«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 18 luglio 2017

L'azzurro del Giro Rosa

Un Giro in chiaro-scuro per la pattuglia tricolore. Elisa Longo Borghini si conferma la nostra numero uno, e per il resto un segnare il passo con Marta Bastianelli che ci fa sorridere verso la fine della corsa.
Dodici mesi addietro le cronache rosa (nel senso di Giro-Rosa) raccontavano di un Italia ciclistica che portava a casa due vittorie di tappa con Giorgia Bronzini a Gaiarine e Legnano, e chiudendo con una italiana nelle prime dieci (Guderzo: 6^). Si veniva dall’edizione 2015 che al tempo registrò un bel “riaccendersi” delle italiane (allora alcune vittorie e diverse presenze sul podio di giornata). Ricordiamo ma giusto per la cronaca il “digiuno” che andò dalla Fossacesia – Cerro al Volturno del Giro 2009 (Noemi Cantele) fino a Giorgia Bronzini nella frazione sul circuito di Montecagnano Faiano del Giro 2013. In questa edizione 2017 Elisa Longo Borghini chiude ad alto livello la sua stagione in terra di casa, grazie ai due titoli tricolori (linea e crono) ed il bel 2° posto della generale, confermandosi la nostra numero uno; “Stai a vedere che, con me, Emma Johansson ha trovato la sua erede, lei che arrivava sempre seconda. Scherzi a parte, sono molto contenta del mio Giro. Devo tantissimo alla mia squadra che in questa stagione ha lavorato tanto per me, e se sono arrivata seconda è anche merito della cronometro a squadre che abbiamo fatto e che mi ha messo in un’ottima posizione. Un pensiero lo mando a Claudia Cretti, che sta combattendo per vivere, ed è strano. Noi siamo qui che ci contendiamo una classifica generale, magari ci arrabbiamo per una giornata finita male, mentre lei è in ospedale per stare bene, per poter vivere. A volte è proprio strana la vita.”
Giorgia Bronzini ha raccolto due terzi posti di giornata, così come Elisa Longo Borghini, ma chi si porta a casa un bel sorriso di soddisfazione è l’ex iridata Marta Bastianelli, che nella Palinuro-Polla (9^ frazione) ha avuto la meglio in volata su Lotta Lepisto e Giorgia Bronzini. A livello di classifica generale, detto del 2° posto della Longo Borghini, non troviamo molta Italia. Elena Cecchini chiude 18^, Sofia Bertizzolo 26^, Alice Maria Arzuffi 31^, Anna Maria Coloni 33^ Tatiana Guderzo 35^. Una nelle prime dieci, due nelle prime venti, tre nelle prime trenta, otto nelle prime cinquanta. Con la lenta ma normale chiusura “naturale” del ciclo storico che in questi ultimi dieci anni ha portato quattro Mondiali (più uno dalla pista) e svariate medaglie tra Mondiali e Olimpiadi, con alcune atlete che fino a poche stagioni addietro erano delle ottime promesse ma che faticano ad emergere definitivamente (Valentina Scandolara e Francecsa Cauz hanno chiuso oltre l’ottantesima posizione a oltre un’ora dalla prima), per il momento a sventolar bandiera azzurra sono il trio Rossella Ratto, Elisa Longo Borghini ed Elena Cecchini.

venerdì 14 luglio 2017

"Tornerò il prossimo anno"

Sorride a metà Annemiek Val Vleuten, perché se il Giro non l’ha perso nella frazione più facile della corsa, di certo lo ha pesantemente compromesso.
Alla fine chiude con il terzo gradino del podio e due vittorie di tappa. Risultato per la quale molte sue colleghe sarebbero disposte a pagare, vivendo di rendita per il resto della stagione. Appare soddisfatta Annemiek Van Vleuten, anche se il verbo “festeggiare” può farsi strada soltanto fino ad un certo punto; “Chiudo con ottime sensazioni ma anche con qualche rimpianto. Siamo andate alla grande, la seconda tappa vinta (la Zoppola-Montereale Valcellina), poi la vittoria nella cronometro (Sant’Elpidio a Mare), ma la quarta tappa (Occhiobello-Occhiobello) non è andata bene. Però essere atlete vuol dire anche saper gestire qualche delusione e andare avanti. Penso al fatto positivo di aver potuto giocarmi la classifica generale. Quindi tornerò il prossimo anno, sperando di trovare un percorso più difficile, con degli arrivi in salita“.
Quindi la Van Vleuten ama la salita? Diciamo che certamente non avrà un bel ricordo della pianura Veneta e di quella quarta frazione che a causa del vento, e della bravura della squadra Boels Dolmans nel saperlo sfruttare a proprio vantaggio, le ha pesantemente bruciato tantissime possibilità di vincere la corsa. Perdere un minuto e quaranta nella più piatta frazione possibile è cosa davvero grossa. Lo capirono immediatamente, quel giorno, le migliori del gruppo che pedalarono di buona lena proprio perché si dovevano catturare più pesci possibili dopo che la rete era stata gettata. Annemiek vi è finita dentro.

martedì 11 luglio 2017

La migliore

Dopo la vittoria del 2015 Anna Van Der Breggen bissa il successo nella 28^ edizione del Giro femminile. Una vittoria senza discussione, nata già dal secondo giorno. Giro maschile e Giro femminile all’Olanda.
Dominio pressoché totale quello della Boels Dolmans che ha tenuto la “rosa” fin dal crono-prologo di Grado. Anna Van Der Breggen ha vestito la maglia rosa dalla seconda frazione – dopo averla tolta alla compagna di team Karol Ann Canuel – e trovando un’alleata nella bella condizione fisica che ha portato al Giro e che le ha permesso di non mancare mai quando le azioni delle più vicine rivali in classifica la chiamavano all’appello. “Questa stagione è stata davvero perfetta con la mia nuova squadra, e mi sto gustando ogni momento. La differenza dalla mia prima vittoria al Giro è che due stagioni fa mi ero dedicata totalmente a preparare questa corsa, questa volta no. Credo sia proprio grazie a una squadra così forte intorno a me che sono riuscita a vincere.” Una vittoria di tappa – la crono-squadre d’apertura – e due secondi posti (in entrambi i casi dietro alla Van Vleuten e davanti alla Longo Borghini) le hanno permesso di non rischiare mai la leadership della classifica generale.
“Vincere il Giro è molto faticoso e stressante, però è una grande esperienza. Sono giorni duri perché non ci sono giorni di riposo ed ha fatto molto caldo. Sono davvero molto contenta di avere vinto il secondo Giro”. L’Olanda vince tutti e due i Giri italiani. E soprattutto lo fa con due atleti che paiono avere le qualità per essere protagonisti vincenti per diverse stagioni ancora. Quello femminile quest’anno non era un Giro pesante, duro, forse per la mancanza di salite lunghe, impegnative quindi anche nella durata stessa delle scalate. Ha esordito la cronometro a squadre (che differenze tra alcune squadre per la capacità di “muoversi” nel rispettivo treno!), che probabilmente verrà ripetuta. È migliorato in parte il servizio della RAI con un telecronista, Stefano Rizzato, che parla un buon inglese e automaticamente le interviste prima e dopo le tappe sono aumentate. Però le sintesi sono ormai ridotte al quarto d’ora o un pelo di più, e fare “salti” dal primo chilometro ai meno 30, e in cinque minuti ai meno 5, sminuisce troppo la corsa più importante del calendario femminile. L’Italia si è vista poco e solo nel finale di Giro ha rialzato la testa, ma questo è un discorso che arriverà più avanti.

domenica 9 luglio 2017

Giro-Rosa: tappe 8-9-10

Con il pensiero di tutti verso Claudia Cretti, Lucinda Brand vince alla grande la tappa più lunga. L’Italia rialza la testa con Marta Bastianelli e poi sipario calante sulla regina rosa 2017: Anna Van Der Breggen
La frazione più lunga del Giro, da Baronissi a Palinuro con 145 chilometri, si vive con l’angoscia nel cuore per Claudia Cretti. Ma per quella che è la cronaca di corsa, sugli scudi Tetiana Riabchenko che diventa protagonista per buona parte della frazione. Dietro il gruppo delle migliori si assottiglia, anche se non vi sarà bagarre tra le più forti. Forse il caldo, i 145 chilometri che arrivano assieme al giorno numero otto di corsa, sono i fattori non-scatenanti. La brava Riabchenko in discesa non è per niente un asso, con molti tentennamenti nell’impostare alcuni tornanti. Chi invece non tentenna è la ventottenne della Sunweb Lucinda Brandt, che esce dal gruppo, parte all’inseguimento della ciclista in testa, la raggiunge, la supera e la stacca in un amen. Brandt che vince quindi a seguito di una bellissima azione, con la Riabchenko seconda e Megan Guarnier che regola l’ormai gruppetto delle migliori a 1’33” dalla vincitrice. E intanto Anna Van der Breggen sta dominando il Giro. Brandt; “Avevo 30 secondi di ritardo dalla Riabchencko, ho preso velocissima la penultima discesa ma non sapevo più quanto avevo ancora dalla “testa”. Ho avuto anche una caduta di poco conto, e dopo quando ho intravisto la testa della corsa ho dato tutto. Raggiunta, lei non è riuscita a seguirmi. È stato grande anche il mio Direttore Sportivo, che mi ha aiutata molto con le curve di questo finale”.
Stanchezza regina nella penultima tappa che da Palinuro raggiunge Polla dopo 122 (caldi) chilometri. Regina però è anche Marta Bastianelli (Alè Cipollini) che fa rialzare la testa alla nostra bici rosa regolando la volata davanti a Lotta Lepisto e Giorgia Bronzini. Così mentre tutte aspettano l’ultima frazione per chiudere le corsa e decidere la regina di questa edizione, ci pensa la venticinquenne Anna Travisi (Alè Cipollini) ad accendere la miccia di giornata. La Jazinskaya e la Kitchen la raggiungono e le tre sembrano avere un’ottima intesa, ma ai “meno 2” devono rialzarsi e lasciare che sia il gruppo compatto a determinare la vincitrice di giornata. Chi se la ride (con tanto di lacrime di squadra) è l’ex iridata 2007; “Mi sono tenuta bene per oggi, perché ci tenevo a far bene. Avevo vista che la tappa era un po’ impegnativa all’inizio ma poi mi sono tranquillizzata. Ho cercato di tener duro e a parte il gran caldo penso ne sia uscita una bellissima tappa. La fuga di Anna ci ha fatto da punto di riferimento perché la sua azione a costretto le altre squadre a lavorare. Ho avuto un grosso aiuto dalle compagne rimaste con me, in particolare la Paladin che mi ha tirato negli ultimi 300 metri. Lotta (Lepisto n.d.r.) ha cercato di chiudermi verso le transenne, ma ho voluto tener duro per fare il mio sprint”. Sulla forma di tutte è chiara Elisa Longo Borghini; “Le forze iniziano a mancare. Sono però certa che domani Annemiek (Van Vleuten n.d.r.) sarà la prima ad attaccare ed io proverò a tenere e capire come mi sentirò”.
Il giorno successivo tutti aspettano le migliori e l’attesa viene premiata, visto che nella parte conclusiva della frazione che si corre sul circuito di Torre Del Greco, per 124 chilometri, Longo Borghini, Guarnier, Van Der Breggen e Van Vleuten sono da sola in testa. La pedalata decisa della regina del Giro 2015 fa capire che il Giro 2017 non avrà sorprese. Verso la fine dell’ultima erta la Guarnier si stacca. Rientrerà poi a due chilometri dalla fine in compagnia della Spratt e della Niewiadoma, che proprio dietro alla Guarnier si piazzano al 2° e al 3° posto di giornata. “Il circuito iniziale era molto nervoso – spiega la vincitrice di tappa – ma sulla salita eravamo tutte insieme. Il ritmo era molto alto nel salire, e con l’allungo di Annemiek ho perso qualcosa vicino alla vetta. Poi la Niewiadoma e la Spratt mi hanno ripresa e insieme siamo riuscite a rientrare. Nello sprint non ero nella posizione migliore, ma oggi volevo davvero vincere”. Cosa dice invece la regina rosa 2017? E Annemiek Van Vleuten che perde il Giro per un ventaglio nella frazione più piatta del Giro? E come esce l’Italia? Questo prossimamente, per tirare qualche riga e fare due conti.

giovedì 6 luglio 2017

Giro-Donne; tappe 4-5-6-7

Nella parte centrale del Giro “risorge” la Van Vleuten, affossata dal vento a Occhiobello e rilanciatasi nella crono il giorno dopo. L’Italia decisamente male rispetto all’edizione precedente.
La frazione probabilmente più facile del Giro ha dato un’altra bottarella alla classifica generale. Nei 118 chilometri della 4^ tappa, con partenza e arrivo a Occhiobello, il gruppo si ritrova “spaccato” in due parti con la Van Vleuten che si fa pizzicare nel secondo. Quando davanti gira voce dell’ospite illustre presente nel gruppo inseguitrici, capita che davanti fior di atlete iniziano a darsi da fare per non far abbassare l’andatura. Il risultato dirà che tra il primo e il secondo gruppo il distacco risponde a un minuto e quaranta secondi, che sono un’enormità tenendo conto delle caratteristiche del percorso. Gli applausi di giornata sono per la belga Jolien D’Hoore, che vince per mezzo copertone sull’australiana Hosking e su Colin Riviera, terza al traguardo. “Lo sprint è stato caotico – ha spiegato la vincitrice di giornata – anche per la presenza di due rotonde nel finale. Giorgia Bronzini ha tirato la volata e la fine è stata davvero al centimetro. Sapevo di avere vinto, ma ero confusa dal fatto che anche la Hosking gioiva per la vittoria.” Un’altra che se la ride è la maglia rosa Anna Van Der Breggen, che andava a rafforzare la sua posizione in classifica prima della cronometro; “Solitamente le frazioni come questa sono per le sprinter, ma non vuol dire che non si possa provare qualcosa. Bello vedere la squadra lavorare in questo modo. Io sono sempre favorevole a provare a fare qualcosa. Sappiamo come affrontare o provocare i ventagli e ha funzionato”.
Il giorno successivo arrivano i 13 chilometri della cronometro individuale di Sant’Elpidio a Mare. Le esigenze televisive ormai hanno ridotto a un quarto d’ora le tappe – tranne la prima frazione – e quindi le immagini sono ristrette a partenza e ultimo tratto. Un peccato, come un peccato che con questa formula televisiva, su cinque frazioni ci sono stati quattro orari diversi di messa in onda. Se il giorno prima Annemiek Van Vleuten le aveva prese in questa prova ha rialzato la testa per dire che prima di darla per morta era presto. La rappresentante della Orica-Scott regola Anna Van der Breggen a 41” ed Elisa Longo Borghini a 1’15”. Il finale della cronometro è al limite della Montain Bike (un cartello segna 30%), con atlete che vengono spinte per evitare loro il piantarsi sul posto. La Longo Borghini monterà il 36x29. Annemiek Van Vleuten raddrizza classifica e morale, e dopo la cronometro non lo nasconde; “Mi sento in ottima forma, mi sono allenata a fondo per questo Giro. Ieri ero molto delusa dopo aver perso tutto quel tempo a causa dei ventagli, ma quel che è fatto è fatto. Oggi dovevo solo cercare di dare il massimo. La corsa non è finita fino a domenica”. Piange l’Italia: dopo cinque giorni Elisa Longo Borghini è l’unica delle nostre tra le prime dieci della generale. Due terzi posti, sempre suoi, i migliori risultati fino ad allora. Lo scorso anno, dopo cinque tappe, registravamo una vittoria (Bronzini alla prima tappa), quattro secondi posti consecutivi e tre terzi posti.
Fila via liscia, senza nessuno scossone per la generale, la frazione di Roseto degli Abruzzi, la 6^, di 116 chilometri, che si snodava su 4 giri di un percorso ch’è stato affrontato in una bella e calda giornata estiva. Tutto si risolve in volata ed a vincere è la finlandese Lotta Lepisto per la Bigla, che ha la meglio sulla statunitense Colin Rivera e Giorgia Bronzini, non entusiasta dell’esito finale, con riferimento alla vincitrice di giornata; “Mi ha lasciato dell’amaro in bocca, perché non avrei voluto che succedesse quello ch’è successo ieri al Tour (caduta di Marc Cavendish su restringimento di Sagan n.d.r.). Già il primo giorno in volata abbiamo rischiato, oggi Lotta è entrata un po’ prepotentemente sulla mia ruota ai 200 metri. Purtroppo è andata così, però anche stavolta siamo state brave a non cadere.” Nemmeno fosse una involontaria premonizione, la settima tappa (Isernia-Baronissi di 145 km.) ha come motivo conduttore la grave caduta in discesa ad altissima velocità della bergamasca Claudia Cretti di vent’anni. Trasportata in gravi condizioni all’ospedale era in prognosi riservata. La frazione vedeva la generale senza cambiamenti, e la vittoria di Sheyla Gutierrez.

lunedì 3 luglio 2017

Giro-Rosa: tappe 1-2-3

È iniziato con un passo televisivo ben diverso dal solito il Giro-Rosa 2017, poi purtroppo si è tornati alle sintesi flash. La “generale” si è già data un primo colpo di assestamento.
Con il commento di Stefano Rizzato, e l’ex tricolore Giada Borgato come “spalla” tecnica, il Giro-Donne RAI 2017 ha fatto un ottimo esordio. Migliore senza dubbio delle cose proposte e raccontate (a volte in modo imbarazzante) negli ultimi anni. Purtroppo non è durata. Se tra le squadre preannunciate come protagoniste della crono-squadre di apertura (la prima in assoluto al Giro) i pronostici sono stati tutto sommato rispettati, da segnalare la prima “rosa” della corsa a favore della campionessa nazionale canadese Karol-Ann Canuel per la Boels Dolmans (2^ la Sunweb, 3^ la Orica); “Non mi aspettavo nemmeno io di poter andare così forte. Abbiamo corso con grande affiatamento, nonostante la prova fosse molto corta. Per la classifica delle nostre capitane bisogna prendere secondi dove possibile. Non era programmato che fossi io a tagliare il traguardo per prima, e quindi prendere la maglia rosa, ma erano tutte contente per questo.”. Bella presenza di pubblico all’esordio, sempre belle le cittadine friulane, e nota di cronaca la differenza (ritmo di pedalata, cambi, giochi di scie, “rilanci” dopo le curve) che si notava tra squadre abituate all’impegno a cronometro di gruppo e quelle che, forse, la vivevano per la prima volta.
Il secondo giorno di gara, con la Zoppola-Montereale Valcellina, le migliori non si sono fatte aspettare. Ad Annemieik Van Vleuten la frazione; “Fin dalla prima salita ho voluto subito provare a sentire come andavano le mie gambe. Anna (Van Der Greggen n.d.r.) non mi ha aiutata perché nel gruppo delle inseguitrici aveva la Guarnier (co-capitana n.d.r.), però sono riuscita ad andare lontano e forte”, e proprio ad Anna Van Der Breggen è andata la maglia rosa, rimasta questione di casa avendola presa alla compagna di team Canuel. Tappa veloce nella sua media con Elisa Longo Borghini protagonista della fuga di giornata con le due sopraccitate colleghe. Frazione che ha dato una botta niente male alla generale, visto che il gruppo delle altre migliori ha buscato quasi 2 minuti, e il gruppo rimanente oltre due minuti e mezzo. Comunque contenta, dopo la seconda frazione, la nostra Longo Borghini; “Ha vinto la più forte. Abbiamo lavorato fino alla fine, ma per me è importante provare a correre bene qualche frazione, e capire come sto ogni giorno. Voglio correre senza pressioni. Solitamente ho sempre un giorno dove ”muoio” e mi devono raccogliere con il cucchiaino. Spero che non vada così quest’anno, ma non per la classifica generale, ma anche perché….non è divertente!”.
La “pacchia” televisiva RAI è durata un solo giorno. In venti minuti scarsi tutta la tappa, datosi la messa in onda “dentro” la frazione del Tour. L’impressione è che ho ti mangi sta minestra oppure eccetera-eccetera. Peccato, perché finalmente una coppia (Rizzato-Borgato) che riusciva a “tenere” in piedi la telecronaca con una conoscenza delle cicliste che avevamo dimenticato. Sul traguardo di San Vendemmiano nulla cambia per la classifica generale, e dopo una volata un po’ caotica, alla fine di una tappa molto controllata dalle formazioni maggiori, emerge la ventiquattrenne Barnes. Lei stessa, di vincere al Giro, non ci pensava proprio. “Sono quasi scoccata, non so cosa dire, è stata una sorpresa trovarmi sul podio. È bellissimo vincere in questa corsa importante, la squadra cercava da tanto una vittoria, ed io stessa la cercavo dopo una serie di piazzamenti. E stata una specie di maledizione finalmente cancellata”.

sabato 1 luglio 2017

Luglio; l'editoriale

Nel Tour apparentemente più aperto degli ultimi 10 anni, Contador dovrebbe vivere la sua ultima recita transalpina. Sette grandi giri vinti (per lui nove), e l’ultimo disperato tentativo dell’iberico di vincere la corsa che lo rese grande. Specialmente nel 2009.
“Dieci anni fa, proprio in Francia, Contador accese la sua stella. Due anni dopo rivinse una edizione tremenda per pressione e rivalità feroce, facendo a testate con un texano dagli occhi di ghiaccio suo compagno di squadra. Nel 2004, al Giro della Asturie, Alberto Contador finì a terra in preda a convulsioni. Venne salvato da soccorsi rapidi e da un’operazione al cervello per combattere una cosa chiamata ”cavernoma”, che provocò una improvvisa emorragia celebrale. Tornò in gruppo con la nomea di miracolato, come capitò all’allora suo idolo Armstrong sette anni prima. Scherzi del destino. Si perché il rivale con cui ha portato avanti e vinto, nel 2009, la sua battaglia ciclistica più pesante, fu proprio Lance. Era il Tour di fine decennio e Contador si ritrovò il peggior compagno di squadra che chiunque potesse avere. Contador che fino a due stagioni prima era pupillo di Lance, Lance che fino al tardo autunno del 2008 era l’idolo di Contador. Vincendo quel Tour 2009, con Amrstrong potentissimo co-capitano, dimostrò di avere due palle pesanti. Armstrong era figlio di una cultura pronta a far diventare marketing anche un colpo di tosse, e forse è stato l’unico capace di questo. Spietato, calcolatore, intelligente nell’uso dei media, persona di parola con tutti, bastava che l’ultima fosse la sua. Ma se dall’altra parte trovi un ragazzo che vince il suo secondo Tour a ventisette anni – Indurain, per fare un esempio, a quell’età non aveva iniziato ancora a vincere i suoi cinque Tour consecutivi – significa che non ci sono solamente gambe buone. Contador subì situazioni al limite dell’assurdo, per usare un eufemismo, come il doversi comprare di tasca sua delle ruote ultima evoluzione in un negozio di bici, prima di una cronometro, perché l’unico paio di ruote disponibili fatte arrivare alla squadra era a disposizione di Lance. Contador ha vinto molto di più di quei due Tour, anche un Giro 2011 (poi toltogli) tra i più duri degli ultimi decenni, ma quel Tour 2009 sarà sempre la sua vittoria più difficile, forse la più difficile tra quelle sette (per lui nove) che oggi può vantare nei Grandi Giri”.

martedì 20 giugno 2017

Aspettative tante: basterà?

Attraverso i campionati nazionali – ed il Giro di Svizzera – la pattuglia italiana guarda ormai oltre le Alpi. Senza dimenticare il rosa delle ragazze, ad un passo dal via.
Chiamiamoli segni di speranza, dopo una primavera sottotono, e avviciniamoci al Giro di Francia fiduciosi. In verità non abbiamo, al momento, molti assi nella manica, anche se la non partecipazione al Giro di alcuni protagonisti (chi per costrizione, chi per scelta, chi per ordini superiori) potrebbe fare da viatico per dare un colpo di pedale più vigoroso del solito. Non facciamo nomi, pensiamo più a fare il tifo per una bici italiana che andrà in Francia con necessità di robusta rivalsa. In Svizzera abbiamo ritrovato un podio (Damiano Caruso secondo) e vittorie di tappa con leadership momentanea (Pozzovivo), ma inutile dire che serve ben altro valore di prima firma sulla linea bianca per rilanciarci a ottimo livello.
Come da tradizione pochissime righe scritte, e forse manco quelle, riguardo al Giro-Donne che tra poco tempo – pochi giorni prima del Tour – inizierà con poche speranze anche lì di avere una visione di classifica generale con dei nomi italiani da attendere al varco. Ci affidiamo all’attesa di giornata, a meno di sorprendenti debacle esotiche, ma perlomeno con una bici rosa che rispetto agli anni passati, nelle ultime edizioni ha ripreso a colorare di azzurro i podi di giornata. Nel buttare un occhio alle cronache di non così tanti anni addietro, stupisce in senso negativo di come diverse giovani cicliste di casa nostra non abbiamo più mostrato segni di conferma. Al momento continuiamo a non avere una rappresentante per la generale, se non vedendola spuntare da eventuali disgrazie ciclistiche di atlete straniere. E anche qui la parola speranza sarà protagonista. E “speranza” è anche di non vedere un Giro-Donne maltrattato dalla RAI come l’anno passato.

giovedì 1 giugno 2017

Promossi, bocciati e rimandati della corsa rosa.

E tornò il giorno delle particolari pagelle sul 100° Giro. Come sempre qualcuno o qualcosa resta sempre escluso. Ma con tutte le pagelle che saltano fuori da ogni dove a ogni Giro fatto….
VOTO 181 a Tom Dumoulin; prendete le singole cifre che compongono il suo numero di gara e avrete il suo voto. Ha controllato la gara come un veterano, e se per chiudere i conti ha dovuto aspettare la cronometro di Milano, lo si deve ai fuochi d’artificio scoppiatigli in pancia il giorno del doppio Stelvio. Ha perso solo due minuti perché non è andato nel panico dimostrando di essere uno che ha cervello. La cosa preoccupante per i suoi avversari?: che sa usarlo. Se gli rinforzeranno la squadra (ne ha bisogno) questo Giro sarà stato solo l’inizio di altri trofei ai Gran Tour francesi, spagnoli o italiani che siano.
VOTO 9 al Giro 100; Vegni e compagnia non potevano pretendere di più. Quattro corridori dentro il minuto a 30 chilometri dalla fine. In più non solo l’incertezza su chi avrebbe vinto, ma nemmeno la più pallida idea sulla composizione del podio. Inoltre, dove arrivava il Giro ecco il bel tempo. Bello il percorso, ma una edizione storica che evita Roma, Napoli, Torino, Venezia,...mmm…… Fernando Gaviria (colombiano come Quintana) ha corso il suo primo Giro con quattro vittorie cristalline. Compirà 23 anni ad agosto e ha fatto vedere ‘numeri’di altissimo livello velocistico (e forse l’inizio della fase calante di Greipel).
VOTO 8; Vincenzo Nibali ha fatto tutto quel che poteva. Se l’Italia esce dal Giro senza lo “0” alla casella vittorie di tappa lo deve al più completo e forte ciclista italiano da corse a tappe degli ultimi 15-barra-20 anni, che quando corre per la classifica difficile manchi almeno un podio. Solo per il Giro; 19° (2007), 11° (2008), 3° (2010), 2° (2011), Giro 2013, Giro 2016, 3° (2017). Davide Formolo cercava la ‘bianca’ ma non l’ha presa. Ha chiuso al 10° posto della generale, che dopo il 9° dell’ultima Vuelta non è per niente male per uno che ha 24 anni. Se ha testa (pare ne abbia) aspettiamolo tra un paio di stagioni. Mikel Landa è stato il migliore della terza settimana e la maglia azzurra finale. Senza quel disastro nella caduta che ha incerottato mezza Sky, dove ha lasciato minuti per le botte prese, il podio avrebbe avuto un contendente in più. VOTO 7 a Nairo Quintana; non era quello che si sperava di vedere, nonostante la squadra migliore. È stato lui per la prima parte (vedi Blokhaus). Ha pagato poi un paio di tappe corse con qualche linea di febbre. Chiude al secondo posto dopo la vittoria del 2014. Il Giro fa per lui, speriamo se ne ricordi più spesso. Thibaut Pinot; subito simpatico a noi veneti per il cognome di stampo eno-ciclistico, lo si aspettava protagonista sulle montagne nella terza settimana e non ha mancato. Ottimo il suo Giro, ma per il primo gradino manca qualcosa. Una squadra con qualche cosa in più?
VOTO 6 a Domenico Pozzovivo; chiude da secondo degli italiani, ma l’impressione è che tra qualche anno ci ricorderemo di lui come di un bravissimo scalatore, volenteroso, generoso, simpatico, disponibile, paziente, cordiale, sereno, esperto di meteo, lucano,….. VOTO 5 alla RAI; eh la miseria!! Che sarà mai per un voto così alto rispetto al passato? Non sembra nemmeno la stessa TV che trasmette da cani il Giro-Donne, dove l’anno scorso si sono toccati dei vertici di mediocrità forse irraggiungibili. I fattori scatenanti di un voto così premiante sono riconducibili al fatto che gli inutilissimi Bartoletti e Pasqualin sono finalmente spariti, che Sgarbozza non s’è visto e nessuno se n’è accorto, ma restano purtroppo una trasmissione post-gara che continua ad essere riservata ai soliti commentatori che si scambiano di posto a seconda della trasmissione, con tizio oggi ospite e domani conduttore, e con i giornalisti Gazzetta spariti da anni così come i direttori sportivi. Domanda; chi ha fatto la raccomandazione di mettere Massimiliano Rosolino per una trasmissione pre-tappa? Bene il lavoro di Marco Saligari su “Moto-2”, bene gli inviati RAI per le interviste dal villaggio di partenza e per il primo dopo-gara.
VOTO 4; Casa-Italia; dopo corridori di altissimo livello come Aru e Nibali troviamo un bel salto. Una sola vittoria italiana nel 100° Giro è un bilancio fortemente negativo. Mancavano certamente corridori come De Marchi, Viviani, Ulissi, Trentin, ma una sola affermazione è ben poca cosa. Pare che diversi anni addietro, a livello Juniores, avessimo dei veri fenomeni. A distanza di alcune stagioni si sono rivelati corridori modesti, che in diversi casi sono durati due stagioni. VOTO 3 a Greipel; il tedescone ha beccato una “rosa”, una tappa e poi ciao senza rimpianti. Stessa musica già suonata al Giro in passato da lui e altri colleghi veloci. VOTO 2 a Filippo Pozzato; ha ancora voglia di correre, o era lì solamente per poter dire che al 100° Giro lui c’era? VOTO 1 a Stefano Garzelli; guardando alle cronache del Giro d’Italia di 15 anni addietro (2002), e sentirlo commentare con fare severo verso le due teste di c***o della Bardiani buttati fuori alla partenza di questo, è un prendere in giro gli appassionati. VOTO 0; alle due teste di c***o della Bardiani: Pirazzi e Ruffoni.

Giugno; l'editoriale

Chiuso il Giro con un bilancio deludente, ricordiamoci che arrivavamo da un mese di classiche non entusiasmante, e prima ancora da una Tirreno-Adriatico simil-Giro. Ciclismo italiano cercasi.
“Non v’è trippa per gatti se non poca roba. Facendo due conti sul primo semestre ciclistico di casa nostra abbiamo ben poco da esibire. Ci attacchiamo alla speranza che Aru, forse Nibali ma questo si vedrà, Ulissi, De Marchi, Moscon, Viviani, insomma i nostri rappresentanti, corrano il prossimo Tour con la voglia di battere un bel colpo al tavolo transalpino. Non abbiamo molte frecce al nostro arco ma dobbiamo sperare che siano ben acuminate. Il desiderio di rivalsa di Fabio Aru per aver dovuto rinunciare al Giro per infortunio. Quello di Ulissi nato, speriamo sia così, dalla voglia del ragazzo di diventare un corridore importante anche fuori dai confini di casa. Quello di Viviani per una scelta tecnica della sua formazione a pochi giorni dalla corsa rosa, che moralmente sarà stata una mazzata pesante. Al Tour la concorrenza sarà di altissimo livello, sia per uomini di classifica, sia per vittorie di giornata, sia per le volate. Una concorrenza che oggi non è più ristretta al ciclismo che viveva fino a 15 anni addietro, dove le vittorie erano ancora questione per sei o sette Nazioni europee, e qualche esponente americano ogni tanto. Ma pensare di uscire da un Tour con un altro bilancio magro, dopo quello alla nostra più importante corsa a tappe, e quello nella sua sorella minore di marzo, ecco, sarebbe meglio di no”.

sabato 20 maggio 2017

Peccato per l'Italia, perché fin'ora....

Un po’ per la scarsità di corridori di alto livello, un po’ per la più bassa partecipazione al Giro mai registrata come numero di atleti, l’Itali-Giro registra fin’ora una corsa rosa ben al di sotto delle attese. È un peccato perché la corsa in se sta facendo vedere delle gran belle cose. Quasi tutti i protagonisti attesi stanno rispondendo “presente” quando chiamati all’appello. Quando gli scalatori dovevano uscir fuori e darci dentro è capitato, quando i corridori amici del cronometro potevano trovare il loro terreno hanno lasciato segno. Si aspettava Quintana sul Blockhaus e il leader Movistar ha preso la rosa, ci si attendeva Dumoulin a Montefalco e l’olandese non è mancato, si attendeva l’italiano Formolo per cercare di combattere per la maglia bianca e fin’ora è lì, ci si aspettava la consacrazione del colombiano Gaviria che ha confermato le attese con vittorie convincenti, ci si attendeva Nibali in difesa nella prima metà del Giro per approfittare delle sue doti di “fondo” nella terza settimana e fino ad ora pare confermare questa tendenza. Chi non sorride è il Team Sky, ritrovatosi con mezza squadra caduta per un urto con una moto della Polizia, che ha coinvolto i due uomini per le classifica che hanno perso minuti, finendo il loro Giro prima ancora d’iniziarlo. Il 100° Giro era iniziato malissimo in linea generale “grazie” ai due corridori della Bardiani positivi che hanno probabilmente messo nell’occhio del ciclone la loro stessa squadra. Due positività all’unisono tendono sempre ad essere fonte di guai. Chi vincerà è impossibile capirlo. Nibali è favorito perché conosce le strade meglio di tutti gli altri contendenti alla generale, ma il suo vantaggio per ora si ferma qui. Nell’ultima settimana di gara i velocisti potrebbero decidere di salutare tutti, visto che non vi sono più frazioni adatte a loro. Chiudendo, se il tempo non si darà una sistemata, aspettiamoci giornate da mantelline, the caldo, gambali e guanti, mettendo un punto di domanda alla giornata del doppio Stelvio.

giovedì 11 maggio 2017

Presentato il Giro femminile 2017; lo sapevate?

Presentato qualche tempo addietro il Giro-Donne numero 28. Si correrà da giovedì 29 giugno a domenica 9 luglio. Si parte dal Nord-Est per arrivare al Sud. Due cronometro, una in apertura a squadre.
Le cronache web, che restano le poche fonti per far sapere al mondo che su questo pianeta esiste anche il ciclismo femminile, riportano di una presentazione fatta in quel di Meda davanti a diverse centinaia di persone. Roba di alto livello insomma. Peccato che tra le valutazioni riguardanti il percorso si trovino opinioni più da parte di ex professionisti uomini, e poche da parte di chi, le cicliste, queste strade le affronteranno. Uno spazio che vive ben poco – com’era comunque anche per il vecchio sito web del Giro-Donne – è sempre l’attuale (e chiamarla “attuale” è una bella libertà) pagina web ufficiale “Giro-Rosa” che riporta ancora un articolo vecchio di dieci mesi, dove si legge della vincitrice 2016, Megan Guarnier, e che alla presentazione di questa edizione non dedica l’approfondimento che uno si aspetterebbe: altimetrie, più foto (se vi era così tanta gente perché non riportarlo concretamente con qualche scatto in più?) e soprattutto opinioni delle atlete e dei tecnici delle formazioni che dovranno correrla questa benedetta corsa! Cosa me ne frega di quello che pensano Berzin o Chiappucci!
I chilometri totali saranno 1.009 e la partenza sarà da Aquileia giovedì 29 giugno per raggiungere Torre del Greco domenica 9 luglio. Stavolta niente prologo (spesso brevissimo, povero tecnicamente e fatto per pura vetrina), ma una inedita crono-squadre di 12 chilometri da Aquileia per raggiungere Grado. La seconda giornata vedrà il disputarsi della Zoppola – Montereale Valcellina di 122 chilometri, per chiudere la “due giorni” friulana. Nei due giorni successivi sarà invece il Veneto protagonista con la terza frazione di 100 chilometri secchi, da San Fior a San Vendemmiano. Ci si sposta in provincia di Rovigo il giorno successivo, e vi saranno i 118 chilometri con Occhiobello partenza e arrivo. Qui si arriva alla prima giornata “spartiacque” con una cronometro individuale abbastanza impegnativa, non lunga visti i 13 chilometri totali, ma caratterizzata da due salite brevi ma cattive. Saranno le Marche ad ospitarla, ed in particolare Porto Sant’Elpidio sede di partenza e arrivo.
Il giorno dopo le velociste ritroveranno il loro pane, grazie alla 6^ frazione che vedrà Roseto degli Abruzzi sede di partenza e arrivo insieme a 116 chilometri di fatiche. Tra Isernia e Baronissi (7^ tappa) vi saranno 142 chilometri e così sarà per la frazione seguente, l’ottava, da Baronissi a Palinuro. Tra salite non distanti dal traguardo e soprattutto 280 chilometri in due giorni, si dovrebbe capire chi NON potrà più aspirare alla vittoria del Giro. Chi avrà poco “fondo” rischia…..l’affondo! La 9^ frazione da Palinuro a Polla registrerà 122 chilometri, e preparerà l’ultimo atto della corsa 2017 con Torre del Greco sede di partenza e arrivo, e avrà nelle terre che guardano il Vesuvio il teatro dei conclusivi 124 chilometri.
Dal punto di vista televisivo sarà Stefano Rizzato a raccontare per Rai Due il Giro-Donne, ma si vedrà quali saranno gli orari di messa in onda. Se vi sarà la “staffetta” dello scorso anno vi saranno in agguato sintesi striminzite trasmesse alla viva il parroco, per via di spazi ristretti dovuti alla concomitanza con il Tour de France? Ma siccome il Tour inizierà di sabato, vedremo se i primi due giorni verranno trasmessi con uno spazio su misura o arrangiato alla meno peggio. Lo scorso anno la RAI fece un servizio pessimo per gli spazi concessi nel tardo pomeriggio, che ogni giorno cambiavano nella loro durata, influenzati dall’orario di arrivo del Tour, con alcune tappe che nell’arco di una manciata di minuti passavano dal foglio firma ai saluti di chiusura dei telecronisti. Per non parlare della degna conclusione, quando a gara finita non venne mandata in onda nemmeno un’intervista alla vincitrice del Giro. Un trattamento abbastanza indecente, visto che si va blaterando da anni che il Giro-Donne è per importanza del calendario UCI World Tour l’equivalente del Tour dei maschietti.

lunedì 1 maggio 2017

Maggio; l'editoriale

l rosa è colore delicato, elegante, che sa farsi notare senza essere appariscente. Cento è un numero che a volte sa farsi grande. Come una passione. Bentornato Giro.
“Nel 2009 il Giro d’Italia viveva l’edizione del Centenario. Sulle strade fu un successo mai visto. Tre settimane di strade piene, non solo sulle montagne. Otto anni dopo il Giro numero 100 spera di vivere le stesse fortissime emozioni che arrivarono alla fine del decennio scorso. Si arriva a questo 100° Giro con le fresche tristi emozioni per la morte di Michele Scarponi, e questo ricorda quel Giro del Centenario che partì dalla magnifica Venezia, a un mese dal terremoto che colpì il centro Italia. La terra è ancora tremante in quelle zone cuore d’Italia. E dal cuore d’Italia l’accostamento è facile con il cuore degli appassionati. Quando un edizione tocca un traguardo così grande – cento Giri – i nomi dei possibili protagonisti, e ve ne saranno diversi molto importanti, vengono superati dall’evento stesso. Ci sono i favoriti certo, ma quando vedi quel “100” non puoi non pensare a quello che sono stati i Giri che hanno preceduto questa centesima edizione. Cento è una parola che sembra abbracciarti. Lo fa velocemente, come un vortice che ti stordisce mentre ti stringe, ma per accarezzarti. Cento è un numero che abbinato al rosa fa sognare, fa ricordare quel che fu e quel che fummo anche noi stessi, fa stringere il cuore, magari sospirare, fa raccontare come nessun altro evento sportivo la nostra Storia, perché nessuno sport è mai stato così dipendente dalla vicinanza della gente.”

domenica 23 aprile 2017

I tanti Michele Scarponi di quasi ogni giorno

Si parlerà molto, così come si scriverà tanto ancora, della morte di Scarponi. Michele ha visto il suo tramonto finendo sulle pagine di cronaca. Quasi ogni giorno vi è un Michele Scarponi che se ne va. Sono cifre sempre preoccupanti quelle riguardanti le persone che muoiono sulla strada mentre pedalano. I dati che arrivano dall’Aci e dall’Istat scrivono di un morto ogni 35 ore negli anni dal 2012 al 2015. Dal 2001 sono morte più di 4.500 persone. Senza distinzioni di sesso ed età. La freddezza dei numeri ci trasforma da persone in cifre. Pedoni e ciclisti sono soprannominati gli utenti “deboli” della strada e nella mia città è iniziata, neanche a farlo apposta proprio il giorno della morte del ciclista italiano, una campagna di sensibilizzazione riguardo a questo tema. Le campagne però servono a poco se non vi è una consapevolezza comune su questo argomento. Molti pensano alle città intasate e quindi pericolose (più persone, più veicoli, quindi più possibilità di incidenti), ma molti incidenti gravissimi capitano fuori dai centri urbani. Quando hai davanti strade meno intasate, hai meno persone che ti attraversano la via, e anche quando hai meno ciclisti da superare o incrociare mentre fai la tua strada. La morte di Scarponi lascia sgomenti anche perché non vi è quel moto spesso di grande rabbia provocato da un utente della strada ubriaco, magari drogato, o di ritorno da una notte in bianco che lo ha stremato di bagordi. No. Vi è una gelida semplicità. Una persona stava andando a lavorare, un’altra aveva già iniziato il suo lavoro: pedalare per prepararsi al meglio nella sua attività sportivo-professionistica. Scarponi è morto in una maniera tristemente nota. Quasi quotidiana. Tanto da intristire si, ma che purtroppo ci intristisce senza stupirci.

giovedì 13 aprile 2017

Tutti medici, ma pensa....

È la sempreterna storia del mondo dello sport, dove l’atleta viene prima della persona. Tanto se va male i cocci sono di entrambi, tranne di chi ci chiacchiera sopra.
Fabio Aru ha iniziato una specie di cronometro riabilitativa in vista del Giro d’Italia. Il ginocchio infortunato in allenamento verrà ora monitorato giornalmente, mentre il corridore farà palestra per non perdere tono muscolare. Se va bene sarà un eroe, se va male la fretta dannata che gli si vuole appioppare addosso rischia di diventare una toppa peggio del buco, ma tanto il ginocchio è di Aru e non quello di chi scrive di provarci, di non mollare, e di provarci ancora e di non mollare ancora. Che il ragazzo cerchi di esserci alla partenza è certo, che ci riesca invece non è detto. Che lo si voglia presente per dare lustro al Giro è comprensibile, ma se devi avere in gruppo un corridore che debba fare vetrina per qualche giorno per una specie di Regio Decreto Ciclistico, allora si tira troppo la corda. Aru deve correre il Giro se può farlo, non correrlo ad ogni costo. Quando vi è di mezzo la cartilagine di un ginocchio non vi sono garanzie di guarigione totale al primo colpo. E se Aru sarà alla partenza del 100° Giro non potrà pedalare in gruppo per capire “come va” ma dovrà spingere. Se poi insorgeranno fastidi e questi non verranno affrontati in tempo se li terrà tutti lui, e allora si che i tempi di un secondo recupero si allungherebbero. E poi sotto con le declamazioni di dispiacere di chi senza averne titolo spinge un atleta su questioni di salute.

sabato 1 aprile 2017

Aprile; l'editoriale

Le pietre del pavè, le cotes che accendono le Ardenne, i “muri” che decidono una stagione, a volte una carriera. Sia quel che si vuole, ma qui urge risvegliarci.
“Era dagli anni ’60 che l’Italia non correva una Milano-Sanremo così fiacca. Il nostro miglior piazzato è stato Elia Viviani, che ha messo via un non entusiasmante 9° posto finale. Ma il ciclismo di casa nostra arrivava da un’altrettanto deludente Tirreno-Adriatico, dove anche lì siamo mancati. L’italiano che più ha fatto parlare di se è stato Moscon – forse l’unico su cui pare si possa coltivare qualche attesa per il Nord – ma solo per il brutto volo fatto nella cronosquadre di apertura. Adesso arrivano le corse pesanti, dove la questione pare riservata a Sagan, Degenkolb, Vanmarcke, Kristoff, Boasson Hagen, Van Avermaet, il Boonen che a Roubaix chiuderà il suo libro ciclistico ed alcuni altri che non hanno molto di italiano nei loro nomi. Lo scorso anno al Fiandre parteciparono sedici italiani. Finirono la corsa in due: il giovane Zurlo e Pozzato. Un bilancio misero.”

Ops!,....dimenticanza.

Visto che non sono mancati servizi tivù e salamecchi molto ruffiani (specie RAI) per celebrare il compleanno numero 50 di codesto amato atleta, pare giusto ricordarlo anche qui. Penso però meglio ricordarlo in maniera semplice con la copertina che più ha dato spazio al "suo" ciclismo. Ch'è poi lo stesso delle persone che lo rincorrono ansimanti per raggiungerlo con lo scopo di fare la foto ricordo per renderlo orgoglioso dell'esempio che ha dato, soprattutto ai giovani.

sabato 25 marzo 2017

E' tornato. Resterà?

Torna il vecchio Giro d’Italia Dilettanti, ex Giro-Bio, oggi Giro Under 23. Dal 9 giugno (Imola) al 15 giugno (Campo Imperatore). Il CT Davide Cassani in prima linea per il lavoro di rinascita.
La notizia è di certo una bella notizia. Dopo alcune stagioni orfane di una corsa importantissima per i “vecchi” dilettanti, il Giro-Baby ritorna con sette giorni di gara, attraversando Emilia-Romagna, Marche ed Abruzzo. Presentato nella prestigiosa sede del Salone d’Onore del CONI, quasi in contemporanea con l’inizio della Tirreno Adriatico, il ritorno del Giro Under 23 è stato creato sotto la robusta regia del Commissario Tecnico italiano Davide Cassani. Due le particolarità di questa edizione della rinascita: la prima, la frazione numero 6 suddivisa in due semi-tappe con la prima trance in linea (Senigallia-Osimo) di 87 chilometri al mattino, ed al pomeriggio la cronometro di Campocavallo lunga 14 chilometri. L’altra, il finale del Giro “Under” che chiude in salita con i 150 chilometri da Francavilla al Mare fino all’arrivo di tappa e Giro di Campo Imperatore: si parte di pochissimo sopra il livello del mare per toccare i 2.135 del GPM che chiude il sipario. Poco più di 950 i chilometri totali, saranno 6 le maglie rappresentative le varie classifiche. Oltre alle “solite” rosa (generale), verde (GPM), azzurra (intergiro), rossa (punti) e bianca (giovani) rispunta la mitica maglia nera per l’ultimo della generale. Verrà rimessa in corsa con lo sponsor Pinarello, per ricordare “Nani” Pinarello che fu l’ultimo classificato al Giro d’Italia del 1951, e appunto in quella occasione Maglia Nera.
Era il 2012 quando l’allora Giro-Bio chiuse i battenti. Vi fu, poco prima, il tentativo di rilanciarlo in maniera robusta chiedendo all’avvocato Carmine Castellano (ex patron del Giro) di prenderlo in mano, ma si rivelò un guizzo che durò poco. I costi della gara si scontrarono con i primi anni di crisi economica, dove le squadre si ritrovarono con gli sponsor che si ritiravano, oppure rimanevano facendo però un giro di vite sui contributi alle sponsorizzazioni. Ad un tratto la stessa Federciclo fece due conti e vide che i soldi che aveva in cassa dovevano tener conto di Giro-Bio e Giro Donne. Visto che non erano sufficienti per il Giro-Bio, si decise che tanto valeva “girare” quelli disponibili al Giro Donne che richiedeva minori sostegni economici (e che forse arrivava da soddisfazioni iridate nelle stagioni appena precedenti che davano lustro all’FCI). Fatto sta che la gara chiuse i battenti e torna oggi. Pareva che dovesse venire aperto fino agli Under 25, ma (per fortuna) la cosa è rientrata.
L’ultimo Giro-Baby fu il Giro-Bio. Creatura nata a fine decennio scorso, che voleva diventare un vero e proprio laboratorio biologico e psicologico – guardando all’attività sportiva, in questo caso ciclistica – per capire quanto le genetica potesse contare per il rendimento, quanto contava la motivazione, approfondire la capacità di recupero di un atleta impegnato in allora dieci giorni di sforzo spesso pesante. Ragazzi giovanissimi seguiti, monitorati, vivisezionati fisiologicamente e psicologicamente da terapisti, medici, psicologi, laureandi in scienze motorie ecc. La missione era quella di creare una “fotografia” ideale per far uscire il profilo del talento. Medici che seguivano i ragazzi per analizzarne i livelli di stress accumulati, psicologi che facevano loro compilare dei questionari, dietologi che approfondivano il discorso riguardante le loro necessità alimentari. Il Giro-Bio era anche quel posto dove alcuni tecnici s’incazzavano perché ai loro corridori – svuotati di ogni energia – veniva vietata la flebo di zuccheri, sentendosi rispondere che quelle situazioni del primo post-gara dovevano venire affrontate nel pre-gara, insegnando ai ragazzi ad alimentarsi meglio a tavola e a gestirsi meglio in corsa.

martedì 21 marzo 2017

La spada, il fioretto e un orologio sulle ventitre

Sagan sveglia la Sanremo ma Kwiatkowski è una bravissima volpe.
Difficilmente la Sanremo sarebbe uscita dal solito catenaccio della volata finale, se Peter Sagan – portatore di un look ormai perfetto per un ennesimo film sui tre moschettieri – non avesse dato di spada a metà Poggio, con un allungo che ricordava i finali dello svizzero Cancellara. In mezzo chilometro l’iridato ha infilzato tutti i velocisti come polli, mandando in malora ogni loro programma di controllo, mantenimento e picchiata verso Sanremo per giocarsi la gara. Quando è arrivato il momento della volata è salito sugli scudi l’ex iridato Kwiatkowski – vincitore della Strade Bianche – che all’affondo di spada di Sagan ha saltellato con ordine sulla pedana sanremese trovando il colpo perfetto prima dell’arrivo.
Si, perché vi è stata una puntuale spiegazione di Petacchi al microfono RAI quando ha chiesto di rivedere i tre ciclisti (il terzo era il transalpino Julian Alanphilippe) ai 250 metri dall’arrivo, spiegando di come Kwiatkowski ad un tratto alleggerisca la pedalata per perdere un paio di metri ed avere così lo spazio per riguadagnare velocità rilanciando e nel momento di massimo sforzo sapendo che poteva approfittare della scia di Sagan. Il polacco la gara non l’ha vinta sulla linea bianca ma prima, quando ha deciso di usare il ragionamento e non l’adrenalina.
Anche stavolta il Trofeo Alfredo Binda di ciclismo rosa di Cittiglio (Varese) è andato in onda ad un orario per soli appassionati: 22:50. Tra contratti RAI per le partite di Volley da una parte, Basket da un’altra, e le gare finali della Coppa del Mondo di Sci Alpino, la sintesi delle ragazze è stata nuovamente mandata in onda tardi. Nessuna replica il giorno successivo – così almeno recitava il palinsesto dei programmi del 20 marzo – e tanti saluti. La RAI da gennaio ha rinnovato la sua offerta Sport con il nuovo canale HD che ha sostituito uno dei due “vecchi” canali Sport. Due canali per avere uno fotocopia dell’altro. Avanti così, alè!

martedì 14 marzo 2017

Quintana c'è, l'Italia no

Seconda vittoria alla Tirreno-Adriatico per Quintana. L’Italia esce malaccio per classifica e vittorie. Adesso la Sanremo che pare già “segnata” e destinata a chiudersi in volata.
Un colpo secco per ottenere il massimo risultato con il (quasi) minimo sforzo. Nairo Quintana si porta a casa la seconda Corsa dei 2 Mari, in un’edizione che principalmente ha dato risalto allo stesso colombiano e a Peter Sagan, vincitore di due tappe, rimpolpate da un secondo ed un terzo posto. Quintana ha fatto sua la corsa sul Terminillo, dove infatti tutti si aspettavano l’assestamento quasi definitivo della classifica. Adesso se ne tornerà nella sua Colombia per affinare la forma e poi cercare il bis al 100° Giro d’Italia. Questa edizione è stata avvincente nei traguardi di media difficoltà, con le due belle vittorie di Sagan, e l’azione di Geraint Thomas (Sky) nella seconda frazione che giungeva in quel di Pomarance. Sarà forse lui l’uomo da classifica per il team britannico in vista del Giro. Guardando avanti, verso la costa ligure per la Sanremo – oltre a Sagan e al colombiano Fernando Gaviria, vincitore della penultima frazione –, vi saranno le frecce teutoniche Kittel, Degenkolb e Greipel, e vedremo se Cavendish ha recitato la parte del fantasma o se la sua forma non era buona.
Visto che il percorso sarà quello tradizionale, difficile aspettarsi una corsa fuori dai canoni usuali, a meno che non si debba sperare in situazioni meteo non previste, che ormai sono l’unica salvezza da un arrivo spesso prevedibile. In generale questa edizione della Tirreno-Adriatico è stata un gradino sotto alle ultime, anche perché due protagonisti molto attesi hanno avuto un rendimento ben al di sotto delle attese. Aru e Nibali mettono in archivio un edizione certamente deludente. Tra mezze bronchiti portate appresso e situazioni di forma per nulla buone, il bilancio del primo quarto di stagione segna il rosso. Entrambi hanno nel Giro l’obiettivo principale quindi tempo ne avranno, anche se di Nibali sentiremo parlar poco, visto che non correrà le gare del Nord.

mercoledì 8 marzo 2017

Dal Bahrain all'Italia (del Giro)

Una squadra nata dal nulla con un uomo al comando, riferimento principale di un progetto ricco di denaro e ambizioni.
Una squadra nata dal nulla. Non una formazione già esistente, magari un po’ affermata, che decide il grosso investimento, il passo avanti per cercare il salto di qualità. Niente di questo. Quello che gira intorno a Nibali è un progetto totale ma nuovissimo, cose che in passato avevano preso forma raramente con nomi tipo Armstrong e progetti come US Postal negli anni ’90, o RadioShack all’alba di questo decennio. Nibali ha messo parola su corridori da lui graditi, tecnici d’ammiraglia da contattare, e uomini che lui ha preteso come il preparatore Slongo, conosciuto e apprezzato dai tempi in cui militava in Liquigas, e il fidatissimo Agnoli. Come gregario avrà anche Giovanni Visconti, che una decina di anni addietro rappresentava con lo stesso Nibali e Riccò una ‘triade’ ciclistica che vedeva roseo nel futuro ciclistico italiano. Un gruppo ristrettissimo di uomini fidati in sella e giù di sella, con ritorni robusti anche per i loro onorari. Un gruppo a cui hanno aderito corridori che erano ormai ai margini, vedi Pellizotti. Un progetto ricco di curiosità com’anche di milioni di euro investiti.
Questa stagione Vincenzo la baserà su tre gare in particolare. La Tirreno-Adriatico (in corso proprio in questi giorni), sarà il primo spartiacque per capire come vanno motore e squadra. Poi per un pezzo non lo vedremo, vista la scelta di non correre il mese delle classiche (difficile al momento vederlo alla Sanremo) e di saltare anche il Giro del Trentino, visto che il Giro di Croazia pare ricevere più simpatie da parte degli sponsor della squadra. Arriverà al Giro con attorno una tonnellata di curiosità e non troppi giorni di corsa. In compenso vi saranno gli ormai abituali stage in ritiri programmati, per affinare la preparazione sua e degli uomini che vorrà a maggio in Italia. Terzo obiettivo stagionale dovrebbe essere la Vuelta, a meno che il Giro non sia da buttare anzitempo per episodi inaspettati e quindi ecco che il ripiegamento potrebbe riguardare una partecipazione al Tour de France. Intanto la Tirreno, poi si tira una riga e si faranno i primi conti per capire come stanno andando le cose.

sabato 4 marzo 2017

"Daniela è bravissima. Il problema è che..."

Decisamente interessante, per non dire triste, un brevissimo estratto da un intervista di Marco Bonarrigo a Renato Di Rocco – rieletto per la quarta volta consecutiva Presidente dell’FCI – sull’ultimo numero di CyclingPro. Bonarrigo chiede a Di Rocco perché non avesse lasciato il posto alla Vice, Daniela Isetti. Risposta; “….Daniela è bravissima. Il problema è che a Rovereto non avrebbe vinto, perché molte Regioni importanti, come Sicilia e Veneto, le avrebbero votato contro…”.
Bonarrigo, alla domanda seguente, chiede se il fatto che la Vice sia una donna poteva essere motivo di questa certezza nel dire “No”. Risposta; “Può darsi, chieda a loro”. A giochi ormai fatti quest’ultima risposta perde qualunque valenza, però scalda il cuore sapere che il vecchio maschilismo dal profumo simil-marciume potrebbe aleggiare ancora dentro le stanze dei bottoni della Federciclo nostrana. Effettivamente la Isetti pare rappresentare un problema per i vecchi dirigenti nazionali e regionali: gira voce, pericolosissima, che la signora sia persona competente.

mercoledì 1 marzo 2017

Marzo; l'editoriale

“Con l’arrivo del mese di marzo inizia il periodo dedicato alle corse di alto livello, con l’obiettivo Sanremo che tra qualche settimana darà il “la” al mese delle classiche. Al momento di scrivere queste righe la nostra Nazione non ha, e forse non avrà, nessuna formazione alla Parigi-Roubaix e alla Freccia Vallone con il medesimo rischio per la Liegi. Potrebbe quindi prendere forma una primavera per certi versi quasi storica – in senso negativo – per il ciclismo di casa nostra. È da qualche anno che l’Italia ciclistica è rappresentata dai singoli, che corrono però per formazioni estere. Oggi si cerca di italianizzare al massimo la partecipazione della Segafredo con la squadra Trek, ma da qui ad avere una vecchia Liquigas o una vecchia Lampre ce ne passa. Non vive una grande differenza nel settore femminile, dove da diversi anni quasi tutte le nostre migliori atlete corrono per formazioni di matrice straniera. Per rimanere in ambito rosa, vi è una bella intervista su “Cyclist” di Fulvia Camisa ad Elena Cecchini – tre volte tricolore consecutivamente – dove la ciclista della Canyon-Sram espone la sua idea di come all’estero, rispetto a quel che capita in casa nostra, una ciclista debba comportarsi in maniera più professionale e responsabile verso quella che è la propria carriera sportiva; ‘Non sono lì a dirti che devi allenarti così, mangiare quello, dormire tot...’ spiega la campionessa d’Italia in carica. Insomma, o ti applichi per imparare il mestiere, o nessuno ti tiene la manina.”

sabato 25 febbraio 2017

Freni a disco: ancora non ci siamo

La querelle riguardante i freni a disco non è passata, anzi è tornata dallo stesso momento in cui questi ultimi sono tornati in gruppo. Non mancano corridori che non si sentono tranquilli in caso di cadute, e il loro uso fa discutere anche perché in caso di foratura i tempi per la sostituzione della ruota sono più lunghi di chi monta freni vecchio tipo. Una cosa, questa, che non risalta nel mercato amatoriale – dove i freni a disco sono usati da un pezzo – per il semplice fatto che all’amatore non gliene frega una mazza di quanto tempo impiega, visto che non si gioca corse e vittorie. I dischi furono portati in gruppo un anno addietro, per poi essere ritirati quasi subito, fino a che non avessero subìto alcune modifiche sulle spigolature del disco-lama. In effetti vi è stato un leggero arrotondamento, ma pare che questi risulti insufficiente. Durante il recente Tour Abu-Dhabi sono spuntate scarpe tagliuzzate dai dischi freno e adesso si ricomincia con la proposta di una mini carenatura attorno ad essi. Sarà più facile studiare un carter protettivo che togliere i dischi freno, anche perchè nessuna azienda accetterebbe a cuor leggero l’ipotesi di rinunciare ad un brevetto ch’è costato milioni tra studi fatti, pezzi prodotti e pubblicità studiate ad hoc. E non va dimenticato che per i dischi freno va usato un telaio fatto apposta, dove non è possibile ‘adattare’ degli attacchi per i freni vecchio tipo. Quindi si tratterebbe di fermare la produzione di interi telai, che dovrebbero essere sostituiti da telai ‘vecchio’ tipo per montare i vecchi sistemi frenanti.

martedì 21 febbraio 2017

Il rompiballe?

Una curiosa lamentela – anche se fondata nelle motivazioni – quella rivolta nella trasmissione RAI “Radio Corsa” da Bruno Reverberi verso il CT Davide Cassani, riguardo al fatto che le partecipazioni delle selezioni azzurre a corse del calendario italiano, vanno a rompere le uova nel paniere alle squadre italiane. Reverberi ha infatti spiegato che la formazione azzurra, che solitamente cambia gli atleti che la formano di gara in gara, a volte prende in “prestito” dalle squadre i loro migliori atleti italiani, togliendo a queste ultime le possibilità di raccogliere vittorie o piazzamenti importanti indossando la loro maglia di società. Con ripercussioni anche sulla classifica che ai punti assegna il ‘pass’ per il Giro.
Effettivamente si tratta di una situazione che non entusiasma i dirigenti delle formazioni che vedono i loro corridori battuti, cosa che dal punto di vista dell’immagine non garba. Per assurdo vallo a spiegare allo sponsor, che caccia fuori non pochi soldi per il suo nome sulla maglia, che chi ha vinto è uno dei tuoi, ma nelle foto di rito il tuo sponsor non apparirà.

sabato 18 febbraio 2017

La scommessa

Un anno fa si preparava alla sua ultima stagione. Oggi resta in sella con gli italo-americani della Trek-Segafredo per puntare al Tour. E Guercilena ci crede.
Luca Guercilena è uno dei tecnici più competenti del gruppo. Molto giovane per il suo ruolo, 43 anni, rappresenta quel ciclismo, ancora purtroppo in minoranza, fatto di conoscenza della materia sportiva legata alla prestazione dell’atleta che ne fa, nello stesso tempo, una di quelle figure viste un po’ come fumo negli occhi da tecnici dal capello bianco che erano, e alcuni lo sono ancora, convinti che il direttore sportivo debba avere poteri simil-Gesù Cristo, senza titoli costruiti sullo studio, onnipotenti e onnicompetenti. Manager odierno della Trek-Segafredo – team che ha salutato un pezzo da novanta come Cancellara e lo ha sostituito con un altro big come Degenkolb – punta a quella che sarebbe una bella impresa davvero e cioè ritentare la vittoria nel Tour con Alberto Contador, passato alla formazione italo-americana. Squadra che anche per questa stagione sarà affiancata dal Centro Studi Mapei, eccellenza a livello internazionale.
Nonostante lo spagnolo non sia più di primo pelo, 34 anni, sulle pagine della Gazzetta di alcuni giorni addietro Guercilena non nasconde una vena decisamente ottimistica su quello che potrà fare Contador in questa stagione. Aldilà della positività dell’italiano nei confronti dello scalatore iberico (e vorresti ben vedere se dicesse il contrario), l’unica speranza di poter essere competitivo per vincere è quella che Alberto giunga a luglio nel miglior momento di forma possibile, visto che il colpo di pedale da un pezzo non ha più lo smalto delle sue stagioni migliori. Probabilmente l’obiettivo di Contador è anche un altro, oltre al terzo (per lui quarto) Tour vinto. Riuscire a chiudere la carriera rivincendo tutti e tre i Gran Tour anche dopo la squalifica di alcune stagioni addietro che di fatto ha come diviso in due la sua storia ciclistica. Prima dei guai doping patiti nel 2012 aveva infatti vinto i tre Gran Tour, e dopo di questi ha rivinto Giro e Vuelta, ma non il Tour. Per lui sarebbe una rivincita morale molto importante. Per tutti e due, Guercilena e Alberto, una scommessa vinta