«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 20 marzo 2013

Ci crederanno ancora una cosa così?

(foto dal sito Women’s Cycling For All) Leggere che Rolf Sorensen, per sua ammissione, è stato uno sportivo falsato dal doping durante la sua carriera, sarebbe stata una notizia fino ad alcuni anni fa. Oggi è poco più di un nome che va ad aggiungersi alla lista dell’EPOca più pompata del ciclismo. Da poco si è corsa la Sanremo della neve, dove l’ascesa del Poggio negli ultimi anni ha avuto un incremento nei tempi di risalita. I ciclisti adesso ci mettono più tempo a scalarlo. Le visioni possono essere due. La prima; con l’ascesa delle Manie arrivano con le gambe più affaticate. La seconda; meno doping in gruppo (prima di dire ch’è sparito fatemi aspettare un momento). Certo è che la salita del Poggio, dalla seconda metà degli anni ’90 e fino alla seconda metà del decennio scorso veniva letteralmente ‘bruciata’ dai ciclisti del gruppo. Tornando a Sorensen, un altro ciclista straniero confessa. Sono pochi quelli italiani – di alto livello nessuno – che negli anni hanno confessato di avere corso imbrogliando. Ma vien difficile pensare che il doping sia esistito solo all’estero. Per sapere che Riccò, Sella, Basso, Rebellin, Garzelli, Simoni, Cipollini avevano a che fare col doping ci sono volute positività ai controlli, rivelazioni di quotidiani, out-out delle magistrature, ma non abbiamo mai avuto un’atleta confessare di suo. Basso lo fece davanti alla minaccia dell’esame del DNA, ricordandosi improvvisamente di aver avuto a che fare con Fuentes dopo mesi in cui negava. Simoni e Garzelli lasciarono il Giro nel 2002 (cocaina per il primo, diuretico per il secondo) Riccò, Piepoli e Sella vennero ‘beccati’, Cipollini disintegrato dalle tabelle edite dalla Gazzetta. Ma di ciclisti italiani di alto livello che si siano fatti avanti di loro volontà nessuna traccia, se non quando costretti dagli eventi. Se invece andiamo a indagare su nomi di alto lignaggio nel ciclismo di casa nostra degli ultimi 15 anni, ritroviamo ciclisti che si sono ritirati ‘sospinti’ da patteggiamenti giudiziari, altri che vedendo le squadre in cui hanno militato sono stati gregari di capitani che hanno fatto la storia del doping negli ultimi tre lustri (che sfortunata combinazione, specie quando le squadre in cui si è militato sono 4 consecutive!). Gli unici ciclisti che non hanno mai nascosto di aver avuto a che fare con i nostri medici sportivi (!) di più alto livello sono stati i ciclisti dei primi anni ’90 – tipo Fondriest o Bugno – che almeno non hanno inscenato le note commedie del “non immaginavo, non sapevo, mi fidavo” che sono state esposte da altri solamente davanti a un giudice, per poi prepararsi a chiudere la carriera quasi di punto in bianco per non rischiare di essere sputtanati davanti al mondo. “T’è andata bene. Siccome ormai la frittata è fatta decidi tu: sparisci dal ciclismo e ce ne stiamo zitti, ma poi non farti più vedere”. Possiamo interpretare così la scena, e anche la scelta di certi protagonisti del nostro pedale che nel ciclismo non ci hanno più rimesso piede, se non quando invitati, osannati e glorificati da Suor Alessandra, che spera ancora di darcela a bere recitando quando può la poesia dei bravi ragazzi. Forse si crede che la gente sia un branco di pecoroni scemi e soprattutto smemorati.

domenica 17 marzo 2013

Una Sanremo ‘ammazza-grandi’ promuove il tedesco Ciolek, vincitore della...Cogoleto-Sanremo!

Possiamo ricordacela per un pezzo questa Sanremo. Gli ingredienti non mancano: 3° di temperatura alla partenza, pioggia, neve, diversi favoriti che si ritirano, altri che alzano bandiera bianca stroncati dal freddo, 50 chilometri di percorso risparmiati, due salite cancellate. Sagan era il favorito ed era atteso protagonista. Così è stato. Peccato il commento di Pancani a fine gara che lo etichetta “sconfitto” per essere arrivato solamente secondo nella volata. Tenendo conto del tempo schifoso affrontato dai corridori quel temine fa capire quanto poco abbia pedalato Pancani voce attuale del ciclismo. Bene ha detto Cancellara nel dopo gara, lodando tutti i ciclisti arrivati. È stata una Milano-Ovada prima è una Cogoleto-Sanremo quella corsa. Niente Passo del Turchino causa neve, niente salita delle Manie. Una corsa divisa in due con Rosa, Montaguti, Fortin, Belkov, Lastras, Bak eroi di giornata e ripartiti con 7 minuti nella seconda parte di corsa. Tanti favoriti hanno detto: “Basta così per oggi”. Chi per ritiro, chi per caduta, chi perché le gambe hanno detto loro “Ti porto al traguardo. Non chiedermi di più”. Boonen, Goss, Nibali, Farrar, Hushovd, Boasson Hagen, Gerrans, Greipel. Bravi, tenaci, coraggiosi Stannard, Chavanel e Vorganov che tra la Cipressa e il Poggio per un pelo non costruiscono lo scacco matto. Ma dopo aver tribolato per il freddo tutto il giorno, Sagan, Cancellara, Paolini non hanno voglia di mollare proprio lì. E quando Cancellara parte cattivo verso la fine del Poggio e Sagan riporta i migliori sui due di testa (Chavanel con Stannard), tutto sembra dimenticato. La volata appare come quella tanto annunciata da giorni: chi sarà l’uomo che, senza volerlo, tirerà la volata a Sagan? Invece il talento del campioncino Cannondale non riesce a considerare l’intelligenza di Gerald Ciolek come suo contendente. E quando il tedesco lo affianca la forza di Sagan non basta. La Sanremo gli sfugge per poco, come forse l’anno passato. Cancellara, terzo, è un’esemplare forza mai doma, Chavanel (4°) avrebbe meritato il podio, Paolini (5°) è quello che Pozzato non è stato: pronto nel momento decisivo. Lasciamo stare le frasi fantasiose e limitiamoci a far tanto di cappello a Ciolek (foto: Bettini), così come a Sagan che da favorito ha corso da protagonista quando la corsa lo chiamava, e occhio a quel Cancellara che chiude un’intervista osservando che adesso è pronto per il nord. E caro Pancani, prima di dare dello sconfitto a un ventitreenne che perde una classica per 20 centimetri, corsa con un tempo di m***a, pensiamoci 10 secondi e poi stiamo zitti, che oggi perfino Suor Alessandra ha fatto bella figura.

venerdì 1 marzo 2013

Marzo; l'editoriale.

Mancano 65 giorni all’inizio del Giro d’Italia (per quello rosa sarebbero 119). “Con l’arrivo del mese di marzo la stagione agonistica inizia a presentare le prime corse importanti. Dopo un’inverno pesante dal punto di vista ciclistico/storico, con testimonianze più o meno celebri che hanno illustrato come le ultime due decadi sono state falsate dal doping in maniera robusta senza distinzioni di bandiere, sarebbe cosa ideale che il gruppo diventasse improvvisamente Under 25 per avere la speranza di poter ripartire con meno delusioni da qui a qualche anno. Ma siccome questo creerebbe una rivoluzione devastante soprattutto dal punto di vista economico – base di partenza per tutti gli sport quando si arriva ai livelli più alti –, questo non capiterà mai. Si diceva delle prime gare che valgono. Tra Parigi-Nizza e Tirreno-Adriatico, la seconda dovrebbe portare diversi big in Italia. Cosa sperare per la stagione che si presenta al suo continente storico? Che i protagonisti siano tutti ad armi pari – oddio, anche negli ultimi 20 anni lo erano ma in maniera diversa – e che il tempo di marzo sia ben diverso di quello di febbraio. È arrivata la notizia che il Giro 2014 partirà da Belfast. Con il Tour che il prossimo anno ripartirà dall’Inghilterra, e quello di Polonia che quest’anno partirà dal Trentino (logico, non trovate?), vien da pensare come il ciclismo non sia mai stato uno sport così universale come si sta dimostrando in questo decennio. O che forse non si è mai venduto così tanto nella sua storia. Marzo porterà la Sanremo di domenica. Ecco, bravi, speriamo che quella domenica “cadano” altri avvenimenti sportivi, così l’attenzione sarà molto più bassa del solito. Ma faceva così schifo la Milano-Sanremo di sabato? Dovremo abituarci. Per un pezzo sarà questa l’aria che tirerà. Non è una cosa entusiasmante, ma se vogliamo il grande ciclismo questa sarà la musica. E non è colpa sempre dell’UCI. Il ciclismo non ha molta voglia di ammodernarsi. Non ne ha per niente. Fin da come certe formazioni tentano di restare alle organizzazioni di 20 anni fa, con la scusante della tradizione storica. L’unica speranza è quella che arriva dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano che, dopo aver cambiato Re, adesso ha tutto quel che serve per aprire le finestre e arieggiare come Dio comanda un’ambiente dirigenziale che puzzava di naftalina marcia e ammuffita. Aria nuova nel CONI, aria nuova in politica con i Five Stars, aria nuova in Vaticano. Resiste la Federciclo con il terzo mandato consecutivo per Di Rocco. Speriamo non la paghino cara. Sul fonte rosa è arrivato l’incarico ufficioso da parte del presidente Di Rocco per Giuseppe Rivolta, vecchio patron del Giro-Donne, per iniziare il lavoro in vista della corsa di fine giugno. Di Rocco ha manifestato la speranza di un percorso meno difficile degli ultimi anni, per tenere il più a lungo vivace possibile la classifica generale. Tradotto; fammelo meno duro, così le avversarie della Vos hanno più speranze per vincerlo. Simpatica nota di cronaca sulla corsa, da quattro anni un’italiana (Noemi Cantele) non vince una tappa. Non sappiamo se nella storia del Giro femminile sia mai esistito prima un digiuno di tappe più lungo. Per la legge dei grandi numeri possiamo provare ad essere ottimisti?”