«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 27 dicembre 2012

Elezioni FCI; guardare avanti con un... passo indietro!.

Tra poco tempo, un paio di settimane, sapremo da quel di Levico Terme chi sarà il neo-Presidente della Federazione Ciclistica Italiana per i prossimi quattro anni. Ma vedendo l’aria che tira difficile immaginare cosa ne possa venir fuori di nuovo. Attorno all’Epifania ci sarà la seconda votazione per l’elezione della presidenza in Veneto, che a metà dicembre ha aggiunto un “nulla di fatto” dopo un pareggio per 184 voti tra i due candidati. Tra le notizie giunte dalle stanze dei bottoni dell’FCI, proprio verso la metà di dicembre, eccone una talmente “fuori” che viene da pensarla nata dopo una cena di bagordi; il medico sociale, la figura sanitaria che segue anche le squadre di ciclismo, viene “cambiata” per le società juniores, nel senso che ora non è più obbligatoria e nella categoria via libera al Medico di Fiducia del singolo atleta. Pazzesco! Con i vari avvoltoi che volteggiano attorno al ciclismo, pronti a diventare amici fidati dal camice bianco, ecco una possibilità che puzza letteralmente di almeno due decenni addietro, tenendo conto che – causa costi magari? – i controlli antidoping sono quasi inesistenti. Questa decisione è stata presa per alleggerire le società di una spesa che gravava sui 1.500/2.500 euro annui. Da ora in poi la vena del ragazzo sarà quindi in mano al portafogli dei genitori, sapendo che diverse volte proprio papà e mamma hanno portato alla rovina sportiva i loro ragazzi? Con la crisi economica che grava anche sullo sport – e nel ciclismo, crisi o non crisi, i costi sono sempre più pesanti, anche se juniores – figurati se una società rinuncia alla possibilità di tenere nel portafogli un paio di migliaia di euro, quando ci sono realtà sportive che hanno fatto fusioni con altre proprio per non scomparire. In una categoria dove i costi sono impressionanti, se pensiamo che parliamo di ragazzi e ragazze con età da scuole superiori, si lavora al tagliare le spese sul discorso medico. Che poi ai Mondiali olandesi – visto che parliamo di costi nel nostro ciclismo – ci fossero una cinquantina di persone a comporre la delegazione italiana, non si può aprir questione? Il bello, o forse il brutto, è che i denari risparmiati dalle società che vorranno “liberalizzare” i loro ragazzi dal punto di vista medico, di certo non verranno investiti sui controlli antidoping. Altrimenti il risparmio, nel concreto, non esisterebbe.
In più cambia il discorso sulla responsabilità – ma quì è facile che le società non piangano – andando ora a gravare sul singolo atleta, che se trovato positivo dovrà arrangiarsi. Prima un medico aveva la responsabilità di dar di conto dei valori fisici degli atleti di una società, conservandone tutte le informazioni al riguardo. I medici iscritti a Ruolo, e in lista nel sito FCI, sono circa 250. Fa specie che i dati siano aggiornati a cinque anni addietro, quando una cosa così delicata dovrebbe venire rinfrescata almeno ogni paio d’anni. Ora per conoscere e raccogliere i valori dei ragazzi di una sola formazione, potrebbe essere necessario rivolgersi a più medici, ed in teoria una squadra di dieci ragazzi può ritrovarsi con altrettanti medici con cui confrontarsi, con allungamenti sui tempi delle viste mediche, e attese eterne a dismisura perché certificati, documenti e scartoffie varie potrebbero dover pervenire non da uno, ma da diversi studi medici. Di Rocco è capo FCI da otto anni. Porta avanti una (giusta) campagna contro la convocazione di atleti in Nazionale che hanno avuto guai con il doping, e che ha trovato quasi solo critiche. Ma quest’ultima decisione sulla categoria juniores non ha senso, se non dal punto di vista convenientemente elettorale. In tale visione le proposte avanzate da Di Rocco sono scaricabili dal web (http://tinyurl.com/clbyahr), ma si può anticipare che sulla sua riconferma la percentuale di probabilità si attesta intorno all’80%, vista anche la sua carica a vice-presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale. Posizione che dà sempre un certo valore a livello d’immagine internazionale, e infatti proprio Di Rocco non manca di farlo notare, aiutato dalla mancanza, al momento, di alternative vere dal punto di vista degli altri candidati. Con buona pace in particolare del settore femminile, che in questi otto anni di “era Di Rocco”, non ha fatto nessun miglioramento a livello organizzativo da parte della FCI stessa, e della pista che è andata quasi in malora. E speriamo che tra un paio d’anni non s’inizi a piangere sugli juniores.

domenica 23 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (9^ p.)

SE IL CICLISMO NELLE SUE COSE FONDAMENTALI NON HA PATITO MOLTI CAMBIAMENTI, LO HA FATTO TANTO NEL COME VIENE RACCONTATO E PROPOSTO. CHE SIATE CICLISTI CAMPIONI O CHE SIATE CICLISTI PST.
L’inverno dei ciclisti che corrono è finito. Il mio invece sarà lungo ancora un mesetto. Solamente dalla seconda metà di gennaio tornerò a curiosare sul termometro pronto a cogliere l’eventuale occasione. Il periodo che preferisco nell’annata ciclistica non è solamente quello legato al Giro, ma anche quello legato alle prime giornate assolate di febbraio. Essendoci un sole che riscalda poco, quel poco te lo cerchi e quando lo trovi te lo godi appieno. Grazie (grazie?) al mio inverno senza bicicletta, o roba che gli somigli, le gambe di febbraio sono dure, doloranti, piangenti. Così è un lento ripartire da zero, un cancellare la mia lavagna ogni sera, sapendo che la mattina dopo dovrò ricominciare. Perché? Per non dimenticare come si comincia. Penso al “vecchio” ciclismo, quello che fino a metà anni ’90 aveva una stagione molto più semplice nel suo disegno. Le squadre si ritrovavano a metà dicembre, visite mediche, vestiario, misure della bici, qualche pedalata ma poca roba. Iniziavano a lavorare veramente con l’arrivo di gennaio, pedalavano insieme per una decina di giorni poi, in base al calendario di gare scelto dall’atleta, già si lavorava in maniera specifica. Se puntavi alla Sanremo e a qualche classica di Aprile eri in sella prima degli altri compagni di squadra. Iniziavi a carburare forte alla Parigi-Nizza, oppure alla Tirreno-Adriatico se decidevi per l’Italia, perché avevi già cominciato a macinar chilometri da un pezzo. Negli anni del ciclismo in bianco e nero l’inverno ciclistico durava anche un paio di settimane in più, perché le gare non arrivavano prima di marzo. L’australiano Tour Down Under, il sudamericano Giro di San Luigi nemmeno esistevano. Nemmeno la Corsa dei 2 Mari è così antica (1966). Venne pensata anche allo scopo di dare un periodo di corse ai nostri campioni, per permettergli di avere una bella condizione senza dover andare a fare la Parigi-Nizza.
Anche il raccontare il ciclista durante l’inverno era cosa diversa. Oggi, per accettata comodità di tutti, squadre e stampa, la squadra Tal dei Tali fa sapere che il ritiro si terrà dal giorno tot al giorno tot, nella località Vattelapesca. Vengono organizzati un paio di giorni da ”aprire” alla stampa, in cui i ciclisti sanno che saranno a disposizione più che gli altri giorni. Così i giornalisti inviati si ritrovano a dover intervistare tre o quattro ciclisti nell’arco di poche ore. A casa dell’atleta si va meno, anche perché appena finita la stagione i ciclisti stessi spesso partono dopo pochi giorni e vanno a farsi due o tre settimane di vacanza, andando a cercarsi il mare che solitamente devono saltare in estate. A meno che non abbiano figli che vanno a scuola, dove chiaramente tutto cambia. Un tempo capitava spesso che i ciclisti preferivano restare in casa, perché con le corse giravano l’Europa per 9 mesi e ne avevano – comprensibilmente, a pensarci – piene le scatole di andare a zonzo anche quando non correvano. Ma anche perché lo stipendio di una bella stagione serviva per comprare casa, altro che la macchina da 2.500 o passa di cilindrata! Sono cambiate anche le riviste del ciclista della domenica, con quest’ultimo razza ormai in estinzione. Cambiate non in tutto ma certo in tanto: nei servizi, oggi guardati molto alla competizione e alla preparazione ad essa (se si dovesse seguire alla lettera le tabelle di allenamento proposte, una persona non potrebbe nemmeno avere un lavoro), nel modo di impostare le pagine di pubblicità lavorando psicologicamente con frasi e slogan verso un prodotto che parlano di vittorie, di limiti da superare, per far credere al ciclista della domenica che può fare le stesse cose del campione, quindi prodotti alimentari usati dal professionista (nella foto 1 no di certo!), biciclette, vestiario, strumenti, allenamenti il più possibile uguali al professionista. Emulazione (e una barca di soldi). Fin dalle copertine delle riviste. La copertina, quella che vediamo sulla scansia dell’edicola, è la prima presa di contatto con il lettore. Avete in casa vecchie riviste della prima metà degli anni ’90? Troverete molto più sovente immagini di ciclisti sorridenti, decisamente rilassati nel loro proporsi in bicicletta (e magari con un fisico non perfettamente ciclistico…), mentre con il passare degli anni siamo passati a foto scattate in momenti di una certa intensità agonistica durante le corse stesse. Visi più seri, contratti, rappresentanti un essere umano molto preso dalla concentrazione, dalla tensione, dalla fatica del momento. “But the times, they are a changin…” cantava un tizio che ogni tanto strimpella ancora…

mercoledì 19 dicembre 2012

Il ciclismo (femminile) davanti al caminetto (8^ p.)

IL DIMENTICATO MONDO CICLISTICO FEMMINILE TORNA SUI PEDALI. SEMBREREBBE INFATTI CHE LA FATICA NON LA FACCIANO SOLAMENTE I CAMPIONI COME CONTADOR, EVANS, NIBALI, WIGGINS, IO STESSO, ECC,…
Indiscrezioni clamorose raccontano cose inimmaginabili, che sfiorano la leggenda. A quanto sembra anche le cicliste si allenano e fanno fatica. Se confermate, queste notizie lasciano senza parole. Cosa diranno gli appassionati che prendono il giorno di ferie tre o quattro mesi prima del Giro o del Tour, per seguire le corse maschili, ma che se ne fregano bellamente delle ragazze quando il Giro-Donne transita a trenta chilometri da casa? L’altra metà del sellino nostrano torna a faticare con lo stimolo, questo in generale, dei Mondiali toscani in agenda. L’Italia non avrà una maglia iridata in gruppo e questa è già una notizia. L’ex iridata Giorgia Bronzini ha cambiato divisa, vestendo i colori “anglosassoni” (perché registrata in Gran Bretagna) della Dtcp Honda. Stupisce un po’ che dopo una sola stagione si sia interrotto il matrimonio veneto con la Diadora-Zara, viste le premesse espresse alla presentazione della squadra (ero presente) in quel d’inizio marzo 2011, nella costosissima sede dell’Ente Provincia di Treviso. La Bronzini avrà tra le compagne di squadra anche le forti pistard britanniche Trott, King e Rowsell, componenti del trio campione mondiale ed olimpico sull’anello veloce. Un “treno” ciclistico per le volate potenzialmente devastante, e questo non è da escludere sia stato un buon motivo per valutare seriamente la proposta, poi accettata, del cambio di casacca. In più il “fattore Wiggins”, visto che la fondazione del campione britannico supporterà l’organizzazione di questa formazione ciclistica.
In un periodo di crisi economica generale, il mondo ciclistico femminile sente ancor di più questo guaio. Quindi le differenze tra i vari portafogli stanno allargando uno spazio ancora più ampio rispetto al passato, guardando alle potenzialità delle varie formazioni. Tra le nostre poche società che possono spendere la MCipollini è andata ancora rinforzandosi, ma vedremo se le sue atlete di punta Monia Baccaille e Tatiana Guderzo riusciranno ad approfittare di questo. Monia Baccaille non può fregiarsi del titolo di miglior velocista italiana, visto che è arrivata negli anni della Bronzini (a sua volta “soffocata” dalla tedesca Teutemberg), ma resta una delle ruote veloci migliori. Più di così, come si suole dire, non può andare. Anche a lei servirebbe un trenino ciclistico da poterla lanciare per sfruttarne le doti da 53x11. Medesimo discorso sui limiti di prestazione potrebbe essere fatto per l’entità ciclistica che un giorno l’Olimpo decise di dare allo sport; Tatiana Guderzo registra un’ultima stagione che le ha portato un serio infortunio ai Mondiali, che almeno è arrivato a stagione quasi finita, un titolo italiano a cronometro, ed un modesto 9° posto finale al Giro scorso. Poca roba, tenendo conto del valore dell’atleta. Nel 2011 è stata la Luperini (largo ai giovani!) la miglior italiana in classifica, cosa a cui era invece ormai abituata la veneta. Certo è che la MCipollini deve ormai iniziare a giocarsi le corse ad alto livello, visto che la qualità d’organico non le fa difetto, e si è ulteriormente rinforzata con Antoshina e Scandolara in primis. Parlando di formazioni, ha cambiato tanto patron Fanini, sostituendo almeno trequarti del vecchio organico della sua Michela Fanini, con inserimento di diverse giovani ragazze. Tra loro la fonzasina Lara Vieceli (foto 3), alla seconda stagione da elite, a cui chiaramente si mandano gli auguri non solo per queste feste. L’impressione, totalmente personale, è che l’attuale crisi economica sia stata la molla principale di questo abbondante rinnovamento d’organico della società toscana. Atlete giovani permettono contratti più leggeri dal punto di vista economico, e meno complessi dal punto di vista del dare/avere. Situazione che persiste da sempre in ambito femminile,
Altri nomi scritti un po’ di corsa?: possono essere quelli della campionessa d’Italia Giada Borgato (foto 2), che da promettente giovane ciclista è diventata vincente giovane ciclista, in quel di Pergine Valsugana nella Settimana Tricolore (l’ultima con la vecchia formula riguardante una delimitata zona dello stivale, come sede unica per ospitare le corse delle diverse categorie). Adesso i risultati le verranno richiesti con più continuità. E quindi si capirà quanto vale l’atleta anche dal punto di vista della testa. Fino a che la Bronzini vestiva la maglia della squadra veneta le attenzioni giravano tutte intorno alla piacentina. Ora la musica sarà ben diversa. Atleta che pareva sulla strada giusta era Elena Berlato, che ha passato un 2011 da mettere da parte causa rogne fisiche che ne hanno minato la stagione. Ma tenendo conto del suo progresso al Giro nelle stagioni dal 2009 al 2011, l’ultima stagione era quella in cui ci si aspettava i primi tentativi per centrare qualche corsa e non animarla solamente. Si riparte con l’idea di vederla protagonista anche nei finali di corsa. Cosa che era in previsione per la Scandolara dopo il suo bel 2011, ma facile che l’ultimo anno della veneta sia stato più difficile proprio perchè quando ti metti in mostra e fai capire di avere i “numeri”, il gruppo non ti lascia più la libertà precedente. Ora che la sua nuova formazione è di primo livello, avrà possibilità migliori di mettersi in luce. Ne sarà capace? Su Noemi Cantele la storia à lunga. Tra una cosa e l’altra è sempre nei pronostici (di Cassani), ma ormai lo è da quattro/cinque anni è nel frattempo l’Italia ha vinto quattro mondiali con altre tre cicliste. A livello internazionale non ha ancora avuto l’acuto vincente, anche se ha vinto due medaglie iridate ed è stata doppia tricolore nel 2011. È l’ultima ciclista italiana ad aver vinto una tappa al Giro (ormai da ricercare con la macchina del tempo!) datata 2009. Due anni fa parlava di voler correre pochi anni ancora. Essendo una delle poche atlete che prima di parlare riflette, mi azzardo a buttare lì che se non vince il Mondiale saluterà il gruppo. Chiudo con una domanda: che calendario di gare elite avremo in Italia per il 2013, ricordando la miseria a cui si è arrivati l’anno passato?

domenica 16 dicembre 2012

Primi colpi di pedale.

Mentre il generale inverno sta dominando, arrivano le prime pedalate per le formazioni ciclistiche in veste 2013. Gambe pesanti, qualche chilo di troppo, entusiasmo per chi cambia maglia e vuole iniziare bene, attenzione doppia per chi ha passato una stagione al di sotto dei risultati sperati, e sa che non potrebbe permettersene un’altra in grigio. Praticamente due identikit che possono portare i nomi di Vincenzo Nibali ed Andy Schleck. L’isolano chiude il ciclo in Liquigas dopo anni di apprendistato conditi nel complesso da bei risultati. I podi nei tre grandi giri, con quello più alto in Spagna, e la Tirreno-Adriatico nell’ultima stagione. Basso come mentore nelle prime stagioni è stato certamente importante per il siciliano, che adesso dovrà far vedere cos’ha imparato con il clan Amadio. Passa dall’ammiraglia di quest’ultimo a quella guidata da Giuseppe Martinelli, da un gruppo di lavoro che gli ha permesso di crescere e sbagliare con calma a Vinokurov, che a pazzia nel pensare certe azioni è secondo a nessuno. Il siciliano si è portato appresso alcuni compagni di Liquigas e, tenendo conto che le presenze di casa nostra erano già sostanziose (sei ciclisti, con Bontempi e Martinelli al volante), l’arrivo di altra Italia renderà più azzurro il celeste-Astana delle divise. Nibali vuole puntare al Giro e parrebbe questo il probabile indirizzo. Tanto che nella testa dello squalo dello stretto si fa avanti l’idea di iniziare la stagione un pelo in ritardo rispetto all’ultima stagione. Vedremo se il sudamericano Giro di San Luigi (verso la fine di gennaio) verrà sacrificato o meno. Da tener da conto anche la assegna iridata di Firenze, che facilmente spingerà atleti italiani a non tirare avanti la carretta fino a settembre senza soste. Probabile che per Nibali gli obiettivi di questa stagione siano la Liegi, il Giro e il Mondiale, dove sa che, a meno di sorprese, un posto da leader ce l’ha. Nelle grandi corse a tappe in cui puntava alla classifica ha fatto quasi sempre bene, tranne un non entusiasmante 7° posto alla Vuelta 2011. Ma il podio francese dell’ultimo Tour è stato garante in positivo. Non è ai livelli di Contador – chi lo è? – ma Andy Schleck, Wiggins, Evans, sono a un colpo di pedale, mentre Froome stesso avrà nella nuova stagione la sua cartina di tornasole. Il sudafricano è andato molto forte, quando non era l’uomo di riferimento. Ma Nibali quest’anno non dovrebbe ritrovarselo davanti, se non forse per la Vuelta. Altra roba il discorso riguardante Andy Schleck. Di fronte alla prima stagione negativa della carriera, raramente protagonista anche in corse di secondo piano, il lussemburghese non può fare un’altro buco nell’acqua. Non per questioni di maglia nazionale, visto che sono talmente pochi i professionisti nella sua Nazione che il pensiero non gli si pone. Piuttosto per una questione di leadership in seno agli sponsor. La libertà avuta nelle ultime due stagioni sulle corse preferite ce l’hanno avuta in pochi. C’è l’ha avuta Evans e un Tour l’ha vinto (in verità anche Andy uno lo ha vinto…), l’ha avuta Gilbert che in due anni ha sfondato alle Ardenne e quest’anno vinto l’iride, l’ha avuta Boonen e ha vinto le classiche sulle pietre storiche, l’ha avuta Wiggins vincendo diverse corse a tappe fin da marzo, ce l’ha “Matador” e spesso son legnate per tutti. Su come si preparerà Andy non si sa, visto che l’atleta non è di carattere particolarmente aperto nelle sue relazioni con il mondo ciclistico. Fatto sta che il lussemburghese ha necessità di risultati, o quantomeno di tornare protagonista. Punterà alle Ardenne, punterà al Tour e, per ora, d’altro niente si sa. Sarà da vedere come anche l’ambiente della squadra vivrà questa stagione, non solo dopo che le delusioni ciclistiche patite la stagione passata – ricordiamo buona parte della campagna del nord, andata in malora con l’infortunio di Cancellara al Fiandre – e le beghe legate al doping che hanno fatto la loro comparsa, prima in estate riguardanti Frank Schleck al Tour e poi con i più recenti strascichi post Armstrong, che hanno coinvolto il gran capo Bruyneel. Mettiamola in questo modo. Difficilmente Andy farà una stagione più disgraziata dell’ultima, quindi aspettiamoci il lussemburghese certamente più forte che non nel recente passato.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (7^ p.)

ESISTE IL VANGELO DEL PERFETTO CICLISTA? CERTO! IL MANUALE DEL PERFETTO “CICLISTA PST”. SE STATE MESSI MALE ALLO STESSO MODO FATE SAPERE, COSI’ IL GRUPPO AUMENTA.
VESTIARIO; sembra incredibile, ma da questo punto di vista il Ciclista PST è una bestia simile alla maggior parte dei corridori. Ci sono alcuni casi preoccupanti – che non riguardano chi scrive, almeno per ora – dove si segnalano due paia di calzini ai piedi nel mese di febbraio. Se lo adotterete anche voi il paio “esterno” dovrà possibilmente essere di lana per dare un senso più “rustico” al potente gesto atletico. LA BICICLETTA; non è che ci siano cose particolari al riguardo. Speranza è che non vi sognate di pulire la catena pregna di sporco con una spazzola metallica (ebbene si, in passato un’ex componente l’ha fatto!). Per il resto credo che il Ciclista PST sia somigliante agli altri bipedi velocipedisti. Comunque, una specialissima (quella di chi stavolta scrive) con un telaio di “vecchio” alluminio, e con forcella di “vecchio” acciaio, è perfetta per ricordare a tutti il ciclismo quasi primitivo, tenendo conto che se oggi non hai anche le camere d’aria in carbonio sei vecchio. Mi raccomando la tripla moltiplica. Darà al contesto un guizzo di pietoso entusiasmo, e se vi viene chiesto perché avete voluto una tripla sulla bici la risposta sarà; “Manuel, il mio signore e padrone, usa la tripla”. Se per i primi tempi preferite usare i pedali “normali” (quelli da scarpe da ginnastica, tanto per capirci) sappiate che chi scrive lo ha fatto per anni e anni, correndo così anche una GF.
LA SALITA; …e qua ti voglio!! L’unica cosa che conta è che vi diate improvviso contegno quando state per incrociare altri ciclisti. Quindi stop a sbandamenti preoccupanti, e largo a dignità, fierezza, ecc... Come quando nelle pedalate ringiovanite di 10 anni nel giro di cinque secondi perché avete intravisto la postazione fotografica che vi immortalerà (foto n. 2 per l’esempio pratico, salendo verso Faller di Sovramonte). Se avete la possibilità di pedalare in compagnia, e altri ciclisti vi stanno raggiungendo nel salire, inizierete ad alta voce un discorso del tipo; “Allora ragioniere, ricorda che sfida nel Giro del 1988 tra l’italiano Pantani e il campione dell’Est Tonkov!” E chi è con voi vi risponderà; “Ma no ingegnere. Quella fu un’epica contesa del 1998, perché nel 1988 fu l’americano Andrew Hampstein a trionfare nella competizione sportiva denominata Giro Ciclistico d’Italia!” ALIMENTAZIONE; niente bevande particolari in borraccia. Acqua e basta, per l’integrazione in sella. Per quella invece una volta scesi di sella (foto 3, durante la prova in linea alle Olimpiadi di Atene), girate il Cristo che non veda e non ponete limite alla fantasia. Dal punto di vista del mangiare evitate almeno una cosa; spalmare Nutella sulle crostatine alla cioccolata per colazione. Chi scrive non si è mai ridotto così, ma abbiamo avuto anche chi ha tentato questa esperienza (e che secondo me ancora, zitto, zitto…).
PEDALARE IN GRUPPO; Gruppo? Quale gruppo, che se siamo in quattro è quasi roba da record? VELOCITA’ DI CROCIERA; qui c’è l’essenza del “Ciclismo PST”. Se arrivate a casa con una media superiore ai 23 chilometri orari, sappiate che probabilmente quando avrete finito la doccia noi saremo in procinto d’arrivare. C’è gente che non mi crede, perché per loro pedalare a medie sotto i 25 vuol dire andare piano. La (bassa) questione velocistica è la cosa che ci contraddistingue dagli altri. C’è gente che anni fa si è stufata presto di pedalare solo per passione. RIFORNIMENTO; le solite crostatine (quelle che Cassani non ne può più di vedere), frutta secca, banane, barrette economiche di riso soffiato, che comprerete al Lidl per pagarle meno della metà di quelle che sono di marca. Questo elenco già rappresenta un buon 80% di quella che sarà la benzina che userete per i vostri potenti bimotori. Se invece avrete organizzato una gita dolomitica, in macchina non potranno mancare vino, caffé, grappa, birra, dolci, panini, formaggio, insaccati, grappe che verranno corrette con il caffè,…. non so, fate voi! Noi una volta abbiamo organizzato anche una grigliata dopo essere saliti e discesi dal Passo Brocon. SOSTE; per la stragrande maggioranza dei ciclisti questa parola è semplice bestemmia. Fermarsi vuol dire perdere il ritmo, quindi facilmente abbassare la media, quindi rovinare l’allenamento, cose inaccettabili Dio mio! Per voi vorrà dire dai 10 ai 20 minuti di respiro, per fare fotografie sceme se uno vuole, e sedersi su di una panchina a sparlar male degli altri ciclisti che intanto passeranno, o degli esperti Rai per il ciclismo. TABELLE DI ALLENAMENTO; tabelle di che?..... al massimo la lista dei vini. Il “Ciclista PST” pedalerà dall’inizio di febbraio a tutto novembre. Praticamente decide il termometro. Raramente supererà i 100 chilometri, solitamente si manterrà in una forbice che andrà dai 40 ai 70 “cappaemme”, che comprenderanno poca pianura e tanto “mangia e bevi” (manco a farlo apposta…). Questo per quanto riguarda le pedalate della domenica mattina. Durante la settimana ognuno farà quel che gli pare. Vuoi pedalare 30 chilometri? 50? 80? Te li fai e stop. Poi spazio all’inverno del ciclista che penso di aver già raccontato nel passato.

sabato 8 dicembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (6^ p)

UNA FOGNA, PER DIRLA TRISTEMENTE SEMPLICE. QUESTO STA DIVENTANDO IL CICLISMO GRANFONDISTICO. SPERANDO DI NON BECCAR DENUNCE DAL BLOG DI CYCLING-PRO (SPERO ALMENO MI AVVISINO PRIMA), “RUBO” LORO QUESTO ARTICOLO.
“La notizia l’abbiamo data un mese fa, ma solo oggi è stata ufficializzata: la Procura Antidoping del Coni ha chiesto due anni di squalifica per Lucia Asero, vincitrice del percorso medio alla Gran Fondo Campagnolo Roma. Dopo la gara la Asero era stata controllata (pare si trattasse di un controllo mirato, ad personam) e trovata positiva all’eritropoietina ricombinante. La notizie vera è però un’altra ed è molto più drammatica. Quello della signora Asero è il decimo caso in dodici mesi di positività a ormoni peptidici (Epo, Darbopoietina, Cera…) di un ciclista non professionista in Italia. Per essere chiari: nessun altro sportivo italiano, a parte questi dieci ciclisti (età 30-55 anni), è stato trovato positivo a queste sostanze nello stesso periodo e nessun ciclista europeo ha fatto la stessa fine. Insomma, veramente una situazione da prima pagina. Difficile trovare parole ma più che investigatori qui servirebbero sociologi e psicologi bravi, anche perché questi casi derivano da un numero limitato di controlli: quanti sono veramente gli amatori che si fanno di queste porcherie? Nessuno dei dopati parla, spiega, racconta. Ma perché lo fanno? Perché Lucia, che ha 42 anni, fa l’architetto e vive in Sicilia, si è fatta di eritropoietina? Sappiamo che la sua passione per il ciclismo amatoriale è relativamente fresca, che prima andava pianino poi di colpo molto forte e che addirittura a un certo punto ha cercato di mettere in piedi un team professionistico femminile dove avrebbe corso lei stessa. A quarant’anni? Ma perché? Poi i dopati tornano. Scontati i due anni di squalifica è tornato a correre l’epo-vincitore della Maratona Dles Dolomites, Michele Maccanti. E magari tornerà anche un altro ex re (?) delle Dolomiti, Giuseppe Sorrenti Mazzocchi, beccato per Epo sei mesi fa. I regolamenti lo permettono. E qui c’è l’errore fondamentale. Quello di farli tornare. Nel suo corposo programma politico pre-elettorale, Renato Di Rocco dedica poche e confuse parole agli amatori. Noi vorremmo solo che vi fosse inclusa una frase: «Chi viene squalificato per oltre due anni (quindi per positività gravi e ingiustificabili) non può ottenere più una tessera di tipo agonistico». Basterebbe questo. Non c’è diritto al lavoro da difendere: sono amatori. Vanno difese la salute pubblica e la dignità di un movimento che sta diventando lo zimbello del mondo.”
Mi piacerebbe sapere l’idea di chi passa da queste parti, che ogni tanto si ferma due minuti e legge. Gente che magari nelle GF ci corre ancora, e quindi “vive” quell’atmosfera dal gruppo. Sapere se tra i granfondisti se ne parla e come viene vissuto questo cancro. Io ho mollato l’ambiente granfondistico anni fa, non ne ho mai avuto impianto, e forse questa è un’altra cosa triste. Il doping nello sport amatoriale (parola ormai sempre più illogica visti i costi per ogni cosa e le vicende d’imbroglio che saltano fuori a numero sempre maggiore) non trova nessun appiglio giustificativo. Se il doping nel professionismo è truffa in ambito sportivo, quello del ciclista “della domenica” è ancor meno sopportabile. Ma fino a che le società che vengono rappresentate da queste persone false non andranno incontro a sanzioni o penalizzazioni (tipo; “Spiacenti, ma la vostra Società il prossimo anno non sarà accettata nella nostra corsa” non cambieranno le cose. E se poi la legge continua a permettere di tornare, tra dieci anni saremo nella stessa situazione. Nel ciclismo amatoriale non esiste l’ultima ruota del carro. Non ci sono contratti da rispettare, prestazioni da fare o da confermare per non perdere un contratto. Tutto il castello di “obblighi prestazionali” nasce nella testa della singola persona. Una cosa che vuoi, cerchi e non puoi scaricare sugli altri. Comunque se avete due righe d’idea e le lasciate, niente di meglio.

giovedì 6 dicembre 2012

Ufficiale; vuole tornare!

Un nome importante. Su questo non c’è dubbio. Se ci sono “under 30” che leggono Ciclismo PST forse questi ultimi non conoscono molto di lui, se non l’averne sentito parlare riguardo al ciclismo di 25 anni fa. Greg Lemond, statunitense, è stato, anzi è tornato ad essere (dopo l’ormai ex EPOca Armstrong), il miglior americano nella storia ciclistica. Negli anni ’80 è stato con Bernard Hinault il più forte ciclista di quel decennio, vincendo 3 Tour de France (1986, 1989, 1990) e 2 titoli del mondo (1983, 1989). Dopo il suo ritiro, datato 1993, è scomparso per molti anni dalla ribalta ciclistica internazionale, se non per sporadiche apparizioni di carattere affaristico, o per qualche breve momento di ritrovo in Francia nelle settimane del Tour. Ha sempre seguito il ciclismo, senza però mai rientrarci a piè pari. Ora però lo statunitense – che sta decisamente sulle scatole a McQuaid, Armstrong e Verbruggen, tanto per fare pochi nomi a caso – si dichiara pronto a tornare in sella. Per che cosa in due parole: presidenza UCI. La candidatura di Lemond sarà certamente ostacolata in ogni modo dai dirigenti attuali. Non solo perché Lemond ha detto in maniera chiara che Verbruggen e McQuaid sono dirigenti che avrebbero dovuto alzare i tacchi e andarsene da tempo. Ma anche perché ci sono altri uomini dell’UCI che proprio adesso vedrebbero sparire una possibilità di candidatura dopo anni di “sissignore, obbedisco!” Tra questi anche la nostra FCI, che ha Di Rocco vice-presidente UCI, e che magari sperava di poter avanzare il nome del nostro presidente federale come candidato alla poltrona più importante. La candidatura di Lemond potrebbe trovare, anzi dovrebbe trovarle senza problemi, molte voci ad appoggiarlo in questa cosa. Quello che però sta dalla parte di McQuaid è il lato politico del discorso che governa il carrozzone. In primis i favori fatti dall’UCI in questi anni, a dirigenti di mezzo mondo che staccando un bel bonifico hanno potuto portare il ciclismo d’elite sotto casa loro. O Nazioni che hanno goduto d’importanti attenzioni mediatiche dal punto di vista sportivo, tra cui anche l’Italia con ben 5 edizioni dei Mondiali negli ultimi 20 anni. L’elezione del nuovo presidente UCI verrà fatta in Italia in occasione dei Mondiali di ciclismo.
Nel 1987 Lemond era iridato in carica. Ricevette una squalifica di sette giorni da parte dell’UCI, per aver “istigato” i ciclisti a ribellarsi al fatto di arrivare in cima a una montagna in una corsa iberica, dove cadevano pioggia e neve in una giornata da cani. Da quella volta non ha mai avuto troppa simpatia per il modo d’intendere il ciclismo da parte dei dirigenti UCI. Vorrebbe combattere il doping mettendo in piedi un’Ente anti-doping che sia esterno all’UCI e che coinvolga anche l’Interpol, in maniera che, quando necessario, i tempi d’intervento e investigazione siano molto più rapidi. Un’altra idea che è convinto sia realizzabile è dotare ogni bici di una “scatola nera”, tipo l’SRM attuale ma più evoluto, che registrerebbe e memorizzerebbe i dati di ogni atleta, per tenere sotto controllo costante le eventuali “anomalie prestazionali”, chiamiamole così. Ma vediamola dal punto di vista del personaggio. È una buona cosa la candidatura di Lemond? Lui viene da un periodo, gli anno ’80, in cui il doping iniziò a trasformarsi, evolversi, migliorarsi, diffondersi. L’EPO non era ancora in gruppo ma non mancava molto al suo farne parte. Si andava imbrogliando ancora con sostanze che derivavano più dalle “vecchie” droghe, che non dai medicinali come si è usato negli ultimi 20 anni. Oggi si parla di scienziati del doping, negli anni ’80 di scienziati ve n’erano ancora pochi. Si poteva usare il termine “stregoni”. Tant’è che in quel periodo l’unico scienziato in tal senso era l’italiano Conconi, il “vate” di quegli anni, e lo sarebbe stato fino a metà anni ’90, quando arrivò il suo “allievo” Ferrari. Quindi Lemond non siamo certi possa rappresentare la colomba bianca. Dall’altro lato sarebbe invece l’occasione per mettere un ex ciclista di alto livello a governare il ciclismo. E forse sarebbe anche ora. Ma perché in questi due decenni sono stati pochi i grandi ex campioni a entrare nel ciclismo? Comunque, visto che l’UCI stessa ormai non gode più di credibilità, avanti eventualmente Lemond e vediamo se cambiando testa si cambiano le cose. Peggio di così è difficile fare.

lunedì 3 dicembre 2012

"Nonno" Ivan e nipotini appresso....

Con l’inizio della stagione ciclistica 2013 entra in gruppo il GS Cannondale, che eredita il pedigree ciclistico dalla Liquigas. La fine di un ciclo, che riparte dalle proprie ceneri, con il ritorno della Cannondale come sponsor di primo piano. Torniamo con i ricordi alla prima metà del decennio scorso, con l’allora Saeco-Cannondale di Gilberto Simoni e Damiano Cunego. Mentre vengono scritte queste righe non si ha certezza di quali saranno i colori che vestiranno i rappresentanti della formazione italo-americana. Con il saluto della Liquigas come main-sponsor (gli inglesi dicono così) si chiude un periodo che dal punto di vista ciclistico ha portato principalmente due nomi alla ribalta. Quello del varesino Ivan Basso con la sua “rinascita” ciclistica dopo due stagioni di squalifica causa doping, e che ha portato la vittoria nel Giro d’Italia del 2010, e quella del siciliano Vincenzo Nibali vincente alla Vuelta dello stesso anno. Ma l’apporto ciclistico della Liquigas in questi anni non si è ristretto a questi due atleti. La realtà ciclistica diretta da Roberto Amadio e Stefano Zanatta in primis, senza voler mettere in secondo piano l’apporto degli altri responsabili, ha portato grandi risultati dal punto di vista della valorizzazione di ciclisti giovani. Certamente il riportare alla vittoria un nome importante come quello di Basso è stato il momento più significativo. Soprattutto perché la stessa Liquigas catturò molte antipatie nel 2008, quando scelse di uscire dall’allora gruppo di formazioni sotto egida Pro-Tour, per poter ingaggiare il ciclista di Cassano Magnano. Una scelta che portò comunque risultati al Giro del centenario con Pellizotti 2°, Basso 4°, e ancora quest’ultimo che arrivò 4° anche alla Vuelta. Dall’altra discussioni per il fatto che la Liquigas correva sempre con due ciclisti di primo piano, senza preordinare un capitano designato. Discussioni che l’anno seguente vennero smorzate da un’annata splendida, grazie alle vittorie di Basso al Giro e di Nibali in Spagna.
Nelle stagioni successive i podi sono stati confermati con Nibali tra Giro (2011) e Tour (quest’anno), e impreziositi dalla vittoria del siciliano nell’ultima edizione della Tirreno-Adriatico. Si scriveva prima di valorizzazione dei giovani. Il lavoro portato avanti dalla Liquigas in questi ultimi tre o quattro anni è stato importante, forse tra i migliori a livello assoluto. Oltre al già pluri-citato Nibali, Roman Kreuziger non va dimenticato. Finché corse con la formazione verde-azzurra vinse un Giro di Svizzera, arrivò sul podio l’anno seguente, vinse un Romandia, quasi lo vinse l’anno dopo, e fece ottimi Tour tenendo conto che portava con se soltanto 24 anni di età. Poi, come Nibali, anche lui divorziò dal gruppo Amadio e andò all’Astana. La figura di Basso era certo ingombrante in senso generale, ma Kreuziger doveva condividere con Nibali la linea giovane dei talenti votati verso il futuro, e questo era certamente d’ostacolo anche se tra i due il rapporto è sempre stato ottimo. Poi arriva un’altro gioiello. Il miglior talento in senso assoluto che attualmente pedala in gruppo. Peter Sagan sboccia in poco tempo e, lasciato crescere senza forzarlo troppo come con Kreuziger e NIbali, sta portando i primi risultati con maniera eclatante. Ancora acerbo per le fasi di corsa più delicate – uno scatto lasciato andare con leggerezza forse lo ha privato della possibilità di giocarsi la volata nella Sanremo 2012 – porta con sé un timore reverenziale quasi inesistente verso chiunque. Dotato di un motore fisico che in giornata sa essere devastante, Sagan corre il Tour de France di quest’anno vincendo la maglia verde e diverse frazioni, e staccando di ruota altri ben più noti e attesi protagonisti. Il suo 2012 si è chiuso con 16 vittorie. Un bottino da ricordare.
Andati con il tempo prima Kreuziger, poi Pellizotti (attualmente tricolore) – per rescissione del contatto causa “incoerenze” sul proprio passaporto biologico – e Nibali, sono arrivati e hanno iniziato a crescere altri nomi che hanno conquistato buona ribalta: Eros Capecchi, Damiano Caruso, Daniel Oss, Tiziano Dall’Antonia, Alessandro Vanotti, Elia Viviani (7 vittorie 2012), Moreno Moser (5 vittorie). Come si vede, molto il lavoro dedicato a ottimi ciclisti Italiani. Gli ultimi due in particolare, con Viviani velocista e “pistard” di rango che cerca ancora di capire se per lui può trovare spazio la parola campione con la “C” maiuscola, e poi ecco il talento di Moreno Moser (nipote di…) che alla prima stagione elite ha vinto il GP Laigueglia e quello di Francoforte, attirando su di sé simpatie, speranze, attese. Di queste ultime anche troppe, come già avevo scritto in un articolo precedente. Con il “nuovo corso”, almeno dal punto di vista della sponsorizzazione principale, la Cannondale riparte avendo Basso come uomo immagine principe e diversi “ragazzini” appresso. E proprio “Nonno Ivan” dovrà mettere del suo per spargere un po’ di mestiere dentro un gruppo che dal punto di vista dell’esperienza pecca ancora. Per quanto Sagan sia forte, Moser promettente, Viviani voglioso di sfondare vincendo su strada una corsa importante, se si vuole puntare alle classifiche delle corse più importanti, grandi giri in primis, l’entusiasmo e il talento non sono sufficienti senza un po’ di testa.

sabato 1 dicembre 2012

Dicembre; l'editoriale.

“In questi giorni d’inizio dicembre i ciclisti della domenica – se esistono ancora – hanno riposto, o si apprestano a farlo, la loro specialissima. Proprio in questo periodo il ciclismo agonistico si appresta invece a risalire in sella. Si torna a riempire la borraccia, magari di tè caldo, oppure ci si gode il sole allenandosi in zone del mondo dove l’estate vive quando da noi dorme. Sta quindi partendo, ancora sottosilenzio, la stagione 2013. Sarà l’anno del 100° Tour de France, un compleanno d’importanza storica, e sarà l’anno dei Mondiali di ciclismo a Firenze. In tal senso sarà l’anno più delicato per Paolo Bettini che, volente o nolente, sa di dover cercare la vittoria nella corsa iridata. Certamente l’Italia è una Nazione che dal punto di vista ciclistico ha quasi sempre quest’obbligo. Ma il CT arriverà alla rassegna toscana con una squadra che negli ultimi anni non ha raccolto nulla, e la pressione sarà molto pesante già per questo motivo. L’impressione è che se non parlassimo di Paolo Bettini, “benedetto” dal vecchio Martini in seno all’FCI, forse si sarebbe già aperto il “toto-CT” della nostra rappresentativa. Bettini ha preso in mano la Nazionale senza nessuna esperienza e almeno un’anno prima di quella che sembrava il suo inizio. Da questo punto di vista la morte di Ballerini ha infatti dato un’accelerata al cambiamento, e l’ex bi-iridato si è ritrovato in ammiraglia quando un cambio generazionale era iniziato, anche per le scelte della Federazione – eticamente giuste, se l’etica ha ancora un valore – sul fronte del doping. Adesso però non ci sarà più la possibilità di presentare una squadra che deve crescere. Se hai dei talenti insieme a dei ciclisti affermati, se hai quasi carta banca dalla tua Federazione – cosa che Bettini ha ricevuto in questi anni – il bersaglio è solamente quello di partire per vincere come mai in questi anni. Non è facile. Per niente. Come non sarà facile mettere insieme le pedine azzurre. Certamente quest’anno (anzi, il prossimo, visto che ancora non siamo nel 2013) saranno più del solito i ciclisti italiani che imposteranno la loro stagione dal Tour in poi, con la “visione azzurra” in quel di Settembre. Da un lato il tuo lavoro è più facile. Hai più gente disposta a lavorare sodo per finire nel tuo taccuino, quindi il tuo possibile “bacino d’utenza ciclistica” avrà più carte da giocare. Però non puoi portarti in Toscana una squadra di venti atleti. Devi scegliere. E qui vedremo se Bettini riuscirà a dare sfoggio di buona diplomazia. Ne servirà tanta. Un conto è dover preparare un Mondiale per la Svizzera, il Lussemburgo, l’Austria, il Portogallo. Altra musica è avere che fare con una “rosa” di potenziali azzurri che a occhio e croce potrebbero sfiorare la ventina di uomini, tra possibili capitani, outsiders e gregari. Nel 2008 i Mondiali varesini diedero all’allora CT Ballerini la possibilità di schierare una squadra costruita quasi esclusivamente da ciclisti che nelle loro squadre erano capitani. Atleti come Basso, Cunego, Bettini, Rebellin, Ballan, che difficilmente accetterebbero di correre insieme in un Gruppo Sportivo. Il fascino della maglia azzurra, unito all’occasione di fare il Mondiale davanti alla propria gente, rese più facile il lavoro allo scomparso Commissario Tecnico italiano. Però c’era anche la cordiale personalità di Ballerini che riusciva a far coabitare fior di prime stelle. Come Martini tanti anni addietro, che in squadra metteva Moreno Argentin, Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci, Gianni Bugno e il Franco Chioccioli dei suoi anni migliori. Tutta gente che nelle rispettive squadre comandava e ne era riferimento. Facilitato dai veti imposti dalla Federazione Italiana (Basso, Scarponi, Pozzato, Pellizotti dovrebbero vedersi automaticamente esclusi), Bettini dovrà comunque lavorare di saggezza. Se per i capitani la sua idea può basarsi su tre o quattro nomi (Nibali, Cunego e Moser?) che man mano verranno sfoltiti, ben altro discorso è quello che riguarda i gregari, con almeno una quindicina di nomi possibili, e con atleti che potrebbero rivestire un ruolo di gregariato di lusso (Visconti, Ulissi, Pozzovivo, Marcato, Cataldo, Oss, Viviani, Gasparotto, Chicchi..) giusto per metter giù una prima bozza di lista. A meno che Bettini non sappia guidare la Nazionale con quello spirito di rispetto dei ruoli che avevano messo in piedi prima Martini, poi Ballerini (a parte Lanfranchi…) e oggi Salvoldi con le donne (non dimentichiamocelo), dove la quantità e la qualità hanno coabitato, facendo le fortune della Federazione a suon di Mondiali e medaglie. Un augurio di buon lavoro Paolo, quest’anno – anzi, il prossimo – ne avrai bisogno.”

mercoledì 28 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (5^ p)

STRADE IN MARMO BIANCO DI CARRARA, OSTRICHE E CHAMPAGNE NELLE SACCHE DEL RIFORNIMENTO, FERRARI F50 COME AMMIRAGLIE. SIAMO AD ABU DABHI? NON SERVE. DI QUESTO PASSO BASTERA’ ANDARE AI MONDIALI TOSCANI A SETTEMBRE.
Il ciclismo sta diventando come il calcio? Oppure lo è già diventato? A vedere quel che capita lungo certe salite, grazie a certi “indemoniati” appassionati (appassionati?) di ciclismo, sembra cosa fatta. Una volta si assisteva a scene esageratamente simpatiche: l’alpino-barbuto-pancia-svolazzante che correva a fianco di Saronni con un bel tricolore appresso, il “diavolo” che forcone in mano saltellava e rincorreva l’uomo in fuga, l’Uomo Ragno che affiancava Indurain. Cose ben diverse da gente a torso nudo o in mutande – facilmente sbronza giusto per essere buoni e non dargli degli idioti di suo – che si sfascia le code vocali urlando cosa non sanno nemmeno loro, e spesso manco a chi le stanno urlando, o bandiere della Lega per far propaganda gratuita al partito. Dei costi raggiunti oggi dalle squadre ciclistiche meglio non parlarne troppo. Ormai si è creata una voragine tra una squadra di 1^ fascia (le UCI ProTeams, facenti parte del World Tour) e una formazione di 2^ fascia (UCI Professional Teams). Mentre la 3^ fascia è quella composta dalle UCI Continental Teams, solitamente i “serbatoi umani” di molte squadre di primo piano. Abbiamo i soldi (tanti) che arrivano da sottoterra grazie al gas della Katusha, abbiamo i soldi (tanti, e Nibali non è fesso) con l’Astana e i suoi politici, abbiamo i soldi (tanti) delle banche Saxobank e fino a ieri Rabobank, quelli provenienti dalle società nazionali di scommesse (FDJ-Bigmat), dalle televisioni (SKY). Ci vogliono soldi e tanti. Le beghe RCS-RAI sono ancora tutte per aria per questioni di soldi. Già tra gli juniores ci sono società che han fatto fusioni per non fondere loro stessi.
Ma i soldi ci vogliono anche per organizzare le corse. Se sono corse importanti – in Italia poi – ne possono venir fuori di tutti i colori. Di tre in particolare: il verde, il bianco e il rosso. Nell’ordine: il verde perché in Italia non c’è una lira manco per la carta nei cessi delle scuole. Il bianco perché c’è da impallidire a vedere le richieste di stanziamenti fatti dall’organizzazione per i Mondiali toscani di settembre prossimo (nella foto; Angelo Zomegnan), e il rosso come i conti che sono presenti nei Comuni che non possono sistemare nemmeno le strade, se non con due badilate di asfalto sistemato alla c***o di cane che dopo due piogge già inizia a sbriciolarsi. Facciamo un esempio semplice, le ultime 4 edizioni dei Mondiali (Mendisio, Geelong, Coopenaghen e Valkenburg) sono costate, messe insieme, dai 40 ai 45 milioni. Per il nostro Mondiale è stata messa sul tavolo una richiesta per 150 (centocinquanta) milioni; 300 e rotti “vecchi” miliardi. Per dare di stomaco in maniera definitiva vi consiglio di “entrare” nel blog di Cycling-pro che trovate nella lista di destra e cerchiate notizie su Toscana 2013. L’impressione è che il ciclismo in generale – a parte le situazioni di “magna-magna” organizzate, come pare in questo caso – stia vicino al collassare causa costi in quasi ogni livello. Dalle granfondo ai dilettanti, dai soldi richiesti per mostrare le corse in tivù, al più semplice comprarsi la bicicletta, o il pezzo soltanto, nel negozio.

venerdì 23 novembre 2012

Il talento giovane e quello sprecato.

“Pompato” da matti dalla stampa italiana, la strada più velocemente idiota per farti passare la voglia prima del tempo, Moreno Moser ha avuto la sfortuna di vincere fin dall’inizio della stagione. Si, sfortuna, perché Laigueglia e Francoforte sono diventate la scusa per rompergli le balle ogni due corse; “Allora Moreno, sarai protagonista? Proverai questo e quest’altro? Sei andato forte l’altro giorno. Ti vedremo alla gara del Salame? E come ti avvicini a questa corsa? E il Trofeo Pasta e Fagioli? Lo corri? Lo vinci?” Una situazione perfetta per fare in modo che uno si faccia passar la voglia nel giro di due o tre anni e poi – facendo bene a farlo – mandi in malora tutto. Il fatto che questo giovane ciclista abbia talento non vuol dire che gli si possono chiedere risultati uno dietro l’altro dalla prima stagione. Ha talento? Perfetto. Se ha talento, quest’ultimo ce l’avrà anche tra tre o quattro anni. Il talento non dura tre giorni. E invece niente. Bisogna convocarlo in Nazionale subito manco avesse 35 anni e fosse all’ultima occasione, si deve impostare la squadra anche per lui perché se Gimondi vinse subito quella corsa lì, se zio Francesco vinse quell’altra, se mio nonno eccetera, al Giro deve farci vedere questo e quest’altro perché è un talento. Aspettiamoci che prossimamente il ragazzo debba pisciare a testa in giù facendo centro in un bicchiere e avanti così. Nientemeno, con adesso Nibali che ha lasciato la Cannondale (ex-Liquigas), lo faranno diventare il pupillo che sotto l’ala protettrice di Basso dovrà raccogliere il testimone di Vincenzo nella formazione italiana (se non diventerà statunitense, visto lo sponsor principale) e allora ecco la sfida che dovrà diventare rivalità, perché sono i giornali quelli che devi fare contenti in primis. Con Nibali andò bene. Il ragazzo non si montò la testa nonostante fosse descritto come il nuovo Gesù Cristo dell’italico ciclismo, pazientò il giusto anche grazie ai suoi dirigenti che non lo strizzarono fin dall’inizio, e i risultati arrivarono senza farsi troppo aspettare. Moser ha il dna giusto per l’ambiente ciclistico (leggi; zio Francesco) e i consigli da casa non gli mancheranno. Speranza è che se resterà due mesi senza vincere non inizino a dare colpa alla Cannondale, visto che dal punto di vista del far crescere bene i talenti giovani stanno lavorando bene da anni
Cambiando aria, in casa Lampre arriva Filippo Pozzato. Squalificato 3 mesi per aver bazzicato attorno al dottor Ferrari (lo sanno anche i semplici appassionati che da 10 anni Ferrari è il medico sportivo più sorvegliato al mondo anche quando va a pisciare, non lo sanno gli atleti?), il veneto ha scoperto cosa sia la solidarietà dei colleghi con, a quanto letto sui quotidiani, diversi di loro che si sono dimenticati il suo numero di telefono. Quello che però avevo scritto un’anno addietro è diventato realtà. L’allora contratto di una sola stagione era programmato per rispondere in maniera positiva ad un’eventuale chiamata da una squadra di prima fascia, senza avere un contratto da far risolvere con spese aggiuntive che avrebbero potuto “blindare” il vicentino. Certamente adesso la Lampre ha l’uomo per i grandi giri (Scarponi), il finisseurs (Cunego), basta che non si parli di lui sennò stai fresco, e appunto Pozzato per le corse “pesanti” del pavè. Intanto, proprio su questo tipo di corse, sono passate diverse stagioni e Pozzato ancora non ha mai centrato il colpo grosso. Ci ha girato intorno al Fiandre (5° nel 2009 e 2° quest’anno) e anche alla Roubaix (2° nel 2009), ma le occasioni non aspettano molto alle fermate sulla stazione chiamata Vittoria. Cosa voglia Pozzato non si sa, se non un’ulteriore guadagno economico, visto che alla Farnese era capitano indiscusso, e a quanto diceva giusto un’anno fa voleva la squadra di Scinto per ripartire, certo di aver incrociato l’ambiente giusto per ritrovare stimoli e motivazioni. Se poi si è invece offeso perché il suo GS è stato zitto sulla vicenda Ferrari, non pretenda che Scinto e dirigenti mettano becco su questioni che non li coinvolgono.

mercoledì 21 novembre 2012

Sondaggio 2012; a voi!

QUATTRO GLI ATLETI PER IL CONDAGGIO DI QUEST’ANNO, SCEGLIETE IL NOME SECONDO VOI PIU’ MERITEVOLE DEL PLAUSO.
TOM BOONEN (Belgio – Omega Pharma); vincitore Gand-Wevelgem, vincitore Giro delle Fiandre, vincitore Parigi-Roubaix, Campione del Belgio.
JOAQUIM RODRIGUEZ (Spagna – GS Katusha); vincitore Freccia Vallone, 2° classificato Giro d’Italia, 3° classificato Giro di Spagna, vincitore Giro di Lombardia.
MARIANNE VOS (Olanda – Rabobank); vincitrice Giro d’Italia, Campionessa Olimpica in linea, Campionessa del Mondo in linea.
BRADLEY WIGGINS (GBR – GS Sky); vincitore Parigi-Nizza, vincitore Giro del Delfinato, vincitore Giro di Romandia, vincitore Tour de France, Campione Olimpico a Cronometro.

domenica 18 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

SALONI DELLE BICI. DA UNA PARTE PADOVA E UN’ORGANIZZAZIONE CHE LAVORA BENE SENZA PROPORRE COSE RIVOLUZIONARIE. DALL’ALTRA VERONA, CON UN’ORGANIZZAZIONE CHE FORSE SPERAVA DI POTER VIVERE DI RENDITA, FACENDO (ANCORA) MALE I SUOI CONTI.
Il salone della bicicletta di Padova non propone chissà quali novità al visitatore. Eppure è riuscito a diventare il riferimento per il mercato italiano, mentre la vecchia gestione del salone ciclistico di Milano che forse pensava bastasse ricordare i bei tempi (andati), ha perso pezzi, credibilità, sponsor e aziende espositrici. Come un calo delle vendite ha iniziato a farsi vedere con una certa continuità (e cosa pretendono con biciclette da corsa che ormai costano almeno due stipendi?) sono iniziati i disaccordi. Ormai il vecchio salone del ciclo milanese è un bel ricordo, prima ammaccato pesantemente da quello tedesco della quasi impronunciabile Friedichshafen, e poi messo a terra forse più da se stesso che non da quello padovano. Da tre anni l’organizzazione, ex Milano ora Verona, parla di edizioni del rilancio. Da tre anni le magagne non mancano. Due anni addietro visitatori che andavano a protestare alle casse, quando si rendevano conto di aver pagato un biglietto per un salone che sul discorso ciclistico dava ben poco all’appassionato, visto il gemellaggio con il salone delle motociclette. L’anno scorso un’edizione per il tentativo di un nuovo rilancio, ma che è stata raccontata e descritta in maniera anche troppo generosa. Quest’anno il colpo di genio finale, proponendosi una settimana prima dell’evento padovano. Della serie; “Facciamoci del male, così almeno non piango da solo”, con la sacrosanta rottura di scatole di Padova quando venne a conoscenza dell’allora bella pensata. Intanto la parte “motoristica” del salone non piange troppo del possibile divorzio che, per ora, vede ancora uniti costruttori di bici e moto nell’Associazione Nazionale Costruttori Motocicli e Accessori (di qui la famosa sigla ANCMA).
Sull’altro fronte Padova è cresciuta sempre mezzo passo alla volta. Non ha proposto cose rivoluzionarie, non ha mai promesso senza la consapevolezza di poter mantenere, ha lavorato su quello che può interessare e divertire le famiglie, vedi i percorsi ciclistici per i ragazzini, la possibilità di bersi una birra e mangiare un panino seduti su tavolate sparse. Una scelta che offriva un’immagine stile “sagra paesana” più che salone della bici (cosa che infatti aveva fatto ridacchiare qualcuno che ora piange) ma che alle famiglie piace e non poco! E questo vuol dire che papà ciclista non va solo con i due amici appassionati, ma porta con sé moglie e figli. E se questo lo fanno anche gli altri papà ciclisti, invece che tre biglietti alla cassa ne vendo anche il doppio. Padova ha poi semplicemente usato bene le sue possibilità logistiche: scendere alla stazione e sapere che in 15 minuti a piedi sei arrivato è cosa semplice e gradita per tutti, senza dover prendere ancora autobus o metropolitane. Sul discorso ciclistico due righe veloci: si è tornati a buttare l’occhio alle biciclette per le città, che solamente grazie alla benzina così cara ora tornano timidamente di moda. Non è un cambio di mentalità ma una conseguenza fatta dalla necessità del portafoglio, che è cosa ben diversa. Avessimo la benzina ad un’euro al litro, penso torneremmo ad usare la macchina anche per spostarci di un metro e mezzo.

lunedì 12 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

GONFIATE LE RUOTE? IL CASCO DA FASTIDIO? TIRATE UNA TESTATA SUL MURO. SENTIRETE COSA SIA IL FASTIDIO! CHIAVI DI CASA E TELEFONO SONO IN TASCA? POTETE INIZIARE A FARE I CICLISTI E CHE LO SPIRITO DI SGARBOZZA SIA CON VOI. Ed eccovi al momento senza appello. Quello in cui capirete se i soldi fin’ora spesi saranno valsi le silenziose bestemmie scaricate dentro di voi quando lo scontrino è stato battuto. So già che dentro l’animo sentite affiorare lo spirito dei grandi Campioni del pedale e vi sentite tali. Scorrono davanti a voi leggendarie figure sportive che portano i nomi di Davide Cassani, Vladimiro Panizza, Gigi Sgarbozza, Mario Beccia. Nomi da far tremare le gambe, altro che farle girare! ULTIMI CONTROLLI. Prima di buttarvi come dei pazzi scatenati per la strada (do per scontato che avete sistemato l’altezza del manubrio e la posizione della sella) dovete provare che le “tacchette” di aggancio ai pedali siano sistemate perfettamente. Fate dieci minuti di ciclismo avanti e indietro sotto casa, per provare ed eventualmente cambiarne la posizione che terrà incollati i vostri piedi alla bici. Fate delle prove di aggancio e sgancio con entrambi i pedali, per evitare schianti a terra lesivi; A) per il vostro morale, B) per la vostra bicicletta. Provate i freni. Resterete stupiti della loro efficacia e dovrete abituarvi. Prima si agisce con il freno posteriore. Soltanto un’istante dopo tirate anche l’anteriore, che rallenterà di più il mezzo. IN SELLA LAVATIVI! Per abituarvi ad usare il cambio bastano cinque minuti. La raccomandazione è una sola; non cambiate mai sotto sforzo!! Nel momento in cui farete spostare la catena, la pedalata dovrà essere alleggerita. Bastano pochi istanti per salvaguardare il cambio che, tanto per ricordarvelo, è uno dei componenti più costosi di tutta la bici. Non preoccupatevi se non sapete che marcia usare. Intanto imparate a usare bene il cambio! Per imparare ad usare bene i rapporti avrete tempo.
PRIME FATICHE, MAGARI NON DA SOLI. Se pedalate con altre persone, non sarebbe male avere qualcuno da cui poter “copiare” qualcosa, e siccome è la vostra prima pedalata usate pazienza e buonsenso. Pazienza di non chiedere alle vostre gambe miracoli, e il buonsenso di avvertire i compagni di gruppo che siete un novizio (o novizia). Se saranno persone di coscienza, prima ancora che ciclisti di coscienza, ne terranno conto evitando di fare tanto i fighetti e avvertendovi con maggior preavviso di eventuali segnalazioni che tra loro sono abituati a scambiarsi solitamente in un battito di ciglia. Nell’arco di quattro o cinque allenamenti inizierete ad assimilare le cose più velocemente. Capirete che se in pianura dovete stare a circa 50 centimetri dalla ruota di chi vi sta davanti (col tempo saprete avvicinarvi anche di più, ma intanto iniziate così), in discesa dovrete tenere diversi metri di distanza da chi vi precede, per evitare che se un ciclista cade davanti a voi non me lo centriate in pieno. Vi sconsiglio di fare le vostre prime uscite con ciclisti che si stanno allenando da mesi perché in vista di imminenti competizioni che li attendono. Verreste abbandonati fin dai primi chilometri al vostro destino. Tenete in mente una cosa. Il primo giro in bicicletta, anche se limitato a soltanto una ventina di chilometri, darà il battesimo ciclistico al vostro fondoschiena. Sappiate che se tornerete ad inforcare la bicicletta pochi giorni dopo (diciamo fino a 3 o 4 giorni) i primi 5 minuti vi faranno vedere le stelle anche se saranno le 10 di mattina. Ma poi passa…
CHE CICLISMO? Bella domanda. Qui non c’è sito internet, rivista, Ciclismo PST o chiacchiera di ciclista che possa parlare per voi. Solo voi potete/dovete scegliere che tipo di ciclisti volete essere. Volete diventare ciclisti ammazza-madre per vincere il salame della sagra paesana? Troverete un’abbondante compagnia. Oppure il salame preferite mangiarvelo con calma e godervi ogni morso? Inscrivetevi all’AC PST e siete benvenuti. Se invece non volete iscrivervi va bene lo stesso, basta che usiate il casco e poi ci berremo un bicchier di vino alla prima occasione giù di sella. Ho messo giù consigli che, in linea di massima, vi saranno utili. Ma state tranquilli che tante cose mancano all’appello e non sono poche; sulla bici, sul come pedalare, sul vestiario, sull’alimentazione, ecc... è quel qualcosa in più che dovete metterci voi. Non sto a inculcarvi la teoria che il ciclismo è lo sport più bello del mondo, perché non ho mai sopportato una frase del genere e chi lo ripete di continuo. Anche una partita a scala 40 può essere la cosa più bella del mondo se vissuta con passione. Non fatevi dire dagli altri se una cosa è bella e quanto lo sia. Decidetelo voi. FINE.

giovedì 8 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

STATE PENSANDO DI DIVENTAR CICLISTI, MA NON AVETE IDEA SU COSA VI SERVA? QUESTO E’ IL PERIODO BUONO PER PROVARE A BUTTAR GIU’ QUALCHE IDEA. INIZIAMO DA BICI E VESTIARIO.
La prima bicicletta, solitamente, arriva quando si è ragazzini. Non vi dico la mia cos’era! Ma la prima bici da corsa può arrivare a trenta, quaranta o anche cinquant’anni. Così ragazzini si torna ad esserlo. Vediamo se è possibile stilare una serie di consigli, che possono tornar buoni a chi vuole cimentarsi per la prima volta nel ciclismo. Queste considerazioni verranno fatte guardando al famoso ciclista “della domenica”, e per niente milionario. Se poi, con il tempo, cercherete lo sport vissuto in modo prettamente agonistico buona fortuna. BICI NUOVA? BICI USATA? Non è possibile dare una risposta soddisfacente. Questo per la varietà quasi infinita di occasioni – tra nuovo e usato – date dal mercato, e perché nessuno meglio di voi sa quanto potete spendere. Certamente, se potete spendere senza patemi, W l’Italia! Il punto di partenza più facile dovrebbe essere chiedervi quanto intendete usare la bicicletta. Siete padroni di spendere anche 5.000 euro per una bicicletta con cui pedalerete 500 chilometri all’anno. Chi vi dice niente? Ma con un po’ di pazienza potete trovare un buon usato che per diversi anni vi può permettere di fare migliaia di chilometri ogni anno, senza dover rinunciare a due o anche tre stipendi. Lo svantaggio principale è che una bicicletta nuova sarà fatta a misura vostra. Quella usata dovrete trovarla perfetta (può capitare, anche se già più difficile), oppure trovare una misura molto vicina alla vostra ideale, e poi “adattarla” cambiando cose come il manubrio nella sua larghezza, la lunghezza della “pipa” del manubrio stesso, forse la lunghezza delle pedivelle e spostare avanti o indietro la sella finché non sarete comodi. Posso dirvi che se non avete intenzione di fare chissà quanti chilometri, e volete vivere il ciclismo senza praticarlo in modo troppo esasperato, ho amici che da anni usano delle biciclette usate – e pagate molto meno di quando nuove – e che funzionano molto bene. Se non avete nessuna persona che possa consigliarvi, e voi nessuna esperienza, la cosa più semplice è andare dal meccanico scelto e dire chiaro che non potete spendere oltre “tot” euro. Non comprate mai, nuovo oppure usato, dalla sera alla mattina. SULLA BICI CHE COSA CI VUOLE? Se un negoziante è anche un buon venditore – e non è automatico – almeno un borsellino con una camera d’aria e quel che serve per ripararvi una foratura ve li regalerà. Rischiando di svenire, magari anche una borraccia. La mini-pompa per gonfiare le ruote dovrete invece comprarvela, ma fate attenzione che per gonfiare bene le vostre ruote allora ci vuole la cara vecchia pompa “su e giù”, quella che usiamo a casa e teniamo ferma con i nostri due piedoni sulla base. Due borracce ci vogliono, a meno che non abbiate la pazienza di fermavi quasi a ogni fontana nel periodo estivo (se fontane ne avete…).
PER ME CICLISTA? OCCHIO AL “FUORI STAGIONE”! chiedete al negoziante se comprando la bici può venirvi incontro per l’acquisto di un casco. Usatelo. Anche d’inverno. Non fate le piaghe! Basta allungare il cinturino nella regolazione di un centimetro e potrete indossarlo anche con un berrettino in testa. Senza fastidi. Il contachilometri può arrivare in un secondo tempo. Piuttosto, acquistate degli occhiali da ciclista. Un insetto anche molto piccolo dentro l’occhio farà un male cane se vi “centra” perfettamente. Su le antenne!; io ho comprato le mie ultime due paia presso un supermercato ben fornito. Non sono “marcati” ma vanno da Dio e costano la metà. A voi la scelta. Per l’abbigliamento vi consiglio di prepararvi a dover spendere non poco, e per questo vi raccomando di avere cura dei capi di vestiario. Un consiglio che mi sento di dare è quello di andare nei negozi specializzati più grandi nel “fuori stagione” di vendita e chiedere se vengono fatti sconti se qualcuno acquista a ottobre/novembre una maglietta estiva o cose per la bella stagione. Le scarpe, solitamente molto costose, vi possono durare diversi anni a meno che non le usiate per giocare a pallone con mattoni di porfido tipo Roubaix, o abbiate comprato delle mezze porcherie! Ma visto che non sono un capo di abbigliamento stagionale difficile trovare sconti, se non quelli decisi dal negozio in linea generale per un proprio periodo promozionale. Alcuni negozi, di solito quelli più grandi, esibiscono proprio la scritta “occasioni” per vendere a marzo l’abbigliamento invernale, e a ottobre quello estivo. In alcuni casi potete andare dal 15 al 20% di sconto. Io stesso ho comprato a fine aprile giacche da mese di febbraio/marzo, oppure calzini, guanti e pantaloncini estivi a fine ottobre. Ho risparmiato non poco. Comprate una mantellina per la pioggia, e credetemi che anche al mercato ne trovate di ottime pagandole metà. Un berrettino da ciclista chiedetelo al momento in cui comprate la bicicletta. Avvertimento per i calzini; anche se “di marca” non abbiate paura di comprarli almeno un numero (meglio due) più grandi. Credetemi! Anche se di qualità, dopo 4 o 5 lavaggi un “numero” sarà già andato. ALTRE COSUCCE… Altre cose verranno pian piano. Attrezzi per sistemare la bici, lubrificante (per l’amor di Dio, non andatemi dal meccanico per far oliare la catena!). Una cosa utile sono i manicotti – quei “pezzi” di manica, solitamente neri – che si rivelano utili. Essendo buoni a ogni stagione è però difficile poterli trovare venduti scontati in certi periodi dell’anno. I miei ce li ho da una dozzina di anni. L’elastico sta andando in malora. Me lo farò cambiare da una sarta, spenderò 6 o 7 euro e starò a posto per altri, diversi, anni. Oppure li ricompro e spendo 3 volte tanto? Su, andiamo! Le strisce “para-orecchie” in pile sono benedette nel periodo freddo. Sulle bancarelle del mercato ne potete trovare di perfette a metà prezzo rispetto a quelle “marcate” dei negozi specializzati. In linea di massima queste sono le cose necessarie per iniziare a far ciclismo. Poi, per dirla semplice, tutto dipende dal portafoglio che avete. Nel giro di due/tre anni vedrete che avrete tutto quel che serve per affrontare ogni stagione dell’anno. Nel prossimo appuntamento, due righe sulle prime pedalate. CONTINUA…..

sabato 3 novembre 2012

Il ciclismo davanti al caminetto (parte 1)

IL CICLISMO D’INVERNO. QUELLO DAVANTI AL CAMINO, QUELLO DELLE RIFLESSIONI, DEI PENSIERI A BORRACCE VUOTE. INCONTRIAMO ILARIA PRANZINI, SENZA ESAGERARE “THE OFFICIAL ITALIAN BLOGGER” RIGUARDANTE UN CERTO ANDY SCHLECK.
Il ciclismo davanti al caminetto è più quello del ciclismo pane e salame che non quello delle classifiche. Andiamo ad iniziare oggi questa serie di articoli che solitamente prendono spazio nel periodo autunno/inverno. Conoscendo Ilaria da alcuni anni non ho avuto difficoltà a mettere in piedi questa intervista in cui non si parla di Andy Schleck, ma di chi appunto racconta un’atleta. Ilaria segue la carriera di Andy da diverso tempo. Abita a Firenze (lei, non Andy), laureata, insegna filosofia, parla diverse lingue, fa la mamma, e per ora basta così. Il resto ce lo facciamo raccontare. Le foto di questo articolo (tranne la prima) sono state "rubate" dal profilo Facebook di Ilaria. Cara Ilaria, potrei prendere un vecchio numero di “Ciclismo” (rivista per cui in qualche occasione scrivi) e trovare spunto da lì. Ma mi piace far finta di niente e trattarti da emerita sconosciuta. Da alcuni anni nel tuo sito segui con puntualità la carriera di Andy Schleck. Perché proprio lui? Cos’è che ha fatto scoccare la scintilla ciclistica? “Meglio così visto il titolo del famigerato articolo – non scelto da me e tantomeno concordato. Che devo dire? Sembrerà strano ma nel 2007 non mi ero accorta di Andy, che a 21 anni era arrivato secondo al Giro vincendo la Maglia Bianca. L'ho notato al Tour 2008, in particolare nelle tappe alpine: aveva una potenza in salita e una compostezza non comuni.” Andy è uno dei “big” del movimento internazionale. Difficile stargli dietro dal punto di vista delle notizie o delle curiosità che lo riguardano? “Sì, molto e per due motivi opposti: da un lato Andy è una star, dall'altro è un ragazzo molto timido. Nel 2008 io sono andata tranquillamente a suonare alla porta dei suoi genitori in Lussemburgo e ho conosciuto praticamente tutta la sua famiglia, ma quando Andy è diventato famoso – dopo la vittoria nella Liegi nel 2009 e poi come sfidante di Contador al Tour de France – ha subito un vero e propro assalto da parte di media e fan, cui ha reagito male, chiudendosi in se stesso. La cosa è peggiorata dopo la 'cacciata' dalla Vuelta nel 2010 e adesso avere a che fare con Andy non è per niente facile: rilascia pochissime interviste e le notizie 'personali' passano solo per via confidenziale. Abbiamo molti amici in comune, il che significa che io vengo a sapere molte cose... ma mi guardo bene dal pubblicarle sul mio blog! Per Andy la sfera privata è sacra e MOLTO ampia. Per fare un esempio: alla presentazione della Leopard, in Lussemburgo nel 2011, gli ho detto “Allora sei andato ad abitare da solo finalmente!” e lui: “Questo è privato”. Ma lo sapevano già tutti! Io non l'ho scritto fino a quando non è stato ufficializzato in un'intervista su Le Quotidien.” Solitamente, quando ti capita di poterlo incontrare direttamente? "Nel 2010 ci siamo visti praticamente una volta al mese! Alle corse, alle conferenze stampa, durante i ritiri e altre iniziative della squadra. Due volte ho 'rischiato' di incontrarlo in Lussemburgo: la prima, sotto Natale 2009, avevamo un appuntamento, ma lui era a caccia ha fatto tardi, la seconda... abbiamo litigato di brutto. Ma alla fine è servito a rinsaldare il nostro rapporto. Quest'anno è stato un vero disastro: dopo il ritiro a Calpe pensavo di vederlo alla Parigi-Nizza, a Liegi e poi al Tour de France, ma... sappiamo come sono andate le cose. Però ci siamo sentiti per sms.”
Essendo un ciclista molto famoso a livello internazionale, i suoi sostenitori saranno ben distribuiti. Hai contatti con suoi fans di altre Nazioni? “Faccio parte del Fan Club Frank e Andy Schleck, con sede nel Lussemburgo ma iscritti in tutto il mondo. Ce ne sono molti in Francia e anche negli USA. In Italia c'erano nel 2007/2008 ma la cattiva stampa e il rifiuto di tornare al Giro li hanno decimati. Molti fan seguono il mio blog e molti mi chiedono l'amicizia si facebook. All'inizio ero contenta e curiosa, ma mi sono stufata presto: per lo più si tratta di ragazzine! Poi ci sono gli appassionati di ciclismo, quelli che lasciano commenti seri, alcuni 'interni' alla squadra o al mondo del ciclismo. Gli Schleck in Lussemburgo sono stati e in parte sono ancora eroi nazionali. Nel 2010 al Gala Tour de France c'erano 30.000 persone in un paese che ha circa 300.000 abitanti! Attualmente però la loro popolarità è in calo e molti fan si sono trasformati in 'haters', detrattori, che si divertono a prenderli in giro nei forum e su twitter. Io non mi sono mai definita né sentita una 'fan', è un approccio allo sport che proprio non mi appartiene. Mi piace il ciclismo, anche nei suoi aspetti tecnici, mi piace andare in bici – quando ci riesco! - e mi piace Andy Schleck, come ciclista e come persona. Proprio perché lo conosco sono ben lontana dall'idolatrarlo il che probabilmente mi impedisce di passare dall'esaltazione alla diffamazione.” Qual è stata la trasferta più lunga che hai fatto per seguirlo? ”Probabilmente quando sono andata nei Pirenei in treno per poi aggregarmi al pullman del Fan Club per seguire l'ultima settimana del Tour. Era il 2010 e io ero convinta che Andy avrebbe vinto. La maglia l'ha indossata quest'inverno dopo la squalifica di Contador e la riassegnazione: era contento ma non soddisfatto. Se ha combinato qualche sciocchezza alla Vuelta è stato proprio per l'immensa delusione di quel Tour: io ero a Parigi e me lo ricordo bene. Ma di trasferte lunghe ne ho fatte tante: arrivare a Calpe l'inverno scorso è stata un'impresa e una volta mi sono fatta 10 ore di treno per andare alle classiche delle Ardenne nonostante il vulcano islandese.” E quella che ti sei pentita di aver fatto, per contrattempi o difficoltà particolari? “Ahahah! Nel 2009, Tirreno-Adriatico, sono andata in treno dopo il lavoro fino a Carrara, ma il treno era in ritardo, la strada per l'arrivo già chiusa e così mi sono dovuta accontentare di vederlo passare a una rotonda sull'Aurelia! E' stato frustrante però non mi sono pentita, lo rifarei anche sapendo che andrà di nuovo così. Magari mi porterei una macchina fotografica decente in grado di dare un senso alla cosa...” Tra quel che scrivi su Facebook, su Twitter ed ovviamente nel tuo sito “Allez Andy”, ne avrai conosciuta di gente che pedala, lavora, dirige nell’ambiente ciclistico di alto livello. Due o tre nomi di persone che sono più simpatiche di altre? “Be' ovviamente Mauel Moz! Ihih. Va be', seriamente: per il reparto commentatori, fra gli italiani Laura Grazioli di CicloWeb, il mio punto di riferimento per la pista e ottima amica, poi Stefano Bertolotti, compagno di ogni partenza e arrivo vissuti sul posto, fra gli stranieri senz'altro l'americano Daniel Benson di Cycling News – la bibbia dell'informazione ciclistica! - poi l'olandese Renaat Schotte di Sporza e l'inglese Anthony McCrossan: ottimi giornalisti ma anche persone squisite. Fra i fotografi il mio preferito in assoluto è il lussemburghese Georges Noesen: quando Andy parlava in conferenza stampa dopo l'incidente al Delfinato gli ho chiesto se andava e di mandarmi una foto, perché lui sa cogliere l'anima e io volevo capire come stavano veramente le cose. Fra i dirigenti di federazione l'unico che conosco bene è il Segretario di quella lussemburghese, Ed Buchette: averne anche in Italia di dirigenti così! Ne ho detti proprio pochi, me ne vengono in mente tanti altri. Fra i ds... sarò contro corrente ma a me Bruyneel piace, come persona, al di là del bene e del male. Poi non posso non nominare il grande Danny In T Van: autista storico prima della Saxo Bank e poi della Leopard- RSNT. Corridori? Ce ne sono troppi! Ci vorrebbe una domanda a parte.” Solitamente scrivi in inglese. Penso io; da noi Andy non è seguito. Oppure è una tua scelta precisa visto che parliamo di un ciclista estero? "Ho cominciato in italiano ma non mi seguiva nessuno. Non è un fatto ciclistico ma un fatto di cultura informatica: il mio blog si è inserito in un filone preesistente in lingua inglese, quello dei blog ciclistici femminili. Negli anni però Allez Andy! è cambiato, è diventato più 'serio' e forse meno 'femminile'. Sono cambiati anche i lettori, che però sono sempre tanti e da tutto il mondo. Scrivere in inglese ha il vantaggio di metterti in contatto con tutti. Nonostante i cambiamenti, sono rimasta fedele all'ispirazione originaria: scrivo di ciclismo ma anche di me e cerco di dare importanza al raccontare, allo scrivere bene. In inglese non è esattamente un compito facile, ma insomma... dicono che sono migliorata! Il famigerato articolo di “Ciclismo” mi presenta addirittura come insegnante di inglese! Falso: insegno – ogni tanto – filosofia...”
Mai avuti “reclami” dai diretti interessati, anche se in modo bonario, su articoli che avevi fatto su Andy o altri ragazzi del Team Radioshack? Se si, quando? “Assolutamente no. Chi mi legge sa che a volte ci sono andata giù dura ma nessuno ha mai protestato. Nel 2010, come accenato sopra, io e Andy abbiamo litigato di brutto e io ho pubblicato un articolo che ha fatto arrabbiare molti. Non lui. E notare che proprio quell'inverno Andy ha chiesto e ottenuto la chiusura di un sito – www.andyschleck.com – che era stato scambiato dalla stampa per suo sito ufficiale, nonostante fosse chiaramente un sito di fan. Evidentemente fra noi si è creato un rapporto di fiducia: posso essere critica, ma Andy sa benissimo che non scriverei mai contro di lui. Inoltre il mio è un blog serio: niente gossip.” Da cosa e nata la possibilità di scrivere per la rivista “Ciclismo”? Dal caso. Ho conosciuto il capo redattore alla partenza della Tirreno-Adriatico del 2011 a Marina di Carrara e da lì ci siano tenuti in contatto. Quando sono tornata da Calpe con un sacco di foto e di interviste – e dopo aver pubblicato il mio reportage in inglese sul blog – gli ho proposto di scrivere qualcosa per loro e lui ha accettato.“ Qui a Feltre c’è un tizio che se gli parli della Madonna o della Guderzo per lui è la stessa cosa. Mai avuto a che fare con fanatici del genere tramite il tuo sito? “Sì e no. Ho avuto a che fare con ragazzine isteriche, questo sì. Sono stata accusata di lesa maestà quando ho detto che Andy era tenuto a rispondere alle mail/Sms come un comune mortale e che altrimenti era un maleducato.... Ma tutto sommato le fanatiche si rivolgono altrove. Credo che il punto dirimente sia la mia conoscenza reale di Andy, nel mondo terreno. Una volta una ragazza aveva commentato una sua foto con frasi estremamente imbarazzanti, le ho fatto notare che probabilmente le avrebbe lette e... ha funzionato. Molte persone parlano su internet come se i corridori fossero personaggi di un telefilm, irreali e privi di sentimenti. E' una cosa che non sopporto.” Hai dei ciclisti del passato che seguivi? “Da bambina il mio mito era Indurain, poi mi sono innamorata di Roche, l'anno che vinse tutto. Poi direi basta per un bel pezzo.” Hai contatti con altri blogger che magari fanno quello che fai tu, ma con altri ciclisti? “All'inizio ne avevo di più, soprattutto con Maggie di “Andy Schleck best bike racer in the Universe” and Sansen by “Men, bikes, fishes and women”. Miss Fede di “My blog” è stata una buona amica per anni, siamo anche andate insieme al Tour de France nel 2009. Purtroppo quando ho litigato con Andy ho litigato anche con lei: con Andy abbiamo fatto pace, con Fede no. Mi è dispiaciuto molto. Comunque attraverso il blog ho conosciuto molte persone in tutto il mondo e alcune le ho anche incontrate di persona. Ultimamente me la dico di più con blogger maschi seri, anche se... sono un po' troppo 'competitivi' per i miei gusti. Diciamo che le blogger donne scrivevano per divertirsi mentre molti blogger uomini vorrebbero essere pagati come giornalisti... Uno, piuttosto famoso, l'ho dovuto bloccare su Twitter perché mi copiava le idee e non citava: alla lunga dà fastidio anche perché io cito sempre. Per me internet è bello perché è un'opera collettiva. “Prossimi impegni in agenda per “Allez Andy”? “Sto aspettando le risposte di un corridore per l'ultima intervista della serie Yes We Like. Quest'anno niente Amstel Curacao perché gli Schleck non ci sono. Aspetto una decisione sul caso di Frank Schleck e poi spero di ricevere l'invito a un training camp e/o alla presentazione della squadra per il 2012. Però sto anche meditando di andare a Natale in Lussemburgo... chi sa che non sia la volta buona!” Siamo al triangolo rosso. In queste righe ti ho trattata da blogger, ma da appassionata che ciclismo speri di ritrovare tra quattro mesi? “Sarò sincera: non mi piacciono affatto i toni forcaioli che leggo in giro. Il doping nel ciclismo c'è stato, si sapeva benissimo che c'era e il documento dell'USADA (letto tutto) non svela chi sa quali sconcertanti novità. Sono d'accordo con chi dice che il gruppo da alcuni anni è cambiato e che i giovani hanno una cultura diversa. Direi: hanno una cultura, studiano di più, hanno gli strumenti culturali per capire cosa è meglio, mentre i ciclisti di una volta e fino a pochi anni fa erano spesso estremamente ignoranti e sprovveduti. Non voglio giustificare tutti però i corridori sono l'anello debole della catena: nessuno si droga per divertimento e il grosso dei soldi è sempre andato ad altri. Pulizia è stata fatta già fra chi pedala, facciamola e bene fra chi dirige perché mi sa che lì è stato ed è il grosso del problema. Infine: mi fa piacere sentire che Acquarone vuole fare del Giro una corsa 'riders friendly', amica dei corridori, perché mi fanno ridere quelli che si stracciano le vesti per il doping e poi organizzano corse con tappe di quasi 300 km, cinque gran premi della montagna, ore di trasferimento... Siamo seri: se si deve correre senza doping e senza una medicalizzazione che ci va molto vicino (recuperi, antidolorifici, pillole per dormire) allora le corse devono essere più umane. Amen :)”

giovedì 1 novembre 2012

NOVEMBRE; L'EDITORIALE.

SETTEMBRE 2004; durante i Mondiali di Verona, prende vita l’Associazione per le donne cicliste. Le massime autorità interessate sono presenti. L’ex presidente UCI Verbruggen, il suo vice Patrick McQuaid, Francesco Moser, presidente dell’Associazione internazionale dei corridori, e Amedeo Colombo presidente dell’Assocorridori. L’UCI aveva spedito a casa delle prime 100 cicliste dell’allora rancking mondiale un questionario, sulla situazione delle donne cicliste. Quel questionario poteva essere rispedito anche in forma anonima. Si facevano domande sul rapporto con le società, i rimborsi spesa, ecc.. L’idea è di eleggere una rappresentante per ogni Nazione. La Presidente, Marie Pintueles, spiega che lo scopo dell’Associazione è quello di migliorare le condizioni delle cicliste, consigliarle, informarle, anche se non professioniste, dato che – al 2004 – il 90% (si, novanta!) non ha contratto, e quindi non possono esser considerate professioniste. INVERNO 2011; un nutrito gruppo di atlete, composto dalla maggior parte delle migliori cicliste italiane, chiede ed ottiene d’incontrare i “boss” dell’ACCPI (Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani) intanto per poterne far parte – dovevano anche chiedere? – e iniziare così ad essere prese in miglior considerazione dal “movimento” (leggi FCI). Viene stabilito che a marzo 2012, in occasione del Trofeo Binda, ci si riunirà per eleggere una rappresentante che possa sedere al tavolo delle decisioni. Poi non si sa più un’accidente di niente, almeno seguendo la stampa “tradizionale”, chiamiamola così. OTTOBRE 2012; nella seconda settimana di ottobre arriva una notizia. Viene messa a disposizione la possibilità di fare una copertura assicurativa che riguarda responsabilità civili verso terzi, infortuni, lesioni, spese mediche, assistenza e anche un fondo pensione. Alle atlete che vorranno aderirvi verrà spedito il modulo da, eventualmente, poter compilare per l’adesione dopo aver avuto informazioni più nel dettaglio. Questo il riassunto. Ci sono voluti solamente 8 anni, almeno in Italia, per avere cose che dovrebbero essere automatiche. Le conquiste che le cicliste italiane hanno messo in piedi in queste settimane per il lato assistenziale della loro attività sportiva sono una gran bella cosa. Peccato che, se queste possibilità adesso esistono, non sono certo state fatte per volontà di tutti. Se proprio le ragazze infatti non avessero messo la loro faccia in primis, staremmo ancora ai suddetti questionari UCI di metà decennio scorso. Un buco nell’acqua che non contò un’accidente. Ma quello che andrebbe guardato è che le coperture assicurative per le cicliste non sono automatiche. Possibile che un’atleta agonista di ciclismo non possa avere una copertura che scatti in maniera automatica, in caso di incidente o d’infortunio, nelle sue gare o nei suoi allenamenti? Perché una cosa del genere non viene discussa alla stipula del contratto? Eppure, a quanto pare, le notizie sono queste. Da anni e anni ormai ci sono proposte pronte, ma senza nessuno che le porti avanti. Serve una rappresentante. Questa è la questione. Una persona che si impegni a tempo quasi pieno (meglio sarebbe senza il “quasi”), e che sia possibilmente un’ex ciclista, che goda di stima come persona prima e come atleta poi. In maniera che sappia come nessun’altro quali sono le cose fattibili con poco, e quelle invece più difficili da ottenere. Una persona che sappia e abbia volontà di instaurare anche un rapporto finalmente aperto con l’informazione ed i suoi professionisti, per far sapere al mondo quali sono le rogne da sistemare e che c’è volontà di farlo. Di far sapere quali invece sono le cose che si sono fatte, oppure a cui si sta lavorando. Ma si rendano conto, le ragazze, che in mezzo ai sorrisi di circostanza e i complimenti sono sole. Hanno fatto di più Cantele, Guderzo, Bronzini e compagne nell’ultimo anno, che tutti i loro vari dirigenti in anni. Possibile? Si, possibile. Ma hanno dovuto metterci del loro per ottenere qualcosa. In questi anni mai si sono sentite le voci di dirigenti di squadre femminili. Adesso la crisi economica è occasione perfetta per poter dire che non ci sono risorse per questo e quest’altro. La scusa è servita sul piatto d’argento. Ma la crisi non esiste da dieci anni. Non c’è stata volontà di fare. Non è voglia di essere pessimisti, ma è meglio pedalare da sole che male accompagnate. Come è stato quasi sempre in questi anni.