«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 16 maggio 2015

Fuori giri; "Cornuto!!", disse il bue all'asino.

Se avete comprato la Gazzetta dello Sport il 9 febbraio 2013 (“Eh certo – penserà qualcuno tra voi – perché adesso figurati se non mi ricordo una roba del genere, genio dei miei coglioni!”) troverete quasi tutta la prima pagina dedicata a un signore, ex ciclista, che da quel giorno e per più di un’anno si guardò bene dal farsi rivedere in televisione, e quando lo faceva pubblicamente si faceva accompagnare da un amico legale, nel senso di avvocato, e che quando incrociava uno dei (pochi) giornalisti ‘scomodi’ dribblava le domande di quest’ultimo meglio di quanto fa Messi con un difensore avversario. Oggi, questo signore ogni tanto ritrova un microfono in mano grazie ad un simpatico varietà di approfondimento ciclistico-sportivo, condotto da una giornalista che se fosse rimasta a fare per l’appunto la giornalista e non la conduttrice, sarebbe stato meglio. A questo salotto televisivo partecipano spesso diversi giornalisti già in pensione da un pezzo – come gente dal simpatico baffetto che va ai Mondiali a spese della Federciclo (leggi; soldi nostri) senza nessun ruolo tecnico, logistico, organizzativo, rappresentativo o altro che serva veramente – perché è meglio così che dare lavoro a un trentenne senza lavoro, visto che bisogna fare largo ai giovani per guardare al futuro. Questo signore di cui si scriveva all’inizio ha fatto notare che Alberto Contador dovrebbe rinunciare a cambiare bicicletta ogni volta che affronta un’ultima salita, per non evocare velati sospetti d’imbroglio riguardanti il mezzo meccanico. Ora, con tutta la stima che (almeno qui) si è persa totalmente per questo signore, oggi fabbricante di biciclette costosissime che portano il suo nome, fa specie che a invocare un velato sospetto su delle biciclette sostituite sia per l’appunto qualcuno che si è guadagnato pagine intere complete di tabelle mediche, riferite ad un medico iberico molto noto riguardo alle cronache doping che guardavano al decennio scorso.

Fuori giri; quando le caprette ti fanno ciao.

Vediamola con ottimismo, come la ricerca di un modo più naturale di praticare la specialità ciclistica, o altra disciplina ch’essa sia. Se avete fatto caso alle interviste pre-Giro rilasciate da alcuni protagonisti, spunta qua e la un robusto numero di atleti che si sono sciroppati settimane di ‘altura’ fino all’ultimo giorno utile prima di andare i Liguria per la partenza del Giro. Che roba è l’altura? L’arcinota pratica di allenarsi ad altezze s.l.m. (Sul Livello del Mare) abbastanza alte. Una metodologia molto sponsorizzata da tal dottor Ferrari, peccato che il personaggio in questione sia noto per altra roba. Molti infatti passano anche tre settimane a oltre 2000 metri, vivendo molti momenti di pura noia, anche se oggi, tra FB, Twitter, RAI Gulp e altre diavolerie del genere le serate sono spesso meno monotone e solitarie. Fatto sta che l’altura è diventata una noia necessaria, visto che spararsi EPO è più complicato. Non impossibile, ma più complicato. Ci sono poi quelle macchinine che rendono impossibili le notti a fidanzate e mogli, perché il loro ronzante motorino elettrico è in funzione quando l’atleta riposa (riposa?). Un aerosol particolare dedito a cambiare la consistenza dell’ossigeno un secondo prima che tu lo inspiri nei polmoni, e obbligando così il tuo organismo ad aumentare la produzione di globuli rossi. Sul territorio italiano è pratica vietata, all’estero purtroppo no. Oggi invece l’altura la fa da padrone. Siccome non siamo tutti uguali i risultati non danno lo stesso livello di cambiamento, e i costi sono più alti (se mandi 3 o 4 ragazzi due settimane a fare altura, dovranno pur mangiare e dormire per tutti quei giorni). Esiste una complicazione che riguarda gli atleti; un sensibile incremento sul rischio di beccarsi una stramaledetta bronchite, e quindi di mandarti in malora tutto il lavoro fatto, ma piuttosto che usare i vecchi metodi EPOcali meglio così, vi pare?

venerdì 1 maggio 2015

Maggio; l'editoriale

“Forse il momento migliore che il ciclismo di casa nostra ha conosciuto l’anno scorso non fu a luglio, quando Nibali è salito sul podio più alto di Parigi. Fu al Giro, quando intuimmo che Aru ha del talento vero, che la Bardiani vinse tre frazioni risultando una delle squadre migliori in assoluto della corsa, se paragonata ai mezzi che portava con sé rispetto ad altre squadre ben più milionarie, e con due tappe vinte da Ulissi. L’Italia uscì ben gasata da quel Giro. Se con Nibali eravamo si tornati ai vertici, con Aru e Ulissi era solo questione di tempo. E magari sarà proprio così. Uscivamo da una campagna del Nord magra e quest’anno le cose sono migliori di poco, o forse quest’anno è andata semplicemente meno peggio. Pozzato si è confermato inconfermabile, Visconti perfetto…..gregario, Quinziato un uomo che da tre o quattro stagioni vede arrivare l’anno buono, peccato che sia uno del ’79, e così la differenza l’hanno fatta Paolini (38 anni, con le speranze di Cassani di riaverlo in azzurro) e la Longo Borghini, per quel ciclo in rosa che quando vince è sempre amato da quasi tutti e seguito da quasi nessuno. Per questo abbiamo bisogno del Giro. Per dimenticare i buoni propositi quasi decennali di Pozzato, perché di Oss parliamo bene da un lustro, perché a febbraio abbiamo velocisti che fanno fuoco e fiamme, perché Nibali è uno scalino sopra tutti i nostri e non possiamo considerarlo come lo specchio del nostro ciclismo, perché (per sua fortuna) non lo è. Benvenuto Giro, come non mai da tanti anni.”