«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 29 dicembre 2013

O adesso o mai più?

SOTTO L’ALBERO DELLA FEDERCICLISMO TROVIAMO LE DIMISSIONI DI PAOLO BETTINI. LA COSA CHE PIU’ TRASPARE? POCHE LACRIME DA ENTRAMBE LE PARTI.
Una storiella ciclistica che in estate aveva assunto i connotati di una telenovela sudamericana di secondo piano, si chiude senza troppi fazzoletti da stendere ad asciugare. La prossima avventura di Paolo Bettini vedrà riflessi giallo-rossi, ma non parliamo certo di pallone capitolino. Bettini lascia l’ammiraglia azzurra dopo stagioni precarie sul versante fiducia e mediocri nel bilancio complessivo dei risultati. Ripartirà dal progetto che vede il pilota Ferrari Fernando Alonso come artefice di primo piano, in un programma ciclistico che dovrebbe perdurare un lustro. Al posto del bi-Campione del Mondo toscano, Sciandri viene riportato in pole position, e per la milionesima volta viene rimesso in lista pretendenti Davide Cassani. Quest’ultimo rinuncerà al microfono RAI per guadagnare meno e venir criticato di più? Non è detto sia così. A parte Rasmussen, Cassani si è fatto molti amici nell’ambiente. Molto competente dal punto di vista ciclistico, il suo mai criticare – e quando lo ha fatto mai pesantemente – lo metterebbe in condizione di essere un CT paciere molto buono per i rapporti tra FCI e stampa. Amico di 1000 giornalisti, ha trovato un posto fisso nella tivù di Stato un quarto d’ora dopo essere uscito dalla Mercatone Uno di Gimondi e Pezzi verso la fine degli anni ‘90. Se quelli dell’FCI andassero a chiedere un parere a Martini – cosa fatta in maniera silenziosamente ‘ufficiosa’ per Ballerini prima e Bettini poi – avrebbe già in mano le chiavi della Skoda color argento. Insomma, basta che dica “Ok!” e la Nazionale è sua.

mercoledì 4 dicembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (5^ p.)

LA BICI STA DIVENTANDO PIU’ PRESENTE NEL NOSTRO QUOTIDIANO? EVVIVA! MA CHE NON DIVENGA UNA SORTA DI ‘FIGHETTI PRODUCTIONS CITY ENTERTAINMENT’.
Seguendo, lavorando, collaborando (ed a volte sacramentando) per questioni ciclistico/ambientali con altre realtà associative – per menzionare quelle più note FIAB e WWF – la bicicletta prende spesso il ruolo di protagonista, quando le nostre rispettive agende di lavoro (chiamiamole così per darci più importanza di quel che è) s’incrociano per questo o quel progetto. Tutta roba che, come i pedali e le ruote, gira e rigira intorno al veicolo bicicletta. Che si siano vendute più biciclette in questi due anni è cosa buona, basta che non si usi questa notizia in maniera meramente propagandistica, come troppo spesso è capitato in quest’ultimo anno. Con la crisi paurosa del settore automobilistico – tradotto; soldi che mancano nelle tasche – e con il prezzo ulteriormente maturato dal carburante in questi ultimi cinque anni, questo ‘sorpasso’ non era un traguardo così impossibile da raggiungere. Fatto sta che la bici ha guadagnato punti anche a livello urbanistico, ma purtroppo questa situazione sta sviluppando in questi ultimi anni un mercato che in molti casi è dell’inutile acquisto. Sono tornate di moda (brutta parola) le biciclette ‘nude’ con il vecchio freno a pedale. Ridotte all’essenziale – e che è meglio usare dopo un pelo di pratica per la funzione frenante – costano come un ciclo munito di ogni accessorio, alcune anche di più grazie a pubblicità mirate ad una clientela ‘under 30’ sfoggiando magari marchi che storicamente con la bicicletta hanno condiviso ben poco.
Se questa visione della bicicletta inizierà ad irrobustirsi dal punto di vista dell’immagine (scorrazzare pedalando in un mondo ovunque strapieno di macchine ti fa certamente notare), c’è il rischio che tra quattro o cinque anni garage e cantine inizino a riempirsi di questi veicoli oggi alla moda. Con il risultato che però nello scantinato non trovino poi spazio, perché già occupato da una vecchia parente. Difatti è impressionante il numero di vecchie biciclette che – con 30 o meno euro di spesa – potrebbero tornare efficienti com’erano un tempo. Il Corsera del novembre 2008 riportava che in quel periodo tra Mountain Bike – tantissime quelle comprate nuove e poi nel concreto usate davvero poco, per la felicità dei portafogli che un bel giorno sono stati aperti più per moda che non per vera necessità – bici della mamma, bici del papà e vecchie e gloriose Graziella, il numero di biciclette dormienti ed impolverate in cantine o garage italiani sfiorava la trentina di milioni di esemplari. A pensarci un momento è un numero spaventoso, anche se di queste un 30% fossero inutilizzabili. Questo perché siamo una Nazione di ciclisti della domenica. La faticata in bici è lo svago del giorno di festa o del giorno di vacanza in cui vogliamo sentirci diversi dal solito (forse più giovani?). Tra il 2000 ed il 2008 la benzina è quasi raddoppiata, ma solamente adesso stiamo pensando a riusare le gambe. Perché stiamo coltivando un pensiero ecologista? Diciamo più che altro che stiamo vicini alla canna del gas.
Volere la bicicletta ‘del momento’ da poter sfoggiare tra le gambe – non il massimo dell’eleganza nel dirlo, ma se ci pensate è proprio così – può dare soddisfazione. Ma ragioniamo se (senza ricorrere a mezzi del 15’/18’) possiamo ritrovare e rinvigorire la vecchia bici che abbiamo sotto un lenzuolo appoggiata al muro del garage, che sfioriamo ogni giorno quando mettiamo la macchina nel box, e che da due anni notiamo grazie ad un pezzo di ruota sgonfia con le ragnatele tra i raggi, che spunta da quel lenzuolo troppo corto per coprirla interamente. Chi scrive a volte si sposta ‘urbanamente’ con una vecchia bicicletta anni ’80 (nella foto), la cui sella – cambiata due anni fa perché quella vecchia faceva schifo a guardarla da com’era ormai ridotta – vale tutto il resto della bici stessa. Ruota posteriore rigorosamente scentrata, com’era regola ‘non scritta’ per quel tipo di bicicletta in quegli anni. La ruggine non manca, il cambio (un glorioso 4 marce) meglio usarlo solo quando veramente necessario, il tutto accompagnato da un vecchio portapacchi con molla appena dietro la sella, mentre i freni sono auto-urlanti. Questo veicolo credo stia insieme per volere dello Spirito Santo e di certo non mi fa figo da come sta ridotta. L’importante è che questa riscoperta del velocipede non sia strettamente legata al mezzo ‘in’, altrimenti rischiamo di ritrovarci con una mentalità a tempo determinato, e gli unici che alla lunga ne avranno tratto un concreto vantaggio saranno stati i negozianti.

domenica 1 dicembre 2013

Dicembre; l'editoriale.

RIMASTA L’UNICA FORMAZIONE ITALIANA DI PRIMA FASCIA (LA CANNONDALE E’ ORMAI ROBA D’OLTREOCEANO), LA LAMPRE SI PREPARA ALLA SALITA PIU’ DIFFICILE. MA NON E’ SOLO UN DISCORSO BLU-FUXIA.
“La strada è stata aperta da Ballan, che ha già vissuto a novembre la sua parte di guai. Ma se in questo caso parliamo del singolo atleta (un’ex della banda Saronni), difficile sapere cosa resterà della situazione attuale guardando il Team Lampre nel complesso. Non manca molto ai giorni in cui mezza squadra e buona parte del settore tecnico e dirigenziale – e altri ex oltre al sopraccitato ciclista veneto – dovranno rispondere di sospetti e accuse riguardanti la questione doping. La storia si trascina da qualche anno e come da tradizione viene conosciuta a fasi alterne, tra titoli di giornali e silenzi prolungati. Era l’aprile del 2011 quando la Lampre finì nell’occhio del ciclone. Gli inquirenti che presero in mano tutta l’indagine scoprirono che attorno alla squadra esisteva una specie di struttura medica parallela che lavorava giocando pericolosamente con le regole. Lo spettro era quello che ricordava nomi pesanti: Festina, Telekom, Discovery, LPR, Astana, Saunier Duval,… Molte cose si sono già scritte, inane ritornarci. La situazione Lampre ricopia, più in grande, cento altre situazioni che vanno avanti in altre formazioni, ma poco note data la minore fama del soggetto. Preparatori che spuntano da dove questo non si sa, ex ciclisti che ne fanno le veci in attesa di patentino (?!), cambi di gestione sulla preparazione dei corridori affidandosi a studi medici semi-sconosciuti, dopo aver abbandonato centri di primo piano (vedi il centro medico Mapei, da anni uno dei più avanzati e soprattutto trasparenti). Non è solo questo, non è solo Lampre. Ma il fatto che ogni tentativo di cambiare trovi continue resistenze. E rispunta poi la questione – questa però a livello più in generale – tra i DS e i preparatori atletici. I primi, solitamente della vecchia guardia, appartenenti ad un’EPOca ciclistica ormai ben nota e delineata, che non ci stanno a essere messi da parte. Che difendono il loro (vecchio) modo di fare ciclismo, che vogliono seguire tutto su tutto, se non fosse per il fatto che 30 anni fa le squadre dove loro correvano avevano 15 ciclisti in totale con dieci persone al seguito, quando oggi parliamo di liste paragonabili ad una squadra di calcio di livello internazionale, e altre 20 persone sparpagliate per tutte le altre mansioni. E poi ci sono i preparatori atletici – sopportati, ma visti in qualche caso come emeriti rompiballe – che escono da studi atti all’attività sportiva (la parola ISEF è termine ancora semi-sconosciuto ai curriculum dei più che guidano le ammiraglie) e che tentano con fatica enorme di far capire che tra un medico (ancora troppo spesso amico di…) ed un preparatore ce ne corre. C’è un sacco di roba che ancora è da sistemare se non cambiare del tutto. Non solo Blu-Fuxia.”

sabato 23 novembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

LO VIVO A META’ STRADA TRA L’INSOPPORTABILITA’ E LA NON COMPRENSIONE. TRA LA VOGLIA DI MANDARE UNA MALAPAROLA E QUELLA DI CHIEDERE “COME MAI?”. DI CHE PARLO? DEI PRATICANTI SPORT MP3-DIPENDENTI.
Quando pedalo entro in una specie di catalessi ciclistica chiamata “Il mio ciclismo”. È una sconfinata galassia in cui ogni mio senso si decuplica, dove supero le porte della percezione, ed è fatta di tutte quelle cose che rompono le balle alla stragrande maggioranza dei ciclisti e cicliste della domenica. Qualche esempio: 1) usare le piste ciclabili (specifico: quelle che sono pensate con la testa e non con il sedere) 2) usare il casco anche in salita e quando fa freddo 3) stare fermo con il semaforo rosso per lavori sulla sede stradale finché non arriva il verde, anche se lo stesso semaforo è su una strada su cui transita un’automobile ogni tre giorni 4) quando ho finito un qualche Passo me ne frega un c***o di quanto ci ho messo 5) rallentare lungo una salita per attendere ciclisti sconosciuti e scambiarci due parole. Tutte cose inaccettabili perché non inseguono l’ormai obbligatoria strada dell’emulazione, soprattutto nei punti 1 e 5 perché abbassano la media sul contachilometri e questa è una bestemmia. Questi pochi punti sono sufficienti a garantirmi il fatto di pedalare sempre da solo, cosa che certamente non mi piace. Spesso incrocio e magari supero (ebbene si, succede anche questo!) persone che pedalano, corrono, camminano con le loro microcuffie ficcate nelle orecchie. Siccome la musica è la mia prima passione da un lato li comprendo. Mi è già capitato di parlare con qualcuno mentre pedalavo, per poi vedere che la persona, per rispondermi, deve togliersi una delle due cuffiette e chiedermi di ripetere. La soddisfazione di capire che in quel momento non hanno capito una frasca quel che hai detto è sempre bella. A volte avevo con me la mazza da baseball e ho risolto all’antica. Ma poi – mentre magari ripulisco l’asfalto per non lasciare tracce – mi domando come mai l’ascolto del proprio corpo diventi meno importante della chitarra di Tizio e della voce di Caio dei “Sempronio Boys”.
Che la musica possa essere rilassante è come scrivere dell’acqua calda. Che poi esista il lato riguardante la sicurezza stradale questo si sa ch’è relativo alla singola persona, perché siamo pieni di gente che pedala e corre sicura del fatto che sono gli altri ad essere disattenti, noi non lo siamo mai, e quindi non ci capiterà mai niente. C’è questa sensazione di voler dire la mondo “Non rompermi le balle!” e di cercare una solitudine non solo fisica (la strada che passa per il paesino senza un’anima, il sentiero che s’inoltra nella profondità del bosco), ma anche una solitudine d’animo. Certamente viviamo in un periodo sempre più pieno di gente che preferisce parlare tramite il PC con persone che conosce più ‘informaticamente’ che non di persona. Che vive rinchiusa in casa davanti alla tivù o davanti al PC, e quando esce ‘deve’ evitare il fatto di restare più di 15 minuti senza cellulare in mano per contattare gli altri essere informatici bipedi viventi che ha nelle liste degli amici (vedi Facebook). Quindi si può ipotizzare che queste persone MP3-dipendenti cerchino la totale solitudine per non rischiare di dover avere a che fare con il mondo delle persone umane. Probabilmente non hanno mai conosciuto la solitudine vera ma solo quella a comando ON/OFF. Oppure quella solitudine gli piace e cercano di ritrovarla. Emanano tristezza, ma se amano vivere lo sport in questo modo giusto continuino.

lunedì 18 novembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

“GODITI LA PEDALATA, ANZI ASPETTA, ORMAI CHE CI SEI FAI LE RIPETUTE, ANZI NO, GUARDA CHE PANORAMI TUTTO INTORNO E ORMAI PREPARIAMOCI ALL’INVERNO ATTIVO PER ESSER PRONTI A FEBBRAIO” …E CHE C***O!!!
Eccoci a novembre, mese che si porta via gli ultimi colori. Periodo in cui si torna (scrivendo a titolo personale) a riaprire vecchie riviste ciclistico/amatoriali, mentre è iniziato il conto alla rovescia per le ultime uscite gira-gambe. Trovi l’articolo che parla ed esalta il praticare ciclismo prendendosi il proprio tempo, che elogia il ciclista che vive la fatica con passione, con spazio a consigli per rendere – nel limite delle possibilità – il più confortevole possibile la propria bicicletta, in maniera che le ore di fatica non siano solamente quest’ultima cosa. E io penso ch’era ora finalmente il ciclismo sia veramente per tutti. Giri pagina è trovi scritto che se sei poco allenato non devi allenarti meglio avendo un po’ di pazienza finché ti sentirai pronto, ma; “….se adotterai un’accorta strategia di corsa e la seguirai riuscirai ad ottenere un buon risultato.” Ma non dovevi goderti i panorami?!
Avanti con le pagine e si legge delle uscite invernali che devono essere vissute in maniera più rilassata, per cui: “…due o tre uscite settimanali che non superino le tre ore possono bastare” , Domanda: dall’inizio di marzo quale sarà il programma del ciclista rilassato? Otto uscite in tre giorni, di cui due notturne? Il divertimento continua con i consigli per non stressare la mente nel periodo di “riposo attivo”. Infatti, ecco che se il tempo tende al brutto la bici può attendere (e meno male….) che tanto; “…un paio di sedute a settimana in palestra, che non superino l’ora e mezza, se ben organizzate….” E a lavorare, al posto nostro ci mandiamo il vicino di casa, che noi non c’abbiamo mica tempo, visto che dobbiamo perfezionare e approfondire quel fottuto stramaledetto discorso del: “...carico massimale e frequenza cardiaca”. Finché si arriva al pedalare in gruppo. Qui si riparte col discorso che il pedalare in gruppo a velocità moderata (scommettiamo che per ‘moderata’ intendono una media intorno ai 25?) è occasione per; “…scambiare impressioni sulla stagione appena passata – ma non dovevamo staccare la spina? – e poter valutare con altri le personali metodologie di allenamento, ed altri aspetti legati all’attività” oppure, per non farsi mancare niente, ecco che con la chiusura della stagione si possono fare delle conclusioni sull’annata ciclistica appena conclusa in maniera che così si possa “…inquadrare meglio, a mente fredda, la prossima e capire dov’è possibile migliorare o se valutare il cambio di alcuni obiettivi”.
Ok, ci siamo capiti: 1) se avete un lavoro valutate (magari proprio con questi famosi altri) se licenziarvi per non rischiare di essere stanchi quando la sera andrete in palestra; 2) se avete famiglia valutate pure se divorziare per non saltare gli appuntamenti importanti del calendario nel fine settimana; 3) ricordate che alcune GF vi costringeranno a partire il sabato pomeriggio a causa della distanza da casa, quindi non scordate l’eventuale ipotesi di poter vendere anche i figli per togliervi ogni pensiero, oppure scambiateli con il vostro meccanico di fiducia per una coppia di ruote leggere per i percorsi che in alcune granfondo mettono davanti molta salita; 4) prima di una corsa ragionate (anche in piena notte, ogni minuto perso può costarvi posizioni) sulla strategia di gara e seguitela con attenzione, in maniera che il ciclismo sia vissuto senza esasperazioni e in maniera naturale; 5) ricordate che adesso, con l’inverno, dovrete staccare la spina. Per questo motivo niente di meglio che nelle vostre pedalate invernali parliate ancor più di questioni tecniche – meglio ancora se approfondite con precise nozioni di Scienze Motorie – con il vostro gruppo d’allenamento. Tutte queste cose vi permetteranno di vivere l’attività ciclistica in maniera spensierata, schietta, a misura di persona, e potrete fare a meno di dar retta a qualche stronzo di passaggio che nel suo blog scrive di ciclismo pane & salame.

mercoledì 13 novembre 2013

Bravo merlo, così son capace anch'io!

ARMSTRONG RISPUNTA DAL SUO SILENZIO D’OLTREOCEANO CON UN’INTERVISTA RILASCIATA A CYCLINGNEWS. PER DIRE COSA? QUASI NIENTE. A PROPOSITO: HAI VISTO MAI CHE FORSE IN ITALIA IL DOPING NON ERA MAI ESISTITO?
Afferma che se l’intervista fosse stata per la Wada o l’Usada, e non per in sito on line, risponderebbe con migliore dovizia di particolari alle domande. Puro pentimento o semplice calcolo? Facilmente il secondo. Ripete cose risapute sul fatto che tutti sapevano tutto, e che il ciclismo ad un tratto iniziò a girare “ad alto regime di ottani” (testuale). Sul discorso del tutti sapevano tutto mette anche i media, e da questo punto di vista non esce niente di nuovo sul fatto che l’omertà permettesse e permette tutt’ora al singolo/a professionista – come all’ex ciclista di turno ora magari opinionista per tivù o stampa – di non distruggere il baraccone che gli da lavoro e magari notorietà, perché il conclamato (spesso fin troppo) amore per questo sport può diventare inaspettata dimenticanza davanti al contratto ben remunerato. Accenna poi che il momento decisivo arrivò tra il 1993 ed il 1994, perché quello che veniva usato fino a quel momento diventò superato. Qui vien da dire che l’americano non dice chiaramente quello che invece disse nella sua chilometrica intervista televisiva, cioè che i test per trovare l’EPO non c’erano ancora e, se c’erano, erano ad uno stato di affidabilità talmente embrionale che era quasi impossibile accorgersi del sangue falsato. Dice che FINA (Nuoto) UCI (Ciclismo) e IAFF (Atletica) a quel tempo non potevano scoprire niente proprio per questo motivo. Questo il Lance Armstrong versione Cyclingnews. C’è poi un’altra versione più recente che, tramite la Bbc, si dice disponibile a fare due chiacchiere con chi di dovere. Un’occasione da non perdere, vien da dire, ma nel contempo anche troppo bella per essere così facile da vedere realizzata. Cosa metterà nel piatto l’ex ciclista?
A livello UCI esiste una commissione denominata di “verità e riconciliazione” e a sentire un nome del genere ti domandi se stiamo in Vaticano o nel massimo organismo ciclistico mondiale. Il fatto è che Mister Seven Tour può rilasciare tutte le interviste che vuole a chi gli pare (domani lo chiamo), ma se non mette il suo bel culone texano su una delle sedie degli uffici Wada o Usada e non tira fuori nomi e cognomi siamo all’aria fritta. Intanto l’UCI – che adesso l’aria l’ha cambiata non poco con l’arrivo di Cookson – sta portando avanti il processo d’indagine verso il texano. Che vuol dire? Che se “Il Texano dagli occhi di ghiaccio’ (non vi ricorda qualcuno?) vuole uno sconto di pena, meglio che apra bocca di suo e che lo faccia in fretta. Per gennaio potrebbe essere anche tardi. Intanto continuano ad uscire confessioni o mezze tali da altri ciclisti stranieri. Chi perché deve fare propaganda al libro di turno, chi perché è meglio ammettere prima che non attendere che si sappia con la lettura del testo. Esempio: se Hesjedal – che ha di recente ammesso di averlo detto all’Usada un’anno fa – non fosse nominato in un libro in uscita in questo periodo, avrebbe aperto bocca sull’uso dell’EPO dieci anni addietro? Ma siccome il reato è considerato tale per otto anni, chi se ne frega ti pare? Intanto fra americani, danesi, francesi, tedeschi, ecc. possiamo rilevare la piacevole sorpresa che nessun italiano degli ultimi 20 anni ha fatto uso di doping, visto che siamo una delle poche Nazioni che sono state ai vertici per 15 anni, ma nessun ex ha mai aperto bocca. Tutti puliti, meno male. Rischiavamo il dover iniziare a preoccuparci sul serio che ci siano un sacco di ex che ci prendono per il culo raccontandoci la storia che non ne sapevano niente di nessuno ieri come oggi.

sabato 9 novembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

MANCHEREBBERO SOLO DEI TIZI CON LE ORECCHIE A PUNTA O UN ALTRO CHE DICE; “SIGNOR SGARBOZZA, QUATTRO DA FAR RISALIRE”, POI CI SAREMMO ANCHE. SE NON FOSSE CHE OGGI VIGE UN CICLISMO SEMPRE PIU’ IMPOSSIBILE.
Avete mai visto quelle scene, solitamente rappresentate in qualche film di fantascienza, dove dentro spaziosi saloni poco illuminati da tenui luci verdognole ci sono esseri umani rinchiusi magari da tempo dentro grandi campane trasparenti che li conservano negli anni? E c’è lo scienziato lucidamente pazzo che spiega cosa sono quelle cose che altri visitatori stanno guardando? Mica serve andare in un set cinematografico per queste cose, e nemmeno aspettare il futuro con tutto il suo progresso. Torniamo sulla Terra e immaginate dei ciclisti apparentemente dormienti stesi su dei lettini con una scatola di plastica trasparente che rinchiude perfettamente il capo, e che respirano ed inspirano grazie ad un tubo flessibile in plastica del diametro di circa 3 centimetri. Questo flessibile inizia dalla scatola-contieni-cranio e finisce dentro una sofisticata apparecchiatura elettronica, a sua volta collegata ad un PC che registra in tempo reale i dati che vengono raccolti respiro dopo respiro. Questo poco prima di una corsa, mica nel periodo invernale quando sugli atleti si susseguono test e prove fisiche d’ogni tipo. La macchina in questione si chiama Metabolimetro ed è uno degli ‘attrezzi di lavoro’ dei medici che oggi lavorano del ciclismo di alto livello. Un metodo medico/tecnologico/scientifico che serve a capire il grado di affaticamento raggiunto dall’atleta, e quale debba essere la dieta migliore per quest’ultimo nei giorni di corsa che ancora seguiranno. E così – mentre con il tele-trasporto il signor Sgarbozza fa puntualmente incazzare il Comandante Picard perché continua a far riapparire i componenti dell’Enterprise nei cessi della nave invece che nella sala preposta – si può capire come la fatica del ciclista non sia più calcolata solamente mentre pedala. Tutto questo perché oggi il ciclista non ha praticamente pause.
Durante il Giro d’Italia del 2011, la squadra ciclistica Radio Shack ha fatto duemilacinquecento chilometri per trasferimenti vari (alberghi, zone di partenza). Aggiunti agli allora 3.500 pedalati la cifra complessiva è impressionante quando coperta in sole 3 settimane. Non è un dato secondario che oggi il ciclista trovi nei trasferimenti una fonte di stanchezza molto forte. Del resto gli organizzatori dei Grandi Giri devono rispettare tempi stabiliti da contratti meramente commerciali (leggi: televisione). Le frazioni non devono mai arrivare prima delle 17:00 pena una probabile carenza di spettatori davanti la tivù. Per questo le tappe oggi partono raramente prima delle 11:00 del mattino. Si può (forse) partire prima solo in caso di tappe che prevedono almeno 200 chilometri, con 3 o 4 montagne lungo il percorso. I lussuosi autobus che oggi hanno in dotazione tutte le squadre di alto livello danno un buon comfort grazie a una o due docce a disposizione, possibilità di bere qualcosa di caldo nelle giornate fredde, sedili molto comodi, un minimo di angolo cucina per dare qualcosa da mettere sullo stomaco ai ragazzi (riso e patate lesse sono presenti a carriole nel primo dopo-tappa di alcune squadre). Ma quando ti devi fare un’ora di bus tra strade trafficate e di montagna non è poca cosa in un’economia di sforzo globale lunga 22 giorni. Fino a venti anni addietro i ciclisti riuscivano ad arrivare negli alberghi nel tardo pomeriggio, mentre oggi arrivarci alle 19:00 è già una vittoria. Ormai è la prassi vedere i capitani e gli uomini comunque considerati di punta, che godono del privilegio di poter fare prima i massaggi, e finire la cena quando altri compagni di squadra si sono appena accomodati a tavola. Insomma, se siete al rientro dopo una giornata appresso il Giro sul Passo del Cassani, e quando arrivati a casa vi sedete in poltrona giusto in tempo per guardarvi TGiro, forse chi vedete pedalare nelle immagini tivù non si è seduto in poltrona così tanto tempo prima di voi. Con buona pace del signor Sgarbozza e delle bestemmie del Comandante Picard in dialetto Klingon.

martedì 5 novembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

E RIECCO IL PERIODO DEDICATO ALLA BICICLETTA LONTANA DALLA STRETTA ATTUALITA’. STAVOLTA PER PARLARE DI CHI DAL CICLISMO E’ SCAPPATO, O DI CHI CERCA (IN OGNI IL MODO) DI FARE IL CONTRARIO.
Partiamo da diversi anni addietro e andiamo a ricordare un ex talento del nostro ciclismo, uno di quelli che come si dice erano predestinati, che prima o poi doveva fare il botto nel senso buono del termine. Nel 2007 Giuliano Fugueras aveva 31 anni, ed era quindi nel periodo considerato migliore per la carriera ciclistica. Un’intervista del tempo, a firma di Luigi Perna della Gazzetta, ce lo raccontava ingrassato di 10 chili in 5 mesi: due chili al mese, media perfetta. Aveva deciso di mollare tutto, questo si di botto. “Ero solo stanco. Logoro. Stufo di alzarmi ogni mattina per fare 6-7 ore in bici. È molto semplice: mi sono "scocciato" di fare il corridore e ho deciso di smettere. Quello che dovevo dare al ciclismo l’ho dato" disse al giornalista della rosea. “Mi era venuta la nausea. È stato difficile accettare il distacco, perché sono una persona molto sensibile. Ho anche chiesto l’aiuto di uno psicologo. Ma questa depressione non è stata la causa dell’addio, semmai la conseguenza". Sul discorso doping precisò che: "Non è stata la necessità del compromesso a farmi smettere. Quello è qualcosa che esiste e che da corridore accetti. È brutto dirlo, ma è la realtà. Spetta a chi comanda il ciclismo eliminare la possibilità di scorciatoie. Ma io resto innamorato di questo sport e so che un giorno lo rimpiangerò" Chiuse con le idee chiare sul fatto che: “Nel ciclismo lavorerei solo con i giovani. Tra i pro' ci sono facce che non voglio più vedere" Questo fu il commiato di Figueras dal plotone. E risalta il fatto di quelle “facce che non voglio più vedere” che forse furono il vero motivo del non avere voglia di continuare a faticare insieme. Questo il pianeta da cui decise di andarsene il ciclista italiano. Pianeta che invece un’altro italiano, Davide Rebellin, non vuole abbandonare. E da questo lato con le idee ben chiare al riguardo. Il veneto non era un ciclista da poco. Quando correva i Mondiali era spesso la penultima carta da giocare nel finale per lanciare Bettini. A lui resta un tris di vittorie da leggenda nelle Ardenne, a cui aggiungere altre due Freccia Vallone, se non le avesse sporcato tutto con un record che speriamo rimanga imbattuto, quello del primo e fin’ora unico medagliato olimpico italiano ad aver subito poi una squalifica per doping (un’altro atleta, marciatore trentino, che mangiava decine di barrette Kinder ogni giorno e latte a secchiate, il titolo del 2008 ce l’ha ancora). Rebellin – 42 anni compiuti – durante il Giro del trentino scambiò due parole con Marco Bonarrigo di CyclingPro: “Non mi va più di parlare di quella storia. È stata troppo dolorosa.” In questi giorni è iniziata nei suoi confronti l’indagine per doping e per evasione fiscale – quando risiedeva a Montecarlo mentre la famiglia faceva la spesa quotidiana e si faceva mandare la posta in quel di Galliera Veneta – e sulle corse è convinto che nonostante i suoi 42 anni: “…sono integro, ho anni davanti. Vorrei essere un modello per i giovani, magari nel ruolo di allenatore”.
Chi parla assunse, nel dettaglio, ‘Eritropoietina, specialità Mircera di Roche classe ormoni’ e al contrario di Figueras, che stufo decise di dir basta, cerca invece di rimanere attaccato al mondo dello sport ed è anche imbarazzante che ad evidenziare ed esprimere una passione così forte per lo sport, sia una persona che allo sport ha solo fatto del male con la via dell’imbroglio. Non è l’unico atleta che smessa l’attività sportiva, e quindi la vita da sportivo, ha cercato di riciclarsi in altri ruoli ma sempre nel medesimo ambiente. Cipollini tornò anche a correre per un periodo di pochi mesi poi mollò nuovamente, successivamente si mise a fare il presunto preparatore atletico per il team femminile della MCipollini, tant’è che fu l’unica occasione in cui il TG sportivo RAI fece un servizio su di una squadra ciclistica di donne (da notare: non per parlare delle ragazze, ma perché Re Imbroglione – pieno fino alle orecchie come da Gazzetta di febbraio – si era messo a dir loro come ci si prepara fisicamente). Non contento, Cipollini meditò ancora un’altro ritorno per correre due settimane del Giro del 2012, che siccome fino a Cervinia (14^ frazione) non era poi così tremendo, s’era messo in testa di tornare con la Farnese di Scinto, sfruttando il fatto che quest’ultima usava le sue biciclette. Per fortuna Scinto gli fece capire che era meglio non parlarne proprio. Altri casi sono più recenti: Bartoli si era messo – e probabilmente lo fa ancora – a seguire la preparazione atletica di alcuni ciclisti Lampre, o Di Luca che poche settimane addietro ha fatto scena muta davanti al PM, perché tanto che ti cambia se comunque sai che ti squalificano a vita? Meglio non fare la figura del traditore, così i ciclisti e gli altri personaggi marci sapranno indirettamente che di me possono ancora fidarsi e dall’ambiente sportivo riuscirò a non uscirne mai. Non vorrai mica che mi tocchi d’andare a lavorare?

venerdì 1 novembre 2013

Novembre; l'editoriale.

LE BORRACCE SI SONO SVUOTATE. SE LA NOTTE PORTA CONSIGLIO, CHISSA’ CHE L’INVERNO NON NE PORTI QUALCHE TONNELLATA SU TANTE TESTE DEL CICLISMO NOSTRO E ALTRUI.
“Da dove si potrebbe iniziare per dire cosa ci ha portato il 2013? Da una grande stagione sportiva per Nibali? Dalla Nazionale che manca il podio un’altra volta, per quanto tutti abbiano corso bene? Dalle cinque classiche monumento che non hanno avuto nessun italiano nei primi tre? Dalle donne che portano un’altra medaglia e ad inizio stagione una classica la centrano (Cittiglio)? Da una Federciclo che non ha nessuna certezza su chi sarà il suo Commissario Tecnico? Dalle categorie Juniores che – senza colpe loro – hanno contribuito ad un bilancio complessivo Mondiale che sfiora il deserto? Dal Comitato Organizzatore toscano che per mettere in piedi i Mondiali voleva decine di milioni in più, ed invece hanno fatto un buon lavoro lo stesso? Di Nibali che avrà Scarponi e Pellizotti come gregari, e che dopo Vinokurov come capo, adesso gli manca solo che chiamino il dottor Ferrari come medico di squadra? Dalla situazione indegna del settore non-professionistico italiano, e juniores in particolare, che in base alle nuove regole potrebbe far seguire un ciclista anche da un medico callista, basta che quest’ultimo sia laureato? Dal Giro d’Italia che senza nessuna spiegazione ha visto Rcs dare di botto un colpo di spugna a Michele Acquarone ed al suo staff? Di Mario Cipollini che ha il coraggio di farsi vedere ancora in giro alle gare o della gente che, o non sa leggere, o se ne frega se uno era pieno fino alle orecchie, e quindi qualcuno ci spiegherà perché dovremmo dire ad un ragazzino di fare ciclismo? Dei ciclisti amatoriali che iniziano le granfondo, ma poi vengono avvertiti che nella zona d’arrivo sono arrivati i medici dell’antidoping e allora preferiscono squagliarsela senza finire la corsa? Della Lampre che tessera Rui Costa, ma che a dicembre finirà davanti ad un giudice con molti suoi rappresentanti, e vai a sapere se ne usciranno con le ossa rotte? Di Santaromita e Di Luca che troveranno ancora qualcuno che gli darà l’occasione di bazzicare il ciclismo, dopo che la loro ex squadra – Vini Fantini – forse pagherà con l’esclusione dal prossimo Giro? Del ciclismo italiano che tolti Ulissi e Moser non pare avere niente nel dopo Nibali? Di Nibali e Tiralongo che, dopo il ritiro causa caduta nel Giro di Lombardia, sono andati al pronto soccorso di Lecco per farsi medicare, e dopo un’ora d’attesa sono dovuti andare da un’altra parte? Del dottor Ferrari che adesso si è ‘riciclato’ e segue ciclisti amatori che non fanno di certo gli operai, visto che pagano bene e non ti trascinano sotto le luci della ribalta? Del settore ciclistico dei più giovani (Juniores ed Allievi) che solo in Veneto ha perso 30 corse in un anno e sarebbe bello sapere come se la passano dalle altre parti? Di Chris Horner che a 42 anni ha vinto la Vuelta e non ha nessun contratto per il 2014, ma se fossimo in lui spariremmo senza pensarci due volte perché forse gli è andata più che bene? Del libro di Millar che ormai da anni ha venduto i diritti per l’edizione italiana, ma negli scaffali nostrani non se ne vede una copia, e non sarà mica perché tra i nomi e le circostanze che sono presenti in maniera dettagliata ci sono ciclisti nostri, gente che andava per la maggiore un decennio fa? C’è ne sarebbe di roba mentre si sgranocchiano castagne nei colorati e umidi pomeriggi autunnali (anche se qui costano Euro di Dio perché ce ne son poche). Queste sono alcune cose che ci ha lasciate il 2013.”

martedì 15 ottobre 2013

"Questo è per te tesoro. Lo sai che ti amo tanto!"

DALLE PENE PER IL DOPING, AL PENE PER L’ANTI-ANTI-DOPING, FINO A DI LUCA IN PERFETTO STILE CHARLIE CHAPLIN.
In questo giorni fa curiosità il pene finto anti-doping – regalo della premurosa fidanzata – che un rappresentante dell’Aeronautica, Devis Licciardi, ha cercato di usare durante il controllo urine. Tesi difensiva: pare che l’atleta volesse dimostrare che i controlli anti-doping possono essere aggirati. Dunque il tentativo è stato fatto per il bene dello sport. Se cliccate nel motore di ricerca qualcosa tipo “Pene finto anti-doping” penso possiate trovare qualcosa con facilità, visto ch’è roba recente. Ah, l’Aeronautica non ha perso tempo nel presentare richiesta di dimissioni immediate del fiero rappresentante. Che ingrati!
Questionando di organi riproduttivi maschili, non si esce dal seminato parlando di un coglione. Di Luca, autore a quanto pare di una scena muta davanti al Giudice di turno, dovrebbe ricevere una radiazione a vita. Cosa gli cambierà questo nessuno lo sa, visto che la sua carriera era già agli sgoccioli. Restano le emozioni e la gratitudine dei dirigenti scolastici che in passato lo avevano invitato a parlare ai ragazzi in alcune scuole, per dire loro che il doping è uno sbaglio. Buon erede dell’abruzzese, irrompe sul palco Santambrogio che aveva ricevuto la richiesta da parte della Procura Anti-doping di fare nomi e cognomi. Ma preferendo seguire le orme del suo maestro, l’ex ciclista della Fantini ha tenuto un’onorevole livello d’omertà. Chiaro che avendo ancora la possibilità di correre, Santambrogio vuole tornare in gruppo con il timbro dell’uomo che non tradisce. Casomai gli andasse male, potrebbe sempre chiedere un lavoro a Di Luca nel negozio di biciclette dell’abruzzese. Già possiamo immaginare le belle future biciclette Di Luca, modello EPO 2007, oppure quella speciale modello EPO/2-2013 fare bella presenza in gruppo.

venerdì 4 ottobre 2013

"Gentili signore e signori, buongiorno!"

IL GIRO DI OGGI, QUELLO (NON TROPPO) DI IERI, E LE PICCOLE GIOIE CHE DAVA QUEL GIORNO DI PIENO AUTUNNO.
Quest’anno toccherà il 7 ottobre – quindi lunedì – e a meno di notizie dell’ultima ora, dovrebbe ricalcare l’invisibile presentazione (tivù) dell’anno scorso. Dal punto di vista televisivo, il Giro d’Italia fece un bel salto in avanti alla fine del secolo scorso. La corsa iniziò ad avere un suo spazio televisivo ben preciso, che grazie alla diretta televisiva integrale portava in presa diretta le piccole emozioni all’appassionato che un’ora di televisione poteva dare. La squadra giornalistico/ciclistica RAI non era numerosa come oggi, e forse per questo ti annoiavi meno, e non vedendo l’ora – come nella seconda metà del decennio scorso – che mandassero i filmati delle frazioni. Oggi la presentazione viene fatta il prima possibile. Aldilà che, potessero farlo, il Giro 2015 forse lo presenterebbero il giorno in cui finirà quello 2014, voglio mettere giù le piccole soddisfazioni che per diversi anni ti dava il ‘vecchio’ calendario del Giro. Intanto quello che era ed è il Giro: una avvenimento sportivo di primaria importanza prettamente primaverile (anche se nell’ultima edizione manicotti, bestemmie, tè caldo, mantelline e a volte guanti sono stati bei protagonisti in gruppo), che trasporta quel sentore primaverile sempre simpatico e amico. Per questo motivo il ‘vecchio’ Giro – presentato solitamente nella seconda metà di novembre – ti dava 90 minuti di primavera nell’animo, specie quando guardando fuori dalla finestra vedevi il sole andare a nanna, ed erano solamente le 4 del pomeriggio. Sullo schermo vedevi Cassani con i capelli ancora non tinti (a proposito: ultimamente ha schiarito un po’ il nero e comunque anche Martinello pare andargli dietro) pedalare in maniche corte nel sud Italia, e nel contempo ficcavi un pezzo di legno nella stufa. Lo vedevi fiancheggiare il lungomare che al massimo metteva i manicotti, e tu mettevi il pile perché dovevi uscire 2 secondi per un cesto di legna. Chiaro che questa visione ciclistico/romantico/stagionale non fa nessun effetto a chi abita lontano da vallate alpine o dolomitiche. Quando abiti in zone in cui l’inverno vero dura un mese e mezzo al massimo, difficile raccontare gli umori che respiravi dalla tivù, in quello ch’era solitamente un sabato pomeriggio. Era come se il Giro avesse già corso la sua prima tappa. Se poi vedevi la tua città scritta a caratteri evidenti sullo schermo, ti sentivi come se una tappa l’avessi vinta. Con il passare degli anni la presentazione è cambiata. Suor Alessandra è diventata presentatrice, gli esperti sono sempre quelli da anni, ed i filmati – ch’erano la mezz’oretta che gli appassionati attendevano – diventarono sempre più rari, fino a due anni fa quando Savoldelli li fece in motocicletta e lì si capì che il Falco di far fatica aveva proprio perso la voglia. Resta sempre impareggiabile, anche per la lunghezza che superò la mezz’ora, la presentazione filmata delle frazioni del Giro 2000 – fatta nel 1999 – con Sandro Fioravanti al commento e Cassani alla bici che bucava salendo verso il Croce d’Aune o che, astemio, si beveva il vino ‘primitivo’ prima di ripartire. “La, dove il salmastro sarà nelle nari di chi, respirando forte, si preparerà all’arrivo”, diceva Fioravanti. “Anquetil andava a Champagne, io vado a vino primitivo” diceva Cassani.

martedì 1 ottobre 2013

Ottobre; l'editoriale

BRIAN COOKSON DIVENTA IL NUOVO BOSS DELL’UCI. SI CHIUDE UN’ERA DURATA DUE DECENNI. E L’ITALIA? FORSE PERDERA’ PESO E FORSE CE LO MERITIAMO.
“I vecchi dirigenti ci avevano provato fino all’ultimo momento a complicare l’iter burocratico/elettivo per l’elezione del nuovo Presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale. Sei ore di seduta e la vittoria con 24 voti a favore su 42 per Cookson. Adesso si apre un periodo che porterà aria nuova e non più una semplice rinfrescata alle pareti. Patrick McQuaid leva le tende dalla poltrona più importante, dopo essere stato ‘delfino’ di Verbruggen per un decennio. Praticamente, tra il primo ed il secondo, un’era dirigenziale che abbraccia il periodo che, partito dalla prima metà degli anni ’90, era durato fino a pochi giorno addietro. Inutile elencare tutte le cose fatte, rifatte, cambiate, ricambiate, decise, ritirate dall’UCI negli ultimi 20 anni. Limitiamoci al discorso riguardante i Mondiali Juniores. Alcuni anni fa l’UCI decide che i Mondiali Juniores meritano la stessa considerazione della categorie maggiori. Pensiero giusto e nobile. Quindi si decreta che la Nazione eventualmente ospitante la rassegna iridata, s’impegni ad allungare i giorni di gara facendoli diventare una settimana piena, con l’inserimento delle gare Juniores. Poi ecco il risultato: le gare Juniores non vengono trasmesse in tivù. Quando pochi anni addietro le gare iridate vennero fatte in Danimarca ci volle la (vivace) insistenza dei capi della televisione danese per irradiare il segnale (i Mondiali ‘televisivi’ sono prodotti dall’UCI stessa, un po’ come la Formula 1). Una diretta che la sera prima non era prevista, la mattina dopo venne mandata in onda. Prima mi imponi di spendere soldi per inglobare gli Juniores, e quando posso irradiare in tutta Europa le immagini (il ciclismo è sport imbattibile per la promozione turistica), mi dici che le gare Junior non sono previste nelle dirette? A parte il fatto che se lo fecero i danesi, vai a capire perché la RAI non ha fatto lo stesso quest’anno, il neo Presidente Cookson dovrà ripartire con dei contratti che dovrà onorare fino in fondo, anche se non entusiasmanti per la sua idea di ciclismo. Ma tant’è, queste ‘eredità’ sono spesso presenti in successioni di questo genere. Piuttosto dell’Italia che cosa resterà? Il nostro Di Rocco, ex Vice-Presidente UCI sempre vicino a Mc Quaid, che considerazione avrà? Cookson vede l’Italia – nel senso di Federazione Ciclistica – come una Nazione che, mettendo sul tavolo un passato certamente glorioso, non vuole però saperne di cambiare. Nella nostra tradizione noi italiani sappiamo sempre come trovare un modo per salire sul carro del vincitore. Ma vedendo come stiamo messi in Italia dal punto di vista dell’organizzazione ciclismo, la voglia di lasciare la nostra Nazione fuori dalle poltrone che contano è forte. Quel ch’è peggio è che forse sarebbe anche meritato.”

lunedì 30 settembre 2013

133 motivi per parlare di medaglie.

SPESSO E’ DAI DETTAGLI CHE SPUNTANO LE SPIEGAZIONI PER CAPIRE DA DOVE NASCONO LE GRANDI DIFFERENZE. LE DIFFERENZE CHE TI PORTANO UNA MEDAGLIA OGNI ANNO. DAL 2007 A OGGI.
Mentre in Spagna si prepareranno a grandi accoglienze per l’intelligenza ciclistica dimostrata da Valverde, che da vero campione ha buttato un titolo Mondiale nel cesso, noi guardiamo all’altra sponda con una scena nata il tardo pomeriggio del giorno precedente intorno ad una domanda. La domanda che sulla zona d’arrivo viene rivolta a una ciclista è del giornalista RAI Francesco Pancani. Sono passati pochi minuti dalla fine della gara elite donne in linea, con l’italiana Rossella Ratto terza: “Ma quanto è andata forte la Ratto?”. La ciclista intervistata è una delle capitane della squadra italiana, che dopo aver ripetuto in toto la domanda testé rivoltagli dal giornalista, si ferma un secondo, si guarda intorno, sospira, sembra cercare qualcosa con gli occhi, carica il colpo in canna, sembra voler dire qualcosa e poi, con scocciata diplomazia, prende la mira e risponde; “Ma quanto è andata forte la Nazionale Italiana?” Il giornalista osserva; “Hai ragione”. Lì, in quell’esitazione prima di rispondere, in quel guardarsi attorno prima di aprir bocca per riflettere prima di farlo, c’è tutto il colossale lavoro di squadra del CT Salvoldi. L’uomo che ha costruito il più forte ciclo ciclistico mai visto nelle squadre nazionali femminili, e che sta silenziosamente effettuando un lento, costante, continuo ricambio generazionale, che da sette anni consecutivi porta almeno una medaglia ogni anno (e contiamo solo la squadra elite).
Salvoldi ha costruito la medaglia numero 133 gettando nel contempo le basi ciclistiche per l’Italia femminile dei prossimi anni. Longo Borghini, Scandolara, Ratto, rappresentano quell’ossatura che tra pochi anni sostituirà quella macchina vinci-medaglie guidata dalla Bronzini, da una certa fenomenale ciclista italiana e dalla Cantele. Donne che sono le capitane, le cicliste di riferimento, ma non le stelle, le prime attrici sempre e comunque. Quando lungo l’ascesa di Fiesole una certa atleta, di cui come da tradizione non ricordo il nome, ha sentito la gamba cedere verso il finale di corsa ad un principio di crampi, è stato deciso con poche parole che la vicentina avrebbe invertito i ruoli programmati trasformandosi in gregaria per la Ratto. Detto fatto (e la rima non centra): la veneta richiama le compagne in fuga con lei in quel momento di gara, e spiega la nuova impostazione tattica. Fu lo stesso anche l’anno scorso. Elisa Longo Borghini era la ragazza che meglio pedalava, e nonostante fosse la più giovane, quella che godeva di minore esperienza, fu lei la pedina principe per la squadra italiana. Anche in quell’occasione scaturì una medaglia di bronzo, e come questa volta non ci furono tentennamenti nel deciderlo in gara. Una nazionale dallo spirito camaleontico che da sempre lavora in questa maniera, perché costruita intorno ad una persona, Salvoldi, che da sempre gode di una stima colossale, totale, da parte delle atlete che porta in azzurro di volta in volta. La partigianeria di chi scrive è ormai nota, e quando poi si tratta di ciclismo femminile di origine marosticense siamo a livelli da ricovero. Ma sapere che, una volta tanto, chi occupa il ruolo di CT è persona che ha nozioni di base sull’attività sportiva che porta avanti (quella cosa che si chiama competenza), e quindi non solo perché amico plurisponsorizzato da nomi importanti della Federazione, è motivo per attirare la mia simpatia nei suoi confronti. In un momento di ennesima soddisfazione come questo, dispiace che in ottica nazionale italiana si sia forse persa la presenza di Marta Bastianelli, che dopo l’iride vinta nel 2007 non è mai tornata ai vertici se non in occasioni molto sporadiche. Ma è giusto ricordare che fu proprio lei, sette edizioni addietro, ad aprire quel ciclo vincente e plurimedagliato che oggi possiamo goderci appieno. Comunque, conoscendo Salvoldi, aspettiamo ancora un momento prima di scrivere davvero la parola ‘Fine’ su valutazioni agonistico/personali di questo tipo. W la Guderzo. (la foto in alto è concessa da Ilaria Pranzini)

mercoledì 25 settembre 2013

I Malori del ciclismo italiano

L’ITALIA DEL CRONOMETRO HA DUE FACCE. QUELLA RUGOSA DI PINOTTI E QUELLA SENZA FISIONOMIA DEL DOMANI. E ANCHE LA NOSTRA CULTURA CICLISTICA NON DA UNA MANO.
Finalmente è passata la prima parte della settimana iridata toscana. Finalmente, perché le prove a cronometro si sono svolte su di un percorso avaro di contenuti ciclistici, che non andavano oltre una specie di: “Stai basso finché sei stufo e intanto spingi.” Gli esiti usciti dalle gambe nostrane ci danno un ottimo risultato negli uomini elite, un buon risultato tra le donne elite, ma per il resto tutto rispecchia quel deserto ciclistico che rischiamo di ritrovarci tra poco. Le corse juniores hanno messo in evidenza che il divario dalle altre Nazioni è molto forte. Ci salviamo tra gli uomini elite? Si, ma mica tanto. Pinotti ha 37 anni, e facilmente avrebbe già mollato tutto se quest’anno i Mondiali non si fossero corsi in casa. Ha tenuto in piedi da solo la nostra baracca contro il tempo per un decennio, ma di certo non può rappresentare il domani. Vorrebbe restare nel ciclismo. Domanda: ma il ciclismo italiano vuole Pinotti? Uno che porta serietà, applicazione, programmazione, competenza tecnica? Al momento, tra gli elite ci resta Malori e basta (foto:Velonations.it) e arrivasse il giorno che sto ragazzo userà il dente in più, che probabilmente inizierà ad andare più forte.
Perché in Italia non esiste un bacino ciclistico contro il tempo? Perché la base in primis non esiste. Già tra le squadre di club il cronometro è visto come una rottura di balle. Le squadre non hanno interesse a dare un loro atleta junior alla Federazione. Meglio vincere le gare del nostro calendario perché gli sponsor così sono ripagati. La maglia azzurra non porta le scritte della fabbrica, officina, panetteria Tal dei Tali. L’FCI vorrebbe avere un ragazzo da indirizzare a cronometro? Diamoglielo 10 giorni prima e tanti auguri. La mentalità ciclistica italiana viene in aiuto. I ciclisti italiani che hanno riempito le riviste ciclistiche degli ultimi 20 anni sono stati velocisti (Cipollini, Petacchi), scalatori (Chiappucci, Gotti, Pantani, Simoni, Riccò, Di Luca) e uomini da classiche o grandi giri (Bartoli, Bettini, Nibali, Basso, Cunego, Ballan, Rebellin, Ballerini). Contro il tempo chi abbiamo avuto come nome veramente di appeal? Pinotti in questi anni, e per il resto tocca tornare indietro fino a Bugno che cronoman non era, ma era il migliore dei nostri due decenni fa. Il nostro ciclismo non ha una tradizione contro il cronometro (Moser? Per i dettagli chiedere a Conconi, grazie), ma non si sono mai nemmeno visti i segnali di una volontà di costruirne una in tal senso.

lunedì 16 settembre 2013

E finalmente le ragazze alzarono la voce.

LA NOTIZIA CATTIVA: IL FINALE DEL ‘TOSCANA’ NE FA LE SPESE. QUELLA BUONA: FINALMENTE LE RAGAZZE SI SONO ROTTE LE SCATOLE. C’è voluta Marianne Vos a dare il ‘la’ alle colleghe. L’olandese ha perso un Giro di Toscana di cui era leader, ma prima o poi la pazienza doveva finire ed è un peccato non sia finita ben prima. Ennesima figuraccia degli organizzatori, grazie al traffico veicolare fermato a singhiozzo quando stanno ancora passando le cicliste, mentre quella delle strade in pezzi è purtroppo storia vecchia ma che non doveva mai essere raccontata perché nel movimento ‘rosa’ tutto è bello, tutto piace (vedi Facebook), e siamo tutti amici che ci volgiamo tanto bene. Intanto le cicliste stanno in mezzo a cotanta felicità e gaiezza. Così domenica 15 quasi tutte le migliori non sono partite nell’ultima frazione, quella con l’arrivo classico a Firenze ed ecco Brunello Fanini, il boss del Giro di Toscana, che dichiara dopo 18 edizioni la morte della corsa. Adesso le cattive sono quindi le cicliste non partite, che ancora una volta hanno dovuto essere loro a metterci la faccia, perché figurarsi se DS o dirigenti aprono bocca una volta. Il CT Salvoldi ha detto che il modo è sbagliato anche se condivide la motivazione, Fanini parla di decisione inqualificabile. Quando patron Brunello Fanini giudica il gesto del ritiro in massa come dannoso al ciclismo femminile, tornano in mente le immagini della 3^ frazione del Giro-Donne 2010 a Biadene con le ragazze sedute sui marciapiedi e sulla strada a cambiarsi dopo la cronometro individuale, o il giorno prima (2^ tappa con arrivo a Riese Pio X°) quando un genitore disse al personale che le aveva sistemate, che le transenne erano messe in maniera molto più pericolosa che non protettiva sul rettilineo d’arrivo (con ragione sacrosanta!). Chiaro che situazioni come quella di Biadene non devono saltar fuori e venir raccontate, e se poi le ragazze devono pedalare a 40 allora su strade che fanno schifo, o con transenne sistemate coi piedi, lo facciano e basta. Visto che l’Associazione Corridori va avanti con la velocità della famosa lumaca zoppa, visto che le cicliste da anni vengono prese per il c**o (meglio usare gli asterischi, perché culo non sta bene scriverlo), visto che a raccontare solo le cose che funzionano non cambierà mai un ….come si chiama?.... pupazzo?, meglio stare sui maroni oggi che al pronto soccorso domani.

domenica 15 settembre 2013

Horner scrive una pagina storica? Speriamo di si.

NONNO CHRIS METTE IN RIGA I NIPOTINI, ED ENTRA PROBABILMENTE NELLA STORIA. CON LA SPERANZA CHE PROPRIO QUESTA STORIA NON VADA OLTRE CON APPENDICI FUTURE.
Eh dai che questa è bella! Si perché puoi guardartela in diversi modi. Il modo che parlerà di momento da ricordare nel ciclismo, con un quarantaduenne che vince una gara di tre settimane, mettendo in fila ciclisti con dieci anni di meno nella carta d’identità, ma soprattutto che ha ribattuto colpo su colpo di pedale, in una Vuelta che regalava 11 arrivi in salita. In questi anni vedevamo Pantani, Armstrong, Contador, Froome come dei fenomeni. Sarà mica che ci siamo persi uno che invece fenomeno lo era sul serio, uno che aspettava il momento buono per uscire allo scoperto? E aspetti d’essere un over 40? C***o se ne hai di pazienza Chris! L’altro modo è quello che in molti pensano: che si mette nel latte questo qui la mattina? Eh certo che se l’antidoping funziona sul serio, allora salterà fuori qualcosa. E se invece non vien fuori niente? Sai che smacco per Valverde, Nibali, Rodriguez – mica ragazzini del gruppo – che si son fatti mettere in riga da uno che si porta dietro quarantadue primavere? E Froome? Miseria, adesso cosa diciamo di Froome, classe ’85, che uscito dal Tour con un vagone di sospetti, ora si vede spodestato nelle attenzioni da un ciclista 14 anni più vecchio? Ci accontenteremo di dire che questo è l’anno dei Chris? Beh, pensando alla mitica conferenza stampa del dopo Ventoux, dove al keniota-britannico fecero domande velate di diffidenza, a Horner che faranno? Lo piglieranno a mazzate fino allo sfinimento? La Vuelta che ci consegna? La sorpresa di Horner, sperando non sia una storia che regalerà un capitolo extra. Poi Nibali che si conferma in grado di ben figurare quando prepara una gara con attenzione. L’italiano voleva competere per vincere la Tirreno-Adriatico e l’ha vinta, idem per il Giro e anche quello l’ha vinto, così come voleva cercare la vittoria in Spagna e se l’è giocata fino all’ultimo. Per i Mondiali dovrebbe avere un condizione perfetta e potrà essere considerato une dei favoriti. Ma non quello da battere. Perché anche gli spagnoli hanno mostrato una condizione, con vista Firenze, molto buona. Rodriguez e Valverde sono stati protagonisti fin quasi all’ultimo. Non hanno avuto la tenacia di Horner e Nibali, ma Rodriguez si presenterà come l’uomo più pericoloso – in ottica italiana – per la vittoria conclusiva (chissà come stanno Cancellara e Sagan…). Intanto festeggiamo ‘nonno’ Chris.
Adesso però viene il bello. Si perché quando un’atleta di 42 anni si mette dietro gente che viaggia a più d’un decennio d’anni di meno (Nibali è del 1984), e gli arriva davanti rispondendo colpo su colpo, in una Vuelta con 11 arrivi in salita, adesso si che la curiosità è tanta. Christopher Horner è un ciclista in gamba, uno di valore, ma vederlo mettere in riga Valverde, Nibali, Rodriguez ti lascia il dubbio. La sensazione che ne scaturisce è forse definibile come un misto d’incredulità e ammirazione. Però ripensando al Froome del Tour ed i sospetti che gli sono cresciuti attorno, cosa si dovrebbe scrivere di Horner, 14 anni più vecchio? Cattiveria? No di certo. Il fatto è che la paura di essere imbrogliati adesso non la nascondi più, non la tieni per te. Perché sei stanco, sei stufo marcio d’essere preso in giro. E la diffidenza patita da Froome sulla sua pelle durante il Tour – o anche quella verso Usain Bolt ai Mondiali d’atletica di Mosca – ormai sarà cosa che molti vincitori dovranno tener sempre presente che possa farsi viva con una domanda antipatica. La storia d’oggi ci dice che la Vuelta di Spagna 2013 è passata alla storia, grazie ad un ultraquarantenne che ha battuto la sua futura generazione ciclistica. Che il giorno, sabato, in cui lo statunitense ha praticamente vinto il Giro di Spagna, un ciclista che poteva essere suo figlio (22 anni) ha vinto la tappa. Speriamo sia una favola. Speriamo che la storia di questa Vuelta si fermi qui e che non ci siano altri capitoli extra.

giovedì 5 settembre 2013

Il ciclismo 'over 40' e qualche sua storia.

SENILITA’ CICLISTICA SUGLI SCUDI. QUASI UN SECOLO E MEZZO DI GAMBE CHE PEDALANO: CHRISTOPHER HORNER, DAVIDE REBELLIN, JENS VOIGT.
IL BUONO: Jens Voigt va matto per le fughe quasi impossibili. Ma nonostante sia uno che ami scappare dal gruppo per tentare il colpo gobbo – che solitamente gli va male, per la gioia di Cassani che così può continuare con il suo pessimismo cronico su qualunque fuga esistente e futura – non scappa dai suoi doveri famigliari, disseminando di figli (per ora sei) il cortile di casa. Viva preoccupazione per lo spazio dentro casa, pensando a quando si ritirerà e avrà più tempo ancora per stare con la moglie. Tedescone, nato nel settembre del ’71 in una località che sfiora l’impronunciabile, come il 50% delle località teutoniche: Grevesmuehlen. Non sappiamo se mette birra nelle sue borracce. Indagheremo. IL BRUTTO: Christopher (Chris) Horner invece è americano, anche se nato in Giappone nientemeno che ad Ukenewe nell’ottobre dello stesso anno di Voigt (un mese dopo). Perché nientemeno che lì?: non lo so, ma ci stava bene scriverlo. Non si sa come sia riuscito ad esser ancora in gruppo, avendo avuto a che fare in passato con Johan Bruyneel e Lance Armstrong. Intanto non soltanto è ancora nel plotone per correre, ma lo fa pure bene. Tanto ch’è riuscito a vestire la maglia rossa della Vuelta nell’edizione che si sta correndo in queste settimane.
IL CATTIVO? Davide Rebellin è un leone (agosto) sempre del ’71, e per il momento vanta il record di essere il primo atleta italiano ad aver vinto una medaglia olimpica, e poi averla persa per doping. In Europa è il più vecchio ciclista professionista. La medaglia rubata l’ha rispedita alla sede del CONI in busta chiusa. Dopo la squalifica di due anni ed aver corso per la (modesta) Miche Guerciotti e per una (modesta) squadra croata, la Meridiana Kamen, adesso difende le insegne della (modesta) Ccc Polsat Polkowice. Unico straniero in mezzo a (modesti) ciclisti polacchi e dirigenti polacchi. Se Wikipedia ce lo regala come vincitore di Amstel, Freccia e Liegi in una settimana, il suo desiderio per il futuro lo raccontò lo stesso veneto alcuni mesi addietro a CyclingPro: “…vorrei essere un modello per i giovani. Magari come allenatore.” Robe da matti? Mica tanto, quando vedi gente che all’ultimo Giro chiedeva foto e autografi a Cipollini. Le ‘dimenticanze’ giornalistiche portano risultati. Ritroveremo Re Imbroglione circondato dai sorridenti e smemorati amici Rai ai Mondiali? Tornando a Rebellin, negli ultimi Campionati Italiani è arrivato al 3° posto dietro a Santaromita vincitore, con Scarponi secondo. Diciamo che quel giorno Santaromita ha salvato l’FCI da una premiazione imbarazzante?

domenica 1 settembre 2013

Settembre: l'editoriale

DOMENICA 29, NEL TARDO POMERIGGIO, AVREMO LA LISTA COMPLETA DI TUTTI I NUOVI CAMPIONI E CAMPIONESSE DEL MONDO. IL GIORNO PIU’ IMPORTANTE? FORSE DUE GIORNI PRIMA.
“Politica sportiva e pratica sportiva sarebbe bene stessero a buona distanza, ma nello sport ai più alti livelli convivono da sempre. Nei primi mesi di quest’anno lo statunitense Greg Lemond – due volte iridato, tre volte ‘giallo’ – si fece avanti come candidato per portare via a Patrick McQuaid la sedia più importante. La minaccia elettorale arrivava quindi da oltreoceano. Oggi la musica cambia. A Firenze, come candidato, sarà presente Brian Cookson, sessantadue anni, britannico, architetto paesaggista da poco pensionato, che a vederlo sembra più perfetto come il professore rompiballe di matematica e fisica di una qualche università. E forse rompiballe lo è sul serio. Ma un tizio che si presenta senza essere un personaggio noto, che credenziali metterà sul piatto per diventare il Numero Uno, il Capo, il Presidente? Le credenziali sono quelle di essere l’uomo che negli anni ’90 ha preso in mano la Federazione Ciclistica di Sua Maestà Britannica, di averla rivoltata come un calzino, e di averla portata, in dieci anni, ai vertici mondiali prima su pista e poi anche su strada, facendola diventare una scuola vincente che a suo tempo non si è vergognò d’imparare, copiare, ‘rubare’ dalle vecchie scuole, quelle che – come la nostra – non vogliono cambiare perché un tempo (decenni fa!) hanno scritto la storia e quindi figurati se adesso hanno qualcosa da imparare da quattro saputelli d’oltremanica che da un lustro vincono quasi ovunque. Con una differenza: che adesso tutti guardano come diavolo lavorano e vincono questi dannati saputelli. Wiggins, Cavendish, viene da dire anche Millar ma lì il discorso ha il suo asterisco, poi Froome, indi la caserma ciclistica del Team Sky. Brian Cookson dovrà vedersela con i compari di McQuaid, e con la poca voglia nell’UCI di cambiare, di avere più trasparenza. La sua arma più pericolosa? Una considerazione; “Sappiamo quanto guadagna il Presidente Obama e non si può sapere quanto guadagna il Presidente dell’UCI? Non ci siamo.” Poche parole, semplici, che messe insieme hanno avuto l’effetto di un sistema d’allarme attivato, e scatenato il solito lavoro di accordi sottobanco tra quelli che le poltrone importanti non vogliono perderle. Perché per cambiare le cose devi cambiare le teste, e quindi cambiare i sederi che scaldano le poltrone. Forse venerdì 27 ci sarà da divertirsi. O almeno speriamo“

martedì 27 agosto 2013

E venne il giorno del; "Ma chi me l'ha fatto fare?"

NELL’AUTUNNO SCORSO AVEVO SCRITTO QUALCOSINA PER CHI AVEVA LA MEZZA IDEA DI DARSI AL CICLISMO. ADESSO IL SALTO IN AVANTI: DOPO UN’ANNETTO DI FATICHE, STATE MICA PENSANDO ALLE GRANFONDO?
Ne avevo già scritto in un post datato novembre 2012 (lo trovare sotto il titolo: Il ciclismo davanti al caminetto: parte 2^). Ora facciamo il grande passo avanti: le granfondo. Vediamo di capirci in poche righe come piace a me. Siete diventati ciclisti da poco? Vi siete appassionati? State mica facendo un pensierino alle GF? Queste righe non guardano al ciclista della domenica descritto dalle riviste. Cioè quello che potendo vivere senza lavorare può seguire tabelle, chilometraggi, palestre, allenamenti simil-professionistici dietro moto (si, ci sono anche quelli che se li fanno), insomma quasi tutto quello che voi non potete fare, perché nelle vostre giornate di ore ne avete solo 24. IPOTESI BASE: siete un/a ciclista che percorre al massimo 2.000 chilometri all’anno, e non più di 50/60 chilometri alla volta, andate in bici una volta per settimana, poche volte due, salite in sella in marzo fino a fine ottobre.
QUANTO TEMPO AVETE?: questa è la domanda che dovrete farvi il 1° gennaio; “Quanto tempo ho per la bici?” parte tutto da qui. Tutto. Non dalla bicicletta o da come stanno le vostre gambe o da chissà che diavolo di qualunque altro motivo, ma da quanto tempo avete. Qualunque cosa leggerete da qui in avanti dovrà per forza passare per questa domanda. Se avete un lavoro che vi occupa dalla mattina fino al tardo pomeriggio, certamente fino a fine aprile non potrete allenarvi un paio d’ore verso sera. Non guardate nemmeno chi fa un lavoro che, per un motivo o per l’altro, gli dà l’occasione di ritrovarsi con mezze giornate libere. Queste persone ci mettono poco a chiacchierare e a darsi tonnellate di arie sui chilometri messi nelle gambe con facilità irrisoria. Mandatele a lavorare al posto vostro, e se insistono anche in malora. Pensate a divertirvi. L’INIZIO DELLA STAGIONE: il buonsenso dice di faticare per gradi. Dovete far capire al corpo, ai suoi muscoli (ricordate, anche il cuore è un muscolo), che dovranno ri-abituarsi alle faticate in sella, ma che da stavolta le faticate saranno più lunghe. Le prime pedalate, quelle fatte con rapporti agili, nelle ore tiepide del giorno, vanno molto bene. Salite in bici almeno 15 giorni prima del solito (diciamo metà febbraio). Quanto pedalavate solitamente all’inizio: 30, 40 chilometri? Allungate di una decina di chilometri. Anche fatte pianino sarà un buon inizio. Non pensate solo alla strada percorsa, ma anche al tempo passato in sella. Ogni 15 giorni mettete dentro una decina di chilometri in più. Ogni 40 chilometri almeno 5/7 km. di salita. Non serve andare a cercarsi una salita che sale al 15%. Però non pedalate nemmeno su 10 salite da un chilometro, per poi dire che avete le gambe per un Passo lungo 10 chilometri. Penso e spero che ci siamo capiti. Pensate a divertirvi.
LE SCHEDE DI ALLENAMENTO: qui potremmo far notte. Non mancano mai nelle riviste ciclo-turistiche. Ma se fate caso ai ritmi di lavoro consigliati, queste sembrano pensate – nella maggior parte dei casi – per gente che non ha niente da fare da mattina a sera. Tenete conto di questo. Leggetele, valutatele, se volete seguirle con scrupolo allora beati voi, perché vorrà dire che avete tempo solo per la bicicletta. Altrimenti usatele solo come spunto per i vostri allenamenti. Su una cosa invece potete trovare un’aiuto prezioso da queste benedette riviste: i consigli sull’alimentazione. Anche se le stesse tra le loro pagine hanno pubblicità riguardanti gli integratori dove si parlerà di voi, perché ciclisti, come una specie di razza umana superiore, e usando immagini associate a frasi, parole, terminologie studiate appositamente a tavolino per farvi esaltare oltre quel che valete, cercheranno di farvi il lavaggio del cervello, perché non dovete pensare con la vostra testa ma con i loro slogan. LA TESTA: se piove e mancano due mesi a una GF potete saltare il turno, ma se piove e mancano pochi giorni, dovrete pigliarvi l’acqua in testa. Volenti o nolenti siate pedalanti. Ricordate che se eravate abituati a pedalare circa 3 ore, una volta in gara ve le troverete anche raddoppiate. Se poi farete i percorsi più lunghi, mettete in conto dalle 8 alle 10 ore. Cercate di non fare di una corsa un’obiettivo troppo importante. Non fatela diventare il modo per dimostrare qualcosa ad altri o a voi stessi. Altrimenti così facendo, appena fatta la gara, butterete la bici da parte e la lascerete alla polvere in attesa di uno stimolo che spunti da dove non si sa. Spesso la passione si smorza – cioè sentirete noia per quel che fate – perché molti cercano l’emulazione per fare le cose nella maniera più simile possibile al campione visto in tivù, ma poi vi accorgete che intorno a voi non ci sono giornalisti e gente che vi rincorre con il foglietto e la penna. Voi non siete professionisti, anche se le parole usate dalle riviste specializzate nei loro articoli faranno di tutto per farvi sentire come loro. Pensate a divertirvi.

mercoledì 7 agosto 2013

Noi non siamo lui. Capirlo è così impossibile?

AMARE LO SPORT VUOL DIRE IN PRIMIS RISPETTARE NOI STESSI. PER QUESTO MOTIVO IN CERTI CASI L’AMAREZZA SI VELA DI RABBIA.
Non so dalle vostre parti che aria tiri con il caldo. Qui da diversi giorni le temperature sono impossibili e pericolose. Tant’è che tra Friuli e Valbelluna tre persone sono morte pedalando, e non perché finite sotto le ruote di qualche altro veicolo. La passione può supportarci, spingerci, ma non dobbiamo diventare esseri viventi pronti ad ogni suo comando. Specialmente quando a lasciarci la pelle è gente che da un pezzo ha i capelli bianchi, e dovrebbe essere d’esempio per chi il bianco in testa lo avrà fra qualche decina d’anni. Andare a sforzare il proprio corpo senza motivi professionali, sotto un cielo che trasforma tutto in un forno, vuol dire essere troppo incoscienti di quello che si sta facendo. Fare sport non vuol dire essere d’acciaio ma sembra che invece l’idea sia questa. In una disciplina faticosa come quella ciclistica, serve anche un minimo di cultura su quello che si sta facendo, su quello che in quei momenti si sta chiedendo al nostro fisico. Se si crede che la passione possa rimediare in ogni occasione non si è capito un c****o e magari si continua a vivere pensando di dover dimostrare sempre qualcosa a noi stessi o al mondo. E allora mettiamoci alla prova, e se qualcuno ci darà del deficiente pronti a tirare fuori la scusante della passione. Niente da fare. Non riesco a trovare scusanti davanti a persone che per età dovrebbero essere il primo esempio buono. Foto: M.Zanella - Alpe del Nevegal(BL) 2011.

domenica 4 agosto 2013

Primi giri di vite tra gli amatori. Era ora.

EX PROFESSIONISTI, DOPING, AUTOCERTIFICAZIONI ETICHE, PRESIDENTI CON PIU’ RESPONSABILITA’, NUOVE VISITE MEDICHE, ECCETERA ECCETERA. RIPORTO (QUINDI COPIO) DAL SITO SPORT-PRO UN’INTERVISTA A SUA VOLTA GIA’ RIPORTATA DI SUO. SE FATE GARE LASCIATE LA VOSTRA IDEA.
Dal sito della Federciclismo riprendiamo questa interessante intervista a Gianluca Santilli, responsabile del settore amatoriale, che per la prima volta da tanti anni in qua sta cercando di sistemare un settore degradatosi negli anni e ridare dignità a tutto il movimento. “Con l’introduzione dell`auto-certificazione etica abbiamo dato il via ad una vera e propria rivoluzione culturale che era necessaria in un ambiente, quale è quello del ciclismo amatoriale, inquinato da logiche ad esso del tutto estranee che lo stavano negativamente condizionando. Al requisito della salute, attestata dalla certificazione medica che attesta la possibilità di svolgere sport agonistico si aggiunge, dal 1° gennaio 2014, quello dell’etica. Chi ha avuto a che fare con il doping, per capirci, non si può più tesserare come amatore.” Così esordisce Gianluca Santilli, 56 anni, un passato agonistico nel nuoto e da amatore nella corsa nel triathlon e, da una decina di anni, nel ciclismo. Dopo aver ricoperto il ruolo di Procuratore federale nella FCI, dall’inizio di questo quadriennio, l`avv. Santilli è diventato responsabile nazionale del Settore amatoriale. Incarico che affronta con lo stesso spirito che l’ha condotto a vincere battaglie molto dure proprio per affermare la supremazia dell’etica nell’attività sportiva, con particolare riferimento al mondo dei giovani e degli amatori. La decisione sicuramente più innovativa, però, riguarda l’istituzione di un nuovo requisito per il tesseramento. “Dobbiamo far comprendere a tutti gli amatori che, per la tutela della propria salute, bisogna riscoprire le logiche che muovono lo sport amatoriale, ovvero quella della passione, divertimento e del benessere fisico. Per questo motivo le decisioni assunte all`unanimità nell`ultimo Consiglio Federale hanno un profondo valore innovativo.” L`attenzione dei media e degli operatori di settore si è concentrata in particolare su due decisioni ben precise. La prima stabilisce che il passaggio dall`agonismo all`attività amatoriale sarà graduale: 4 anni per i professionisti, 2 per le donne, 1 per gli Elite e U23. La seconda invece, ha un profondo valore culturale ed introduce, per la prima volta nello sport amatoriale in Italia, un requisito etico per chi vorrà svolgere attività amatoriale. Perché questo periodo di `decantazione` tra l`attività agonistica e quella amatoriale? “La decisione risponde ad un`esigenza di tutto l`ambiente e risponde a due logiche, quella di rendere meno esasperata l`attività e, al contempo, di aumentare la sicurezza nelle manifestazioni. La presenza in gruppo di atleti particolarmente veloci ha creato in questi anni un pericoloso spirito di emulazione che ha stimolato anche comportamenti e pratiche non lecite, in una assurda logica emulativa. Inoltre, l`eccessivo divario tecnico tra chi ha l`allenamento del professionista e continua ad esser tale anche da amatore e la massa che invece pedala nel tempo libero, faticosamente ritagliato tra lavoro e famiglia, rende la gara molto meno gestibile dal punto di vista della sicurezza. I tutelati, ed è assurdo, sono i pochi che riescono a tenere ritmi appunto da professionisti mentre la maggior parte dei partecipanti è lasciata senza alcuna tutela dalle scorte tecniche.
Ovviamente la presenza di pro o ex agonisti non è esclusa nel gruppo, anzi è molto apprezzata dal movimento amatoriale, ma solo a fini ludici e fuori dalle classifiche. “Dal primo gennaio del prossimo anno ogni amatore che vorrà tesserarsi dovrà produrre un certificato (il cui modulo sarà presto scaricabile dal sito federale, ndr.) che attesti l`assoluta estraneità, nella propria vita, da vicende legate al doping, sia dal punto di vista sportivo che penale e/o civile. Un`autodichiarazione che riguarderà non soltanto eventuali condanne, ma anche procedimenti e indagini. Si tratta, di fatto, dell`introduzione di un nuovo requisito per potersi tesserare quale amatore.” Dal punto di vista pratico come farà la Federazione a controllare? “Come nel caso del certificato medico, l`autocertificazione dovrà essere consegnata al Presidente di società che si preoccuperà di valutarne la veridicità e che, di conseguenza, ne risponderà di fronte alla Federazione quale responsabile legale.” Si è vociferato, prima del CF, dell`introduzione di nuovi certificati medici per lo svolgimento dell`attività. Poi invece, non sono state prese decisioni al riguardo. Cosa ci riserverà il futuro? “Insieme alla Commissione Tutela della Salute si sta valutando quali ulteriori analisi e accertamenti introdurre per garantire ancora di più la salute degli amatori. Lo sforzo di una gara amatoriale merita tutta la massima attenzione e gli accertamenti oggi sufficienti per il rilascio del certificato medico agonistico sono considerati non del tutto adeguati per garantire all`atleta certi sforzi senza alcun rischio per la salute; qualsiasi indicazione proveniente dagli esperti, volta ad evitare episodi tragici, saremo pronti a recepirla. Ci tengo a chiarire che è in gioco la salute di ogni praticante e il nostro obiettivo è proprio quello di salvaguardare tutti, in modo che la pratica ciclistica, e sportiva in generale, diventi un momento di serenità e benessere e non il contrario.” E` logico domandarsi se tutte queste novità troveranno sponda anche tra gli altri Enti di promozione sportiva. “Il 29 luglio ci sarà un incontro della Consulta finalizzato a deliberare sulla normativa introdotta dalla FCI, che è già stata analizzata e discussa in quella sede e che ha trovato pieno consenso. Credo ci sarà quindi un totale allineamento.”

giovedì 1 agosto 2013

Agosto: l'editoriale

CHRISTOPHER FROOME VITTIMA DEL DOPING. SIAMO ALLA SAGRA DELL’ASSURDO O AL VERO ANNO ZERO DI UN NUOVO CICLISMO?
“Ci sono diversi modi per allenarti, per fare sport. Puoi spaccarti il sedere su di un sellino o (novità? Facciamo finta di si) in una pista d’atletica. Ci sono quelli che vanno a pane e salame, quelli che vanno a pane e flebi, e ci sono quelli che estremizzano l’estremizzabile. A Sky sono decisamente orientati verso l’ultimo. Lo strombazzato sistema d’allenamento del team inglese non è solo strombazzato. Li c’è gente che prima di farti mangiare un boccone di salame t’insegna a togliere i pezzetti di grasso dalla fettina. Wiggins ne è uscito a pezzi, di testa e di fisico, Froome sembra orientato verso la stessa strada, anche se l’esempio di ‘Wiggo’ potrà servire per stare in campana. A suo tempo Cavendish tagliò la corda, capendo che un laboratorio ciclistico stile caserma come Sky ti sa stressare più dello stesso Tour. Simpatico pensare a Nibali che considerava l’ambiente Cannondale troppo pressante: “Mi dicevano cosa mangiare e quanto”, visto che al confronto con i britannici la formazione italo-americana sembra un rawe party con DJ Sgarbozza alla consolle. L’ormai celebre conferenza stampa di Froome, che nella seconda giornata di riposo al Tour lasciò anzitempo il microfono perché stufo di ricevere domande quasi esclusivamente sull’argomento doping, sul come si allena, sui paragoni con Armstrong, è il primo caso in cui un atleta sente, avverte, percepisce con effetto immediato la diffidenza da parte dell’ambiente che lo circonda sui risultati appena ottenuti. Chi sta pagando questo è anche il velocista Bolt, che vive conferenze stampa piene di diffidenza nei suoi confronti. Ma Froome e Bolt hanno solo una possibilità: abituarsi. I giornalisti prima che uomini o donne di stampa sono persone. E come altre persone – gli appassionati – sono stati presi per il sedere tante di quelle volte in questi ultimi lustri, che prima di celebrare Tizio e Sempronio vogliono avere più certezze, che non quelle che si alimentano dell’entusiasmo del momento. Se Froome crede che dopo 15/20 anni di EPOca ciclistica la gente ora si accontenti di sentirsi dire: “Io rispetto le regole” stia fresco che tanto siamo in agosto. Il ciclismo degli anni ’90 ballava danze scatenate alla Sagra dell’EPO solo perché la stessa molecola non era ancora rintracciabile, come lo sarebbe stato dal 2000 in poi. Altrimenti già in quegli anni il ciclismo ne sarebbe uscito disintegrato, e l’atletica avrebbe avuto già da un pezzo i suoi Gay e Powell. Froome e tutti gli altri Froome che arriveranno ne avranno per un pezzo di questa diffidenza. E invece di legarsela al dito coi giornalisti, se la prendano con ciclisti, medici, direttori sportivi, che nei due decenni passati hanno costruito tutto questo, ne prendano le distanze e se verranno tacciati d’ingratitudine verso la storia del ciclismo e dei suoi Campioni se ne freghino. Con la speranza che Froome non sia un’altra presa per il sedere, ma questa non è cattiveria. Solo l’insegnamento datoci dal ciclismo degli ultimi 20 anni”

giovedì 25 luglio 2013

Tocchera' mica comprare un tappeto più grande?

E COSI’ UN GIORNO SCOPRIMMO CHE IL CICLISMO ERA FALSATO. MA ORA GLI APPASSIONATI FARANNO DUE CONTI OPPURE; “CHI SE NE FREGA, VOGLIO LO SPETTACOLO!”? IL CAMBIARE MENTALITA’ PARTE DA QUI.
Una cosa emerge dall’inchiesta doping post Tour ’98: Ullrich era più dopato di Pantani, ma Olano in questo pare non lo battesse nessuno. Ci sono ciclisti che hanno pagato pesante. Chi con il palmarès come Armstrong, chi con il sistema nervoso prima e la pelle poi come Pantani, chi se l’è goduta per anni e anni come Riis (ma dall’aria che tira forse durerà poco) solo perché se apre bocca se ne tira dietro a decine tra dirigenti, ciclisti, team manager…. C’è chi è stato preso per il sedere come gli appassionati, chi continua a prenderci per il sedere come Gimondi, perché ritiene cosa migliore che le provette vengano buttate dopo le controanalisi, della serie; vengo a rubare a casa tua, ma se non mi beccano subito posso tenermi quel che t’ho rubato perché sono i poliziotti che dovevano essere più bravi a fare i poliziotti. Giusto che non c’è senso nel cambiare adesso gli ordini d’arrivo, perché se lo fai dev’essere per tutti. Però non possiamo cercare di far ammucchiare la sporcizia sotto il tappeto. Ullrich, Armstrong, Tafi, Riis, Jalabert, Zulle, Virenque, Brochard, Pantani, Cipollini, Zabel, per dire i nomi maggiormente altisonanti di quel periodo, sono stati protagonisti consapevoli di una disciplina sportiva falsata, che non può essere presa ad esempio. Non si possono trattare come dei miti dello sport solo perché tutti correvano ‘comunque’ alla pari. Allora si ridanno i Tour a Lance, a Landis, a Contador, una Vuelta a Heras. Vieni a rubare a casa mia, quindi posso farlo nella tua? Allora dovemmo trattare come dei miti i velocisti e velociste che nell’atletica hanno assunto tutto e il contrario di tutto. Se a Pantani andava bene ‘adeguarsi’ agli altri ha sbagliato. E questo si deve dire. Inutile parlare di svolte culturali se continuiamo a mitizzare quel periodo ciclistico perché ci ha dato tante corse combattute. Allora si abbiano i coglioni di dire; “Affari loro. Il sangue era il loro. Sapevano quel che facevano. Non gliel’ho mica chiesto io di prendere quelle robe.” E così almeno possiamo continuare a girarci dall’altra parte guardando alle granfondo dove la situazione è da sudori freddi, che nei dilettanti i controlli sono un’optional ma chi se ne frega perché non è mio figlio quello che ci corre, che negli juniores adesso uno può scegliere il medico che gli pare e parliamo di ragazzi ancora minorenni. Poi continuiamo a trattare come campioni esemplari vecchi ciclisti, e li sentiamo in vecchie interviste – perché ormai morti – dire che il loro doping a confronto di quello di oggi era all’acqua di rose perché usavano la simpamina, derivata da?... Andate a curiosare. Come cambi mentalità se trattiamo come idoli persone che hanno accettato di falsare quello che facevano, e ne stimiamo altre che cercano di difenderne l’operato lavorando di omertà?

martedì 16 luglio 2013

Fosse solo la punta dell'iceberg?

QUANDO VEDI UN CICLISTA COME DAMIANO CORRERE IN MODO TALMENTE STRAMPALATO, VIENE DA CHIEDERTI SE IN LAMPRE CI SIA QUALCUNO CHE PARLI, ASCOLTI, ABBIA UNA MEZZA IDEA DA QUALCHE PARTE.
E per fortuna ci pensò Matteo Trentin, che vincendo a Lione non solo riportò all’Italia una vittoria di tappa dopo tempi infiniti (come al Giro-Donne), ma che tolse l’attenzione sull’azione ciclistica di Cunego, nella Saint Pourcain sur Sioule – Lyon. Però se uno ha un minimo di cognizione di causa, un’azione come quella intrapresa dal veronese nella frazione del Tour è poco capibile, a meno che non sia stata questione di puro orgoglio. Ma Damiano forse riesce a interpretare meglio di tutti l’immagine ciclistico/casinistica che la Lampre da un’anno e passa ad oggi ha regalato ogni tanto. Si cominciò nell’inverno 2011/2012 con l’inseguimento contrattuale al DS Damiani, che arrivò in ammiraglia blu-fucsia a stagione iniziata da un bel pezzo, dopo tribolanti procedure burocratico/contrattuali con la Lotto. Arrivò il Giro d’Italia con Scarponi capitano, e Cunego che dieci giorni prima viene messo in squadra per la corsa rosa, quando sembrava deciso che il veneto avrebbe corso il Tour dopo le classiche, per la gioia di Scarponi e le discussioni che questa scelta portò, con Damiani che cercò di smussare alla meglio durante il Giro. Poi lo stesso Damiani che finita la stagione saluta tutti, dopo aver trovato una situazione difficile, se non impossibile, per quella ch’era la sua idea di programma di lavoro, di fronte ad alcuni ciclisti che non volevano saperne di provare ad allenarsi e impostare la stagione agonistica con programmi diversi dal solito. Durante l’inverno la questione Scarponi, assente nella riunione di carattere fotografico (quella per gli scatti a favore degli sponsor) dedicata agli atleti italiani della squadra, e con risposte vaghe da parte del ciclista stesso e della società sul come mai, con l’assenza dell’atleta di Filottrano, mancasse appunto uno dei capitani. Poi l’arrivo in Lampre di Filippo Pozzato, che dopo aver deluso nuovamente nell’ennesima campagna del Nord, viene a lamentarsi di non avere mai avuto una buona condizione, se non anche di averla peggiore degli altri anni. Petacchi che lascia il ciclismo, e subito dopo accetta di correre come gregario di Cavendish, ma non può farlo per questioni riguardanti le modalità dei contratti professionistici. Petacchi che si sta allenando ancora, perché appena possibile tornerà in gara con Cavendish. Quindi la voglia di faticare c’era ancora. Forse qualcuno gliel’aveva fatta passare? Infine ecco Damiano che al Tour non va avanti – almeno fino al momento in cui vengono scritte queste righe – dopo aver saltato il Giro apposta ed aver fatto quasi solo presenza al Campionato Italiano, e che nelle interviste pare il primo ad essere poco convinto delle cose che dice. Uno di quegli ambienti in cui sembra ci sia solo la voglia di veder finire la stagione il prima possibile. Sulla Lampre è sempre aperta la questione sul caso doping aperto pochi anni fa. È quello il fulcro si cui sta girando quasi a vuoto la squadra blu-fucsia?

sabato 13 luglio 2013

La Faren pasticcia e Fabiana ci rimette.

PER 180 GRAMMI DI PESO MANCANTI SULLA BICICLETTA, LA LUPERINI VIENE SQUALIFICATA DAL GIRO. LA SUA SQUADRA MANDA GIU’ MA CON AMAREZZA PRECISA CHE….
Prendete in mano una mela neanche troppo grossa. Probabilmente ci siamo. Cioè, avrete facilmente sul vostro palmo un peso vicino a quello che a Fabiana Luperini è costato l’esclusione, la squalifica, l’estromissione dal Giro, per il peso irregolare della sua bicicletta. Raggiunta la seconda posizione della generale, dopo la 6^ tappa, ecco la notizia che la bici della scalatrice italiana è trovata sotto il peso minimo richiesto dal regolamento, e si decide per l’esclusione dell’atleta. La decisione viene accettata dalla dirigenza del GS Faren-Kuota, che però non condivide il tipo di punizione applicata e altro. Il sito Ciclonews riporta un comunicato della società ciclistica che spiega; “Regolamento a parte (che tutti noi della Faren-Kuota rispettiamo senza condividerlo), riteniamo che l'espulsione della Luperini (per soli 180 grammi) sia una eccessiva punizione, una squalifica troppo severa. Sarebbe bastato un poco di buon senso, in rispetto di una atleta che per il ciclismo femminile italiano ha dato veramente molto. Ci aspettavamo una sanzione sotto diversa forma (magari in termini di tempo o pecuniari), invece di essere allontanata dalla corsa. Anche in considerazione del fatto che la Luperini, per sue caratteristiche morfologiche, utilizza una bicicletta dalle dimensioni ridottissime. Maurizio Canzi della Cicli Kuota, spiega; “Molto peggio ha fatto la notizia giuntaci nella giornata di domenica 7 luglio quando abbiamo appreso che i Giudici incaricati di garantire la regolarità dello svolgimento del Giro Rosa avevano applicato il regolamento a loro discrezione facendo partire squadre equipaggiate con biciclette sprovviste di omologazione Uci. Vedersi squalificata la 2° in classifica ed apprendere che altre situazioni ben più gravi passino con l’avvallo del collegio di Giuria farebbero fare dietro front anche alla mente più aperta ma così non è stato…”. Forse è vero che l’esclusione dalla corsa è punizione troppo severa. Un’aggiunta di alcuni minuti alla classifica dell’atleta sarebbe stata magari punizione adeguata. Però visto che ormai per le biciclette si conta anche il peso della polvere attaccata ai copertoni, la squadra in primis doveva controllare che le loro biciclette fossero in regola. Il peso di ogni componente è omai ridotto ai minimi termini possibili e immaginabili in ogni parte, ed il peso è sempre presente nei calcoli dei meccanici, specie per la bicicletta di una scalatrice. Mentre sul discorso omologazione UCI, sarebbe il caso che la stessa Faren-Kuota chiedesse delucidazioni in merito, visto che parlano di situazioni ben più gravi (sicurezza del mezzo stesso magari?). Dispiace per la Luperini che stava chiudendo il Giro nelle prime posizioni – anche se nella cronometro finale il difendersi sarebbe stata questione molto difficile per lei – e che a quasi 40 anni stava riuscendo a tenere testa ad atlete che dal punto di vista ciclistico appartengono a due generazioni di differenza.