«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 21 dicembre 2010

DA LEGGERE!....


UN BICCHIER DI VINO IDEALMENTE BEVUTO DAVANTI AL CAMINO A PARLAR DI CICLISMO PANE & SALAME. ESSENZIALMENTE CICLISMO PST. E ALESSANDRO MI RACCONTA CHE…

Il ciclismo ha una storia grande, fatta di tante storie piccole. E visto che il lato più sentito dalla gente, degli appassionati, è quello della semplicità, ho chiesto ad Alessandro Oriani se potevo “sfruttarlo” per quelli che erano i suoi anni ciclistici. Anni che lo portarono fino ai dilettanti. Sul tavolo due bicchieri e una bottiglia. Noi li riempiamo, fateci compagnia.

Alessandro, so che la tua famiglia ha conosciuto il mondo del ciclismo già tanti anni addietro, perché uno dei tuoi nonni faceva parte delle “carovane” nelle grandi corse. Ci puoi dire qualcosa su questo?

“La mia famiglia (fino al sottoscritto) ha sempre respirato ciclismo a partire da mio bisnonno Carlo Oriani che ha vinto un Giro d' Italia nel 1912 e un Lombardia nel 1913 in maglia "Maino", mio nonno Gino Oriani é stato l' autista dell' ammiraglia di Fausto Coppi dal 1946 al 1954, mi ha regalato due maglie di Fausto che custodisco gelosamente e che sono tutt'ora in perfetto stato, ho conservato per anni (e ho anche pedalato) una Bianchi con la quale aveva corso il campionissimo nel 1953 .
I racconti di mio padre sulle corse ascoltate alla radio, i grandi pistards come Maspes, Post, Plattner, Gaiardoni, Rousseau, Harris, le 6 giorni al palasport di Milano degli anni '70 e '80, le storie di improbabili allenamenti di mio padre e mio zio alle 5 del mattino perchè bisognava tornare in tempo per andare a lavorare o nel dopo lavoro, il velodromo Vigorelli, le cadute che ho rimediato su quella pista troppo difficile e tecnica per un corridore mediocre come me, il memorabile racconto di mio padre che una volta si finse meccanico di Peter Post ed entrò nel parterre bici (di Peter Post) in spalla nei giorni precedenti il mondiale su pista che si svolgeva a Milano; ecco, queste sono le mie radici di modesto ex corridore fallito con grande passione e grande memoria storica, ho conosciuto Maspes, ho pedalato (in allenamento) con Claudio Chiappucci, con Alberto Elli, con Stefano Allocchio, da ex ho incontrato Johan Musseuw in allenamento sulle colline della Brianza, ero in maglia Gewiss e mi ha scambiato per un corridore vero, grande emozione. Arrivo da qui”

Domanda classica; la tua prima bici. La ricordi?

“La mia prima bici da corsa era una "Terruzzi" blu metallizzata ricevuta a 7 anni (credo) che trattavo come una fuoriserie e che mi ha fatto da palestra per le mie prime uscite e i miei primi mal di gambe sulle collinette della Brianza ad un certo punto era diventata talmente piccola da costringermi ad usare un canotto reggisella talmente lungo da sembrare illegale; ero aerodinamico e ridicolo, la bici ? Non so che fine abbia fatto, non ricordo”

Da ciclista sei arrivato fino al dilettantismo. Con quali Gruppi Sportivi hai corso?

“Ho corso per il "Pedale Sestese" da allievo nelle stagioni 1983 e 1984, sono passato poi alla "UC Sestese cicli Taldo" che altro non era se non una costola del Pedale Sestese (società che esiste tuttora) formata da transfughi in rotta con la dirigenza e alcuni tecnici, per questa società ho corso nel 1985 e 1986, l' ultimo anno (il 1987, da dilettante di seconda serie) ho corso per una società bergamasca, il "GS Mobili Turani", conservo tuttora una maglia da gara di questa squadra”

Oggi ci sono dilettanti che possono permettersi di pensare solo al pedalare. Com’era la tua vita da ciclista dilettante? Dovevi dividerti tra lavoro e bicicletta?

“Spiace deludere i romantici di un certo ciclismo che non esiste più da tempo immemorabile, ma già allora il ciclismo (ancorché dilettantistico) era uno sport al quale (solo per finire bene le corse) era necessario rivolgere il 101 % dell' impegno, chi lavorava non riusciva a reggere certi ritmi, sopratutto quando le categorie dilettanti di prima (gli elitè senza contratto di oggi) e seconda serie (gli "under 23" odierni) correvano insieme senza classifiche separate, a me ragazzo 18enne di belle speranze é capitato di provare a "subire" le trenate di gente di 26 - 27 anni che non passava prò perché tra i dilettanti guadagnava di più; c'era da soffrire perchè "quelli" spingevano il 12 con la facilità di un bimbo che gioca e finire bene le corse era già una mezza vittoria, anche perché al via si presentavano squadre come la "Carrera Inoxpran", la "Brescialat", la "Chateau d' Axe", mica facile”


Il tuo ciclismo da dilettante che mondo era? C’erano delle cose buone che si sono mantenute e che ricordi volentieri? Altre che secondo te si sono perse?

“Una cosa buona del ciclismo dilettantistico di allora ? Mah, è difficile, diciamo che c'era un pò meno (ma poca eh ?) esasperazione, c'era la possibilità di crescere accanto a corridori più esperti che sapevano darti i consigli giusti se vedevano che ti impegnavi e ti facevano abbassare la cresta se ti comportavi come uno "arrivato", c'erano delle gerarchie e si rispettavano. Cosa é rimasto ? Francamente non lo so, non vedo una corsa maschile da 10 anni, non so come sia l' ambiente, può sembrare strano per chi legge, ma non ne sento la mancanza. Sorry...”


Che allenamenti facevi? Eri tabella-dipendente?
“Per quanto riguarda gli allenamenti devo dire che non sono mai andato "a sensazione", se in tabella c'era scritto 160 km, quelli erano e il più delle volte diventavano 175 - 180 meglio se percorsi assieme a dilettanti di prima serie (quando in salita aprivano il turbo erano dolori !), le tabelle le facevo io perché mi piaceva essere coinvolto in prima persona, perché ho sempre pensato che un corridore debba sapersi gestire da solo per quanto riguarda gli allenamenti.
Capitolo ripetute: ho iniziato a farle da junior ma erano un qualcosa che già conoscevo fin dai tempi delle non competitive podistiche che disputavo da ragazzino, ne avevo sentito parlare da corridori come Massimo Magnani (poi ct della maratona) e Franco Arese, avevo visto gli allenamenti dei nazionali di atletica al Parco di Monza: gente che alle 7 del mattino, d' inverno, al freddo, nell' anonimato, si preparava, sputava sangue; io ho preso quei concetti e li ho trasferiti nel ciclismo, in manier molto artigianale certo, però avevo capito che mi avrebbero giovato. Mi sentivo un precursore e mi davano del pirla. Pazienza.”


Che ricordi hai dei ciclisti con cui correvi e che poi hanno avuto fortuna nei professionisti?

“Questa é una nota dolente, quelli forti (il nome che ricorre puntualmente è quello di Gianluca Bortolami) erano irraggiungibili anche al di fuori delle corse, mai capito dove e come si allenassero, andavano già in giro con la Nazionale e facevano vita a se stante, ad essere sincero ho fatto meno fatica a parlare con i "pro" che incontravo in allenamento che non con i miei pari età, c'era una barriera invisibile che nessuno (meno che meno chi lottava per terminare le gare) voleva o poteva oltrepassare.”

Ci sono un paio di corse più di altre che ricordi in particolare, nel bene o nel male? E per quale motivo?

“Ci sono diverse corse che ricordo con particolare piacere: la "Coppa d' inverno", ultima gara di calendario, si correva la prima domenica di Novembre a Biassono (MI): freddo, alta velocità, un pubblico numerosissimo (la Brianza é terra di ciclismo) e appassionato, la malinconia perché sapevo che non ci sarebbe stato un "prossimo anno"; bella gara la "coppa d' inverno",un anno ho visto vincere Bugno su quel traguardo (correva per la "Supermercati Brianzoli"), ho visto un immenso, dominante Mario Scirea, ero allievo e lì ho capito cosa significasse "fare la corsa", sembra facile, a me é capitato un paio di volte, per sbaglio, credo. Un altra corsa bellissima alla quale ho partecipato é il "piccolo giro di Lombardia", le "mie" strade, i colori dell' autunno, il lago di Lecco e di Como, il Ghisallo, il Pian del Tivano, atmosfera da "grandi", in due parole "una figata".
Di corse che ricordo nel male ce ne sono diverse: percorsi pericolosi, buche enormi, tombini a cielo aperto (mi capitò a Pozzo d' Adda (BG) ) che il gruppo evitava tutte le volte per miracolo, ne ho disputate troppe e le ho rimosse dalla mia memoria.”

Eri un maniaco del millimetro (come chi scrive) per la tua bicicletta, oppure ti affidavi al meccanico di fiducia senza pensarci troppo?

“La bici doveva essere in ordine anche perchè era la MIA bici e non potevo permettermi di sfasciarla, i lavori meno impegnativi li facevo io per il resto mi affidavo al meccanico di fiducia, avevo l' abitudine di controllare e ricontrollare tutto più e più volte, non che non mi fidassi, però mi capitava di perdere dei piazzamenti a causa dell' imperizia altrui, ero diventato meticoloso PER FORZA.”


Ora dov’è la bici?
“La bici (una Taldo rossa) é in solaio mezza smontata, la prossima primavera vorrei rimetterla in sesto, vederla nello stato in cui versa mi fa star male, non credo che pedalerò più lì sopra perché il telaio ne ha subite di ogni, ma un bel restauro se lo merita.”


Per tanti anni hai seguito il ciclismo femminile. Come iniziò la passione per quell’ambiente?

“La passione per il ciclismo femminile é nata alla 6 giorni di Milano (1983 ? 1984 ? Non ricordo esattamente), forse perché... boh, mi sembrava un mondo un pò più "pulito" rispetto a quello del ciclismo maschile, forse perché sono sempre stato dalla parte degli "underdogs" per dirla all' americana, ho sempre pensato che il movimento (le atlete in primis) avrebbe meritato ben altra considerazione e attenzione da parte di pubblico e media, ho avuto l' onore di vedere all' opera atlete del calibro di Maria Canins, Roberta Bonanomi, Imelda Chiappa, Francesca Galli, Catherine Marsal, Antonella Bellutti, Jennifer Thompson, Rebecca Twigg, Connie Carpenter, Marianne Berglund, Mery Cressari, Luigina Bissoli, Zita Urbonaite (r.i.p.), Diana Ziliute e nella mia lunga carriera di tifoso ho avuto rispetto delle atlete, della loro fatica, mi sono entusiasmato, ho pianto un sacco di volte, mi sono immedesimato nel loro dolore quando le ho viste a terra ferite nel corpo e nell' animo. Può bastare ?”


Finita la carriera agonistica, hai corso anche nelle granfondo?

“Mai fatto le Gran Fondo, ho sempre pensato che c'é un tempo per tutto, non sono riuscito a sfondare per evidenti limiti fisici e caratteriali, ho corso, mi sono divertito, non rimpiango nulla e ringrazio Dio di essere ancora qui a parlarne, correre le Gran Fondo non avrebbe aggiunto nulla alla mia (già) fallimentare carriera di mediocre dilettante No, va bene così.”


Hai conosciuto il ciclismo dilettantistico, poi anche quello femminile. Ci sono persone, in questi due “movimenti” con cui sei rimasto in contatto?

“Non sono rimasto in contatto con nessuno nell' ambiente dei dilettanti , abito di fronte alla sede della mia ex società ma onestamente non mi é mai passato per la testa il pensiero di tornare anche solo per un saluto, come tanti altri non ne ho più voluto sapere e lo stesso vale per il ciclismo femminile: gli ultimi casi di positività al doping (Cucinotta prima, Rossi poi) hanno contribuito ad allontanarmi; a volte penso che ho fatto male, che ho messo nel girone dei cattivi anche chi non c'entrava niente e ha sempre corso con mezzi leali, ma come ho già detto e ripetuto un sacco di volte sui miei defunti blog, amo troppo il ciclismo, non sono uno che fa finta di niente e passa oltre con un "dimentichiamo tutto". Mi dispiace.”

La chiacchierata finisce qui. Grazie Alessandro. Resta nei bicchieri l’ultimo sorso; alla salute.

giovedì 16 dicembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


IL DOPING NELLO SPORT AMATORALE? AUMENTATO, E PURE TANTO.
CIFRE VERGOGNOSE, TENENDO CONTO CHE SI TRATTA DI PERSONE CHE BLATERANO DI PASSIONE PER LA LORO PRATICA SPORTIVA. SERVE UN’EDUCAZIONE ALLO SPORT, MA SI FA POCO.
COS’E? PAURA PER LA CASSA DEI GUADAGNI?

Dalla bocca del ministro della Salute Ferruccio Fazio (ospite al “Giro d’Onore”, cerimonia per i 125 anni dell’FCI) le notizie sono state precise; nel primo semestre 2010 ci sono stati 500 controlli antidoping tra i ciclisti amatoriali. Nel 15,9% di questi si sono trovati atleti positivi. Per capirci in maniera meno complicata; circa 75 ogni 500 gira-gambe. Per semplificare ancora, 15 su 100 imbrogliano. Immaginiamo una GF con 1000 partenti, fate il conto da voi.
Molto spesso si viene a conoscenza di sportivi che accettano di diventare dei falsi, anche solo per vincere il prosciutto nella corsa della sagra del paese. Ma è anche peggio. Ci sono persone che nel loro sport puntano, come fosse una questione d’onore, ad essere le prime nel loro gruppo di amici. Non si usano medicine soltanto per vincere, ma anche solo per “trionfare” nella corsa interna alla propria squadra di appartenenza. Essere i migliori dentro il proprio cortile. Non c’è bisogno di prosciutti.
Per alcuni, la comitiva con cui si condivide la passione per una determinata disciplina sportiva non è un gruppo di persone, ma è una specie di branco dove si vuol essere l’animale migliore. Quello che dentro una vasca, su di un sellino, sopra un paio di sci, dentro una corsia in pista o dove pare a voi, riesca ad avere il sopravvento sportivo sugli altri. Anche solo questa ridicola soddisfazione, che per tanti non è per niente ridicola, butta in un’angolo la voglia di fare sport per ricavarne benessere. Ecco che lo sport diventa così non soltanto un modo per acquistare fiducia in se stessi, ma funziona talmente bene che più si riesce a stare al vertice, più si vuole rimanerci perché ci si sente appagati e forti. La matematica non è un’opinione. Proprio per questo motivo l’istintivo pensiero di molti vive nella filosofia del; “Io sono davanti a loro. Sono meglio di loro.”

NON SCOMPARIRA’ MAI! PUNTO. MA POSSIAMO FARE SPORT SENZA DI LUI. E CON SODDISFAZIONI ENORMI. COME? ANIMO E TESTA (CHI LE HA). MA SE NE PARLA ABBASTANZA E ALLE PERSONE GIUSTE?

Nell’autunno del 2003, presso il Salone del Ciclo di Milano (quando il salone era tale, e non una bidonata come quest’anno), si tenne un convegno sul doping nel ciclismo amatoriale. Nel proprio intervento, il Presidente UDACE Francesco Barberis suggerisce che il problema; “… ci impone di evidenziarne le problematiche e di portarle all’attenzione di tutti, addetti ai lavori e a coloro che sono amanti del vero spirito sportivo, e desiderosi di uno sport animato da sani ideali.” Poco prima anche un’accenno al supportare; “…un’informazione sui risvolti negativi e sui danni psico-fisici causati dalla pratica del doping…” Questo nell’autunno di 7 anni addietro.
So per esperienza che nelle scuole si parla di alimentazione. Nel periodo in cui preparavo un convegno sull’alimentazione nello sport per l’AC PST me ne resi conto, visto che diverso materiale usato per il nostro convegno si appoggiava a diverse di quelle informazioni. Notizie sulla bistecca di carne bianca e rossa, sulla patata che viene poco considerata, sui legumi che bla, bla, bla…, tutti argomenti giusti ed utili.
Ma di doping se ne parla? Se ne parla all’interno delle società sportive, dove i ragazzi vengono introdotti nel mondo dello sport? Quante sono le società sportive che organizzano momenti di spiegazione sui danni dall’uso di medicine senza un vero giustificato motivo? Ci sono convegni che trattano di etica nello sport, ma è poco. Si parli ai ragazzi dei meli del doping nel fisico. Cosa provoca nel corpo l’uso di medicine dentro persone sane.
Perché la stessa UDACE non obbliga le società a lei affiliate, magari quelle che hanno un minimo di tesserati (tipo; “hai almeno 30 tesserati? Allora ascolta…”), ad organizzare almeno una volta l’anno dei momenti sull’educazione allo sport? Io parlo di UDACE, ma potrebbe essere lo stesso per la FIGC, per la FISI e via dicendo altre federazioni. Un convegno lo abbiamo messo in piedi noi che non abbiamo una lira, figurarsi se altri non avrebbero ben più possibilità. Certo, quando non sei nessuno devi anche saper essere un rompi*******i come pochi per avere attenzione e credibilità. Ma se ci è riuscito chi scrive, possono senz’altro farlo anche altri.
Se invece c’è paura di perderci soldi, spiegando che il doping arriva un po’ dovunque, e che quindi i genitori, impauriti, vietino ai figli di fare sport, o agli adulti passi la voglia di fare o rinnovare la tessera con l’ente sportivo “Tal dei Tali”, allora almeno non si blateri di passione per lo sport.
Il doping è un’amico che sa venirti incontro per un’amichevole pacca sulla spalla, sospinto da belle parole ed un sorriso a 150 denti. Si prenda un bel cric e glielo si stampi su questi ultimi.

venerdì 10 dicembre 2010

Un'altro giorno schifoso; ma avanti così!



Ridi, ridi…. che Fuentes ha fatto gli gnocchi!

OPLA, MA TU PENSA! IL DOPING NON VIVE SOLO NEL CICLISMO. MA DAVVERO? E CHI LO AVREBBE MAI PENSATO?
MENTRE LA SPAGNA SI CONFERMA FOGNA SPORTIVA DI 1° LIVELLO, TERMINATOR TORRI COLPISCE ANCORA (E STAVOLTA FA PURE BENE).

Per dirla in due parole; un vero schifo. Le parole sarebbero tre, ma poco cambia. Che la famiglia Bernucci sia molto unita, da oggi saranno pochi quelli che avranno il coraggio di metterlo in dubbio.
Ettore Torri ritorna in prima linea, ma stavolta lascia perdere le scariche di mitra e mette sul tavolo una richiesta per 22 anni totali di squalifica. Lorenzo Bernucci era stato sospeso dalla Lampre in primavera, ora arrivano i dettagli. Per possesso e traffico di sostanze illecite; coinvolti mamma, moglie, fratello e suocero dell’ex ciclista del GS italiano (solo per lui chiesti 6 anni).
Ma non è solo il ciclismo a sollevare polveroni nauseanti. La regina degli sport, l’atletica leggera, è stata tradita proprio da una delle sue regine. La spagnola Marta Dominguez – plurimedagliata del mezzofondo – è stata arrestata e l’accusa per lei è spaccio e riciclaggio di sostanze dopanti.
In questa storia ritorna all’onore delle cronache sportive “el senor” Eufemiano Fuentes. Medico specializzato in truffe sportive (tale è il doping), è che negli ultimi anni era stato “aiutante” di molto sportivi; calcio, ciclismo, atletica... La speranza è che una volta rinchiuso in cella, i portantini perdano improvvisamente le chiavi.

mercoledì 8 dicembre 2010

Sicurezza sulla strada; la storia infinita.


LA DEVASTANTE STRAGE CICLISTICA DI LAMEZIA TERME HA DESTATO L’ATTENZIONE SULLA SCARSITA’ DI PISTE CICLABILI IN ITALIA.
CICLISTI-AUTOMOBILI-CICLABILI; LA VERA STORIA INFINITA. ALTRO CHE FAVOLE DA CINEMA.

Cadaveri disseminati sulla strada, che hanno visto la morte arrivargli in faccia senza preavviso, e che li ha falciati via dal mondo senza alcuna remora. Su di loro lenzuola bianche a coprirli. Caschi frantumati, alcuni volati via, disseminati a 30 metri dai corpi senza vita. Una bicicletta è volata per aria. Si è appesa da sola, per la sola forza dell’urto, sul cancello di una casa vicina. Montanelli diceva che l’orrore non aggiunge niente alla verità dei fatti.
Chi scrive usa le piste ciclabili quando possibili. Cioè, in primis, quando non rischi la pelle per “prendere la pista” ed usarla (ci sono percorsi ciclabili pensati col sedere e fatti coi piedi, che sono stati usati, a suo tempo, solo per non farsi scappare i vari contributi regionali, provinciali, ecc…). Le immagini arrivate da Lamezia Terme, che hanno aperto i TG serali di domenica scorsa, sembravano provocate da una sparatoria tra bande. Subito l’argomento “I ciclisti sulle nostre strade” ha ricevuto più attenzione in tre giorni, che non in questi ultimi anni. Ma che rapporto abbiamo noi con la bicicletta?
Ventinove milioni! Di cosa? Di biciclette. In Italia possiamo quantificare in 29 milioni il numero di biciclette esistenti tra nuove e vecchie di ogni tipo. Dalle Mountain bike ultimo grido, fino alle Graziella mezze arrugginite e dormienti nei nostri sottoscala.
Negli ultimi anni i chilometri di piste ciclabili sono più che raddoppiati; in tutta Italia erano 1.000 chilometri nel 2000, mentre nel 2007 erano 2.400. Quando usiamo la bicicletta? Principalmente la domenica. Siamo un popolo ciclistico della domenica. Per il resto, il sedere lo teniamo sempre sul sedile dell’automobile.
Una curiosità? Se dal 2000 al 2007 sono raddoppiati i chilometri di piste ciclabili, sempre in quei 7 anni è raddoppiato anche il prezzo della benzina. Nel nord-est italiano i chilometri di ciclabili sono aumentati del 100%, ma siamo 4 volte sotto lo standard dell’Europa Unita.
I numeri contano solamente fino ad un certo punto. Sono tanti i chilometri di ciclabili che restano deserte perché semplicemente inutili, buttate lì per guadagnare posizioni nelle classifiche ambientali. Però una cosa va riportata. Tra il 2002 ed il 2006, l’Italia ha speso 5 milioni di euro, nei percorsi ciclabili. La Germania stanzierà 80 milioni all’anno nei prossimi anni. Qualche altro numero;

OLANDA – 19 milioni di bici, rete ciclabile prevista 6.000 km.
GERMANIA – 72 milioni di bici, rete ciclabile prevista 35.000 km.
ITALIA – 25 milioni di bici, rete ciclabile prevista 168 km.
FRANCIA – 21 milioni di bici, rete ciclabile prevista 8.000 km.
GRAN BRETAGNA – 17 milioni di bici, rete ciclabile prevista 16.000 km.

Fatevi una risata; a Torino, fino a due anni addietro, c’erano 13 metri di pista ciclabile ogni 100 abitanti. Dividete per 100; 13.000:100 = 0,13 metri. (13 centimetri a cranio!!). a Vienna avreste per voi 62 metri!
Bella cosa le ciclabili, almeno venissero usate quando presenti. Visto che tanti ciclisti o cicliste della domenica non ci pensano proprio ad usarle. Siamo in tanti, siamo fighi! Le ciclabili ai ragazzini e ai nonnetti!

Nota; questo articolo è stato redatto con notizie tratte da; Corriere della sera – Il Gazzettino – Wikipedia – www.pisteciclabili.it – Nuovo Codice della strada.
Sono state usate dalla mia Associazione un’anno addietro, chiaramente in maggior quantità, per la rassegna “15 minuti sulla strada del buon senso” che verteva su; piste ciclabili ed uso del casco.

domenica 5 dicembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


DAMIANO CUNEGO E COMPAGNIA CANTANTE TORNANO IN SELLA. FINITE LE CONSUETE VACANZE, IL VERONESE INIZIA UNA STAGIONE (O FORSE UNA SECONDA CARRIERA?) IMPRONTATA DECISAMENTE SULLE FATICHE DI UN GIORNO.
E MAGARI, STAI A VEDERE CHE......

In sella! In Italia le nevicate sono già arrivate, ed anche copiose, in molte zone. Giornate da cioccolata calda e pantofole davanti al camino, anzi, al caminetto. I campioni invece si accingono a far fare alle gambe i primi giri di fatica.
Tra questi il quasi trentenne (eh si!) Damiano Cunego, che mai come da quest’inverno sembra avviato verso l’inizio di una seconda carriera ciclistica. L’ormai ex bocia di Cerro Veronese – croce e delizia di appassionati e tecnici – con il tesseramento di Michele Scarponi da parte del GS Lampre, perde la posizione di uomo di riferimento nei grandi giri per la squadra italiana. Era dal 2005 che il biondo ciclista veneto era punto fermo della Lampre nelle gare di tre settimane.
Da almeno due stagioni erano anche in aumento le voci che consigliavano il finisseur italiano di dedicarsi alle gare di un giorno. Lo stesso ragazzo aveva cercato di “tenere duro” in questo senso nelle ultime stagioni, provando a prepararsi in maniera specifica in vista di Giri o Tours che fossero. I risultati conseguiti non andarono verso le aspettative, com’anche in qualche caso ci furono esiti molto deludenti. Se per Michele Scarponi l’avventura Lampre sembra essere la cosiddetta grande occasione, per Cunego potrebbe essere l’inizio di una seconda fase ciclistica, quand’ormai il calendario personale arriva alla soglia dei 30 anni.
Quando Cunego aveva addosso la luce dei riflettori, i risultati spesso sono mancati. La scelta di Scarponi in squadra non sembra un tentativo atto a copiare la Liquigas, che tra Basso, Pellizotti, Nibali e Kruziger, in questi ultimi anni si è portata a casa un Giro di Svizzera, un Giro d’Italia, una maglia pois in Francia e una Vuelta. Non siamo di fronte a due ciclisti, Scarponi e Cunego, che hanno un’età ciclistica ben diversa (Basso e Nibali). E nemmeno sembra che Scarponi sia il nome per i grandi giri, accasato da Saronni e C., solo per togliere attenzione e quindi pressione a Cunego. Scarponi vuole vincere il Giro, e di lì non si scappa.
L’impressione è che Damiano abbia deciso di seguire come mai prima la strada delle gare di un giorno. Oggi il calendario delle classiche riempie totalmente il periodo marzo/aprile dove, tra Gand Wevelgem e Liegi, ci sono ben 7 classiche nel giro di un mese. Poi si torna al discorso che con Scarponi in squadra, sarà quest’ultimo a ricevere notevoli attenzioni degli avversari, dopo il 4° posto – per poco 3° - nella corsa rosa di quest’anno.
Cunego potrebbe approfittare di questo, proprio riguardo al discorso che quando non gli si chiedeva il risultato, spesso tagliava il traguardo prima di tutti gli altri. Ma con l’arrivo del nuovo Direttore Sportivo, Roberto Damiani (ex Gilbert), forse per Cunego è arrivato il bivio ciclistico definitivo. Per Damiano quasi certamente cambierà anche il clima interno al suo GS dove, non essendo più l’unico riferimento della formazione del signor Galbusera, la ricerca del risultato potrà essere equamente divisa tra lui e Scarponi.
Potrebbe anche essere l’inizio di una coppia ciclistica molto più forte del previsto, e che potrebbe trovare occasioni vincenti inattese ai più. A spingere questa competitività anche gli obiettivi dei due. Scarponi per l’occasione del treno giusto per il podio alto di Milano, Cunego per evitare di perdere i “gradi” all’interno della Lampre. Quando l’acqua arriva ai c******i, solo i morti non imparano a nuotare. E questa amichevole concorrenza interna potrebbe essere la molla che Cunego aveva perso, con l’addio di Ballan alla Lampre un’anno addietro, e prima ancora Simoni alla vecchia Saeco.

mercoledì 1 dicembre 2010

Dicembre:l'editoriale


MENTRE I CICLISTI SI PREPARANO A RISALIRE IN SELLA, IL PRO-TOUR SALUTA TUTTI PER DIVENTARE L’UCI WORLD TOUR. E TROVIAMO GIA’ UNA NOVITA’ CHE LASCIA PERPLESSI.
POI LE “ASSOCORRIDORI”, ITALIANA E MONDIALE, CHE CHIEDONO UNA SISTEMATA DEL PASSAPORTO BIOLOGICO.

Diversi anni fa l’Italia faceva la parte del leone nella vecchia Coppa del Mondo. Da Maurizio Fondriest a Michele Bartoli, da Gianni Bugno a Paolo Bettini. Poi ecco l’UCI Pro-Tour con l’affermazione di Danilo Di Luca. Intanto però iniziavano le beghe tra gli organizzatori delle corse storiche e i gran capi dell’UCI. Il Pro-Tour così è andato avanti a forza di compromessi, creando scetticismo tra gli addetti ai lavori. Ora si cambia ancora una volta – almeno il nome – nonostante i criteri siano rimasti praticamente invariati. E una novità in tal senso desta qualche perplessità.
Ci sono dei cambiamenti per i punteggi che danno il valore dei singoli Gruppi Sportivi (il punteggio UCI per il cosiddetto “ranking”). La stima verrà costruita con i punteggi relativi alla squadra per quella che sarà la stagione nell’anno successivo e non in quella appena conclusa. Vedere la Liquigas che ha concluso il 2010 al 2° posto, e all’inizio del prossimo non dovrebbe essere nemmeno tra le prime cinque, causa alcuni atleti che hanno cambiato casacca. Sarebbe giusto creare almeno un minimo di compromesso del tipo; il ciclista che cambia squadra “lascia” in maniera automatica il 30% dei punti conquistati nella stagione al suo GS. Così facendo, un GS avrebbe almeno una giusta “parcella minima di punti” per aver magari fatto crescere un corridore, ed averlo fatto diventare un vincente.
Da qui si spiega la scelta della Geox per l’ingaggio di Sastre e Menchov. Con i loro punti speravano di avere il posto quasi sicuro nelle corse importanti, e non dover fare la fatica di guadagnarselo con i risultati. Ricordo quando alla fine del decennio ’90 l’allora US Postal di Armstrong voleva a tutti i costi correre il Tour, ma era una formazione nuova. Per il discorso dei punteggi dovette correre un gran numero di corse per “maturare” un punteggio sufficiente a meritarsi la partecipazione alla corsa transalpina. Riuscirono poi a guadagnarsi l’invito (al Tour si è invitati e non si partecipa di diritto), aprendo la stagione d’oro per il texano.
Altro discorso che viene fuori è il passaporto biologico. La questione che ha coinvolto l’italiano Pellizotti ha fatto discutere. Fermare un ciclista per mesi, fargli perdere la stagione, per poi ritrovarsi di fronte all’evidenza di non aver elementi sufficienti per fermare l’atleta. Intanto la stagione del ciclista della Liquigas è andata in malora. Non per niente Alberto Contador si è rivolto allo studio legale che aveva assistito il nostro scalatore.
Le associazione dei corridori, italiana e internazionale, chiedono all’UCI di poter avere più parte in causa in caso di provvedimenti nei confronti di ciclisti o cicliste interessati da guai con il doping. Le associazioni dei corridori hanno a disposizione 9 medici esperti per queste beghe medico-sportive, che possono fare da “periti” davanti al giudice sportivo. Ma vorrebbero che l’UCI non facesse più da filtro nella selezione degli atleti, e che questi 9 esperti possano avere i dati di tutti gli atleti coinvolti nell’Assocorridori mondiale (850), e non solamente i dati degli atleti anomali. Ci sarà un aumento della parte burocratica, che quindi andrà ad ingarbugliare ancora di più le cose? L’ultima cosa che serve al ciclismo, che si ritroverebbe ad avere nell’acqua delle borracce l’unica cosa ancora totalmente trasparente.
Chiudiamo con la notizia che la WADA (l’Agenzia Mondiale Anti-doping), sembra abbia in testa la mezza idea di portare a 4 anni la squalifica per i casi più gravi di doping. Non sarebbe male avessero proposto anche l’idea della radiazione in caso di spaccio di sostanze dopanti. Già doparsi è grave, ma collaborare perché anche altri possano farlo è troppo.

venerdì 26 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


IL CICLISTA PEDALAVA RASENTE AL BOSCO. QUEST’ULTIMO AVEVA INIZIATO A DORMIRE. NON SI SENTIVANO PIU’ LE SUE VOCI. TIRAVA UN’ARIA STRANA….

Il ciclista guardava se tra gli alberi c’erano presenze amiche. Ma non ve n’erano quasi più. Un Pettirosso uscì rapido dal sottobosco, incuriosito da quell’essere passante. Poi sparì veloce dietro un mucchio di rametti accatastati. V’erano infatti delle piccole fascine, lasciate lì da uomini che avevano tagliato il bosco per rifornirsi di legna da ardere. Quei rametti, messi assieme con pazienza, sarebbero serviti per dare vita al fuoco al momento di accenderlo. Poi per scaldarsi veramente ci avrebbero pensato i pezzi di legna veri e propri. Mentre il ciclista non pensava a niente, sentì un pizzico di freddo al viso. Questa sensazione scomparve subito. Pochi secondi dopo la sentì ancora.
“Ehi!” si sentì dire. Ma non capì chi fosse stato. “Vai a casa, è ora.” Sentì ancora. Si fermò rasente al bosco. Tutto silenzio. Fece per ripartire, ma si bloccò subito. Sentì un’altro brivido sul viso. Alzò lo sguardo, e capì.
“Ora è tempo che torni a casa, devo cadere” disse la neve. Aveva messo sull’avviso il ciclista, accarezzandolo sul viso con i suoi fiocchi.
“L’inverno deve ancora arrivare. Stattene tu a casa, lassù sulle vette, che nessuno ti rompeva le scatole!” rispose a tono il ciclista.
“Ma senti questo – borbottò la neve – nessuno mi aveva mai parlato così!”
“Cosa servi da queste parti? Vattene a cadere in montagna, dove almeno porti soldi. Da queste parti siamo in collina. Porti solo spese… e rotture di scatole” il ciclista non aveva nessuna intenzione di dargliele vinta.
“Ma chi pensi d’essere uomo? – sbotto la neve – Hai pedalato da febbraio, che io ero ancora sulle strade. Adesso è il momento che ti togli e lasci lo spazio a me!”
“Ma se cadi in montagna non dai fastidio. Nelle nostre città invece, dove ti posi ti spostano subito per ammucchiarti un po’ qua e là.” Rispose il ciclista.
“Ma io non sono qui per te. – disse la neve – Sono qui per proteggere il bosco e gli orti dalle gelate invernali. Cosa vuoi che m’importi di te, insolente e viziato d’un essere bipede, che quando ti faccio comodo perché devi sciarmi sopra mi vorresti alta un metro! Non sei mai stato ragazzino?” chiese spazientita la neve.
“Certo, ma questo cosa c’entra?” chiese sbigottito il ciclista.
“Quando mi vedevi cadere, mentre eri alla finestra nel calduccio di casa tua, cosa facevi? Piangevi?”
“Beh,… no…” rispose il ciclista.
“Perché invece di lamentarti sempre, non mi usi per fare contenti i tuoi figli? Regalagli un pupazzo di neve. Se vuoi cadrò abbondante vicino a casa tua” disse la neve.
“Ma io non ce l’ho perché cadi, ma non potevi aspettare?” domando il ciclista, che iniziò a cercare di trovare un’accordo. “Io vorrei pedalare ancora un poco” disse ancora.
“Posso capirti, ma pensi che il mondo debba essere qui per te? Vuoi avere il sole caldo quando vai in ferie, per poi lamentarti che fa caldo e cerchi l’ombra. Vuoi avere me quando vai a sciare,… Ma chi ti credi di essere? Mi hai mai conosciuta da vicino, o ti sei dimenticato com’ero” rispose la neve spazientita.
Il ciclista rimase in silenzio, poi disse; “Non volevo offenderti…” Pensò a quando era ragazzino, ai tempi in cui gli amici sotto casa non avevano bisogno di Internet per stare insieme. A quando andava con suo padre a raccogliere la legna nel bosco, e alla fine si scaldava in casa con una tazza di cioccolata. Il ciclista si scrollò di dosso i fiocchi che iniziavano ad imbiancargli le spalle. Ripartì con la bici.


La neve intanto cadeva sempre. Non aveva tempo di star dietro all’insolenza dell’egoismo. Lei cadeva per dare un riparo agli animali in letargo, facendo da coperta coprente sopra le tane, per proteggerle dall’aria gelida dell’inverno. Per dare un gioco ai bambini, così da “stanarli” dalle loro case a rincretinirsi di televisione. Cadeva per dare poesia alle feste del Natale, per far capire che le primavere più belle sono quelle che arrivano dopo gli inverni più rigidi. Però la neve ci rimase male. Da sempre cadeva, e gli uomini l’avevano sempre rispettata. Temuta sempre, ma rispettata. Ora doveva cadere quando volevano gli uomini e dove loro volevano? La pioggia infatti iniziò a cadere insieme a lei, abbracciate. Era la neve che iniziò a piangere. Ma poi pensò ai bambini che sarebbero stati contenti quando avrebbero giocato con lei il giorno dopo. Gli adulti la buttavano sempre via. Lontana. Non la volevano. Ma i bambini no. Per loro la neve era ancora il gioco più bello dell’inverno. Allora tornò ad essere neve. I fiocchi tornarono asciutti, larghi, poetici.
Il ciclista intanto arrivò a casa. Pensò alle cose che aveva detto e sentito parlando con la neve. Nello scendere di sella vide sua figlia più piccola andargli incontro contenta perché nevicava. Allora si svegliò dentro l’animo e tornò ragazzo, almeno lì.
“Vai a dire alla mamma che ci metta su una cioccolata, e poi domani facciamo il pupazzo di neve vicino al cancello”
“Ci mettiamo la scopa, e la carota per fare il naso?” disse la figlia.
“Va bene, ci mettiamo anche quello” e rientrarono assieme.
Il giorno dopo, un pupazzo di neve era stato fatto da poco. Aveva una carota grossa così che gli faceva un nasone enorme. Una sciarpa rovinata attorno al collo, una vecchia scopa in mano ed un berrettino da ciclista in testa.

lunedì 22 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


Contador, Torri, Mosquera, Di Luca, Enrico Rossi…l’autunno ciclistico 2010 sarà ricordato per un pezzo.

PRIMA LE REAZIONI POTENTI DA FCI, ATLETI, SPONSORS E DIRIGENTI VARI. POI ECCO LE QUERELE, LE INDIGNAZIONI, LE PRESE DI POSIZIONE CON INIZIATIVE VARIE.
MA TRA GLI APPASSIONATI, FULMINI E RELATIVE SAETTE NON SONO STATI EGUALMENTE ROBOANTI. QUESTIONE DI BUONA MEMORIA?

Prima metà d’ottobre. Pedali e, mentre sei lì a girar di gamba, parli con gli amici di fatica. Esprimi le tue idee, i pareri, le critiche, al riguardo delle vicende che in quei giorni trovavi sui quotidiani riguardo a “mitragliatrice“ Torri. Tal dirigente pronto a querelare, tal ciclista pronto a fare lo stesso, tale sponsor già al telefono con l’avvocato di fiducia e tutte cose così.


Che Torri abbia sbagliato a metterla sul piano del “tutti”, siamo d’accordo. Poteva solo provocare un gran casino e poco altro. Comprensibile che al Giro di Lombardia il “movimento” abbia voluto far partire iniziative volte a dire; “Uè ragazzi, non siamo mica tutti così!”. Sacrosanto. Come ottima è l’idea della campagna “Io corro con il cuore” che ha preso una pagina sulle riviste specializzate e nei quotidiani sportivi in particolare. Ma queste iniziative non è che abbiano fatto una grande breccia nell’appassionato della domenica (che è il vero termometro per la salute di una disciplina sportiva, altro che le manfrine della De Stefano).
Quello che farebbe dire all’appassionato; “Adesso ci siamo!” potrebbe essere la notizia che non servono mesi e mesi per sapere se Pellizotti o Contador possono correre oppure essere squalificati. Che quando Di Luca va davanti ai taccuini e per prima cosa tiene a precisare che non ha fatto nomi, la Federazione faccia tanti coriandoli del suo tesserino.
Nelle lettere dei lettori spedite alla Gazzetta i giorni seguenti alle dichiarazioni di Torri sui ciclisti, o nei giorni seguenti alla rogna di Contador, non trova spazio un’indignazione in stile Assocorridori, UCI, Assogruppi, FCI. Magari si torna sul discorso che anche gli altri sport dovrebbero adeguarsi agli standard di controllo ciclistici e relative squalifiche (Mutu, recidivo all’uso di droga si è fatto 9 mesi, la Bastianelli 24 e non certo per droghe), o che Torri non doveva sparare nel mucchio.
Trovano posto considerazioni che parlano di situazioni avvilenti o scoraggianti (Contador), oppure elenchi dettagliati di ciclisti che, contando solamente il podio del Tour dal 1995 ad oggi, hanno avuto problemi più o meno grossi con doping e affini (23 su 48; devastante!). Ci sono lettori che nelle loro righe non danno alcuna speranza all’ambiente, altri che chiedono squalifiche più pesanti (mi ci metto anch’io). La sostanza è che tutte le proteste arrivate dal “movimento” ciclistico dei pro’, non è che abbiano trovato uguale risonanza d’intenti e di pensiero tra gli appassionati.


Troppe figure pedalano ancora riparate dall’ombra dell’omertà.

Ormai se ne sono sentite di tutti i colori; la pomata per i brufoli sul sedere (una volta c’era il Topexan); la bistecca con dentro la tal medicina (figlio mio, che ti sei mangiato? Mezza vacca?), le caramelle della zia andata in sud america (questa è vecchia, ma è troppo bella!). Ci siamo rotti le balle di vedere come, negli anni, ci sia stato un sensibile aumento di ciclisti o cicliste con certificati medici al seguito. Prendiamo per esempio l’asma. È una patologia per cui l’attività sportiva è consigliata, e fin qua va bene. “Hai l’asma? Guarda che fare sport è un aiuto.” Evviva! Ma quando si legge (Wikipedia) che il 30% degli atleti che hanno vinto una medaglia alle Olimpiadi di Atlanta (1996) erano sofferenti d’asma, è certamente curioso. Visto che le controindicazioni per diversi farmaci, atti a contrastare l’asma, sono abbastanza preoccupanti (osteoporosi, diabete mellito, depressione,…), auguriamoci che tutto quel 30% di sportivi-asmatici lo fossero per lo meno in maniera grave, perché altrimenti l’abuso di cortisonici lo pagheranno presto.
Altra situazione che non giova sono stati certi ex professionisti, ora guidatori d’ammiraglia. Marzo 1994; l’allora ciclista-dirigente del GS BresciaLat Bruno Leali, dice su Bicisport (qua non siamo mica i Bibì e Bibò che buttano le cose lì alla carlona); “Con noi nessuno può bluffare, sappiamo benissimo chi in gruppo lavora, chi si comporta bene, chi invece mira a fare il furbo. Sarà difficile al termine di una corsa venire a dirci delle storie, visto che in bici ci siamo anche noi.” Andate a vedervi cosa è capitato alla squadra che Leali dirigeva al Giro-Baby quest’anno. Non serve scomodare Bijarne Riis per trovare altre situazioni che per il ciclismo sono una martellata negli attributi.
Guardate Mariano Piccoli, anche lui DS, che si è ritrovato inguaiato, squadra compresa, in piena estate anche se la notizia è arrivata settimane dopo, mentre poco prima di una corsa alcuni suoi ragazzi si prodigavano nella nuova specialità sportiva del; “Lancio della porcheria fuori dal finestrino, prima che arrivi la Finanza!”. Peccato che i lanci siano stati scarsi nel loro raggio d’azione, andando a concludersi nel fossato poco fuori il veicolo, e quindi di facile raccolta da parte degli esponenti statali in divisa.
Sono altre le rassicurazioni che noi appassionati ci meritiamo; controlli veramente a sorpresa, squalifiche rispettate nella loro lunghezza, magari un peso di queste ultime diverso; “Ne fai uso? Male, ma noi sappiamo che ne fai anche spaccio; che ci dici?) radiazioni dall’ordine dei medici per i camici bianchi coinvolti e quindi un’altro giro di vite per quella che è la severità da applicarsi. Magari abbassiamo il livello di ematocrito, che senza ballare sul 48% si può pedalare lo stesso! Che poi tutti abbiano diritto ad una seconda occasione, quest’ultima arriva dalla possibilità di andarsene a lavorare. Ma qui andrei a ricadere sugli argomenti dell’articolo di un mesetto addietro riguardo a Di Luca, e mi ripeterei un po’ noiosamente.

PS; avete in casa dei vecchi numeri di Bicisport? Andate a cercare il numero di Marzo 1994 e leggete pagina 107. Sembra scritta ieri da quanto è attuale.

domenica 14 novembre 2010

Giu il termometro, via il casco; motivo?




LE STESSA SOLFA OGNI AUTUNNO. CALA IL TERMOMETRO, ED INSIEME CALA LA PERCENTUALE DEI “PORTATORI DI CASCO”.
VIRUS SCONOSCIUTO, O NUOVE TECNOLOGIE A CUI STAR TREK GLI FA UN BAFFO?

Non so come va dalle vostre parti ma, per quanto concerne le strade della vallata feltrina, ogni volta che si è in un periodo freddo o quasi, si ripete un fenomeno strano. Pedalando fino al mese di settembre, un buon 80% (facciamo 70) dei vari ciclisti o cicliste ha il suo casco. Come il ciclismo abbraccia le foglie cadenti, forse arriva puntuale un qualche potente virus misterioso, che elimina senza scampo quasi tutti i ciclisti che usano il casco, per lasciarne pochi altri in giro, la maggior parte di questi senza casco.
Oppure si tratta di una nuova plastica invisibile (sono quasi convinto che sia questo!), che fa sembrare le persone senza il casco. O magari, perché alla tecnologia non c’è freno spazio-temporale, un nuovo tessuto mostruosamente rivoluzionario che, sotto le sembianze di un berrettino di lana, fornisce una corazza durissima che sfiora il diamante per robustezza. Robe da Star Trek!
Non saprei quali altre ipotesi proporre, se non che io sono male informato sui periodi più o meno pericolosi per pedalare. Può darsi benissimo che nei mesi autunnali, fino a fine febbraio, le strade siano più sicure rispetto al solito. Pensavo il contrario. Perché altrimenti non saprei come spiegarmi questa scomparsa dei caschi dalle zucche delle persone che pedalano, da novembre e fine febbraio.

giovedì 11 novembre 2010

Il ciclismo (femminile) davanti al caminetto.


Un’antipatico autunno “chirurgico” per Miss Gruppo. Se andate sul sito Ciclismo in Rosa (link a fianco) notizie nel dettaglio con breve intervista.

VEDIAMO CHE CI RESTA DELLA STAGIONE 2010, SU STRADA, PER QUELLO CHE RIGUARDA L’ALTRA META’ DEL SELLINO.
(UN’ALTRO MONDIALE VINTO, LO SAPEVATE?)

Perché Bicisport mi deve fare il poster di Thor Hushovd iridato, e non per Giorgia Bronzini? Non sarebbe bello per una giovane praticante di 15 anni appendere un poster di una ciclista italiana in camera? (basta che non lo metta al posto di quello della Guderzo, sennò anche il valore dell’immobile potrebbe risentirne…). Valori catastali a parte, si conferma la grande tradizione ciclistica italiana, nel voler mettere da parte il ciclismo rosa nell’arco di 48 ore. Anche se lo stesso Bicisport di quest’anno penso abbia superato il suo record, con dieci pagine dedicate all’altra metà del sellino in occasione dei Mondiali australiani. Stai a vedere che dopo aver vinto 3 mondiali in 4 edizioni (con 3 atlete diverse), forse si sono accorti delle nostre ragazze. Se poi andiamo a vedere il nome delle atlete che Giorgia si è messa dietro sul traguardo australiano – tali Marianne Vos, Emma Johansson, Nicole Cooke (ci si rivede eh, Nicole?), Judith Arndt, protagonista di una stagione ai massimi livelli, con un 2° posto finale al Giro, e sei volte tra le prime tre, in dieci tappe, ma nessuna vittoria – certamente quasi tutte le migliori le ha battute. E l’anno prossimo, un percorso ancor più da ruote veloci (ma questo diciamolo sottovoce…).

Da due anni un ciclista italiano non vince una grande classica. Da due anni le ragazze proprio il Mondiale ce lo portano a casa. Quindi, quando sentirete Cassani, la De Stefano, Pancani, Martinello o chi altri, parlare di ciclismo italiano che nelle grandi corse di un giorno non vince, sappiate che stanno dicendo una mezza fesseria, ma si salveranno dicendoci che un Mondiale non è una classica. Bravi.
La corsa più importante del calendario femminile è il Giro d’Italia. Non stiamo a parlare del Giro in sé, che le mie critiche le ho già messe su ‘sto sito in estate. È stata una corsa che aspettava diverse protagoniste. Emma Pooley ha risposto presente (maglia verde), Marianne Vos uguale (maglia ciclamino), l’Italia si è salvata grazie all’angelo azzurro che ha conquistato il 3° gradino del podio perché, per il resto, sono stati dolori. Il futuro si sta rodando e anche bene (Scandolara, Patuzzo, Valentina Bastianelli, Berlato…) ma speriamo che dal prossimo anno, almeno per le vittorie di tappa, si parli un po’ italiano. Cerchiamo adesso di non riempire di complimenti le nostre giovani “girine”, così lasciamo lontano il rischio di farle sentire campionesse prima di diventarlo.
Si scriveva della Vos; maglia ciclamino al Giro, Coppa del Mondo, altro argento ai Mondiali, la fenomenale olandese si è confermata ai più alti livelli. Se poi c’è stata una gran bella annata di Emma Pooley (2^ al Giro, vincitrice del “Trentino”, iridata a crono, maglia verde al Giro), mettiamoci anche la Regina Rosa 2010 Mara Abbott. La statunitense correrà nel 2011 con l’italiana Geox o Diadora che sia, che tanto è uguale (a quanto sembra con licenza americana, ma che bravi!), ed avrà come compagna Claudia Hausler. Ci sarà di divertirsi per il loro DS?
Poi, di corsa perché siamo alla volata finale, ben ritrovata a Marta Bastianelli (e basta fesserie per un chilo, fatti 5 chilometri in più negli allenamenti e stop!), brava Monia Baccaille che si riconferma regina tricolore e che si è imposta nel “mondialino veloce” del GP Liberazione in aprile. Brava all’eterna Longò che riesce a finire con le migliori ai Mondiali australiani, e un saluto a “Don Lorenzo” che come un buon vino ci sta sempre bene.


Vos, Abbott, e Guderzo salutano tutti al 2011.

lunedì 8 novembre 2010

Il (vostro) ciclismo davanti al caminetto; l'alimentazione.


FISSATI? GOLOSI? MISURATI? PIGNOLI? BUD SPENCER? QUALI DI QUESTI?
RACCONTATE IL VOSTRO CICLISMO A TAVOLA. PARTENDO DALLA CONSIDERAZIONE DI UN EX CAMPIONE, BUTTATE LI’ UN VOSTRO CONSIGLIO, UNA VOSTRA IDEA, QUEL CHE VI PARE, E VEDIAMO DI CAPIRE CHE CICLISTI SIAMO.
VEDIAMO COSA NE VIEN FUORI!

“Il ciclismo è uno sport difficile e in continua evoluzione. Quando correvo io, e sono pochi anni fa, la mattina si mangiava la carne. Adesso è cambiato tutto.”
(Gianni Bugno – Bicisport Gennaio 2004)

venerdì 5 novembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


TORNA IL PERIODO-RELAX DEL CICLISMO DAVANTI AL CAMINETTO. AVETE VOLUTO LA BICI? ALLORA BECCATEVI LA POESIA!

Cala il sipario su questa stagione,
piange il perdente, esulta il campione.
Giorgia Bronzini sorride felice,
Sgarbozza continua a non saper quel che dice.

Cala il sipario e più triste è il mio cuor,
ma forse sta peggio il buon Contador.
Arriva un vecchietto che puzza di guai,
“Son tutti dopati!” che vuoi che sia mai?

Cala il sipario e si scende di bici,
con un’arrivederci a tutti gli amici.
Passando l’inverno e pensando al momento,
in cui torneremo a correr nel vento.

Cala il sipario sui falsi campioni,
eroi puzzolenti di finte emozioni.
Ai ladri di sogni nessuna pietà,
si metta in borraccia soltanto onestà.

Cala il sipario, s’accende il camino,
e dentro di noi rinasce il bambino.
E mentre il mio cuore ricorda di ieri,
il tappeto ora brucia; chi chiama i pompieri?

Cala il sipario e cerco un finale,
unendogli un’ode che sia universale.
all’unica stella che splende sovrana,
poema supremo di nome Tatiana*.


Osservando le cime innevate delle Prealpi bellunesi da CesioMaggiore (BL).
21 ottobre 2010; foto Marzo Z.


(*) nome ovviamente scelto a caso.

lunedì 1 novembre 2010

Novembre: l'editoriale.


LENTAMENTE, ANCHE TROPPO, IL MERCATO DELLE BICICLETTE STA INIZIANDO AD ABBASSARE I COSTI. PIU’ CHE ALTRO, SI STA FACENDO MEZZO PASSO INDIETRO IN TERMINI DI MATERIALI.
GRAZIE COSTRUTTORI, MA DOVEVATE ASPETTARE DUE ANNI DI CRISI ECONOMICA PER DISSANGUARCI DI MENO?

Chi scrive pedala su una specialissima che, al cospetto di una gamma medio/bassa di oggi, fa ridere. Non perché di bicicletta vecchia si tratti, ma se oggi entrate in un negozio ed acquistate una bicicletta da corsa da 1.500 euro, avete buone speranze di poter entrare nella categoria poveracci. Non parliamo poi del costo dei cosiddetti accessori, cioè tutte quelle cose che compongono a pezzi una bicicletta, e che sono il vero guadagno per il negoziante. Poi troviamo gli articoli d’abbigliamento che almeno, se ben trattati, durano diversi anni e ne possono giustificare il prezzo bello salato. Il ciclismo costa, altro che storie. Sembra però che, solo ora, il mercato della bicicletta stia facendo un passo indietro per quello che è l’uso di alcuni materiali. L’alluminio sta tornando nei cataloghi, in maggior misura rispetto agli ultimi anni, permettendo così un costo dell’articolo (la bici), meno pesante per il portafogli del cliente.
Dieci anni addietro, una bicicletta “classica” offriva un telaio in alluminio ed una forcella in carbonio; era una signora bicicletta. Ma nel decennio appena morto, il carbonio ha invaso quasi ogni parte della bici, portandosi appresso i suoi costi spropositati, spesso totalmente ingiustificati per l’uso che veniva fatto della bicicletta da chi sopra vi pedalava. Come? Anche sulla psicologia, contando molto sull’esaltazione del gesto atletico e con il trattare l’amatore come un mezzo campione – o una possibile campionessa in caso di cicliste – per fargli spendere 500 euro in più. Date un’occhiata alle pagine pubblicitarie, in una rivista specializzata. Questo approccio ha spinto tanta clientela a spendere ben oltre le finalità che poteva raggiungere in sella. Così si è alimentata per almeno un lustro la crescita del mercato delle cosiddette “media ed alta gamma”, favorendo un rialzo dei prezzi dove i clienti stavano zitti e sognanti, ed il mercato ringraziava. Sempre meno alluminio e sempre più carbonio. Questa è stata la specialissima dell’ultimo decennio. Chi era signore; “…e vai col titanio!”, mentre l’acciaio è morto, nonostante abbia qualità “salvaschiena” che sono state messe in un’angolo senza complimenti.
Succede che però adesso i portafogli non si aprono più come 3 o 4 anni addietro. Allora i costruttori, capendo che andando avanti così non avrebbero potuto cambiarsi il SUV comprato ben 3 anni fa, hanno pensato di tornare all’alluminio per permettere un costo delle biciclette meno pesante. Questo anche perché se, fino a 15 anni addietro, la qualità europea stava davanti a quella orientale o americana, ora il livello si è appiattito. Quindi se vuoi vendere, ma stai a parità di qualità, l’unica è tornare a materiali meno costosi – ma non meno affidabili, l’alluminio ha riempito le strade a fine anni ’90! – e provare ad acchiappare tre ciclisti nella gamma media, che due in quella alta.
Non è da escludere che l’alto costo di una bicicletta da corsa, sia anche il motivo per cui un salone come quello milanese sia andato a perdere i pezzi (interesse del pubblico) negli ultimi anni. Un conto è presentare telai che (solo telaio) costano 1.200/1.400 euro e biciclette che vanno dai 3.000 euro in su. Altra storia è poter offrire al ciclista – soprattutto della domenica! – un telaio da 700/800 euro oppure una specialissima da 1.500/1.700 euro tutto compreso (ragazzi, 1.700 euro sono 3.300.000 delle vecchie Lire!). Poi che a Milano la gente si fosse stufata di fare 20 minuti in coda per un panino che costava pure caro, questo è una cosa che dipende dall’organizzatore. E lì i cocci sono suoi.
Chiudiamo con qualche riga volutamente un po’ carogna. Da poche settimane il codice della strada obbliga tutti i ciclisti a vestire dei capi d’abbigliamento non solo visibili, ma con caratteristiche riflettenti per le ore serali fino all’alba (e anche nelle gallerie non illuminate). Stai a vedere che per il prossimo anno arriveranno nuovi capi d’abbigliamento già predisposti, che metteranno in piedi un nuovo periodo di business per le aziende d’abbigliamento sportivo?

domenica 24 ottobre 2010

SENZA RESPIRO!


ZONCOLAN, COLLE DELLE FINESTRE, ETNA, CROSTIS, GIAU, FEDAIA… LO SPETTRO DEL DOPING SARA’ ANCORA LASSU’ PER CHIAMARE A SE DEI FALSI CAMPIONI?
DOPO UN MESE TRIBOLATO ECCO L’ANTEPRIMA DELLA GRANDE FAVOLA ROSA 2011. RIEMPIAMO L‘ANIMO DI PASSIONE, PRONTI PERO’ AD ESSERE SEVERI CON CHI CERCHERA’ D’IMBROGLIARCI ANCORA.

Presentato a Torino, dove partirà per omaggiare l’Italia nei suoi 150 anni d’unità tricolore, l’edizione 2011 della corsa rosa si è svelata agli appassionati. Un Giro che non lascia troppo spazio a giornate dove si potrà tirare il fiato, e che presenta diverse tappe con finali a trabocchetto. Trampolini non duri, ma quel che basta per dare a chi vuole l’occasione per accendere le polveri.
Poi ci sono le salite e ve ne sono di dure; la Marmolada, lo Zoncolan e la novità del Crostis, per far piangere le gambe. La crono-scalata dell’Alpe del Nevegal per dirci chi non potrà più vincere la corsa, ed il Colle delle Finestre per il probabile verdetto finale. Per motivi di “celebrazione” Zomegnan e compagni l’hanno resa una corsa strapiena di trasferimenti. Una rottura di scatole che nella terza settimana si aggrappa ai fisici dei ciclisti, e porta via quella brillantezza che una notte di sonno ancora ti da nei primi dieci giorni. Un Giro che sarà duro come quello dell’anno scorso, con la differenza che l’edizione passata ha tritato le gambe negli ultimo 8 giorni, mentre questo lo farà poco alla volta fin dalla prima settimana.
Un Giro che è disegnato per gli uomini della montagna, con ciclisti come Riccò o Contador che, se correranno la corsa italiana, saranno i probabili favoriti visti gli 8 arrivi in salita, crono-scalata compresa. A cronometro si chiuderà il sipario a Milano, tornando così nel capoluogo lombardo per salutare tutti. Per i velocisti ci sono alcune tappe disegnate appositamente per loro, altre se le dovranno guadagnare tenendo duro in alcuni finali insidiosi. Ma viste le tappe, non è da escludere che per le ruote veloci il Giro si chiuderà alla 12^ frazione con l’arrivo a Ravenna.


UN’ALTALENA DI EMOZIONI.
QUESTA LA SENSAZIONE CHE PRENDE GLI APPASSIONATI, NEL VEDERE L’ALTIMETRIA GENERALE DELLA CORSA. PREMIATA LA PROVINCIA DI BELLUNO CON DIVERSI GIORNI VESTITI DI ROSA (COME IL COLORE DELLE DOLOMITI QUANDO IL SOLE TRAMONTA).

Fra tappe che vi transitano, altre che l’hanno eletta a sede di tappa, oppure come partenza di giornata e infine come sede per il secondo giorno di riposo, la provincia di Belluno sarà casa ospitante della carovana dalla fine della seconda settimana, fino a metà dell’ultima. Per 5 giorni si parlerà di Giro nella terra delle Dolomiti.
Incantato reame di leggende, che il sole al tramonto illumina di rosa, lassù dove si estendono dei scintillanti ghiacciai o degli assolati pascoli cosparsi di laghi montani, contenenti acque azzurre come poche, e dove si aprono vallate e conche il cui fondo verde smeraldo dei pascoli, spicca tra un verde più cupo di foreste. Quelle foreste che da secoli ed in silenzio, immerse nell’Adriatico, stanno sostenendo Venezia che può così continuare a mostrarsi agli occhi del mondo.

RAI; la presentazione è stata un passo indietro. Ormai anche il Giro sta diventando sempre più un prodotto della RAI, e si è visto quando sono stati fatti salire sul palco Martinello, Beppe Conti e Savoldelli, con Martinello che si dava arie da santone del ciclismo. Se penso che Gianni “sette bellezze” Mura ha più cultura ciclistica di quei tre messi insieme… Passi per Cassani, ormai di casa, quest’anno nessun filmato a descrivere nessuna tappa. In compenso, eccoti l’idea di copiare il Tour con il filmato d’apertura del Giro scorso, se non fosse che certe inquadrature la RAI se le sogna. In alcune regioni italiane (Veneto compreso!) buchi audio hanno reso snervante la spiegazione di alcune frazioni. Sul fronte del doping pochi accenni sulla questione, anche perché ci pensa la De Stefano a far girare i discorsi su altri temi quando questa piaga viene toccata.
Un’ultima annotazione; al Giro del Millennio (2000) arrivo a Feltre, al Giro del Centenario passaggio per Feltre, al Giro per i 150 anni d’unità tricolore Feltre sede di partenza. Manca la ciliegina sulla torta; datemi la Guderzo!!!

mercoledì 20 ottobre 2010

Presi per il sedere; punto.


Alla salute del ciclismo onesto, apriamo una bottiglia in allegria!!

“L’HO FATTO PER I RAGAZZI DI OGGI” (Danilo Di Luca – Gazzetta dello Sport del 16 ottobre 2010). SIMPATICA COMICA FINALE, OPPURE CICLISTICA PRESA PER IL DERETANO? SALUTIAMO COMMOSSI L’ARRIVO DEL NUOVO SALVATORE PER I CICLISTI DEL FUTURO.

Marta Bastianelli è stata proprio fessa. Eh si, la ragazza si è fatta due anni di squalifica, senza tante manfrine, per un prodotto dimagrante, quando facendo uso di doping ben più pesante e grave poteva cavarsela molto prima.
Come accidenti lavorano nelle procure anti-doping? Quali sono le motivazioni per dare un pesante sconto di squalifica a Danilo, ascoltando poi il ciclista affermare alle telecamere RAI che lui non ha fatto nomi? Aiuti per l’inchiesta sul Giro-Bio riguardante la squadra Lucchini-Unidelta di Bruno Leali? Cosa sapeva Di Luca di tutta quella storia? Siamo alla presa in giro bella e buona. Altro che Contador, qui siamo al limite del mandare a quel paese le procure e non i ciclisti.
Di Luca ha detto di non aver fatto nessun nome riguardo ad altri ciclisti. Ha tenuto a sottolinearlo, così almeno i colleghi non gli daranno della spia e l’onore è salvo. E l’omertà sorride, perché la sua pianta cresce ed ha fatto sbocciare un’altro dei suoi fiori puzzolenti. Ha ”collaborato” riguardo alle metodologie che vengono messe in atto per fare uso di sostanze dopanti. E per questo motivo ha meritato 9 mesi di sconto sulla squalifica; grazie tante.
Imbrogli con il CERA (l’EPO di ultima generazione, e non una purga per perdere mezzo chilo), poi una volta scoperto mi gridi ai 444 venti che i controlli dell’UCI non sono affidabili, e bla-bla-bla-bla… La tua collaborazione me la devi dare senza il lecca-lecca in regalo perché non hai pianto dopo la punturina. Mi dici chi ti ha detto cosa comprare, chi ti ha aiutato a doparti, se ti sei arrangiato chi te lo ha insegnato o dove lo hai imparato. Stai zitto? Fai due anni (io ci metterei anche il divieto per un’anno, dopo il ritorno alle gare, di vestire la maglia della nazionale), oppure la scelta più dolorosa; alzarti alle sette di mattina e andartene a lavorare 5 fottuti giorni su sette (se non 6), come fanno in tanti che sono vero e concreto esempio per i giovani!
Gianni Bugno (presidente dell’Associazione dei Corridori Professionisti) dice bene sul fatto che Torri ha sbagliato a tirare scariche di mitra su tutti i ciclisti. Ma il mitico Gianni – uno dei pochi idoli di chi scrive – dovrebbe dire ai ciclisti squalificati di non rompere le balle e collaborare come si deve senza chiedere nulla in cambio. Questo sarebbe il comportamento più rispettoso nei confronti dei colleghi del pedale onesti – che ce ne sono – e più ancora degli appassionati che sono stati presi in giro, quando si prendono il giorno di ferie con 3 o 4 mesi di anticipo, si alzano alle 6 di mattina, si fanno 2 ore di macchina per andarsene sul tornante del tale Passo, e lì aspettano 4 o 5 ore, per poi farsi altre 2 ore per tornare. Oppure vanno al Giro di Lombardia e si prendono tonnellate di pioggia quando potrebbero starsene al calduccio a casa loro.
“L’ho fatto per i ragazzi di oggi.” Allora ricordiamo ai ragazzi di oggi che Di Luca arriva dalle inchieste per avere frequentato il dottor Carlo Santuccione, che nel suo ambulatorio aveva un vero e proprio crocevia del doping, ai Mondiali del 2007 viene mandato a casa per l’inchiesta “Oil for Drug” con 3 mesi di squalifica, poi la famosa “pipì degli angeli” nel dopo Zoncolan a quel Giro, quando le urine del ciclista erano stranamente perfette, visto che dopo uno sforzo del genere nelle urine ci sono delle fisiologiche dissonanze legate allo sforzo, che lì invece non avevano lasciato segno.
La Madonna del Ghisallo è la protettrice dei ciclisti? Meglio protegga gli appassionati da questi ciclisti, che di legnate in quel posto ne abbiamo prese già troppe.

OMERTA’;
1) solidale intesa che vincola i membri della malavita alla protezione vicendevole, tacendo o mascherando ogni indizio utile per l’individuazione del colpevole di un reato
2) intesa tacita o formale fra membri di uno stesso gruppo o ceto sociale.
(Nicola Zingarelli – Vocabolario della lingua italiana)

Dimenticavo; ben ritrovati a tutti.

sabato 2 ottobre 2010

L'ALBA PIU' BELLA; GIORGIA BRONZINI CAMPIONESSA DEL MONDO!



UN CORSA CHE HA REGALATO UN FINALE DEVASTANTE PER EMOZIONI E PAURE DI AVERE PERSO L’OCCASIONE.
LE “SALVOLDI’S’ANGELS” PORTANO L’ORO ALL’ITALIA CON LA VELOCISTA DELLA GAUSS RDZ!
MARIANNE VOS AL 2° POSTO PER IL 4° ANNO CONSECUTIVO!
"PER FRANCO BALLERINI"; LE PRIME PAROLE DELLA NEO-IRIDATA.

La prima ora e mezza di corsa è tutto un raccontarsela; sia in gruppo che in RAI. Le gambe delle velociste ringraziano. Valentina Carretta esce dal gruppo ed acchiappa l’americana Mattis, che poi ritenta da sola ad andar via. Beppe Conti ed Alessandra De Stefano reclamano la brioches del mattino, mentre Cassani mordicchia un panino dall’altra parte del mondo. La Mattis va via ed il gruppo vivacchia.
VivaIddio, a due giri dalla fine le migliori iniziano a farsi vedere. L’Olanda della Vos prende in mano la corsa e la Mattis viene ripresa. Il gruppo diventa di circa 30 atlete, con tutte le migliori.
Emma Pooley pedala da Dio, e rintuzza ogni allungo, e risalta Luisa Tamanini che è stata una delle più brave tra le nostre, sempre attenta anche nel finale a marcare le avversarie. All’inizio dell’ultimo giro cominciano i fuochi d’artificio.
Noemi Cantele forza ancora, ma l’Olanda non molla. Il discorso non ha bisogno di tante spiegazioni; la Vos si prepara. Tutte attendono la Guderzo, la Arndt e la Pooley.
Scatta Elena Berlato ma è un fuco di paglia. Tutte guardarsi terrorizzate dal pensiero di scattare al momento sbagliato. Quando Guderzo, Pooley, Johansonn e Vos allungano sembra che sia l’azione buona. Ma in discesa è Nicole Cooke a partire come una moto. Le migliori si scuotono e la riprendono. Per l’iridata di Varese 2008 è solo l’antipasto.
Poco dopo ancora la Cooke e Judith Arndt allungano e fanno il buco. Dietro tutte a guardarsi “Chi è più bella di noi?” le due in fuga ringraziano. Per fortuna il Canada tenta una disperata rincorsa e riporta il gruppo delle migliori (Bronzini inclusa!) a riprendere Arndt e Cooke a mezzo chilometro dalla fine.
Marianne Vos parte ai 200 metri dalla fine. La strada è in salita e la Vos fa due sbagli; rapporto troppo duro, ma forse e soprattutto, le mani sulla parte alta delle leve dei freni che non le consentono di spingere al 100%. Negli ultimi 50 metri spunta Giorgia Bronzini molto più agile nella pedalata, e riesce a vincere a braccia alzate il titolo del mondo, dopo quello su pista di dell’anno scorso. Marianne Vos è seconda, Emma Johansonn è terza.
Buongiorno Italia!!

1^ GIORGIA BRONZINI

2^ Marianne Vos (Olanda)
3^ Emma Johansonn (Svezia)
4 Nicole Cooke (GBR)
5 Judith Arndt (Germania)

venerdì 1 ottobre 2010

Ottobre; l'editoriale.



IMPORTANTE; Questo editoriale è basato sulle notizie fino alla serata del 30 settembre. Sono arrivate novità che complicherebbero la questione riguardante Alberto Contador, ma non sono state inserite come argomentazione nella stesura dell’articolo.

ALBERTO CONTADOR E’ UN CRETINO DA MEDAGLIA D’ORO, OPPURE UN FURBO DA POLE POSITION? CONSEGNATA AI POSTERI LA STORIA DELLA BISTECCA, RICORDIAMOCI CHE IN QUESTI ANNI IL DOPING HA PEDALATO FORTE PER PRENDERCI IN GIRO.
ATTENTI POI A COME E’ STATA GOVERNATA LA QUESTIONE DAL “SOSPETTATO”.

“Macelleria da Alberto” non è un brutto nome. Suona simpatico tipo: “Birreria da Andy; Open All Night!”. Questo finale di stagione non avrà come notizia principale chi sarà il Campione del Mondo 2010. La notizia arrivata ieri, è una bomba abbastanza forte per riempire le chiacchiere invernali. Ma visto che Alberto Contador rischia di correre la Vuelta solo nel 2013, vediamo di stabilire cosa è capitato, e soprattutto di capire perché “Matador” potrebbe pure cavarsela per il buco della serratura.

1) Che cos’è il CLENBUTEROLO?
È una sostanza che stimola il sistema nervoso centrale. È utile nella perdita di peso, per l’ipertensione, per l’asma e tra le altre cose anche per il mal di testa. È un brucia-grassi, senza il bisogno di essere supportati da cure dimagranti. Viene usato in dosi molto alte negli allevamenti del bestiame. Sopravvive alla cotture del cibo, e Alberto potrebbe basarsi su questo.

2) Perché Contador potrebbe cavarsela con poco?
Perché la quantità di sostanza trovata nel suo sangue è veramente ridicola per trarne dei vantaggi, ma anche perché la positività del ragazzo è emersa da controlli interni, dandone poi avviso all’UCI; o Alberto è un cretino da medaglia d’oro, oppure questo avvisare l’UCI potrebbe per assurdo girare a suo favore. Visto che poi la stessa UCI ha chiesto ulteriori approfondimenti al riguardo, cosa molto rara visto che di solito le squalifiche di questo ente scattano senza complimenti.

3) Lo spagnolo rischia 2 anni di squalifica?
Così dovrebbe andare, ma ricordiamoci la ridicola tiritera di Valverde, che ha corso due anni quando doveva farseli in poltrona. Ed in quel caso il ciclista iberico aveva negato fin dall’inizio, cosa che Alberto ha invece sbandierato in conferenza stampa.

4) Chi ci rimette di più?
In teoria Contador. Alla fine sarà ancora il ciclismo a farne di più le spese.

5) A cosa potrebbe aggrapparsi il campione spagnolo?
Non è stata l’UCI o la WADA ad avvisare l’Astana, ma il contrario. Questo è un fatto mai visto ad alto livello, e l’UCI non potrà non tenerne conto. Poi la quantità della sostanza trovata, paragonabile all’energia che ci vuole per fare uno starnuto.

6) Andy Schleck ha vinto il Tour?
Potrebbe finire proprio così ma, come scritto sopra, l’incertezza dimostrata dall’UCI può rivelarsi decisiva anche nell’altro senso.

7) L’UCI cosa potrebbe/dovrebbe fare adesso?
L’Unione Ciclistica Internazionale ha in mano una possibilità; cercare ancora in laboratorio le tracce di eventuali sostanze “coprenti”. In quel caso lo spagnolo dovrebbe ricevere una squalifica senz’ombra di dubbio. Ma per quello che l’UCI ha in mano in questo momento, forse siamo davanti alla possibilità di una squalifica leggera.

8) È difficile rintracciare una sostanza “coprente”?
Può essere una bella rottura di scatole, perché devi sapere cosa cercare. Esempio:
una persona vi dice di entrare in una stanza piena di attrezzi di ogni tipo, e che gli portiate l’attrezzo che gli serve. Ma non vi viene detto qual’è attrezzo di cui ha bisogno. Cosa capita? Probabilmente passereste davanti all’attrezzo 100 volte senza sapere cosa portare fuori dalla stanza.
Se la persona però vi dice che dovete entrare e cercare un martello, allora saprete cosa cercare. Entrerete in quella stanza e, se in questa benedetta stanza c’è un martello, lo troverete senza troppi problemi.


PER RICCO’ ANCORA FANTASMI E FORSE GUAI, PER IL CICLISMO AMATORIALE ANCORA IMBROGLIONI; Un’altro ciclista spagnolo potrebbe vedere in questo caso finita la sua carriera. Ezequiel Mosquera, arrivato 2° alla Vuelta dietro a Nibali, è stato trovato positivo ad un diluente del sangue. Diluire il sangue fa abbassare l’ematocrito. La favola di Mosquera alla Vuelta si è rivelata proprio una favola triste, nel senso di prestazione non vera e costruita a forza di fialette.
Ma quello che nemmeno a farlo apposta risalta, è che lo scalatore spagnolo doveva essere prossimo compagno di team per l’italiano Riccò. In più ci sono guai per il professionista Donato Cannone, compagno di team di Enrico Rossi, entrambi ex compagni di Riccò. Su Riccardo ho già espresso la mia idea con un’articolo di alcuni giorni addietro e per questo non ci torno troppo dentro.
Brutte notizie ancora dall’ambiente dei ciclisti della domenica; il vincitore della Maratona delle Dolomiti Michele Maccanti e altri 5 amatori (una donna tra loro) hanno subito perquisizioni dai NAS. Ritrovate porcherie in buone quantità; dall’EPO all’efedrina, dal nandrolone ai “vecchi” anabolizzanti.

Questo l’antipasto ciclistico che ci offre il mese di ottobre. Tra pochi giorni Ciclismo PST andrà in vacanza, e la cosa forse arriva al momento giusto, in tutti i sensi.

mercoledì 22 settembre 2010

Quanto vale una famiglia?


MI FERMEREI.
SE FOSSI IN RICCARDO RICCO’ SCENDEREI SUBITO DI SELLA E PENSEREI A QUELLA COSA CHE VALE BEN PIU’ DI UNA QUALSIASI VITTORIA.

Quanto vale una propria famiglia? Io non lo so perché non ho una famiglia mia. Ma quando leggo del nuovo guaio che coinvolge il ciclismo italiano, vedendo chi è la persona finita sui giornali (il ciclista Enrico Rossi della Ceramiche Flaminia), mi viene da chiedermi in che razza di situazione rischia di ritrovarsi Riccardo Riccò.
Lo scalatore italiano stava faticando come una bestia per riuscire a trovare uno spiraglio di credibilità, ed ecco arrivare la notizia dell’arresto del fratello della sua fidanzata Vania Rossi. Vania, che ha passato la fine dell’inverno e la primavera a risolvere i propri guai per una positività – poi risoltasi con le contro-analisi – ai Campionati Italiani di ciclocross. L’accusa per il fratello della donna è pesante; Enrico Rossi è considerato una figura di primo piano, dopo un’azione anti-doping dei Carabinieri che ha coinvolto più di 30 persone, alcune di queste arrestate.
Fossi in Riccò scenderei di sella e penserei per prima cosa al suo ruolo di fidanzato e papà. Due anni di squalifica, il ritorno alle corse ed ecco la fidanzata fermata per doping quest’inverno. Poi l’esito delle contro-analisi che sistema tutto anche se con tanti dubbi. Ora il fratello di Vania arrestato, e che era compagno di team di Riccardo finché Riccò non ha trovato l’accordo con la VacanSoleil. Perché? Sapeva che Rossi gestiva veramente il doping, e viste le rogne del passato ha preferito cambiare aria per non rischiare ancora di finire nei guai?
Di domande possiamo farcene tante, ma se fossi in Riccò ora penserei solo alla sorella di Enrico Rossi che è, prima di ogni cosa, la donna che a Riccardo un figlio glielo ha dato. Se Riccò sapeva di quello che il “cognato” Enrico gestiva, dovrebbe andare a nascondersi in Siberia e stare lì a vendere ventilatori. Se queste tre persone sapevano quello che poteva capitare, bisognerebbe prendere i loro tesserini targati FCI e usarli per accendere il fuoco della stufa, visto che le serate iniziano a rinfrescare.
Ma se fossi nella sua posizione, per prima cosa scenderei di sella e mi fermerei almeno un’altro anno. Farei il padre, prima di ogni cosa questo, e starei vicino a una donna che ha visto il fratello arrestato per doping. E penserei, come mai prima d’ora, se lo ha fatto, se non fosse anche veramente il caso di “andare a lavorare”.

giovedì 16 settembre 2010

Ancora sulla pelle dei nostri giovani; basta maledizione!!


GUAI GROSSI PER LA SOCIETA’ DILETTANTISTICA “TEAM TRENTINO” E PER IL LORO DIESSE MARIANO PICCOLI, DOPO UN CONTROLLO DELLE FIAMME GIALLE FATTO IN LUGLIO AL GIRO DEL MEDIO BRENTA.
ORA SE NE SA DI PIU’ E DOPO LA VICENDA DEL GIRO-BIO L'AMAREZZA DIVENTA RABBIA.

(notizie tratte dal Gazzettino di giovedì 16 settembre 2010)

L’ex professionista Mariano Piccoli è stato perquisito, dalle Fiamme Gialle, al Giro del Medio Brenta corso a luglio, e gli sono state trovate delle compresse anonime e di presunta provenienza estera. Ma se in questa caso si parla di compresse anonime e di una provenienza presunta – quindi senza certezze – le notizie che coinvolgono i ciclisti della squadra danno meno dubbi a causa di un’altro dell’episodio capitato nella medesima occasione.
Infatti, mentre un gruppo di finanzieri si stava dirigendo a perquisire il furgoncino della squadra, sarebbero state viste volare fuori da un finestrino delle confezioni di farmaci che sono state raccolte poi in un fosso. Uno dei ciclisti che è stato visto gettare i farmaci, è poi risultato positivo all’EPO.
Piccoli ora dovrà vedersela con l’accusa forse più pesante; non solo doping ma anche ricettazione dello stesso.

mercoledì 1 settembre 2010

Settembre;l'editoriale


UN RAGAZZO CHE CERCA LA CONSACRAZIONE, UN’ALTRO CHE LA VUOLE A MODO SUO, UNA RAGAZZA CHE RIPARTE QUASI DA ZERO, E POI TUTTI VERSO UN MONDIALE ROGNOSO PERCHE’ APERTO A TANTI PROTAGONISTI.
QUESTO IL SETTEMBRE CICLISTICO CHE CI VIENE A TROVARE.

La Vuelta è partita. Le notizie arrivate dall’ultima decade di agosto, ci mostrano un Vincenzo Nibali in gran forma anche di testa. Cosa fondamentale visto che alla Vuelta sarà lui l’atleta di riferimento per la pattuglia di Casa-Italia. Cresciuto e migliorato per gradi, merito anche della pazienza dei suoi dirigenti in Liquigas, lo squalo dello stretto dovrà far vedere se il dopo-Basso può veramente iniziare a prendere forma. Potrebbe, Nibali, trovare in Roman Kreuziger un compagno-avversario inaspettato. Soprattutto per il fatto che proprio Kreuziger vorrà far vedere all’Astana – suo prossimo Gruppo Sportivo – che su di lui, e sul suo talento, si può costruire un programma al vertice. A volte le motivazioni possono fare molto più di quel che si pensa.
Una Vuelta che poteva avere in Riccardo Riccò un grande protagonista, ma che invece non vedrà lo scalatore di casa nostra nemmeno al via. Spesso e volentieri sembra proprio Riccò la prima persona a non sapere cosa vuole. Finire sui giornali con l’annuncio che di lì a poco andrà a correre in Quik Step per poi leggere, tre giorni dopo, che l’atleta ha cambiato ancora Gruppo Sportivo. È l’ennesima situazione che ancora non ci da affidabilità sul carattere della persona. Tanto rumore, probabilmente con sapiente uso della stampa per cercare una squadra di prima fascia, e poi ritrovarsi a correre con una formazione di secondo piano, che valeva la stessa classe d’appartenenza – per la graduatoria UCI – della Ceramiche Flaminia. Come pedalare con la catena caduta dalla moltiplica.
Con il “Toscana” femminile in arrivo, Marta Bastianelli cercherà di capire quanto veramente le sono costati due anni di squalifica. L’atleta due volte medaglia iridata (argento juniores a Verona nel 2004 e iridata elite nel 2007 a Stoccarda) è tornata in gruppo a metà luglio con il GS Fenix-Petrogradets al Trofeo Carnevale d’Europa di Cento. Dopo un buon risultato alla Thüringen Rundfahrt der Frauen con il 7° posto finale, l’atleta laziale vorrà capire con la corsa a tappe toscana quanto deve ancora lavorare per arrivare a quel vertice che conquistò 3 anni addietro. Non è da escludere che la ragazza cercherà una convocazione ai Mondiali, per tornare a vestire quell’azzurro che in queste ultime stagioni – grazie al lavoro fenomenale del CT Salvoldi – ha messo in piedi un gruppo di grandissimo livello per qualità delle atlete. Con l’abbandono di Fabiana Luperini, e in attesa della giusta maturazione della Scandolara o della Berlato, Marta Bastianelli potrebbe essere una pedina che arriva al momento giusto.
E proprio da Settembre inizia per tutti la lunga rincorsa iridata verso l’Australia. Paolo Bettini deciderà nei prossimi 10 giorni chi vestirà d’azzurro. Scelta già arrivata alla cerchia finale, anche grazie alla convocazione decisa per il Giro del Veneto di fine agosto, un’occasione dove il CT ha potuto fare le prime scelte definitive. Sarà probabilmente un Mondiale rognoso, visto che il percorso è aperto ai finisseurs (Gilbert, Pozzato, Cancellara, Evans, Vinokurov, S.Sanchez. A.Schleck…) come a certi velocisti (Boonen, Bennati, Kavensdich, Freire…). Nonostante la lista ideale di Gigi Sgarbozza abbia già superato quota 40 convocati, sembra che Filippo Pozzato, Daniele Bennati, Luca Paolini, Giovanni Visconti e Alessandro Ballan siano i nomi che Bettini ha già scritto nel suo taccuino per la sua squadra verso la terra dei canguri.
Questi gli argomenti che riempiranno le chiacchiere di fine estate, mentre inizieremo a salutare i colori estivi per abbracciare i toni più caldi ed eleganti. Quelli che il bosco ci regala prima d’iniziare ad incamminarsi lungo la strada dell’inverno. Colori che, sia chiaro, vedremo in sella alle nostre specialissime.

martedì 31 agosto 2010

BON VOYAGE LAURENT......


Laurent Fignon, 12 agosto 1960 – 31 agosto 2010.

RICORDATO QUASI PIU’ PER DUE SECONDI POSTI CHE PER TRE GRANDI GIRI VINTI, LAURENT FIGNON NON HA SUPERATO LA SALITA PIU’ ARDUA, UN TUMORE CHE – ANCOR ABBASTANZA GIOVANE – LO HA UCCISO.

(Quasi tutte le notizie di questo articolo, sono tratte dalla collana “I campioni del ciclismo”.)

Nato a Parigi nell’estate del 1960, Laurent Fignon diventa professionista come gregario del grandissimo Bernard Hinault. Già nel 1983 le sue doti portano un ragazzo di 23 anni a vincere la più importante corsa al mondo, facendolo arrivare a Parigi in maglia gialla. Nel 1984 Hinault cambia squadra e Fignon diventa il capitano in squadra. Niente cambia per i risultati, visto che Fignon vincerà ancora il Tour. Il mondo del ciclismo è senza parole davanti a quell’occhialuto ragazzo che a 24 anni ha vinto due volte la Grande Boucle.
Nel 1984 aveva sfiorato il Giro d’Italia, dopo che l’italiano Moser lo superò in una prova a cronometro corsa a Verona vincendo la corsa rosa. Moser potè usare, in quell’occasione, la bicicletta che aveva usato per il record dell’ora. Tutta un’altra cosa rispetto alle biciclette ancora “normali” di quel periodo. Per l’italiano un vantaggio enorme. Fignon vincerà il Giro nel 1989 davanti a Flavio Gipponi e si preparerà così al Tour de France.
Il Tour regalerà il finale più epico che si ricordi. Al via dell’ultima frazione, Fignon veste la maglia gialla. L’americano Greg Lemond – che ha già vinto un Tour – è il suo sfidante principale. Si parte da Versalilles fino a Parigi per complessivi 24,5 chilometri a cronometro. Il francese ha 50” secondi di vantaggio, ma Lemond è molto forte a cronometro. L’americano parte come un missile. Fignon non riesce a tenere testa allo statunitense, che conclude la cronometro con un distacco di 58” sulla maglia gialla. La classifica entra nella storia; per 8” Greg Lemond vince il Tour de France. Mai più Fignon dimenticherà quel caldo pomeriggio parigino.
Fignon era una persona dal carattere particolare, ma anche di un’intelligenza come pochi. Conosceva 3 lingue (oltre al francese, italiano, spagnolo, inglese), riservato per la sua vita di tutti i giorni. Amava leggere libri prima delle corse, aveva una gran passione per i testi antichi. Per questo motivo era soprannominato “Il professore”. Aveva passione per letture come l’Iliade o l’Odissea, per la pittura e infatti dipingeva.
Si ritirò nell’autunno del 1993 come gregario dell’italiano Gianni Bugno alla Gatorade. “Continuerò a correre se vincerò il Mondiale!” disse Fignon in quella primavera. Ma la maglia iridata, da lui tanto sognata, non sarebbe mai stato in grado di vestirla.


Alcune delle sue vittorie più importanti;
1983 – Tour de France; 1984 – Tour de France, Campione di Francia; 1986 – Freccia Vallone; 1988 – Milano- Sanremo; 1989 – Milano-Sanremo, Giro d’Italia; 1993 Giro del Messico.

Nota dell'autore;
a tutte le persone che stanno pedalando su una salita lunga e difficile - come quella che Laurent non è riuscito a vincere - un pensiero e un grazie per l'esempio stupendo che voi portate avanti.

sabato 7 agosto 2010

Complimenti e grazie.


IDEE, OPINIONI, OSSERVAZIONI BASATE SULL’ESPERIENZA MATURATA “SUL CAMPO”, CRITICHE, E UN PELO DI PASSIONE.
SONO DIVERSI GLI SPUNTI CHE ARRIVANO DA UN’ATTENTA LETTURA DEI COMMENTI ALL’ARTICOLO PRECEDENTE. SUGGERIMENTI PREZIOSI CHE SAREBBE BENE CHI DI DOVERE CONSIDERASSE.

Per la serie “non si finisce mai d’imparare” mi sono copiato e incollato i commenti arrivati da voi al seguito dell’editoriale d’agosto. Questo perché li ritengo pieni di spunti da prendere in considerazione, avendo la sensazione che i “commentatori” siano persone che di corse rosa ne masticano o ne hanno masticate tante. Spunti preziosi, anche per le basi (promozione degli eventi, serietà delle protagoniste) su cui si è creato il mini-dibattito sulle cose buone, e non, del “movimento” ciclistico rosa.
Certo, in qualche momento spunta un qualche termine un po’ forte, ma forse perché portatore di una passione molto viva, o che molto viva lo è stata.
Difficile che cicliste oppure organizzatori si prendano la pazienza per una lettura delle righe lasciate dai commentatori. Ma si leggono esempi che hanno effettivamente portato benefici e vantaggi agli ambienti presi a modello.
Come scrissi proprio a fine dell’editoriale d’agosto; “… lasciamo perdere il discorso del voler fare grande il ciclismo delle ragazze, e cominciamo con il cercare di renderlo migliore. Chi ci lavora, chi lo racconta, chi lo rappresenta con il proprio lavorar di gambe.”
Critiche fatte in questo modo, con le contrapposizioni tra i pareri certo, ma equilibrate e propositive, sono una di quelle cose che sarebbero le basi per rendere migliore un giocattolo che spesso avanza in modo ancora zoppicante.
Quindi un ringraziamento per l’attenzione (penso d’aver superato ogni record sul numero di commenti, per un’articolo sul ciclismo femminile in questo sito), sperando che le vostre idee possano arrivare là, dove nessuno è mai giunto prima.
(Star Trek docet)

domenica 1 agosto 2010

Agosto; l'editoriale.


GLI AVVENIMENTI PRINCIPALI DEL MESE APPENA PASSATO ERANO DUE. DEL TOUR SE NE SONO LETTE DI TUTTI I COLORI. DEL GIRO-DONNE POCO O NIENTE, MA ORMAI E’ ABITUDINE.
ABITUDINE CHE DIPENDE ANCHE DALLE OCCASIONI GIOCATE MALE.

L’impressione è che il ciclismo rosa sia seguito molto meno di quanto gli appassionati delle corse delle ragazze dicano o scrivano. Ma dall’ambiente stesso sono pochi gli sforzi per provare a dare un giro di vite al “movimento” rosa, per quella che è la promozione al pubblico. Hai voglia che l’atleta di primo piano vada in tivù (avvenimento mooolto raro), a dire; “Ehi, guardate anche noi!” se poi si sprecano occasioni. Poi anche la base di tutto, le cicliste, potrebbero aiutare ad attirare quel che serve per farsi sentire; i soldini. Come fai ad interessare il pubblico? Ti apri ad esso!
Presentare il Giro d’Italia solo agli addetti ai lavori è stata un’occasione giocata male per far conoscere il ciclismo rosa al pubblico. Il ciclismo femminile vuole veramente farsi conoscere, o è una frase messa lì per attirare attenzione? Avvicinalo alla gente tanto per cominciare, poi stai tranquillo che gli sponsor ci pensan loro ad avvicinarsi quando sentono odor di business.
Le foto che ormai riempiono il web (su Facebook a quintali), dovrebbero fare posto al ciclismo raccontato. Il ciclismo è diventato sport nobile, l’altro è la boxe, grazie ai racconti dedicati agli atleti. Nessuna disciplina ha mai avuto scrittori così famosi, come lo sport del ciclismo per farsi conoscere. Si lavori in questo senso anche con le ragazze. Quanti appassionati di ciclismo femminile sanno chi era Alfonsina Strada? Forse nemmeno tante cicliste. Non è sufficiente una foto per raccontare tutto quello che c’è intorno. Ed è un peccato, perché il ciclismo dell’altra metà del sellino ha diverse cose che varrebbe la pena raccontare.
Le atlete possono fare la loro? Possono regalare un po’ di pazienza in più verso la loro professione, visto che praticare ciclismo con serietà sfiora la professione. Con questo, è sbagliato andare a pretendere che una persona viva 23 ore su 24 per la bicicletta. Ma se in gara non ne azzecchi una, prima di cambiarti dopo aver finito la tua corsa, meno corse verso il telefonino per l’SMS e “lavora” altri dieci minuti a scambiare due parole con il diesse. Col tempo si migliorerebbero così le atlete, quindi il modo di correre, quindi ecco una qualità delle corse più alta.
Sperare che il ciclismo femminile diventi importante, vuol dire accettare che tra il pubblico e le atlete si materializzino quelle centinaia di transenne che i maschietti hanno sempre intorno. Lo vogliamo veramente così importante? Prima di farlo diventare grande, iniziamo con il renderlo migliore. Quest’anno al Giro si sono visti spogliatoi improvvisati a bordo strada, perché le ragazze potessero cambiarsi. Robe da matti!
Situazioni come queste (viste a Biadene dopo la crono del Giro), dovrebbero anche essere dette e resi note. Ma non per cattiveria. Per il motivo che altrimenti tutto viene preso così com’è, andrà sempre bene, e le cose che puoi rendere migliori con poco resteranno sempre lì, mentre quelle che non funzionano idem. Quindi anche chi del ciclismo rosa ne scrive spesso perché ha l’occasione di seguirlo di qua e di là, può fare la sua parte, ma se si raccontano solo le cose che funzionano si finisce con il suonarsela e cantarsela.
Credo che queste saranno le ultime righe che il sottoscritto metterà su questo sito, per quest’anno, sull’altra metà del sellino (anche se ci sono i Mondiali, dove l’FCI davanti alle tivù tornerà a voler bene alle ragazze, specie se porteranno ancora medaglie!). Come scritto poco sopra, lasciamo perdere il discorso del voler fare grande il ciclismo delle ragazze, e cominciamo con il cercare di renderlo migliore. Chi ci lavora, chi lo racconta, chi lo rappresenta con il proprio lavorar di gambe.