«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 23 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (9^ p.)

SE IL CICLISMO NELLE SUE COSE FONDAMENTALI NON HA PATITO MOLTI CAMBIAMENTI, LO HA FATTO TANTO NEL COME VIENE RACCONTATO E PROPOSTO. CHE SIATE CICLISTI CAMPIONI O CHE SIATE CICLISTI PST.
L’inverno dei ciclisti che corrono è finito. Il mio invece sarà lungo ancora un mesetto. Solamente dalla seconda metà di gennaio tornerò a curiosare sul termometro pronto a cogliere l’eventuale occasione. Il periodo che preferisco nell’annata ciclistica non è solamente quello legato al Giro, ma anche quello legato alle prime giornate assolate di febbraio. Essendoci un sole che riscalda poco, quel poco te lo cerchi e quando lo trovi te lo godi appieno. Grazie (grazie?) al mio inverno senza bicicletta, o roba che gli somigli, le gambe di febbraio sono dure, doloranti, piangenti. Così è un lento ripartire da zero, un cancellare la mia lavagna ogni sera, sapendo che la mattina dopo dovrò ricominciare. Perché? Per non dimenticare come si comincia. Penso al “vecchio” ciclismo, quello che fino a metà anni ’90 aveva una stagione molto più semplice nel suo disegno. Le squadre si ritrovavano a metà dicembre, visite mediche, vestiario, misure della bici, qualche pedalata ma poca roba. Iniziavano a lavorare veramente con l’arrivo di gennaio, pedalavano insieme per una decina di giorni poi, in base al calendario di gare scelto dall’atleta, già si lavorava in maniera specifica. Se puntavi alla Sanremo e a qualche classica di Aprile eri in sella prima degli altri compagni di squadra. Iniziavi a carburare forte alla Parigi-Nizza, oppure alla Tirreno-Adriatico se decidevi per l’Italia, perché avevi già cominciato a macinar chilometri da un pezzo. Negli anni del ciclismo in bianco e nero l’inverno ciclistico durava anche un paio di settimane in più, perché le gare non arrivavano prima di marzo. L’australiano Tour Down Under, il sudamericano Giro di San Luigi nemmeno esistevano. Nemmeno la Corsa dei 2 Mari è così antica (1966). Venne pensata anche allo scopo di dare un periodo di corse ai nostri campioni, per permettergli di avere una bella condizione senza dover andare a fare la Parigi-Nizza.
Anche il raccontare il ciclista durante l’inverno era cosa diversa. Oggi, per accettata comodità di tutti, squadre e stampa, la squadra Tal dei Tali fa sapere che il ritiro si terrà dal giorno tot al giorno tot, nella località Vattelapesca. Vengono organizzati un paio di giorni da ”aprire” alla stampa, in cui i ciclisti sanno che saranno a disposizione più che gli altri giorni. Così i giornalisti inviati si ritrovano a dover intervistare tre o quattro ciclisti nell’arco di poche ore. A casa dell’atleta si va meno, anche perché appena finita la stagione i ciclisti stessi spesso partono dopo pochi giorni e vanno a farsi due o tre settimane di vacanza, andando a cercarsi il mare che solitamente devono saltare in estate. A meno che non abbiano figli che vanno a scuola, dove chiaramente tutto cambia. Un tempo capitava spesso che i ciclisti preferivano restare in casa, perché con le corse giravano l’Europa per 9 mesi e ne avevano – comprensibilmente, a pensarci – piene le scatole di andare a zonzo anche quando non correvano. Ma anche perché lo stipendio di una bella stagione serviva per comprare casa, altro che la macchina da 2.500 o passa di cilindrata! Sono cambiate anche le riviste del ciclista della domenica, con quest’ultimo razza ormai in estinzione. Cambiate non in tutto ma certo in tanto: nei servizi, oggi guardati molto alla competizione e alla preparazione ad essa (se si dovesse seguire alla lettera le tabelle di allenamento proposte, una persona non potrebbe nemmeno avere un lavoro), nel modo di impostare le pagine di pubblicità lavorando psicologicamente con frasi e slogan verso un prodotto che parlano di vittorie, di limiti da superare, per far credere al ciclista della domenica che può fare le stesse cose del campione, quindi prodotti alimentari usati dal professionista (nella foto 1 no di certo!), biciclette, vestiario, strumenti, allenamenti il più possibile uguali al professionista. Emulazione (e una barca di soldi). Fin dalle copertine delle riviste. La copertina, quella che vediamo sulla scansia dell’edicola, è la prima presa di contatto con il lettore. Avete in casa vecchie riviste della prima metà degli anni ’90? Troverete molto più sovente immagini di ciclisti sorridenti, decisamente rilassati nel loro proporsi in bicicletta (e magari con un fisico non perfettamente ciclistico…), mentre con il passare degli anni siamo passati a foto scattate in momenti di una certa intensità agonistica durante le corse stesse. Visi più seri, contratti, rappresentanti un essere umano molto preso dalla concentrazione, dalla tensione, dalla fatica del momento. “But the times, they are a changin…” cantava un tizio che ogni tanto strimpella ancora…

mercoledì 19 dicembre 2012

Il ciclismo (femminile) davanti al caminetto (8^ p.)

IL DIMENTICATO MONDO CICLISTICO FEMMINILE TORNA SUI PEDALI. SEMBREREBBE INFATTI CHE LA FATICA NON LA FACCIANO SOLAMENTE I CAMPIONI COME CONTADOR, EVANS, NIBALI, WIGGINS, IO STESSO, ECC,…
Indiscrezioni clamorose raccontano cose inimmaginabili, che sfiorano la leggenda. A quanto sembra anche le cicliste si allenano e fanno fatica. Se confermate, queste notizie lasciano senza parole. Cosa diranno gli appassionati che prendono il giorno di ferie tre o quattro mesi prima del Giro o del Tour, per seguire le corse maschili, ma che se ne fregano bellamente delle ragazze quando il Giro-Donne transita a trenta chilometri da casa? L’altra metà del sellino nostrano torna a faticare con lo stimolo, questo in generale, dei Mondiali toscani in agenda. L’Italia non avrà una maglia iridata in gruppo e questa è già una notizia. L’ex iridata Giorgia Bronzini ha cambiato divisa, vestendo i colori “anglosassoni” (perché registrata in Gran Bretagna) della Dtcp Honda. Stupisce un po’ che dopo una sola stagione si sia interrotto il matrimonio veneto con la Diadora-Zara, viste le premesse espresse alla presentazione della squadra (ero presente) in quel d’inizio marzo 2011, nella costosissima sede dell’Ente Provincia di Treviso. La Bronzini avrà tra le compagne di squadra anche le forti pistard britanniche Trott, King e Rowsell, componenti del trio campione mondiale ed olimpico sull’anello veloce. Un “treno” ciclistico per le volate potenzialmente devastante, e questo non è da escludere sia stato un buon motivo per valutare seriamente la proposta, poi accettata, del cambio di casacca. In più il “fattore Wiggins”, visto che la fondazione del campione britannico supporterà l’organizzazione di questa formazione ciclistica.
In un periodo di crisi economica generale, il mondo ciclistico femminile sente ancor di più questo guaio. Quindi le differenze tra i vari portafogli stanno allargando uno spazio ancora più ampio rispetto al passato, guardando alle potenzialità delle varie formazioni. Tra le nostre poche società che possono spendere la MCipollini è andata ancora rinforzandosi, ma vedremo se le sue atlete di punta Monia Baccaille e Tatiana Guderzo riusciranno ad approfittare di questo. Monia Baccaille non può fregiarsi del titolo di miglior velocista italiana, visto che è arrivata negli anni della Bronzini (a sua volta “soffocata” dalla tedesca Teutemberg), ma resta una delle ruote veloci migliori. Più di così, come si suole dire, non può andare. Anche a lei servirebbe un trenino ciclistico da poterla lanciare per sfruttarne le doti da 53x11. Medesimo discorso sui limiti di prestazione potrebbe essere fatto per l’entità ciclistica che un giorno l’Olimpo decise di dare allo sport; Tatiana Guderzo registra un’ultima stagione che le ha portato un serio infortunio ai Mondiali, che almeno è arrivato a stagione quasi finita, un titolo italiano a cronometro, ed un modesto 9° posto finale al Giro scorso. Poca roba, tenendo conto del valore dell’atleta. Nel 2011 è stata la Luperini (largo ai giovani!) la miglior italiana in classifica, cosa a cui era invece ormai abituata la veneta. Certo è che la MCipollini deve ormai iniziare a giocarsi le corse ad alto livello, visto che la qualità d’organico non le fa difetto, e si è ulteriormente rinforzata con Antoshina e Scandolara in primis. Parlando di formazioni, ha cambiato tanto patron Fanini, sostituendo almeno trequarti del vecchio organico della sua Michela Fanini, con inserimento di diverse giovani ragazze. Tra loro la fonzasina Lara Vieceli (foto 3), alla seconda stagione da elite, a cui chiaramente si mandano gli auguri non solo per queste feste. L’impressione, totalmente personale, è che l’attuale crisi economica sia stata la molla principale di questo abbondante rinnovamento d’organico della società toscana. Atlete giovani permettono contratti più leggeri dal punto di vista economico, e meno complessi dal punto di vista del dare/avere. Situazione che persiste da sempre in ambito femminile,
Altri nomi scritti un po’ di corsa?: possono essere quelli della campionessa d’Italia Giada Borgato (foto 2), che da promettente giovane ciclista è diventata vincente giovane ciclista, in quel di Pergine Valsugana nella Settimana Tricolore (l’ultima con la vecchia formula riguardante una delimitata zona dello stivale, come sede unica per ospitare le corse delle diverse categorie). Adesso i risultati le verranno richiesti con più continuità. E quindi si capirà quanto vale l’atleta anche dal punto di vista della testa. Fino a che la Bronzini vestiva la maglia della squadra veneta le attenzioni giravano tutte intorno alla piacentina. Ora la musica sarà ben diversa. Atleta che pareva sulla strada giusta era Elena Berlato, che ha passato un 2011 da mettere da parte causa rogne fisiche che ne hanno minato la stagione. Ma tenendo conto del suo progresso al Giro nelle stagioni dal 2009 al 2011, l’ultima stagione era quella in cui ci si aspettava i primi tentativi per centrare qualche corsa e non animarla solamente. Si riparte con l’idea di vederla protagonista anche nei finali di corsa. Cosa che era in previsione per la Scandolara dopo il suo bel 2011, ma facile che l’ultimo anno della veneta sia stato più difficile proprio perchè quando ti metti in mostra e fai capire di avere i “numeri”, il gruppo non ti lascia più la libertà precedente. Ora che la sua nuova formazione è di primo livello, avrà possibilità migliori di mettersi in luce. Ne sarà capace? Su Noemi Cantele la storia à lunga. Tra una cosa e l’altra è sempre nei pronostici (di Cassani), ma ormai lo è da quattro/cinque anni è nel frattempo l’Italia ha vinto quattro mondiali con altre tre cicliste. A livello internazionale non ha ancora avuto l’acuto vincente, anche se ha vinto due medaglie iridate ed è stata doppia tricolore nel 2011. È l’ultima ciclista italiana ad aver vinto una tappa al Giro (ormai da ricercare con la macchina del tempo!) datata 2009. Due anni fa parlava di voler correre pochi anni ancora. Essendo una delle poche atlete che prima di parlare riflette, mi azzardo a buttare lì che se non vince il Mondiale saluterà il gruppo. Chiudo con una domanda: che calendario di gare elite avremo in Italia per il 2013, ricordando la miseria a cui si è arrivati l’anno passato?

mercoledì 12 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (7^ p.)

ESISTE IL VANGELO DEL PERFETTO CICLISTA? CERTO! IL MANUALE DEL PERFETTO “CICLISTA PST”. SE STATE MESSI MALE ALLO STESSO MODO FATE SAPERE, COSI’ IL GRUPPO AUMENTA.
VESTIARIO; sembra incredibile, ma da questo punto di vista il Ciclista PST è una bestia simile alla maggior parte dei corridori. Ci sono alcuni casi preoccupanti – che non riguardano chi scrive, almeno per ora – dove si segnalano due paia di calzini ai piedi nel mese di febbraio. Se lo adotterete anche voi il paio “esterno” dovrà possibilmente essere di lana per dare un senso più “rustico” al potente gesto atletico. LA BICICLETTA; non è che ci siano cose particolari al riguardo. Speranza è che non vi sognate di pulire la catena pregna di sporco con una spazzola metallica (ebbene si, in passato un’ex componente l’ha fatto!). Per il resto credo che il Ciclista PST sia somigliante agli altri bipedi velocipedisti. Comunque, una specialissima (quella di chi stavolta scrive) con un telaio di “vecchio” alluminio, e con forcella di “vecchio” acciaio, è perfetta per ricordare a tutti il ciclismo quasi primitivo, tenendo conto che se oggi non hai anche le camere d’aria in carbonio sei vecchio. Mi raccomando la tripla moltiplica. Darà al contesto un guizzo di pietoso entusiasmo, e se vi viene chiesto perché avete voluto una tripla sulla bici la risposta sarà; “Manuel, il mio signore e padrone, usa la tripla”. Se per i primi tempi preferite usare i pedali “normali” (quelli da scarpe da ginnastica, tanto per capirci) sappiate che chi scrive lo ha fatto per anni e anni, correndo così anche una GF.
LA SALITA; …e qua ti voglio!! L’unica cosa che conta è che vi diate improvviso contegno quando state per incrociare altri ciclisti. Quindi stop a sbandamenti preoccupanti, e largo a dignità, fierezza, ecc... Come quando nelle pedalate ringiovanite di 10 anni nel giro di cinque secondi perché avete intravisto la postazione fotografica che vi immortalerà (foto n. 2 per l’esempio pratico, salendo verso Faller di Sovramonte). Se avete la possibilità di pedalare in compagnia, e altri ciclisti vi stanno raggiungendo nel salire, inizierete ad alta voce un discorso del tipo; “Allora ragioniere, ricorda che sfida nel Giro del 1988 tra l’italiano Pantani e il campione dell’Est Tonkov!” E chi è con voi vi risponderà; “Ma no ingegnere. Quella fu un’epica contesa del 1998, perché nel 1988 fu l’americano Andrew Hampstein a trionfare nella competizione sportiva denominata Giro Ciclistico d’Italia!” ALIMENTAZIONE; niente bevande particolari in borraccia. Acqua e basta, per l’integrazione in sella. Per quella invece una volta scesi di sella (foto 3, durante la prova in linea alle Olimpiadi di Atene), girate il Cristo che non veda e non ponete limite alla fantasia. Dal punto di vista del mangiare evitate almeno una cosa; spalmare Nutella sulle crostatine alla cioccolata per colazione. Chi scrive non si è mai ridotto così, ma abbiamo avuto anche chi ha tentato questa esperienza (e che secondo me ancora, zitto, zitto…).
PEDALARE IN GRUPPO; Gruppo? Quale gruppo, che se siamo in quattro è quasi roba da record? VELOCITA’ DI CROCIERA; qui c’è l’essenza del “Ciclismo PST”. Se arrivate a casa con una media superiore ai 23 chilometri orari, sappiate che probabilmente quando avrete finito la doccia noi saremo in procinto d’arrivare. C’è gente che non mi crede, perché per loro pedalare a medie sotto i 25 vuol dire andare piano. La (bassa) questione velocistica è la cosa che ci contraddistingue dagli altri. C’è gente che anni fa si è stufata presto di pedalare solo per passione. RIFORNIMENTO; le solite crostatine (quelle che Cassani non ne può più di vedere), frutta secca, banane, barrette economiche di riso soffiato, che comprerete al Lidl per pagarle meno della metà di quelle che sono di marca. Questo elenco già rappresenta un buon 80% di quella che sarà la benzina che userete per i vostri potenti bimotori. Se invece avrete organizzato una gita dolomitica, in macchina non potranno mancare vino, caffé, grappa, birra, dolci, panini, formaggio, insaccati, grappe che verranno corrette con il caffè,…. non so, fate voi! Noi una volta abbiamo organizzato anche una grigliata dopo essere saliti e discesi dal Passo Brocon. SOSTE; per la stragrande maggioranza dei ciclisti questa parola è semplice bestemmia. Fermarsi vuol dire perdere il ritmo, quindi facilmente abbassare la media, quindi rovinare l’allenamento, cose inaccettabili Dio mio! Per voi vorrà dire dai 10 ai 20 minuti di respiro, per fare fotografie sceme se uno vuole, e sedersi su di una panchina a sparlar male degli altri ciclisti che intanto passeranno, o degli esperti Rai per il ciclismo. TABELLE DI ALLENAMENTO; tabelle di che?..... al massimo la lista dei vini. Il “Ciclista PST” pedalerà dall’inizio di febbraio a tutto novembre. Praticamente decide il termometro. Raramente supererà i 100 chilometri, solitamente si manterrà in una forbice che andrà dai 40 ai 70 “cappaemme”, che comprenderanno poca pianura e tanto “mangia e bevi” (manco a farlo apposta…). Questo per quanto riguarda le pedalate della domenica mattina. Durante la settimana ognuno farà quel che gli pare. Vuoi pedalare 30 chilometri? 50? 80? Te li fai e stop. Poi spazio all’inverno del ciclista che penso di aver già raccontato nel passato.

sabato 8 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (6^ p)

UNA FOGNA, PER DIRLA TRISTEMENTE SEMPLICE. QUESTO STA DIVENTANDO IL CICLISMO GRANFONDISTICO. SPERANDO DI NON BECCAR DENUNCE DAL BLOG DI CYCLING-PRO (SPERO ALMENO MI AVVISINO PRIMA), “RUBO” LORO QUESTO ARTICOLO.
“La notizia l’abbiamo data un mese fa, ma solo oggi è stata ufficializzata: la Procura Antidoping del Coni ha chiesto due anni di squalifica per Lucia Asero, vincitrice del percorso medio alla Gran Fondo Campagnolo Roma. Dopo la gara la Asero era stata controllata (pare si trattasse di un controllo mirato, ad personam) e trovata positiva all’eritropoietina ricombinante. La notizie vera è però un’altra ed è molto più drammatica. Quello della signora Asero è il decimo caso in dodici mesi di positività a ormoni peptidici (Epo, Darbopoietina, Cera…) di un ciclista non professionista in Italia. Per essere chiari: nessun altro sportivo italiano, a parte questi dieci ciclisti (età 30-55 anni), è stato trovato positivo a queste sostanze nello stesso periodo e nessun ciclista europeo ha fatto la stessa fine. Insomma, veramente una situazione da prima pagina. Difficile trovare parole ma più che investigatori qui servirebbero sociologi e psicologi bravi, anche perché questi casi derivano da un numero limitato di controlli: quanti sono veramente gli amatori che si fanno di queste porcherie? Nessuno dei dopati parla, spiega, racconta. Ma perché lo fanno? Perché Lucia, che ha 42 anni, fa l’architetto e vive in Sicilia, si è fatta di eritropoietina? Sappiamo che la sua passione per il ciclismo amatoriale è relativamente fresca, che prima andava pianino poi di colpo molto forte e che addirittura a un certo punto ha cercato di mettere in piedi un team professionistico femminile dove avrebbe corso lei stessa. A quarant’anni? Ma perché? Poi i dopati tornano. Scontati i due anni di squalifica è tornato a correre l’epo-vincitore della Maratona Dles Dolomites, Michele Maccanti. E magari tornerà anche un altro ex re (?) delle Dolomiti, Giuseppe Sorrenti Mazzocchi, beccato per Epo sei mesi fa. I regolamenti lo permettono. E qui c’è l’errore fondamentale. Quello di farli tornare. Nel suo corposo programma politico pre-elettorale, Renato Di Rocco dedica poche e confuse parole agli amatori. Noi vorremmo solo che vi fosse inclusa una frase: «Chi viene squalificato per oltre due anni (quindi per positività gravi e ingiustificabili) non può ottenere più una tessera di tipo agonistico». Basterebbe questo. Non c’è diritto al lavoro da difendere: sono amatori. Vanno difese la salute pubblica e la dignità di un movimento che sta diventando lo zimbello del mondo.”
Mi piacerebbe sapere l’idea di chi passa da queste parti, che ogni tanto si ferma due minuti e legge. Gente che magari nelle GF ci corre ancora, e quindi “vive” quell’atmosfera dal gruppo. Sapere se tra i granfondisti se ne parla e come viene vissuto questo cancro. Io ho mollato l’ambiente granfondistico anni fa, non ne ho mai avuto impianto, e forse questa è un’altra cosa triste. Il doping nello sport amatoriale (parola ormai sempre più illogica visti i costi per ogni cosa e le vicende d’imbroglio che saltano fuori a numero sempre maggiore) non trova nessun appiglio giustificativo. Se il doping nel professionismo è truffa in ambito sportivo, quello del ciclista “della domenica” è ancor meno sopportabile. Ma fino a che le società che vengono rappresentate da queste persone false non andranno incontro a sanzioni o penalizzazioni (tipo; “Spiacenti, ma la vostra Società il prossimo anno non sarà accettata nella nostra corsa” non cambieranno le cose. E se poi la legge continua a permettere di tornare, tra dieci anni saremo nella stessa situazione. Nel ciclismo amatoriale non esiste l’ultima ruota del carro. Non ci sono contratti da rispettare, prestazioni da fare o da confermare per non perdere un contratto. Tutto il castello di “obblighi prestazionali” nasce nella testa della singola persona. Una cosa che vuoi, cerchi e non puoi scaricare sugli altri. Comunque se avete due righe d’idea e le lasciate, niente di meglio.

sabato 1 dicembre 2012

Dicembre; l'editoriale.

“In questi giorni d’inizio dicembre i ciclisti della domenica – se esistono ancora – hanno riposto, o si apprestano a farlo, la loro specialissima. Proprio in questo periodo il ciclismo agonistico si appresta invece a risalire in sella. Si torna a riempire la borraccia, magari di tè caldo, oppure ci si gode il sole allenandosi in zone del mondo dove l’estate vive quando da noi dorme. Sta quindi partendo, ancora sottosilenzio, la stagione 2013. Sarà l’anno del 100° Tour de France, un compleanno d’importanza storica, e sarà l’anno dei Mondiali di ciclismo a Firenze. In tal senso sarà l’anno più delicato per Paolo Bettini che, volente o nolente, sa di dover cercare la vittoria nella corsa iridata. Certamente l’Italia è una Nazione che dal punto di vista ciclistico ha quasi sempre quest’obbligo. Ma il CT arriverà alla rassegna toscana con una squadra che negli ultimi anni non ha raccolto nulla, e la pressione sarà molto pesante già per questo motivo. L’impressione è che se non parlassimo di Paolo Bettini, “benedetto” dal vecchio Martini in seno all’FCI, forse si sarebbe già aperto il “toto-CT” della nostra rappresentativa. Bettini ha preso in mano la Nazionale senza nessuna esperienza e almeno un’anno prima di quella che sembrava il suo inizio. Da questo punto di vista la morte di Ballerini ha infatti dato un’accelerata al cambiamento, e l’ex bi-iridato si è ritrovato in ammiraglia quando un cambio generazionale era iniziato, anche per le scelte della Federazione – eticamente giuste, se l’etica ha ancora un valore – sul fronte del doping. Adesso però non ci sarà più la possibilità di presentare una squadra che deve crescere. Se hai dei talenti insieme a dei ciclisti affermati, se hai quasi carta banca dalla tua Federazione – cosa che Bettini ha ricevuto in questi anni – il bersaglio è solamente quello di partire per vincere come mai in questi anni. Non è facile. Per niente. Come non sarà facile mettere insieme le pedine azzurre. Certamente quest’anno (anzi, il prossimo, visto che ancora non siamo nel 2013) saranno più del solito i ciclisti italiani che imposteranno la loro stagione dal Tour in poi, con la “visione azzurra” in quel di Settembre. Da un lato il tuo lavoro è più facile. Hai più gente disposta a lavorare sodo per finire nel tuo taccuino, quindi il tuo possibile “bacino d’utenza ciclistica” avrà più carte da giocare. Però non puoi portarti in Toscana una squadra di venti atleti. Devi scegliere. E qui vedremo se Bettini riuscirà a dare sfoggio di buona diplomazia. Ne servirà tanta. Un conto è dover preparare un Mondiale per la Svizzera, il Lussemburgo, l’Austria, il Portogallo. Altra musica è avere che fare con una “rosa” di potenziali azzurri che a occhio e croce potrebbero sfiorare la ventina di uomini, tra possibili capitani, outsiders e gregari. Nel 2008 i Mondiali varesini diedero all’allora CT Ballerini la possibilità di schierare una squadra costruita quasi esclusivamente da ciclisti che nelle loro squadre erano capitani. Atleti come Basso, Cunego, Bettini, Rebellin, Ballan, che difficilmente accetterebbero di correre insieme in un Gruppo Sportivo. Il fascino della maglia azzurra, unito all’occasione di fare il Mondiale davanti alla propria gente, rese più facile il lavoro allo scomparso Commissario Tecnico italiano. Però c’era anche la cordiale personalità di Ballerini che riusciva a far coabitare fior di prime stelle. Come Martini tanti anni addietro, che in squadra metteva Moreno Argentin, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci, Gianni Bugno e il Franco Chioccioli dei suoi anni migliori. Tutta gente che nelle rispettive squadre comandava e ne era riferimento. Facilitato dai veti imposti dalla Federazione Italiana (Basso, Scarponi, Pozzato, Pellizotti dovrebbero vedersi automaticamente esclusi), Bettini dovrà comunque lavorare di saggezza. Se per i capitani la sua idea può basarsi su tre o quattro nomi (Nibali, Cunego e Moser?) che man mano verranno sfoltiti, ben altro discorso è quello che riguarda i gregari, con almeno una quindicina di nomi possibili, e con atleti che potrebbero rivestire un ruolo di gregariato di lusso (Visconti, Ulissi, Pozzovivo, Marcato, Cataldo, Oss, Viviani, Gasparotto, Chicchi..) giusto per metter giù una prima bozza di lista. A meno che Bettini non sappia guidare la Nazionale con quello spirito di rispetto dei ruoli che avevano messo in piedi prima Martini, poi Ballerini (a parte Lanfranchi…) e oggi Salvoldi con le donne (non dimentichiamocelo), dove la quantità e la qualità hanno coabitato, facendo le fortune della Federazione a suon di Mondiali e medaglie. Un augurio di buon lavoro Paolo, quest’anno – anzi, il prossimo – ne avrai bisogno.”

mercoledì 28 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (5^ p)

STRADE IN MARMO BIANCO DI CARRARA, OSTRICHE E CHAMPAGNE NELLE SACCHE DEL RIFORNIMENTO, FERRARI F50 COME AMMIRAGLIE. SIAMO AD ABU DABHI? NON SERVE. DI QUESTO PASSO BASTERA’ ANDARE AI MONDIALI TOSCANI A SETTEMBRE.
Il ciclismo sta diventando come il calcio? Oppure lo è già diventato? A vedere quel che capita lungo certe salite, grazie a certi “indemoniati” appassionati (appassionati?) di ciclismo, sembra cosa fatta. Una volta si assisteva a scene esageratamente simpatiche: l’alpino-barbuto-pancia-svolazzante che correva a fianco di Saronni con un bel tricolore appresso, il “diavolo” che forcone in mano saltellava e rincorreva l’uomo in fuga, l’Uomo Ragno che affiancava Indurain. Cose ben diverse da gente a torso nudo o in mutande – facilmente sbronza giusto per essere buoni e non dargli degli idioti di suo – che si sfascia le code vocali urlando cosa non sanno nemmeno loro, e spesso manco a chi le stanno urlando, o bandiere della Lega per far propaganda gratuita al partito. Dei costi raggiunti oggi dalle squadre ciclistiche meglio non parlarne troppo. Ormai si è creata una voragine tra una squadra di 1^ fascia (le UCI ProTeams, facenti parte del World Tour) e una formazione di 2^ fascia (UCI Professional Teams). Mentre la 3^ fascia è quella composta dalle UCI Continental Teams, solitamente i “serbatoi umani” di molte squadre di primo piano. Abbiamo i soldi (tanti) che arrivano da sottoterra grazie al gas della Katusha, abbiamo i soldi (tanti, e Nibali non è fesso) con l’Astana e i suoi politici, abbiamo i soldi (tanti) delle banche Saxobank e fino a ieri Rabobank, quelli provenienti dalle società nazionali di scommesse (FDJ-Bigmat), dalle televisioni (SKY). Ci vogliono soldi e tanti. Le beghe RCS-RAI sono ancora tutte per aria per questioni di soldi. Già tra gli juniores ci sono società che han fatto fusioni per non fondere loro stessi.
Ma i soldi ci vogliono anche per organizzare le corse. Se sono corse importanti – in Italia poi – ne possono venir fuori di tutti i colori. Di tre in particolare: il verde, il bianco e il rosso. Nell’ordine: il verde perché in Italia non c’è una lira manco per la carta nei cessi delle scuole. Il bianco perché c’è da impallidire a vedere le richieste di stanziamenti fatti dall’organizzazione per i Mondiali toscani di settembre prossimo (nella foto; Angelo Zomegnan), e il rosso come i conti che sono presenti nei Comuni che non possono sistemare nemmeno le strade, se non con due badilate di asfalto sistemato alla c***o di cane che dopo due piogge già inizia a sbriciolarsi. Facciamo un esempio semplice, le ultime 4 edizioni dei Mondiali (Mendisio, Geelong, Coopenaghen e Valkenburg) sono costate, messe insieme, dai 40 ai 45 milioni. Per il nostro Mondiale è stata messa sul tavolo una richiesta per 150 (centocinquanta) milioni; 300 e rotti “vecchi” miliardi. Per dare di stomaco in maniera definitiva vi consiglio di “entrare” nel blog di Cycling-pro che trovate nella lista di destra e cerchiate notizie su Toscana 2013. L’impressione è che il ciclismo in generale – a parte le situazioni di “magna-magna” organizzate, come pare in questo caso – stia vicino al collassare causa costi in quasi ogni livello. Dalle granfondo ai dilettanti, dai soldi richiesti per mostrare le corse in tivù, al più semplice comprarsi la bicicletta, o il pezzo soltanto, nel negozio.

venerdì 23 novembre 2012

Il talento giovane e quello sprecato.

“Pompato” da matti dalla stampa italiana, la strada più velocemente idiota per farti passare la voglia prima del tempo, Moreno Moser ha avuto la sfortuna di vincere fin dall’inizio della stagione. Si, sfortuna, perché Laigueglia e Francoforte sono diventate la scusa per rompergli le balle ogni due corse; “Allora Moreno, sarai protagonista? Proverai questo e quest’altro? Sei andato forte l’altro giorno. Ti vedremo alla gara del Salame? E come ti avvicini a questa corsa? E il Trofeo Pasta e Fagioli? Lo corri? Lo vinci?” Una situazione perfetta per fare in modo che uno si faccia passar la voglia nel giro di due o tre anni e poi – facendo bene a farlo – mandi in malora tutto. Il fatto che questo giovane ciclista abbia talento non vuol dire che gli si possono chiedere risultati uno dietro l’altro dalla prima stagione. Ha talento? Perfetto. Se ha talento, quest’ultimo ce l’avrà anche tra tre o quattro anni. Il talento non dura tre giorni. E invece niente. Bisogna convocarlo in Nazionale subito manco avesse 35 anni e fosse all’ultima occasione, si deve impostare la squadra anche per lui perché se Gimondi vinse subito quella corsa lì, se zio Francesco vinse quell’altra, se mio nonno eccetera, al Giro deve farci vedere questo e quest’altro perché è un talento. Aspettiamoci che prossimamente il ragazzo debba pisciare a testa in giù facendo centro in un bicchiere e avanti così. Nientemeno, con adesso Nibali che ha lasciato la Cannondale (ex-Liquigas), lo faranno diventare il pupillo che sotto l’ala protettrice di Basso dovrà raccogliere il testimone di Vincenzo nella formazione italiana (se non diventerà statunitense, visto lo sponsor principale) e allora ecco la sfida che dovrà diventare rivalità, perché sono i giornali quelli che devi fare contenti in primis. Con Nibali andò bene. Il ragazzo non si montò la testa nonostante fosse descritto come il nuovo Gesù Cristo dell’italico ciclismo, pazientò il giusto anche grazie ai suoi dirigenti che non lo strizzarono fin dall’inizio, e i risultati arrivarono senza farsi troppo aspettare. Moser ha il dna giusto per l’ambiente ciclistico (leggi; zio Francesco) e i consigli da casa non gli mancheranno. Speranza è che se resterà due mesi senza vincere non inizino a dare colpa alla Cannondale, visto che dal punto di vista del far crescere bene i talenti giovani stanno lavorando bene da anni
Cambiando aria, in casa Lampre arriva Filippo Pozzato. Squalificato 3 mesi per aver bazzicato attorno al dottor Ferrari (lo sanno anche i semplici appassionati che da 10 anni Ferrari è il medico sportivo più sorvegliato al mondo anche quando va a pisciare, non lo sanno gli atleti?), il veneto ha scoperto cosa sia la solidarietà dei colleghi con, a quanto letto sui quotidiani, diversi di loro che si sono dimenticati il suo numero di telefono. Quello che però avevo scritto un’anno addietro è diventato realtà. L’allora contratto di una sola stagione era programmato per rispondere in maniera positiva ad un’eventuale chiamata da una squadra di prima fascia, senza avere un contratto da far risolvere con spese aggiuntive che avrebbero potuto “blindare” il vicentino. Certamente adesso la Lampre ha l’uomo per i grandi giri (Scarponi), il finisseurs (Cunego), basta che non si parli di lui sennò stai fresco, e appunto Pozzato per le corse “pesanti” del pavè. Intanto, proprio su questo tipo di corse, sono passate diverse stagioni e Pozzato ancora non ha mai centrato il colpo grosso. Ci ha girato intorno al Fiandre (5° nel 2009 e 2° quest’anno) e anche alla Roubaix (2° nel 2009), ma le occasioni non aspettano molto alle fermate sulla stazione chiamata Vittoria. Cosa voglia Pozzato non si sa, se non un’ulteriore guadagno economico, visto che alla Farnese era capitano indiscusso, e a quanto diceva giusto un’anno fa voleva la squadra di Scinto per ripartire, certo di aver incrociato l’ambiente giusto per ritrovare stimoli e motivazioni. Se poi si è invece offeso perché il suo GS è stato zitto sulla vicenda Ferrari, non pretenda che Scinto e dirigenti mettano becco su questioni che non li coinvolgono.

domenica 18 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

SALONI DELLE BICI. DA UNA PARTE PADOVA E UN’ORGANIZZAZIONE CHE LAVORA BENE SENZA PROPORRE COSE RIVOLUZIONARIE. DALL’ALTRA VERONA, CON UN’ORGANIZZAZIONE CHE FORSE SPERAVA DI POTER VIVERE DI RENDITA, FACENDO (ANCORA) MALE I SUOI CONTI.
Il salone della bicicletta di Padova non propone chissà quali novità al visitatore. Eppure è riuscito a diventare il riferimento per il mercato italiano, mentre la vecchia gestione del salone ciclistico di Milano che forse pensava bastasse ricordare i bei tempi (andati), ha perso pezzi, credibilità, sponsor e aziende espositrici. Come un calo delle vendite ha iniziato a farsi vedere con una certa continuità (e cosa pretendono con biciclette da corsa che ormai costano almeno due stipendi?) sono iniziati i disaccordi. Ormai il vecchio salone del ciclo milanese è un bel ricordo, prima ammaccato pesantemente da quello tedesco della quasi impronunciabile Friedichshafen, e poi messo a terra forse più da se stesso che non da quello padovano. Da tre anni l’organizzazione, ex Milano ora Verona, parla di edizioni del rilancio. Da tre anni le magagne non mancano. Due anni addietro visitatori che andavano a protestare alle casse, quando si rendevano conto di aver pagato un biglietto per un salone che sul discorso ciclistico dava ben poco all’appassionato, visto il gemellaggio con il salone delle motociclette. L’anno scorso un’edizione per il tentativo di un nuovo rilancio, ma che è stata raccontata e descritta in maniera anche troppo generosa. Quest’anno il colpo di genio finale, proponendosi una settimana prima dell’evento padovano. Della serie; “Facciamoci del male, così almeno non piango da solo”, con la sacrosanta rottura di scatole di Padova quando venne a conoscenza dell’allora bella pensata. Intanto la parte “motoristica” del salone non piange troppo del possibile divorzio che, per ora, vede ancora uniti costruttori di bici e moto nell’Associazione Nazionale Costruttori Motocicli e Accessori (di qui la famosa sigla ANCMA).
Sull’altro fronte Padova è cresciuta sempre mezzo passo alla volta. Non ha proposto cose rivoluzionarie, non ha mai promesso senza la consapevolezza di poter mantenere, ha lavorato su quello che può interessare e divertire le famiglie, vedi i percorsi ciclistici per i ragazzini, la possibilità di bersi una birra e mangiare un panino seduti su tavolate sparse. Una scelta che offriva un’immagine stile “sagra paesana” più che salone della bici (cosa che infatti aveva fatto ridacchiare qualcuno che ora piange) ma che alle famiglie piace e non poco! E questo vuol dire che papà ciclista non va solo con i due amici appassionati, ma porta con sé moglie e figli. E se questo lo fanno anche gli altri papà ciclisti, invece che tre biglietti alla cassa ne vendo anche il doppio. Padova ha poi semplicemente usato bene le sue possibilità logistiche: scendere alla stazione e sapere che in 15 minuti a piedi sei arrivato è cosa semplice e gradita per tutti, senza dover prendere ancora autobus o metropolitane. Sul discorso ciclistico due righe veloci: si è tornati a buttare l’occhio alle biciclette per le città, che solamente grazie alla benzina così cara ora tornano timidamente di moda. Non è un cambio di mentalità ma una conseguenza fatta dalla necessità del portafoglio, che è cosa ben diversa. Avessimo la benzina ad un’euro al litro, penso torneremmo ad usare la macchina anche per spostarci di un metro e mezzo.

lunedì 12 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

GONFIATE LE RUOTE? IL CASCO DA FASTIDIO? TIRATE UNA TESTATA SUL MURO. SENTIRETE COSA SIA IL FASTIDIO! CHIAVI DI CASA E TELEFONO SONO IN TASCA? POTETE INIZIARE A FARE I CICLISTI E CHE LO SPIRITO DI SGARBOZZA SIA CON VOI. Ed eccovi al momento senza appello. Quello in cui capirete se i soldi fin’ora spesi saranno valsi le silenziose bestemmie scaricate dentro di voi quando lo scontrino è stato battuto. So già che dentro l’animo sentite affiorare lo spirito dei grandi Campioni del pedale e vi sentite tali. Scorrono davanti a voi leggendarie figure sportive che portano i nomi di Davide Cassani, Vladimiro Panizza, Gigi Sgarbozza, Mario Beccia. Nomi da far tremare le gambe, altro che farle girare! ULTIMI CONTROLLI. Prima di buttarvi come dei pazzi scatenati per la strada (do per scontato che avete sistemato l’altezza del manubrio e la posizione della sella) dovete provare che le “tacchette” di aggancio ai pedali siano sistemate perfettamente. Fate dieci minuti di ciclismo avanti e indietro sotto casa, per provare ed eventualmente cambiarne la posizione che terrà incollati i vostri piedi alla bici. Fate delle prove di aggancio e sgancio con entrambi i pedali, per evitare schianti a terra lesivi; A) per il vostro morale, B) per la vostra bicicletta. Provate i freni. Resterete stupiti della loro efficacia e dovrete abituarvi. Prima si agisce con il freno posteriore. Soltanto un’istante dopo tirate anche l’anteriore, che rallenterà di più il mezzo. IN SELLA LAVATIVI! Per abituarvi ad usare il cambio bastano cinque minuti. La raccomandazione è una sola; non cambiate mai sotto sforzo!! Nel momento in cui farete spostare la catena, la pedalata dovrà essere alleggerita. Bastano pochi istanti per salvaguardare il cambio che, tanto per ricordarvelo, è uno dei componenti più costosi di tutta la bici. Non preoccupatevi se non sapete che marcia usare. Intanto imparate a usare bene il cambio! Per imparare ad usare bene i rapporti avrete tempo.
PRIME FATICHE, MAGARI NON DA SOLI. Se pedalate con altre persone, non sarebbe male avere qualcuno da cui poter “copiare” qualcosa, e siccome è la vostra prima pedalata usate pazienza e buonsenso. Pazienza di non chiedere alle vostre gambe miracoli, e il buonsenso di avvertire i compagni di gruppo che siete un novizio (o novizia). Se saranno persone di coscienza, prima ancora che ciclisti di coscienza, ne terranno conto evitando di fare tanto i fighetti e avvertendovi con maggior preavviso di eventuali segnalazioni che tra loro sono abituati a scambiarsi solitamente in un battito di ciglia. Nell’arco di quattro o cinque allenamenti inizierete ad assimilare le cose più velocemente. Capirete che se in pianura dovete stare a circa 50 centimetri dalla ruota di chi vi sta davanti (col tempo saprete avvicinarvi anche di più, ma intanto iniziate così), in discesa dovrete tenere diversi metri di distanza da chi vi precede, per evitare che se un ciclista cade davanti a voi non me lo centriate in pieno. Vi sconsiglio di fare le vostre prime uscite con ciclisti che si stanno allenando da mesi perché in vista di imminenti competizioni che li attendono. Verreste abbandonati fin dai primi chilometri al vostro destino. Tenete in mente una cosa. Il primo giro in bicicletta, anche se limitato a soltanto una ventina di chilometri, darà il battesimo ciclistico al vostro fondoschiena. Sappiate che se tornerete ad inforcare la bicicletta pochi giorni dopo (diciamo fino a 3 o 4 giorni) i primi 5 minuti vi faranno vedere le stelle anche se saranno le 10 di mattina. Ma poi passa…
CHE CICLISMO? Bella domanda. Qui non c’è sito internet, rivista, Ciclismo PST o chiacchiera di ciclista che possa parlare per voi. Solo voi potete/dovete scegliere che tipo di ciclisti volete essere. Volete diventare ciclisti ammazza-madre per vincere il salame della sagra paesana? Troverete un’abbondante compagnia. Oppure il salame preferite mangiarvelo con calma e godervi ogni morso? Inscrivetevi all’AC PST e siete benvenuti. Se invece non volete iscrivervi va bene lo stesso, basta che usiate il casco e poi ci berremo un bicchier di vino alla prima occasione giù di sella. Ho messo giù consigli che, in linea di massima, vi saranno utili. Ma state tranquilli che tante cose mancano all’appello e non sono poche; sulla bici, sul come pedalare, sul vestiario, sull’alimentazione, ecc... è quel qualcosa in più che dovete metterci voi. Non sto a inculcarvi la teoria che il ciclismo è lo sport più bello del mondo, perché non ho mai sopportato una frase del genere e chi lo ripete di continuo. Anche una partita a scala 40 può essere la cosa più bella del mondo se vissuta con passione. Non fatevi dire dagli altri se una cosa è bella e quanto lo sia. Decidetelo voi. FINE.

giovedì 8 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

STATE PENSANDO DI DIVENTAR CICLISTI, MA NON AVETE IDEA SU COSA VI SERVA? QUESTO E’ IL PERIODO BUONO PER PROVARE A BUTTAR GIU’ QUALCHE IDEA. INIZIAMO DA BICI E VESTIARIO.
La prima bicicletta, solitamente, arriva quando si è ragazzini. Non vi dico la mia cos’era! Ma la prima bici da corsa può arrivare a trenta, quaranta o anche cinquant’anni. Così ragazzini si torna ad esserlo. Vediamo se è possibile stilare una serie di consigli, che possono tornar buoni a chi vuole cimentarsi per la prima volta nel ciclismo. Queste considerazioni verranno fatte guardando al famoso ciclista “della domenica”, e per niente milionario. Se poi, con il tempo, cercherete lo sport vissuto in modo prettamente agonistico buona fortuna. BICI NUOVA? BICI USATA? Non è possibile dare una risposta soddisfacente. Questo per la varietà quasi infinita di occasioni – tra nuovo e usato – date dal mercato, e perché nessuno meglio di voi sa quanto potete spendere. Certamente, se potete spendere senza patemi, W l’Italia! Il punto di partenza più facile dovrebbe essere chiedervi quanto intendete usare la bicicletta. Siete padroni di spendere anche 5.000 euro per una bicicletta con cui pedalerete 500 chilometri all’anno. Chi vi dice niente? Ma con un po’ di pazienza potete trovare un buon usato che per diversi anni vi può permettere di fare migliaia di chilometri ogni anno, senza dover rinunciare a due o anche tre stipendi. Lo svantaggio principale è che una bicicletta nuova sarà fatta a misura vostra. Quella usata dovrete trovarla perfetta (può capitare, anche se già più difficile), oppure trovare una misura molto vicina alla vostra ideale, e poi “adattarla” cambiando cose come il manubrio nella sua larghezza, la lunghezza della “pipa” del manubrio stesso, forse la lunghezza delle pedivelle e spostare avanti o indietro la sella finché non sarete comodi. Posso dirvi che se non avete intenzione di fare chissà quanti chilometri, e volete vivere il ciclismo senza praticarlo in modo troppo esasperato, ho amici che da anni usano delle biciclette usate – e pagate molto meno di quando nuove – e che funzionano molto bene. Se non avete nessuna persona che possa consigliarvi, e voi nessuna esperienza, la cosa più semplice è andare dal meccanico scelto e dire chiaro che non potete spendere oltre “tot” euro. Non comprate mai, nuovo oppure usato, dalla sera alla mattina. SULLA BICI CHE COSA CI VUOLE? Se un negoziante è anche un buon venditore – e non è automatico – almeno un borsellino con una camera d’aria e quel che serve per ripararvi una foratura ve li regalerà. Rischiando di svenire, magari anche una borraccia. La mini-pompa per gonfiare le ruote dovrete invece comprarvela, ma fate attenzione che per gonfiare bene le vostre ruote allora ci vuole la cara vecchia pompa “su e giù”, quella che usiamo a casa e teniamo ferma con i nostri due piedoni sulla base. Due borracce ci vogliono, a meno che non abbiate la pazienza di fermavi quasi a ogni fontana nel periodo estivo (se fontane ne avete…).
PER ME CICLISTA? OCCHIO AL “FUORI STAGIONE”! chiedete al negoziante se comprando la bici può venirvi incontro per l’acquisto di un casco. Usatelo. Anche d’inverno. Non fate le piaghe! Basta allungare il cinturino nella regolazione di un centimetro e potrete indossarlo anche con un berrettino in testa. Senza fastidi. Il contachilometri può arrivare in un secondo tempo. Piuttosto, acquistate degli occhiali da ciclista. Un insetto anche molto piccolo dentro l’occhio farà un male cane se vi “centra” perfettamente. Su le antenne!; io ho comprato le mie ultime due paia presso un supermercato ben fornito. Non sono “marcati” ma vanno da Dio e costano la metà. A voi la scelta. Per l’abbigliamento vi consiglio di prepararvi a dover spendere non poco, e per questo vi raccomando di avere cura dei capi di vestiario. Un consiglio che mi sento di dare è quello di andare nei negozi specializzati più grandi nel “fuori stagione” di vendita e chiedere se vengono fatti sconti se qualcuno acquista a ottobre/novembre una maglietta estiva o cose per la bella stagione. Le scarpe, solitamente molto costose, vi possono durare diversi anni a meno che non le usiate per giocare a pallone con mattoni di porfido tipo Roubaix, o abbiate comprato delle mezze porcherie! Ma visto che non sono un capo di abbigliamento stagionale difficile trovare sconti, se non quelli decisi dal negozio in linea generale per un proprio periodo promozionale. Alcuni negozi, di solito quelli più grandi, esibiscono proprio la scritta “occasioni” per vendere a marzo l’abbigliamento invernale, e a ottobre quello estivo. In alcuni casi potete andare dal 15 al 20% di sconto. Io stesso ho comprato a fine aprile giacche da mese di febbraio/marzo, oppure calzini, guanti e pantaloncini estivi a fine ottobre. Ho risparmiato non poco. Comprate una mantellina per la pioggia, e credetemi che anche al mercato ne trovate di ottime pagandole metà. Un berrettino da ciclista chiedetelo al momento in cui comprate la bicicletta. Avvertimento per i calzini; anche se “di marca” non abbiate paura di comprarli almeno un numero (meglio due) più grandi. Credetemi! Anche se di qualità, dopo 4 o 5 lavaggi un “numero” sarà già andato. ALTRE COSUCCE… Altre cose verranno pian piano. Attrezzi per sistemare la bici, lubrificante (per l’amor di Dio, non andatemi dal meccanico per far oliare la catena!). Una cosa utile sono i manicotti – quei “pezzi” di manica, solitamente neri – che si rivelano utili. Essendo buoni a ogni stagione è però difficile poterli trovare venduti scontati in certi periodi dell’anno. I miei ce li ho da una dozzina di anni. L’elastico sta andando in malora. Me lo farò cambiare da una sarta, spenderò 6 o 7 euro e starò a posto per altri, diversi, anni. Oppure li ricompro e spendo 3 volte tanto? Su, andiamo! Le strisce “para-orecchie” in pile sono benedette nel periodo freddo. Sulle bancarelle del mercato ne potete trovare di perfette a metà prezzo rispetto a quelle “marcate” dei negozi specializzati. In linea di massima queste sono le cose necessarie per iniziare a far ciclismo. Poi, per dirla semplice, tutto dipende dal portafoglio che avete. Nel giro di due/tre anni vedrete che avrete tutto quel che serve per affrontare ogni stagione dell’anno. Nel prossimo appuntamento, due righe sulle prime pedalate. CONTINUA…..

sabato 3 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (parte 1)

IL CICLISMO D’INVERNO. QUELLO DAVANTI AL CAMINO, QUELLO DELLE RIFLESSIONI, DEI PENSIERI A BORRACCE VUOTE. INCONTRIAMO ILARIA PRANZINI, SENZA ESAGERARE “THE OFFICIAL ITALIAN BLOGGER” RIGUARDANTE UN CERTO ANDY SCHLECK.
Il ciclismo davanti al caminetto è più quello del ciclismo pane e salame che non quello delle classifiche. Andiamo ad iniziare oggi questa serie di articoli che solitamente prendono spazio nel periodo autunno/inverno. Conoscendo Ilaria da alcuni anni non ho avuto difficoltà a mettere in piedi questa intervista in cui non si parla di Andy Schleck, ma di chi appunto racconta un’atleta. Ilaria segue la carriera di Andy da diverso tempo. Abita a Firenze (lei, non Andy), laureata, insegna filosofia, parla diverse lingue, fa la mamma, e per ora basta così. Il resto ce lo facciamo raccontare. Le foto di questo articolo (tranne la prima) sono state "rubate" dal profilo Facebook di Ilaria. Cara Ilaria, potrei prendere un vecchio numero di “Ciclismo” (rivista per cui in qualche occasione scrivi) e trovare spunto da lì. Ma mi piace far finta di niente e trattarti da emerita sconosciuta. Da alcuni anni nel tuo sito segui con puntualità la carriera di Andy Schleck. Perché proprio lui? Cos’è che ha fatto scoccare la scintilla ciclistica? “Meglio così visto il titolo del famigerato articolo – non scelto da me e tantomeno concordato. Che devo dire? Sembrerà strano ma nel 2007 non mi ero accorta di Andy, che a 21 anni era arrivato secondo al Giro vincendo la Maglia Bianca. L'ho notato al Tour 2008, in particolare nelle tappe alpine: aveva una potenza in salita e una compostezza non comuni.” Andy è uno dei “big” del movimento internazionale. Difficile stargli dietro dal punto di vista delle notizie o delle curiosità che lo riguardano? “Sì, molto e per due motivi opposti: da un lato Andy è una star, dall'altro è un ragazzo molto timido. Nel 2008 io sono andata tranquillamente a suonare alla porta dei suoi genitori in Lussemburgo e ho conosciuto praticamente tutta la sua famiglia, ma quando Andy è diventato famoso – dopo la vittoria nella Liegi nel 2009 e poi come sfidante di Contador al Tour de France – ha subito un vero e propro assalto da parte di media e fan, cui ha reagito male, chiudendosi in se stesso. La cosa è peggiorata dopo la 'cacciata' dalla Vuelta nel 2010 e adesso avere a che fare con Andy non è per niente facile: rilascia pochissime interviste e le notizie 'personali' passano solo per via confidenziale. Abbiamo molti amici in comune, il che significa che io vengo a sapere molte cose... ma mi guardo bene dal pubblicarle sul mio blog! Per Andy la sfera privata è sacra e MOLTO ampia. Per fare un esempio: alla presentazione della Leopard, in Lussemburgo nel 2011, gli ho detto “Allora sei andato ad abitare da solo finalmente!” e lui: “Questo è privato”. Ma lo sapevano già tutti! Io non l'ho scritto fino a quando non è stato ufficializzato in un'intervista su Le Quotidien.” Solitamente, quando ti capita di poterlo incontrare direttamente? "Nel 2010 ci siamo visti praticamente una volta al mese! Alle corse, alle conferenze stampa, durante i ritiri e altre iniziative della squadra. Due volte ho 'rischiato' di incontrarlo in Lussemburgo: la prima, sotto Natale 2009, avevamo un appuntamento, ma lui era a caccia ha fatto tardi, la seconda... abbiamo litigato di brutto. Ma alla fine è servito a rinsaldare il nostro rapporto. Quest'anno è stato un vero disastro: dopo il ritiro a Calpe pensavo di vederlo alla Parigi-Nizza, a Liegi e poi al Tour de France, ma... sappiamo come sono andate le cose. Però ci siamo sentiti per sms.”
Essendo un ciclista molto famoso a livello internazionale, i suoi sostenitori saranno ben distribuiti. Hai contatti con suoi fans di altre Nazioni? “Faccio parte del Fan Club Frank e Andy Schleck, con sede nel Lussemburgo ma iscritti in tutto il mondo. Ce ne sono molti in Francia e anche negli USA. In Italia c'erano nel 2007/2008 ma la cattiva stampa e il rifiuto di tornare al Giro li hanno decimati. Molti fan seguono il mio blog e molti mi chiedono l'amicizia si facebook. All'inizio ero contenta e curiosa, ma mi sono stufata presto: per lo più si tratta di ragazzine! Poi ci sono gli appassionati di ciclismo, quelli che lasciano commenti seri, alcuni 'interni' alla squadra o al mondo del ciclismo. Gli Schleck in Lussemburgo sono stati e in parte sono ancora eroi nazionali. Nel 2010 al Gala Tour de France c'erano 30.000 persone in un paese che ha circa 300.000 abitanti! Attualmente però la loro popolarità è in calo e molti fan si sono trasformati in 'haters', detrattori, che si divertono a prenderli in giro nei forum e su twitter. Io non mi sono mai definita né sentita una 'fan', è un approccio allo sport che proprio non mi appartiene. Mi piace il ciclismo, anche nei suoi aspetti tecnici, mi piace andare in bici – quando ci riesco! - e mi piace Andy Schleck, come ciclista e come persona. Proprio perché lo conosco sono ben lontana dall'idolatrarlo il che probabilmente mi impedisce di passare dall'esaltazione alla diffamazione.” Qual è stata la trasferta più lunga che hai fatto per seguirlo? ”Probabilmente quando sono andata nei Pirenei in treno per poi aggregarmi al pullman del Fan Club per seguire l'ultima settimana del Tour. Era il 2010 e io ero convinta che Andy avrebbe vinto. La maglia l'ha indossata quest'inverno dopo la squalifica di Contador e la riassegnazione: era contento ma non soddisfatto. Se ha combinato qualche sciocchezza alla Vuelta è stato proprio per l'immensa delusione di quel Tour: io ero a Parigi e me lo ricordo bene. Ma di trasferte lunghe ne ho fatte tante: arrivare a Calpe l'inverno scorso è stata un'impresa e una volta mi sono fatta 10 ore di treno per andare alle classiche delle Ardenne nonostante il vulcano islandese.” E quella che ti sei pentita di aver fatto, per contrattempi o difficoltà particolari? “Ahahah! Nel 2009, Tirreno-Adriatico, sono andata in treno dopo il lavoro fino a Carrara, ma il treno era in ritardo, la strada per l'arrivo già chiusa e così mi sono dovuta accontentare di vederlo passare a una rotonda sull'Aurelia! E' stato frustrante però non mi sono pentita, lo rifarei anche sapendo che andrà di nuovo così. Magari mi porterei una macchina fotografica decente in grado di dare un senso alla cosa...” Tra quel che scrivi su Facebook, su Twitter ed ovviamente nel tuo sito “Allez Andy”, ne avrai conosciuta di gente che pedala, lavora, dirige nell’ambiente ciclistico di alto livello. Due o tre nomi di persone che sono più simpatiche di altre? “Be' ovviamente Mauel Moz! Ihih. Va be', seriamente: per il reparto commentatori, fra gli italiani Laura Grazioli di CicloWeb, il mio punto di riferimento per la pista e ottima amica, poi Stefano Bertolotti, compagno di ogni partenza e arrivo vissuti sul posto, fra gli stranieri senz'altro l'americano Daniel Benson di Cycling News – la bibbia dell'informazione ciclistica! - poi l'olandese Renaat Schotte di Sporza e l'inglese Anthony McCrossan: ottimi giornalisti ma anche persone squisite. Fra i fotografi il mio preferito in assoluto è il lussemburghese Georges Noesen: quando Andy parlava in conferenza stampa dopo l'incidente al Delfinato gli ho chiesto se andava e di mandarmi una foto, perché lui sa cogliere l'anima e io volevo capire come stavano veramente le cose. Fra i dirigenti di federazione l'unico che conosco bene è il Segretario di quella lussemburghese, Ed Buchette: averne anche in Italia di dirigenti così! Ne ho detti proprio pochi, me ne vengono in mente tanti altri. Fra i ds... sarò contro corrente ma a me Bruyneel piace, come persona, al di là del bene e del male. Poi non posso non nominare il grande Danny In T Van: autista storico prima della Saxo Bank e poi della Leopard- RSNT. Corridori? Ce ne sono troppi! Ci vorrebbe una domanda a parte.” Solitamente scrivi in inglese. Penso io; da noi Andy non è seguito. Oppure è una tua scelta precisa visto che parliamo di un ciclista estero? "Ho cominciato in italiano ma non mi seguiva nessuno. Non è un fatto ciclistico ma un fatto di cultura informatica: il mio blog si è inserito in un filone preesistente in lingua inglese, quello dei blog ciclistici femminili. Negli anni però Allez Andy! è cambiato, è diventato più 'serio' e forse meno 'femminile'. Sono cambiati anche i lettori, che però sono sempre tanti e da tutto il mondo. Scrivere in inglese ha il vantaggio di metterti in contatto con tutti. Nonostante i cambiamenti, sono rimasta fedele all'ispirazione originaria: scrivo di ciclismo ma anche di me e cerco di dare importanza al raccontare, allo scrivere bene. In inglese non è esattamente un compito facile, ma insomma... dicono che sono migliorata! Il famigerato articolo di “Ciclismo” mi presenta addirittura come insegnante di inglese! Falso: insegno – ogni tanto – filosofia...”
Mai avuti “reclami” dai diretti interessati, anche se in modo bonario, su articoli che avevi fatto su Andy o altri ragazzi del Team Radioshack? Se si, quando? “Assolutamente no. Chi mi legge sa che a volte ci sono andata giù dura ma nessuno ha mai protestato. Nel 2010, come accenato sopra, io e Andy abbiamo litigato di brutto e io ho pubblicato un articolo che ha fatto arrabbiare molti. Non lui. E notare che proprio quell'inverno Andy ha chiesto e ottenuto la chiusura di un sito – www.andyschleck.com – che era stato scambiato dalla stampa per suo sito ufficiale, nonostante fosse chiaramente un sito di fan. Evidentemente fra noi si è creato un rapporto di fiducia: posso essere critica, ma Andy sa benissimo che non scriverei mai contro di lui. Inoltre il mio è un blog serio: niente gossip.” Da cosa e nata la possibilità di scrivere per la rivista “Ciclismo”? Dal caso. Ho conosciuto il capo redattore alla partenza della Tirreno-Adriatico del 2011 a Marina di Carrara e da lì ci siano tenuti in contatto. Quando sono tornata da Calpe con un sacco di foto e di interviste – e dopo aver pubblicato il mio reportage in inglese sul blog – gli ho proposto di scrivere qualcosa per loro e lui ha accettato.“ Qui a Feltre c’è un tizio che se gli parli della Madonna o della Guderzo per lui è la stessa cosa. Mai avuto a che fare con fanatici del genere tramite il tuo sito? “Sì e no. Ho avuto a che fare con ragazzine isteriche, questo sì. Sono stata accusata di lesa maestà quando ho detto che Andy era tenuto a rispondere alle mail/Sms come un comune mortale e che altrimenti era un maleducato.... Ma tutto sommato le fanatiche si rivolgono altrove. Credo che il punto dirimente sia la mia conoscenza reale di Andy, nel mondo terreno. Una volta una ragazza aveva commentato una sua foto con frasi estremamente imbarazzanti, le ho fatto notare che probabilmente le avrebbe lette e... ha funzionato. Molte persone parlano su internet come se i corridori fossero personaggi di un telefilm, irreali e privi di sentimenti. E' una cosa che non sopporto.” Hai dei ciclisti del passato che seguivi? “Da bambina il mio mito era Indurain, poi mi sono innamorata di Roche, l'anno che vinse tutto. Poi direi basta per un bel pezzo.” Hai contatti con altri blogger che magari fanno quello che fai tu, ma con altri ciclisti? “All'inizio ne avevo di più, soprattutto con Maggie di “Andy Schleck best bike racer in the Universe” and Sansen by “Men, bikes, fishes and women”. Miss Fede di “My blog” è stata una buona amica per anni, siamo anche andate insieme al Tour de France nel 2009. Purtroppo quando ho litigato con Andy ho litigato anche con lei: con Andy abbiamo fatto pace, con Fede no. Mi è dispiaciuto molto. Comunque attraverso il blog ho conosciuto molte persone in tutto il mondo e alcune le ho anche incontrate di persona. Ultimamente me la dico di più con blogger maschi seri, anche se... sono un po' troppo 'competitivi' per i miei gusti. Diciamo che le blogger donne scrivevano per divertirsi mentre molti blogger uomini vorrebbero essere pagati come giornalisti... Uno, piuttosto famoso, l'ho dovuto bloccare su Twitter perché mi copiava le idee e non citava: alla lunga dà fastidio anche perché io cito sempre. Per me internet è bello perché è un'opera collettiva. “Prossimi impegni in agenda per “Allez Andy”? “Sto aspettando le risposte di un corridore per l'ultima intervista della serie Yes We Like. Quest'anno niente Amstel Curacao perché gli Schleck non ci sono. Aspetto una decisione sul caso di Frank Schleck e poi spero di ricevere l'invito a un training camp e/o alla presentazione della squadra per il 2012. Però sto anche meditando di andare a Natale in Lussemburgo... chi sa che non sia la volta buona!” Siamo al triangolo rosso. In queste righe ti ho trattata da blogger, ma da appassionata che ciclismo speri di ritrovare tra quattro mesi? “Sarò sincera: non mi piacciono affatto i toni forcaioli che leggo in giro. Il doping nel ciclismo c'è stato, si sapeva benissimo che c'era e il documento dell'USADA (letto tutto) non svela chi sa quali sconcertanti novità. Sono d'accordo con chi dice che il gruppo da alcuni anni è cambiato e che i giovani hanno una cultura diversa. Direi: hanno una cultura, studiano di più, hanno gli strumenti culturali per capire cosa è meglio, mentre i ciclisti di una volta e fino a pochi anni fa erano spesso estremamente ignoranti e sprovveduti. Non voglio giustificare tutti però i corridori sono l'anello debole della catena: nessuno si droga per divertimento e il grosso dei soldi è sempre andato ad altri. Pulizia è stata fatta già fra chi pedala, facciamola e bene fra chi dirige perché mi sa che lì è stato ed è il grosso del problema. Infine: mi fa piacere sentire che Acquarone vuole fare del Giro una corsa 'riders friendly', amica dei corridori, perché mi fanno ridere quelli che si stracciano le vesti per il doping e poi organizzano corse con tappe di quasi 300 km, cinque gran premi della montagna, ore di trasferimento... Siamo seri: se si deve correre senza doping e senza una medicalizzazione che ci va molto vicino (recuperi, antidolorifici, pillole per dormire) allora le corse devono essere più umane. Amen :)”

giovedì 1 novembre 2012

NOVEMBRE; L'EDITORIALE.

SETTEMBRE 2004; durante i Mondiali di Verona, prende vita l’Associazione per le donne cicliste. Le massime autorità interessate sono presenti. L’ex presidente UCI Verbruggen, il suo vice Patrick McQuaid, Francesco Moser, presidente dell’Associazione internazionale dei corridori, e Amedeo Colombo presidente dell’Assocorridori. L’UCI aveva spedito a casa delle prime 100 cicliste dell’allora rancking mondiale un questionario, sulla situazione delle donne cicliste. Quel questionario poteva essere rispedito anche in forma anonima. Si facevano domande sul rapporto con le società, i rimborsi spesa, ecc.. L’idea è di eleggere una rappresentante per ogni Nazione. La Presidente, Marie Pintueles, spiega che lo scopo dell’Associazione è quello di migliorare le condizioni delle cicliste, consigliarle, informarle, anche se non professioniste, dato che – al 2004 – il 90% (si, novanta!) non ha contratto, e quindi non possono esser considerate professioniste. INVERNO 2011; un nutrito gruppo di atlete, composto dalla maggior parte delle migliori cicliste italiane, chiede ed ottiene d’incontrare i “boss” dell’ACCPI (Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani) intanto per poterne far parte – dovevano anche chiedere? – e iniziare così ad essere prese in miglior considerazione dal “movimento” (leggi FCI). Viene stabilito che a marzo 2012, in occasione del Trofeo Binda, ci si riunirà per eleggere una rappresentante che possa sedere al tavolo delle decisioni. Poi non si sa più un’accidente di niente, almeno seguendo la stampa “tradizionale”, chiamiamola così. OTTOBRE 2012; nella seconda settimana di ottobre arriva una notizia. Viene messa a disposizione la possibilità di fare una copertura assicurativa che riguarda responsabilità civili verso terzi, infortuni, lesioni, spese mediche, assistenza e anche un fondo pensione. Alle atlete che vorranno aderirvi verrà spedito il modulo da, eventualmente, poter compilare per l’adesione dopo aver avuto informazioni più nel dettaglio. Questo il riassunto. Ci sono voluti solamente 8 anni, almeno in Italia, per avere cose che dovrebbero essere automatiche. Le conquiste che le cicliste italiane hanno messo in piedi in queste settimane per il lato assistenziale della loro attività sportiva sono una gran bella cosa. Peccato che, se queste possibilità adesso esistono, non sono certo state fatte per volontà di tutti. Se proprio le ragazze infatti non avessero messo la loro faccia in primis, staremmo ancora ai suddetti questionari UCI di metà decennio scorso. Un buco nell’acqua che non contò un’accidente. Ma quello che andrebbe guardato è che le coperture assicurative per le cicliste non sono automatiche. Possibile che un’atleta agonista di ciclismo non possa avere una copertura che scatti in maniera automatica, in caso di incidente o d’infortunio, nelle sue gare o nei suoi allenamenti? Perché una cosa del genere non viene discussa alla stipula del contratto? Eppure, a quanto pare, le notizie sono queste. Da anni e anni ormai ci sono proposte pronte, ma senza nessuno che le porti avanti. Serve una rappresentante. Questa è la questione. Una persona che si impegni a tempo quasi pieno (meglio sarebbe senza il “quasi”), e che sia possibilmente un’ex ciclista, che goda di stima come persona prima e come atleta poi. In maniera che sappia come nessun’altro quali sono le cose fattibili con poco, e quelle invece più difficili da ottenere. Una persona che sappia e abbia volontà di instaurare anche un rapporto finalmente aperto con l’informazione ed i suoi professionisti, per far sapere al mondo quali sono le rogne da sistemare e che c’è volontà di farlo. Di far sapere quali invece sono le cose che si sono fatte, oppure a cui si sta lavorando. Ma si rendano conto, le ragazze, che in mezzo ai sorrisi di circostanza e i complimenti sono sole. Hanno fatto di più Cantele, Guderzo, Bronzini e compagne nell’ultimo anno, che tutti i loro vari dirigenti in anni. Possibile? Si, possibile. Ma hanno dovuto metterci del loro per ottenere qualcosa. In questi anni mai si sono sentite le voci di dirigenti di squadre femminili. Adesso la crisi economica è occasione perfetta per poter dire che non ci sono risorse per questo e quest’altro. La scusa è servita sul piatto d’argento. Ma la crisi non esiste da dieci anni. Non c’è stata volontà di fare. Non è voglia di essere pessimisti, ma è meglio pedalare da sole che male accompagnate. Come è stato quasi sempre in questi anni.

sabato 20 ottobre 2012

QUANDO LA FUGA NON E' IL SALE DEL CICLISMO.

Fiorenzo Magni fu l’uomo che rivoluzionò l’immagine ciclistica degli atleti, introducendo lo sponsor come oggi siamo abituati a vederlo. Per quel tempo, era il primo dopoguerra, fu una rivoluzione. Chissà cosa direbbe oggi Magni vedendo proprio fior di sponsor che battono in ritirata, stufi marci delle magagne riguardanti doping e dintorni. Di un mondo ciclistico che – nonostante gli sforzi degli addetti ai lavori, ex ciclisti, commentatori, giornalisti e quel che vi pare fate pure voi – a parole continua a dirsi migliore di un tempo (perché, quando vi correvano com’era? Giusto per curiosità, vi pare?), mentre squalifiche, indagini, indagati, sospensioni e inchieste continuano a proliferare tanto come 10 anni addietro. Quando investi tot milioni di euro ogni anno e vedi che il nome della tua fabbrica finisce dentro il fascicolo di un processo, hai voglia che prima o poi tu ti rompa le scatole e inizino a girarti non solo le ruote. Intanto adesso iniziano a vedersi i primi effetti del “passaporto biologico”, quell’idea abbastanza criticata fino a due anni addietro, e che invece ora inizia a far saltar fuori tutte le magagne che sembrava non avrebbe mai aiutato a scoprire. Poi atleti – mica solo ciclisti – che negli anni hanno fatto di tutto per andare in cerca di guai, rivolgendosi all’esimio dottor Ferrari sapendo che incrociavano il medico sportivo più ricercato nell’ultimo decennio. Nel suo piccolo, perché non di campione di tratta, contribuisce l’ex Bertagnolli che finisce sulla Gazzetta con un’intervista ben dettagliata (dosi, tipo di sostanza, modalità di conservazione, prezzi, ecc…) e quando il CONI lo convoca, ed è sacrosanto per saperne di più, l’ex ciclista si avvale della facoltà di non rispondere, rifiutando di presentarsi. Pane e omertà allo stato puro. Proprio il CONI poi non manca di metterci del suo, visto che nei confronti di Ferrari non è stata richiesta, ad oggi, la radiazione. Perché? Scheletri nell’armadio? Intanto però, guardando agli atleti, bisogna essere deficienti per gironzolare attorno a quel medico, specie se sei uno sportivo di alto livello, visto che anche il più semplice appassionato sa che Ferrari puzza di magistratura e intercettazioni lontano un chilometro. Tutte martellate sui c******i. Gia il ciclismo sta andando a pezzi nelle categorie giovanili, con società che stanno valutando l’ipotesi di una qualche “fusione” con altre, per via dei costi ormai quasi impossibili. In più l’aiuto che anche gli atleti ci mettono….

sabato 13 ottobre 2012

ALTRO CHE AMARO SFOGO!....

“Non sono l’unico a dirlo e i ciclisti che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano”. Ettore Torri (Gazzetta dello Sport – mercoledì 6 ottobre 2010, pagina 25).
Due anni fa, quasi esatti, Ettore Torri fece tremare il ciclismo di casa nostra con le parole sopra riportate. Venne additato come un’irresponsabile perché aveva spiegato quello che era emerso dai colloqui fatti con atleti indagati per doping ciclistico. Sembrava fosse solo lo sfogo dettato dall’incapacità di venirne a capo, da parte di un vecchio rimbambito che non si rendeva conto di quel che diceva. Tanto che si lesse poi che non poteva essere lui ad indagare ancora su questioni di doping ciclistico, perché con quelle dichiarazioni non poteva più essere imparziale nel fare il suo lavoro. In questi giorni ecco arrivare le dettagliate, chiare, anche coraggiose dichiarazioni di Leonardo Bertagnolli (che conobbi con un amico sul Pordoi proprio nel 2010), riguardo ai “trattamenti” che per anni il ciclista usò, trattamenti preparati, consigliati, calibrati dall’ormai famoso dottor Ferrari. Bertagnolli ha fatto nomi di colleghi, di località, a spiegato i trattamenti consigliati per conservare il sangue per le sue emo-trasfusioni, i vari costi delle “prestazioni d’opera” fornitegli dall’esimio dottore. È andato avanti diversi anni Leonardo. Cita Vinokurov, Gasparotto, Bertolini, e altri ciclisti non meno noti. Poi, non potendone più, ha ceduto. Prima ritirandosi, poi spiegando tutto a chi di dovere. Coraggioso. Patetico invece Cassani che continua la litania di un ciclismo che oggi è più pulito di un tempo (ma ci spiegasse cosa intende per “un tempo”? Perché è dai tempi di Ullrich e Basso al Tour che la menano con questo “un tempo”!) come se bastasse questo a non farci sentire presi per il culo, da molti protagonisti. Da tutti non credo nemmeno io, ma certamente le favole del ciclismo ripulito è meglio tenerle per carnevale. Come ho scritto non tanto tempo addietro, quella che si va chiudendo non è l’EPOca Armstrong e basta. Non si usi il texano come il Bettino Craxi della situazione (i più giovani forse non sanno molto di chi parlo), o il Luciano Moggi del ciclismo. Entrambi sembravano i soli demoni nei giardini dell’Eden, per poi venire a capo di due fogne (tangentopoli la prima e calciopoli la seconda) che coinvolgevano una lista bella lunga di gente. Cosa centrano con Lance i vari Basso, Sella, Riccò, Piepoli, Scarponi, Di Luca, (toh!, ce n’erano di italiani!) Vedremo adesso cosa si inventeranno tutti gli “ex” che hanno un microfono in mano in veste di esperti – che vengono proprio da quel periodo ciclistico – per cercare di aggirare l’argomento, o tentare di rivoltarselo a modo loro.

lunedì 8 ottobre 2012

EPPUR STIAM DIVENTANDO COSI'.

Mi spacco il sedere su di un sellino dalla seconda metà degli anni ’80. Per questo motivo voglio tirar fuori una manciata di arroganza e dire che ho visto il ciclismo della domenica in quasi tutte le sue sfumature. Il “quasi” lo ficco dentro proprio per non fare la figura del Padreterno. In generale, cioè facendo una considerazione comprendente 25 anni di boracce svuotate in Valbelluna, i ciclisti oggi corrono di più e sono diventati più tristi. Senza distinzione di sesso e di età, il morbo del “Musonis lungo ciclisticus” dopo essersi evoluto e aver proliferato in massa soprattutto nel trevigiano, oggi è sconfinato ed è diventato ormai sempre più presente anche in Vallata. Facilmente figlio di una mentalità egoistica che dalla vita di tutti i giorni – usiamo questo modo di inquadrare la questione – non viene lasciata a casa quando le persone salgono in bicicletta. Quando iniziai a lavorar di gambe, il ciclista della domenica era per lo più un “atleta” che partiva dai 40, anche 45 anni in su. Un ciclista di 30 anni era roba rara. Ce n’erano di quell’età, ma era gente che faceva corse. A me, i ciclisti invece dai capelli (quasi tutti) bianchi, chiedevano perché alla mia età di allora non me ne stavo a correre dietro a un pallone su di un prato. Con il passare degli anni le strade della mattina di festa si sono riempite non poco e la particolarità, fino alla metà del decennio scorso, era che quando “sconfinavamo” fuori dalle nostre strade notavamo un aumento di “Musonis lungo ciclisticus”. Oggi non serve andare fino a chissà dove. Purtroppo anche dalle nostre parti questo esemplare si è moltiplicato. L’età si è abbassata – e qui vive la spiegazione probabilmente più semplice dell’aumento della velocità media – ma le facce sono diventate serie, con un velo di incazzatura verso il mondo che sempre più spesso accompagna questi o queste esemplari di “Musonis”. Un giorno di luglio mi fermo perché vedo un ciclista che ha forato. Era da venti minuti che aspettava/sperava che qualche altro ciclista si fermasse (era senza pompa; sbaglio grave) ma se non mi fermavo io, adesso mi sa che sarebbe ancora lì (vicino a Sospirolo, per la precisione). Pochi giorni dopo a Fianema di Cesiomaggiore noto un ciclista fermo sotto un’albero a telefonare, a una decina di metri dalla strada. Torno indietro e chiedo se è fermo pe problemi. Dice di no, ringrazia, ci salutiamo, e me ne torno agli affari miei. Non troppo tempo dopo buco una ruota. Mentre la sistemo passano 5 o 6 ciclisti. Non in gruppo, sparsi per i fatti loro. Io non avrei avuto necessità, ma uno di loro (una era una donna) mi avesse almeno chiesto; “Oh Manuel, sei proprio tu, nostro Campione dei Campioni. Posso umilmente esserti utile?” Col ca**o! Tutti a tirar dritti e farsi gli affari propri. Ciclisti, ma che ci succede? La bicicletta non era sport di aggregazione, divertimento, condivisione? Tutte cazzate? Beh, almeno abbiate il coraggio di dirlo, invece di regalarci a vicenda falsi sorrisi di circostanza che durano 4 secondi netti, prima di tornare a quel volto triste che sempre più portiamo in giro.

lunedì 1 ottobre 2012

OTTOBRE; L'EDITORIALE.

“Alla Gazzetta gongolano. “Dalla porta di casa tutti gli italiani vedono passare la storia” esclama Pietro Scott Jovane, il quarantenne neo-amministratore delegato di RCS Mediagroup. Intanto la storia del Giro, l’avvenimento che racconta la nostra storia più di qualunque altra disciplina sportiva, è a disposizione del mondo tramite il web, mentre gli appassionati italiani Over 60 – solitamente lontani dalla tecnologia del web – se la prendono ciclisticamente nel sedere. Con questi, anche quelli che non vivono fino a rincoglionirsi davanti al PC. Si signori, consideriamoci morti viventi, prossimamente cadenti, tivù dipendenti e quindi, della presentazione, non vedenti. È bello sapere che Contador e soci si sono presentati in veste di cuochi davanti a tanta gente. Una cosa che con il ciclismo non c’entra un’accidente e per questo ce l’hanno messo. Perché i ciclisti non possono essere presentati come ciclisti, tant’è che per il prossimo anno si pensa a presentarli come imbianchini con tanti di cappello in testa fatto con il foglio di giornale. Che le presentazioni degli ultimi anni fossero sempre più noiose e piatte non è un mistero. Casualmente, da quando Bulbarelli Auro a lasciato corda – e microfono – a Suor Alessandra, che ha così potuto dare il meglio di sé, facendo sempre le stesse domande e sempre alle stesse persone. La RAI non ha trasmesso la presentazione, facilmente per questioni di puro marketing deciso da Michele Acquarone, il nuovo boss RSC del Giro, che ha sempre lavorato (con grossi risultati, gli va dato atto) con il fatturato come prima regola non solo da rispettare, ma da incrementare. Il Giro ha deciso di votarsi alla tecnologia, mandando in pensione l’ormai obsoleto pubblico televisivo, che deve adeguarsi. La Storia avanza con le moderne tecnologie, il Giro si adegua. Però che tristezza. Già fare la presentazione alla fine di settembre – era così bello, fino ad alcuni anni fa, respirare due ore di primavera in un tardo pomeriggio nell’ultima decade di novembre – è solo per questioni d’immagine legata al puro marketing. E poi questa decisione di togliere dalla tivù un’appuntamento che – faceva schifo alla RAI? – il suo milione e mezzo di audience se lo portava casa. Ma ormai siamo alla fine della nostra epoca. Il Giro rappresenta l’appuntamento di sport più vicino alla gente, ma nonostante questo si è scelto di limitarne la visione anche a quest’ultima. Legittimo, ma il dispiacere è stato forte. A proposito, la Gazzetta ha dedicato quattro mezze colonne alle dichiarazioni dei protagonisti presenti. Continuiamo così. Prossimamente un pezzo dedicato al percorso. Se non ci diranno tra qualche giorno, tramite il web ovviamente, che è stato tutto virtuale.”

martedì 25 settembre 2012

QUELL'ITALIA CHE NON SI MERITA QUESTE RAGAZZE.

Si, è vero, magari uno si aspetta l’articolo che parla di Gilbert, o di Nibali che gli ha fatto un lavoro quasi da gregario “lanciando” – senza intenzione certamente – il belga verso la vittoria. Ma penso che nelle riviste specializzate non mancheranno articoli abbondanti al riguardo. Quindi annoiamoci parlando di donne che fanno ciclismo. Che palle, vero? Nel settembre del 2007 la ciclista laziale Marta Bastianelli vince il titolo iridato in linea elite, con Giorgia Bronzini che s’impone nella volata per la medaglia di bronzo. Nell’agosto dell’anno dopo ecco Tatiana Guderzo vincere la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino. Nel 2009 Noemi Cantele vince la medaglia d’argento nella prova a cronometro elite, seguita dal bronzo in linea pochi giorni dopo. Dimenticavo; nel frattempo “SuperTati” vince il Mondiale in linea. Nel 2010 Giorgia Bronzini rivince per l’Italia il titolo del mondo nella prova in linea, vittoria che verrà ripetuta l’anno successivo. Pochi giorni fa Elisa Longo Boghini vince la medaglia di bronzo nella prova in linea. Sarà la seconda medaglia italiana in questi Mondiali dopo un’altro bronzo femminile, tra le Juniores, vinto dalla bolzanina Anna Maria Zita Stricker. Guardando alle elite, solo per restringere il campo, due conti; 9 medaglie (4 d’oro, 1 d’argento, 3 di bronzo) e almeno una medaglia ogni anno dal 2007. Fin qua i numeri, freddi, brutalmente senz’anima, semplici figli della cronaca. Martedì 11 settembre Edoardo “Dino” Salvoldi convoca tre potenziali capitane; Bronzini, Cantele e Guderzo. E fin qui nulla di strano. Però la prima non sta bene, leggermente influenzata, e le altre due non sono in forma. Allora Salvoldi che ti fa? Rompe gli schemi e senza troppi clamori attorno – perché tanto delle ragazze non gliene frega una sega a nessuno, tranne quando portano medaglie – annuncia che la corsa delle italiane probabilmente girerà su Elisa Longo Borghini (classe ’91) in ottimo stato di forma. Pensate a Bettini che punta su un’esordiente e dice ai suoi big; “Oggi si lavora per lui!” Probabilmente casini a non finire, con imprevisti ritiri a metà corsa. E intanto la musica è ancora la stessa, con le ragazze che salvano il sedere alla Federazione per l’ennesima volta. Ma che credete che cambierà qualcosa? Da anni vinciamo medaglie in rosa, Salvoldi ha costruito il ciclo-ciclistico più forte mai visto in senso assoluto tra le donne, che da 6 stagioni porta risultati ai massimi livelli di Nazionale. Eppure a casa nostra il Giro-Donne è stato una pena per il poco pubblico presente anche in contesti importanti (a Roma la cornice era misera). Contributo arriva anche da quel che scrivono i leccapiedisti dell’ambiente, che sapendo di essere letti dai padroni del vapore del ciclismo femminile, scrivono solo le cose buone e positive, per non finire nelle antipatie dei “boss”. Tra questa pochezza di passione per la donna ciclista, vittima di un semplice, puro e forte maschilismo ancora presente a grosse dosi negli appassionati, e aldilà delle loro parole di circostanza, riescono ad emergere un tecnico che guadagna in un’anno quel che forse Bettini guadagna in due mesi, e delle ragazze che se lavorassero anche solo part-time facilmente metterebbero via tanto uguale a fine mese, faticando però 10 volte meno fatica. Una cosa che invece è cosa critica per le nostre donne, è la scomparsa da anni di risultati a livello di GS. Quando un’italiana ha vinto una classica negli ultimi anni? Quando un’italiana ha vinto una tappa al Giro negli ultimi anni? Su queste cose, che chissà perché non vengono mai messe in rilievo, è giusto metter critica. Ma sul resto il ciclismo femminile, anzi le donne che fanno ciclismo, sono ancora viste come un contorno a chi fa “vero” ciclismo. Quest’ultima è l’Italia che non si meriterebbe questo gruppo di ragazze. L’Italia dei dirigenti che oggi mettono lì la questione che non ci sono soldi, mentre quando la crisi non c’era la musica era la medesima. L’Italia che per i maschietti prende il giorno di ferie tre mesi prima, ma non per queste ragazze perché il sudore di un Nibali o di un Contador vale 10 volte quello di Giorgia, Emma, Monia, Rossella, ecc….

sabato 1 settembre 2012

SETTEMBRE; L'EDITORIALE.

"Uno alla guida di una vettura, l’altro di una squadra. Da quando Paolo Bettini è salito nell’ammiraglia azzurra, la Nazionale elite uomini ha puntato su Filippo Pozzato nel 2010 e Daniele Bennati l’anno scorso. Con il vicentino portammo a casa – dall’Australia – una sentita delusione, per una volata che ci regalò un’indigesta medaglia di legno. L’anno scorso i mondiali danesi ci fecero vedere come una squadra, la nostra purtroppo, poteva sfaldarsi in pochi chilometri mettendo nelle valigie dei sogni le nostre rinnovate delusioni, qualche sfogo amaro e un Mondiale da dimenticare mentre le donne, poco considerate da appassionati e Federazione se non quando ci sono medaglie con cui fare fotografie, paravano il sedere per l’ennesima volta alla nostra FCI con un'altra iride in linea. Alle Olimpiadi da poco disputate la situazione non è stata entusiasmante, anche se correre con una squadra di cinque elementi è cosa ben diversa per quasi tutti. Fatto sta che se questo mondiale dovesse regalarci un risultato deludente, soprattutto ancora figlio di indecisioni in corsa, il bilancio da tecnico di Bettini potrebbe venir messo in discussione fino a spingere l’FCI a cercare un sostituto. A difesa dell’attuale CT riportiamo il fatto che è arrivato in azzurro ben prima di quel che tutti pensavano, a causa dell’improvvisa morte di Ballerini a febbraio 2010. Ma tenendo conto che tra mondiali del 2011, Olimpiadi a Londra da poco passate e gli ormai prossimi mondiali, Bettini ha sempre avuto dalla Federazione carta bianca, avendo anche la possibilità di organizzare dei ritiri ciclistici durante l’anno per provare e riprovare vari ragazzi su cui aveva una certa fiducia. Volenti o nolenti è arrivato il momento del raccolto e anche il CT lo sa. Bettini conosce bene gli onori e gli oneri di un volante importante come quello dell’ammiraglia italiana. Gli è stato permesso di lavorare la terra nei tempi da lui voluti, ha potuto scegliere i semi che considerava migliori tra quelli disponibili – pensando al giusto divieto per la maglia azzurra verso gli atleti che hanno avuto rogne con il doping – e adesso siamo arrivati al momento di fare due conti. Per ora il bilancio è in rosso. Quanto cambia la musica per Damiano Cunego? Forse poco, anche se per quanto riguarda la maglia azzurra il veronese ha trovato rinnovata fiducia dal CT, ricevendo per ora un’ufficioso ruolo di primo piano in seno alla squadra di quest’anno. Cunego ha potuto prepararsi al mondiale al meglio, fermandosi durante l’estate dopo il Giro, per ripartire senza fretta in vista della Vuelta, sua corsa di preparazione in attesa dell’imminente rassegna iridata. Dell’ex bocia di Cerro Veronese ormai se ne conosce il marchio di fabbrica: quando l’aspetti stai fresco, quando non gli dai retta te lo trovi coi migliori. Il percorso ricalca in buona parte quello dell’Amstel Gold Race, con la breve e selettiva salita del Cauberg a un chilometro e mezzo dall’arrivo. Se come pare probabile la nazionale italiana cercherà di fare indurire la corsa per aprire la strada alle doti di Cunego nel finale, Sagan, Gilbert e Samuel Sanchez permettendo, il veronese potrà contare su un percorso molto buono per lui, che se da un lato può essere visto come occasione ghiotta, dall’altra diventa l’opportunità che, se giocata male, non potrà avere fondamenta per alibi di sorta. Da qui alla corsa mancano ancora tre settimane, ma proprio questo fine settimana dovrebbero arrivare le convocazioni azzurre. O almeno era tradizione che i nomi venissero dati all’inizio della terza settimana di gara. A meno che, visto l’anticipo deciso dalla Vuelta quest’anno, Bettini non decida di aspettare proprio la fine della corsa iberica per svelare le sue carte iridate. Gli assi non gli mancano, sta a lui il decidere come sistemarle sul tavolo e a Cunego giocarsele al meglio"

domenica 26 agosto 2012

VERDETTO FINALE? NON SOLO PER LANCE!

Guardando dall’alto l’infinita storia riguardante Lance Armstrong non si va a processare soltanto il ciclista americano, ma volenti o nolenti anche un’intera generazione ciclistica. Chi di ciclismo è profondo appassionato, segue certamente più di altri le tante sfumature che riguardano questo mondo. Nelle cose buone, in quelle cattive e nelle valutazioni che spesso emergono tra le righe. Tornare sulla questione riguardante Lance Armstrong sarebbe solamente una cosa ripetitiva e che poco aggiungerebbe di nuovo. La cosa che invece andrebbe analizzata con un po’ di tempo in più, riguarda il fatto che processare ed eventualmente condannare Armstrong, sarebbe una condanna finale e definitiva non solo per lui, ma per un’intera generazione di protagonisti dello sport ciclistico. Grazie ai miglioramenti continui che negli ultimi 15 anni la scienza medica antidoping ha potuto mettere sul piatto, al riguardo dell’efficacia del proprio lavoro, i risultati dei tanti laboratori “anti-truffa” sparsi ovunque hanno ricevuto sempre più credibilità da parte di tutti. L’attesa per una controanalisi oggi è meno sentita che non un tempo. Il primo risultato gode già di una forte credibilità, per non parlare di certezza assoluta. Anche dagli appassionati stessi. Le favole non le racconti più. Andando a ritroso negli anni (non serve scavare nei decenni precedenti ma bastano anche solamente gli ultimi quindici anni) è impressionante la percentuale di atleti che arrivati sul podio del Tour de France hanno avuto a che fare con questioni, più o meno gravi, legate al doping. Certo non è solo questione di Giro di Francia, ci mancherebbe anche questo. Anche il più tenace e convinto appassionato di questo splendido sport, quando vero e non falsato, non può pensare che solo per il Tour gli atleti facevano uso di prodotti dopanti. Dentro centinaia di fascicoli finiti sulle scrivanie dei giudici di mezzo mondo, ci sono atleti di tante nazionalità e squadre diverse, ciclisti che oggi sono tornati anche a vincere dopo aver scontato le loro rispettive squalifiche. Armstrong può essere considerato un’atleta simbolo, il nome più rappresentativo, ma non è l’unico diavolo in un mondo con sempre meno angeli. Prima di lui ci sono stati gli anni della Telecom di Bijarne Riis e Ian Ullrich, il caso mai risolto di Pantani (in quel caso al Giro) che ha distrutto l’uomo prima ancora dell’atleta, la vicenda della formazione Festina al Tour 1998 scoperta come la prima vera e propria organizzazione ciclistica votata al doping di squadra. Poi la positività di Floyd Landis che da alcuni anni accusa proprio Armstrong, dimenticando che lui stesso, una volta scoperto falso campione, è stato autore di un teatrino del ridicolo che è stato anche più imbarazzante dell’imbroglio stesso. In anni più recenti le squalifiche per Basso, per Ullrich che ha chiuso la carriera, per Vinokurov che incerottato all’inverosimile andava come il vento sulle strade di un’edizione del Tour, per poi venire pizzicato senza possibilità di replica da tanta era la chiarezza della frode. Degli italiani Piepoli e Riccò che furono autori dell’inizio della fine dell’allora formazione Saunier Duval, azienda che aveva appena deciso di investire ancor di più nel ciclismo e due mesi dopo chiuse baracca giustamente schifata. Non dimentichiamo l’edizione 2002 del Giro d’Italia con gli allontanamenti di Simoni, Garzelli, Chesini arrestato durante i giorni della manifestazione, Romano che si costituisce dopo l’emanazione di un mandato di cattura nei suoi confronti, poi Zakirov e Sgambelluri anche loro positivi ai controlli. Riis che qualche anno dopo ammette l’uso di EPO quando vinse il Tour, per poi vederlo ancora oggi a lavorare in carovana, come il tedesco Zabel. Solamente in questi ultimi tempi stampa e addetti ai lavori dei mass media iniziano a fare piccoli timidi accenni a un ciclismo odierno più pulito rispetto al passato. Piccole ammissioni che raccontano tra le righe di quanto i professionisti che hanno raccontato questo sport si siano turati il naso negli anni precedenti, per amor di cosa un giorno (forse) ce lo diranno. Perché tutte le questioni che riguardano l’ex ciclista statunitense Lance Armstrong in questi anni, abbracciano indirettamente tutto il ciclismo che ha entusiasmato con lui sulle strade, che ha fatto lo stesso in termini audience televisiva, che ha riempito di fama molti protagonisti anche idolatrati, italiani e non, degli ultimi tre lustri sportivi. Non è solo questione di ciclismo, tutto lo sport non può permettersi di scagliare la prima pietra. L’iceberg della falsità è emerso con il suo apice, in questo caso sventolando una bandiera statunitense, ma non dimentichiamo che il dottor Michele Ferrari – vero e proprio “guru” mondiale della scienza medica applicata allo sport – non è certo uomo d’oltreoceano. Fino a qualche anno fa era normale porci la domanda “Siamo presi in giro?”. Oggi quella stessa domanda è cambiata, dandoci una risposta sottintesa molto triste, nascosta tra le parole che la compongono: “Quanti e da quanto ci hanno presi in giro?”