amico mio!; Ganna il tuo primo Re, Girardengo, Binda, Guerra, Bartali, Coppi, Magni, Gimondi, Saronni, Pantani, Simoni; in tanti ti devono tanto. E i ‘conquistatori’ che arrivavano da più lontano? Te li ricordi? Clerici, che per primo dalla Svizzera ti portò via per un’anno, Gaul, Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain.
Giro mio, ma che sorpresa ci fai? Le mitiche Dolomiti ce le regali appena partito. Sarà il tuo cuore, cara Italia, a dire chi sarà il tuo Re sulla bici. Il cuore che trova casa sugli Appennini. Quelle montagne che consideriamo tali soltanto a fine inverno, quando Auro ci saluta con buongiorno per la ‘Corsa dei due mari’ .
Imprevedibile; così ti ha definito la tua mamma, la Gazzetta. “Abbiamo guardato negli occhi il passato, per costruire su queste pietre il futuro.” Ha detto il tuo papà Zomegnan.
Sei nato sotto le ali della Fenice vicino al leggendario Leone alato. E andrai a trovare la poetica Venezia, la storica Trieste, passerai a trovare in mito di Tullio Campagnolo sul Croce d’Aune, riceverai gli applausi dall’Austria, dalla Svizzera, dai cugini francesi, poi ti guarderanno l’Izoard, la Madonnina dall’apice del Duomo, verrai accarezzato dalla poesia delle 5 Terre, e scenderai fino al Vesuvio finché ti spegnerai sulle strade del più grande impero della storia.
Giro caro, ma quanto bene ti vogliamo? Ormai sei più di un’evento sportivo. Sei una storia fatta di centinaia di piccole storie; semplici, umane, faticose. Sei la gente, la montagna che si risveglia ogni anno dove passi, sei il bambino che salta la scuola per seguire papà a vederti passare, sei il nonno che gli parla di Gimondi, Moser, Hinault, sei l’Italia. L’Italia del Giro. L’Italia forse più bella.
Il Giro è partito? Sulle strade ancora no. ma nei cuori, la volata è partita. Chi vincerà? Chi ti seguirà ancora una volta.
Alla prossima.






Luigi Ganna e Dino buzzatti; chi la storia la rappresenta e chi la racconta.

giovedì 11 dicembre 2008

Il ciclismo del bastian contrario (parte 4)



AVANZANO SENZA PIETA’ LE AVVENTURE LETTERARIE DI QUESTO BLOG, PER QUESTO PERIODO INVERNALE. DOPO GLI SPAVENTOSI SUCCESSI DELLE PUNTATE PRECEDENTI, ECCO UN POST DEDICATO AI MIEI RICORDI CICLISTICI.
IL BOTTIGLIONE E’ PRONTO AL MIO FIANCO. INIZIAMO IL LAVORO DI SVUOTAMENTO…

Arrivando da Sospirolo con direzione San Gregorio nelle Alpi, s’inizia una salita non molto lunga – un paio di chilometri – che sale e porta al paese di Carazzai. Arrivato – se ci arrivo – in cima alla salita, dopo duecento metri o poco meno trova posto una panchina in legno, sul lato sinistro alla strada. Se si arriva da San Gregorio, ovvio che la troverete invece alla vostra destra.
Percorsa quella breve salita, spesso mi siedo su quella panca per guardare il bosco che si fa notare sulla collina appena sopra la strada. Mentre svuoto la borraccia senza fretta e mangio qualcosa – una carbonara magari – penso a 100 cose e ne osservo altre. Osservo i ciclisti che passano ogni tanto e mi viene in mente il periodo in cui pedalavo con poche cose. Penso a quando pedalavo con le scarpe da ginnastica e non con quelle di oggi. Pedaline con gli agganci? Figurarsi!... bici con la moltiplica? Scherziamo? Una moltiplica e 4 rapporti dietro! Ecco cos’era il mio vecchio ciclismo!
Penso agli amici che rincorrevano un pallone, e figurarsi se avevano voglia di pedalare con questo bastian contrario. O alle 1000 volte che attendevo l’amico in difficoltà su una salita, fregandomene se perdevo tempo. Oggi la prima cosa che i ciclisti – o le cicliste che siano – fanno, finita una salita, è di cercare con lo sguardo il contachilometri per farsi dire da quell’aggeggio se sono stati bravi. Sono diventati numeri. Hanno smesso d’essere persone. Che peccato. E ne vedo che anche se hanno appena finito la salita – che è roba di poco – subito a cercare il tempo del cronometro! Che cerchino. Chissà che non ritrovino la giovinezza persa.
Dopo un po’ riparto. Ma so che tornerò a fermarmi, perché seduti con me su quella panca ci sono i miei vecchi compagni di bici; c’è il vecchio Mario, con la sua Colnago con tripla moltiplica che, alla fine degli anni Ottanta, veniva circondato da altri ciclisti incuriositi da quel prodigio della tecnica salva-fatica. Ma per i suoi settant’anni quasi raggiunti, era quasi un obbligo.
C’è Massimo – che è ben presente tutt’oggi, sia chiaro – che pedalava con una bici bianco-azzurra che da corsa non era per niente, ma chi se ne fregava. Si alzava il pantalone della tuta per non annerirla con la catena, e via!
Oppure Mauro, che del ciclismo non gli importava niente, e che oggi passo a trovare dentro un cimitero di paese. Anche lui mi fa compagnia su quella panca che forse a Febbraio tornerò a occupare. Ritroverò gli amici andati in cima alla salita più alta, per fare due parole finché non arriverà il giorno che anche la mia, di panca, sarà pronta. Con la speranza che qualcuno si fermi per potergli fare compagnia, parlandogli di quando pedalavo anch’io sulla strada appena sotto il bosco.
Ma non credo capiterà. Almeno finché continueremo a farci dire dal cronometro di un contachilometri quanto siamo bravi. Se passate di là, per quella panchina sempre deserta – per gli altri – e vedete un ciclista sedutovi pacifico, forse avrete davanti il sottoscritto. Chiedetemi quel che volete, anche un’autografo, ma per favore non parlatemi del ciclismo dei numeri. Quello lo lascio a chi ne ha bisogno. Preferisco guardare il bosco.

Alla prossima.