«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 24 febbraio 2013

S'è rotta la lavatrice. Chiama il falegname!

C’è ciclismo e ciclismo. C’è quello dei professionisti e quello della domenica. Quello dell’integratore, quello del panino al formaggio. Quello di chi è pagato per mettere il suo corpo a disposizione di una causa sportiva, quello di chi spende di suo per tutto e, se anche vince, di quelle vittorie non ci vive. Chi tra voi segue il ciclismo, senza diventarne matto, magari non ha saputo che l’ex ciclista Michele Bartoli sarebbe un preparatore. Sarebbe, perché Bartoli non è un preparatore, ma da questa stagione la Lampre si appoggia ad un’equipe medica che ha tra i suoi uomini anche l’ex campione di classiche, che è diventato il responsabile del progetto di lavoro inerente alla Lampre. Bartoli porta con se una grande esperienza ciclistica, ma dal punto di vista delle credenziali non ha – al momento – nessun titolo. Seguirà la squadra di Giuseppe Saronni, e nemmeno tutti i ciclisti ma solo alcuni, e vai a capire che accidenti sta capitando in seno all’ambiente blu-fuxia. La squadra ha preferito dividersi dal Centro Studi Mapei, uno dei più avanzati in Europa e forse anche fuori, per appoggiarsi al Centro Studi toscano Lunata. Il direttore sanitario è il medico della Nazionale Carlo Giammattei. Possibile che una realtà sportiva di alto livello come la Lampre-Merida (World-Tour) vada ad accettare una situazione che porta a questo tipo di lavoro per far seguire una parte dei suoi ragazzi? Perché continuiamo a mettere un’elettricista ad aggiustare il rubinetto che perde, e quando la macchina non parte chiamiamo il panettiere? Ci sono dei preparatori atletici che in alcune formazioni lavorano a fianco dei DS, perché quando una squadra di ciclismo ti costa alcuni milioni di euro all’anno è (o sarebbe) logico cercar di mettere ogni persona nella sua casella. Il ciclismo d’elite deve lavorare in questo modo per essere d’elite. E se questo modo di lavorare un po’ puzza di numeri e tabelle – cosa che da un lato non entusiasma chi scrive –, meglio puzzi di queste cose, piuttosto che di porcherie mediche uscite da qualche borsone. Stiamo parlando di persone (i corridori) che a quei livelli sono pagate per fare sport, che devono regolare ogni momento della giornata, di ogni giornata, guardando a questo. E per farle rendere al massimo delle loro VERE POSSIBILITA’ FISICHE (ci siamo capiti al volo, giusto?) è corretto siano seguite anche dall’occhio di chi sa cosa si sta chiedendo al fisico dell’essere umano che fa sport. Da decenni ci sono stati direttori sportivi che volevano seguire ogni cosa. Ma da 15 anni a questa parte le squadre ciclistiche importanti hanno praticamente raddoppiato numero di atleti e personale a comporla nei suoi vari livelli. Ma siccome noi italiani viviamo da sempre con il terrore anche di cambiare un calzino (politica, vertici sportivi e vertici industriali che si scambiano le poltrone da decenni, gente che si lamenta del suo ambiente di lavoro ma che quando poteva cambiarlo, oggi no, restava dov’era per poi continuare a lamentarsene) figurarsi se accettiamo che nella società patriarcale che ha guidato il ciclismo per 80 anni – cioè da quando le prime squadre hanno iniziato ad avere una parvenza di organizzazione – il Direttore Sportivo venga messo a fare solo quello che gli compete: dirigere la squadra. Il mondo è già cambiato quasi in ogni cosa. Ma il ciclismo – quello nostro più d tutti – pensa che essendo Nazione storica di questa specialità sia l’automatico portatore del modo migliore per gestirlo. La parola leggenda puoi usarla per vendere l’ennesimo libro su Bartali e Coppi, ma la leggenda negli ultimi vent’anni si è portata appresso anche il ciclismo più falsato della sua storia. Difenderlo per nostalgia vuol dire non aver capito un c***o.

giovedì 21 febbraio 2013

"Salve Marco, che aria tirà lassù? Perchè quì...."

“Caro Marco, tu non mi conosci, e nemmeno io ti conosco se non tramite le notizie che giornali e telegiornali riportavano di te quando da vivo correvi. Non sono un’amico perché non ti ho mai frequentato come persona. Ma non disperare, perché sappi che quaggiù, dopo la tua morte, tutti sono diventati tuoi amici. Anche quelli che tra dirigenti, giornalisti leccapiedi, ciclisti che con te correvano o ti avevano conosciuto, sponsor, si erano spostati come le acque del Mar Rosso dopo la tua sospensione sportiva del 1999 per non rimanere appestati. Hai talmente tanti amici che, appena nei mesi successivi la tua morte, gli scaffali erano pieni di libri su di te. Non credo sia vero che tu eri una persona chiusa, perché ognuno di questi libri reclamizzava una sua verità su di te, e non parliamo dei giornalisti (anche tra quelli che il ciclismo manco lo seguivano ancora) che ti conoscevano meglio dei tuoi amici veri. Quindi con qualcuno parlavi. Ogni anno è una sequela di; ““Marco era così, Marco è stato questo, Marco è stato quest’altro, Marco mi diceva, Marco di sopra, Marco di sotto”. Ti piangono con tono di voce sommesso, triste, malinconico. In mezzo a tutti questi tuoi amici non mancano gli autori di puntuali articoli a ricordarti annualmente, che scrivono di dolore profondo, senso di mancanza di “un qualcosa” che non sanno descrivere (ma non erano amici tuoi?), tutte cose che solo i tuoi familiari possono aver conosciuto. O almeno pensavo io, finché non sapevo che avevi più amici tu che non un campo di calcio i suoi fili d’erba. Ti dirò che tutto questo loro andare a ricordarti con così tanta enfasi, mi puzza sempre più di un tentativo di farsi perdonare come appartenente (o appartenenti) a quel mondo che ti ha sfruttato fino al midollo (organizzatori, giornali e giornalisti, sponsor), che ogni volta aprenti bocca su di te danno il via a tonnellate di frasi strapiene di insopportabili attestati di stima che, ma tu pensa, dopo la tua morte sono fioccate da ogni dove. Ah, senti. Sai che Cipollini era pieno fino alle orecchie quando correva? Dopo la tua morte si diceva quasi disperato. Con lui anche tanti altri. Te l’ho detto, non so lassù che aria tira, ma qui adesso sei pieno di amici. Sarà per questo che sei morto solo. Per Amstrong fanno casino anche quando si soffia il naso. Anche lui imbrogliava. Strano che per Cipollini tutti zitti. Sarà che si son dimenticati? Possibile. Gli italiani che hanno pigliato squalifiche non ci sono mancati in questi anni. Anche se qui si cerca di far passare solo Armstrong come imbroglione, e credo che prima o poi diranno che mangia i bambini. Un po’ come te nel ’99. Certo, mica possiamo pretendere che Suor Alessandra e compagnia blaterante in tivù si ricordino di tutti, specie se italiano. Di piangerti però se ne ricordano sempre. E stando a come ti raccontano, credimi se ti dico che questi qua ti conoscevano meglio di tua madre. Beh senti, io ti saluto. Ho paura che tra un’anno tutti questi amici faranno qualcosa per ricordarti ancora. Se darai di stomaco non preoccuparti. Credo che idealmente saremo in due. Ciao.”

martedì 19 febbraio 2013

Dilettanti; la proposta dell'FCI per il futuro (molto prossimo).

“Il ciclismo è cambiato e noi, che siamo stati per tutti il riferimento, ci siamo fermati a pensare quanto siamo stati bravi, mentre gli altri, dopo aver copiato diventavano più bravi di noi”. Con questa frase, rilasciata a Bicisport, Paolo Bettini riesce a riassumere quel ch’è stata l’organizzazione ciclistica italiana negli ultimi 10 anni. Così, mentre la nostra Federazione si prepara a varare un progetto di lavoro totalmente nuovo per rimettere in corsa il “movimento” ciclistico di casa nostra, grosse novità potrebbero arrivare tra un’anno nel ciclismo dilettantistico, che forse è meglio chiamare Under 23 visto che anche tra questi devono girare un sacco di soldi per tenere in piedi la baracca. L’idea riguarda la possibilità di far iscrivere nella categoria Continental le più importanti formazioni Under 23 italiane. Perché? Per il fatto che l’Italia non riesce più a vincere i Mondiali dei dilettanti, surclassata da coetanei che correndo in squadre Continental sono già belli e pronti, grazie alla partecipazione delle rispettive società a corse di qualità ciclistica più alta. L’idea è stata presentata a settembre ad alcune società Under 23 italiane dall’FCI. Ma la questione è molto complicata perché ci sono risvolti di natura economica e burocratica abbastanza rognosi. Ci sarebbero certamente dei vantaggi di tipo pubblicitario, grazie a una visibilità mediatica più vasta e di miglior qualità. Dall’altra ti ritrovi a vedertela con formazioni di più alto livello, quindi corse più difficili, dove si fa più fatica ad emergere. Come organizzazione l’Italia ha, nelle formazioni più tradizionali (l’esempio della Zalf viene automatico), delle realtà sportive che sfiorano il professionismo. Ma ci sarebbe da affrontare la sicura necessità di dove spendere più soldi all’inizio, visto che gli impegni di un calendario più allargato porterebbero a spostamenti (quindi necessità logistiche; auto, furgoni con relativi chilometri sul groppone,…) certamente più costosi. Le tasse di registrazione sarebbero più onerose (entrerebbe in gioco l’egida UCI), e ci sarebbe per forza una minore presenza nel panorama dei dilettanti. Per alcuni tecnici tutto questo discorso porterebbe dei vantaggi sul fatto che correre ogni tanto contro squadre professionistiche – che si potrebbero incrociare in corse per loro “minori” – darebbe subito ai ragazzi la misura di quel che vuol dire “passare”, e saprebbero già che aria tira una volta fatto l’ultimo salto di categoria (se, ovviamente, riescono ad ottenerlo). Per altri la cosa migliore è restare così some si è, ma nel contempo diventare il vivaio, la squadra junior di qualche team professionistico. Certamente, se questo cambiamento si farà, non si potrà stare lì ad aspettare chissà quanto. Un eventuale salire di categoria implica per una società un lavoro organizzativo più alto per quantità e qualità (e quindi parlarne con i rispettivi sponsor), e una cosa del genere non puoi deciderla aspettando con comodo il periodo ottobre-novembre. Per questo motivo chissà che già in primavera non arrivino le prime risposte in merito, siano esse positive o negative, da parte delle dirigenze più importanti del mondo Under 23 italiano.

sabato 16 febbraio 2013

Chi comincia bene?; Pozzato!

Il calendario nazionale si apre con un’appuntamento particolare per il ciclismo ligure. Il Trofeo Laigueglia raggiunge la 50^ edizione (traguardo importante, complimenti) e apre le corse in Italia visto che la crisi economica ha fatto saltare le poche gare precedenti, tra cui il GP Costa degli Etruschi. Sul resto della stagione vedremo se altre saranno le defezioni dell’ultimo momento. Sui 196 chilometri del percorso uno spizzico di primavera ha salutato tutti i protagonisti, in primis il vicentino Pozzato (foto: Il Sole 24 Ore)che apre con un’affermazione la stagione e il suo battesimo con la Lampre. Aiutato dalla propria formazione blu-fuxia (ancora più fuxia quest’anno) che ha lavorato molto, Cunego compreso, negli ultimi 20 chilometri per tenere la cosa e portarlo in volata, ha regolato in una volata ristretta Francesco Reda e Mauro Santambrogio. Per Pozzato è la terza vittoria in questa corsa. Tra le novità emerse dalla cronaca tivù, le notizie che la Katushia è stata riammessa (dal TAS) tra le squadre World Tour e che l’italiano Ballan tornerà in estate, causa un allungarsi dei tempi di recupero causati dal grosso infortunio patito sulle strade invernali.

giovedì 14 febbraio 2013

Ciclo-rosa; calendario 2013.

AGGIORNATO AL 14 FEBBRAIO DAL SITO DELLA FEDERAZIONE, ECCO IL CALENDARIO ELITE DONNE IN ITALIA PER QUESTA STAGIONE. 16 marzo; 5^ Classica Città di Padova (Internazionale) – 24 marzo; 15° Trofeo Binda (Internazionale) – 14 aprile; 11° Trofeo Alberto Vannucci/Valbisenzio – 25 aprile; GP Liberazione (Intern.) – 14 giugno; 20° Giro del Trentino (Intern.) – 23 giugno; Campionati Italiani Strada – 28 giugno; 24° Giro d’Italia (Intern.) – 13 luglio; GP Cento – 7 settembre; Giro della Val di Merse – 8 settembre; 2° Memorial Cesare Del Concia – 13 settembre; Giro di Toscana/Memorial M.Fanini (Intern.) – 29 settembre; 5° GP di Cornaredo (Intern.) Se Dio vuole siamo messi come l’anno passato e questo è già tanto. Sette le gare Internazionali dentro un elenco che – al momento – parla di 12 manifestazioni totali. Includendo le giornate di gara delle corse nazionali la situazione è sempre fiacca; 25 giorni totali di gara in 12 mesi. Meno male che ci sono proprio alcune Internazionali (con gli otto giorni, forse nove, del Giro) a tenere in piedi la baracca. Al momento nessuna notizia certa proprio riguardo al Giro, se non la data d’inizio.

mercoledì 13 febbraio 2013

Staccatevi!!

Nel periodo dicembre-gennaio abbiamo conosciuto più in profondità l’EPOca d’oro del ciclismo degli ultimi due decenni, “grazie” alle ammissioni dell’americano Armstrong, grazie al processo Operation Puerto che si tiene in queste settimane, e ultimamente grazie alle tabelle di allenamento (allenamento?) riguardanti Cipollini, senza dimenticare Bertagnolli, le cui dettagliate confessioni sono state rese note pochi mesi fa. Le prime corsette dell’anno sono state disputate e ci prepariamo a ripartire per una nuova epoca del ciclismo. Almeno così viene presentata per l’ennesima volta dal 1998 in poi. Su chi si può costruire questo nuovo periodo di speranza? Di certo non possiamo appoggiarci troppo a chi, con questo ciclismo, ha mangiato negli ultimi 15 anni. Ora la preoccupazione dei vari leccapiedi microfonati che affollano la tivù è cercare di parlare di ciclismo, ma senza aprir bocca su “Re Leone” e le sue tabelle, in maniera che l’appassionato – notoriamente carente di memoria nelle loro speranze – dimentichi tutto automaticamente e non scopra che il doping non era solo quello di Lance. Ultime ancore nel mare dell’ottimismo sono quelle dei ciclisti che possiamo definire “under 25”, giusto per stabilire l’ultima generazione corsaiola. Nibali è il nostro rappresentante principe, peccato sia andato a correre con Vinokurov che esemplare non è stato tra doping al Tour e sospetti di corruzione alle Olimpiadi britanniche. D’altronde per il siciliano esisteva la possibilità di diventare il ciclista italiano più pagato, superando così Basso, e la cosa non era da disdegnare. In più la maggior libertà di decidersi il calendario stagionale, altra situazione certamente da considerare. Tra le squadre italiane – anche se l’Astana è forse la più nostrana tra le formazioni estere – è atteso al varco Moser (la stampa non attende altro); Ulissi, che quest’anno dovrebbe iniziare a trovare più spazio per sé; Modolo, che rischia di mandare in malora le prime corse importanti causa caduta. Non solamente loro, questo è certo. Cosa possiamo chiedere a questi giovanotti sgambettanti, che vivranno i loro migliori anni ciclistici in questo decennio? Vedendo l’aria che tira sarebbe da consigliarli d’iniziare staccando un po’ di poster dalla parete della stanza da letto, raffiguranti eroici campioni del ciclismo degli ultimi 15 anni. Perché se i loro esempi hanno queste fondamenta, tra cinque anni rischiamo di ritrovarci qui a scrivere le stesse righe con nomi diversi. Poi che uno di loro – non necessariamente uno di questi tre sopraccitati – non abbia timori a dire ad un microfono che, vedendo cosa esce da diversi anni sull’ultima EPOca ciclistica, prima di parlare osannando dei vecchi campioni delle ultime decadi come fossero semi-Dei, preferirebbe pensare ad altro. Staccarsi, prendere le distanze, andare avanti per la propria strada. E se qualche “vecchio” santone del ciclismo o qualche ex ciclista degli anni passati gli desse del ragazzetto arrogante, dicano a quel santone o a quell’ex ciclista di andare a vedere le cronache anti-doping degli ultimi tre lustri, dicendo che i giornali non li hanno scritti loro ma chi ha riportato la storia. Perché non è scritto da nessuna parte – almeno non ancora – che il passato e i suoi protagonisti devono per forza di cose essere sempre, continuamente, leccapiedamente, incessantemente osannati alla gloria del Dio Sport. Non serve molto coraggio e nemmeno alzare la voce. Basta essere un po’ stufi di essere pesi per il culo e farlo capire.

martedì 12 febbraio 2013

Qualcosina sulla Vuelta 2013....

Visto che l’Italia è congelata grazie agli ultimi tremendi colpi del Generale Inverno, parliamo di terre calde con quattro veloci pedalate nella penisola iberica. Saranno 3.300 i chilometri che l’edizione 2013 del Giro di Spagna mette sul piatto. Un’edizione per scalatori, con tanti arrivi in salita (11!) e una quarantina le salite da superare tra facili e tremende. Ci sarà uno sconfinamento in Francia, per imitare il Giro in un giusto omaggio alle 100 edizioni del Tour de France. Parlando di salite spagnole, non mancherà l’Alto de l’Angliru con le sue pendenze da paura, ci sarà una cronometro individuale di 38 chilometri, ed una a squadre (come apertura) di 27. Da segnalare l’arrivo della frazione numero 9 (Antequera – Valdepenas de Jaen di 174 km.) con un’arrivo che in brevi tratti avrà pendenze da Mountain Bike. Certamente gli scalatori saranno i favoriti. Sono 68 le edizioni della Vuelta disputate fino a questo momento. Corsa che si avvicina al traguardo delle 70 edizioni e che ormai merita la medesima considerazione dei fratelli maggiori francese e italiano. Certamente una grossa considerazione l’ha avuta dalla televisione, che da alcuni anni a questa parte ne ha aumentato i costi di acquisto dei diritti in maniera molto forte, per chi vuole trasmettere la gara. Ne sa qualcosa la RAI che ha qualche anno a questa parte preferito spendere i soldi per acquistare alcune classiche “minori” del periodo primaverile, con qualche corsa a tappe che un tempo non venivano mai nemmeno nominate sui telegiornali sportivi. Visto il portafogli a disposizione, facile che andrà avanti ancora in questo modo, a meno che in Spagna non decidano di “concedersi” pur incassando meno (anche se pare sia EUROSPORT il deus ex machina di tutto il discorso).

sabato 9 febbraio 2013

"Come mettere acqua nelle borracce"

Vediamo di spiegarla in breve. La Gazzetta dello Sport pubblica – in esclusiva – un’esauriente articolo in cui si evince che Mario Cipollini era pieno fino alle orecchie nell’anno migliore della sua carriera (quello della Sanremo e del Mondiale), grazie all’appoggio del dottor Fuentes. Una tabella riporta date, tipo di prodotti dopanti, dosi assunte, pagamenti. Tutto quel che serve per allungare la lista degli atleti che hanno preso in giro gli appassionati. Lance Amstrong aveva detto il giusto quando – messo in croce da ogni fonte d’informazione (giornali, riviste, “esperti” ed “esperte” di ciclismo televisivo) e trattato come l’unico rappresentante del doping nel ciclismo – aveva spiegato che lui corse in un’EPOca segnata in maniera profonda; “Come mettere l’acqua nelle boracce” disse, esprimendo una frase che molti definirono inaccettabile per il mondo ciclistico del periodo. Ora ci aspettiamo lo stesso trattamento per Cipollini, anche se forse si cercherà di metterla sul piano umano perché italiano. Lo stesso Simeoni (che venne squalificato dopo aver confessato di essersi rivolto a Ferrari) ha riguadagnato la televisione (RAISport la mattina della prima parte della confessione di Amstong) come un diavolo a cui erano spuntate le ali dell’angelo redento e che quindi meritava rinnovata stima ed amicizia, perché “nemico” di Armstrong e poteva dire quanto cattiva era l’americano. Ora la Gazzetta rimarca che siamo di fonte alla peggiore delle verità: 15 o forse 20 anni di ciclismo falsato. Lasciamo perdere i titoli che parlano di tristezza. Non hanno mai risolto un’accidente. Questa generazione di appassionati deve far capire ai ciclisti che la tristezza del momento è stata sostituita dalla rabbia e non dallo sgomento, o dalle frasi fatte del/della giornalista di turno, o dall’ex ciclista di turno. Da diversi anni seguo (e seguirò ancora quando potrò) le gare ciclistiche. Ma da tanto mi limito a fare foto e gli applausi li lascio volutamente in tasca. Considero che il Gruppo ancora non li meriti e che se i ciclisti sono l’ultima ruota del carro, sono stati loro i primi ad aver accettato di diventarlo. Preferisco essere cattivo oggi, che incerto domani sull’essere o non essere stato trattato come un fesso.

lunedì 4 febbraio 2013

Un pelino di sole tra gli schizzi di fango.

La triste novella ciclistica dell’ultimo ventennio ha trovato nuova linfa alcuni giorni fa, nella confessione di Rasmussen riguardo al suo uso continuo di sostanze dopanti durante la carriera. La cosa migliore di tutta questa storia – c’è una cosa migliore? – concerne alla volontà del ciclista di essere a disposizione degli organi competenti, per collaborare al riguardo di questo cancro. In teoria potrebbero scattare manette a raffica. Le tonnellate d’omertà volutamente portate avanti, dirigenziali, giornalistiche, ciclistiche, tecniche, di federazioni, sono state il concime ideale per far divulgare questa piaga negli ultimi 20 anni. Lo sport ciclistico ha vissuto circondato dal letame in maniera sostanziosa. Ma le categorie sopraccitate non potevano rischiare di rompere un giocattolo che dava loro il pane da vivere perché sapevano, e sanno ancora oggi, che se uno parla se ne tira dietro tanti altri. Una catena di Sant’Antonio costruita negli anni, condivisa per semplice convenienza professionale, e che oggi non si potrebbe rompere se non disseminando il pavimento di anelli arrugginiti. Dalla Spagna sono arrivate notizie che trasudano di ennesima presa per il sedere verso gli appassionati dello sport onesto. L’aria che tirava era quella di un temporale con qualche tuono all’orizzonte, ma il mezzo terremoto atteso sembra lontano dall’arrivare. Forse la Spagna si ritrova nella stessa situazione dell’Italia. Se il dottor Ferrari non è stato ancora portato dalla giustizia sportiva italiana davanti ad un giudice dentro un’aula di tribunale, è forse perché nel caso aprisse bocca farebbe saltar fuori una paio di tonnellate d’altarini, che alla Federciclismo di casa nostra hanno fruttato cariolate di gloria sportiva negli anni ’90, con l’Italia ciclistica ai vertici Mondiali per qualità e continuità di risultati. La Spagna facilmente ha il suo Ferrari (Fuentes), e se la metà delle illazioni che in questi due o tre anni sono vere, ce ne sarebbe per svergognare il lato sportivo della nazione iberica per anni. Intanto sono arrivate le prime pedalate dalle parti calde del globo. La notizia è che Contador non correrà il Giro, dopo che alla RAI avevano dato la notizia della partecipazione dello spagnolo alla corsa italiana. Le notizie parlano di alcuni tra i protagonisti attesi già vogliosi di fa bene, da “Matador” passando per Modolo e arrivando a Cavendish. Il Tour Down Under non è stato entusiasmante. La sensazione è che il Giro di San Luigi è più corsa. Parlando di gare, a marzo dovrebbe tornare (il condizionale è quasi d’obbligo) il Giro Ciclistico del Lazio. Gara che anni addietro godeva di un’ottimo blasone a livello nazionale, e di un certo rispetto a livello internazionale. Poi l’oblio sempre più forte, come quello del Veneto, quello del Friuli di cui non si hanno notizie certe, e nemmeno si parla del Giro di Sardegna che non era malaccio, anche se quest’ultima considerazione è strettamente personale. Per finire, una sensazione che trasuda lentamente è che la gente si sta veramente stufando a causa della situazione ciclistica legata ai casi di doping. Stufando sul serio. Se anche voi avete avuto impressioni simili parlandone con qualche amico/a ciclista, lasciate due righe che sono sempre benvenute.

venerdì 1 febbraio 2013

Febbraio; l'editoriale.

Mancano 95 giorni all’inizio del Giro d’Italia (mentre per sapere se ci sarà quello femminile sono aperte le scommesse!). “Sempre più spesso lo sport di alto livello dirigenziale diventa mera politica, mantenimento delle poltrone, diventa lo scambiarsi quest’ultime per far credere alla gente che si cambia. Un po’ come mettere le mutande al contrario per dire a se stessi di avercele ancora pulite. Tre diverse entità sportive di alto livello: Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Federazione Italiana Giuoco Calcio, Federazione Ciclistica Italiana. Il primo è il gota dello sport, l’Ente che può permettersi di sedersi ad un tavolo e parlare direttamente con lo Stato, senza necessità d’intermediario alcuno. Il secondo è l’Ente che rappresenta il business sportivo più potente degli ultimi 50 anni. Il terzo quello che rappresenta lo sport più devastato dalle inchieste doping degli ultimi decenni, ma anche la disciplina sportiva che da 104 anni ci porta la manifestazione sportiva che più d’ogni altro evento racconta la nostra Nazione. Recentemente il Presidente del CONI ha lasciato l’incarico che ricopriva da 14 anni. Lo attendono alla Federbasket, da dov’era arrivato il decennio scorso. D'altronde avere come Presidente quello che per quasi tre lustri è stato il boss dello sport italiano può fare solamente comodo. All’FCI si sono svolte le elezioni più inutili degli ultimi decenni, con Di Rocco che già un mese prima era sulla bocca di tutti come probabile vincitore. Per lui terzo mandato già iniziato. In Federcalcio capita che Roberto Baggio viene preso praticamente per il sedere quando, dopo un’accordo di collaborazione con la FIGC si stufa di vedere il suo progetto di lavoro non partire mai, e capendo probabilmente sulla sua pelle quello che in molti pensavano. Il fatto che era stato inserito nei quadri dirigenziali per poterlo usare come prestigiosa medaglietta sportiva da esibire, ma nel concreto senza ricevere vera considerazione. Come lo sport avanza verso i suoi quadri dirigenziali più alti, potenti, decisivi, la storia ripercorre praticamente in fotocopia la politica. Amicizie (voti) da ricambiare (poltrone), programmi presentati tra sventolii di bandiere con relativo fiato alle trombe, e dirigenti grandi o piccoli che sono sempre pronti a stingere calorosamente la mano al dirigente potente di turno, per poi cambiar tono quando LUI, LEI o LORO non sentono. Ci si tura il naso e si va avanti. Roberto Baggio non ha voluto turarsi il naso.”