«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 1 dicembre 2016

Dicembre; l'editoriale

“Ah, che belle le feste natalizie che i riconciliano col mondo. L’albero, i regali, baci, abbracci, sorrisi, dolci, abbracci, le luci colorate, tanta felicità per tutti e soprattutto belle notizie.”
“Prima notizia: alla metà di gennaio Renato di Rocco si presenterà forse come unico candidato per rivincere, riconfermarsi e raggiungere i 16 anni di residenza della Federciclo. Di Rocco è un pensionato di 70 anni che vuole aprire il suo quarto mandato consecutivo. Il “forse” riguardante la sua unica candidatura chiama in causa la possibile candidatura per la stessa sedia di Norma Gimondi – figlia dell’ex ciclista Felice – e sarebbe una notizia, visto che nelle precedenti ‘corse’ alla presidenza i concorrenti sono stati sempre poca cosa. Seconda notizia: l’inchiesta “paga per correre” si è risolta con una bolla di sapone o quasi. Erano coinvolti nomi molto importanti tra le mani che tengono in mano le ammiraglie italiane. Tutti sono stati assolti e da domani torneranno a essere personaggi rispettati e ammirati, ma intanto chiediamoci se i tanti ciclisti che hanno mandato in malora baracca e burattini, cioè le loro carriere, erano tutti ubriachi persi e avevamo messo in piedi un piano malefico di pesante discredito a livello nazionale, o se invece l’assoluzione non sia figlia del timore – giustificatissimo – che anche una sola condanna avrebbe distrutto un bel pezzo del nostro ciclismo, dirigenti e affini compresi. Terza notizia: alla fine del mese di ottobre la rivista Cyclingpro da notizia che alla GF Roma tre controlli anti-doping su tre hanno dato esito positivo con sostanze molto pesanti nel sangue. Uno di questi era il vincitore delle ultime due edizioni. Gli altri amatori che bazzicano delle medio-fondo a livello regionale. Eventi considerati meno importanti e quindi anche meno soggette all’attenzione dei medici anti-doping. Sorprendersi? Mica tanto. La stessa rivista cita la GF Roma come una GF dove i controlli sono fatti con un certo scrupolo. Un servizio anti-doping ben organizzato a livello nazionale quante macerie lascerebbe a livello amatoriale? Buone feste a tutti!!”

martedì 22 novembre 2016

La Pedemontana bellunese; un percorso per tutti.

Senza scomodare Croce d’Aune o Monte Grappa, ecco un tragitto che può interessare sia il ciclo-turista che il ciclista della domenica. Con possibilità, in diversi punti, di accorciare il percorso per andare incontro alle gambe di tutti.
Nel caso possa interessare qualcuno, ecco una pedalata impegnativa – ma senza esagerare – per ciclisti con un discreto allenamento senza essere assi del pedale. Tragitto che si presta anche al ciclo-turista, dato che in diversi punti è possibile ‘accorciare’ per anticipare il ritorno a Feltre, città di riferimento. Consigliato da fine aprile a inizio settembre, è un percorso continuamente vallonato che permette di coprire tutta la parte nord della vallata feltrina, e quasi tutta la confinante Valbelluna. Sono presenti salite non troppo lunghe, alcuni ‘strappi’ e nel complesso diverse decine di chilometri sempre lontani dalla Strada Statale che, a fondo valle, affianca quasi tutto lo scorrere del Piave in provincia di Belluno. In più trova spazio il pedalare non lontani dalle monumentali Vette Feltrine, parte importante del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Percorso ideale per riempire tutta una mattinata o tutto un pomeriggio, a seconda dell’orario scelto per salire in sella. Il chilometraggio totale può andare dai 20/25 chilometri a circa 65, ma può venire facilmente allungato di un’altra ventina di chilometri ‘stiracchiando’ il percorso in direzione Ovest, quando si è tornati verso Feltre.
Avendo proprio la città di Feltre come riferimento – ma ognuno al riguardo può fare come preferisce – per il nostro percorso si volge il manubrio della nostra bicicletta in direzione Est con direzione Cesiomaggiore. Non troverete mai tratti di strada con vera pianura. Al massimo qualche tratto che a quest’ultima può assomigliare. Sulla vostra sinistra avrete sempre le Vette Feltrine a farvi compagnia, e pedalerete sempre in zone collinari. A Cesiomaggiore (ecco la 1^ possibilità di rientro anticipato per Feltre) una delle attrattive principali è il Museo della Bicicletta “Toni Bevilacqua”, uno dei Musei del genere più completi a livello nazionale, e forse oltre. Seguendo le indicazioni per San Gregorio (2^ possibilità di rientro anticipato per Feltre), raggiungerete il medesimo paese attraverso zone che vi faranno pedalare ai confini del Parco Dolomiti Bellunesi, per poi proseguire verso la discesa di Carazzai. Al termine di questa ecco la 3^ possibilità di rientro anticipato per Feltre. Andando avanti raggiungerete invece Sospirolo e successivamente la zona del piccolo Lago di Vedana (foto sopra), vicino alla Certosa di Vedana: sfiorerete entrambi e superata la Certosa siete vicini al giro di boa del percorso.
Quando raggiungerete Ponte Mas ‘tenete la destra’ – senza quindi imboccare il piccolo ponte che sarà alla vostra sinistra – con direzione Santa Giustina. Eviterete strade trafficate. Attraverserete i paesi di Piz, Oregne, Callibago e San Martino di Santa Giustina. Sfiorerete l’abitato di Santa Giustina e sbucherete sulla strada che sale verso i paesi di Sartena, Marsiai di Cesiomaggiore e la stessa Cesiomaggiore che andrete ad incrociare per pochissimo. Se vorrete potete dirigervi verso Feltre oppure ridiscendere subito in picchiata con direzione Pez, ma fate attenzione perché nemmeno finiti un paio di tornanti in discesa lavorate di freni e imboccate sulla destra la strada per la località di Dorgnan. Sempre dritti senza timore e attraverserete l’altro piccolo paese di Pullir (breve salita ripida), sbucherete successivamente sulla Pedemontana dei primi chilometri, e di lì potrete decidere se raggiungere Feltre tramite i paesi di Villabruna e Vellai. Altrimenti, se avete tempo e gambe, tirate dritti con direzione Foen di Feltre. Appena raggiunto Foen tenetevi sulla destra per Murle, poi Pedavena, e successivamente Teven e Travagola (due piccoli paesi) per toccare Arten di Fonzaso e andando sempre dritti la stessa Fonzaso che rappresenta il paese che fa da punto finale per la Pedemontana.
Tornati verso Feltre sarete intorno alla novantina di chilometri. Di pianura ne avrete vista poca, quasi niente in rapporto alla strada fatta, e avrete pedalato su una delle zone più belle della Valbelluna. Se la fatica fatta non vi è sufficiente il Monte Grappa o il Passo Croce d’Aune non sono lontani e potrete sfogarvi fin che volete. Cercate da dormire?: i B&B non mancano a Feltre, fuori Feltre, a Pedavena, a Cesiomaggiore, e in quasi tutte le località attraversate da questa pedalata. I periodi migliori? Potete sfruttare giugno se siete in città per la granfondo, o agosto se siete in città per il Palio. Per info contattatemi e chiedete, la Mail è sempre attiva e bisogna pur adoperarla ogni tanto.

sabato 12 novembre 2016

In cosa sono cambiati i telai delle biciclette?

Un tempo era l’acciaio, quello che tra gli anni ’60 e ’80 ha reso grandi in ogni angolo del pianeta i nostri artigiani ciclistici. Il telaio per la bicicletta costosa, di marca importante, costruito con acciaio di gran qualità, lo sentivi ‘cantare’ diversamente rispetto a quello della bicicletta buona, ma non di marca rinomata. Lo tamburellavi con l’unghia sul tubo orizzontale e ascoltavi la differenza. Negli anni ’80 arrivò l’alluminio che dava bici più leggere, più rigide, ma soprattutto allontanava lo spettro della ruggine. Finita di lavare la bici l’operazione di asciugatura viveva di meno pathos. Tra i ciclisti della domenica l’alluminio fu signore assoluto dalla metà degli anni ’90, quando l’acciaio iniziò a sparire. Tantissime biciclette venivano costruite in alluminio, magari con la forcella in acciaio, tante con la forcella in carbonio. Le griglie di partenza delle GF erano strapiene della coppia per eccellenza: alluminio/carbonio.
Negli anni ’90 le biciclette con la forcella in carbonio erano considerate quasi da signori, per via dei costi alti di quest’ultimo. Però permisero a un numero sempre crescente di cicloamatori di avere tra le gambe (beh, effettivamente si può anche dire così senza timore di dire sconcezze), un velocipede ottimo per affidabilità e leggerezza, senza costi pesanti. L’acciaio era ormai visto come roba vecchia, superata, da poveri cristi, mancava solo che dicessero che puzzava ed eravamo a posto. Viveva e vive solo grazie a telai di alta qualità, ma ridotto a pochissimi esemplari. Vi era poi la bicicletta da miliardari. Ne vedevi pochissime: carbonio ovunque, leggerissime, costosissime. E poi sentivi nominare il titanio. Materiale eterno che costa ancor di più perché sgrezzarlo e lavorarlo ‘consuma’ gli stessi macchinari che servono per creare quei pezzi che poi devono essere saldati da artigiani di alta bravura. Ma per sommi capi questi benedetti metalli che cosa sono?
L’acciaio è un insieme di ferro, nickel, vanadio, cromo e altri compagni di viaggio, che a seconda della presenza di più o meno di questi svariati materiali diventa acciaio di più alta o più bassa qualità. Medesimo discorso per l’alluminio, noto come una lega, costruito con determinate ‘dosi’ di rame, silicone, magnesio, zinco e altro. Il titanio costa perchè ve n’e poco: balle! Dopo alluminio, magnesio e ferro è il quarto elemento più abbondante sul pianeta. Costa moltissimo il raffinamento, per via di procedimenti estrattivi lunghi e complicati. Arrivò nel ciclismo negli anni ’60 con Luis Ocana che si presentò ad un Tour de France per le tappe di montagna. Il telaio in carbonio è fatto di ‘fogli’ di carbonio sovrapposti incrociando la direzione delle fibre, come il legno multistrato, e poi incollato con resine che vengono ficcate dentro a forni che incollano a caldo. I primi ad usarlo furono i francesi. Arrivarono poi negli anni ’90 i telai monoscocca, con stampi da cui uscivano in unico pezzo – eccezion fatta chiaramente per la forcella – i singoli telai. Niente giunzioni, quindi niente saldature. Esteticamente perfetti.
Non esiste un materiale migliore di tutti, per via del fatto che ogni materiale ha almeno una caratteristica positiva che altri non anno. In più, cosa impossibile da sottovalutare, ogni persona ha una sensibilità alle vibrazioni tutta sua. Come sta la vostra schiena dopo quattro ore di bicicletta? Se l’acciaio non fa sfruttare come l’alluminio la forza impressa sui pedali quando effettuiamo uno scatto, perché il primo dei due più ‘morbido’ ed elastico quindi dispersivo, ecco che dall’altra parte, alla lunga, la ossa della nostra schiena ci ringrazieranno. Un giorno poi decidiamo di acquistare una macchina da corsa per andare a fare la spesa del sabato pomeriggio. Arrivano i telai “sloping” (copiati dalle Mountain Bike) che rimpicciolendo il triangolo principale della bici rendono la stessa più rigida, borsaiola, reattiva quando si scatta perché pensato proprio per quegli scattisti che devono inchiodare gli altri ciclisti sul posto. Domanda; ma durante una granfondo, quanti scatti veri si vedono? Su 100 ciclisti partecipanti quanti hanno un modo di correre da scattista? Facciamo 20 su cento (e penso d’esser molto generoso)? Bene, lo sloping sta ‘tra le gambe’ di almeno un facciamo 70% di ciclisti. Che te ne fai? Aiuti ad incrementare la percentuale di ciclisti che lamentano fastidi alla schiena perché la bici deve essere rigida e rigida e rigida e rigida e rigida e rigida…..
Oggi le bici sono assemblate su telai che – costando un occhio e mezzo della testa – rappresentano un concentrato di altissima tecnologia metallurgica sempre più raffinato. Il colore sempre più dominante è il grigio scuro (il vecchio “grigio canna di fucile”) che fa un po’ elegantemente funereo quando opaco, ma pare piaccia. Un po’ come quando, negli anni ’90, le strade di riempirono di macchine color argento. I telai escono squadrati che sembrano sagomati a colpi di accetta, e hanno misure quasi standard a cui – nonostante ti costi una Madonna – devi ancora lavorarci con attacchi manubrio più o meno lunghi per farti andar bene la bicicletta. Eh si, sei la nostra bicicletta è cambiata dai tempi dell’acciaio, della pompa che incastravi tra il movimento centrale e appena sotto il collarino stringi-sella, delle forcelle completamente cromate, dalle placchette metalliche spesso stupendamente cromate con il marchio del costruttore appena sotto il manubrio e le lettere scritte in rilievo. Ok, adesso basta leggere. Piglia la tua bici e fatti una pedalata (magari col casco), e magari pensa alla tua prima bici da corsa.

martedì 1 novembre 2016

Novembre; l'editoriale

In Italia un professionista su tre paga per correre. Ma non per formazioni World Tour. Lo fa per correre in squadre di secondo piano a livello nazionale.
“Tutti a nanna. Finita la stagione ciclistica le bici si ripongono. Spazio a cose che riguardano la bicicletta quindi, e vai a sapere come continuerà la questione riguardante la scoperta che in Italia si paga per fare il ciclista. Ragazzi che davanti alla richiesta di una ‘collaborazione’ sul fronte economico hanno fatto le valigie per l’estero, Accordi pluriennali a parole, ma stabiliti sulla carta da contratti annuali, eventualmente rinnovati di stagione in stagione. Si consegna la copia relativa al primo anno e per i successivi buona fortuna. Risultato? Che alle corse prendono il via formazioni di modesta caratura, rappresentate da corridori figli di famiglie facoltose, ma che dal punto di vista tecnico vivacchiano nella mediocrità ciclistica rendendo l’anima su una salita di due chilometri, o ritirandosi da un Giro dopo quattro tappe, di cui un prologo, due per velocisti e un giorno di riposo dopo la terza frazione. Ecco, questo ciclismo difficilmente verrà raccontato all’appassionato, perché quest’ultimo non deve sapere che la ‘grande famiglia del ciclismo’ ha tanta roba che viene ammassata sotto al tappeto.”

venerdì 28 ottobre 2016

IL GIRO HA FATTO 100!!

Tutto italiano, dalle meravigliose coste della Sardegna, per raggiungere Milano dopo 3.572 chilometri. Omaggi al passato (Bartali e Coppi), al presente (Aru e Nibali), e salite che sanno di storia con il doppio Stelvio, le Dolomiti e il Monte Grappa.
Eccolo! Attesissimo, come fu il Giro del Centenario del 2009, e probabilmente con un altrettanto importante elenco di partecipanti. Un percorso duro, che non raggiunge le edizioni 2008 oppure 2011 (entrambe appannaggio di Contador) ma con tutto quel che serve per far pianger le gambe, per costruire tranelli ciclistici, per mostrarsi ben diverso dall’ultima edizione dove il vento del nord Europa viene sostituito da quello del mare che bacia la Sardegna, ove le strade non saranno così abbordabili. Venerdì 5 maggio tutti in sella per tre giorni che raggiungeranno Olbia (203 km.) il primo giorno, Tortoli (208) il secondo e Cagliari (148) la domenica, arrivando così al primo giorno di riposo causa trasferimento in Sicilia. Un omaggio a Fabio Aru queste tre prime tappe, anche se se le altimetrie sono magnanime con le gambe dei corridori: Olbia e Cagliari per le ruote veloci, con l’intermezzo di Tortoli, tappa buona per chi cerca una ‘rosa’ per qualche giorno ma non la classifica. Dopo il trasferimento in Sicilia, da Fabio Aru si guarderà verso Vincenzo Nibali per due giorni siculi dove arriverà la prima salita del Giro. Solitamente la prima salita vera lascia segni inattesi. La sorpresa negativa c’è sempre e la Cefalù – Etna sembra disegnata per questo: 180 chilometri e capiremo chi è qui per far presenza e chi per far bene. Arriverà dopo il giorno di riposo e vedremo se le gambe di qualcuno saranno ingolfate per questo. Tutta un’altra musica per la Pedara – Messina, con le attenzioni per Nibali e per le ruote veloci.
Tre giorni tutto sommato tranquilli con gli arrivi a Terme Luigiane (207 km.), seguita da Castrovillari (220) e Peschici (189). Domenica 14 il secondo giorno da seguire per la classifica con la Montenegro di Bisaccia – Blochaus: 139 chilometri tutti piani e l’unica erta – il Blochaus appunto – che dovrebbe dare la prima vera fisionomia alla generale. Seconda giornata di riposo e martedì 16 arrivano i 39 chilometri della Sagrantino Stage – Montefalco, quasi quaranta chilometri per i cosiddetti specialisti, in una prova senza difficoltà altimetriche. Ormai siamo al centro Italia e da Ponte a Ema (dove nacque Gino Bartali) una tappa da su e giù sull’Appennino – quelle frazioni che le gambe sentono sempre – per 161 chilometri diretti a Bagno di Romagna. Giornata da tranelli? Due giorni da ruote veloci – o audaci passisti – con gli arrivi a Reggio Emilia (dopo 237 km. per la frazione più lunga del Giro, con partenza da Forlì per raccontare di Ercole Baldini, il più vecchio vincitore vivente della corsa rosa) e poi a Tortona. Sabato 20 si ricorda Coppi partendo da Castellania per raggiungere Biella e Oropa in particolare dopo 131 chilometri. Momenti di ciclismo moderno entusiasmanti prima e amari poi con il fantasma di Pantani nel giorno di Fausto. Il giorno successivo altro campione festeggiato, Felice Gimondi, con la Valdengo – Bergamo di 199 chilometri e un finale che ha tutto per essere frizzante. Arrivati a Bergamo però siamo davanti all’ultimo giorno di riposo. Da qui in poi non si faranno prigionieri.
Martedì 23 maggio la rosa dei pretendenti dovrebbe ricevere una sfoltita robusta. La Rovetta – Bormio di 227 chilometri offre una tappa tremenda. Ma gli appassionati attenti sanno che il tempo meteo è sempre da considerare quando si raggiungono altezze come i 2.758 metri dello Stelvio. Sarebbe interessante sapere quale sia il percorso di ‘riserva’ perché la Tirreno-Adriatico di quest’anno non è passata nel dimenticatoio di RCS e Mauro Vegni in particolare. Il giorno dopo, tappa numero 17, con i 219 chilometri della Tirano – Canazei. Forse una giornata dove i pretendenti alla generale vorranno tirare il fiato. Ma tutto dipenderà dal meteo. In caso di brutto tempo non vi è avversario più temibile del freddo. Con la Moena – Ortisei non sapremo chi vince il Giro ma tra le Dolomiti resteranno in pochi a giocarselo: 4 salite che negli ultimi giorni di Giro peseranno ancor di più. Se le gambe non saranno ancora sazie (difficile), voilà i 191 chilometri della San Candido – Piancavallo. L’arrivo è dolce, è il prima che lo renderà pesante. Il penultimo giorno di Giro ci porterà su zone legate alle Guerre Mondiali: sul Monte Grappa, montagna Sacra alla Patria, erta perfetta per preparare le fatiche dell’ultima salita del Giro numero 100. L’arrivo di Asiago potrebbe darci il vincitore. Potrebbe, perché l’ultima frazione sarà di 28 chilometri contro il tempo (67 quelli totali del Giro) dall’Autodromo Nazionale di Monza fino a Piazza del Duomo in Milano. Ove tutto iniziò nel cuore della notte del 13 maggio 1909 alle ore 2 e 53.
Un Giro che tocca quasi tutta la Nazione, con città importanti che però non si coloreranno di rosa (Venezia, Roma e Torino, per citarne alcune), e diversi trasferimenti, soprattutto nelle tappe numero 8, 9 10 e 11 dove i chilometri in autobus, o ammiraglia, dovrebbero superare quelli in bicicletta. Situazione che si deve sempre mettere in preventivo nel caso di edizioni che hanno una più sentita valenza storica. Le ruote veloci avranno 6 giorni per divertirsi o mangiarsi le mani, gli scalatori tutta l’ultima settimana, ma dopo aver amministrato bene le tappe 4, 9, 10 e 11.

Il basso profilo RAI e Gazzetta

Senza pretendere Venezia come nel 2009, per essere la 100^ edizione del Giro d’Italia – gara che nel 2017 sarà l’evento ciclistico più importante, dato lo speciale traguardo raggiunto come numero di edizioni – la Gazzetta e la RAI hanno mantenuto quel che si chiama un basso profilo. La tivù di stato da un paio d’anni a questa parte tratta la presentazione della corsa rosa con servizi veloci come una volata, stabilendo forse un record con il minuto (se non meno) di collegamento con il CT Cassani, al TG sportivo delle 18:30, che ha fatto in tempo a dire giusto delle due cronometro e del doppio Stelvio, poi saluti veloci e buonasera. Il tutto chiaramente nella fase finale del programma, non sia mai. La Gazzetta dello Sport – i cui giornalisti sono quasi scomparsi dal proCESSO alla tappa, dove fino a pochi anni fa recitavano parte importante come frequenza – ha dedicato alla presentazione dell’evento Gazzetta più importante dell’anno nientemeno che 4 pagine, di cui una con un articolo su Coppi e Bartali per scrivere cose lette centinaia di volte sui due campioni del nostro ciclismo. Interviste ai protagonisti? Ce n’erano? Se un lettore avesse dovuto basarsi a quello riportato dal giornale, erano presenti soltanto Aru e Nibali. Con tutto il rispetto per gli ex Indurain, Gimondi, Basso, Moser, non vi erano altri corridori in attività presenti in sala? Nessun diesse? Non è mancato un articolo del direttore della rosea, Andrea Monti, appassionato di ‘pezzi’ che a ogni presentazione sfiorano il copia-incolla. Nemmeno a pagina 2 troviamo molto dal punto di vista tecnico, con Ciro Scognamiglio che spiega ben poco, e allungando il brodo citando di chi era presente in sala tra presidenti di questo e quest’altro (Di Rocco, Malagò), ex ciclisti, e una menzione al Signor Mediolanum per ricordarci di come storia e tradizione abbiano colorato di azzurro la maglia verde per onor di assegno staccato. Meno male ch’era la presentazione del Giro numero 100. Dal 101 dovremo prepararci a cercar notizia tra le ‘brevi’ della cronaca milanese e nei TG delle 23?

A chi la rosa speciale?

Aru e Nibali per l’Italia, i ‘sogni’ Sagan e Froome, il possibile Quintana, l’attesissimo Chaves, i super velocisti stranieri con la Germania fortissima e il punto di domanda su quanto valga ancora Contador.
Miguel Indurain si sarebbe rifiutato di correre questo 100° Giro. Mica per le salite, ma per il fatto che ai suoi tempi Giro e Tour avevamo quasi l’obbligo d’inserire quantità enormi di prove a cronometro. In questa edizione ve ne sono 67, distanze che lo spagnolo dell’allora squadra Banesto considerava da minimo sindacale. È un Giro che sorride agli scalatori, ma che abbiano un passo discreto a cronometro. Le due prove contro il tempo richiamano il lungo rapporto senza una salita in mezzo a dar speranza agli uomini leggeri. Quello che però interessa gli appassionati – e ancor più la Gazzetta – è sapere chi sarà in Sardegna il 5 maggio. Tra gli italiani non dovrebbero esservi defezioni importanti. L’edizione numero 100 è troppo ghiotta. Aru e Nibali sono dati per quasi certi, non fosse altro per le tappe loro ‘dedicate’ nella primissima parte di corsa. Corsi e ricorsi: come quando Nibali si staccò da Basso per camminare con le proprie gambe, ora ecco Aru ereditare l’Astana del siculo. Forse dovremo prepararci a un tam-tam ciclistico da non poterne più fin da questo inverno.
Se in casa nostra già si sa su chi saranno accesi i riflettori, a livello di stranieri potremmo ritrovarci un Alberto Contador più italiano visto il passaggio alla Trek-Segafredo. Ma che Contador sarà con 35 anni sulle gambe? Capiamo che Horner ha vinto la Vuelta ben più vecchio e questo non molti anni addietro, ma non voliamo di entusiasmo in maniera esagerata. Chi potrebbe fare calcoli per la vittoria è Nairo Quintana di cui non si sa niente sui programmi 2017. Ha già vinto il Giro nel 2014, ha vinto l’ultima Vuelta raddrizzando una stagione ch’era imperniata sul Tour. E se scrivi di Tour e di stagione imperniata sulla gara transalpina, non si nasconde che il sogno di RCS per la generale ha la faccia di Froome e relativa corazzata Sky. L’impressione è che Froome seguirà le direttive pro-Tour della sua squadra. Tra i cinque nomi che più interessano mediaticamente il suo è il meno possibile. Tra gli altri, saranno probabilmente le ruote veloci a indirizzare gli sguardi del pubblico: Kittel, Cavendish, Sagan, Degenkolb, Greipel: chi di questi in Italia per il Giro? Tutti? sarebbe semplicemente fantastico. Tutto in attesa di vedere Esteban Chaves, talento cristallino predestinato, Amador, protagonista al Giro scorso, e se Dio vorrà magari Romain Bardet per capire, se correrà la corsa rosa, quanto valeva il bellissimo Tour 2016 che gli è valso in grande 2° posto finale.