«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 22 novembre 2016

La Pedemontana bellunese; un percorso per tutti.

Senza scomodare Croce d’Aune o Monte Grappa, ecco un tragitto che può interessare sia il ciclo-turista che il ciclista della domenica. Con possibilità, in diversi punti, di accorciare il percorso per andare incontro alle gambe di tutti.
Nel caso possa interessare qualcuno, ecco una pedalata impegnativa – ma senza esagerare – per ciclisti con un discreto allenamento senza essere assi del pedale. Tragitto che si presta anche al ciclo-turista, dato che in diversi punti è possibile ‘accorciare’ per anticipare il ritorno a Feltre, città di riferimento. Consigliato da fine aprile a inizio settembre, è un percorso continuamente vallonato che permette di coprire tutta la parte nord della vallata feltrina, e quasi tutta la confinante Valbelluna. Sono presenti salite non troppo lunghe, alcuni ‘strappi’ e nel complesso diverse decine di chilometri sempre lontani dalla Strada Statale che, a fondo valle, affianca quasi tutto lo scorrere del Piave in provincia di Belluno. In più trova spazio il pedalare non lontani dalle monumentali Vette Feltrine, parte importante del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Percorso ideale per riempire tutta una mattinata o tutto un pomeriggio, a seconda dell’orario scelto per salire in sella. Il chilometraggio totale può andare dai 20/25 chilometri a circa 65, ma può venire facilmente allungato di un’altra ventina di chilometri ‘stiracchiando’ il percorso in direzione Ovest, quando si è tornati verso Feltre.
Avendo proprio la città di Feltre come riferimento – ma ognuno al riguardo può fare come preferisce – per il nostro percorso si volge il manubrio della nostra bicicletta in direzione Est con direzione Cesiomaggiore. Non troverete mai tratti di strada con vera pianura. Al massimo qualche tratto che a quest’ultima può assomigliare. Sulla vostra sinistra avrete sempre le Vette Feltrine a farvi compagnia, e pedalerete sempre in zone collinari. A Cesiomaggiore (ecco la 1^ possibilità di rientro anticipato per Feltre) una delle attrattive principali è il Museo della Bicicletta “Toni Bevilacqua”, uno dei Musei del genere più completi a livello nazionale, e forse oltre. Seguendo le indicazioni per San Gregorio (2^ possibilità di rientro anticipato per Feltre), raggiungerete il medesimo paese attraverso zone che vi faranno pedalare ai confini del Parco Dolomiti Bellunesi, per poi proseguire verso la discesa di Carazzai. Al termine di questa ecco la 3^ possibilità di rientro anticipato per Feltre. Andando avanti raggiungerete invece Sospirolo e successivamente la zona del piccolo Lago di Vedana (foto sopra), vicino alla Certosa di Vedana: sfiorerete entrambi e superata la Certosa siete vicini al giro di boa del percorso.
Quando raggiungerete Ponte Mas ‘tenete la destra’ – senza quindi imboccare il piccolo ponte che sarà alla vostra sinistra – con direzione Santa Giustina. Eviterete strade trafficate. Attraverserete i paesi di Piz, Oregne, Callibago e San Martino di Santa Giustina. Sfiorerete l’abitato di Santa Giustina e sbucherete sulla strada che sale verso i paesi di Sartena, Marsiai di Cesiomaggiore e la stessa Cesiomaggiore che andrete ad incrociare per pochissimo. Se vorrete potete dirigervi verso Feltre oppure ridiscendere subito in picchiata con direzione Pez, ma fate attenzione perché nemmeno finiti un paio di tornanti in discesa lavorate di freni e imboccate sulla destra la strada per la località di Dorgnan. Sempre dritti senza timore e attraverserete l’altro piccolo paese di Pullir (breve salita ripida), sbucherete successivamente sulla Pedemontana dei primi chilometri, e di lì potrete decidere se raggiungere Feltre tramite i paesi di Villabruna e Vellai. Altrimenti, se avete tempo e gambe, tirate dritti con direzione Foen di Feltre. Appena raggiunto Foen tenetevi sulla destra per Murle, poi Pedavena, e successivamente Teven e Travagola (due piccoli paesi) per toccare Arten di Fonzaso e andando sempre dritti la stessa Fonzaso che rappresenta il paese che fa da punto finale per la Pedemontana.
Tornati verso Feltre sarete intorno alla novantina di chilometri. Di pianura ne avrete vista poca, quasi niente in rapporto alla strada fatta, e avrete pedalato su una delle zone più belle della Valbelluna. Se la fatica fatta non vi è sufficiente il Monte Grappa o il Passo Croce d’Aune non sono lontani e potrete sfogarvi fin che volete. Cercate da dormire?: i B&B non mancano a Feltre, fuori Feltre, a Pedavena, a Cesiomaggiore, e in quasi tutte le località attraversate da questa pedalata. I periodi migliori? Potete sfruttare giugno se siete in città per la granfondo, o agosto se siete in città per il Palio. Per info contattatemi e chiedete, la Mail è sempre attiva e bisogna pur adoperarla ogni tanto.

sabato 12 novembre 2016

In cosa sono cambiati i telai delle biciclette?

Un tempo era l’acciaio, quello che tra gli anni ’60 e ’80 ha reso grandi in ogni angolo del pianeta i nostri artigiani ciclistici. Il telaio per la bicicletta costosa, di marca importante, costruito con acciaio di gran qualità, lo sentivi ‘cantare’ diversamente rispetto a quello della bicicletta buona, ma non di marca rinomata. Lo tamburellavi con l’unghia sul tubo orizzontale e ascoltavi la differenza. Negli anni ’80 arrivò l’alluminio che dava bici più leggere, più rigide, ma soprattutto allontanava lo spettro della ruggine. Finita di lavare la bici l’operazione di asciugatura viveva di meno pathos. Tra i ciclisti della domenica l’alluminio fu signore assoluto dalla metà degli anni ’90, quando l’acciaio iniziò a sparire. Tantissime biciclette venivano costruite in alluminio, magari con la forcella in acciaio, tante con la forcella in carbonio. Le griglie di partenza delle GF erano strapiene della coppia per eccellenza: alluminio/carbonio.
Negli anni ’90 le biciclette con la forcella in carbonio erano considerate quasi da signori, per via dei costi alti di quest’ultimo. Però permisero a un numero sempre crescente di cicloamatori di avere tra le gambe (beh, effettivamente si può anche dire così senza timore di dire sconcezze), un velocipede ottimo per affidabilità e leggerezza, senza costi pesanti. L’acciaio era ormai visto come roba vecchia, superata, da poveri cristi, mancava solo che dicessero che puzzava ed eravamo a posto. Viveva e vive solo grazie a telai di alta qualità, ma ridotto a pochissimi esemplari. Vi era poi la bicicletta da miliardari. Ne vedevi pochissime: carbonio ovunque, leggerissime, costosissime. E poi sentivi nominare il titanio. Materiale eterno che costa ancor di più perché sgrezzarlo e lavorarlo ‘consuma’ gli stessi macchinari che servono per creare quei pezzi che poi devono essere saldati da artigiani di alta bravura. Ma per sommi capi questi benedetti metalli che cosa sono?
L’acciaio è un insieme di ferro, nickel, vanadio, cromo e altri compagni di viaggio, che a seconda della presenza di più o meno di questi svariati materiali diventa acciaio di più alta o più bassa qualità. Medesimo discorso per l’alluminio, noto come una lega, costruito con determinate ‘dosi’ di rame, silicone, magnesio, zinco e altro. Il titanio costa perchè ve n’e poco: balle! Dopo alluminio, magnesio e ferro è il quarto elemento più abbondante sul pianeta. Costa moltissimo il raffinamento, per via di procedimenti estrattivi lunghi e complicati. Arrivò nel ciclismo negli anni ’60 con Luis Ocana che si presentò ad un Tour de France per le tappe di montagna. Il telaio in carbonio è fatto di ‘fogli’ di carbonio sovrapposti incrociando la direzione delle fibre, come il legno multistrato, e poi incollato con resine che vengono ficcate dentro a forni che incollano a caldo. I primi ad usarlo furono i francesi. Arrivarono poi negli anni ’90 i telai monoscocca, con stampi da cui uscivano in unico pezzo – eccezion fatta chiaramente per la forcella – i singoli telai. Niente giunzioni, quindi niente saldature. Esteticamente perfetti.
Non esiste un materiale migliore di tutti, per via del fatto che ogni materiale ha almeno una caratteristica positiva che altri non anno. In più, cosa impossibile da sottovalutare, ogni persona ha una sensibilità alle vibrazioni tutta sua. Come sta la vostra schiena dopo quattro ore di bicicletta? Se l’acciaio non fa sfruttare come l’alluminio la forza impressa sui pedali quando effettuiamo uno scatto, perché il primo dei due più ‘morbido’ ed elastico quindi dispersivo, ecco che dall’altra parte, alla lunga, la ossa della nostra schiena ci ringrazieranno. Un giorno poi decidiamo di acquistare una macchina da corsa per andare a fare la spesa del sabato pomeriggio. Arrivano i telai “sloping” (copiati dalle Mountain Bike) che rimpicciolendo il triangolo principale della bici rendono la stessa più rigida, borsaiola, reattiva quando si scatta perché pensato proprio per quegli scattisti che devono inchiodare gli altri ciclisti sul posto. Domanda; ma durante una granfondo, quanti scatti veri si vedono? Su 100 ciclisti partecipanti quanti hanno un modo di correre da scattista? Facciamo 20 su cento (e penso d’esser molto generoso)? Bene, lo sloping sta ‘tra le gambe’ di almeno un facciamo 70% di ciclisti. Che te ne fai? Aiuti ad incrementare la percentuale di ciclisti che lamentano fastidi alla schiena perché la bici deve essere rigida e rigida e rigida e rigida e rigida e rigida…..
Oggi le bici sono assemblate su telai che – costando un occhio e mezzo della testa – rappresentano un concentrato di altissima tecnologia metallurgica sempre più raffinato. Il colore sempre più dominante è il grigio scuro (il vecchio “grigio canna di fucile”) che fa un po’ elegantemente funereo quando opaco, ma pare piaccia. Un po’ come quando, negli anni ’90, le strade di riempirono di macchine color argento. I telai escono squadrati che sembrano sagomati a colpi di accetta, e hanno misure quasi standard a cui – nonostante ti costi una Madonna – devi ancora lavorarci con attacchi manubrio più o meno lunghi per farti andar bene la bicicletta. Eh si, sei la nostra bicicletta è cambiata dai tempi dell’acciaio, della pompa che incastravi tra il movimento centrale e appena sotto il collarino stringi-sella, delle forcelle completamente cromate, dalle placchette metalliche spesso stupendamente cromate con il marchio del costruttore appena sotto il manubrio e le lettere scritte in rilievo. Ok, adesso basta leggere. Piglia la tua bici e fatti una pedalata (magari col casco), e magari pensa alla tua prima bici da corsa.

martedì 1 novembre 2016

Novembre; l'editoriale

In Italia un professionista su tre paga per correre. Ma non per formazioni World Tour. Lo fa per correre in squadre di secondo piano a livello nazionale.
“Tutti a nanna. Finita la stagione ciclistica le bici si ripongono. Spazio a cose che riguardano la bicicletta quindi, e vai a sapere come continuerà la questione riguardante la scoperta che in Italia si paga per fare il ciclista. Ragazzi che davanti alla richiesta di una ‘collaborazione’ sul fronte economico hanno fatto le valigie per l’estero, Accordi pluriennali a parole, ma stabiliti sulla carta da contratti annuali, eventualmente rinnovati di stagione in stagione. Si consegna la copia relativa al primo anno e per i successivi buona fortuna. Risultato? Che alle corse prendono il via formazioni di modesta caratura, rappresentate da corridori figli di famiglie facoltose, ma che dal punto di vista tecnico vivacchiano nella mediocrità ciclistica rendendo l’anima su una salita di due chilometri, o ritirandosi da un Giro dopo quattro tappe, di cui un prologo, due per velocisti e un giorno di riposo dopo la terza frazione. Ecco, questo ciclismo difficilmente verrà raccontato all’appassionato, perché quest’ultimo non deve sapere che la ‘grande famiglia del ciclismo’ ha tanta roba che viene ammassata sotto al tappeto.”