«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 3 maggio 2016

Lo squalo mangerà i toreri o resterà infilzato?

Parte l’edizione numero 99 della corsa rosa, e visto che il 100° Giro non è lontano, speriamo che tra un anno il parterre dei partecipanti sia lievemente più alto come blasone. Si perché se da un lato ritroviamo Vincenzo Nibali che pare abbia deciso di correre anche il Tour con vista Rio – e c’è da immaginare il vivo entusiasmo di Aru alla notizia – dall’altra abbiamo Landa e Valverde come sfidanti per la rosa. Nibali è favorito, su questo ci sono pochi dubbi. Non vuol dire che abbia già vinto, ma il Giro del Trentino (vinto da Landa) è altra roba da un Giro, per durata della gara e avversari da incrociare. Valverde non conosce le strade italiane (se è per questo manco Contador le conosceva) ma il fresco vincitore della sua quarta Freccia Vallone si porta appresso pur sempre 36 anni e l’ultimo (e unico) Gran Tour vinto risale al non troppo vicino 2009 (Vuelta). Valverde può avere il vantaggio di aver puntato al Giro e di arrivarci con una condizione quasi perfetta mentre Nibali ha espresso, almeno al Nord, una condizione ancora appesantita dalla preparazione in altura. Sul discorso squadre fra i tre sembra Landa quello messo peggio, visto che per lo suadrone di Sky Froome ed il Tour hanno la precedenza rispetto al Giro (cosa che potrebbe/dovrebbe cambiare con l’evento del 100° Giro per il 2017, edizione che farà gola un po’ a tutti). Valverde e Nibali invece avranno fior di squadra, visto che da leader indiscussi non vengono certo al Giro per l’aria buona. Non sarebbe dispiaciuto avere un altro nome in lista. Vorrà dire che, come sempre, aspetteremo di sapere quale ciclista sarà la sorpresa della corsa e quale tra i (pochi) favoriti non rispetterà le attese. Non per cattiveria, ma perché ogni edizione ha la sua sorpresa in positivo e quella che, in negativo, non ti aspetti. Una di queste due potrebbe avere il viso del polacco Majka.

domenica 1 maggio 2016

Maggio; l'editoriale

L’ anno scorso ne uscimmo benissimo, con i nostri atleti che furono protagonisti sia per le singole frazioni, sia nella generale. Ecco, niente effetti speciali, visti gli ultimi due mesi ci basta un Giro normale, grazie.
Un mese ciclistico senza tristezze, discussioni, sospetti, accuse, veleni. Questo sarebbe un bel regalo per gli appassionati. Premete il tasto ‘stop’ della vostra memoria, ora riavvolgete……ci siete? Adesso ripartite avanti veloce. Che si vede? Due ragazzi morti che insieme non fanno cinquant’anni, tappe cancellate per maltempo in Francia e Italia con annesse discussioni al seguito, il vincitore di una grande Classica accusato di avere imbrogliato, sospetti di motorini nascosti dentro biciclette che hanno corso la Strade Bianche e la Settimana Coppi&Bartali, e il passo avanti tecnologico dei freni a disco, messi al bando dai ciclisti stessi per la pericolosità dello stesso sistema, per delucidazioni chiedere alla gamba di Francisco Ventoso. Con in più la conclusione di due carriere ciclistiche per positività agli stupefacenti: la prima carriera per un atleta recidivo, l’altra per un corridore pubblicizzato cento volte come atleta esemplare. Ci mettiamo una nota di cronaca? Entrambi sono (anzi, erano) professionisti nostri, italiani. Ecco, se vi è una cosa che possiamo permetterci di chiedere al Giro – un pochetto povero di grandi protagonisti con Aru, Froome, Contador e Quintana che saranno in Francia – è di darci tre settimane di scatti, facce stanche, magari bel tempo, sbagli tattici, nomi emergenti, conferme azzurre, belle vittorie, senza retoriche strappalacrime nei dopo tappa televisivi. Grazie”.

lunedì 25 aprile 2016

Ora il Giro (ringraziando Gasparotto) e senza troppa gloria

Con la chiusura della campagna del Nord, abbassiamo il sipario su un ciclismo di casa nostra che si ritrova a dover ringraziare la grinta di Enrico Gasparotto, che per un pelo non dovette ritirarsi perché non trovava squadra e che (classe ’82), non rappresenta di certo il futuro. Dopo la sua seconda vittoria nella Amstel Gold Race, Gasparotto è stato il migliore dei nostri anche in virtù dell’11° posto alla Liegi (Rosa il miglior azzurro alla ‘decana’ giunto 10°). Gara per ‘vecchietti’ la Gold, visto che Paolini la vinse nel 2015, e fa ancor più rabbia pensare al malo modo per come l’italiano abbia chiuso la sua carriera. Nel complesso voliamo verso il Giro, non più lontano, nella situazione dello scorso anno, per via di un risultato globale modesto in questo mese di aprile. Andiamo al Giro in cerca di quella reazione che l’anno scorso portò in evidenza Modolo, Formolo, Ulissi, Viviani, Boem, Tiralongo, Aru. Ritroviamo Nibali, favorito, con una forma si spera migliore di quella che ha mostrato al Nord, e con la forte probabilità che ne esca vincitore. Oltre a lui non pare vi siano altri Big che spossano definire tali. Landa è forte, ma capiremo da questa stagione se si può raccontarlo come di un campione. Nelle classiche delle Ardenne dovevamo cercare una rivalsa dopo che le prime classiche ‘pesanti’ non ci hanno dato soddisfazioni, se non legate a delle speranze per un domani. Abbiamo rialzato un po’ la testa, ma senza esagerare.

L'UCI ha deciso: il freno a disco (per ora) è pericoloso.

Sul discorso riguardante l’efficacia del sistema non ci sono mai state discussioni. I freni a disco funzionano molto bene. Le sensazioni sulla potenziale pericolosità dei dischi veri e propri hanno invece trovato conferma sulle gambe del ciclista Francisco Ventoso (Movistar), che ha concluso la Parigi-Roubaix con un taglio profondo ad una gamba. L’Unione Ciclistica Internazionale ha detto stop in maniera momentanea sull’utilizzo di questo sistema frenante, ma sarà da vedere come risponderanno le aziende produttrici, visto che i freni a disco non sono un prototipo in uso ai professionisti ma sono già presenti anche su molte bici di ciclisti (danarosi) della domenica. Se infatti un sistema viene considerato pericoloso, non possono esservi discorsi che parlino di pericolosità solamente in ambito professionistico. Le cadute e il muoversi in gruppo sono cose che fanno parte anche di qualunque granfondo o gara vinci-prosciutto della domenica. Le associazioni delle squadre (Aigcp) e dei corridori (Cpa) hanno alzato la voce, l’UCI ha risposto e deciso, ma vedremo se le aziende sapranno inventarsi qualcosa subito, visto che gli investimenti delle stesse sono stati cospicui e che le case hanno chiesto collaborazione da parte di tutti. Che cosa queste intendano poi per “collaborazione” sarebbe interessante saperlo. Speriamo non si sottintenda un; “Adeguatevi, che noi con quello che abbiamo speso non possiamo più tornare indietro”.

Il 'motorino', questo sconosciuto (o no?....)

Prima con piccoli sporadici sospetti, sensazioni, poi con stralci di filmati video che arrivano nel web, finché spunta l’atleta che cerca di fare la turbata (a un Mondiale per di più!) e adesso ecco la tecnologia che si dichiara pronta a beccare ogni tentativo di frode. Stavolta il doping non è biologico ma meccanico, e si tratta del famigerato motorino nascosto nel telaio della bicicletta. Spettro delle ultime stagioni, il sospetto esplose lungo uno dei muri di un Fiandre vinto da Cancellara, dove il fuoriclasse elvetico fu autore di un’accelerazione spaventosa, e la storia si irrobustì nei sospetti con la ruota posteriore di Hesjedal che girava e girava e girava, con la bici del canadese stesa sull’asfalto, causa caduta ad una Vuelta di pochi anni fa. In conclusione i sospetti su biciclette che sono state usate in corsa alla Settimana Coppi&Bartali e Strade Bianche. Hai poco da girarci attorno sul fatto che questa tecnologia, seppur avanzata, forse da un pezzo gira per le strade tra i ciclisti, e di sicuro certe strumentazioni UCI – telecamere termiche – arrivate da poco ed atte alla scoperta di questi prodigi tecnologici, non sono appannaggio di ogni organizzatore di gare professionistiche minori o amatoriali. Speriamo bene, ma ricordiamo che l’anti-doping, per trovare l’imbroglio, doveva per forza arrivare sempre un minuto dopo per sapere cosa e dove dovesse cercare la cosa che non doveva esserci.

martedì 12 aprile 2016

Chi visse sperando....eccetera, eccetera.

Nelle corse dei giganti del pavè, risalta ancor più marcata la non-presenza di casa nostra. Piazzamenti modesti, con le speranze che ora si appoggeranno alle Ardenne, ma anche la sensazione che forse una nostra generazione di uomini del Nord è ormai andata.
La indiscutibile superiorità di Sagan nel Fiandre e la sorpresa di Hayman che a 37 anni e 15 Roubaix corse (e tutte finite!) s’impone davanti a Boonen, sono state le notizie che hanno trovato più spazio nei giornali. Dell’Italia si è parlato poco, ma effettivamente pochi dei nostri hanno potuto far parlare di sé. Bravo Oscar Gatto a guidare Sagan in molti momenti importanti del Fiandre, volitivi Moscon e Puccio che ci fanno ben sperare per il domani. Poi ci si ferma lì. Miglior italiano al Fiandre quel Daniel Oss (16°) che da tante forse troppe stagioni doveva diventare uno buono per il Nord, così come Manuel Quinziato, di Pozzato meglio limitarsi al suo 75° posto al Fiandre. Alla Roubaix troviamo Marcato migliore dei nostri al 32° posto. ciclisticamente parlando forse siamo alla fine di una generazione ciclistica che alla fine del decennio precedente portava in Pozzato, Oss, Ballan, Quinziato, Bennati molte speranze di aprire un periodo che ci avrebbe visti protagonisti. Con l’esclusione di Ballan (ultimo dei nostri a vincere il Fiandre, diversi anni orsono) e i fuochi fatui di Pozzato, meglio forse guardare ad atleti italiani più giovani, e sperare che i loro talenti si tramutino anche in risultati, senza fermarsi alle speranze. Queste ultime ora sbocceranno per le Ardenne. Avremmo necessità di risultati di rilievo, per non chiudere un aprile ciclistico finora modesto e deludente.

martedì 5 aprile 2016

Un'occhiata sul Giro Rosa 2016

Nove frazioni ed un prologo, con tre tappe buone per definire la classifica. Quattro le giornate per le ruote veloci. Questo il Giro femminile 2016. Diamogli un’occhiata.
Chi sarà l’erede di Anna Van Der Breggen? Partendo dal Veneto (Gaiarine) e con un chilometraggio totale di 860 chilometri, il prossimo Giro-Donne mette sul piatto tre giornate buone per cercare di vincere la corsa. Le cicliste dovranno vedersela con tre scogli principali, grazie alle frazioni Grosio-Tirano di poco meno di 80 chilometri, dove troveranno il Mortirolo, anche se unica erta e distante dall’arrivo (circa 33 chilometri), la frazione da Andora ad Alassio dove ad attendere le girine vi sarà l’arrivo alla Madonna della Guardia, per la frazione più interessante con 4 salite su 119 chilometri di giornata (Passo Ginestro, Colle di Nava, Passo Caprauna e l’arrivo suddetto).
Cronometro per lunghi rapporti quella di 22 chilometri da Albisola Superiore a Varazze, mentre le velociste non avranno di che lamentarsi, visto che quattro frazioni strizzeranno loro l’occhiolino: Gaiarine – San Fior (104 km.), Montagnana – Lendinara (120), Costa Volpino – Lovere (99) e Riscaldino – Legnano (100). Non sarebbe da escludere la Verbania – Pallanza datosi che nei suoi 105 km. totali mette la salita del Bée a 13 chilometri dalla fine, ma forse la si può considerare una tappa per finisseurs come la Tarcento – Montenar di 111 chilometri, con circuito finale (2 giri) a Gemona del Friuli.
All’inizio di tutto un mini-prologo di due chilometri a Gaiarine, che più piatto non si potrebbe. Pura vetrina, che non dovrebbe superare i pochissimi minuti di gara, e che non richiederà manco la borraccia sulla bicicletta.