«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 1 agosto 2014

Agosto; l'editoriale.

“Queste righe avrebbero potuto veder luce quasi quindici giorni fa. Ma per rispetto verso i ‘contendenti’ giusto attendere. Con Nibali ha vinto il più forte? Probabilmente si, ma se non possiamo avere certezza che lo sia – causa i ritiri inattesi di Contador e Froome – certamente si è imposto il migliore di queste ultime stagioni per vittorie e posizioni a podio. Dal 2010 (il podio a Verona) a oggi (il giallo a Parigi) Nibali è migliorato costantemente. Quando ha affrontato Contador e Froome l’anno scorso alla Tirreno-Adriatico è arrivato (vincendo) davanti a entrambi. Fino a quando questi ultimi erano in gara in questa edizione del Tour è arrivato sempre con loro, spesso prima di loro. Lasciamo la retorica agli esperti televisivi. Nel concreto, non poteva Nibali bruciarsi un’occasione come questa. Forma fisica perfetta, squadra diligentemente unita, avversari principali usciti di scena, e gli altri che tra nomi che stanno iniziando la discesa (Valverde) e altri che campioni forse lo diventeranno, la caratura dell’italiano al momento se la sognano. Emerge l’amarezza che questa vittoria farà risplendere uno come Vinokurov di luce riflessa, quando le luci su di lui sarebbe stato più rispettoso per gli appassionati veri (e non i fanatici che accettano di tutto pur di avere lo spettacolo) che venissero spente da un pezzo. Dispiace che la vittoria di Nibali andrà a portare ancora gloria e applausi a un falso come il kazako. Uno che come Riis – che nel 1996, raffrontandolo con il siciliano, vinse con quasi 3’ minuti in meno sull’arrivo dell’Hautacam. Robe da sudori freddi a pensarci! – il ciclismo non dovrebbe nemmeno più frequentarlo, ma questo dimostra come i miliardi dell’Astana rendano la puzza sopportabile a tutto l’ambiente. E dispiace che, a quanto pare, Nibali resterà proprio con all’Astana. Nibali non ha vinto, ha stravinto la gara francese. Al contempo però gli avversari ch’erano rimasti in gara non hanno mai dimostrato di poter contendere la vittoria all’isolano. Non vi è paragone, al momento, tra l’Italiano e gli altri. È stata una vittoria che l’Italia aspettava dal 2006, quando pareva che Basso potesse riportare il giallo in casa nostra. Dietro a Nibali cos’abbiamo? Quasi il vuoto. Il ricambio generazionale è iniziato quest’anno al Giro, ma per il momento certezze poche. Una di queste ha appena vinto il Tour, un’altra (Ulissi) è sospettata di doping, un’altra (Moser) è scomparsa quando doveva emergere, e da un’anno sta emulando anche troppo bene Cunego, Pozzato e Basso. Resta Aru, anche lui con Vinokurov, e Visconti che va forte un mese all’anno ed è troppo poco se in quel mese non fai centri importanti. Amen. Chiudiamo con il Giro femminile, cui non frega una mazza quasi a nessuno. Anche tra le ragazze s’intravedono i primi segni del cambiamento. La Luperini ha detto che lascerà il gruppo in maniera definitiva, la Guderzo ha deluso, la Cantele si era già ritirata, la Bastianelli (Marta) vivacchia con tante ombre e poche luci da almeno tre stagioni. Meglio con le giovani, visto che aspettavamo la Longo Borghini ed è stata la migliore delle nostre, si sperava di rivedere la Berlato e così è stato (e la rima non c’entra), la Scandolara dimostra che con un po’ di testa e pazienza in più potrebbe fare molto meglio. Il pubblico ha dimostrato più attenzione rispetto al passato, con presenze più sentite a bordo strada. Niente di esaltante, ma parliamo di ciclismo femminile, roba che in Italia viene da sempre trattata a calci nel sedere. È stato un buon luglio, sorrisi kazaki a parte. Adesso inizia il lungo avvicinamento iridato.“

venerdì 25 luglio 2014

"Gigi a me le ragazze chiedono 15 giorni di corsa..."

L’ipotesi è suggestiva e a quanto pare spinta dalle cicliste stesse. I soldini ce li mettono loro?
Durante la telecronaca della penultima frazione del Giro-Donne, tra le risatine senza senso di Ridolini, spunta un’ipotesi che proprio quest’ultimo pone a Giuseppe Rivolta, patron della corsa, ospite del cabiotto RAI di Piergiorgio Severini. L’idea recitava all’incirca così; “Giuseppe (e giù a ridere), se fossi in te penserei a una corsa di dieci giorni (risata) suddivisa in cinque giorni di gara (risata), con un giorno di riposo dopo la quinta tappa. Ci hai pensato?” Così, mentre Sgarbozza finisce di ridere, Rivolta risponde che le ragazze gli hanno chiesto 15 giorni di gara: oibò! Fantaciclismo? Probabilmente si, visto che al giorno d’oggi mettere in piedi una corsa di dieci giorni è già roba da medaglia d’oro, almeno da noi. L’ipotesi è suggestiva, entusiasmante per gli appassionati, ma i costi aumenterebbero ancora e di soldi (pare) non ce ne siano, anche se alcune squadre le ammiraglie le cambiano quasi ogni anno. Sarebbe piuttosto da lavorare per capire se sia possibile la proposta dei dieci giorni di gara, con un giorno di riposo dopo la quinta (o forse meglio dopo la sesta?), e schifo non farebbe ci ficcassero dentro una prova a cronometro, con distanza però che fosse degna di una gara elite e non di una juniores. Cominciassero da qui, che poi eventualmente la pedalata più lunga della gamba possono anche provarla. Oppure, la vecchia proposta che puntualmente torna, ritorna e ritorna ancora come i Magnifici Sette: le tappe del Giro-Donne affiancate alla seconda metà di quello maschile. Tappe più corte di un 35-40% e medesime strade fino al traguardo. Ma se questa cosa ogni tanto rispunta sempre ma mai vede luce, un motivo ci sarà. Quale sia nessuno lo dice, e allora ti viene da pensar che siccome la torta non è grossa è meglio dividersela in pochi. Intanto possiamo dare un’idea di come sia visto il ciclismo femminile all’estero, con una breve lista di formazioni estere che hanno corso il Giro: Orica, Astana, Lotto Ladies, Rabobank, Giant, Rusvelo. Tutti GS che nascono a traino delle squadre maschili. Alcune tra le migliori giovani cicliste nostre hanno già risposto all’appello estero. E sul fronte gare la musica è la stessa. Senti i telecronisti parlare di movimento in salute, poi guardi le gare programmate a inizio stagione e ti domandi di quale Nazione parlino, tra gare che una volta per un motivo una volta per un’altro vengono corse ad anni alterni. Il Liberazione cancellato, il Trentino femminile ridotto a tre ore e mezza di gara, il Toscana che pare sarà di tre giorni quando prima sfiorava la settimana. E questi parlano di movimento in crescita, poi se saltano le corse mettiamo la cosa sotto la voce ‘dettagli’. Ma con le cicliste ci parlano di queste cose o gli argomenti sono circoscritti agli occhialoni da circo al foglio firma mattutino? Con questa domanda chiudo la serie di articoli dedicati al Giro d’Italia femminile. Essendo molti gli argomenti che pensavo di proporre, ho ritenuto cosa migliore non farne un’unico e gigantesco articolo. W la Tati e alla prossima.

lunedì 21 luglio 2014

"Pùlei, Poley, Van Vloiten, Van Vlunten,..."

Anche se le telecronache Valium si ripetono, lanciate da una sigla perfetta per il Trofeo Topolino, si sono intravisti al Giro femminile altri (piccoli) passi avanti da parte della tivù di Stato.
“Le atlete leggere balleranno la tarantella negli ultimi 300 metri”. Con l’arrivo di Davide Cassani nell’ammiraglia italiana, Silvio Martinello è stato promosso al microfono dei più grandi eventi al fianco di Francesco Pancani. Con la promozione del padovano, si è quindi liberata automaticamente la poltrona ‘tecnica’ per il microfono del Giro-Donne, ch’è stata assegnata a Luigi Sgarbozza. Se preso a piccole dosi Ridolini lo puoi anche sopportare, anche se restiamo sempre perplessi quando lo sentiamo pronunciare alcuni cognomi di atlete, che in alcuni casi forse potrebbero trovare gli estremi per querela (Emma Pooley è stata la vittima eccellente). Resta poi ben presente il quesito sul perché l’amico debba sempre mettersi a ridere su qualunque cosa vada dicendo. Altimetria della tappa? E giù a ridere. Tempo atmosferico? Da sbellicarsi. Una ciclista beve dalla borraccia? Robe da pisciarsi addosso. Va riconosciuto che la sua auto-ironia ha comunque l’effetto di dare un pizzicotto alle note tele-Valium-cronache dell’amico Piergiorgio Severini (con in sottofondo le tradizionali martellate sulle impalcature degli operai), che al Giro di due anni fa lanciò la famosa frase “L’alcool non è compatibile con la nostra telecronaca…”. Ora che con lui c’è Ridolini forse si potrebbe rivedere il discorso. RAI che ha ormai consolidato uno spazio tivù per il Giro-Donne, ad un orario buono e soprattutto regolare nell’orario di messa in onda. Le interviste alle protagoniste non mancano, peccato che il lato promozionale dell’evento abbia ancora qualche crepa. Bene che nel TG sportivo del tardo pomeriggio si parli del Giro-Donne, ma sarebbe meglio non darne l’esito di giornata, quando la sintesi più estesa sta andando in onda quasi simultaneamente su RAI-Sport 2.
Altra cosa che manca è la pubblicità sulla corsa nei giorni che precedono il via della stessa; “....e con il commento tecnico di Ridolini, 25° Giro d’Italia femminile. Ogni giorno alle 18:15, in esclusiva dal cabiotto di RAI-Sport 2!” La pubblicità viene mandata in onda per tutte le gare importanti che la RAI propone (anche per il Tamburello o la pallamano. Roba forte insomma…), ma per il Giro-Donne non vi è traccia. Bella l’idea del tentativo, mai fatto prima, di proporre un servizio giornaliero sulle caratteristiche delle varie tappe, anche se la recitazione delle ragazze (specie quando fanno finta di essersi incontrate per caso lungo la strada) è di un livello quasi avvilente. La Max Lelli di turno è stata Serena Danesi. A quanto pare la nuova sigla del Giro-Donne è figlia del regista dei filmati di cui sopra (tal Jimmy Gianmario), e la parola “pedala” che viene ripetuta nel (breve) testo rimanda molto a quella del Giro dei maschietti che “Pedala” ce l’aveva come titolo. La ricorda talmente tanto che la cosa puzza di palese copiatura, con un ritornello pensato a tempo record e molto Walt Disney. Da notare che nel ‘collage’ conclusivo delle immagini considerate le più belle della corsa – mostrato come ultimo servizio in assoluto del Giro – la musica di sottofondo era decisamente meglio della sigla ‘ufficiale’. Nel prossimo articolo – forse l’ultimo – : il Giro che vorrebbero le atlete, quello che vorrebbe Ridolini, e il futuro del ciclismo rosa nostrano ch’è in crescita, a parte il trascurabile dettaglio che se alcune gare non saltano poco ci manca.

giovedì 17 luglio 2014

L'Ital-donne perde colpi, anche se la linea verde tiene botta.

Una tappa vinta e alcune giovani in evidenza, ma un 22 a 5 che anche stavolta fa del Giro d’Italia terra di conquista per le straniere, con Valentina Bastianelli che resiste arcigna sulla linea del Piave.
Iniziamo dalle note liete. Elisa Longo Borghini era una delle italiane più attese lì davanti. Il 5° posto conclusivo (la più brava delle nostre nella generale), fa ben sperare. Fino a quando le migliori della classifica non iniziavano a darsele di santa ragione – in senso ciclistico – Elisa teneva le ruote anche in salita e ogni tanto era lei a staccarsene qualcuna dalla scia. Ha iniziato bene il Giro, conquistando la piazza d’onore nella 1^ frazione di S.Maria a Vico, dietro alla Vos. Sgarbozza – noto manager ciclistico nonché personal trainer – ha iniziato subito a programmare la carriera della ragazza in vista delle prossime 15 edizioni. Continuiamo con buone notizie sulla ritrovata vitalità di Elena Berlato, che nella 3^ frazione (Caserta – San Donato Valcomino di 125 km.) è stata protagonista di una bella tappa. Dopo essersi inserita nella fuga di giornata con – tra le altre – la compagna Olds (buon Giro), la Scandolara e la Bronzini, ha forzato nella salita conclusiva costruendosi il secondo posto dietro alla Van Vleuten e davanti alla giapponese Hagiwara. Bene per l’appunto anche la Scandolara che, come nelle edizioni precedenti, è tra le più brave delle nostre nei primi 50 o 60 chilometri. Poi la stanchezza inizia ad appesantirle le gambe e la benzina finisce. Una caratteristica che aveva evidenziato anche l’anno scorso. Per mezzo Giro la veneta ha tenuto la maglia verde, poi le salite più lunghe – e le gambe della Pooley – hanno ristabilito le distanze. Giorgia Bronzini ha vinto bene la tappa di Fratta Maggiore confermandosi con un 3° ed un 2° posto nelle frazioni numero cinque (Cesenatico) e numero sette (Chiavenna). Quando aveva la Teutemberg di mezzo collezionava secondi posti, adesso ci pensa la Vos a romperle le scatole. Certo che se prima avevamo la Baccaille dietro alla Bronzini, adesso dietro a lei non abbiamo ricambi veloci. Queste tutto sommato le note buone.
“Tatiana mormorava calma e placida al passaggio….” eccetera, eccetera. Se prima del Giro le sensazioni e le dichiarazioni di Tatiana Guderzo erano improntate al basso profilo, con l’intento di far chilometri e trovare la forma. Il Giro corso ha dimostrato che la veneta della Cipollini ha visto giusto, correndo un Giro di mera presenza, grigio, senza il minimo spunto. Come arrivava una salita, ciao ragazze è stato bello, ci si vede domani alla partenza con gli occhialoni da circo. Da una bionda a una mora, da un sorriso che riempie con due occhi da maglia rosa a uno che al massimo della felicità somiglia a una smorfia per il mal di denti. Fabiana Luperini ha forse iniziato ad abbassare il sipario? Il suo ritorno ciclistico è arrivato al vero capolinea? Tenendo conto che la salita era l’unico terreno in cui poteva combinar qualcosa, domande legittime. A conteso alla Tati la maglia della classifica fantasmi e per un pelo non la vince. Discorso a parte per Valentina Bastianelli (voto 63), che faremo Alpina onoraria. Da diverse edizioni si scrive (qui almeno) di questa benedetta ragazza, marchigiana, che con uno spirito molto “La linea del Piave ci aspetta, avanti Savoia!” parte in solitaria senza timore alcuno sotto il cielo di Madre Patria, con speranze ridotte all’uno e mezzo per cento di avere la meglio. Stavolta l’atleta, che quest’anno difende i colori della Fanini di patron Brunello, ha vivacizzato la tappa di Fratta Maggiore con uno dei suoi tentativi solitari (e come sennò…). Meriterebbe una vittoria di quelle belle da ricordare, perché non è una campionessa, forse non lo sarà mai, se vede un cavalcavia è allarme rosso, però nel suo piccolo cerca di tirar fuori le palle. Una sua vittoria al Giro sarebbe bello poterla raccontare. Altre atlete hanno cercato di cavare un ragno dal buco senza riuscirci come l’ex tricolore Giada Borgato, altre hanno deluso come la Cauz (maglia bianca 2013) e Muccioli, ma vista l’età di entrambe non possiamo pretendere continuità di rendimento. Per fare concorrenza a Sgarbozza chiudiamo dando i numeri: con 9 frazioni contate per questa edizione (senza quindi il mini-crono-prologo), contiamo 5 presenze italiane nelle prime 3 posizioni di giornata (27 in totale). Facendo finta di cancellare l’ultima tappa di questa edizione (con 3 straniere davanti), e confrontando le altre 8 tappe restanti con l’edizione 2013 (che aveva per l’appunto 8 tappe in totale), il confronto ne perde perché troviamo un bilancio 2013 di 8 italiane giunte nelle 24 posizioni totali del podio di giornata. Nella prossima puntata ci buttiamo nel cinema perché al microfono RAI arriva Ridolini (ma ride solo lui), con spazio a Topolino e alle nuove leve del cinema italiano.

lunedì 14 luglio 2014

La Regina Marianne non molla lo scettro

È ancora sotto il segno di Marianne Vos il Giro femminile numero 25. Un’edizione quasi decisa già dopo la prima tappa, e con la britannica Pooley che ha suonato tutte nella seconda metà della corsa. Abbastanza bene le nostre, specie con le giovani.
Fatta anche questa. Dieci giorni di gara, o forse meglio dire nove e mezzo visto l’aperitivo a cronometro d’apertura di circa due chilometri. Una corsa che già dopo il primo vero giorno di corsa ha dato una spazzolata pesante alla classifica, quando il circuito della prima frazione (Santa Maria a Vico) produce sfracelli inaspettati. Cicliste che a metà tappa vengono doppiate, altre che vengono raggiunte verso la fine della frazione. Percorso ondulato, ma soprattutto breve, tanto che a fine frazione – 95 i chilometri totali, con la Vos che mette la sua prima ‘firma’ di questa edizione – si registra un elevato numero di cicliste (157 al via del Giro), che verranno riammesse alla partenza il giorno dopo. Gente di primo piano con, tanto per gradire: Mara Abbott a oltre due minuti, Emma Pooley ed Evelin Stevens a più di quattro, le altre semi-disperse, alcune pare a due giri. E così, siccome tra semi-disperse e ‘distratte’ si parla di qualche decina di cicliste, a favore dello spettacolo si azzerano le regole del gioco. Domanda: le cicliste hanno visionato il percorso? Fatto sta che non c’è da discutere sulla superiorità che Marianne Vos ha mostrato anche quest’anno (4 vittorie su nove tappe ‘vere’ perché, come detto, i due chilometri e briciole del crono-prologo lasciamoli alle statistiche). La sua vittoria finale è stata costruita nella prima metà della corsa: 1^ nella prima frazione di S. Maria a Vico, 2^ nella seconda (vinta dalla Bronzini) sul traguardo di Fratta Maggiore, 1^ nella quarta ad Alba Adriatica, 1^ nella quinta a Cesenatico. Ad un tratto era la compagna di squadra Van Der Breggen a poterle soffiare il Giro, ma alla fine ha vinto la causa Rabobank. Tra le altre concorrenti si è rivista una forte Emma Pooley, che non ha perso smalto rispetto a due stagioni addietro, dopo l’anno dedicato in primis a completare gli studi. La formica atomica britannica è sempre la stessa che avevamo lasciato: in salita non ce n’è per nessuna, peccato che esistano anche le discese. Nelle ultime giornate di gara la capitana mignon della Lotto ha bastonato tutte vincendo tre frazioni: la 6^ tappa Gaiarine – San Fior di 112 chilometri con l’azione più bella della corsa. Dopo essersi scrollata di dosso Longo Borghini, Vos, Hausler, Van Der Breggen, ha rivisto tutte al traguardo. Le altre vittorie sono state conseguite nella 9^ tappa (Verbania – Varzo di 90 km.) e quindi nella 10^ frazione (Trezzo sull’Adda – Magreglio di 81 chilometri) che chiudevano questa edizione. Togliessero le discese la formica atomica avrebbe vinto un paio di Giri. Mara Abbott si è fatta vedere soltanto in salita, com’era prevedibile e con lei la Ferrand Prevot che a tenuto spesso testa alle migliori, potrebbe aver gettato basi per essere protagonista nei prossimi giri. Anche quest’anno il Giro d’Italia ha avuto poca Italia. Se l’anno scorso il 2° posto finale della Guderzo e la ritrovata (e fortunosa) vittoria di tappa della Bronzini avevano reso discreta l’edizione 2013, quest’anno Giorgia Bronzini ed Elisa Longo Borghini sono state le migliori tra le nostre, con qualche risveglio e alcune conferme. L’ex iridata ha vinto, e bene, sul traguardo di Fratta Maggiore, con altri due piazzamenti nelle prime tre posizioni. Elisa ha tenuto bene in salita, tenendo conto che non ha certo un fisico da scalatrice, ed ha chiuso come migliore delle nostre. Sgarbozza – noto personal trainer – ci mette poco a dire che basta che la ragazza perda qualche chilo per migliorare in salita, ma a certe età meglio andarci cauti con il parlare in maniera così semplice del buttar già chili. Ma nel complesso siamo sempre a livelli molto bassi rispetto alle ‘ospiti’ straniere. E di questo si scriverà nella prossima puntata dove si parlerà di: verde speranza, fantasmi biondi, cicliste da premio speciale, e appunto di un 22 a 5 che manco Brasile-Germania.

venerdì 11 luglio 2014

Fino a quando vale la pena tirare una corda?

Sotto traccia, senza troppi clamori, senza fragore di stampa. Da tre stagioni è così la carriera di Andy Schleck, ritiratosi da questo Tour a causa di una caduta.
Quando si ritirerà, mi sa che sparirà totalmente dal mondo del ciclismo”. Dissi questo all’amica Ilaria, o comunque il concetto era pressappoco questo, una sera d’inverno mentre camminavamo per Firenze e parlavamo di ciclismo ed Andy Schleck. Poche persone lo conoscono come lei, seguendolo da anni e incontrandolo a ritiri, conferenze, corse, in Patria e fuori. Potrebbe essere questa la carta da giocare per il lussemburghese? Un momentaneo ritiro dall’attività e capire se quello che vuol fare è ancora svuotare borracce a 40 di media? Certamente un ritiro per caduta non è cosa che riguardi la voglia o meno di pedalare. Froome è caduto e ha finito il suo Tour che non l’aveva manco iniziato. Ma questa cronica, prolungata, interminabile assenza di Andy Schleck da qualunque fase di qualunque corsa, non sembra solamente figlia di una carente forma fisica. Perfino Cunego e Basso rispetto a Andy hanno reso di più in queste ultime due stagioni, e non scrivo altro. Anche perché la presenza di Luca Guercilena nel suo team è garanzia di competenza da parte di chi ti sta intorno. Guercilena è bravo come pochi nel suo mestiere, ma se invece proprio il DS stesse sbagliando? Schleck non è Cancellara, che per carattere è un carro armato. Andy ha ancora voglia di fare il ciclista? Da sempre, nel lavoro di ognuno di noi, se la testa non è ben presente prima o poi quello che facciamo inizia a perder colpi. E se per qualche tempo riesci comunque a governare la barca, quando la corrente si fa più forte rischi di trovartici in balia. Il Tour è una corsa che per attese, pressione, clima è una vera centrifuga, senza prelavaggi di avvertimento. Andy Schleck in bicicletta c’è fisicamente, ma la testa è collegata al resto? Perché, visto che anche questa stagione sembra malamente naufragata, non andarsene totalmente dal gruppo e appendere la bicicletta fino a novembre? E se fra tre mesi la bilancia declamerà cinque o sei chili che prima non c’erano chi se ne frega, perché se Schleck lo vorrà veramente quei chili potrà perderli quando in bici ci tornerà. Andy si è ritirato per una caduta, ma forse chi lo segue, chi lo gestisce come atleta non capisce che qui prima dell’atleta c’è da far rialzare dall’asfalto una persona. Per ora il ciclista può accontentarsi di stare a ruota.

martedì 1 luglio 2014

"...e straniera sarai nella tua dimora..."

Le migliori cicliste delle migliori squadre con le migliori intenzioni. Tradotto: 25° Giro d’Italia femminile.
Un caldo pomeriggio di maggio. L’ormai leggendaria signora Maria accende la televisione, anche se di ciclismo non capisce un benedetto zero da sempre. Intanto ripulisce i pisellini per la cena, quelli presi dall’orto. Maggio è stato non troppo caldo e spesso piovoso. Saranno teneri, quasi dolci. In tivù una tizia dice che se pensi una cosa non puoi restartene seduto dove sei ma devi alzarti e cambiare posto. Allora Maria ci capisce ancora meno perché il gioco dei 4 cantoni non l’aveva mai visto alla televisione. Mario invece dormicchia sulla poltrona. Si sveglia per guardare la tappa, destato dalla sedia che Maria ha spostato per sedersi. Sono loro l’Italia del Giro, Maria e Mario. Quando a Luglio l’Altro Giro prende il via, vedi gli avanzi di quell’Italia. I più grandi scrittori e giornalisti italiani del ‘900 hanno scritto del Giro. Ma dell’Altro Giro poca roba, forse niente, probabilmente mai. Qualcosa di Alfonsina Strada, ma poco. La ciclista italiana più famosa, che forse le cicliste attuali manco sanno chi fosse. Il sudore della donna non da spunti, emozioni, non regala storie, illusioni? Pare di no. Soltanto somma felicità tra due lenzuola? Pare di si. Esistono battaglie infinite che costano care senza dare mai dei veri vincitori. Cosa manca a queste ragazze per guadagnarsi uno sguardo? Risultati? Balle. Quando hai una categoria che nell’ultimo decennio ha vinto nel mondo più di tutte le altre? Potremmo far vincere cinque Mondiali filati a cinque atlete diverse, e saremmo (in pochi) ancora qui a chiederci come mai una prova di Coppa del Mondo – l’unica italiana – viene mandata in onda alle 22:00. Questo Altro Giro vive a cavallo di quattro decenni. Nasce negli anni ’80, precipita e rinasce nel decennio successivo, cresce a livello internazionale nell’ultimo, ed in questo cerca di tenersi a galla come una casa costruita senza le fondamenta, che devi puntellare di continuo per non vederla venir giù al primo temporale carogna. In questi anni se ne sono lette di tutti i colori e se ne sono viste di peggiori. C’è quello, quella, o quelli, che lo difendono ovunque e comunque, preferendo aggiungere puntelli piuttosto che costruire fondamenta. Obbedir tacendo e tacendo morir? Meglio avere una bella tenda piuttosto che una brutta casa? Pare di si, perché se oggi c’è la crisi anche se quando quest’ultima non c’era la storia era uguale.
Intanto questo ennesimo Altro Giro si avvicina al suo via. La corsa dell’anno. Come il Tour. Quella che se lo vinci ti cambia una carriera. Come il Tour. Quello che si corre sotto il sole rovente di luglio. Come il Tour. Ma fallo capire a quelli (giornalisti compresi) che sanno persino quando Cancellara, Basso, Cavendish, Nibali o Froome vanno a pisciare, mentre per riconoscere una ciclista (italiana) devono aspettare la scritta in sovrimpressione tivù. Oggetto alieno l’Altro Giro. Dalle mie parti si direbbe ‘foresto’, straniero in casa propria. Poi ci sono le cicliste, a volte regine. C’è la Vos, olandese, la numero uno, forse di sempre. Se Merckx avesse una figlia ciclista sarebbe lei. Oppure, se la Vos avesse un papà ciclista (ce l’ha?) sarebbe Merckx. La Vos è un tulipano che pedala. E vince. Tanto. La Luperini c’è ancora. È tornata dopo essersi ritirata, e forse dopo anni dove magari non sapeva che farsene di giornate senza classifiche. Scappa dal tempo che passa? Hai voglia pedalare, ma forse ci crede davvero. Tatiana è nome dell’Est. Oggi è lei la nostra numero uno nelle corse a tappe, ma le stagioni passan via, e lei il rosa non sa cosa sia. Rima cattiva? A volte lo sport così ci sembra: cattivo. Lei è di Marostica, nell’Est nostrano. In quella città vi nacque Prospero Alpini. Prospero….chi? Viaggiatore del Cinquecento, importò la pianta del caffé in Europa. Che c’entra la Guderzo con il caffé? Praticamente niente. E allora W la Guderzo. C’era la britannica Pooley, anzi c’è ancora. Per un po’ se n’è andata dal gruppo importante. Questione di studi, di vita da costruirsi un giorno. Quello che molti ex – forse troppi – non sanno fare, o peggio ancora non vogliono provare a fare. La vedi e ti domandi quanti anni abbia. Grande come una bicicletta. La formica atomica fatta ciclista. Scalatrice perfetta, faceva tremare la Vos lungo le salite. E l’America? Noi che abbiamo avuto il suo scopritore, noi che abbiamo dato lei il nome America con un’altro navigante. Abbott è un nome che non ti fa viaggiare da nessuna parte. Sembra un complesso saltato fuori da MTV; “SIGNORE E SIGNORI, DIRETTAMENTE DAGLI STATES, ECCO A VOI GLI ABBOTT, YEEAAA!!!” Mara Abbott ha vinto due Altri Giri. Lei è quella che nello sport rappresenta il calcolo perfetto: massimo risultato-minimo sforzo. Tutte e due questi Altri Giri vinti se li è impacchettati con due giorni di fuoco e fiamme: uno per prendere la maglia, l’altra per prendersi la corsa. La vedi e prendi paura. Magra, che ti domandi dove abbia muscolo. La Pooley è grande come la sua bici? Mara pesa quanto una bici senza borracce.
Nei pomeriggi di luglio vedi l’Italia di luglio. Viva dalla mattina presto fino a mezzogiorno, poi tre o quattro ore di vivacchiamento a tirar prima pomeriggio e poi sera. Nel pomeriggio non vedi nonni passeggiare o ragazzini correre per le strade. Il caldo batte forte. Le strade si animano di chi va e torna dal lavoro, di chi pedala per farsi accarezzare dal vento e abbronzarsi, poi basta. Da qualche parte, in quell’Italia tramortita dalle ferie e dalle code ai caselli il sabato mattina, un gruppo di cicliste pedala su strade quasi deserte al loro passare. Sono le cicliste dell’Altro Giro. Mai vista una partenza di tappa al Giro? C’è il ciclista che firma autografi, uno, due, quattro, sei e poi scappa via. Mai vista una partenza di tappa nell’Altro Giro? Se una ciclista firma tre autografi quasi ride per l’incredulità. Quest’anno l’Altro Giro raggiunge l’edizione numero 25. Un quarto di secolo. L’età della persona fatta adulta. Ma l’Altro Giro è adulto? Intanto, quest’anno è tutto un Santi e Madonne, Santi e Madonne, Santi e Madonne. Trovi Santa Maria a Vico, San Donato Val di Comino, San Fior, San Domenico di Varzo, trovi pure la Madonna del Ghisallo. Santi e Madonne, Santi e Madonne. Chissà che non possano benedirle loro queste benedette ragazze, perché se aspettano che a farlo sia chi le gestisce stanno fresche, anche se a luglio magari ci sta pure bene.