«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 13 aprile 2015

38 buoni motivi per preoccuparci?

Ci restano le Ardenne, e se le cose non cambieranno anche quest’anno il ‘nostro’ Nord avrà un bilancio in passivo. E così siamo di nuovo attaccati una carta d’identità che sfiora le 40 primavere.
Dopo i disastri delle auto Shimano al Fiandre, ci hanno pensato gli organizzatori della Roubaix a far parlare di sé per il passaggio a livello attraversato da qualche decina di atleti con un treno ch’è passato dieci secondi dopo. Roba pericolosa, tanto, troppo. Comunque, tra le righe di una Roubaix ‘orfana’ delle trenate di Boonen o Cancellara – che di solito una botta forte la davano sempre attraversando Aremberg per fare una prima cernita del gruppo – e conquistata dal tedesco Degenkolb, emerge sulle pietre la visibile invisibilità dei nostri anche quest’anno. Per questa stavolta lasciamo stare Pozzato che con tre forature ha perso il treno dei migliori, ma per il resto siamo sempre al discorso che quando la gara tocca le fasi decisive di noi resta poco. Quinziato è da cinque o sei anni che viene atteso, tant’è che ormai contende questo ‘record’ a Pozzato. Oss parla del Nord da tre o quattro anni e speriamo che non diventi un Quinziato-due. Paolini è caduto, ma se il ciclismo nostrano deve andare ad appoggiarsi a uno di 38 anni, si capisce come stiamo messi, tant’è che anche il CT Cassani, tra una ripassata di nero ai capelli per sembrare un fresco trentenne, è tornato a parlargli di Nazionale. L’anno scorso uscimmo da una campagna del Nord disastrosa, la peggiore da decenni. Venimmo salvati da una Liegi che ci diede Caruso e Pozzovivo protagonisti fino a 100 metri dalla fine. Continuiamo a vincere corse a gennaio, febbraio e inizio marzo. Abbiamo ogni anno il velocista di turno che vince cinque corse su…….quattro disputate. Ma quando le gambe dei migliori arrivano vicine alla condizione sono dolori. Adesso le gare cambiano. Se con Fiandre e Roubaix potevi avere nei rispettivi percorsi dei selezionatori quasi automatici con il passar dei chilometri, adesso se vuoi selezione devi avere le gambe per farla, crearla, costruirtela. Fin’ora il bilancio italiano è sostenuto dal ‘vecchio’ Paolini e dalla Longo Borghini, che una classica a testa l’hanno vinta. Così da una parte abbiamo i nostri atleti che continuano a essere evanescenti (e con un quasi quarantenne che ne tiene in piedi la baracca), dall’altra ci siamo attaccati alla Longo Borghini, meritevole rappresentante di un ciclismo che a pochi interessa tanto ed a tanti frega poco, se non quando arriva la vittoria a cui attaccarsi per cercare di risplendere di luce riflessa.

martedì 7 aprile 2015

Bene così, ma senza fretta, che il talento c'è.

Chissà cosa pensavano i dirigenti della Shimano seduti in poltrona, mentre al Giro delle Fiandre andava in onda il peggior spot pubblicitario che l’azienda avrebbe mai pensato di dover ritrovarsi tra le mani. E adesso sotto coi discorsi che ci sono tanti o forse troppi veicoli al seguito delle corse. Nel mentre di un pomeriggio pasquale che ha confermato la fatica boia del nostro ciclismo maschile ad emergere nelle corse di un giorno di più alto lignaggio, la bici rosa riesce a far parlare di sé con la vittoria della Longo Borghini al Fiandre femminile. Com’è da tradizione c’è stata subito la celebrazione televisiva RAI, con il rilancio del noto slogan; “le nostre ragazze”, nella miglior tradizione della nostra Federciclo quando ci sono nei paraggi telecamere e fotografi con qualcosa d’importante appena vinto. Elisa (foto; Wiggle-Honda)si conferma atleta di un giorno, ed ha vinto in una maniera che se fosse stato un italiano a vincere a quel modo ne perlerebbero una settimana. La talentuosa ciclista piemontese – aveva già vinto anche un “Binda” in quel di Cittiglio – rappresenta quel cambio generazionale che da un paio di stagioni si va manifestando a piccoli passi non solo con lei, anche se al momento è l’atleta che mostra più di altre le famose ‘stimmate’ della campionessa. Scandolara e Ratto sono attese per dei rispettivi segnali importanti. Al Binda della scorsa settimana la Longo Borghini aveva mostrato una mancanza di brillantezza proprio nelle fasi finali, ma chissà che questa vittoria non sia il segnale d’inizio di un periodo di forma che arriverebbe in uno dei momenti più sentiti della stagione, visto che il 22 arriverà la Freccia Vallone. Molto buono il 5° posto conclusivo della tricolore Elena Cecchini, che sembra indirizzata a difendere meglio la maglia di campionessa nazionale rispetto alle ultime due tricolori Borgato e Muccioli.

venerdì 3 aprile 2015

"Cara UCI ti scrivo, così mi distruggo un po'....."

Una lettera indirizzata all’UCI per chiedere a quest’ultima di credere nella sua onestà di persona e di sportivo. Così lo ‘squalo’ sta cercando di evitare la revoca della licenza World Tour per il Team Astana.
Stralci del documento sono stati riportati dalla ‘rosea’ su articolo a doppia firma Claudio Ghisalberti e Luca Gialanella. Il capitano dell’Astana (foto; strettoweb.com) deve tornare a metterci la faccia per salvare il sedere al suo boss. In una missiva che l’atleta ha inviato all’UCI sottolinea la sua posizione di “simbolo universalmente riconosciuto” nel contrastare il doping. Altro punto, di come l’Astana stessa consideri importante avere nel siciliano “un atleta di questo livello sul piano etico”. Poi il tono diventa più tecnico con un’opinione sulle carte del processo di Padova (oltre 500 pagine!) che non possono a detta dell’isolano “essere utilizzate. Gli atti non sono ancora stati portati all’attenzione di un tribunale” quindi “tutta l’inchiesta è ancora ad uno stadio precoce”. Che la carriera di Nibali sia esente da positività o guai doping fin’ora è un fatto, e quindi non sussiste nessuna benedetta discussione sul discorso dell’atleta “universalmente riconosciuto”. Viene però da domandarsi proprio per questo del perché Nibali non abbia cambiato aria, visto che le squalifiche doping e le frequentazione con Ferrari di Vinokurov sono anche quelle robe universalmente riconosciute, e da un bel pezzo. Sul discorso del “piano etico” il boss di Vincenzo sull’etica non potrebbe tenere lezione nemmeno all’asilo, e cosa ci sia di etico a tenersi uno così in ammiraglia nessuno se lo domanda in Astana? Ma quello che fa girare le scatole è che l’italiano debba continuare a metterci la faccia per salvare il sedere a un ex dopato che fin dall’inizio della sua carriera manageriale era visto come fumo negli occhi, e dimmi tu se dev’essere proprio Nibali a riempirlo indirettamente di onori, gloria e soldi. Senza dimenticare la ‘bazzecola’ di 5 positività di atleti Astana nella stagione precedente. Che Nibali abbia tre milioni (forse di più) di buoni motivi annui lo si può capire, ma non condividere all’infinito.

mercoledì 1 aprile 2015

Aprile; l'editoriale

Tre anni e mezzo addietro la bicicletta rosa italiana era rappresentata in primis da una due volte iridata (consecutivamente), che al tempo raccontava com’era messo il ciclismo femminile. Sono passati quarantatre mesi.
“È sempre stata una delle poche ad aprir bocca per parlare anche delle cose che non funzionano. Non essendo una che cambia un fidanzato ogni due mesi, per far parlare di sé doveva vincere, perché se arrivava seconda figurati se ti correvano dietro per chiederti anche soltanto che ora fosse. Durante la conferenza stampa post-iride-bis (Copenhagen 2011) si espresse con una frase che indirettamente conteneva tanta amara realtà, che se non si segue con un minimo d’attenzione il ciclismo rosa può dir poco e sembrare pura cordialità di circostanza; “La settimana prossima sarò in albergo a Montichiari per i campionati nazionali. Se qualcuno vorrà intervistarmi sarò a disposizione”. Diventò protagonista di un servizio di poco superiore al minuto, mandato in onda a orari da bestemmia. Ma in quel periodo raccontò anche di argomenti che figurati se i suor alessandristi di turno toccavano. E allora venivi a sapere che i premi di tappa al Giro-Donne erano una cosa che gridava vendetta, che l’enorme maggioranza delle cicliste portavano a casa uno stipendio ch’era roba da non credere se comparato con stipendi minimi di altre professioni, che chi aveva un bagaglio tecnico vero dal punto di vista della competenza si doveva trovare un lavoro per aiutare in una palestra (con i ringraziamenti dell’allenatore pensionato che non costa una lira se non poco e quindi conviene), che già vedeva di come una eventuale riforma fatta in casa nostra se fosse arrivata lo avrebbe fatto con tempi enormi e tante tribolazioni, che una specialità come la ginnastica artistica può avere la sua parte anche nella specialità ciclistica, e che il ciclismo era ‘tatuato’ nel cervello della gente come uno sport solo per maschi. Che bello sarebbe ritrovare Giorgia Bronzini e chiederle se riguardo a queste cose ci sono state delle novità al riguardo”

mercoledì 25 marzo 2015

Con la primavera sboccia il Giro-donne 2015

Un percorso impegnativo, non tremendo, con partenza dall’estero e con (finalmente) una vera cronometro. Un’unica certezza, Marianne Vos non parteciperà e quindi corsa un po’ più aperta.
Giro-Donne 2014, chilometri a cronometro: 0. Giro-Donne 2013, chilometri a cronometro: 16. Giro-Donne 2012, chilometri a cronometro: 6,5. Totale; 22,5 km. in tre edizioni. Giro-Donne 2015, 8^ frazione: Pisano – Nebbiuno km. 21, cronometro individuale. Spulciando nelle vecchie edizioni della corsa, questa è la notizia più evidente del prossimo Giro d’Italia rosa che si correrà dal 3 al 12 luglio prossimi. La partenza sarà estera con un crono-prologo di due chilometri (pura vetrina) che si terrà a Lubiana, in Slovenia, e le frazioni saranno nove. Diverse le occasioni per le ruote veloci: 1^ frazione; Kamnik – Lubiana 103 km., 3^ Curtadone – Mantova 130 km. e 4^ Pioltello – Pozzo d’Adda di 95 chilometri. Le tappe che dovrebbero dare una smossa alla generale sono la 2^ (Gaiarine – San Fior di 121 km.) con 4 salite, e la Tresivio – Morbegno di 102 km. che sarà la 6^ tappa, con un percorso tutto “mangia e bevi” e che arrivando dopo quasi una settimana di corsa potrebbe pesare più del previsto. Vi sarebbe anche l’arrivo dell’Aprica (partendo da Trezzo d’Adda) nella 5^ frazione, ma la salita viene affrontata dal versante più amichevole. Con la 7^ tappa Arenzano – Loano 90 km. (due salite: Naso di Gatto e Melogno) e la cronometro già citata ulteriore ‘sistemazione’ della generale in vista dell’ultimo giorno con la Verbania – San Domenicao di Varzo, che viene toccata dalla corsa per il 3° anno consecutivo. L’arrivo sarà in salita (l’unico) e si decreterà l’atleta vincitrice. I chilometri totali previsti saranno 890, due i giorni ‘esteri’ (prologo serale e 1^ tappa). DIVISO IN DUE? L’impressione sembra questa. Nelle prime cinque giornate di corsa troviamo soltanto una tappa che dovrebbe pesare (la 2^), anche se le gambe saranno ancora toniche e piene. Tre frazioni veloci (prologo escluso) nei primi quattro giorni sono l’occasione da non perdere per le velociste. L’Aprica, nella 5^, non dovrebbe dare botte forti, a meno di tempo cattivo. Solamente dalla 6^ frazione (arrivo a Morbegno) dovrebbe schiarirsi in maniera definitiva la rosa delle pretendenti e quindi iniziare il Giro ‘vero’ quello dove non puoi più lasciare secondi a spasso. E a proposito di secondi, come scritto in precedenza finalmente si mette sul piatto degli impegni di giornata una cronometro senza distanze tipo juniores (Roma 2012, che occasione giocata malamente!), con l’occasione di avere delle cicliste che potranno forse contare su questa prova anche in ‘visione’ classifica generale.

lunedì 23 marzo 2015

Affascinante perché imprevedibile? Bene, allora cambiamo Sanremo, grazie.

Ma che bello il tracciato classico della Sanremo, se non fosse che nelle ultime due ore le emozioni sono state date per disperse. Se i momenti topici del ciclismo sono quando vedi dei corridori schiantarsi contro un muretto, no grazie cari esperti di ciclismo. Il teatrino di Suor Peppa De Stefano è ormai pallosamente noto. La regola è semplice: vagonate di retorica, scriversela, cantarsela e suonarsela. Così, mentre al telespettatore si raccontava dei fiacchi piazzamenti in carriera di Martinello nella classica lombardo/ligure, e mentre non avendo niente da far vedere Pancani e la suora andavano in estasi totale per la ‘novità’ tecnologica in HD applicata alle immagini rallentate, la Milano-Sanremo andava verso il traguardo aspettando il benedetto Poggio. Le uniche emozioni che quest’ultimo ha regalato – anzi che gli ultimi 70 chilometri della Sanremo hanno regalato al telespettatore – sono state le cadute di Gilbert, Ciolek (il vincitore con la neve di due anni fa) Stybar e dell’iridato Kwiatkowsky nell’ultima picchiata. E prima una brutta caduta di altri ciclisti scendendo dalla Cipressa. Com’era prevedibile – e come un tal Cancellara Fabian aveva detto due giorni prima – anche stavolta era da vedere come sarebbe stato il tempo. Nel senso che una Sanremo sotto al sole, sul tracciato classico – quello che eccita da matti Beppe Conti che ogni anno può tirar fuori l’ennesimo racconto sulla vittoria di Saronni nell’83 – diventa una corsa che difficilmente può uscire da un andamento monocorde, prevedibile, quasi scontato, suor alessandresco. Cosa puoi chiedere a 3.710 metri di salita da 30 km/h di media com’è il Poggio, dove il tratto più duro (duro?) viene fatto a 20 orari (100 metri)? Che razza di emozioni trovi in una salita in cui gli atleti devono tirare il freno per affrontare certi tornanti? Inutile menarcela sempre con il fatto che la Sanremo è affascinante perché imprevedibile. Se dopo 293 chilometri di gara sono ancora tutti assieme, dove sono le difficoltà che fanno vedere veramente chi ne ha di più, o ha le palle più grosse degli altri? Allora evviva la Strade Bianche dannazione!

martedì 17 marzo 2015

Abbiamo trovato uno con le p***e?

Ok, adesso uno potrebbe pensare che qui si mette ancora in discussione un atleta che ha vinto un Giro l’anno scorso a 24 anni e alla prima partecipazione, ch’è stato maglia bianca al Tour 2013 arrivando 2° nella generale a 23 anni e s’è appena portato a casa una Tirreno-Adriatico dopo il 2° posto del 2014. Tutt’altro. Stai a vedere che stavolta un colombiano con le palle è saltato fuori davvero. Si, perché la storia ciclistica è stata piena di sudamericani volanti in salita, che in discesa erano una bestemmia del Signore, e che quando erano ad un passo dal famoso salto di qualità saltavano per aria, oppure di lì non si smuovevano, iniziando a cambiare squadre come calzini, finché non sparivano e per ritrovarli dovevi tornare dalle loro parti e scoprirli come corridori pagati a cottimo in squadre di secondo piano a livello nemmeno internazionale. Storie simili abbracciarono Leonardo Sierra negli anni ’90, o Josè Rujano nel decennio scorso. Quando erano ad un passo dal diventare atleti top, si trasformarono in ciclisti flop. Adesso la musica pare cambiata grazie a questo sudamericano che la vede semplice; “Se sei un leader devi avere la testa forte in ogni clima”. Atleta che nell’arco di tempo che gli ex ciclisti sudamericani impiegavano per diventar famosi, e per vincere qualche tappa, lui ha già vinto più di tutti loro. Fatto sta che in cinque chilometri impegnativi ma non tremendi per pendenze Quintana ha dato un minuto a Contador, e altrettanto ad Uran Uran e Rodriguez. D’accordo che dietro si guardavano un po’ tutti e nessuno voleva portarsi appresso l’altro, ma Quintana è stato l’unico ad accettare di prendersi il rischio di perdere la tappa per provare a vincere la corsa. Perché Quintana pare avere una cosa diversa dai suoi connazionali: la testa di chi vuol vincere e non solo scappare dalla miseria.