«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 15 settembre 2015

Aru diventa un grande di Spagna (e tiene in piedi la baracca-Italia...)

Lasciamo stare le frasi piene di complimenti che adesso salteranno fuori dalla bocca di tanti per trovare un po’ di spazio sul carro del vincitore. Ossigeno puro per il nostro ciclismo: è anche questo la bella vittoria di Fabio Aru alla Vuelta. È una specie di benedizione ciclistica per un movimento, il nostro, che senza il sardo avrebbe registrato una stagione fino a questo momento abbastanza magra, con alcune piaghe doping a condire il tutto. Aru è stato considerato un predestinato fin da quando è passato professionista. È cresciuto ciclisticamente con il medesimo alone che ha circondato Nibali quando arrivò tra i professionisti. Già la stagione scorsa l’isolano aveva corso una grande Vuelta (2 tappe, 5° nella generale). Quest’anno si era nuovamente confermato con il podio del Giro (2°), podio che aveva raggiunto anche nel 2014 (3°). Ed ecco arrivare il Giro di Spagna con l’espulsione di Nibali per traino vietato, e la caduta di Froome a concedere una grossa occasione al sardo. E adesso, come Nibali con Basso alla scomparsa Liquigas, l’Astana avrà due uomini per i Grandi Giri con qui sarà obbligata a fare i conti, specie il prossimo inverno, quando si decideranno gli obiettivi stagionali principali per i due italiani. Di solito queste coppie non resistono molto sotto il medesimo tetto e sarà da vedere quanto si raddrizzerà il rapporto Nibali-Astana. Parlando di Vuelta però non va dimenticato l’olandese Dumoulin che va premiato con un robusto plauso. Alla fine ha finito la benzina ed ha perso molto – da maglia rossa a 6° in classifica – ma si è superato. Sono stati lui e Aru a tenere viva fino alla fine una Vuelta 2015 che si conferma ormai corsa dai grandi valori da esprimere per svettare in essa, grazie a percorsi che nell’ultimo decennio hanno dato alla corsa iberica connotati tecnico/ciclistici, che non hanno niente da invidiare ai fratelli maggiori Giro e Tour. Già nel 2014 il Giro spagnolo era stato il più bello dei tre Gran Tour (come ama spesso chiamarli Contador). Era la metà del decennio scorso che la Vuelta decise di darsi un indirizzo preciso, adottando frazioni di lunghezza inferiore rispetto alle abitudini francesi e italiane. Con gli anni sia Tour sia Giro hanno iniziato a scopiazzare gli amici iberici. E sempre con il tempo il Giro spagnolo ha smesso di essere solamente la corsa per preparare un Mondiale. E, nemmeno a farlo apposta, Anche per Nibali la Vuelta è stata il primo Gran Tour vinto. Dalla Spagna iniziò il suo periodo d’oro. Adesso vediamo se un altro atleta isolano riuscirà a copiarlo in tal senso.

martedì 1 settembre 2015

Settembre, l'editoriale

Ci sono nazioni, come la nostra, che vanno orgogliose della loro storia ciclistica. Poi ci sono quelle che la loro storia l’hanno presa a calci. Per cercare di ripulirsi.
“Un noto Trofeo Under 23 italiano, una internazionale disputatasi non molto tempo addietro, ha avuto ai nastri di partenza una quarantina di partecipanti. In due parole, una miseria. Nel periodo estivo – e per circa due mesi – in Italia non ci sono state corse professionistiche di buon livello, figurarsi di alto, perché i soldi sono finiti per molti, e ne sono rimasti pochi per gli altri. Una situazione che da decenni non si verificava. Se si ha la possibilità di andare a vedere qual’era il calendario di corse in Italia fino a pochi anni addietro si resta di sasso. L’Italia vede il suo ciclista numero uno – e uno dei migliori in senso assoluto – squalificato dalla Vuelta perché pizzicato a fare il furbo in corsa attaccandosi all’ammiraglia sotto gli occhi di tutti come un fesso qualunque, e sempre noi abbiamo fino a questo momento il più alto numero di dopati pro’ per questa stagione. Una situazione che per l’immagine del ciclismo italiano non si può accettare, ma che difficilmente cambierà nel breve periodo, visto che situazioni di questo tipo sono puntualmente evitate nel racconto dell’informazione specializzata. In Germania sono tornati a trasmettere sulla televisione in chiaro il Tour de France, dopo che per diversi anni la tivù pubblica teutonica si è rifiutata di trasmettere uno spettacolo sportivo che puzzava di falso. Il movimento ciclistico tedesco è ripartito quasi da zero, smettendo di sventolare vecchie ‘bandiere’ che pedalavano in gruppo dagli anni ’90, così come la nomea della T-Mobile, una formazione ciclistica paragonabile per cultura doping alle varie Festina e US Postal poi Discovery Channel. Oggi la Germania viene da due stagioni come prima Nazione al mondo per risultati globali, più di 20 le tappe vinte al Tour in quattro edizioni e vecchi tecnici (o presunti tali) che erano nelle ammiraglie tedesche anni addietro, sono andati a lavorare in squadre di terzo piano fuori dall’Europa. In Germania hanno dato veramente calci nel sedere, mentre noi definiamo “una cosa illogica” (Davide Cassani) la positività per droga di Paolini al Tour, quando invece a casa nostra avremmo dovuto chiamarla una vergogna.“