«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 23 maggio 2015

Fuori giri; quando Icaro venne al Giro convinto di volare.

Il ciclismo totale, calcolato, ascetico di Sky e quello costruito in maniera meno perfetta e più concreta che poi ti frega facendo la differenza. Nei primi giorni del Giro, la cosa della corsa che (fuori corsa) interessava di più era il ritiro del tasmaniano Richie Porte del Team Sky. Un alloggio esclusivo e lussuoso dentro un Motor-Home. Ogni comodità possibile, con l’obbligo categorico per i (pochi) giornalisti ammessi a sbirciare – senza esagerare – a lavarsi e disinfettarsi le mani prima di accedervi. “Anche negli ospedali osservano queste regole” la risposta dei tecnici in nero-blu. Ma questo è solo un aspetto del ciclismo totale che il Team Sky ha portato nel ciclismo. Giro d’Italia che a Sky trovano sempre indigesto. Ricordiamo il Giro naufragato di Wiggins due anni fa. Un Giro finito ancor prima d’iniziare veramente. E oggi quello di Porte, che in questa corsa rosa non ha mai preso davvero quota ricordando il caro Icaro, che cercò di volare con ali di cera avvicinandosi però troppo al sole. Giovanni Trapattoni disse; “Anche Icaro volava, ma era un pirla!” Ecco, Porte non va reputato un pirla, ma vi è un’immagine che ha raccontato l’ennesima pagina discutibile del ciclismo totale di Sky. Nella caduta che a tre chilometri dall’arrivo ha tolto la maglia rosa a Contador facendola cadere sulle spalle di Fabio Aru – l’arrivo è quello di Jesolo – mezza Sky a guardarsi l’un l’altro in attesa non sanno manco loro di cosa. In quel momento di eclissi ciclistica britannica, Tosatto (Tinkoff) scende di bici senza esitare un istante, dribbla ciclisti e biciclette sparse sulla strada, fa un fischio al suo capitano che in capo a poco tempo sale in sella e riguadagna la strada. Gira voce che Tosatto avesse la mezza idea di ritirarsi alla fine della scorsa stagione, ma che un ciclista iberico noto dall’autunno 2011 come “er bistecca” gli abbia detto che lo voleva ancora in squadra, convincendolo a ripensarci. Si, forse è stato un ignaro Alberto Contador ad aiutare se stesso a districarsi in pochi secondi da quel groviglio di carbonio bagnato dalla pioggia. Con buona pace dei disinfettanti.

sabato 16 maggio 2015

Fuori giri; "Cornuto!!", disse il bue all'asino.

Se avete comprato la Gazzetta dello Sport il 9 febbraio 2013 (“Eh certo – penserà qualcuno tra voi – perché adesso figurati se non mi ricordo una roba del genere, genio dei miei coglioni!”) troverete quasi tutta la prima pagina dedicata a un signore, ex ciclista, che da quel giorno e per più di un’anno si guardò bene dal farsi rivedere in televisione, e quando lo faceva pubblicamente si faceva accompagnare da un amico legale, nel senso di avvocato, e che quando incrociava uno dei (pochi) giornalisti ‘scomodi’ dribblava le domande di quest’ultimo meglio di quanto fa Messi con un difensore avversario. Oggi, questo signore ogni tanto ritrova un microfono in mano grazie ad un simpatico varietà di approfondimento ciclistico-sportivo, condotto da una giornalista che se fosse rimasta a fare per l’appunto la giornalista e non la conduttrice, sarebbe stato meglio. A questo salotto televisivo partecipano spesso diversi giornalisti già in pensione da un pezzo – come gente dal simpatico baffetto che va ai Mondiali a spese della Federciclo (leggi; soldi nostri) senza nessun ruolo tecnico, logistico, organizzativo, rappresentativo o altro che serva veramente – perché è meglio così che dare lavoro a un trentenne senza lavoro, visto che bisogna fare largo ai giovani per guardare al futuro. Questo signore di cui si scriveva all’inizio ha fatto notare che Alberto Contador dovrebbe rinunciare a cambiare bicicletta ogni volta che affronta un’ultima salita, per non evocare velati sospetti d’imbroglio riguardanti il mezzo meccanico. Ora, con tutta la stima che (almeno qui) si è persa totalmente per questo signore, oggi fabbricante di biciclette costosissime che portano il suo nome, fa specie che a invocare un velato sospetto su delle biciclette sostituite sia per l’appunto qualcuno che si è guadagnato pagine intere complete di tabelle mediche, riferite ad un medico iberico molto noto riguardo alle cronache doping che guardavano al decennio scorso.

Fuori giri; quando le caprette ti fanno ciao.

Vediamola con ottimismo, come la ricerca di un modo più naturale di praticare la specialità ciclistica, o altra disciplina ch’essa sia. Se avete fatto caso alle interviste pre-Giro rilasciate da alcuni protagonisti, spunta qua e la un robusto numero di atleti che si sono sciroppati settimane di ‘altura’ fino all’ultimo giorno utile prima di andare i Liguria per la partenza del Giro. Che roba è l’altura? L’arcinota pratica di allenarsi ad altezze s.l.m. (Sul Livello del Mare) abbastanza alte. Una metodologia molto sponsorizzata da tal dottor Ferrari, peccato che il personaggio in questione sia noto per altra roba. Molti infatti passano anche tre settimane a oltre 2000 metri, vivendo molti momenti di pura noia, anche se oggi, tra FB, Twitter, RAI Gulp e altre diavolerie del genere le serate sono spesso meno monotone e solitarie. Fatto sta che l’altura è diventata una noia necessaria, visto che spararsi EPO è più complicato. Non impossibile, ma più complicato. Ci sono poi quelle macchinine che rendono impossibili le notti a fidanzate e mogli, perché il loro ronzante motorino elettrico è in funzione quando l’atleta riposa (riposa?). Un aerosol particolare dedito a cambiare la consistenza dell’ossigeno un secondo prima che tu lo inspiri nei polmoni, e obbligando così il tuo organismo ad aumentare la produzione di globuli rossi. Sul territorio italiano è pratica vietata, all’estero purtroppo no. Oggi invece l’altura la fa da padrone. Siccome non siamo tutti uguali i risultati non danno lo stesso livello di cambiamento, e i costi sono più alti (se mandi 3 o 4 ragazzi due settimane a fare altura, dovranno pur mangiare e dormire per tutti quei giorni). Esiste una complicazione che riguarda gli atleti; un sensibile incremento sul rischio di beccarsi una stramaledetta bronchite, e quindi di mandarti in malora tutto il lavoro fatto, ma piuttosto che usare i vecchi metodi EPOcali meglio così, vi pare?

martedì 5 maggio 2015

Pronti al Giro!

C’è l’iberico che cerca gli ultimi grandi allori, il ragazzino predestinato, il sudamericano tosto e il figlio della Regina, forse all’ultima occasione per fare il grande salto. Saranno questi i protagonisti del Giro imminente?
Che ci porta maggio?: “L’allergia al primo taglio del fieno” direte voi. Qualcun’altro penserà alle rose, alcuni al Giro d’Italia, altri (quelli più sensati) ai primi gelati. Così, mentre le Ardenne portavano appresso a se tutta l’attenzione, il baraccone di rosa dipinto lavorava ai dettagli: dal bidone di nero per i capelli di un certo CT nel caso passasse dalle loro parti, alle domande preconfezionate di Suor Peppa per la felicità di Conti che potrà così raccontarci di Balmamion, De Vlaeminck, Massignan, Argentin, Hinault, con qualche puntatina verso Moser, Van Looy; Poulidor, Pambianco e Nencini. Poi trovi Contador che ormai deve calibrare i colpi mai così bene, visto che gli anni migliori sono passati e la classe perde colpi quando la salita della Carta d’Identità ti si para davanti. Contador cerca l’accoppiata Giro-Tour. Non impossibile ma difficile, più che difficile, difficilissima, specie in quest’epoca meno EPOcale di quelle precedenti, dove i ciclisti scalavano il Poggio con quasi un minuto in meno rispetto ad oggi. Preoccupante a pensarci, spaventoso nel sapere che non sono balle ma numeri di un cronometro. Contador ha la testa ancora sveglia, lo spirito è ancora cattivo, la voglia di rifarsi in questa sua seconda parte di carriera è potente. Ma se sta inseguendo se stesso ha già perso. In ammiraglia Tinkoff non ci sarà più Riis. Il danese era tra i migliori nel suo ruolo, ma l’aria diventa più respirabile. Chi vorrebbe smettere d’inseguire è Rigoberto Uran-Uran, che forse un giorno spiegherà che diavolo se ne fa di due cognomi fotocopia. Nel 2013 ha dovuto fare da gregario a Wiggins, che poi ritirato gli ha dato la possibilità di giocarsi il Giro. Nibali ebbe la meglio, e probabilmente l’avrebbe avuta ugualmente, ma la curiosità su di un allora Team Sky per Uran (Uran) fin dall’inizio non avrà mai risposta.
Parlando di risposte, chi le cerca pesanti è Richie Porte che arriva dal Giro del Trentino come vincitore, cercando sulle nostre strade lo slancio per il grande salto, quello che ti cambia la carriera, quello che ti racconta che vincere una corsa di quattro giorni e provare a vincerne una di tre settimane è come passare dal giorno alla notte, da Chopin ai Sepoltura, dalla Manor alla Ferrari. Che squadra avrà al Giro il buon Porte? Froome pretenderà per sé la miglior formazione Sky possibile per la Francia? Probabile, forse sicuro. Come sicuro è il fatto che l’Italia spingerà Aru, che la stampa (Gazzetta su tutti) non aspetta altro Aru e Contador a darsele di santa ragione, che Astana vuole capire quanto vale Aru come capitano, che forse tra Aru e Nibali ci sarà una situazione simile a quella di Basso e Nibali? Il talento e il campione. A Nibali fece benissimo la convivenza con Basso, e l’allora dirigenza Liquigas lo fece crescere in maniera perfetta. Di Basso si diceva fosse un predestinato per i grandi giri e videro giusto, di Nibali si disse lo stesso e gli sta andando anche meglio che al varesino (oggi gregario di Contador), di Aru si dicono le stesse cose. Poi ci sarà Ulissi che al Giro 2014 ha vissuto l’ultimo momento di vera felicità ciclistica. Ci sarà Cunego che al termine del Giro dell’Appennino – con lui che faceva l’indiavolato nel finale di gara, una roba che da anni non vedevamo da parte sua – ha detto chiaro che viste le sue deludenti prestazioni negli ultimi anni sarà meglio volar molto bassi all’inizio. E poi l’Italia del Giro, la cosa migliore in senso assoluto. “Ombre,…vamos!” direbbe Contador.

venerdì 1 maggio 2015

Maggio; l'editoriale

“Forse il momento migliore che il ciclismo di casa nostra ha conosciuto l’anno scorso non fu a luglio, quando Nibali è salito sul podio più alto di Parigi. Fu al Giro, quando intuimmo che Aru ha del talento vero, che la Bardiani vinse tre frazioni risultando una delle squadre migliori in assoluto della corsa, se paragonata ai mezzi che portava con sé rispetto ad altre squadre ben più milionarie, e con due tappe vinte da Ulissi. L’Italia uscì ben gasata da quel Giro. Se con Nibali eravamo si tornati ai vertici, con Aru e Ulissi era solo questione di tempo. E magari sarà proprio così. Uscivamo da una campagna del Nord magra e quest’anno le cose sono migliori di poco, o forse quest’anno è andata semplicemente meno peggio. Pozzato si è confermato inconfermabile, Visconti perfetto…..gregario, Quinziato un uomo che da tre o quattro stagioni vede arrivare l’anno buono, peccato che sia uno del ’79, e così la differenza l’hanno fatta Paolini (38 anni, con le speranze di Cassani di riaverlo in azzurro) e la Longo Borghini, per quel ciclo in rosa che quando vince è sempre amato da quasi tutti e seguito da quasi nessuno. Per questo abbiamo bisogno del Giro. Per dimenticare i buoni propositi quasi decennali di Pozzato, perché di Oss parliamo bene da un lustro, perché a febbraio abbiamo velocisti che fanno fuoco e fiamme, perché Nibali è uno scalino sopra tutti i nostri e non possiamo considerarlo come lo specchio del nostro ciclismo, perché (per sua fortuna) non lo è. Benvenuto Giro, come non mai da tanti anni.”

lunedì 13 aprile 2015

38 buoni motivi per preoccuparci?

Ci restano le Ardenne, e se le cose non cambieranno anche quest’anno il ‘nostro’ Nord avrà un bilancio in passivo. E così siamo di nuovo attaccati una carta d’identità che sfiora le 40 primavere.
Dopo i disastri delle auto Shimano al Fiandre, ci hanno pensato gli organizzatori della Roubaix a far parlare di sé per il passaggio a livello attraversato da qualche decina di atleti con un treno ch’è passato dieci secondi dopo. Roba pericolosa, tanto, troppo. Comunque, tra le righe di una Roubaix ‘orfana’ delle trenate di Boonen o Cancellara – che di solito una botta forte la davano sempre attraversando Aremberg per fare una prima cernita del gruppo – e conquistata dal tedesco Degenkolb, emerge sulle pietre la visibile invisibilità dei nostri anche quest’anno. Per questa stavolta lasciamo stare Pozzato che con tre forature ha perso il treno dei migliori, ma per il resto siamo sempre al discorso che quando la gara tocca le fasi decisive di noi resta poco. Quinziato è da cinque o sei anni che viene atteso, tant’è che ormai contende questo ‘record’ a Pozzato. Oss parla del Nord da tre o quattro anni e speriamo che non diventi un Quinziato-due. Paolini è caduto, ma se il ciclismo nostrano deve andare ad appoggiarsi a uno di 38 anni, si capisce come stiamo messi, tant’è che anche il CT Cassani, tra una ripassata di nero ai capelli per sembrare un fresco trentenne, è tornato a parlargli di Nazionale. L’anno scorso uscimmo da una campagna del Nord disastrosa, la peggiore da decenni. Venimmo salvati da una Liegi che ci diede Caruso e Pozzovivo protagonisti fino a 100 metri dalla fine. Continuiamo a vincere corse a gennaio, febbraio e inizio marzo. Abbiamo ogni anno il velocista di turno che vince cinque corse su…….quattro disputate. Ma quando le gambe dei migliori arrivano vicine alla condizione sono dolori. Adesso le gare cambiano. Se con Fiandre e Roubaix potevi avere nei rispettivi percorsi dei selezionatori quasi automatici con il passar dei chilometri, adesso se vuoi selezione devi avere le gambe per farla, crearla, costruirtela. Fin’ora il bilancio italiano è sostenuto dal ‘vecchio’ Paolini e dalla Longo Borghini, che una classica a testa l’hanno vinta. Così da una parte abbiamo i nostri atleti che continuano a essere evanescenti (e con un quasi quarantenne che ne tiene in piedi la baracca), dall’altra ci siamo attaccati alla Longo Borghini, meritevole rappresentante di un ciclismo che a pochi interessa tanto ed a tanti frega poco, se non quando arriva la vittoria a cui attaccarsi per cercare di risplendere di luce riflessa.

martedì 7 aprile 2015

Bene così, ma senza fretta, che il talento c'è.

Chissà cosa pensavano i dirigenti della Shimano seduti in poltrona, mentre al Giro delle Fiandre andava in onda il peggior spot pubblicitario che l’azienda avrebbe mai pensato di dover ritrovarsi tra le mani. E adesso sotto coi discorsi che ci sono tanti o forse troppi veicoli al seguito delle corse. Nel mentre di un pomeriggio pasquale che ha confermato la fatica boia del nostro ciclismo maschile ad emergere nelle corse di un giorno di più alto lignaggio, la bici rosa riesce a far parlare di sé con la vittoria della Longo Borghini al Fiandre femminile. Com’è da tradizione c’è stata subito la celebrazione televisiva RAI, con il rilancio del noto slogan; “le nostre ragazze”, nella miglior tradizione della nostra Federciclo quando ci sono nei paraggi telecamere e fotografi con qualcosa d’importante appena vinto. Elisa (foto; Wiggle-Honda)si conferma atleta di un giorno, ed ha vinto in una maniera che se fosse stato un italiano a vincere a quel modo ne perlerebbero una settimana. La talentuosa ciclista piemontese – aveva già vinto anche un “Binda” in quel di Cittiglio – rappresenta quel cambio generazionale che da un paio di stagioni si va manifestando a piccoli passi non solo con lei, anche se al momento è l’atleta che mostra più di altre le famose ‘stimmate’ della campionessa. Scandolara e Ratto sono attese per dei rispettivi segnali importanti. Al Binda della scorsa settimana la Longo Borghini aveva mostrato una mancanza di brillantezza proprio nelle fasi finali, ma chissà che questa vittoria non sia il segnale d’inizio di un periodo di forma che arriverebbe in uno dei momenti più sentiti della stagione, visto che il 22 arriverà la Freccia Vallone. Molto buono il 5° posto conclusivo della tricolore Elena Cecchini, che sembra indirizzata a difendere meglio la maglia di campionessa nazionale rispetto alle ultime due tricolori Borgato e Muccioli.