«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 26 luglio 2016

Cosa resta dopo King Froome III?

Vittoria su tutta la linea per Cristopher Froome che vince il Tour con una concorrenza mai veramente incisiva. Male Quintana, di altissimo livello i Tour di Cavendish e Sagan.
Aldilà di alcune dichiarazioni rilasciate da Froome (voto; 9), non abbiamo mai visto un avversario o una squadra avversaria metterlo in vera difficoltà. Ci è voluto uno spettatore che ha provocato uno sconquasso quando Froome prima è caduto e poi si è trovato appiedato, o una caduta dello stesso britannico in discesa a poche tappe dalla fine, per vederlo davvero nei guai. Per il resto mai nessuno lo ha fatto tribolare. Una vittoria netta. Contador ha finito il Tour prima di cominciarlo, Nibali aveva la testa più in Sud America che in Francia, Quintana (voto; 3) è stato semplicemente aria fritta. Il sudamericano ha potuto prepararsi come gli pareva in vista del Tour. Mesi senza (o poche) notizie su di lui, allenamenti sulle sue strade per starsene in benedetta pace, partecipazioni a poche gare di alto livello, se non addirittura correndo corse che francamente nemmeno si sono mai sentite nominare, con avversari modesti, cosa ben diversa dal prepararsi alla corsa più importante al mondo. Se Quintana non sistemerà la stagione alla Vuelta, avrà buttato una stagione in malo modo. Non correrà le Olimpiadi. Per uno come lui, su di un percorso da uomini da salita, è una bocciatura pesante. La sua condotta di corsa è stata insapore, fiacca, attendista, deludente. Valverde o Nibali venivano dalle fatiche del Giro. Sono stati comunque più vivi del capitano Movistar, che da gennaio ha potuto allenarsi guardando solo alla Francia. Fabio Aru (voto; 7) ha fatto quel che doveva. Ogni tanto provava qualcosa, ha fatto qualche sbaglio, ha preso una cotta pesante il penultimo giorno, ma ci sta tutto. Vuelta e Giro non sono il Tour, dove anche la testa ha la sua parte. Dopo il pesantissimo distacco patito nella penultima frazione il ragazzo si è presentato davanti alle telecamere RAI con la faccia di uno che aveva appena presenziato al proprio funerale. Per quanto la delusione sia comprensibilmente forte dispiace che il giovane talento sardo la prenda in maniera così pesante. Speriamo sia una reazione data dalla giovane età.
Negli ultimi tre Tour Contador si è ritirato due volte per cadute varie. Ingiudicabile in questa edizione. Il Giro 2015 sarà registrato come il suo ultimo alloro? Le Olimpiadi gli daranno la scossa? Bene, anzi benissimo Mark Cavendish (voto; 9), vincitore di quattro frazioni dove non vi sono discussioni sul come ha messo in riga tutti. In due vittorie autore di volate esemplari, la pedalata era tornata quella dei tempi migliori, se erano già passati, e forse i Mondiali su pista gli hanno ridato lo spunto che ha avuto la meglio sulla forza pura di Greipel o Kittel. Tour di alto livello anche per l’iridato Sagan (voto; 9), che ha vinto, quando non lo ha fatto c’è spesso mancato poco, ha rivinto la maglia verde, la veste da cinque anni di fila, è schizzato al primo posto nella classifica UCI, sorride sempre, si diverte sempre, e sta onorando la maglia iridata di cui sembra non sentire il simbolico peso. Alcuni anni addietro Roberto Amadio era uno dei tecnici dell’allora squadra italiana Liquigas (ambiente perfetto per far crescere i talenti) e diceva di dare qualche anno di tempo a quel ragazzo arrivato da poco che nei ritiri invernali faceva saltare la corrente – e i nervi degli altri ragazzi – nelle stanze dell’albergo di turno, perché si cimentava con un fornello elettrico a cucinare improbabili pietanze. Ora l’ex crossista ha imparato e si cucina gli avversari.

mercoledì 13 luglio 2016

Il rosa le piace e se lo porta a casa

Con qualche spunto di Casa-Italia, si chiude con la vittoria di Megan Guarnier il Giro-Donne 2016. Le atlete straniere fanno la voce grossa, con la Stevens protagonista assoluta, e noi cerchiamo ancora (invano?) una ragazza per la generale del domani.
Megan Guarnier (voto; 8) vince il Giro edizione 2016, e lo fa dopo aver vestito la maglia rosa per cinque giorni su nove (lasciamo da parte il piattissimo mini-prologo), dopo che nell’edizione 2015 l’aveva vestita per sette giornate su una corsa strutturata nello stesso modo: totale, dodici giorni su diciotto. Il rosa le piace. In questa edizione non ha mostrato l’acuto, se non due secondi posti nelle frazioni 1 (Gaiarine-San Fior) e 6 (Andora-Alassio). Meglio fece l’anno scorso con una vittoria nell’allora proposizione della medesima Gaiarine –San Fior e con ben 4 secondi posti consecutivi nelle tappe 5, 6, 7 ed 8. Visto che ha vinto, i telecronisti RAI hanno ovviamente iniziato a parlare di un’affermazione un po’ di casa nostra, per via delle pare origini italiche della ragazza. La vittoria ha cento padri. La vincitrice del Giro ha passato qualche difficoltà nella Tarcento-Montenars cercando di non lasciar scappar via Evelin Stevens nel finale di corsa, ma che tenesse alla rosa lo si è visto poi nella Grosso-Tirano e di più nella Andora-Alassio, quando e arrivata sulla piazza d’onore di giornata, forse nella miglior giornata della Stevens. Niente vittoria di tappa quindi, ma una vittoria ostruita sulla continuità di rendimento. Sono passati gli anni in cui vi era Marianne Vos a stravincere la corsa.
Del Giro televisivo e delle nostre ragazze scrivo in altro articolo. In linea di massima vive però la forte sensazione che tra le nostre fila abbiamo ormai abbracciato un’altra generazione ciclistica dedita alle classiche. Se alla fine la migliore azzurra in classifica è ancora una buona Guderzo (voto; 6) – con la Bronzini (voto 9) che riesce a vincere due tappe – vuol dire che in casa nostra il famoso ricambio per le gare di più giorni guardando alla classifica pare lontano dal venire. Nove frazioni corse (sempre senza contare il prologo), ci danno 9 vittorie straniere. Oltre alla vittoria finale della Guarnier, Giro di altissimo livello per la statunitense Evelin Stevens (voto; 9), che accompagnata sempre da un sorriso perfetto per uno spot da pasta dentifricia vince la 2^ tappa (Tarcento-Montenars), la 6^ (Andora-Alassio) e la 7^ (Albisola-Varazze). Aggiungiamo tre giorni di rosa vestita e il Giro si chiude con un bilancio esemplare – e che per certi versi si rivela un po’ assurdo, visto che non ha vinto la corsa – per quello che è il suo miglior Giro: tra un anno arriverà da favorita? La regina 2015, Anna Van Der Breggen (voto; 5) riesce a spuntare qualcosina, un terzo posto nella Andora-Alassio e un secondo nella cronometro Albisola-Varazze. Forse anche lei come quasi tutte, italiane e non, pedalava già con la testa verso il Brasile.
Pedalando in maniera un po’ casuale qua e la nel gruppo, abbiamo visto una Emma Pooley che rientra fra le “non giudicabili”, se non nel fatto che nelle ultime stagioni ha fatto uscite di scena e rientri in gruppo con molta scioltezza. Questa volta le gambe erano in Italia, ma lo scricciolo britannico aveva la testa già in Sud America, destinazione Rio. Potenza dello spirito d’Olimpia e la Vos ne sa qualcosa. Dispiace del ritiro ‘programmato’ di Elena Cecchini, freschissima tri-campionessa nazionale con un’azione di alto livello nella prova tricolore. Ma delle italiane si scriverà a parte. Il percorso del Giro (voto; 8 alla varietà, 7 nel complesso) ha ripresentato per il secondo anno consecutivo una cronometro degna di tal nome. Dopo i 22 chilometri della Pisano-Nebbiuno della scorsa edizione, altri 22 quest’anno con la Albisola-Varazze. Si è guardato alle velociste con diverse frazioni per loro, peccato che la tappa del Mortirolo non vedeva quest’ultimo come arrivo. Per il resto poco altro, questo grazie alla maniera sbrigativa e superficiale con cui la RAI (voto; 3) ha liquidato in molte frazioni questo Giro. Ecco, se non fosse che la RAI ti da una visibilità che per il ciclismo rosa è vitale, viene voglia di chiedersi se non varrebbe la pena provare a cercare un accordo con qualche altra rete tivù in chiaro. Tanto, cronaca registrata per cronaca registrata, nessuna pubblicità nei giorni precedenti l’evento, sintesi e interviste castrate in malo modo, non viene la voglia di tastare il terreno in tal senso?

martedì 12 luglio 2016

Cauto ottimismo? L'aria che tira è questa

Se il CT Salvoldi aveva timori sulle condizioni delle nostre, il Giro ha invece fatto intravedere una condizione che pare stia maturando perfettamente per tutte le nostre probabili atlete.
Anche quest’anno, l’ennesimo, non partivamo con credenziali che parlavano di vittoria. Solo speranze, ma senza entusiasmi troppo accesi. Due vittorie di tappa e qualche altro podio per le nostre rappresentanti al Giro-Donne. La testa era già in Brasile. Olimpia in testa per Tatiana Guderzo che non ha fatto mistero di essere contenta di sentire una condizione in crescita. La vicentina non ha avuto nessuno squillo di rilievo, nonostante un buon terzo posto nella 5^ tappa (Grosio-Tirano), dietro alla vincitrice di giornata Mara Abbott e a Elisa Longo Borghini. Chiude ancora come migliore delle nostre nella generale, cosa capitata spesso nell’ultima decina di Giri d’Italia. Ma come scritto forse un anno fa, le occasioni per il sogno rosa sono passate qualche edizione fa, difficile che possano ripassare. Elisa Longo Borghini ha raggiunto due secondi e un terzo posto di giornata, e probabilmente per lei anche la condizione è sulla via giusta per agosto. Stessa solfa per la campionessa d’Italia Elena Cecchini, che ha salutato il Giro dopo la cronometro Albisola-Varazze valevole come 7^ frazione. Tra le straniere, identica scelta per la britannica e iridata in carica Lizze Armitstead. Quasi certo che la scelta di aspettare la cronometro per poi ritirarsi non sia stato una combinazione ma un test atteso.
Nel finale di Giro, ma qualcosa si era visto anche prima, è emersa la bella gamba di Maria Giulia Confalonieri. Seconda nella 4^ tappa (Costa Volpino-Lovere); “Sono contenta di avere colto il mio primo podio al Giro. Mi dispiace di non avere vinto ma va bene così.”, ha chiuso in crescendo la corsa rosa, con il terzo posto nella giornata tutta azzurra della 8^ frazione (Rescaldina-Legnano) dietro alla Bronzini e a Marta Bastianelli, che nella sua seconda parte di carriera post-bebè ha ormai indossato le vesti della velocista. Tornando alla Confalonieri ha firmato un 3° posto nella frazione finale di Verbania Pallanza. Giorgia Bronzini registra due vittorie, rispettivamente sui traguardi di San Fior e Legnano, ed è la ciclista che più di tutte fra le nostre racconta il suo avvicinarsi a Rio; “A questo Giro ci sono arrivata in forma, pensando all’obiettivo di far parte della selezione per le Olimpiadi. Adesso che ho avuto proprio la notizia che speravo di avere, sono orgogliosa di questo. Ho messo tutto quel che avevo, già da inizio stagione. Per questo motivo, per alcuni, la mia era sembrava una stagione in ombra. Ma non era così, perché ho dovuto lavorare tanto per ‘trasformare’ la mie caratteristiche e migliorare nelle mie mancanze. Era una specie di sfida più on me stessa che con gli altri. Il mio CT Salvoldi mi ha dato le giuste direttive per migliorarmi negli allenamenti”. Alle due vittorie di giornata, aggiunge un 3° posto nella 4^ tappa, con l’arrivo a Lovere.

E tocca tenersi una roba del genere?

Erano diversi anni che il Giro femminile non veniva preso a calci in questa maniera dalla RAI, che come fa un passo avanti forse per ‘par condicio’ ne ha fatto subito uno indietro.
Inizio da una cosa positiva: la new entry Giada Borgato come spalla tivù di Piergiorgio Severini, che ci consente di sentire i nomi delle atlete straniere che non vengono storpiati, che parla italiano e non un qualcosa che tenta di assomigliarli del tipo; “Uniti Stati America”, che in pratica non dice le fesserie che diceva Sgarbozza. Niente più angolino all’ora di cena per il Giro-Donne, che almeno aveva un suo orario di messa in onda e quindi una sua “dignità televisiva”, chiamiamola così, all’interno del palinsesto. La RAI sceglie il ‘traino’ del Tour, ma con risultati semplicemente irritanti. Prologo di Gaiarine: 40 minuti di ritardo per la messa in onda, tanto che va in seconda serata. Prima frazione, Gaiarine-San Fior: sintesi cortissima perché “la RAI tiene molto al ciclismo femminile” come dice ogni benedetto mese di maggio Suor Alessandra al suo proCESSO del Giro. Seconda frazione, Tarcento-Montenars: intervista per Elisa Longo Borghini ‘tagliata’ in maniera indecente a fine sintesi. Quarta tappa, Costa Volpino-Lovere: sintesi ben stringata, tanto che in due minuti di servizio siamo già ai meno 9 dalla fine. Impossibile seguire una corsa ciclistica in questa maniera. Sesta tappa, Andora-Alassio: Francesco Pancani annuncia la imminente ‘finestra’ in diretta del Giro femminile, e visto che il Tour (badate bene la strana casualità) ha un ritardo sulla tabella orario di almeno 30 minuti, linea alla coppia Severini/Borgato. La “diretta” è un bidone perché siamo sempre a una sintesi che salta di palo in frasca, e l’unica diretta è quella relativa al commento dei due telecronisti, ma le immagini sono sempre registrate. È infatti cosa nota che le tappe del Giro-Donne terminano spesso a metà pomeriggio e non certo nel tardo quest’ultimo. Una balla, e confezionata anche male, credendo (o fermamente convinti?) che il telespettatore sia imbecille. Mi ricorda qualcuno…… Non è finita. Ultima tappa in quel di Verbania Pallanza. Quella che chiude il Giro femminile, quella che riguarda la consacrazione sportiva della vincitrice: in 5 minuti si passa dalle firme delle atlete alla partenza ai saluti e ai ringraziamenti dei telecronisti. Nessuna intervista, nemmeno alla vincitrice. Uno schifo. La corsa più importante del calendario rosa UCI che viene trattata come fosse una trasmissione in replica che fa da tappa-buchi tivù alle sei di mattina. Qualcuno alzerà la voce o tutti zitti?

venerdì 1 luglio 2016

Luglio; l'editoriale

Partito il Giro femminile con il fresco grande tris tricolore della Cecchini. Ma riguardo alla classifica siamo in mano alla Guderzo?
“Se in campo maschile abbiamo due talenti puri come Aru e Nibali che nelle corse a tappe ti danno garanzie di competitività, nel Giro-Donne l’Italia cerca il nome che sulle corse di più giorni sia affidabile. Si, perché se tra i maschietti abbiamo due isolani che spesso vincono e convincono nei Gran Tour (ma dopo questi due vi è il vuoto!), la bici rosa quando splende lo fa guardando più alla corsa di giornata. Si arriva da un fresco tris tricolore consecutivo della Cecchini che profuma di storia per la disciplina femminile, dato che dobbiamo tornare al periodo ‘87/’88/’89 per ritrovare, con Maria Canins, tre titoli uno appresso all’altro. Corsa controllata nel finale per le Fiamme Azzurre, che potevano avere due gregarie di alto lignaggio come Ratto e Guderzo a proteggere le spalle alla compagna di squadra, che si conferma la miglior tricolore da tante stagioni a questa parte, dopo vincitrici del titolo che sono durate un Amen. Negli ultimi 10/12 anni il nostro ciclo-rosa ha registrato pochi nomi per grandi giri. Tolta la pluri-vincitrice Luperini poche atlete ci hanno dato la sensazione di essere cicliste buone per le gare di più giorni. Ad un exploit che risaltava nell’annata singola non corrispondeva una equivalenza sul medio periodo di attività. La brava Cauz ha corso bene l’edizione 2013 (maglia bianca finale), ma non si è ripetuta. Ora Elisa Longo Borghini è il riferimento, ma i suoi risultati più belli sono spuntati in corse di una giornata e fin’ora quello è sempre sembrato il suo pane. L’unico nome, attualmente ancora in attività, che ha dimostrato un minimo di continuità nel medio/lungo periodo è quello di Tatiana Guderzo: 5^ nel 2007, 4^ nel 2008, 3^ nel 2010, 2^ nel 2013. Mai però l’acuto che facesse la differenza, e un paio le occasioni in cui l’occasione rosa pareva potesse esser presa. Oramai salita al ruolo di ‘senatrice’ tra le nostre, non pare avere con se una formazione con cui puntare ai vertici, a meno che la pedalata mostrata nel Campionato Italiano non rappresenti l’inizio di uno stato di forma ideale. Perciò “futura Luperini (o almeno parente) cercasi” tra le nostre ragazze, per un bel Giro”.

giovedì 23 giugno 2016

Ital-ciclo:le crepe restano

Andiamo verso il Campionato Italiano. Appuntamento importante. Splendono sul ciclismo italiano le stelle di Aru e Nibali. Di lì in poi spazio profondo, specie sul fronte giovani. Al Giro il secondo miglior italiano è stato Giovanni Visconti, un trentatreenne che di certo non è tipo da Gran Tour, ma che ha dimostrato carattere visto la costola incrinata causa caduta in una volata ad un GPM dove se l’è vista con Cunego, con quest’ultimo che per un pelo non vince una maglia verde…..ops! azzurra,…..che per la Nippo-Fantini sarebbe stata un risultato semplicemente incredibile, visto il distacco dei suoi rappresentanti in classifica generale. A proposito, la Germania ha vinto un terzo delle tappe disputate nella corsa rosa. Spazio profondo per il ciclismo di casa nostra anche a livello organizzativo, con corse dal retaggio abbastanza importante che hanno nuovamente alzato bandiera bianca per la scarsità numerica di atleti iscritti. Si perché vi sono gare che fino a qualche anno fa riuscivano a tenersi a galla, e per qualche stagione si sono salvate anche grazie ad un fin troppo generoso rimpolpare le file con squadre continental che aiutavano a ‘far numero’ ai nastri di partenza. Ma i costi del ciclismo, che dalla fine degli anni ’90 sono cresciuti a qualunque livello, hanno portato ad una vera implosione economico/strutturale. Unito il tutto alla continua e pesante crisi economia, riecco la prova che la passione può far molto ma non tutto. Andiamo verso il Tour per capire se Aru potrà vincerlo un domani, e se Nibali – che ha già il piede in partenza dall’Astana – vorrà riprovare a vincerlo senza aspettare un domani. Si, perché se l’occasione fa l’uomo ladro e quest’ultima si presenta…..

Cala il sipario su Fuentes e soci

Ricordate Birillo? Il cane più famoso nella storia del doping ciclistico italiano? Beh, prossimamente l’Operation Puerto verrà chiusa del tutto, con assoluzioni a destra e manca grazie alle leggi che in Spagna hanno consentito di risparmiare guai colossali a Fuentes e altri diversi soci della medesima risma. A chi passeranno le informazioni relative al caso? Alla WADA, e di solito quando entra in scena lei son dolori. Ma stavolta l’Ente antidoping più famoso del pianeta potrà solo consegnarci una verità non più punibile. Eh si, perché probabilmente conosceremo chi c’era dietro a nomi fittizi e spesso spassosi, capiremo chi in questi anni è riuscito a nascondere l’elefante dietro al lampione, chi dentro di sé ci riderà in faccia perché ormai nessuno potrà levargli quello che è stato guadagnato con tanto sacrificio (soprattutto economico) grazie alla scadenza dei termini (prescrizione) perché il reato sia ancora punibile, e forse potremo capire quali sono i poster che, ormai ingialliti dagli anni, qualcuno potrà staccare dal muro con uno strappo secco e deciso, farne una palla e buttarli nel fuoco. Non sarà così per tutti, perché anche tra gli appassionati vi sono persone che sono sempre state disposte a turarsi il naso piuttosto che rischiare di vedersi portare via il giocattolo preferito. Non molti anni fa venne resa nota una lista di nomi di ciclisti risultati positivi ad esami che al tempo non erano ancora accettabili negli esiti perché sperimentali. I ciclisti poterono cavarsela anche se pieni fino alle orecchie. La cosa fece clamore. I nomi usciti riguardarono atleti di diverse nazionalità. Il più colpito in quel periodo fu Laurent Jalabert, che al tempo fu costretto a rinunciare al microfono della tivù francese. Vi erano anche diversi ciclisti italiani tra i più famosi alla fine degli anni ’90, gente che aveva vinto Gran Tour e classiche. Erano gli anni in cui la leggenda del ciclismo fu salvata da controlli antidoping che, se avessero avuto a quel tempo l’efficacia di oggi, avremmo visto sfracelli nel senso negativo più pesante, e “miti” ciclistici farsi briciole ad un alito di vento.