«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 5 maggio 2014

Quando il ciclismo di Mario e Maria non è proprio pane e salame...

E siamo arrivati al Codice Etico nelle granfondo. Ultimo baluardo di speranza, l’autocertificazione dell’atleta (della domenica) di essere persona onesta e che non ha questioni ‘pendenti’ ancora da chiudere. Stiamo messi così? Si.
Il Giro d’Italia sarà l’argomento principe dell’Italia ciclistica sino alla fine mese. Visto che si è appena concluso quello per amatori, facciamo una pedalata verso le novità normative che da quest’anno entrano a far parte delle gare dedite al ciclismo della domenica. Fino alla seconda metà degli anni ’80, la parola granfondo era termine semi-sconosciuto anche ai praticanti della domenica. Dalle mie parti era un’evento conosciuto come “Raduni de ciclisti, ma na fraca!, dove i te sera le strade e i te fa far salite de quele longhe, su pai Pass, e te fa anca dosento chilometri!” (Raduni di ciclisti, ma tanti!, dove ti chiudono le strade, e ti fanno fare salite lunghe, su per i Passi, e ti fai anche duecento chilometri!). In Italia c’è n’erano che le contavi sulle dita delle due mani. Poi, tra la prima metà degli anni ’90 e per il decennio successivo il famoso ‘boom’ con gare che spuntarono in ogni dove, facendo si che nascessero dei veri e propri calendari di eventi che, a seconda delle zone climatiche, iniziavano a febbraio fino a tutto il mese di ottobre. Una similitudine del professionismo, che nell’arco di 20 anni ha emulato quest’ultimo per tipo di percorsi, tipo di biciclette, da un bel pezzo anche tipo di doping. Fino alla fine degli anni ’90 le granfondo erano viste come una specie di festa per il ciclista della domenica. Sapevi che avresti avuto a disposizione incroci controllati al tuo passaggio, alcuni tratti stradali chiusi quasi totalmente al traffico, rifornimenti per riempire il serbatoio, se rompevi la bici avevi aree attrezzate con un meccanico pronto alle riparazioni ordinarie, o un furgone ‘scopa’ che ti avrebbe raccolto e portato fino al traguardo. Diventando poi evento che piaceva da pazzi le GF diventarono business enorme, facendo le fortune dei costruttori di biciclette, perché Mario e Maria non si accontentavano di una bici da corsa e, al tempo, ecco che le 700.000 £ spese nelle intenzoni di partenza diventavano 250 o 300 in più. Oggi se non spendi almeno 2.000 € rischi che gli altri ciclisti ti ridano in faccia. Fatto sta che oggi, nella mentalità ciclistica di Mario e Maria, non basta che arrivi ma bensì come arrivi, inteso come posizione in classifica. Insomma, la vecchia festa ciclistica della domenica è diventata da molti anni la corsa della domenica. Come ogni gara che si rispetti, c’è chi – senza distinzioni di sesso ed età – vuole vincere, ‘deve’ vincere. Per male che vada, bisogna almeno vincere la corsa interna con compagni o compagne di società. Alcune società si auto-premiano tra loro a fine stagione. Una spinta agonistica che gli organizzatori sfruttano al massimo disponendo 100 classifiche diverse, in maniera che se sei vecchio (o vecchia) lo sei per una classifica, ma non per quella in cui potrai venire considerato/a dall’anno prossimo. Non è buon cuore, ma semplice ragionato business-salva-clienti-per-il-futuro. Cosa che piace, visto che tanti ciclisti o cicliste mai mancano. Ma la voglia di vincere anche solo la cassetta con tre bottiglie di vino ha portato all’imbroglio in ogni categoria, in maniera assolutamente democratica. Tant’è che oggi gli stessi organizzatori si sono resi conto che molti ex professionisti o dilettanti falliti hanno coltivato la loro gloria e i loro guadagni (chiaramente in nero) nelle granfondo. Finché queste magagne non saltavano fuori, sorrisi a 50 denti erano sempre pronti. Poi vedendo che, come nel professionismo, sempre più spesso anche le GF si ritrovavano con classifiche da riscrivere, si è deciso che si doveva dare un giro di vite, prima che Mario e Maria si stancassero di venir presi per il sedere. “Se stiamo zitti questi ci ammazzano gli eventi”. Forse è stato questo il pensiero degli organizzatori. Se rivolto all’introito economico o alla mera pratica sportiva questo lo sanno solamente loro. Sta di fatto che da quest’anno è arrivato il Codice Etico. Chiunque abbia staccato un cartellino di cicloamatore per la stagione 2014 ha dovuto consegnare al proprio presidente di società un modulo firmato in cui attestava di NON trovarsi in nessuna delle sette condizioni che, in base al nuovo regolamento, impediscono il rilascio del cartellino stesso. Una vera autocertificazione con valore legale. Ogni presidente di società, poi, ha dovuto inviare alla federazione di appartenenza un modulo in cui certificava di aver chiesto e ricevuto da tutti i suoi tesserati questo modulo. Ultimo baluardo per difendere il ciclismo pane e salame di Mario e Maria, o per gli organizzatori? Speriamo sia veramente l’ultimo stratagemma necessario, anche se un’autocertificazione fa troppo rima con disperazione.

giovedì 1 maggio 2014

Maggio; l'editoriale

Spazzacamini, locomotive umane, aironi, pirati, postini, terzi uomini, cannibali, sceriffi, diavoli rossi, toscanacci, eterni secondi, trombettieri. Bentornato Giro.
“Noi siamo dell’Italia i bersaglier, siamo ciclisti, i falchi della guerra” (Canto del corpo dei bersaglieri ciclisti, nella prima guerra mondiale) – Molte donne si erano inginocchiate per terra, avendo a lato i loro figlioli. La strada è un nereggiare di folla che la percorre gridando “ITALIA! ITALIA!” (Bruno Roghi sulla tappa di Trieste del 1946) – “Io vado avanti anche da solo. C’è Trieste che aspetta” (Giordano Cottur) –“Moser può essere preso come l’emblema del ciclista professionista attuale, in cui convivono l’atleta, l’uomo spettacolo ed il businessman” (Francesco Conconi) – “Coppi è il mito perfetto” (Gianni Mura) – “Vai Girardengo, vai grande campione, nessuno t’insegue su quello stradone,” (Francesco De Gregori) – “Mi brucia il culo!” (Luigi Ganna al patron Cougnet, dopo aver appena vinto il 1° Giro d’Italia del 1909) – “Il tempo è sacro. Ho vinto tre Giri d’Italia per 2 minuti e 4 secondi. Neppure un secondo va sprecato” (Fiorenzo Magni) – “Il solo motivo per seguire Nencini in discesa è se si ha un desiderio di morte” (Raphael Géminiani) – “Un ciclismo pulito è pura illusione” (Francesco Moser, dall’Equipe del 1999) – “Una bicicletta può ben valere una biblioteca” (Alfredo Oriani) – “Ma andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza, per cercare di tornare con quei sogni” (Marco Pantani) – “Che fa Bottecchia, piange?” “Si, perché penso che a casa non sentiranno più la fame” (Ottavio Bottechia, quando firmò un contratto per correre in Francia) – “Chi non ha conosciuto tutto questo, chi non ha conosciuto il Giro, è come chi non ha conosciuto suo nonno, oppure De Amicis e la piccola vedetta lombarda. Nessuno è più orfano di lui” (Indro Montanelli, 1947) – “Non si può correre il Tour solo ad acqua minerale” (Jacques Anquetil) – “Salute a voi, superstiti,…Voi avete meritato dalla Patria: l’Italia non dei retori che odiano la sincera eloquenza, o degli zoppi che detestano gli agili, o dei vigliacchi che credono la forza brutale…Una vera, nuova, indipendente, alacre Italia, un’Italia fervidamente pagana, che sa la virtù latina, cioè il coraggio, che sa la gioia della lotta e del convito, e vi si è adunata intorno.” (Innocenzo Cappa, 27 maggio 1909, La Gazzetta dello Sport).