«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 23 aprile 2017

I tanti Michele Scarponi di quasi ogni giorno

Si parlerà molto, così come si scriverà tanto ancora, della morte di Scarponi. Michele ha visto il suo tramonto finendo sulle pagine di cronaca. Quasi ogni giorno vi è un Michele Scarponi che se ne va. Sono cifre sempre preoccupanti quelle riguardanti le persone che muoiono sulla strada mentre pedalano. I dati che arrivano dall’Aci e dall’Istat scrivono di un morto ogni 35 ore negli anni dal 2012 al 2015. Dal 2001 sono morte più di 4.500 persone. Senza distinzioni di sesso ed età. La freddezza dei numeri ci trasforma da persone in cifre. Pedoni e ciclisti sono soprannominati gli utenti “deboli” della strada e nella mia città è iniziata, neanche a farlo apposta proprio il giorno della morte del ciclista italiano, una campagna di sensibilizzazione riguardo a questo tema. Le campagne però servono a poco se non vi è una consapevolezza comune su questo argomento. Molti pensano alle città intasate e quindi pericolose (più persone, più veicoli, quindi più possibilità di incidenti), ma molti incidenti gravissimi capitano fuori dai centri urbani. Quando hai davanti strade meno intasate, hai meno persone che ti attraversano la via, e anche quando hai meno ciclisti da superare o incrociare mentre fai la tua strada. La morte di Scarponi lascia sgomenti anche perché non vi è quel moto spesso di grande rabbia provocato da un utente della strada ubriaco, magari drogato, o di ritorno da una notte in bianco che lo ha stremato di bagordi. No. Vi è una gelida semplicità. Una persona stava andando a lavorare, un’altra aveva già iniziato il suo lavoro: pedalare per prepararsi al meglio nella sua attività sportivo-professionistica. Scarponi è morto in una maniera tristemente nota. Quasi quotidiana. Tanto da intristire si, ma che purtroppo ci intristisce senza stupirci.

giovedì 13 aprile 2017

Tutti medici, ma pensa....

È la sempreterna storia del mondo dello sport, dove l’atleta viene prima della persona. Tanto se va male i cocci sono di entrambi, tranne di chi ci chiacchiera sopra.
Fabio Aru ha iniziato una specie di cronometro riabilitativa in vista del Giro d’Italia. Il ginocchio infortunato in allenamento verrà ora monitorato giornalmente, mentre il corridore farà palestra per non perdere tono muscolare. Se va bene sarà un eroe, se va male la fretta dannata che gli si vuole appioppare addosso rischia di diventare una toppa peggio del buco, ma tanto il ginocchio è di Aru e non quello di chi scrive di provarci, di non mollare, e di provarci ancora e di non mollare ancora. Che il ragazzo cerchi di esserci alla partenza è certo, che ci riesca invece non è detto. Che lo si voglia presente per dare lustro al Giro è comprensibile, ma se devi avere in gruppo un corridore che debba fare vetrina per qualche giorno per una specie di Regio Decreto Ciclistico, allora si tira troppo la corda. Aru deve correre il Giro se può farlo, non correrlo ad ogni costo. Quando vi è di mezzo la cartilagine di un ginocchio non vi sono garanzie di guarigione totale al primo colpo. E se Aru sarà alla partenza del 100° Giro non potrà pedalare in gruppo per capire “come va” ma dovrà spingere. Se poi insorgeranno fastidi e questi non verranno affrontati in tempo se li terrà tutti lui, e allora si che i tempi di un secondo recupero si allungherebbero. E poi sotto con le declamazioni di dispiacere di chi senza averne titolo spinge un atleta su questioni di salute.

sabato 1 aprile 2017

Aprile; l'editoriale

Le pietre del pavè, le cotes che accendono le Ardenne, i “muri” che decidono una stagione, a volte una carriera. Sia quel che si vuole, ma qui urge risvegliarci.
“Era dagli anni ’60 che l’Italia non correva una Milano-Sanremo così fiacca. Il nostro miglior piazzato è stato Elia Viviani, che ha messo via un non entusiasmante 9° posto finale. Ma il ciclismo di casa nostra arrivava da un’altrettanto deludente Tirreno-Adriatico, dove anche lì siamo mancati. L’italiano che più ha fatto parlare di se è stato Moscon – forse l’unico su cui pare si possa coltivare qualche attesa per il Nord – ma solo per il brutto volo fatto nella cronosquadre di apertura. Adesso arrivano le corse pesanti, dove la questione pare riservata a Sagan, Degenkolb, Vanmarcke, Kristoff, Boasson Hagen, Van Avermaet, il Boonen che a Roubaix chiuderà il suo libro ciclistico ed alcuni altri che non hanno molto di italiano nei loro nomi. Lo scorso anno al Fiandre parteciparono sedici italiani. Finirono la corsa in due: il giovane Zurlo e Pozzato. Un bilancio misero.”

Ops!,....dimenticanza.

Visto che non sono mancati servizi tivù e salamecchi molto ruffiani (specie RAI) per celebrare il compleanno numero 50 di codesto amato atleta, pare giusto ricordarlo anche qui. Penso però meglio ricordarlo in maniera semplice con la copertina che più ha dato spazio al "suo" ciclismo. Ch'è poi lo stesso delle persone che lo rincorrono ansimanti per raggiungerlo con lo scopo di fare la foto ricordo per renderlo orgoglioso dell'esempio che ha dato, soprattutto ai giovani.