«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 20 settembre 2015

Operazione medaglia, o qualcosa in più?

Quattro titoli iridati su strada con tre atlete diverse, altre medaglie tra Olimpiadi e Mondiali, e livello medio altissimo rispetto alle altre nazionali. La ‘macchina’ del CT Salvoldi si riaccende.
Non esiste tecnico al mondo che abbia vinto medaglie quanto lui. E per una medaglia, magari color del sole, è stata costruita anche questa formazione. Si comincia dalle scelte; Marta Bastianelli, Giorgia Bronzini, Elena Cecchini, Maria Giulia Confalonieri, Tatiana Guderzo, Elisa Longo Borghini, Rossella Ratto, Valentina Scandolara, Silvia Valsecchi. Questa la nazionale rosa elite che volerà oltreoceano per cercare di rinnovare la tradizione acchiappa medaglie che l’anno scorso tornò a casa con le pive nel sacco, dopo la sciagurata volata male impostata dalla Ratto, con Giorgia Bronzini che ad un tratto riuscì a rientrare con le migliori, ma che si ritrovò stoppata da un allungo mal calibrato della nostra seconda linea per lanciarle la volata. È una nazionale che porterà con se quattro mondiali vinti, tra Bastianelli, Bronzini e una ‘miracolata’ Guderzo, vista la stagione passata dalla vicentina che per bocca dello stesso Salvoldi è stata convocata forse più per la sua capacita di essere importante per il concetto di squadra (filosofia su cui Salvoldi è sempre stato rigido), visto che il percorso iridato non le si addice. Potrebbe per questo essere lei la sorpresa come riserva? Giusta la convocazione di Elena Cecchini, la migliore per rendimento tra le nostre campionesse nazionali delle ultime stagioni. Vi è poi la linea verde con il trio Scandolara-Longo Borghini-Ratto, con Silvia Valsecchi per la prova contro il tempo e la Confalonieri che non è detto sia già destinata al ruolo di riserva. Un livello medio per esperienza e risultati conseguiti alle rassegne iridate od olimpiche che pone la nostra rappresentativa rosa elite come la formazione migliore tra tutte le nostre rappresentative. Per la prova rosa Juniores, da cui arrivò unica medaglia targata Italia nell’dizione 2014, ecco le ragazze chiamate alle…..bici; Elisa Balsamo, Sofia Bertizzolo, Lisa Morzenti, Nadia Quagliotto, Katia Ragusa, Chiara Zanettin. Bertazzolo e Morzenti saranno le nostre rappresentanti a cronometro. Anche con loro si cercherà metallo nobile. Le squadre correrà con il lutto al braccio per ricordare Valeria Cappellotto – sorella di Alessandra, prima iridata italiana (1997) – da poco tempo uccisa da un tumore. Aveva partecipato a due Olimpiadi e ha corso sette Mondiali consecutivi. Si è spenta nel suo letto con i suoi tre figli vicini alla mamma.

giovedì 17 settembre 2015

"Ho scelto in funzione della squadra"

Ecco la formazione definitiva per i mondiali di ciclismo. Nibali strappa la convocazione dopo aver fatto il diavolo a quattro alla Coppa Agostoni (2°), e al Trofeo Bernocchi, che ha vinto.
Una formazione costruita pensando al concetto di squadra. Un gruppo che avrà due ‘vecchietti’ con funzione di uomini d’ordine come Quinziato e Bennati, che sanno pedalare sul pavè più di altri. con uomini pronti all’attacco per agitare le acque se necessario come Oss, Trentin o Nibali che come ha detto il CT; “L’ho visto molto forte e per questo non potevo lasciarlo a casa”. Con Viviani come probabile ruota veloce per un eventuale finale veloce e Ulissi come riferimento assoluto, anche se sotto il profilo della distanza non esistono garanzie. Una cosa che Cassani non tralascia, ma probabilmente deve aver avuto precise garanzie sullo stato di forma dell’uomo della Lampre. “Ulissi ha delle caratteristiche particolari – ha spiegato il Commissario Tecnico ai microfoni di RAI-Sport – con la capacità di avere il ‘cambio di ritmo’ quando sta bene. Non abbiamo garanzie su quello che vale in una gara di 260 chilometri, anche se quest’anno al Giro d’Italia ha vinto una tappa lunga. Si è preparato guardando molto a questo mondiale e quindi è giusto dargli fiducia“. La nazionale di ciclismo Elite Uomini sarà composta da; Daniel Oss, Manuel Quinziato, Matteo Trentin, Salvatore Puccio, Diego Ulissi, Elia Viviani, Daniele Bennati, Fabio Felline, Giacomo Nizzolo, Vincenzo Nibali e Sonny Colbrelli. Due tra questi corridori verranno poi nominati riserve.

martedì 15 settembre 2015

Ecco le giubbe azzurre di Cassani

La stagione ciclistica va verso la sua conclusione. Ecco i convocati che il CT Cassani ha scelto per il mondiale statunitense. Qualche sorpresa, e con una situazione in ‘stand-by’ di nome Nibali. Le scelte definitive arriveranno nel fine settimana, dopo le due pre-mondiali, però il CT Cassani ha diramato la rosa da cui uscirà la Nazionale per il mondiale in Virginia. Nonostante l’altimetria della prova iridata sia davvero abbordabile (1.500 metri totali!) non troviamo la ruota veloce di Sacha Modolo ma alcuni uomini ‘pesanti’. I pre-convocati da cui uscirà la squadra: Ulissi, Nibali, Bennati, Quinziato, Trentin, Felline, Oss, Viviani, Nizzolo, Guarnieri, Sbaragli, Puccio, De Marchi e Colbrelli. Una squadra che avrà tra i suoi rappresentanti gente ‘del nord’ (Quinziato, Oss e Bennati), con un punto di domanda che è Nibali. Se Aru non avrebbe potuto dire la sua su questo circuito, per Nibali si aspetterà di vedere se l’inattività di queste settimane ne ha appesantito la pedalata. Tra le ruote veloci l’Italia potrebbe cercare in Elia Viviani lo spunto per la volata, mentre sul ruolo di Ulissi era dal Giro d’Italia che non vi erano dubbi. Se avesse avuto una buona condizione in vista della Virginia, sarebbe stato il nostro ciclista di riferimento negli ultimi 30 chilometri. Volata generale permettendo.

Eppure è uno dei grandi

Con 36 anni sulle spalle, Joaquin Rodriquez arriva per l’ennesima volta vicino al colpo grosso in un Grande Giro, che forse non vincerà più. Nonostante questo la sua carriera è comunque da migliori del gruppo.
Sono pochi gli atleti in gruppo che possono vantare di essere stati competitivi nei Gran Tour (con diversi podi conquistati nelle classifiche generali) e nello stesso tempo pluri-vincitori di classiche. Lo spagnolo Rodriguez è uno di questi pochi. Debuttante tra i professionisti nel 2001 con la ONCE, Rodriguez (foto; wieler.be)può vantare un bilancio complessivo, tra classifiche finali delle corse di tre settimane e classiche da finisseur (la sua qualità principe) tra i migliori dell’ultimo decennio. Il suo rapporto con i Grandi Giri è sempre stato amaro, in qualche caso amarissimo. Tra tutti il secondo posto al Giro 2012, chiuso alla miseria di 16” dal canadese Rayder Hesjedal, seguito dal terzo posto alla Vuelta dello stesso anno, quando fu Contador con un’azione che fece saltare il banco ha strapparli una maglia rossa che pareva un caso chiuso. Nel 2013 arrivò l’amarissimo argento nella Firenze iridata. Uomo da Muro di Huy per le sue caratteristiche da scattista con grandi doti di fondo, ha vinto diverse volte la Freccia Vallone e anche al Giro di Lombardia è diventato un pluri-vincitore in pochi anni. Un ciclista per tutta la stagione, con un rendimento medio complessivo altissimo nella seconda parte della sua carriera. Ora l’obiettivo potrebbe essere l’Olimpiade che a quanto pare regalerà un percorso selettivo come da un pezzo non si vedeva. Fermo restando che per quando il fascino d’Olimpia sia il più grande, Rodriguez vi arriverebbe a 37 anni compiuti. Viste le caratteristiche del prossimo Mondiale, non è da escludere che possano essere invece i 5 cerchi il suo stimolo per il futuro, anche se nel futuro abbastanza prossimo c’è anche un altro Lombardia all’orizzonte.

Aru diventa un grande di Spagna (e tiene in piedi la baracca-Italia...)

Lasciamo stare le frasi piene di complimenti che adesso salteranno fuori dalla bocca di tanti per trovare un po’ di spazio sul carro del vincitore. Ossigeno puro per il nostro ciclismo: è anche questo la bella vittoria di Fabio Aru alla Vuelta. È una specie di benedizione ciclistica per un movimento, il nostro, che senza il sardo avrebbe registrato una stagione fino a questo momento abbastanza magra, con alcune piaghe doping a condire il tutto. Aru è stato considerato un predestinato fin da quando è passato professionista. È cresciuto ciclisticamente con il medesimo alone che ha circondato Nibali quando arrivò tra i professionisti. Già la stagione scorsa l’isolano aveva corso una grande Vuelta (2 tappe, 5° nella generale). Quest’anno si era nuovamente confermato con il podio del Giro (2°), podio che aveva raggiunto anche nel 2014 (3°). Ed ecco arrivare il Giro di Spagna con l’espulsione di Nibali per traino vietato, e la caduta di Froome a concedere una grossa occasione al sardo. E adesso, come Nibali con Basso alla scomparsa Liquigas, l’Astana avrà due uomini per i Grandi Giri con qui sarà obbligata a fare i conti, specie il prossimo inverno, quando si decideranno gli obiettivi stagionali principali per i due italiani. Di solito queste coppie non resistono molto sotto il medesimo tetto e sarà da vedere quanto si raddrizzerà il rapporto Nibali-Astana. Parlando di Vuelta però non va dimenticato l’olandese Dumoulin che va premiato con un robusto plauso. Alla fine ha finito la benzina ed ha perso molto – da maglia rossa a 6° in classifica – ma si è superato. Sono stati lui e Aru a tenere viva fino alla fine una Vuelta 2015 che si conferma ormai corsa dai grandi valori da esprimere per svettare in essa, grazie a percorsi che nell’ultimo decennio hanno dato alla corsa iberica connotati tecnico/ciclistici, che non hanno niente da invidiare ai fratelli maggiori Giro e Tour. Già nel 2014 il Giro spagnolo era stato il più bello dei tre Gran Tour (come ama spesso chiamarli Contador). Era la metà del decennio scorso che la Vuelta decise di darsi un indirizzo preciso, adottando frazioni di lunghezza inferiore rispetto alle abitudini francesi e italiane. Con gli anni sia Tour sia Giro hanno iniziato a scopiazzare gli amici iberici. E sempre con il tempo il Giro spagnolo ha smesso di essere solamente la corsa per preparare un Mondiale. E, nemmeno a farlo apposta, Anche per Nibali la Vuelta è stata il primo Gran Tour vinto. Dalla Spagna iniziò il suo periodo d’oro. Adesso vediamo se un altro atleta isolano riuscirà a copiarlo in tal senso.

giovedì 3 settembre 2015

Tutti giù per terra? Si, ma quà c'è ben poco da divertirsi!

Froome ha dovuto ritirarsi dalla Vuelta causa caduta, come gli capitò al Tour 2014. Non è questione di Froome, ma invece che di Froome ce ne sono dannatamente troppi in questi anni.
Come avere un calcio di rigore a disposizione. Tra ciclisti che si auto-eliminano (Nibali), tra chi con c’è fisicamente (Contador), tra chi non sembra avere la forma del Tour (Quintana), e tra chi cade (Froome), Fabio Aru è nella stessa posizione di Nibali al Tour 2014. Difficile non vederlo adesso come il chiaro favorito per la vittoria finale. Quello che però salta all’occhio di chi ha un pelo di memoria è che negli ultimi anni – giratela e rigiratela come ti pare finché non ti viene il mal di testa – c‘è sempre gente che si ritrova con il sedere sulla strada. Pochi anni addietro, durante un Giro d’Italia, capitava che con due gocce d’acqua i ciclisti finissero spesso col sedere per terra. Qualcuno in quel periodo ipotizzò che sparare nove o dieci atmosfere nelle gomme delle biciclette poteva essere la risposta a quei voli che di pindarici non avevano niente. Oggi la questione assume aspetti un po’ diversi. Questo perché in gruppo sono tornate le gomme da 23 – roba che profuma di anni 60’/70’ – se non da 25. Al Giro si sono viste ruote anteriori da 25, con posteriore da 23. Ma siccome non si è qui per questionare sulle ruote moderne, limitiamoci a dire che con ruote da 23 le nove o dieci atmosfere non centrano più, proprio perché i ciclisti cercano il comfort delle 7barra8 atmosfere massime. Certo oggi le strade sono più complicate nel loro disegno, specie nelle zone urbane, ma certi voli capitano ormai ovunque. L’impressione è che le biciclette siano arrivate in mano a una generazione ciclistica che non sa prendere misura. Alla fine del decennio scorso s’iniziò a chiedersi se le radioline non rovinassero lo spettacolo. La tesi difensiva di chi le voleva mantenere, era che in caso di finali pericolosi potevano essere di aiuto anche a chi organizzava la corsa stessa. Ma siccome qui le cadute capitano anche a decine di chilometri dalla linea bianca, il finale di gara centra zero. Altri invece affermano che se un ciclista sta ascoltando con attenzione quello che in quel momento gli viene detto via radio, non ha più la totale concentrazione alla guida del mezzo, la bici, e i riflessi sono automaticamente rallentati. Come scritto sopra possono esserci cento pareri diversi e tutti possono esser buoni. L’unica cosa certa è che le cadute in queste ultime stagioni sono una cosa continua e sempre più presente, deformando come forse mai prima le classifiche delle gare, e senza fare più così tanto clamore come poteva capitare in passato.

martedì 1 settembre 2015

Settembre, l'editoriale

Ci sono nazioni, come la nostra, che vanno orgogliose della loro storia ciclistica. Poi ci sono quelle che la loro storia l’hanno presa a calci. Per cercare di ripulirsi.
“Un noto Trofeo Under 23 italiano, una internazionale disputatasi non molto tempo addietro, ha avuto ai nastri di partenza una quarantina di partecipanti. In due parole, una miseria. Nel periodo estivo – e per circa due mesi – in Italia non ci sono state corse professionistiche di buon livello, figurarsi di alto, perché i soldi sono finiti per molti, e ne sono rimasti pochi per gli altri. Una situazione che da decenni non si verificava. Se si ha la possibilità di andare a vedere qual’era il calendario di corse in Italia fino a pochi anni addietro si resta di sasso. L’Italia vede il suo ciclista numero uno – e uno dei migliori in senso assoluto – squalificato dalla Vuelta perché pizzicato a fare il furbo in corsa attaccandosi all’ammiraglia sotto gli occhi di tutti come un fesso qualunque, e sempre noi abbiamo fino a questo momento il più alto numero di dopati pro’ per questa stagione. Una situazione che per l’immagine del ciclismo italiano non si può accettare, ma che difficilmente cambierà nel breve periodo, visto che situazioni di questo tipo sono puntualmente evitate nel racconto dell’informazione specializzata. In Germania sono tornati a trasmettere sulla televisione in chiaro il Tour de France, dopo che per diversi anni la tivù pubblica teutonica si è rifiutata di trasmettere uno spettacolo sportivo che puzzava di falso. Il movimento ciclistico tedesco è ripartito quasi da zero, smettendo di sventolare vecchie ‘bandiere’ che pedalavano in gruppo dagli anni ’90, così come la nomea della T-Mobile, una formazione ciclistica paragonabile per cultura doping alle varie Festina e US Postal poi Discovery Channel. Oggi la Germania viene da due stagioni come prima Nazione al mondo per risultati globali, più di 20 le tappe vinte al Tour in quattro edizioni e vecchi tecnici (o presunti tali) che erano nelle ammiraglie tedesche anni addietro, sono andati a lavorare in squadre di terzo piano fuori dall’Europa. In Germania hanno dato veramente calci nel sedere, mentre noi definiamo “una cosa illogica” (Davide Cassani) la positività per droga di Paolini al Tour, quando invece a casa nostra avremmo dovuto chiamarla una vergogna.“