«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 26 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


IL CICLISTA PEDALAVA RASENTE AL BOSCO. QUEST’ULTIMO AVEVA INIZIATO A DORMIRE. NON SI SENTIVANO PIU’ LE SUE VOCI. TIRAVA UN’ARIA STRANA….

Il ciclista guardava se tra gli alberi c’erano presenze amiche. Ma non ve n’erano quasi più. Un Pettirosso uscì rapido dal sottobosco, incuriosito da quell’essere passante. Poi sparì veloce dietro un mucchio di rametti accatastati. V’erano infatti delle piccole fascine, lasciate lì da uomini che avevano tagliato il bosco per rifornirsi di legna da ardere. Quei rametti, messi assieme con pazienza, sarebbero serviti per dare vita al fuoco al momento di accenderlo. Poi per scaldarsi veramente ci avrebbero pensato i pezzi di legna veri e propri. Mentre il ciclista non pensava a niente, sentì un pizzico di freddo al viso. Questa sensazione scomparve subito. Pochi secondi dopo la sentì ancora.
“Ehi!” si sentì dire. Ma non capì chi fosse stato. “Vai a casa, è ora.” Sentì ancora. Si fermò rasente al bosco. Tutto silenzio. Fece per ripartire, ma si bloccò subito. Sentì un’altro brivido sul viso. Alzò lo sguardo, e capì.
“Ora è tempo che torni a casa, devo cadere” disse la neve. Aveva messo sull’avviso il ciclista, accarezzandolo sul viso con i suoi fiocchi.
“L’inverno deve ancora arrivare. Stattene tu a casa, lassù sulle vette, che nessuno ti rompeva le scatole!” rispose a tono il ciclista.
“Ma senti questo – borbottò la neve – nessuno mi aveva mai parlato così!”
“Cosa servi da queste parti? Vattene a cadere in montagna, dove almeno porti soldi. Da queste parti siamo in collina. Porti solo spese… e rotture di scatole” il ciclista non aveva nessuna intenzione di dargliele vinta.
“Ma chi pensi d’essere uomo? – sbotto la neve – Hai pedalato da febbraio, che io ero ancora sulle strade. Adesso è il momento che ti togli e lasci lo spazio a me!”
“Ma se cadi in montagna non dai fastidio. Nelle nostre città invece, dove ti posi ti spostano subito per ammucchiarti un po’ qua e là.” Rispose il ciclista.
“Ma io non sono qui per te. – disse la neve – Sono qui per proteggere il bosco e gli orti dalle gelate invernali. Cosa vuoi che m’importi di te, insolente e viziato d’un essere bipede, che quando ti faccio comodo perché devi sciarmi sopra mi vorresti alta un metro! Non sei mai stato ragazzino?” chiese spazientita la neve.
“Certo, ma questo cosa c’entra?” chiese sbigottito il ciclista.
“Quando mi vedevi cadere, mentre eri alla finestra nel calduccio di casa tua, cosa facevi? Piangevi?”
“Beh,… no…” rispose il ciclista.
“Perché invece di lamentarti sempre, non mi usi per fare contenti i tuoi figli? Regalagli un pupazzo di neve. Se vuoi cadrò abbondante vicino a casa tua” disse la neve.
“Ma io non ce l’ho perché cadi, ma non potevi aspettare?” domando il ciclista, che iniziò a cercare di trovare un’accordo. “Io vorrei pedalare ancora un poco” disse ancora.
“Posso capirti, ma pensi che il mondo debba essere qui per te? Vuoi avere il sole caldo quando vai in ferie, per poi lamentarti che fa caldo e cerchi l’ombra. Vuoi avere me quando vai a sciare,… Ma chi ti credi di essere? Mi hai mai conosciuta da vicino, o ti sei dimenticato com’ero” rispose la neve spazientita.
Il ciclista rimase in silenzio, poi disse; “Non volevo offenderti…” Pensò a quando era ragazzino, ai tempi in cui gli amici sotto casa non avevano bisogno di Internet per stare insieme. A quando andava con suo padre a raccogliere la legna nel bosco, e alla fine si scaldava in casa con una tazza di cioccolata. Il ciclista si scrollò di dosso i fiocchi che iniziavano ad imbiancargli le spalle. Ripartì con la bici.


La neve intanto cadeva sempre. Non aveva tempo di star dietro all’insolenza dell’egoismo. Lei cadeva per dare un riparo agli animali in letargo, facendo da coperta coprente sopra le tane, per proteggerle dall’aria gelida dell’inverno. Per dare un gioco ai bambini, così da “stanarli” dalle loro case a rincretinirsi di televisione. Cadeva per dare poesia alle feste del Natale, per far capire che le primavere più belle sono quelle che arrivano dopo gli inverni più rigidi. Però la neve ci rimase male. Da sempre cadeva, e gli uomini l’avevano sempre rispettata. Temuta sempre, ma rispettata. Ora doveva cadere quando volevano gli uomini e dove loro volevano? La pioggia infatti iniziò a cadere insieme a lei, abbracciate. Era la neve che iniziò a piangere. Ma poi pensò ai bambini che sarebbero stati contenti quando avrebbero giocato con lei il giorno dopo. Gli adulti la buttavano sempre via. Lontana. Non la volevano. Ma i bambini no. Per loro la neve era ancora il gioco più bello dell’inverno. Allora tornò ad essere neve. I fiocchi tornarono asciutti, larghi, poetici.
Il ciclista intanto arrivò a casa. Pensò alle cose che aveva detto e sentito parlando con la neve. Nello scendere di sella vide sua figlia più piccola andargli incontro contenta perché nevicava. Allora si svegliò dentro l’animo e tornò ragazzo, almeno lì.
“Vai a dire alla mamma che ci metta su una cioccolata, e poi domani facciamo il pupazzo di neve vicino al cancello”
“Ci mettiamo la scopa, e la carota per fare il naso?” disse la figlia.
“Va bene, ci mettiamo anche quello” e rientrarono assieme.
Il giorno dopo, un pupazzo di neve era stato fatto da poco. Aveva una carota grossa così che gli faceva un nasone enorme. Una sciarpa rovinata attorno al collo, una vecchia scopa in mano ed un berrettino da ciclista in testa.

lunedì 22 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


Contador, Torri, Mosquera, Di Luca, Enrico Rossi…l’autunno ciclistico 2010 sarà ricordato per un pezzo.

PRIMA LE REAZIONI POTENTI DA FCI, ATLETI, SPONSORS E DIRIGENTI VARI. POI ECCO LE QUERELE, LE INDIGNAZIONI, LE PRESE DI POSIZIONE CON INIZIATIVE VARIE.
MA TRA GLI APPASSIONATI, FULMINI E RELATIVE SAETTE NON SONO STATI EGUALMENTE ROBOANTI. QUESTIONE DI BUONA MEMORIA?

Prima metà d’ottobre. Pedali e, mentre sei lì a girar di gamba, parli con gli amici di fatica. Esprimi le tue idee, i pareri, le critiche, al riguardo delle vicende che in quei giorni trovavi sui quotidiani riguardo a “mitragliatrice“ Torri. Tal dirigente pronto a querelare, tal ciclista pronto a fare lo stesso, tale sponsor già al telefono con l’avvocato di fiducia e tutte cose così.


Che Torri abbia sbagliato a metterla sul piano del “tutti”, siamo d’accordo. Poteva solo provocare un gran casino e poco altro. Comprensibile che al Giro di Lombardia il “movimento” abbia voluto far partire iniziative volte a dire; “Uè ragazzi, non siamo mica tutti così!”. Sacrosanto. Come ottima è l’idea della campagna “Io corro con il cuore” che ha preso una pagina sulle riviste specializzate e nei quotidiani sportivi in particolare. Ma queste iniziative non è che abbiano fatto una grande breccia nell’appassionato della domenica (che è il vero termometro per la salute di una disciplina sportiva, altro che le manfrine della De Stefano).
Quello che farebbe dire all’appassionato; “Adesso ci siamo!” potrebbe essere la notizia che non servono mesi e mesi per sapere se Pellizotti o Contador possono correre oppure essere squalificati. Che quando Di Luca va davanti ai taccuini e per prima cosa tiene a precisare che non ha fatto nomi, la Federazione faccia tanti coriandoli del suo tesserino.
Nelle lettere dei lettori spedite alla Gazzetta i giorni seguenti alle dichiarazioni di Torri sui ciclisti, o nei giorni seguenti alla rogna di Contador, non trova spazio un’indignazione in stile Assocorridori, UCI, Assogruppi, FCI. Magari si torna sul discorso che anche gli altri sport dovrebbero adeguarsi agli standard di controllo ciclistici e relative squalifiche (Mutu, recidivo all’uso di droga si è fatto 9 mesi, la Bastianelli 24 e non certo per droghe), o che Torri non doveva sparare nel mucchio.
Trovano posto considerazioni che parlano di situazioni avvilenti o scoraggianti (Contador), oppure elenchi dettagliati di ciclisti che, contando solamente il podio del Tour dal 1995 ad oggi, hanno avuto problemi più o meno grossi con doping e affini (23 su 48; devastante!). Ci sono lettori che nelle loro righe non danno alcuna speranza all’ambiente, altri che chiedono squalifiche più pesanti (mi ci metto anch’io). La sostanza è che tutte le proteste arrivate dal “movimento” ciclistico dei pro’, non è che abbiano trovato uguale risonanza d’intenti e di pensiero tra gli appassionati.


Troppe figure pedalano ancora riparate dall’ombra dell’omertà.

Ormai se ne sono sentite di tutti i colori; la pomata per i brufoli sul sedere (una volta c’era il Topexan); la bistecca con dentro la tal medicina (figlio mio, che ti sei mangiato? Mezza vacca?), le caramelle della zia andata in sud america (questa è vecchia, ma è troppo bella!). Ci siamo rotti le balle di vedere come, negli anni, ci sia stato un sensibile aumento di ciclisti o cicliste con certificati medici al seguito. Prendiamo per esempio l’asma. È una patologia per cui l’attività sportiva è consigliata, e fin qua va bene. “Hai l’asma? Guarda che fare sport è un aiuto.” Evviva! Ma quando si legge (Wikipedia) che il 30% degli atleti che hanno vinto una medaglia alle Olimpiadi di Atlanta (1996) erano sofferenti d’asma, è certamente curioso. Visto che le controindicazioni per diversi farmaci, atti a contrastare l’asma, sono abbastanza preoccupanti (osteoporosi, diabete mellito, depressione,…), auguriamoci che tutto quel 30% di sportivi-asmatici lo fossero per lo meno in maniera grave, perché altrimenti l’abuso di cortisonici lo pagheranno presto.
Altra situazione che non giova sono stati certi ex professionisti, ora guidatori d’ammiraglia. Marzo 1994; l’allora ciclista-dirigente del GS BresciaLat Bruno Leali, dice su Bicisport (qua non siamo mica i Bibì e Bibò che buttano le cose lì alla carlona); “Con noi nessuno può bluffare, sappiamo benissimo chi in gruppo lavora, chi si comporta bene, chi invece mira a fare il furbo. Sarà difficile al termine di una corsa venire a dirci delle storie, visto che in bici ci siamo anche noi.” Andate a vedervi cosa è capitato alla squadra che Leali dirigeva al Giro-Baby quest’anno. Non serve scomodare Bijarne Riis per trovare altre situazioni che per il ciclismo sono una martellata negli attributi.
Guardate Mariano Piccoli, anche lui DS, che si è ritrovato inguaiato, squadra compresa, in piena estate anche se la notizia è arrivata settimane dopo, mentre poco prima di una corsa alcuni suoi ragazzi si prodigavano nella nuova specialità sportiva del; “Lancio della porcheria fuori dal finestrino, prima che arrivi la Finanza!”. Peccato che i lanci siano stati scarsi nel loro raggio d’azione, andando a concludersi nel fossato poco fuori il veicolo, e quindi di facile raccolta da parte degli esponenti statali in divisa.
Sono altre le rassicurazioni che noi appassionati ci meritiamo; controlli veramente a sorpresa, squalifiche rispettate nella loro lunghezza, magari un peso di queste ultime diverso; “Ne fai uso? Male, ma noi sappiamo che ne fai anche spaccio; che ci dici?) radiazioni dall’ordine dei medici per i camici bianchi coinvolti e quindi un’altro giro di vite per quella che è la severità da applicarsi. Magari abbassiamo il livello di ematocrito, che senza ballare sul 48% si può pedalare lo stesso! Che poi tutti abbiano diritto ad una seconda occasione, quest’ultima arriva dalla possibilità di andarsene a lavorare. Ma qui andrei a ricadere sugli argomenti dell’articolo di un mesetto addietro riguardo a Di Luca, e mi ripeterei un po’ noiosamente.

PS; avete in casa dei vecchi numeri di Bicisport? Andate a cercare il numero di Marzo 1994 e leggete pagina 107. Sembra scritta ieri da quanto è attuale.

domenica 14 novembre 2010

Giu il termometro, via il casco; motivo?




LE STESSA SOLFA OGNI AUTUNNO. CALA IL TERMOMETRO, ED INSIEME CALA LA PERCENTUALE DEI “PORTATORI DI CASCO”.
VIRUS SCONOSCIUTO, O NUOVE TECNOLOGIE A CUI STAR TREK GLI FA UN BAFFO?

Non so come va dalle vostre parti ma, per quanto concerne le strade della vallata feltrina, ogni volta che si è in un periodo freddo o quasi, si ripete un fenomeno strano. Pedalando fino al mese di settembre, un buon 80% (facciamo 70) dei vari ciclisti o cicliste ha il suo casco. Come il ciclismo abbraccia le foglie cadenti, forse arriva puntuale un qualche potente virus misterioso, che elimina senza scampo quasi tutti i ciclisti che usano il casco, per lasciarne pochi altri in giro, la maggior parte di questi senza casco.
Oppure si tratta di una nuova plastica invisibile (sono quasi convinto che sia questo!), che fa sembrare le persone senza il casco. O magari, perché alla tecnologia non c’è freno spazio-temporale, un nuovo tessuto mostruosamente rivoluzionario che, sotto le sembianze di un berrettino di lana, fornisce una corazza durissima che sfiora il diamante per robustezza. Robe da Star Trek!
Non saprei quali altre ipotesi proporre, se non che io sono male informato sui periodi più o meno pericolosi per pedalare. Può darsi benissimo che nei mesi autunnali, fino a fine febbraio, le strade siano più sicure rispetto al solito. Pensavo il contrario. Perché altrimenti non saprei come spiegarmi questa scomparsa dei caschi dalle zucche delle persone che pedalano, da novembre e fine febbraio.

giovedì 11 novembre 2010

Il ciclismo (femminile) davanti al caminetto.


Un’antipatico autunno “chirurgico” per Miss Gruppo. Se andate sul sito Ciclismo in Rosa (link a fianco) notizie nel dettaglio con breve intervista.

VEDIAMO CHE CI RESTA DELLA STAGIONE 2010, SU STRADA, PER QUELLO CHE RIGUARDA L’ALTRA META’ DEL SELLINO.
(UN’ALTRO MONDIALE VINTO, LO SAPEVATE?)

Perché Bicisport mi deve fare il poster di Thor Hushovd iridato, e non per Giorgia Bronzini? Non sarebbe bello per una giovane praticante di 15 anni appendere un poster di una ciclista italiana in camera? (basta che non lo metta al posto di quello della Guderzo, sennò anche il valore dell’immobile potrebbe risentirne…). Valori catastali a parte, si conferma la grande tradizione ciclistica italiana, nel voler mettere da parte il ciclismo rosa nell’arco di 48 ore. Anche se lo stesso Bicisport di quest’anno penso abbia superato il suo record, con dieci pagine dedicate all’altra metà del sellino in occasione dei Mondiali australiani. Stai a vedere che dopo aver vinto 3 mondiali in 4 edizioni (con 3 atlete diverse), forse si sono accorti delle nostre ragazze. Se poi andiamo a vedere il nome delle atlete che Giorgia si è messa dietro sul traguardo australiano – tali Marianne Vos, Emma Johansson, Nicole Cooke (ci si rivede eh, Nicole?), Judith Arndt, protagonista di una stagione ai massimi livelli, con un 2° posto finale al Giro, e sei volte tra le prime tre, in dieci tappe, ma nessuna vittoria – certamente quasi tutte le migliori le ha battute. E l’anno prossimo, un percorso ancor più da ruote veloci (ma questo diciamolo sottovoce…).

Da due anni un ciclista italiano non vince una grande classica. Da due anni le ragazze proprio il Mondiale ce lo portano a casa. Quindi, quando sentirete Cassani, la De Stefano, Pancani, Martinello o chi altri, parlare di ciclismo italiano che nelle grandi corse di un giorno non vince, sappiate che stanno dicendo una mezza fesseria, ma si salveranno dicendoci che un Mondiale non è una classica. Bravi.
La corsa più importante del calendario femminile è il Giro d’Italia. Non stiamo a parlare del Giro in sé, che le mie critiche le ho già messe su ‘sto sito in estate. È stata una corsa che aspettava diverse protagoniste. Emma Pooley ha risposto presente (maglia verde), Marianne Vos uguale (maglia ciclamino), l’Italia si è salvata grazie all’angelo azzurro che ha conquistato il 3° gradino del podio perché, per il resto, sono stati dolori. Il futuro si sta rodando e anche bene (Scandolara, Patuzzo, Valentina Bastianelli, Berlato…) ma speriamo che dal prossimo anno, almeno per le vittorie di tappa, si parli un po’ italiano. Cerchiamo adesso di non riempire di complimenti le nostre giovani “girine”, così lasciamo lontano il rischio di farle sentire campionesse prima di diventarlo.
Si scriveva della Vos; maglia ciclamino al Giro, Coppa del Mondo, altro argento ai Mondiali, la fenomenale olandese si è confermata ai più alti livelli. Se poi c’è stata una gran bella annata di Emma Pooley (2^ al Giro, vincitrice del “Trentino”, iridata a crono, maglia verde al Giro), mettiamoci anche la Regina Rosa 2010 Mara Abbott. La statunitense correrà nel 2011 con l’italiana Geox o Diadora che sia, che tanto è uguale (a quanto sembra con licenza americana, ma che bravi!), ed avrà come compagna Claudia Hausler. Ci sarà di divertirsi per il loro DS?
Poi, di corsa perché siamo alla volata finale, ben ritrovata a Marta Bastianelli (e basta fesserie per un chilo, fatti 5 chilometri in più negli allenamenti e stop!), brava Monia Baccaille che si riconferma regina tricolore e che si è imposta nel “mondialino veloce” del GP Liberazione in aprile. Brava all’eterna Longò che riesce a finire con le migliori ai Mondiali australiani, e un saluto a “Don Lorenzo” che come un buon vino ci sta sempre bene.


Vos, Abbott, e Guderzo salutano tutti al 2011.

lunedì 8 novembre 2010

Il (vostro) ciclismo davanti al caminetto; l'alimentazione.


FISSATI? GOLOSI? MISURATI? PIGNOLI? BUD SPENCER? QUALI DI QUESTI?
RACCONTATE IL VOSTRO CICLISMO A TAVOLA. PARTENDO DALLA CONSIDERAZIONE DI UN EX CAMPIONE, BUTTATE LI’ UN VOSTRO CONSIGLIO, UNA VOSTRA IDEA, QUEL CHE VI PARE, E VEDIAMO DI CAPIRE CHE CICLISTI SIAMO.
VEDIAMO COSA NE VIEN FUORI!

“Il ciclismo è uno sport difficile e in continua evoluzione. Quando correvo io, e sono pochi anni fa, la mattina si mangiava la carne. Adesso è cambiato tutto.”
(Gianni Bugno – Bicisport Gennaio 2004)

venerdì 5 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


TORNA IL PERIODO-RELAX DEL CICLISMO DAVANTI AL CAMINETTO. AVETE VOLUTO LA BICI? ALLORA BECCATEVI LA POESIA!

Cala il sipario su questa stagione,
piange il perdente, esulta il campione.
Giorgia Bronzini sorride felice,
Sgarbozza continua a non saper quel che dice.

Cala il sipario e più triste è il mio cuor,
ma forse sta peggio il buon Contador.
Arriva un vecchietto che puzza di guai,
“Son tutti dopati!” che vuoi che sia mai?

Cala il sipario e si scende di bici,
con un’arrivederci a tutti gli amici.
Passando l’inverno e pensando al momento,
in cui torneremo a correr nel vento.

Cala il sipario sui falsi campioni,
eroi puzzolenti di finte emozioni.
Ai ladri di sogni nessuna pietà,
si metta in borraccia soltanto onestà.

Cala il sipario, s’accende il camino,
e dentro di noi rinasce il bambino.
E mentre il mio cuore ricorda di ieri,
il tappeto ora brucia; chi chiama i pompieri?

Cala il sipario e cerco un finale,
unendogli un’ode che sia universale.
all’unica stella che splende sovrana,
poema supremo di nome Tatiana*.


Osservando le cime innevate delle Prealpi bellunesi da CesioMaggiore (BL).
21 ottobre 2010; foto Marzo Z.


(*) nome ovviamente scelto a caso.

lunedì 1 novembre 2010

Novembre: l'editoriale.


LENTAMENTE, ANCHE TROPPO, IL MERCATO DELLE BICICLETTE STA INIZIANDO AD ABBASSARE I COSTI. PIU’ CHE ALTRO, SI STA FACENDO MEZZO PASSO INDIETRO IN TERMINI DI MATERIALI.
GRAZIE COSTRUTTORI, MA DOVEVATE ASPETTARE DUE ANNI DI CRISI ECONOMICA PER DISSANGUARCI DI MENO?

Chi scrive pedala su una specialissima che, al cospetto di una gamma medio/bassa di oggi, fa ridere. Non perché di bicicletta vecchia si tratti, ma se oggi entrate in un negozio ed acquistate una bicicletta da corsa da 1.500 euro, avete buone speranze di poter entrare nella categoria poveracci. Non parliamo poi del costo dei cosiddetti accessori, cioè tutte quelle cose che compongono a pezzi una bicicletta, e che sono il vero guadagno per il negoziante. Poi troviamo gli articoli d’abbigliamento che almeno, se ben trattati, durano diversi anni e ne possono giustificare il prezzo bello salato. Il ciclismo costa, altro che storie. Sembra però che, solo ora, il mercato della bicicletta stia facendo un passo indietro per quello che è l’uso di alcuni materiali. L’alluminio sta tornando nei cataloghi, in maggior misura rispetto agli ultimi anni, permettendo così un costo dell’articolo (la bici), meno pesante per il portafogli del cliente.
Dieci anni addietro, una bicicletta “classica” offriva un telaio in alluminio ed una forcella in carbonio; era una signora bicicletta. Ma nel decennio appena morto, il carbonio ha invaso quasi ogni parte della bici, portandosi appresso i suoi costi spropositati, spesso totalmente ingiustificati per l’uso che veniva fatto della bicicletta da chi sopra vi pedalava. Come? Anche sulla psicologia, contando molto sull’esaltazione del gesto atletico e con il trattare l’amatore come un mezzo campione – o una possibile campionessa in caso di cicliste – per fargli spendere 500 euro in più. Date un’occhiata alle pagine pubblicitarie, in una rivista specializzata. Questo approccio ha spinto tanta clientela a spendere ben oltre le finalità che poteva raggiungere in sella. Così si è alimentata per almeno un lustro la crescita del mercato delle cosiddette “media ed alta gamma”, favorendo un rialzo dei prezzi dove i clienti stavano zitti e sognanti, ed il mercato ringraziava. Sempre meno alluminio e sempre più carbonio. Questa è stata la specialissima dell’ultimo decennio. Chi era signore; “…e vai col titanio!”, mentre l’acciaio è morto, nonostante abbia qualità “salvaschiena” che sono state messe in un’angolo senza complimenti.
Succede che però adesso i portafogli non si aprono più come 3 o 4 anni addietro. Allora i costruttori, capendo che andando avanti così non avrebbero potuto cambiarsi il SUV comprato ben 3 anni fa, hanno pensato di tornare all’alluminio per permettere un costo delle biciclette meno pesante. Questo anche perché se, fino a 15 anni addietro, la qualità europea stava davanti a quella orientale o americana, ora il livello si è appiattito. Quindi se vuoi vendere, ma stai a parità di qualità, l’unica è tornare a materiali meno costosi – ma non meno affidabili, l’alluminio ha riempito le strade a fine anni ’90! – e provare ad acchiappare tre ciclisti nella gamma media, che due in quella alta.
Non è da escludere che l’alto costo di una bicicletta da corsa, sia anche il motivo per cui un salone come quello milanese sia andato a perdere i pezzi (interesse del pubblico) negli ultimi anni. Un conto è presentare telai che (solo telaio) costano 1.200/1.400 euro e biciclette che vanno dai 3.000 euro in su. Altra storia è poter offrire al ciclista – soprattutto della domenica! – un telaio da 700/800 euro oppure una specialissima da 1.500/1.700 euro tutto compreso (ragazzi, 1.700 euro sono 3.300.000 delle vecchie Lire!). Poi che a Milano la gente si fosse stufata di fare 20 minuti in coda per un panino che costava pure caro, questo è una cosa che dipende dall’organizzatore. E lì i cocci sono suoi.
Chiudiamo con qualche riga volutamente un po’ carogna. Da poche settimane il codice della strada obbliga tutti i ciclisti a vestire dei capi d’abbigliamento non solo visibili, ma con caratteristiche riflettenti per le ore serali fino all’alba (e anche nelle gallerie non illuminate). Stai a vedere che per il prossimo anno arriveranno nuovi capi d’abbigliamento già predisposti, che metteranno in piedi un nuovo periodo di business per le aziende d’abbigliamento sportivo?