«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 26 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)

C’era una volta il ciclista della domenica, una bestia bipede che con il tempo pare si sia……. volontariamente estinta. Che tracce sono rimaste ai giorni nostri di questo essere, fioriero di storie leggendarie com’anche apparizioni misteriose, oggi sostituito da una genìa di apparenti super-uomini?
Tutta la roba che leggerete in questo articolo sarà figlia di un tizio (io) che facente parte di una realtà ciclistica (PST Feltre) con un’idea tutta sua sul mondo della bicicletta, vi presenterà delle righe scritte in maniera puramente partigiana. In questo periodo c’è chi la bicicletta l’ha messa a dormire e chi si prepara a farlo. E una scorsa su vecchie riviste di ciclismo amatoriale sono mia tradizione. Se fino alla metà degli anno ’90 leggevi nelle righe, e anche tra di esse, il sapore di un modo di praticar ciclismo ancora ‘pane & salame’ (e rieccomi con la vecchia litania!), dal periodo fine vecchio/inizio nuovo millennio vi è stata una potente sterzata in ogni cosa: gli argomenti principali riportati in copertina sono passati dalla località da visitare pedalando, all’elenco delle granfondo del mese; l’invito a leggere un’articolo a pagina ‘tot’ sull’alimentazione, viene ora riproposto in maniera specifica per l’alimentazione certo, ma durante la gara di turno; i consigli per arrivare alla fine delle granfondo cambiano registro e diventano i parametri da usare per scegliere la corsa più adatta e cercare di costruirsi una propria classifica finale migliore; i 40/50 chilometri a settimana durante l’inverno (chi se li fa) divengono la base, perché ora devono venire integrati da sedute di palestra ed esercizi di ginnastica da fare a casa, e se piove via coi rulli a casa; quando l’annata in bicicletta finisce non è più il momento di staccare la spina, ma diventa il periodo migliore per il famoso (e già citato forse un’anno addietro); “….analizzare con più calma la stagione appena conclusa, gli eventuali errori commessi (eh beh certo, non si può mica buttar via così una gara….) e programmare in maniera più proficua la prossima”. Tutti discorsi perfettamente condivisibili, e quasi certamente molto utili, per una visione però abbastanza simil-professionistica della specialità sportiva scelta. Le granfondo, ed il loro forte gradimento da parte della maggior parte degli appassionati – vedi come risultato le diverse riviste ‘dedicate’ oggi ben presenti nelle edicole – hanno creato un’ulteriore ‘scrematura ciclistica’ nelle tipologie di bipedi praticanti. Se fino agli anni ’80 vi erano principalmente il ciclista professionista, il dilettante, il ciclo-amatore (o ciclista della domenica) e il ciclo-turista, nell’arco di circa 15 anni si è registrata un’ulteriore specifica nella ‘categoria’ del ciclista amatore, che si è divisa in “granfondisti” e quindi amatori. Quando pedalo mi capita (spesso) di essere raggiunto da qualche ciclista, com’anche capita (meno spesso) che sia io a raggiungere. A volte succede che questi bipedi su velocipedi scambino anche due parole con il bipede qui scrivente. Bene, o il 90% dei ciclisti della Valbelluna raccontano favole, oppure la percentuale tra loro che fa ciclismo senza guardare alle GF sfiora la miseria, senza escludere la possibilità che questi ultimi escano in bicicletta soltanto nelle ore notturne. Insomma, pare che “o granfondista o niente” sia lo status attuale. Nella pagina web della PST Feltre fino a qualche mese addietro vi era la dicitura; “L’associazione degli animali ciclistici in rapida estinzione”. Hai visto mai parole che furono più profetiche, specie riguardo al termine “rapida”?

mercoledì 19 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (3^ p.)

Avere una cultura, un’istruzione, una preparazione riguardo a quello che fai. Una marcia in più in tante cose che un tempo, nel ciclismo, era un’optional. Eppure oggi vi sono nomi eccellenti che….
Dal mese di settembre, il ciclista veronese Damiano Cunego si è iscritto alla facoltà universitaria veronese di Scienze Motorie. Una scelta che guardata dal punto di vista del panorama ciclistico di casa nostra è roba poco sentita in giro. Fin’ora erano ben pochi i ciclisti nostrani ch’erano conosciuti per questioni di studio e competenza in qualche campo. Marco Pinotti (ex BMC, oggi ex ciclista) in primis e poi Domenico Pozzovivo (Ag2r) che, da sempre appassionato di meteorologia, al riguardo viene puntualmente preso per il sedere dai giornalisti nostri al Giro, che probabilmente credono che il ciclista moderno sia rimasto al vecchio; “Sono contento di essere arrivato uno”. Un tempo vi era lo scomparso ciclista transalpino Laurent Fignon, detto ‘il professore’ per la sua consuetudine nel portarsi appresso libri su libri dedicati a grandi personaggi della cultura antica. Uno che quando voleva faceva capire di avere più cervello e cultura di chi lo stesse intervistando. Fatto sta che nel caso del sopraccitato Cunego, il desiderio di restare a lavorare a carriera finita nel settore ciclistico tra pochi anni – il suo contratto con la Nippo è valevole due stagioni – contrasta (per fortuna!) con esempi d’improvvisati preparatori atletici come Michele Bartoli (noto preparatore sportivo), che – a suo tempo – senza nessuna esperienza al riguardo e senza nemmeno il patentino di 3° livello come DS, si prese a carico alcuni atleti Lampre (perché solo alcuni lo sa solo lui) da seguire nella preparazione atletico/ciclistica. Vai a sapere se aveva qualche foglio di carta certificato da chi di dovere per attestarsi a tale ruolo, ma per quello probabilmente c’era sempre tempo, e intanto era già stato inserito nell’organigramma come responsabile della preparazione – per l’appunto – di alcuni atleti. Tutto questo permesso da una legislazione sportiva che in Italia dava via libera nel ciclismo per questo e altro (vedi il ‘vecchio’ caso del medico di squadra per gli juniores). Se da un lato c’è la possibilità che in Italia la competenza possa trovare finalmente spazio, rispetto all’estero l’italica tradizione di essere arrivati sempre dopo è ancora fieramente rispettata. Il campione del mondo 2014 Kwiatkowsky è uscito da uno di quei licei del ciclismo che nella sua Nazione, la Polonia, costruiscono delle basi culturali legate alla disciplina sportiva, che in Italia ci sogniamo. Ma come l’iridato abbiamo altri ciclisti di primo piano ad avere una base che non sia solo di chiacchiere. Rafal Majka e due atleti della ex Cannondale: Macej Bodnar e un tal Sagan Peter sono usciti da uno di questi licei dello sport. Una curiosità: sulla ‘bacheca’ internet della scuola che hanno frequentato, ci sono degli aggiornamenti riguardo ai risultati sportivi di questi atleti, per far capire ai ragazzi che ancora vi studiano che forse vale la pena passare per un percorso di studio di quel tipo. Noi la ‘bacheca’ l’abbiamo ogni maggio al Giro d’Italia dove Suor Alessandra invita davanti alle telecamere ex ciclisti “amici della grande famiglia del ciclismo” che al momento di uscire dal gruppo avevano patteggiato squalifiche causa magagne sull’argomento doping, ma a causa probabilmente dei famosi ‘tempi televisivi’ per Peppa Pig non vi è mai tempo per ricordarlo all’appassionato seduto in poltrona in quei momenti.

mercoledì 12 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (2^ p.)

Il pianeta bici dei polacchi, dei francesi, dei britannici. Per capire da dove nasce l’arretratezza del nostro ciclismo a livello internazionale, e per capire dove siamo rimasti (fonte; Cycling-Pro). I FIGLI DELLA REGINA; Christian Prudhomme, patron del Tour non la mandò a dire; “Questa è la più grande partenza della nostra storia”. Di cosa parlava? Dell’inizio del Tour 2014 in terra inglese. Un’oceano di persone, circa 4 milioni da Leeds a Londra per le tappe tenute oltremanica (546 chilometri), figlie del più grande progetto relativo alla mobilità ciclistico-sportiva mai pensato, progettato, creato al mondo. Piste ciclabili e bike-sharing che vanno moltiplicandosi, grazie ad un programma di Stato (Cyclescheme) che conta mezzo milione di aderenti. Nel quotidiano lavoratori dipendenti si mettono d’accordo con i datori di lavoro per spostarsi in bicicletta, ricevendo uno sconto sulle tasse superiore al 40% del costo della bicicletta, con un’incentivo di circa 25 centesimi per ogni miglio percorso tra casa e lavoro. Incentivi per le aziende che installano tutto quel che serve al dipendente (dalle docce allo spazio bici in azienda). Sul piano sportivo, ogni giorno in Italia si registrano 5 nuove persone tesserate a livello globale, quindi senza distinzioni sull’Ente di appartenenza. Nel 2013, British Cycling ha tesserato più di 100 agonisti al giorno, prevalentemente giovani e donne. Nel mese di agosto l’evento londinese “Prudential Ride” aperto a tutti, dai ragazzini ai ciclisti professionisti, ha contato 65.000 partecipanti. I CUGINI D’OLTRALPE; Francia è Italia sono le due Nazioni che ciclisticamente hanno più tradizione. Nella situazione attuale la Francia ha tre World Tour e due ottime Professional. L’Italia nel 2015 avrà una sola formazione di 1^ fascia (Lampre), e proprio il processo Lampre non è ancora stato archiviato, anche se pare che la cosa vada avanti così lentamente, che forse le speranza dell’archiviazione per decorrenza dei termini (una ben nota ‘moda’ molto italiana) possa trovare successo. In Francia i tesserati sono più di 12.500, a casa nostra ne possiamo annoverare molto meno della metà e sui nostri numeri si sta perdendo colpi. Tre milioni e mezzo all’anno è la spesa per l’attività legata al settore olimpico italiano. Fantastico, se non fosse per il fatto che a Londra ci siamo portati atleti professionisti, che sono spesati e formati dalle loro squadre. Quindi quei 3,5 milioni sanno solo in Federciclo dove/come vengono spesi e si sognano di farlo sapere. I francesi ai Mondiali si sono portati atleti di formazione federale. Di certo si sa che a Ponferrada la Federciclo nostra annoverava nella sua comitiva niente meno che il giornalista Bartoletti (lo si intravedeva ‘casualmente’ alle spalle del CT Cassani in alcune interviste televisive). Forse Bartoletti (ch’è giornalista in pensione) vanta esperienze in ambito ciclistico come meccanico, o dirigente, oppure massaggiatore, magari autista, perché no tecnico ciclistico, forse apprezzato cuoco, o qualcos’altro di cui saremmo lieti di sapere? Di Rocco ha liquidato la questione ‘battezzando’ Bartoletti come un portafortuna per la squadra, precisando che tanto “….paghiamo noi. Che problema c’è?”. La Francia si è portata appresso 20 persone (oltre agli atleti). Tutta questa gente si è trovata per i fatti suoi un posto dove mangiare, dormire e per spostarsi (vedi sotto la voce; logistica). La delegazione italiana poteva riempire quasi due pullman. È questa quindi la Grande Famiglia del ciclismo che Suor Alessandra non manca mai di ricordarci esistere? LA POLONIA? AVANTI DI ANNI!; negli anni ’80 noi italiani conoscevamo due polacchi; uno era vestito sempre tutto di bianco, un’altro giocava nella Juventus e poi nella Roma. La Polonia sportiva era roba di poco conto. Oggi la Polonia è avanti anni rispetto all’Italia e non solo. Mai sentito parlare di Licei dello Sport? In Polonia ci sono 15 licei specializzati per l’attività sportiva, 5 quelli per il ciclismo. Ci vanno studenti dai 16 ai 19 anni, le ore di lezione riempiono tutto il giorno fino al tardo pomeriggio. Dopo esserti fatto le tue ‘tot’ ore in classe (religione, storia, matematica, ecc…), sali sulla bicicletta e pedali quattro ore per quattro giorni a settimana, e quando non pedali ti fai delle lezioni dedite alla meccanica della bicicletta. Chi esce di lì ha le basi atte ad intraprendere la strada per diventare tecnico, atleta stesso, fisioterapista. Gli istituti hanno una loro formazione ciclistica junior che – rappresentando l’istituto – partecipa a corse anche internazionali. I preparatori e i tecnici della scuola che seguono gli studenti sono persone diplomate. Un’altro mondo, un’altra testa, un’altro tutto. Noi abbiamo vecchi campioni del ciclismo che sono costruttori di biciclette, senza sapere nemmeno come si centra una ruota, altri ex dopati che una volta chiusa la carriera con patteggiamenti per questioni-doping, vanno davanti alla telecamera per dire come si vincono le corse, quando in tutta la vita non hanno mai aperto un libro sull’argomento, se non quello delle istruzioni per l’uso riguardanti il mini-frigorifero che usavano per tenere al freddo le fiale di EPO. Qualcosa (ma senza esagerare) per fortuna sta cambiando, e prossimamente si scriverà anche di questo.

giovedì 6 novembre 2014

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

Pedalare su strada d’inverno: dato che Ciclismo PST esiste da diversi anni, c’è il rischio che l’articolo seguente si riveli una ripetizione. Comunque, vediamo se a qualcuno può tornare utile.
Bentornati agli appuntamenti ciclistici idealmente vissuti davanti al camino. Se siete ciclisti PST, tra meno di un mese la bici se ne va in letargo. Se invece siete ciclofili imperterriti avete le possibilità della mountain bike, delle serate di palestra, di tutte e due assieme, o di imbacuccarvi per benino, in maniera da poter affrontare eroicamente le gelate invernali. Optando per l’ultima opzione vediamo come comportarsi quando l’inverno fa parte del vostro ciclismo e abitate in zone fredde. LA BICICLETTA; nel periodo novembre/febbraio può capitare che le strade facciano schifo. Soprattutto se per evitare il traffico si cercano vie secondarie, spesso in zone di campagna e collinari. Prendete in considerazione l’ipotesi di comprare due pneumatici con battistrada “rain” (usiamo un termine caro alla Formula 1), nel senso che non siano i soliti pneumatici quasi totalmente lisci che usiamo durante l’anno. Compratevi roba onesta, tanto dovete usarli due, forse tre mesi l’anno. Poi se anche per quelli volete spendere 30 euro a ruota affari vostri. Se solitamente ‘sparate’ 8 o 9 atmosfere alle vostre ruote, avrete gomme con cui dovrete tenervi più bassi e togliere almeno un bar di pressione rispetto al vostro solito. Se comprerete pneumatici da 23 o 25, penso che con 6,5 siete a posto. FRENI; sono l’insidia nascosta, la serpe in seno che uno non si aspetta di avere. Avere una frenata immediata e potente appena toccate le leve freno, con le strade ghiacciate può rivelarsi una ben dolorosa fregatura. Una frenata progressiva è invece migliore. Se avete freni talmente perfetti che con due dita frenano d Dio, allentate leggermente la tensione sui cavi freno se vi sembrano anche troppo pronti al bloccaggio delle ruote, e abituatevi ad anticipare le frenate di una decina di metri in discesa. LA STRADA; occhi aperti alle foglie, poetiche nel loro volo leggero verso l’asfalto, bastarde quanto basta per farvi fare un bel volo pesante sull’asfalto. Occhi aperti poi alla sabbia fine depositata a bordo strada, quando viene sparsa dai mezzi che curano le strade ghiacciate dell’inverno. Frenarci proprio sopra con troppo entusiasmo vuol dire perdere stabilità, e se siete nel mezzo di una curva non serve passarci sopra a 40 all’ora per finire a terra. Ancora attenzione quando pedalate in zone ombra-sole-ombra. Negli angoli di mondo dove il sole dell’inverno non ci arriva, potete trovare quel pelo infinitesimale di ghiaccio che vi farà finire anzitempo l’allenamento, e darà lavoro al meccanico di fiducia. ABBIGLIAMENTO E ALIMENTAZIONE; sul come vestirsi ampia libertà. Al giorno d’oggi vi è una tale abbondanza di varietà riguardo all’abbigliamento che esiste solamente l’imbarazzo della scelta, partendo dalla testa fino ai piedi. La giornata di sole dicembrina con cielo terso, nel primo pomeriggio può darvi 10 gradi di differenza tra un tratto assolato e un tratto ombroso. Nell’arco di un’amen passi dal leggero tepore del sole sulla schiena, ai brividi freddi causati dal sudore contro l’aria fredda. Una giornata nuvolosa ma senza gelata mattutina non sarà mai tiepida ma nemmeno gelida. L’importante sarà non fermarsi mai e se lo fate sia solo per un paio di minuti, o per necessità improrogabili (problemi meccanici, forature, salvataggio di un gatto da un albero, ecc…). Cosa mangiare con il freddo? Non è che vi sia poi una grande differenza dal resto dell’anno, ma non abbiate troppo timore per i grassi. Esempio; un velo di burro in una fetta di pane con della marmellata non vietiamocela. Ricordate che il vostro corpo ha necessità di più calorie; in primis per pedalare (ma dai!...), e poi per non far raffreddare troppo il corpo. Berrete poco rispetto al solito? Ok, ma intanto bevetevi quel poco. Pedalate con rapporti agili e nelle discese pedalate sempre un po’, anche a vuoto. Appena arrivati a casa una doccia calda (ma non troppo calda, attenzione) sarà buona amica, ma un the caldo poco dopo vi assicuro ch’è cosa imbattibile. CONCLUSIONI; fate decidere alla vostra passione quali siano le conclusioni. Queste righe devono solo dare un’indirizzo, uno spunto di riflessione, un’idea, perché l’esperienza che voi fate direttamente in prima persona val più di 50 di questi articoli. Quindi, da un certo punto di vista, fanculo i blogger e divertitevi! Una cosa su cui invece voglio insistentemente rompervi le balle è questa; allungate di un centimetro il cinturino del casco. Il berrettino di lana avrà il suo spazio, e la testa avrà il suo casco dannazione! Ciao.

sabato 1 novembre 2014

Novembre; l'editoriale

12 mesi fa avevamo un fuoriclasse tutto nostro con poca Italia dietro di se. A cronometro avevamo Malori e poi il vuoto. La nazionale vinceva medaglie, ma con le donne. È passato un’anno. Davvero?
“La prossima stagione ciclistica ci regalerà più del solito l’immagine delle orecchie a sventola iridate di un polacco dal cognome che a pronunciarlo a voce alta ricorda uno starnuto. Ma avremo anche un ciclismo nostrano che ripartirà da dov’era ripartito a febbraio. Perché se da un lato abbiamo avuto un Aru in più, dall’altra abbiamo avuto un Moser in meno, e se da un’altro angolo vediamo talenti che possono far bene, dal punto di vista dei tecnici che devono farli crescere siamo sempre ancorati a troppa gente “anni ‘90”. Tra le squadre di vertice ci resta la Lampre (che ‘ovviamente’ ha licenza svizzera) e per il resto compianti e sospiri. Il miglior italiano in una classica monumento è stato Caruso, arrivato 4° alla Liegi. Per il resto i nostri cacciatori di classiche sono vicini all’estinzione ciclistica. Nelle corse ‘pesanti’ di questi anni puntavamo su Ballan e Pozzato. Il primo (ultimo vincitore dei nostri al Fiandre) ha probabilmente finito la carriera in primavera grazie alla bella pensata di ‘ozonarsi’ il sangue per guarire prime dalle magagne di salute, il secondo (ultimo vincitore dei nostri alla Sanremo) dovremmo ritrovarcelo presso una formazione di secondo piano dopo l’ennesima stagione deludente, Cunego (ultimo vincitore dei nostri al Lombardia) si trova nella stessa situazione del vicentino ed ha scelto un gruppo da cui sono usciti tre dopati in due stagioni. Atleti tutti italiani, alla faccia di Suor Alessandra, per cui l’unico uomo dopato della storia è Armstrong, e del suo amicone Scinto che rimpiange il suo amato ciclismo antico, di cui invece si farebbe volentieri a meno. Ulissi non ha potuto fare i Mondiali per una positività ancora da spiegare per bene, e Nibali pare continui con Astana che in meno di un mese ha totalizzato tre atleti dopati e ora rischia la licenza UCI World Tour. A cronometro meglio non togliere Malori sennò siamo una pena (anche a livelli giovanili perché al momento non abbiamo atleti per il futuro e tecnici che seguano la specialità), mentre nel pedale rosa le ragazze hanno ancora evitato una bacheca ‘vergine’ alla nostra Federciclo con un’argento e un 4° posto che almeno a differenza dei maschi ci ha tenuti in corsa per il podio fino a 100 metri dal traguardo, mentre tra gli elite uomini ci siamo ritrovati spuntati nel momento decisivo con le speranze iridate attaccate alle gambe (esauste) di De Marchi, che forse è stato un puro caso si sia trovato ad essere l’uomo dell’ultimo giro di corsa. Però una buona notizia c’è: la stagione è finita.“