«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 30 settembre 2013

133 motivi per parlare di medaglie.

SPESSO E’ DAI DETTAGLI CHE SPUNTANO LE SPIEGAZIONI PER CAPIRE DA DOVE NASCONO LE GRANDI DIFFERENZE. LE DIFFERENZE CHE TI PORTANO UNA MEDAGLIA OGNI ANNO. DAL 2007 A OGGI.
Mentre in Spagna si prepareranno a grandi accoglienze per l’intelligenza ciclistica dimostrata da Valverde, che da vero campione ha buttato un titolo Mondiale nel cesso, noi guardiamo all’altra sponda con una scena nata il tardo pomeriggio del giorno precedente intorno ad una domanda. La domanda che sulla zona d’arrivo viene rivolta a una ciclista è del giornalista RAI Francesco Pancani. Sono passati pochi minuti dalla fine della gara elite donne in linea, con l’italiana Rossella Ratto terza: “Ma quanto è andata forte la Ratto?”. La ciclista intervistata è una delle capitane della squadra italiana, che dopo aver ripetuto in toto la domanda testé rivoltagli dal giornalista, si ferma un secondo, si guarda intorno, sospira, sembra cercare qualcosa con gli occhi, carica il colpo in canna, sembra voler dire qualcosa e poi, con scocciata diplomazia, prende la mira e risponde; “Ma quanto è andata forte la Nazionale Italiana?” Il giornalista osserva; “Hai ragione”. Lì, in quell’esitazione prima di rispondere, in quel guardarsi attorno prima di aprir bocca per riflettere prima di farlo, c’è tutto il colossale lavoro di squadra del CT Salvoldi. L’uomo che ha costruito il più forte ciclo ciclistico mai visto nelle squadre nazionali femminili, e che sta silenziosamente effettuando un lento, costante, continuo ricambio generazionale, che da sette anni consecutivi porta almeno una medaglia ogni anno (e contiamo solo la squadra elite).
Salvoldi ha costruito la medaglia numero 133 gettando nel contempo le basi ciclistiche per l’Italia femminile dei prossimi anni. Longo Borghini, Scandolara, Ratto, rappresentano quell’ossatura che tra pochi anni sostituirà quella macchina vinci-medaglie guidata dalla Bronzini, da una certa fenomenale ciclista italiana e dalla Cantele. Donne che sono le capitane, le cicliste di riferimento, ma non le stelle, le prime attrici sempre e comunque. Quando lungo l’ascesa di Fiesole una certa atleta, di cui come da tradizione non ricordo il nome, ha sentito la gamba cedere verso il finale di corsa ad un principio di crampi, è stato deciso con poche parole che la vicentina avrebbe invertito i ruoli programmati trasformandosi in gregaria per la Ratto. Detto fatto (e la rima non centra): la veneta richiama le compagne in fuga con lei in quel momento di gara, e spiega la nuova impostazione tattica. Fu lo stesso anche l’anno scorso. Elisa Longo Borghini era la ragazza che meglio pedalava, e nonostante fosse la più giovane, quella che godeva di minore esperienza, fu lei la pedina principe per la squadra italiana. Anche in quell’occasione scaturì una medaglia di bronzo, e come questa volta non ci furono tentennamenti nel deciderlo in gara. Una nazionale dallo spirito camaleontico che da sempre lavora in questa maniera, perché costruita intorno ad una persona, Salvoldi, che da sempre gode di una stima colossale, totale, da parte delle atlete che porta in azzurro di volta in volta. La partigianeria di chi scrive è ormai nota, e quando poi si tratta di ciclismo femminile di origine marosticense siamo a livelli da ricovero. Ma sapere che, una volta tanto, chi occupa il ruolo di CT è persona che ha nozioni di base sull’attività sportiva che porta avanti (quella cosa che si chiama competenza), e quindi non solo perché amico plurisponsorizzato da nomi importanti della Federazione, è motivo per attirare la mia simpatia nei suoi confronti. In un momento di ennesima soddisfazione come questo, dispiace che in ottica nazionale italiana si sia forse persa la presenza di Marta Bastianelli, che dopo l’iride vinta nel 2007 non è mai tornata ai vertici se non in occasioni molto sporadiche. Ma è giusto ricordare che fu proprio lei, sette edizioni addietro, ad aprire quel ciclo vincente e plurimedagliato che oggi possiamo goderci appieno. Comunque, conoscendo Salvoldi, aspettiamo ancora un momento prima di scrivere davvero la parola ‘Fine’ su valutazioni agonistico/personali di questo tipo. W la Guderzo. (la foto in alto è concessa da Ilaria Pranzini)

mercoledì 25 settembre 2013

I Malori del ciclismo italiano

L’ITALIA DEL CRONOMETRO HA DUE FACCE. QUELLA RUGOSA DI PINOTTI E QUELLA SENZA FISIONOMIA DEL DOMANI. E ANCHE LA NOSTRA CULTURA CICLISTICA NON DA UNA MANO.
Finalmente è passata la prima parte della settimana iridata toscana. Finalmente, perché le prove a cronometro si sono svolte su di un percorso avaro di contenuti ciclistici, che non andavano oltre una specie di: “Stai basso finché sei stufo e intanto spingi.” Gli esiti usciti dalle gambe nostrane ci danno un ottimo risultato negli uomini elite, un buon risultato tra le donne elite, ma per il resto tutto rispecchia quel deserto ciclistico che rischiamo di ritrovarci tra poco. Le corse juniores hanno messo in evidenza che il divario dalle altre Nazioni è molto forte. Ci salviamo tra gli uomini elite? Si, ma mica tanto. Pinotti ha 37 anni, e facilmente avrebbe già mollato tutto se quest’anno i Mondiali non si fossero corsi in casa. Ha tenuto in piedi da solo la nostra baracca contro il tempo per un decennio, ma di certo non può rappresentare il domani. Vorrebbe restare nel ciclismo. Domanda: ma il ciclismo italiano vuole Pinotti? Uno che porta serietà, applicazione, programmazione, competenza tecnica? Al momento, tra gli elite ci resta Malori e basta (foto:Velonations.it) e arrivasse il giorno che sto ragazzo userà il dente in più, che probabilmente inizierà ad andare più forte.
Perché in Italia non esiste un bacino ciclistico contro il tempo? Perché la base in primis non esiste. Già tra le squadre di club il cronometro è visto come una rottura di balle. Le squadre non hanno interesse a dare un loro atleta junior alla Federazione. Meglio vincere le gare del nostro calendario perché gli sponsor così sono ripagati. La maglia azzurra non porta le scritte della fabbrica, officina, panetteria Tal dei Tali. L’FCI vorrebbe avere un ragazzo da indirizzare a cronometro? Diamoglielo 10 giorni prima e tanti auguri. La mentalità ciclistica italiana viene in aiuto. I ciclisti italiani che hanno riempito le riviste ciclistiche degli ultimi 20 anni sono stati velocisti (Cipollini, Petacchi), scalatori (Chiappucci, Gotti, Pantani, Simoni, Riccò, Di Luca) e uomini da classiche o grandi giri (Bartoli, Bettini, Nibali, Basso, Cunego, Ballan, Rebellin, Ballerini). Contro il tempo chi abbiamo avuto come nome veramente di appeal? Pinotti in questi anni, e per il resto tocca tornare indietro fino a Bugno che cronoman non era, ma era il migliore dei nostri due decenni fa. Il nostro ciclismo non ha una tradizione contro il cronometro (Moser? Per i dettagli chiedere a Conconi, grazie), ma non si sono mai nemmeno visti i segnali di una volontà di costruirne una in tal senso.

mercoledì 18 settembre 2013

Dalle stelle alle stalle: dove sei ragazzo?

DA QUASI DUE STAGIONI SEMBRA IL FANTASMA DEL TRE VOLTE RE DEL LOMBARDIA. IMPARAGONABILE, NEGLI ULTIMI ANNI, CON IL CICLISTA CHE DIECI ANNI FA SEMBRAVA DESTINATO A DIVENTARE IL NOSTRO NUMERO UNO.
IL TALENTO: Da un’annetto e mezzo a questa parte, scrivere della Lampre è cosa simile a quella di sparare sulla Croce Rossa. Ma la seconda parte della carriera di Damiano Cunego va oltre i sospetti Lampre sul doping, sui possibili processi, sui possibili colpevoli, va oltre la Lampre stessa. Perché uno come Damiano fece incantare quando, quasi dieci anni fa, vinse un Giro in maniera autorevole. Mai stato sbruffone l’ex ‘bocia’ di Cerro Veronese, mai stato uno che giudicava gli altri per come correvano con fare da professore. Certo, quel Giro (2004) fu il meno difficile del decennio (la parola ‘facile’ lasciamola da parte), e correva nell’allora Saeco, la squadra migliore tra quelle che correvano quell’edizione, ma quel biondino che volava nell’autunno dello stesso anno vinse con autorità anche il Lombardia. E quel Lombardia lo vincerà altre due volte, e mettiamoci l’Amstel – che schifo non fa – e un’argento iridato nella sbornia di Varese dietro a Ballan. Nella prima metà del decennio scorso solamente Basso e Bettini godevano di più attenzioni lanciati, il primo, dall’università del Tour contro Armstrong e contro il motore ciclistico di Ullrich, il secondo dalle tre Coppe del Mondo vinte e dall’oro d’Olimpia. Ma poi c’era Damiano. Il ‘bocia’ (Roata docet) lo paragonarono a Saronni, mica robetta. Perché come Giuseppe (suo capo da anni) vinse il Giro molto giovane, perché come Giuseppe anche Damiano andava forte nelle gare di un giorno buone per i finisseurs. Guardavi Cunego, che aveva 23 anni, e pensavi che per altri 8 forse 10 anni c’avrebbe fatti divertire. Tranne che sulle interviste televisive. Poche volte si può ascoltare un ciclista più monotono nelle dichiarazioni. Ma se fossero questi i problemi del ciclismo viva i Cunego e le interviste sbadiglianti.
IL SOSPETTO, LA DIFESA: Oggi siamo davanti a un ciclista che, guardato con il giochino dell’extraterrestre disceso sulla terra, sembra solo parente del ‘vecchio’ Damiano. Guardando i primi quattro anni di Cunego ad alto livello (2004 – 2008) troviamo tutto il Cunego che tra dieci anni forse ricorderemo. Poi il cambiamento. Il cambiamento che però ti lascia lì come un fesso. Si, perché quando – nella seconda metà del decennio scorso – scoppiò l’Operation Puerto, Cunego disse che si sentiva meno battuto vedendo i ciclisti, tra cui Basso, ch’erano stati coinvolti dall’operazione spagnola. Valverde, Basso, Rebellin, Riccò, Hamilton, Di Luca, Schumacher, Vinokurov, tutta gente che dava la paga a Damiano, ma che poi si scoprì figlia di un ciclismo falsato. Però se guardiamo agli ultimi 5 anni, quante volte ritroviamo il Cunego di metà decennio scorso? Quasi mai. Eppure il ciclismo dovrebbe essersi ripulito, eppure l’esperienza dell’atleta (pro’ dal 2002) non si discute. Pronti alla cattiveria: fin’ora Damiano ha vinto negli anni in cui le sacche di sangue giravano per gli alberghi dentro i frigoriferi portatili da pic-nic. C’era dentro anche lui? Per questo non vince più? Perché il suo frigorifero adesso è vuoto? Però non si può mettere da parte che il reo-confesso Leonardo Bertagnolli, in una sua stupendamente terrificante intervista doping, accenna a quante gare secondo lui sono state rubate a Cunego e ad altri Cunego del gruppo. Se lo dice Bertagnolli, pieno fino alle orecchie per sua stessa ammissione, viene decisamente da credergli, e le carte della benedetta inchiesta di Mantova sembra parlino di un Cunego che si è trovato messo in mezzo a una triste fogna ciclistica.
L’ATLETA ENIGMA: quello degli ultimi anni. Se paragoniamo i risultati da lui ottenuti nelle ultime due stagioni troviamo esiti sportivi – tra gare più o meno lunghe a tappe, o in quelle di un giorno – che sono paragonabili a ciclisti forti, ma non di alto livello. Troviamo exploit di giornata con una vittoria di tappa ed il 2° posto finale al Giro del Trentino 2012, un’altro 2° nella tappa del Giro 2012 (Caldes-Passo dello Stelvio). Ma da diverse stagioni quando lo aspettano (in tanti) manca il colpo. Le campagne del Nord con il classico trittico Amstel-Freccia-Liegi continuano a farci vedere un Cunego che raramente si è giocato le gare. Quando i big iniziavano a giocarsi la corsa nelle fasi finali e pestavano duro sui pedali, Damiano usciva di scena. In questa stagione, al Trofeo Melinda, ha corso un campionato tricolore davvero anonimo, poi un Tour dove sembrava vedere un ciclista alla frutta di energie. Poi ci sono le fiammate che sembrano risollevarlo: il Giro dell’anno scorso, quello di Svizzera quasi vinto (2° a 4”). Poi le eclissi ritornano. Damiano è demotivato? Le motivazioni contano, e anche tanto. Tante volte la salita peggiore ce l’hai nella testa. Andy Schleck da due anni è il Cunego di Lussemburgo. Anche se di lui si è saputo che i motivi sono extra ciclistici, la sua carriera sta zoppicando malamente. Cunego da tante stagioni è l’atleta simbolo della Banda Saronni. Sta troppo bene in Lampre? Dall’aria che tira – e tra un paio di mesi forse ne riparleremo ancora – la Lampre delle ultime due stagioni è l’ambiente ideale per farti passare la voglia. Se ficchiamo dentro Saronni nel discorso, allora con Saronni andiamo a chiudere. Giuseppe aveva raccolto i migliori risultati fino al 1986. A 29 anni chiuse 2° nel Giro di Visentini, e 3° al Mondiale di Argentin (anche se il periodo migliore fu quello dal ’79 all’83), ma giunto agli anni considerati migliori nel ciclismo, per resistenza e maturità fisica, per esperienza ciclistica – per l’appunto a cavallo dei 30 – il novarese iniziò invece a perder colpi. Tant’è che a 33 anni Saronni scese di sella. Cunego sta andando verso una fotocopia ciclistica in questo senso, o il profumo delle foglie morte lo farà ridestare dal torpore?

lunedì 16 settembre 2013

E finalmente le ragazze alzarono la voce.

LA NOTIZIA CATTIVA: IL FINALE DEL ‘TOSCANA’ NE FA LE SPESE. QUELLA BUONA: FINALMENTE LE RAGAZZE SI SONO ROTTE LE SCATOLE. C’è voluta Marianne Vos a dare il ‘la’ alle colleghe. L’olandese ha perso un Giro di Toscana di cui era leader, ma prima o poi la pazienza doveva finire ed è un peccato non sia finita ben prima. Ennesima figuraccia degli organizzatori, grazie al traffico veicolare fermato a singhiozzo quando stanno ancora passando le cicliste, mentre quella delle strade in pezzi è purtroppo storia vecchia ma che non doveva mai essere raccontata perché nel movimento ‘rosa’ tutto è bello, tutto piace (vedi Facebook), e siamo tutti amici che ci volgiamo tanto bene. Intanto le cicliste stanno in mezzo a cotanta felicità e gaiezza. Così domenica 15 quasi tutte le migliori non sono partite nell’ultima frazione, quella con l’arrivo classico a Firenze ed ecco Brunello Fanini, il boss del Giro di Toscana, che dichiara dopo 18 edizioni la morte della corsa. Adesso le cattive sono quindi le cicliste non partite, che ancora una volta hanno dovuto essere loro a metterci la faccia, perché figurarsi se DS o dirigenti aprono bocca una volta. Il CT Salvoldi ha detto che il modo è sbagliato anche se condivide la motivazione, Fanini parla di decisione inqualificabile. Quando patron Brunello Fanini giudica il gesto del ritiro in massa come dannoso al ciclismo femminile, tornano in mente le immagini della 3^ frazione del Giro-Donne 2010 a Biadene con le ragazze sedute sui marciapiedi e sulla strada a cambiarsi dopo la cronometro individuale, o il giorno prima (2^ tappa con arrivo a Riese Pio X°) quando un genitore disse al personale che le aveva sistemate, che le transenne erano messe in maniera molto più pericolosa che non protettiva sul rettilineo d’arrivo (con ragione sacrosanta!). Chiaro che situazioni come quella di Biadene non devono saltar fuori e venir raccontate, e se poi le ragazze devono pedalare a 40 allora su strade che fanno schifo, o con transenne sistemate coi piedi, lo facciano e basta. Visto che l’Associazione Corridori va avanti con la velocità della famosa lumaca zoppa, visto che le cicliste da anni vengono prese per il c**o (meglio usare gli asterischi, perché culo non sta bene scriverlo), visto che a raccontare solo le cose che funzionano non cambierà mai un ….come si chiama?.... pupazzo?, meglio stare sui maroni oggi che al pronto soccorso domani.

domenica 15 settembre 2013

Horner scrive una pagina storica? Speriamo di si.

NONNO CHRIS METTE IN RIGA I NIPOTINI, ED ENTRA PROBABILMENTE NELLA STORIA. CON LA SPERANZA CHE PROPRIO QUESTA STORIA NON VADA OLTRE CON APPENDICI FUTURE.
Eh dai che questa è bella! Si perché puoi guardartela in diversi modi. Il modo che parlerà di momento da ricordare nel ciclismo, con un quarantaduenne che vince una gara di tre settimane, mettendo in fila ciclisti con dieci anni di meno nella carta d’identità, ma soprattutto che ha ribattuto colpo su colpo di pedale, in una Vuelta che regalava 11 arrivi in salita. In questi anni vedevamo Pantani, Armstrong, Contador, Froome come dei fenomeni. Sarà mica che ci siamo persi uno che invece fenomeno lo era sul serio, uno che aspettava il momento buono per uscire allo scoperto? E aspetti d’essere un over 40? C***o se ne hai di pazienza Chris! L’altro modo è quello che in molti pensano: che si mette nel latte questo qui la mattina? Eh certo che se l’antidoping funziona sul serio, allora salterà fuori qualcosa. E se invece non vien fuori niente? Sai che smacco per Valverde, Nibali, Rodriguez – mica ragazzini del gruppo – che si son fatti mettere in riga da uno che si porta dietro quarantadue primavere? E Froome? Miseria, adesso cosa diciamo di Froome, classe ’85, che uscito dal Tour con un vagone di sospetti, ora si vede spodestato nelle attenzioni da un ciclista 14 anni più vecchio? Ci accontenteremo di dire che questo è l’anno dei Chris? Beh, pensando alla mitica conferenza stampa del dopo Ventoux, dove al keniota-britannico fecero domande velate di diffidenza, a Horner che faranno? Lo piglieranno a mazzate fino allo sfinimento? La Vuelta che ci consegna? La sorpresa di Horner, sperando non sia una storia che regalerà un capitolo extra. Poi Nibali che si conferma in grado di ben figurare quando prepara una gara con attenzione. L’italiano voleva competere per vincere la Tirreno-Adriatico e l’ha vinta, idem per il Giro e anche quello l’ha vinto, così come voleva cercare la vittoria in Spagna e se l’è giocata fino all’ultimo. Per i Mondiali dovrebbe avere un condizione perfetta e potrà essere considerato une dei favoriti. Ma non quello da battere. Perché anche gli spagnoli hanno mostrato una condizione, con vista Firenze, molto buona. Rodriguez e Valverde sono stati protagonisti fin quasi all’ultimo. Non hanno avuto la tenacia di Horner e Nibali, ma Rodriguez si presenterà come l’uomo più pericoloso – in ottica italiana – per la vittoria conclusiva (chissà come stanno Cancellara e Sagan…). Intanto festeggiamo ‘nonno’ Chris.
Adesso però viene il bello. Si perché quando un’atleta di 42 anni si mette dietro gente che viaggia a più d’un decennio d’anni di meno (Nibali è del 1984), e gli arriva davanti rispondendo colpo su colpo, in una Vuelta con 11 arrivi in salita, adesso si che la curiosità è tanta. Christopher Horner è un ciclista in gamba, uno di valore, ma vederlo mettere in riga Valverde, Nibali, Rodriguez ti lascia il dubbio. La sensazione che ne scaturisce è forse definibile come un misto d’incredulità e ammirazione. Però ripensando al Froome del Tour ed i sospetti che gli sono cresciuti attorno, cosa si dovrebbe scrivere di Horner, 14 anni più vecchio? Cattiveria? No di certo. Il fatto è che la paura di essere imbrogliati adesso non la nascondi più, non la tieni per te. Perché sei stanco, sei stufo marcio d’essere preso in giro. E la diffidenza patita da Froome sulla sua pelle durante il Tour – o anche quella verso Usain Bolt ai Mondiali d’atletica di Mosca – ormai sarà cosa che molti vincitori dovranno tener sempre presente che possa farsi viva con una domanda antipatica. La storia d’oggi ci dice che la Vuelta di Spagna 2013 è passata alla storia, grazie ad un ultraquarantenne che ha battuto la sua futura generazione ciclistica. Che il giorno, sabato, in cui lo statunitense ha praticamente vinto il Giro di Spagna, un ciclista che poteva essere suo figlio (22 anni) ha vinto la tappa. Speriamo sia una favola. Speriamo che la storia di questa Vuelta si fermi qui e che non ci siano altri capitoli extra.

giovedì 12 settembre 2013

Le ultime settimane azzurre di Bettini. E poi?

L’ULTIMO MONDIALE DI BETTINI COME CT SEMBRA APRIRE LE PORTE A MICHELE BARTOLI, CON QUEL BENEDETTO CICLISMO ANNI ’90 CHE NON VOGLIAMO FAR SCENDERE DALLE AMMIRAGLIE.
Un amore sbocciato, mai fiorito completamente. Iniziato per disgrazia prima del previsto, e che ripone nella rassegna iridata in Toscana la speranza (tutto sommato fondata) di ben finire. Paolo Bettini diventò CT per cause ben note. Doveva sedere in ammiraglia per una stagione come braccio destro di Franco Ballerini, ma questi morì per un incidente di rally nel febbraio del 2010. Girava voce che Ballerini avrebbe guidato l’Italia ancora per quell’anno e poi avrebbe passato di mano. Sembrava infatti che la Lampre lo aspettasse a braccia aperte. In primavera quindi Bettini diventa ufficialmente il nuovo CT azzurro. Esperienza zero (come Ballerini da questo lato, ma lui era carisma puro), talenti azzurri a disposizione pochi, pensando a quando lui faceva le veci di capitano in azzurro a ciclisti di fama. Coglie al primo Mondiale quello che fin’ora è il suo miglior risultato: Pozzato 4°, con rimpianti, in quel d’Australia. Poi le cose non vogliono saperne di funzionare. Nazionali che in due edizioni steccano, in Danimarca la squadra che proprio nel finale si sfalda, e un ricambio generazionale che sembra non voler partire.
Nel periodo di fine inverno 2013 ecco forse il momento del divorzio, con l’annuncio semi-ufficale, ufficioso, chiamiamolo come si vuole, di Maximilian Sciandri che ne prenderà il posto. Persino il gran capo Di Rocco ne parla pubblicamente. Sarà invece un teatrino del ridicolo, una pantomima senza ne capo ne coda, con Sciandri (e la BMC) che nel concreto non riceveranno mai domanda dall’FCI di recarsi nella sede di quest’ultima per scambiare due parole seriamente, mentre i giornalisti chiedono a Sciandri cose alle quali lui stesso non può rispondere perché nessuno lo teneva al corrente di com’era la situazione dentro gli uffici della Federazione. Così Bettini torna CT senza essersene mai andato e Sciandri, comprensibilmente, nemmeno vuole più parlane. Intanto il primo tira avanti la baracca. Ma l’approccio non è mai stato molto entusiasta. Quasi tutto il contrario di Franco, con poche presenze alle gare, se non quelle importanti forse perché se non ci vai (sei CT, non uno che passa di là per caso) la cosa si noterebbe troppo, non ama passare tre mesi all’anno in giro tra le scuole a incontrare i ragazzi, a farsi ore di macchina per andare a presenziare anche alle corse Juniores. E non ha molta voglia di viaggiare dopo 12 anni da zingaro. Bettini ottiene però la possibilità di organizzare degli stages azzurri durante la stagione. Cosa mai avuta prima a disposizione dei vecchi Commissari Tecnici.
Ma le cose non cambiano. Forse capisce che la qualità media dei ‘suoi’ gregari è imparagonabile con quella che cerca di mettere insieme oggi. Che nell’avere Rebellin, Cunego, Ballan, Pozzato, Basso, Nibali, Paolini, Di Luca, Tosatto, Garzelli, Bruseghin che ti aprivano la strada (ma quanti di questi puliti davvero?) non è la stessa cosa che avere i pur volenterosi ragazzi di oggi. Adesso forse si cambia, anche se riguardo a Bettini non si sa se resta, se va, o cosa per che cosa. Motivo? Principalmente perché Bettini non ha esperienza di niente. Quando correva vinceva e tutti contenti, ritiratosi faceva l’uomo immagine per un’azienda di abbigliamento ciclistico e per la banca Mediolanum, nel contempo diventava rotondetto come un’ovetto Nestlè. Ha preso il volante azzurro sapendo di fare una scommessa più che un progetto. Perché super sponsorizzato da Martini non se la sentiva di dire no, perché Di Rocco voleva un nome di fresca gloria, perché stare in ammiraglia con delle responsabilità era cosa che non conosceva ma era pur sempre un’incarico prestigioso. Adesso a quanto pare si cambia, ma lo si fa veramente? Perché sentire alcuni spifferi soffiare il nome di Michele Bartoli qualche dubbio lo lascia, perché il ciclismo nostrano necessita di rinnovamento profondo a partire dalle teste. Il fascino delle vittorie conquistate come atleta non può essere usato per dire che una persona è la persona giusta. Fosse così, Bettini da CT avrebbe vinto un Mondiale l’anno e Salvoldi manco una medaglia di cartone. Bartoli non ha nessuna esperienza, soltanto (soltanto?) amicizie e conoscenze potenti. Si è improvvisato, quasi auto-nominato preparatore atletico, senza esserlo, per alcuni atleti Lampre – e del perché solo alcuni non si sa il motivo –. Convinto che; “la vera Università ciclistica è quella della strada”, il toscano porta con sé quel ciclismo anni ’90 che sarebbe invece ora far allontanare dal gruppo.

martedì 10 settembre 2013

Tra i 4 litiganti chi se la godrà?

UNA VUELTA DURA, RIAPERTA NELLE PRIME POSIZIONI. L’ULTIMA SETTIMANA DEL GIRO DI SPAGNA VEDE NIBALI ‘ROSSO’ (ANCHE DI GAMBE?) CON NONNO CHRIS, VALVERDE E RODRIGUEZ IN RIPRESA.
Profumo d’impresa in Spagna, con un quarantaduenne che insidia l’italiano Nibali in testa alla classifica. Quasi 15 anni per differenza d’età, ma obiettivo comune quello di segnare un esito finale che sarebbe storico. Per Christopher Horner un risultato che andrebbe dritto sparato sui libri di storia in caso di una vittoria ‘over 40’ ma anche solo a vederlo nei primi tre a 42 anni farebbe un certo effetto. Per Nibali una vittoria che, unita a quella del Giro, riproporrebbe la doppietta ciclistica di Giovanni Battaglin nel 1980. La Spagna non resta spettatrice, con Valverde che riesce a limare il distacco e Rodriguez che sembra in ripresa. Nibali ha perso mezzo minuto circa da Horner nella frazione di ieri (lunedì), ma una giornata di fatica è cosa che può capitare a tutti. Bene per il siculo che il momento nero non si sia fatto vedere se non nella parte conclusiva della frazione, e che il giorno di riposo sia caduto proprio il giorno dopo. Un’iniezione di morale per Horner (distacco 28”), Valverde (1’14”) e Rodriguez (2’29”) che forse maledicono la giornata di sosta. Adesso questi avversari non possono stare a guardare come sta Nibali. Devono tentare l’attacco e ci sono ancora due tappe dure: giovedì l’arrivo a Pena Cabarga propone il dover affrontare pendenze finali che toccano il 20%, e l’Alto de l’Angliru sabato nella penultima giornata di gara. Occhi aperti Venerdi. L’arrivo, ancora in salita, per una Vuelta con ben 11 arrivi in quota, propone la non difficile salita dell’Alto del Naranco. Ma nelle ultime 4-5 giornate di qualunque corsa di 3 settimane, le energie sono sempre calibrate al grammo. L’Italia ha visto Basso ‘saltare’ di botto a metà Vuelta per una pesante colpo di freddo che lo ha colpito in maniera irrimediabile. Grande amarezza per il varesino che stava giostrando molto bene la sua corsa, con l’obiettivo del podio madrileno non impossibile vista la buona pedalata espressa fino a quel momento. E per ora, sperando vada così fino al termine, ecco la conferma di Domenico Pozzovivo che potrebbe chiudere nelle prima cinque posizioni della generale. Pozzovivo si gioca molto in questi due anni. Ha cambiato maglia lasciando l’Italia per l’Ag2R, sapendo che una squadra World Tour non ti da solamente più denaro di contratto, ma chiede risultati di vertice.

giovedì 5 settembre 2013

Il ciclismo 'over 40' e qualche sua storia.

SENILITA’ CICLISTICA SUGLI SCUDI. QUASI UN SECOLO E MEZZO DI GAMBE CHE PEDALANO: CHRISTOPHER HORNER, DAVIDE REBELLIN, JENS VOIGT.
IL BUONO: Jens Voigt va matto per le fughe quasi impossibili. Ma nonostante sia uno che ami scappare dal gruppo per tentare il colpo gobbo – che solitamente gli va male, per la gioia di Cassani che così può continuare con il suo pessimismo cronico su qualunque fuga esistente e futura – non scappa dai suoi doveri famigliari, disseminando di figli (per ora sei) il cortile di casa. Viva preoccupazione per lo spazio dentro casa, pensando a quando si ritirerà e avrà più tempo ancora per stare con la moglie. Tedescone, nato nel settembre del ’71 in una località che sfiora l’impronunciabile, come il 50% delle località teutoniche: Grevesmuehlen. Non sappiamo se mette birra nelle sue borracce. Indagheremo. IL BRUTTO: Christopher (Chris) Horner invece è americano, anche se nato in Giappone nientemeno che ad Ukenewe nell’ottobre dello stesso anno di Voigt (un mese dopo). Perché nientemeno che lì?: non lo so, ma ci stava bene scriverlo. Non si sa come sia riuscito ad esser ancora in gruppo, avendo avuto a che fare in passato con Johan Bruyneel e Lance Armstrong. Intanto non soltanto è ancora nel plotone per correre, ma lo fa pure bene. Tanto ch’è riuscito a vestire la maglia rossa della Vuelta nell’edizione che si sta correndo in queste settimane.
IL CATTIVO? Davide Rebellin è un leone (agosto) sempre del ’71, e per il momento vanta il record di essere il primo atleta italiano ad aver vinto una medaglia olimpica, e poi averla persa per doping. In Europa è il più vecchio ciclista professionista. La medaglia rubata l’ha rispedita alla sede del CONI in busta chiusa. Dopo la squalifica di due anni ed aver corso per la (modesta) Miche Guerciotti e per una (modesta) squadra croata, la Meridiana Kamen, adesso difende le insegne della (modesta) Ccc Polsat Polkowice. Unico straniero in mezzo a (modesti) ciclisti polacchi e dirigenti polacchi. Se Wikipedia ce lo regala come vincitore di Amstel, Freccia e Liegi in una settimana, il suo desiderio per il futuro lo raccontò lo stesso veneto alcuni mesi addietro a CyclingPro: “…vorrei essere un modello per i giovani. Magari come allenatore.” Robe da matti? Mica tanto, quando vedi gente che all’ultimo Giro chiedeva foto e autografi a Cipollini. Le ‘dimenticanze’ giornalistiche portano risultati. Ritroveremo Re Imbroglione circondato dai sorridenti e smemorati amici Rai ai Mondiali? Tornando a Rebellin, negli ultimi Campionati Italiani è arrivato al 3° posto dietro a Santaromita vincitore, con Scarponi secondo. Diciamo che quel giorno Santaromita ha salvato l’FCI da una premiazione imbarazzante?

martedì 3 settembre 2013

Se Nibali controlla, se Basso avanza, se Moser scricchiola, se Pozzato rispunta.

LA PRIMA PARTE DEL GIRO DI SPAGNA VEDE NIBALI GUARDINGO IN ‘ZONA ROSSA’ E BASSO IN CRESCITA. MENTRE PER I MONDIALI ALLARME-MOSER. POZZATO TORNA IN LIZZA?
Che vento spira dalla penisola iberica? Le notizie buone parlano degli italiani Nibali e Basso con i migliori, dopo la prima parte della Vuelta. C’è anche Pozzovivo, che per ora è nei top 10, in una corsa che fin’ora ha fatto registrare un Joaquin Rodriguez al di sotto delle previsioni della vigilia. Dopo che Nibali ha vestito di rosso per qualche tappa, la maglia di leader è ora portata dal 42enne Chris Horner, probabilmente con il placet del capitano Astana, che non poteva prendersi la responsabilità della corsa fin dai primi giorni di gara, e difendere la leadership per quasi tre settimane sfiancando i suoi. Notizie confortanti arrivano per Basso, che ha mostrato una condizione in crescita. Al momento non sembra al livello di Nibali, ma potrebbe diventare outsider per il podio di Madrid. Con lo statunitense Horner attuale capo classifica, rispettano il pronostico Nibali, favorito assoluto, 2° a meno di un minuto, e Valverde che occupa la 3^ posizione a poco più di un primo. Adesso che il Giro di Spagna entra nel vivo, vedremo se ci saranno le prime uscite di classifica volontarie, in maniera da non dover correre con obblighi di posizione e la testa inizierà a fare calcoli di tipo ‘mondiale’. Tra un paio di settimane infatti (metà mese) dovrebbero arrivare le convocazioni per le varie nazionali. E qui potrebbe saltar fuori un notizia negativa per la nostra rappresentativa. Riguarda uno stop improvviso che è stato deciso per Moser. Si parla di un forte affaticamento e di uno stato di salute non entusiasmante. Si teme probabilmente un qualche virus che, anche se non grave, trova sempre terreno fertile nel fisico di un ciclista, visto che alcune discipline sportive prosciugano le difese immunitarie. Il trentino, 22 anni, potrebbe ritrovarsi nella condizione obbligatoria di scendere di sella e finire la stagione prima del tempo. Questo vuol dire che il nome del vicentino Pozzato torna in lizza come uomo per Firenze. Il veneto della Lampre sta dimostrando un’ottimo crescendo di forma, qualche giorno addietro a vinto il GP di Plouay. La nazionale maschile avrà 11 corridori (tra loro 2 come riserve), e al momento ci sono poche certezze: Paolini sarà CT in corsa, con Nibali uomo di riferimento per tutti. Altri nomi che dovrebbero probabilmente vestire azzurro sono Ulissi, Aru, Santaromita, Nocentini, mentre fra color che son sospesi troviamo Felline (riserva?), Visconti, Giampaolo Caruso e Pozzato che ora – aspettando notizie certe su Moser – rientra nel taccuino del CT.

domenica 1 settembre 2013

Settembre: l'editoriale

DOMENICA 29, NEL TARDO POMERIGGIO, AVREMO LA LISTA COMPLETA DI TUTTI I NUOVI CAMPIONI E CAMPIONESSE DEL MONDO. IL GIORNO PIU’ IMPORTANTE? FORSE DUE GIORNI PRIMA.
“Politica sportiva e pratica sportiva sarebbe bene stessero a buona distanza, ma nello sport ai più alti livelli convivono da sempre. Nei primi mesi di quest’anno lo statunitense Greg Lemond – due volte iridato, tre volte ‘giallo’ – si fece avanti come candidato per portare via a Patrick McQuaid la sedia più importante. La minaccia elettorale arrivava quindi da oltreoceano. Oggi la musica cambia. A Firenze, come candidato, sarà presente Brian Cookson, sessantadue anni, britannico, architetto paesaggista da poco pensionato, che a vederlo sembra più perfetto come il professore rompiballe di matematica e fisica di una qualche università. E forse rompiballe lo è sul serio. Ma un tizio che si presenta senza essere un personaggio noto, che credenziali metterà sul piatto per diventare il Numero Uno, il Capo, il Presidente? Le credenziali sono quelle di essere l’uomo che negli anni ’90 ha preso in mano la Federazione Ciclistica di Sua Maestà Britannica, di averla rivoltata come un calzino, e di averla portata, in dieci anni, ai vertici mondiali prima su pista e poi anche su strada, facendola diventare una scuola vincente che a suo tempo non si è vergognò d’imparare, copiare, ‘rubare’ dalle vecchie scuole, quelle che – come la nostra – non vogliono cambiare perché un tempo (decenni fa!) hanno scritto la storia e quindi figurati se adesso hanno qualcosa da imparare da quattro saputelli d’oltremanica che da un lustro vincono quasi ovunque. Con una differenza: che adesso tutti guardano come diavolo lavorano e vincono questi dannati saputelli. Wiggins, Cavendish, viene da dire anche Millar ma lì il discorso ha il suo asterisco, poi Froome, indi la caserma ciclistica del Team Sky. Brian Cookson dovrà vedersela con i compari di McQuaid, e con la poca voglia nell’UCI di cambiare, di avere più trasparenza. La sua arma più pericolosa? Una considerazione; “Sappiamo quanto guadagna il Presidente Obama e non si può sapere quanto guadagna il Presidente dell’UCI? Non ci siamo.” Poche parole, semplici, che messe insieme hanno avuto l’effetto di un sistema d’allarme attivato, e scatenato il solito lavoro di accordi sottobanco tra quelli che le poltrone importanti non vogliono perderle. Perché per cambiare le cose devi cambiare le teste, e quindi cambiare i sederi che scaldano le poltrone. Forse venerdì 27 ci sarà da divertirsi. O almeno speriamo“