«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 28 aprile 2014

Le luci, le ombre, la notte fonda. Quel che resta del post-Liegi.

Chiuso il mese del Nord arriva quello della corsa rosa. Nel giorno di Gerrans, un’altra resa per Andy Schleck: game over?
Gli organizzatori della Milano-Sanremo avranno tirato un sospiro di sollievo, quando Simon Gerrans ha vinto la 100^ Liegi. Vincitore della Sanremo pochi anni fa, l’australiano si è tolto di dosso il sospetto di essere stato un vincitore quasi casuale quando, in quel della costa ligure, ebbe la meglio nella classica di primavera. Le luci che hanno acceso la Decana sono state anche italiane. Situazione a cui, specie nel finale, non eravamo più abituati. Un tempo le gare delle Ardenne erano il nostro pane, ma siccome la storia non ti fa vincere le corse, inutile ritornarci troppo. Restiamo quindi inchiodati al 3° posto nella Freccia Vallone della Longo Borghini come miglior piazzamento, sempre senza offesa per i maschietti. Dopo le luci di Bono in eterna fuga (quasi 500 chilometri tra Sanremo e Liegi), ed il tentativo del tandem Caruso/Pozzovivo quasi andato a segno, le ombre non mancano. Continuano le apparizioni ectoplasmatiche di Cunego, campione-fantasma da troppo, che anche ieri era coi primi ma quando questi ultimi iniziano a menare duro sui pedali per giocarsi la corsa di turno, scompare senza colpo ferire. Nibali era considerato il migliore dei nostri, ma la sua testa e ogni suo colpo di pedale già dall’inverno sono incentrati e dediti al mese di luglio. Difatti RCS non ha gradito molto il fatto che il siciliano non abbia corso nemmeno la Tirreno adriatico, sapendo che facilmente avrebbe scartato il Giro. Chi ieri ha nuovamente deluso è stato Andy Schleck, che ormai da tre stagioni corre con pesanti alti e bassi – rari i primi – registrando apparizioni spesso grigie e inconcludenti. Se fino a una stagione addietro lui e Cunego viaggiavano assieme sul binario delle incertezze, adesso il lussemburghese è sempre più smarrito. Cosa sia scattato dentro la testa di questo ciclista nessuno lo sa, e di certo queste figure è lui per primo a volerle evitare. Il suo fulminante talento ciclistico si è esaurito? La sua sicurezza si è persa nel vedersi assegnare in Tour a tavolino? La Liegi vinta da campione anni fa dovremo tenercela come un bel ricordo sportivo? Sia Cunego sia Schleck hanno percorso e stanno percorrendo una carriera al contrario. Negli anni in cui la maturità ciclistica dovrebbe esprimersi al meglio, questi atleti si sono persi per strada. Ma se Cunego è seguito da un’ambiente (Lampre) che da due stagioni vive anche troppo alla giornata, Schleck è seguito dal nostro Luca Guercilena che forse è il più bravo nel suo campo, ma che non riesce a cavare un ragno dal buco. Che Schleck abbia avuto magagne extra-ciclistiche è cosa nota, e di certo se la testa non è tranquilla le gambe si appesantiscono. Ma l’Andy che vediamo (se lo vediamo!) da due anni e mezzo sembra presente più per ragioni di contratto che di voglia vera e propria.

giovedì 24 aprile 2014

Ultima classica, ultima chiamata.

L’ultima campanella, l’appello conclusivo, la gara che si spera possa dare se non un sorriso, una minima svolta per una campagna del Nord italiana fin’ora opaca, grigia, deludente. Sarebbe bello avere molto da dire, ma se il molto è il 14° posto di Vincenzo Nibali, cosa vuoi ricamarci sopra? Magari il 3° posto di Elisa Longo Borghini alla Freccia Vallone, ma diciamolo piano che non sai mai che i maschietti s’offendano. Ma poi? Si sta per chiudere un mese che, a livello internazionale, potrebbe diventare un periodo da record negativo per il ciclismo di casa nostra. Domenica la Decana, la Liegi, diventa spartiacque per la primavera italico/ciclistica. Atteso Nibali protagonista e per il resto chi ci capisce è bravo. Ma non possiamo caricare tutto sul siciliano, che l’anno scorso sommò da solo più della metà dei punti UCI di tutti gli italiani. La pattuglia italiana sarà rimpolpata dai reduci del Giro del Trentino. E speriamo sia un’iniezione sufficiente per dare vitalità a una Nazione ciclistica che sembra ormai persa. Lasciamo perdere la caduta di Cunego mercoledì. Le cadute ci sono sempre state e ancora vi saranno. La caduta da evitare sarà quella di domenica. Non si pretende di avere un’italiano che vince con un minuto sul secondo, ma questa primavera ciclistica azzurra fin’ora è davvero poca roba, per tanti, per troppi.

domenica 20 aprile 2014

A Pasqua risorge Gilbert!

Un’edizione che si è giocata negli ultimi 10 chilometri, un’allungo tremendo del belga lanciato benissimo da Samuel Sanchez, e un’altra corsa opaca dei nostri.
E così Philippe Gilbert risorge nel giorno in cui un’altro simpatico ometto fece lo stesso un po’ di tempo fa. Scattato nello stesso punto che gli fece vincere il Mondiale due anni fa, il belga torna a vincere l’Amstel Gold Race (3^ vittoria) e apre a modo suo il trittico delle Ardenne. Gilbert che pochi giorni fa vinse la Freccia del Brabante. Tre stagioni fa vinse queste due corse, seguite da Freccia e Liegi. Farà lo stesso? Proprio lui si dice meno forte che quell’anno, ma intanto la forma cresce. La corsa in sé si è giocata nell’ultima decina di chilometri e anche stavolta l’Italia è stata poca cosa. Va menzionato il veneziano Nicola Boem (originario di S.Donà di Piave) per aver fatto parte di un trittico al comando nelle ultime decine di chilometri, ma per il resto l’encefalogramma ciclistico azzurro è sempre ai battiti minimi. Dietro a Gilbert si sono classificati Vanendert, Gerrans, Valverde, Kwiatowsky, Geschke, Mollema e Gasparotto primo dei nostri. La prossima corsa sarà la Freccia Vallone. A meno di una giornata di tempo inclemente, facile un finale simile con tutti i favoriti a giocarsela nello strappo conclusivo. In teoria, proprio perché non così difficile fino al Muro di Huy, la Freccia Vallone potrebbe dare più risalto agli italiani, che nei nomi più attesi si sono visti ben poco, quasi niente, con un’allungo di Caruso nel finale e un paio di tirate da puro gregario da parte di Nibali.

"Gli altri più forti di me..." L'onestà di Gasparotto

Cos’hanno detto i protagonisti nel primo dopo corsa? Su tutti svetta l’ex iridato Philippe Gilbert, che racconta di come la situazione era un po’ complicata, fino all’inserimento di Van Avermaet nel gruppetto dei contrattaccanti; “Ero nervoso, e lo sono stato per tutta la corsa, perché c’era una fuga, ma dietro, in gruppo, nessuno voleva prendere l’iniziativa. Dopo la situazione è stata migliore per noi, con Van Avermaet nel gruppetto davanti. Allora abbiamo potuto approfittare del lavoro che la Quik Step è stata costretta a fare, riportandoci sotto tutti. Poi nel finale ho detto a Samuel Sanchez di scattare all’inizio dell’ultima salita. Lui mi ha detto ‘non sto bene!? Ma gli ho detto che provasse lo stesso perché io invece mi sentivo bene. Questo gli ha dato la motivazione per fargli fare un lavoro straordinario. Per me è sempre meglio se qualcuno scatta all’inizio delle salite, ed io posso tentare in seconda battuta. So che tre anni fa ho vinto quattro classiche – Brabante, Amstel, Freccia e Liegi – ma quest’anno sono meno forte di tre anni fa.” Onesta ed esemplare l’auto-valutazione di Enrico Gasparotto (Astana), il migliore dei nostri, e vincitore dell’Amstel due anni addietro; “Un grande grazie lo devo a Bosic alla fine perché ha fatto un lavoro incredibile. Io ho avuto un tentennamento rispetto a Gilbert e Valverde, ma il discorso è che loro sono più porti di me. C’è poco da fare” Più speranzoso è Vincenzo Nibali in vista della prossima settimana; “Gasparotto stava molto bene, voleva tentare la volata. Le mie sensazioni sono buone, non il massimo. Ho fatto tanta fatica, nel finale ero lì davanti, ma le gambe non c’erano. Domenica prossima con la Liegi trovo una gara più adatta a me, quindi vedremo.”

lunedì 14 aprile 2014

L'Italia? Nella polvere.

Un’altro fiasco. Nel giorno in cui i migliori si sono fatti vedere tutti, l’Italia del Nord delude ancora. E la Padania non c’entra.
“Terpstra gigante tra i giganti”. Così si potrebbe idealmente titolare la sua vittoria nella gara dell’Inferno. Oddio, non si puoi parlare di sorpresa, visto che nelle ultime edizioni l’atleta olandese c’era già andato vicino. Gli uomini più attesi c’erano e non si sono nascosti. Perfino Wiggins era nelle posizioni di testa nelle fasi decisive degli ultimi chilometri. Ha chiuso coi migliori e di migliori ve n’erano tanti, che non hanno lesinato energie, lasciato da parte dei tentativi quando le gambe c’erano. Li hanno fermati i crampi o il tatticismo del tutti-controllano-tutti nel finale. Boonen non ha vinto, ma ha fatto vincere. Cancellara controllava sapendo di essere controllato, ma veniva dal suo terzo Fiandre. Sagan non ha il peso (in tutti i sensi) dello svizzero e del belga, ma comincia a farsi vedere, a imparare la lezione, cercando giocarsi la corsa nei tratti buoni per lui, allunga, forza, respira, recupera, molla, ritorna sotto, esce nel prato per poi scattare in faccia ai migliori, insomma ci prova. Niki Terpstra non poteva che ringraziare e festeggiare. Dietro a lui il gruppetto dei migliori, che per un giorno non sono stati tali, ma battuti nemmeno per come hanno corso. Di solito si dice “col coltello tra i denti” mentre si pedala tra nuvole di polvere. In mezzo a una di quelle nuvole c’era il ciclismo di casa nostra. Fosse stata una giornata di pioggia potevi dire che i nostri erano rimasti impantanati, ma col bel tempo cosa vuoi dire se non che sono finiti nella polvere? Aspettavamo ancora Pozzato, come da sei stagioni a questa parte. Per lui forature, rotture del cambio. La Roubaix è (spesso) queste cose. Sfortuna? Forse, ma se poi pensi a Boonen che in corsa ieri ha bucato per la prima volta, tra tutte le Roubaix a cui ha preso il via, di domande te ne fai.
Ma non è solo la questione del ciclista veneto. È il fatto che dietro agli uomini attualmente più noti, dei nostri, abbiamo 100 nomi che come le ruote delle biciclette girano e rigirano ma non arrivano a centrare il colpo nel momento importante. Tanti talenti che quattro cinque anni addietro promettevano, e oggi promettono ancora. Il problema è proprio che promettono e basta, mentre gli altri vincono. Dobbiamo tornare a Ballan – due anni la richiesta di squalifica per ‘trattamento’ del proprio sangue – per ritrovare un uomo da Roubaix? Dobbiamo riabbracciare Tafi – facente parte della lista dopati dei Tour fine anni 90’ – per rivivere momenti esaltanti? Da decenni la Roubaix non era così poco italiana. Dopo Pozzato (50°), altri soli cinque nei 100. Una miseria di risultato, ma soprattutto una scuola italiana (possiamo ancora etichettarci a tal maniera?) che fin’ora registra come miglior piazzamento un 6° posto alla Sanremo. Che dobbiamo fare, rimpiangere i due decenni della premiata ditta Conconi/Ferrari? Ci restano le Ardenne, ci restano Nibali, Ulissi e poi…… appunto; e poi?

mercoledì 9 aprile 2014

Visto che manca meno di un mese, giusto per entrare nel clima....

Per far credere che questa pagina web sprizzi cultura, un consiglio letterario verso un testo di 4 anni addietro. Come veniva raccontato il Giro nei decenni scorsi e anche più di un secolo fa?
“Eroi, pirati e altre storie su due ruote”. Il testo è edito da BUR-Rizzoli per la RCS Libri. La prima edizione è dell’aprile del 2010. Curato da Simone Barillari è una raccolta di testi riguardanti il ciclismo (non solo il Giro) e diversi suoi grandi protagonisti. Diversi articoli che da diversi quotidiani dell’epoca vengono riuniti assieme in questo testo dal costo (nel 2010) di 12,00 euro per 274 pagine. È possibile trovare articoli di Gianni Brera, Bruno Raschi, Gian Paolo Ormezzano, Dino Buzzati, Indro Montanelli, Gianni Mura, Orio Vergani, per citare i nomi più noti e conosciuti al pubblico, non solo ciclistico. Questo libro è un lavoro che regala la possibilità di conoscere l’Italia sportiva di un secolo addietro, e vedere come questa vedeva e raccontava un mondo senza telecamere in ogni dove a riportare ogni più piccola smorfia di un volto esistente. Erano gli anni in cui i giornalisti erano padroni dell’evento, perché la tecnologia dell’immagine non lo aveva ancora catturato per esporlo al mondo. Vedere com’è cambiato il modo di scrivere dalla prima metà del secolo scorso alla seconda. Per curiosi e appassionati della scrittura dedicata al ciclismo, e non solo del racconto stretto verso quest’ultimo.

martedì 8 aprile 2014

In fondo, adesso si può solo far meglio. Giusto?

Una settimana per riordinare le idee, una settimana per tirare le prime somme. Ma la campagna del Nord italiana è iniziata come potevamo aspettarci.
Le parole di Pozzato nel dopo Fiandre sono perfette per disegnare lo stato confusionale del nostro ciclismo. Nel primissimo dopo-corsa il ciclista veneto spiega a Ciro Scognamiglio della Gazzetta di non sentirsi stanco appena finita la gara, vinta da Spartacus per la terza volta, però poi mette lì di aver avuto i crampi “fino alle orecchie”. E se i crampi non sono sintomo di stanchezza, da dove arrivano? Questione mentale, roba di nervi? Da un’atleta che bazzica le classiche da un decennio? E come l’anno scorso non ne capisce il motivo. Domenica lo aspetta la Roubaix, ma lo attendono anche Boonen, Cancellara, Kristoff e altri forti contendenti. Con due soli atleti classificati nei primi trenta posti – per la precisione tra il 17° ed il 25° (Oscar Gatto) – il terzo appuntamento con le classiche importanti registra un’altro colpo a vuoto. La sensazione è che fino al classico trittico delle Ardenne (Amstel, Freccia e Liegi) non pare che l’Italia possa avanzare concrete pretese di giocarsi un traguardo. Certamente la Roubaix è la corsa che più d’ogni altra sa riservare spettacolari delusioni e affascinanti ritorni contornati di gloria, ma fin’ora il bilancio è al di sotto di quello 2013 nelle prime importanti gare di un giorno, ed il 17° posto di Pozzato è il secondo peggior piazzamento dal 2000 (nel 2010 il miglior italiano ottenne un 28° posto) nella gara del Fiandre. Nella Roubaix 2013 l’Italia vide il suo miglior atleta piazzarsi al 21° posto. prima ci furono 7 anni con uno dei nostri sempre nei primi dieci. Se anche domenica il risultato sarà opaco, le speranze si dovranno aggrappare alla seconda metà di aprile. Lì dovremmo essere messi meglio (in teoria…).

giovedì 3 aprile 2014

I salti mortali del ciclismo 'minore'.

La pesante crisi economica sta mietendo problemi ovunque. Nel ciclismo ‘minore’ non si fanno eccezioni. Gli organizzatori ormai sono arrivati alle richieste di autotassazione.
In alcune occasioni del passato si era scritto delle richieste da parte delle rappresentanti donna dell’ACCPI alla Stanlio & Ollio Production (Federciclo). Richieste di denari da investire nella sicurezza in corsa, per fare qualcosa di buono sulle coperture assicurative delle atlete, e per uno stipendio minimo diciamo sindacale. Tutte cose sacrosante che arrivano negli anni peggiori per richiederle. Se ci fosse veramente uno stipendio minimo, molti GS chiuderebbero bottega o dovrebbero dimezzare le proprie tesserate. Poi spuntano ammiraglie nuove di pacca all’inizio di una stagione, e ti domandi come mai i soldi per quelle ci sono. Intanto qualcuno cerca di combinare qualcosa, come il CT Davide Cassani che spinge per un’autotassazione di un’euro ai ciclisti che partecipano ad alcune granfondo, in maniera che quell’euro si tramuti in una cassa per finanziare le gare dei ragazzi. Non si sa cosa ne pensano gli organizzatori di granfondo in toto, mentre Ivan Piol – Presidente del Pedale Feltrino (leggi; granfondo Sportful, la ex Campagnolo) – sulle prime non ha sprizzato troppo entusiasmo se questa cosa dovesse diffondersi. Sulle secondo si vedrà. In Toscana ci sono organizzatori di corse Under 23, che alle squadre non toscane impongono un sovrapprezzo di partecipazione. Il Giro del Friuli (corsa storica del movimento Under 23) ha talmente pochi soldi che ha mandato una richiesta simile (non uguale, nel senso che non conta la provenienza) a decine di società, per avvisarle che a causa della mancanza di denaro saranno costretti a chiedere denaro ai GS che vorranno partecipare. Se entro non molto tempo questa situazione non avrà risposte positive – e soprattutto non in maniera sufficiente per numero di società aderenti – il Giro del Friuli alzerà bandiera bianca, l’edizione 2014 andrà in malora e si cercherà di pensare direttamente all’edizione 2015. Soldi ce ne sono pochi, e gli aiuti dalla Regione Friuli (autonoma) facilmente vengono orientati quasi totalmente verso il Giro d’Italia, che ‘risucchia’ la maggior parte delle attenzioni, forte del fatto che il ritorno mediatico/pubblicitario è spaventosamente più grande. Poi sulle ‘fusioni’ ciclistiche che in questi anni diverse società stanno facendo per non crepare d’inedia si è già letto e scritto, e la situazione pare andrà avanti per alcuni anni ancora, sapendo che probabilmente non tornerà più ad essere come prima.

martedì 1 aprile 2014

Aprile; l'editoriale.

Cretino, smemorato, presumibilmente analfabeta. Qualcuno in particolare? Si. L’appassionato di ciclismo. Ecco come chi declama di amare il ciclismo lo sta mandando a p*****e a velocità della luce.
“Avanti così. Diversi anni addietro, nella tivù italiana, apparve un personaggio chiamato Tafazzi, che saltellando a destra e a manca si dava delle continue bottigliate sui maroni, in rappresentanza di quell’Italia che continuava a farsi male da sola. Così, mentre Suor Alessandra e i ‘fratelli’ del suo convento ciclistico stanno lentamente ricostruendo la santificazione sportiva di Cipollini, forse perché vive la convinzione (o più la speranza, parlando di gente di chiesa?) che dal 9 febbraio dell’anno scorso – vedi Gazzetta – sia passato abbastanza tempo perché l’appassionato medio sia ormai un’essere umano totalmente rincitrullito, arriva in tempestiva sintonia la “Stanlio & Ollio Corporated” cioè la Federciclismo. Chiamare a lavorare come collaboratori del CT italiano Cassani l’ex ciclista Velo e l’ex DS Ferretti sono altri due mattoni che vengono messi per alzare ancor di più il muro del non cambiamento. Questi tentativi possono avere grande successo nel pubblico che segue il ciclismo saltuariamente e che, comprensibilmente, crede che il ciclismo sia quello descritto e raccontato da tutti questi personaggi. Ci sono altri ex protagonisti che riversano il loro massimo impegno in questa missione, forse per fare in maniera che il ciclismo non goda di buona fama. L’Oscar del 2014 probabilmente è già stato assegnato a Savoldelli – vedi editoriale precedente – noto ex ciclista che, soffrendo di robusti vuoti di memoria, poche settimane addietro diede dimostrazione di cos’abbia perso il cinema italiano dal punto di vista recitativo, uscendo dagli uffici della Procura Antidoping del CONI. Ma anche i passati grandi protagonisti del nostro sport – vedi tal Moser Francesco – tentano di aiutare in tal senso. Quindi cosa di meglio che festeggiare i 30 anni del record dell’ora, in compagnia di tante persone e del Vate Conconi, seduto e partecipe alla ricca tavolata imbandita? Il primo medico al mondo che ha fatto del doping una scienza al servizio della gloria sportiva. Sul caro e vecchio processo Lampre verrebbe da mandare tanti in malora, per le notizie che NON vengono date e che uno deve andare a cercarsi (e che in certa stampa NON troverà, se non sull’americano Armstrong perché lui era quello cattivo mentre gli altri sono vittime del sistema). Una Nazione che ciclisticamente parlando continua ad essere senza vergogna, che con alcuni dei suoi raccontatori esclama puntualmente le parole “storia” e “leggenda” per cercare di raccontarla una volta in più. Addetti ai lavori che alla velocità della luce stanno facendo perdere credibilità ad uno sport che, di credibilità, in questi ultimi 15 anni ne ha persa una montagna (parlando di bici, l’immagine è perfetta). Tafazzi? Un mero dilettante, visto che questi qui ci considerano degli emeriti imbecilli coglioni. Avanti così.”