«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 26 gennaio 2017

Il Giro d'Italia numero 70

Nel 1987 il Giro d’Italia viene vinto dall’irlandese Stephen Roche, che nel prosieguo della stagione vincerà il Tour e anche il mondiale. Ma quel Giro passerà alla storia per “il tradimento di Sappada”coinvolgendo l’irlandese e l’italiano Roberto Visentini.
Il Giro si prepara alla svolta per diventare da grande puntamento sportivo a grande evento in genere. Nel 1987 la corsa iniziò da Sanremo per chiudersi a Saint Vincent. Una particolarità fu una crono-discesa del Poggio di 8 chilometri di lunghezza vinta da Roche per la squadra Carrera. In rappresentanza di 20 formazioni partirono 180 corridori e conclusero il Giro in 133 per 3.195 chilometri complessivi. Stephen Roche vinse la gara davanti al britannico Robert Millar staccato di 3’40” con il 3° posto dell’olandese Erik Breukink a 4’17”. Tra i partecipanti manca lo statunitense Greg Lemond a causa di un “impallinamento involontario” da parte del cognato, durante una battuta di caccia. Quell’edizione del Giro vive tutta intorno alla squadra italiana Carrera – la formazione ritenuta da tutti come la “corazzata” di quel Giro – che durante la corsa viene spaccata in due dalla fortissima rivalità che esplode tra Stephen Roche e Roberto Visentini. “Il tradimento di Sappada” diventa il ‘caso ciclistico’ più importante nella storia dei Giri d’Italia degli anni ’80. Per completezza, da qui in avanti riporto, con un volgare copia-incolla, il testo di un articolo che io stesso avevo scritto alcuni anni addietro proprio su questa pagina web, e che cercando nell’archivio – chi vuole – può ancora trovare direttamente tra gli articoli del maggio 2012. Per gli altri questa è la copia.
“Il Giro d’Italia del 1987 prevede, il 6 giugno, un’arrivo di tappa nel paese di Sappada in provincia di Belluno. La squadra Carrera gode del favore dei pronostici per la vittoria assoluta della corsa, grazie all’italiano Roberto Visentini che si dimostra competitivo per poter ripetere il successo dell’anno precedente. L’irlandese Stephen Roche è l’altro uomo di riferimento in seno alla squadra italiana, e tra i due si fa strada fin dall’inizio della stagione una diplomatica collaborazione e niente di più. Già dal periodo della Milano-Sanremo gira l’opinione tra gli esperti che “quei due” saranno difficili da mettere d’accordo. Al Giro d’Italia Visentini arriva come detentore della maglia, Stephen Roche come vincitore del Giro di Romandia, ma con una condizione in crescita. Tra imprevisti allunghi da parte di Roche, sopportati per spirito di squadra da Visentini, si arriva alla frazione del Giro che prevede la scalata del Terminillo. Boifava, Direttore Sportivo della Carrera, per allentare la tensione nel suo ambiente s’inventa l’idea di scaricare la colpa sui giornalisti, colpevoli secondo lui di fomentare rivalità. Una voce sempre più insistente racconta che Roche ha ricevuto proposte di sponsor disposti a costruire una formazione attorno a lui. La giornata del Terminillo diventa forse l’inizio dalla fine quando Roche, in rosa, allunga a una decina di chilometri dalla fine. Visentini di certo non può scattare per andare a riprenderlo, col rischio di riportargli addosso gli altri. Ma ecco scattare lo scozzese Millar. Visentini è lesto ad attaccarsi alla ruota. Ripreso Roche, l’irlandese chiede collaborazione all’italiano per allungare ulteriormente e far si che il Giro diventi una questione Carrera. Visentini però non collabora restando sulle sue. La tensione è sempre più palpabile e Boifava cerca per l’ennesima volta di limitare la tensione in seno alla Carrera, dicendo chiaramente ai due che ci si giocherà la maglia rosa nell’ultima settimana dopo aver eliminato gli altri avversari. Dopo una caduta di Roche nella tappa di Termoli, ed una grande cronometro di Visentini a San Marino – con una debacle dell’irlandese – la situazione vede l’italiano in testa con più di due minuti e mezzo sul compagno di squadra. Vista la situazione della classifica generale, ed il distacco tra l’italiano in rosa e l’irlandese, il Giro sembra indirizzato. Sembra. Siamo al 6 giugno e Sappada aspetta il Giro con un’italiano che veste di rosa. Durante le prime fasi della tappa il ciclista belga Bagot scatta e Stephen Roche si porta sulla sua ruota facendo così parte di un gruppetto. È una fuga importante. Roche ha deciso di parteciparvi, visto che della Carrera non c’è nessuno. L’irlandese non tira, perché Visentini è leader della classifica. Boifava lo raggiunge con l’ammiraglia e gli dice di rinunciare all’azione. Roche si limita a rispondere che quello che può fare è non tirare. Che siano quelli del gruppo ad andare a prenderlo. Il vantaggio aumenta, come l’imbarazzo nell’ammiraglia Carrera. Boifava decide di star zitto con Visentini per non provocare discussioni in gara, e fa tirare la Carrera per rientrare sul gruppetto di Roche. La situazione fa si che i nervi di Visentini siano tesi come corde di violino. Roche davanti continua la sua azione e il compagno in rosa, dietro, ha ormai capito l’antifona e crolla. L’italiano molla del tutto e raggiunge il traguardo con sei minuti dall’irlandese. Il palco premiazioni è gelido. I sorrisi, pochi, sono di pura circostanza. Visentini è furioso. Quando supera la linea d’arrivo fa cenno di voler andare sul palco tivù per dare spiegazioni, ma forse un’alito di buonsenso lo fa desistere subito. La sua frase rilasciata al microfono televisivo; “Stasera penso che saranno in tanti ad andare a casa!” mentre si allontana per dirigersi verso l’albergo, vale più di tanti commenti. L’atmosfera in casa Carrera è pesante provocando una vera divisione interna al gruppo, ma ormai il Giro è deciso. Visentini cadrà giorni dopo, si farà male ad un polso e dovrà ritirarsi. Il giorno seguente al discusso esito di Sappada il pubblico italiano prese di mira Roche, sputandogli addosso e insultandolo senza risparmio lungo le salite. Tempo dopo Roche dirà che l’astio tra i due nacque al Giro. Dal fatto che Visentini voleva la squadra per se al Giro, Roche compreso, ma quando fu l’irlandese a chiedere lo stesso a Visentini per aiutarlo al Tour si senti rispondere picche a questa ipotesi, perché dopo il Giro l’italiano voleva andare in vacanza. Tanti anni dopo Visentini dirà che questa cosa fu solamente un grossa menzogna, non risparmiando parole molto pesanti per l’irlandese e per altre persone che correvano e lavoravano alla Carrera. Roberto Visentini, finita la carriera nel 1990, uscì in maniera totale dal ciclismo. Stephen Roche entrò nella leggenda di questo sport in meno di tre mesi, vincendo Giro, Tour e Mondiale su strada proprio in quell’estate del 1987.”

Vengo al Giro! No, tu no! Ma perché? Perché no!

Prima la lista; AG2R, Astana, Merida, BMC, Bora, Cannondale, FDJ, Lotto, Movistar, Orica, Quick-Step, Katusha, Sky, Sunweb, Segafredo, UAE, Bardiani, CCC, Gazprom, Wilier. Queste le squadre che correranno la gara più importante per il calendario 2017. Le formazioni Androni e Nippo hanno parlato di decisione ingiusta e di voler chiudere baracca e burattini, vista l’importanza che per loro riveste il Giro. Dal canto suo Mauro Vegni tramite la Gazzetta ha detto che; “Non possono esserci dirigenti che dicono che se non possono correre il Giro chiudono la squadra. Se il Giro è così importante tanto da essere tutto, vuol dire che non vi è un vero progetto sportivo.“ Vegni ha ragione guardandola da questo discorso, ma probabilmente non è solo questione di progetto ciclistico. Se fosse un discorso legato a questo avrebbe chiuso subito la bocca a tanti.
Il ciclismo ha ormai costi altissimi e un evento come il Giro non può non tenerne conto. Avere formazioni estere importanti per la loro rispettiva nazione, per quanto riguarda la disciplina ciclistica, darà alla Gazzetta la possibilità di avere più ‘curiosità sportiva’ estera sulla corsa. Per alcune scelte forse pesano anche le magagne della questione “Paga per correre” che, se si è risolta con un nulla di fatto, qualche crepa l’ha certamente lasciata. Ma il discorso verte principalmente sui soldi, perché il ciclismo fatto solo di passione è roba di decenni addietro.

Dopati: perchè condannarli se il pubblico li premia?

Il ‘fenomeno’ Armstrong fa capire perché il doping farà sempre fatica a sparire. Non per Lance, ma per il comportamento nei confronti del doping di moltissimi appassionati.
Ormai quarantacinquenne, il cosiddetto vincitore di sette Tour può servire per capire di come il doping sarà una questione sempre aperta. La carriera di Armstrong è andata in pezzi alcuni anni addietro, quando fu lui stesso a rivelare l’uso continuato di prodotti doping nei suoi anni più vincenti. Chi è oggi Lance? Un ex ciclista dopato, rappresentante della truffa ciclistica più grande che si ricordi, ma che pedala con 200 persone “raccolte” in quattro e quattro otto tramite social in Nuova Zelanda e, come da foto Gazzetta, circondato da ciclo-amatori in fila per foto ricordo e autografi sulla maglietta. Ecco, lasciamo un momento Armstrong. Giriamo l’obiettivo della nostra ideale telecamera e guardiamo gli appassionati che si mettono in paziente attesa intorno a lui. L’Epo?: dimenticato. Le balle colossali dette per anni?: dimenticate. Le accuse verso persone che lui sapeva avessero ragione?: dimenticate. Quindi che si fa? Ci si mette in fila per avere l’autografo di un dopato reo confesso. Perché chiedersi come mai vi sono persone che si dopano, quando gli stessi appassionati per richiedere la foto, la firma, aspettano diligentemente il loro turno? Un tempo doparsi voleva dire ingannare volutamente gli altri concorrenti alla manifestazione a cui partecipavi. Una truffa. Sportiva, ma sempre di truffa si trattava. Voleva dire insultare indirettamente gli appassionati a bordo strada. Prenderli in giro. Ma perché il ragazzino quindicenne dovrebbe rinunciare a tentare la via della truffa usando prodotti dopanti, quando vede che un ex-dopato storico del ciclismo viene rincorso per un autografo e una foto ricordo? Ho sbagliato tutto. Perché condannare le tivù che chiamano al microfono con il ruolo di commentatori ex ciclisti con passati conditi da magagne doping? Onestà? Ma dove ho vissuto fino a oggi? Dovremmo invece ringraziarli per questo. Penso a Suor Alessandra. Lei aveva capito tutto, fin da subito. Noi appassionati amiamo essere trattati come imbecilli coglioni. E lei, capendolo, lo fa perché ci ama. Grazie alla Suora e a tutti i suoi confratelli del Convento della Sacra Omertà, e grazie a tutti quegli appassionati che al famoso ragazzino quindicenne hanno mandato questo bellissimo messaggio; “Dopati figliolo, e non preoccuparti. Dimenticheremo sempre quel che avrai fatto! E se ne avremo la possibilità ti chiederemo anche una foto assieme.”

Il Giro d'Italia numero 60

Arrivato ormai nell’epoca moderna, il 60° Giro, corso nel 1977, viene vinto dal belga Michel Pollentier. Di lì a poco inizierà la rivalità tutta italiana Moser-Saronni.
Con 140 corridori al via in rappresentanza di 14 squadre, dopo 3.968 chilometri di corsa è il belga Pollentier ad avere la meglio davanti all’italiano Francesco Moser e GianBattista Baronchelli. Quell’edizione vedrà l’iridato Maertens grande protagonista perché vincitore di sette vittorie di tappa in soli nove giorni! Maertens dovrà ritirarsi a causa di una caduta con Van Linden in volata all’autodromo del Mugello. Ma in quel periodo il ciclismo non ha dei nomi di riferimento si cui poggiare. Finiti gli anni buoni di Merckx e Gimondi, con quest’ultimo che aveva vinto il suo 3° Giro l’anno prima, con la stella di Bernard Hinault di lì ad arrivare, si cercava qualche nome che ridestasse la passione del pubblico.
Questa cosa sarebbe arrivata di lì a poco quando un affermatissimo talento italiano, il trentino Francesco Moser, avrebbe incrociato i pedali con il giovane ciclista novarese Giuseppe Saronni. Entrambi sarebbero stati gli atleti di riferimento per il ciclismo italiano fino alla metà degli anni ’80, ed entrambi avrebbero vinto quasi tutte le gare tra le più importanti. I due non si sopportavano e non mancavano stilettate o discussioni che fecero la felicità di giornali e tivù. Forse tutto questo fu provocato dal fatto che quando Moser aveva già iniziato a raccogliere vittorie importanti nella seconda metà degli anni ’70, e sembrava così ben avviato a raccogliere l’eredità lasciata da Gimondi dal punto di vista della considerazione e ammirazione del pubblico, arrivò questo “ragazzino” considerato un po’ impertinente che a soli 22 anni vinse il Giro del 1979 facendo capire che Moser avrebbe dovuto dividere la sua popolarità con il giovane connazionale.

giovedì 5 gennaio 2017

Il Giro d'Italia numero 50

La 50^ corsa rosa viene vinta da Felice Gimondi, che diverrà uno dei ciclisti italiani più celebri. In quella edizione debutta un giovane ciclista belga, di nome Eddy Merckx, che a 21 anni aveva appena vinto Sanremo, Freccia Vallone e Gand Wevelgem.
Nel 1967, difendendo i colori della squadra Salvarani, è Felice Gimondi a imporsi nella cinquantesima edizione della gara. La corsa si corre dal 20 maggio all’11 giugno, con 130 partecipanti e 70 corridori arrivati a Milano. Dietro a Gimondi chiudono l’italiano Franco Balmamion, staccato di 3’36”, ed al 3° posto Jacques Anquetil a 3’45”. Quell’edizione viene consegnata alla storia come quella dove le Tre Cime di Lavaredo vengono battezzate ”le montagne del disonore” dalla penna di Bruno Raschi. Questo succede quando la frazione che le vede arrivo di tappa viene annullata dall’organizzazione a causa della moltitudine di spinte, che quasi tutti i corridori ricevono continuamente dal pubblico assiepato a bordo strada. Se a cancellare le Tre Cime di Lavaredo ci hanno quindi pensato gli spettatori, a cancellare lo Stelvio ci pensa la neve. Gimondi aveva vinto il Tour de France l’anno precedente. Rivincerà il Giro due anni dopo e nel 1976.
Ormai il ciclismo sta uscendo dal bianco e nero. Saranno anche gli anni in cui si comincerà a parlare di doping senza più la facile ironia dei decenni precedenti, tutt’altro. Lentamente, ma continuamente, vi sarà l’evolversi di questa “piaga” sportiva che nell’arco dei successivi 30 anni assumerà proporzioni pesanti, tanto da falsare la disciplina. Il primo ciclista dopato al Giro (o meglio, trovato dopato) è il belga Victor Van Schil, gregario di Merckx nel 1968, nel 1969 sarà Merckx ad essere squalificato in maglia rosa. Seguiranno altre situazioni pesanti: Gianni Motta nel 1971 riceve 10 minuti di penalizzazione per positività alla “metil-efedrina”, nel 1985 arriva il divieto dell’emo-trasfusione usata da Moser nell’anno magico, il 1984, perchè ancora non vietata. Il pensiero principe recita; “Se non è scritto che una cosa è vietata dov’è il problema?”. Il centro di medicina sportiva di Ferrara, diretto dal professor Conconi, diventa il più famoso al mondo. Tutti i migliori ciclisti degli anni ’80 e ’90 vi passano, italiani e non. Negli anni ’90 arriva l’EPO e sarà il disastro. Il suo uso nel ciclismo sarà enorme, ma siccome all’antidoping non è ancora possibile rilevarne la presenza, per tutto il decennio molti corridori la faranno franca.
Nel 1998, due italiani Miceli e Forconi della squadra Mercatone –Uno sono espulsi dal Giro per ematocrito alto, per la stessa motivazione viene fermato Marco Pantani l’anno dopo sempre al Giro. Nel Giro del 2001, a Sanremo, i NAS e la Guardia di Finanza arrivano e perquisiscono per tutta la notte le stanze dei 143 ciclisti ancora in gara. Se ne vanno con una quantità impressionante di farmaci di ogni tipo. Il 2002 è un altro anno pesantissimo per il Giro: Nicola Chiesini è il primo ciclista arrestato al Giro, pochi giorni dopo viene rintracciato e arrestato anche Domenico Romano. Stefano Garzelli – in maglia rosa – viene espulso dalla corsa per positività alla Liegi corsa due settimane prima, ed anche Gilberto Simoni viene trovato positivo alla cocaina, che spiegherà figlia della cure del dentista per poi riuscire a salvarsi cambiando versione, dicendo che la cocaina era presente nelle caramelle di una sua zia di nome Giacinta. Gli anni successivi si passa dall’EPO alla Cera (un EPO di evoluta generazione scientifica) ma le cose non cambiano molto: Emanuele Sella nel 2008, vincitore della maglia verde con una settimana di anticipo, Danilo Di Luca nel 2009, che chiuse il Giro al secondo posto, solo per citare due casi tra i più tristi per il nostro ciclismo in quel periodo. Finche in questo decennio viene concessa l’autorizzazione a controllare vecchie fialette degli anni ’90, per capire quanto i nuovi metodi di ricerca siano validi. I risultati delle gare non possono essere più cambiati (a meno di confessione, dopo alcuni anni il reato decade), ma i risultati sono incredibili per il numero di corridori che al tempo sarebbero stati rispediti a casa, senza distinzioni tra italiani, stranieri, campioni fra i più grandi e gregari tra i più applauditi.

domenica 1 gennaio 2017

Gennaio; l'editoriale

“E adesso dove li mettiamo?” si chiedono i sindaci di tutta Italia, da un anno e mezzo a questa parte, per vicende tutt’altro che sportive. Stessa domanda che sarebbe curioso farsi per i ‘profughi’ del gruppo.
“Verso la metà del mese di dicembre è arrivato l’annuncio di Matteo Tosatto sul suo ritiro dall’attività. Trevigiano, 42 anni, trentaquattro Gran Tour disputati, uno dei migliori gregari degli ultimi 15 anni, Tosatto ha ritenuto di non voler; “mendicare un altro contratto”. Il suo desiderio sarebbe quello di trovare un lavoro nel ciclismo guidando un ammiraglia. Ha iniziato ha darsi da fare studiando per diventare direttore sportivo. Non ha specificato se nelle categorie juniores o altre, ma difficile che un ex della sua esperienza non venga contattato da dirigenti o tecnici in ambito professionistico. Stessa cosa parrebbe voler fare Damiano Cunego, che ha rinnovato questo autunno con la Nippo, e che da qualche anno ha preso in mano i libri per acchiappare un titolo di studio in scienze motorie e rimanere nell’ambiente quando dirà basta. Non ci sono state notizie sul come stanno avanzando i suoi impegni scolastici. Ivan Basso sta già lavorando nel ciclismo come (pare) manager ciclistico, con compiti ancora mai esattamente spiegati con chiarezza. Lo si vede a convegni su argomenti ciclistici a volte tra i relatori, lo si vede alle corse più importanti parlando e intrattenendo i rappresentanti di aziende sponsorizzatrici, lo si vede come occasionale accompagnatore in “ritiri” organizzati per ciclisti amatoriali (dall’ottimo stipendio), che possono pedalare qualche giorno in zone dal clima semi-estivo anche in autunno con campioni del ciclismo che furono o che sono, lo si vede intento a correre maratone, forse tirato dalla giacchetta dal CT Cassani. Tre esempi che includono solamente ciclisti od ex ciclisti di casa nostra. Domanda; moltiplicando queste situazioni per tutti gli ex o quasi ex che gravitano nel ciclismo anche di altre nazionalità, dove metteranno tutta questa gente?”

Il Giro d'Italia numero 40

Con lo svolgersi nel 1957 della sua 40^ edizione, ormai il Giro d’Italia è una manifestazione consolidata. Così come consolidata è l’Italia stessa che vive l’epoca del famoso “boom” economico.
Nelle case degli italiani iniziano ad apparire degli enormi marchingegni chiamati elettrodomestici, le strade iniziano a conoscere un fenomeno chiamato traffico, le famiglie sentono parlare di ferie d’agosto, le radio inizieranno a diventare sempre più un soprammobile nelle case delle famiglie ricche perché arrivano i televisori, le campagne si svuotano e si riempiono le fabbriche, i contadini diventano operai. In questa Italia figlia del “boom” economico all’inizio del suo esistere (e che durerà un’altra decina d’anni), il Giro viene vinto da Gastone Nencini davanti a Louis Bobet staccato di soli 19”. Al terzo posto Ercole Baldini ed al quarto il lussemburghese Charly Gaul. Corso dal 18 maggio all’8 giugno Milano è sede di arrivo e partenza. Le squadre partecipanti sono 15, i corridori al via 119, quelli che finiranno la corsa 79.
Bartali, Magni, Coppi sono ormai campioni del passato. La corsa vive il suo episodio principe in maniera curiosa. Nella frazione che aveva nel Bondone il suo teatro principale, Charly Gaul si ferma in una piantagione di uliveti nella zona della Gardesana per far pipì. Gastone Nencini non si lascia scappare l’occasione e decide di attaccarlo per portargli via la maglia rosa. Riuscirà nel suo intento e a Milano sarà l’italiano a festeggiare. Gli anni ’50 del Giro sono raccontati e conosciuti meno rispetto al decennio precedente. Forse la mancanza di assi del calibro di Bartali, Magni e Coppi porta questa tendenza. Forse anche perché sarà solo dal decennio dopo che la tivù guadagnerà spazio con la trasmissione del “Processo alla Tappa” del giornalista Sergio Wolmar Zavoli. Negli anni ’50 (per la precisione nel 1954) la RAI mandò in diretta gli ultimi 300 metri della Milano-Sanremo. Il “Processo alla Tappa” cominciò alla radio nel 1958. Quattro anni dopo (1962) diventò il notissimo programma televisivo.

Il Giro d'Italia numero 30

Nella seconda metà degli anni ’40 il Giro vive la rivalità fra Gino Bartali e Angelo Fausto Coppi. Sarà il secondo di questi a vincere il 30° Giro d’Italia nel 1947.
Il Giro comincia a diventare grande toccando la 30^ edizione. Distrutta dal secondo conflitto mondiale l’Italia si divide tra Bartali e Coppi. In quella edizione lo starter d’eccezione a Milano fu Luigi Ganna, il primo vincitore della corsa. In una delle frazioni in programma, la Perugia-Roma, i corridori percorrono il tragitto previsto pedalando molto lentamente per protestare contro la presenza, a loro dire, delle troppe strade sterrate. Cominciato a Milano il 24 maggio il Giro si chiuderà sempre a Milano il 15 giugno. Ormai diventato una corsa di tre settimane, la gara annovera 20 frazioni. I chilometri totali sono 3.843 per 192 chilometri giornalieri di media. Fausto Coppi vince con la squadra Bianchi alla media di 33,1 km/h., 2° Gino Bartali a 1’43”, 3° Giulio Bresci a 4’54”.
Una cosa che ancora contraddistingueva i Giri di quell’epoca era la carente – se non inesistente – possibilità di effettuare dei trasferimenti. Le località di arrivo delle varie tappe erano sempre i luoghi di partenza la mattina dopo. Non vi era la facilità di spostarsi da un posto all’altro come oggi, dove abbiamo giornate di corsa in cui i chilometri di trasferimento a volte superano quelli da percorrere pedalando. L’edizione numero 30 si aprì con il lutto al braccio per la morte di Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport dal 1922 al 1936.