«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 25 settembre 2012

QUELL'ITALIA CHE NON SI MERITA QUESTE RAGAZZE.

Si, è vero, magari uno si aspetta l’articolo che parla di Gilbert, o di Nibali che gli ha fatto un lavoro quasi da gregario “lanciando” – senza intenzione certamente – il belga verso la vittoria. Ma penso che nelle riviste specializzate non mancheranno articoli abbondanti al riguardo. Quindi annoiamoci parlando di donne che fanno ciclismo. Che palle, vero? Nel settembre del 2007 la ciclista laziale Marta Bastianelli vince il titolo iridato in linea elite, con Giorgia Bronzini che s’impone nella volata per la medaglia di bronzo. Nell’agosto dell’anno dopo ecco Tatiana Guderzo vincere la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino. Nel 2009 Noemi Cantele vince la medaglia d’argento nella prova a cronometro elite, seguita dal bronzo in linea pochi giorni dopo. Dimenticavo; nel frattempo “SuperTati” vince il Mondiale in linea. Nel 2010 Giorgia Bronzini rivince per l’Italia il titolo del mondo nella prova in linea, vittoria che verrà ripetuta l’anno successivo. Pochi giorni fa Elisa Longo Boghini vince la medaglia di bronzo nella prova in linea. Sarà la seconda medaglia italiana in questi Mondiali dopo un’altro bronzo femminile, tra le Juniores, vinto dalla bolzanina Anna Maria Zita Stricker. Guardando alle elite, solo per restringere il campo, due conti; 9 medaglie (4 d’oro, 1 d’argento, 3 di bronzo) e almeno una medaglia ogni anno dal 2007. Fin qua i numeri, freddi, brutalmente senz’anima, semplici figli della cronaca. Martedì 11 settembre Edoardo “Dino” Salvoldi convoca tre potenziali capitane; Bronzini, Cantele e Guderzo. E fin qui nulla di strano. Però la prima non sta bene, leggermente influenzata, e le altre due non sono in forma. Allora Salvoldi che ti fa? Rompe gli schemi e senza troppi clamori attorno – perché tanto delle ragazze non gliene frega una sega a nessuno, tranne quando portano medaglie – annuncia che la corsa delle italiane probabilmente girerà su Elisa Longo Borghini (classe ’91) in ottimo stato di forma. Pensate a Bettini che punta su un’esordiente e dice ai suoi big; “Oggi si lavora per lui!” Probabilmente casini a non finire, con imprevisti ritiri a metà corsa. E intanto la musica è ancora la stessa, con le ragazze che salvano il sedere alla Federazione per l’ennesima volta. Ma che credete che cambierà qualcosa? Da anni vinciamo medaglie in rosa, Salvoldi ha costruito il ciclo-ciclistico più forte mai visto in senso assoluto tra le donne, che da 6 stagioni porta risultati ai massimi livelli di Nazionale. Eppure a casa nostra il Giro-Donne è stato una pena per il poco pubblico presente anche in contesti importanti (a Roma la cornice era misera). Contributo arriva anche da quel che scrivono i leccapiedisti dell’ambiente, che sapendo di essere letti dai padroni del vapore del ciclismo femminile, scrivono solo le cose buone e positive, per non finire nelle antipatie dei “boss”. Tra questa pochezza di passione per la donna ciclista, vittima di un semplice, puro e forte maschilismo ancora presente a grosse dosi negli appassionati, e aldilà delle loro parole di circostanza, riescono ad emergere un tecnico che guadagna in un’anno quel che forse Bettini guadagna in due mesi, e delle ragazze che se lavorassero anche solo part-time facilmente metterebbero via tanto uguale a fine mese, faticando però 10 volte meno fatica. Una cosa che invece è cosa critica per le nostre donne, è la scomparsa da anni di risultati a livello di GS. Quando un’italiana ha vinto una classica negli ultimi anni? Quando un’italiana ha vinto una tappa al Giro negli ultimi anni? Su queste cose, che chissà perché non vengono mai messe in rilievo, è giusto metter critica. Ma sul resto il ciclismo femminile, anzi le donne che fanno ciclismo, sono ancora viste come un contorno a chi fa “vero” ciclismo. Quest’ultima è l’Italia che non si meriterebbe questo gruppo di ragazze. L’Italia dei dirigenti che oggi mettono lì la questione che non ci sono soldi, mentre quando la crisi non c’era la musica era la medesima. L’Italia che per i maschietti prende il giorno di ferie tre mesi prima, ma non per queste ragazze perché il sudore di un Nibali o di un Contador vale 10 volte quello di Giorgia, Emma, Monia, Rossella, ecc….

giovedì 20 settembre 2012

IL MIO CICLISMO

BENVENUTI/E ALLA PRESENTAZIONE UFFICIALE (CHE PAROLONI!) DEL LIBRO “IL MIO CICLISMO”. HO MESSO INSIEME UN QUARTO DI SECOLO DI CICLISMO FATTO A MODO MIO, E SEMPRE A MODO MIO LO RACCONTO. RINGRAZIO LE PERSONE “INVITATE” TRAMITE FACEBOOK, CHE OGGI MAGARI PASSERANNO DA QUESTE PARTI. SAPETE CHE NON AMO ALLUNGARE TROPPO IL BRODO CON LE CHIACCHIERE, QUINDI VADO SUBITO A QUELLO CHE INTERESSA, CIOE’ IL LIBRO STESSO, RIPORTANDOVI QUALCHE “ESTRATTO” PER CHI FOSSE INTERESSATO.
Scritto per raccontare il periodo che va dal 1987 al 2011 (24 gli anni, ma con l’87 compreso ecco le 25 stagioni ciclistiche) gli inizi raccontano che…;“ In casa mia chiedere una bicicletta nuova era un rischio, a volte anche dal punto di vista dell’incolumità fisica. In quel periodo scorazzavo senza sosta con una bicicletta da cross pesante come un TIR e avevo deciso che, dopo alcuni anni, era il momento di cambiare. Chiesi a mio padre; “Se non posso avere la bici nuova, almeno posso farmela come voglio?”. La risposta positiva che ricevetti mi diede quasi carta bianca. Una bici da cross la stavo già usando ed il fuori strada non mi appassionava. BMX? Praticamente una sua parente, anche se molto più moderna. In quegli anni la strada era il mio cortile di gioco. Per me come per gli amici. Cosa mi serviva una bicicletta fuoristrada, se la maggior parte del tempo pedalavo, giocavo, “vivevo” per strada? Presi una normale bici da uomo che usavo per andare a scuola. Tolsi i parafanghi, il carter copricatena, il fanale, cambiai manubrio e via! Ecco la mia prima bicicletta da corsa. La colorai d’azzurro metallizzato, con cerchi color grigio mal di pancia e ci misi un sellino spacca-sedere come pochi. Ora ve ne racconto una. Siccome la bici me l’ero smontata pezzo per pezzo, vite dopo vite, quando la rimontai dovevo fare anche una breve prova generale di funzionamento. Come quando la Ferrari mette in pista una nuova Formula 1. Ma siccome era la prima volta che mi ero messo a fare un lavoro come quello, l’incertezza riguardo la mia abilità di artigiano ciclistico era ben presente nel mio animo. Ovviamente avevo bisogno di una cavia…”
Poi ci sono circostanze più amichevoli, in cui racconto di situazioni che sono state vissute qualche decina di volte. Per esempio una dozzina d’anni fa quando…; “Massimo ed io eravamo da un’ora e mezza ad attendere poco dopo Agordo, in una valle che in quel momento della mattina era in zona d’ombra. Dopo circa un’ora, iniziammo a ballare il rock’n’roll a bordo strada per non rischiare l’assideramento. Quando l’ammiraglia arrivò, voilà il sole che arriva! Ci lanciammo come due disperati in macchina, pregando il DS di far partire il riscaldamento a bomba. Dopo cinque minuti avevamo riacquistato la piena circolazione sanguigna. Il giro andò bene fino al rifornimento. I Passi Pordoi, Sella e Gardena vennero affrontati con sopraffina eleganza da noi campioni. Scendendo proprio dal Gardena, sostammo verso metà discesa per il rifornimento. Mettemmo sulle stomaco di tutto, dall’antipasto al dolce, recuperando i liquidi persi non solamente con acqua. Finimmo il rifornimento con il caffé del DS, che consiste in una spaventoso miscuglio di caffé al 49% con il resto di pura “correzzione”. Tra un paio di bicchieri di quello buono, una birra come aperitivo ed il caffé del DS pigliammo una mezza sbronza santa e pacifica. L’avremmo pagata più che cara di lì a poco, grazie al Passo Campolongo. Partendo in piena discesa avevamo deciso di coprirci bene. Giacca da mezza stagione e mantelline. Ripartimmo cantando (!?) verso l’inizio del Campolongo, ma l’ammiraglia non poteva seguirci. Il padre degli amici doveva metter via tutte le vettovaglie. Noi andammo avanti veloci, era tutta discesa, tant’è che iniziammo la salita coperti come Peppino e Totò quando arrivano alla stazione di Milano. Le giacche dove le mettiamo? Bella domanda, stai a vedere che ci tocca tenerle finche non arriva la macchina. E intanto che facciamo?....”
Ci sono poi anche momenti del libro in cui faccio finta di essere una persona seria e scrivo che…; ”…La salita di Faller assomiglia alla vita di tante persone. All’inizio è solare, docile. Per avere a che fare con lei basta un po’ di pazienza. In certi momenti ci puoi, brevemente, anche giocare insieme. Vicino alla strada spuntano alberi da frutto, alcuni orti, qualche casa. Salendo, la strada inizia ad essere molto regolare senza più gli strapazzi di qualche chilometro prima rappresentati da qualche rampa dispettosa. Come nei giovani, che ogni tanto hanno qualche idea balzana che si fa strada nei loro cervelli. Diventa regolare e le cose da guardare intorno cominciano a diminuire. Come quando nella vita si sceglie – o si deve seguire – una strada, e non ci sono più tante cose come prima da poter guardare e godersi. Si sale regolari senza troppe distrazioni. Poi il carattere comincia a cambiare. Il passaggio tra le case di Faller è rapido. Nemmeno cinquanta metri dopo aver superato la chiesa il paese già sparisce. La strada diventa docile, quasi piana, e inizia ad essere inghiottita dal bosco. Pedalando, o camminando, ci si può godere il fresco anche nel pieno di Luglio. Quando la via è docile nella sua pendenza ecco che, come nella vita al suo ultimo pezzo di strada, l’avanzare si fa più duro, faticoso, ombroso. La schiena non è più dritta nel pedalare, ma curva come nel camminare di chi ha da tanti anni i capelli bianchi. L’avanzare non è più bello, vigoroso, agile come all’inizio; ma lento, pesante, come il cammino di tutti quando cominceremo il nostro inverno…”
Ma principalmente ci sono tanti momenti vissuti in sella; “…Scesi a Predazzo e svoltai a sinistra con direzione Cavalese. Il tempo era più nuvoloso ma nel complesso soleggiato. L’Alpe di Pampeago la iniziai ricordando che avevo il Rolle al ritorno. Trovai qualche ciclista in Mountain Bike. Scambiai due parole con un paio di loro. In cima il tempo era coperto, iniziai a preoccupami. Mi fermai poco. Tirava aria fredda. Cinque minuti dopo ridiscesi. Una volta ritornato a valle pian piano pedalai verso Predazzo, mangiando tutta la roba da sgranocchiare che mi ero portato e che mi era rimasta in tasca. Verso l’una e mezza avevo già iniziato il Rolle. Tutto stava andando bene e speravo che andasse così fino alla fine. Infatti così non andò. A metà salita il cielo cambiò del tutto, ed uno spaventoso gigante nero si mise sopra di me minacciandomi non poco. Cosa potevo fare? Niente. Cercai di non farmi pigliare dall’ansia e salii regolare. Erano le due del pomeriggio quando la pioggia iniziò. Suor mantellina e Frate pazienza furono i miei alleati. Il temporale si scatenò al peggio quando ero negli ultimi chilometri di salita. Il mostro mi aveva trovato. Mi presi tutta l’acqua possibile ed immaginabile. In quei chilometri di ascesa sotto l’acqua la mia memoria andò a ritroso fino alla Campagnolo del 2004, oppure a quella domenica con l’amico Massimo verso Cima Campo nel 2000. Quando ormai erano le due e mezza del pomeriggio intravedevo la cima, ed anche un cielo che dall’altra parte non era così brutto. La strada era un lago ma non pioveva più. vuoi vedere che… Infatti quando arrivo in vetta che le strade sono bagnate, ma il cielo è quasi sereno. Non potevo togliere Suor mantellina visto che mi aspettava la discesa, e ricordo ancora che la temperatura era stranamente tiepida. Aspettai cinque minuti. Consumai mezzo pacchetto di fazzoletti di carta per asciugarmi alla meno peggio le gambe bagnate, giusto per non sentire troppo freddo in discesa. Scesi con cautela. Già dopo pochi chilometri a scendere la strada era perfettamente asciutta. Che vigliacco d’un temporale! Si era divertito scaricandosi tutto dalla mia parte a salire. Comunque meglio così. Dieci volte meglio la pioggia a salire, che non a scendere verso valle. Arrivai alla mia macchina verso le tre del pomeriggio. Avevo i piedi ghiacciati. Amen…” Questi sono brevi stralci di quello che, chi vorrà, potrà leggere ne “Il mio ciclismo”. Per contattarmi, casomai ve ne fosse il bisogno o la voglia, i modi sono i soliti ormai noti. L’E-Mail, tramite l’opzione “profilo completo” qui a destra del video, oppure la pagina Facebook mentre, se siete matti quel che basta da voler acquistare il libro, cliccando in alto a destra entrate direttamente nel sito dove potete trovarlo. Il costo è di 9 euro. Se qualcuno lo compra grazie. Se invece non avete interesse, grazie lo stesso. L’importante è che usiate il casco quando vi allenate.

martedì 18 settembre 2012

PAROLA D'ORDINE: STACCARLO DI RUOTA!

Basato su di un percorso senza troppi segreti, visto che nel finale ricalca quello dell’Amstel Gold Race, il Mondiale di Valkemburg si porta verso la corsa maschile di domenica con tanti atleti che possono portare a casa la posta piena. Dopo due edizioni che guardavano con simpatia alle ruote veloci, il titolo iridato 2012 sarà assegnato su di un percorso che sorride ai potenti finisseurs di razza. La salita conclusiva del Cauberg si trova a poco più di un chilometro dal traguardo e i suoi “numeri”, 1.200 metri di lunghezza con pendenza media del 6%, sono perfetti per staccare l’ultimo avversario di ruota e tentare la soluzione solitaria verso il grande sorriso della gloria. Un finale da scattisti con molta forza nelle gambe. Quali e quanti i favoriti? Bella domanda soprattutto perché la rosa dei nomi è abbondante. Se nelle ultime edizioni iridate i nomi dei velocisti erano i primi a presentarsi sulla bocca degli appassionati, lasciando poche speranze a ciclisti con differenti caratteristiche, adesso la musica cambia decisamente guardando proprio agli uomini da classiche. Per esperienza, per averci vinto due volte, per classe, perché è l’obiettivo principale di questa stagione fin’ora deludente, il belga Philippe Gilbert è il primo atleta da considerare. Avrà una nazionale che pedalerà cercando di non farsi scappar via il controllo della gara, a differenza di altri atleti che invece cercheranno di far indurire la competizione, proprio per sfiancare atleti dalle sue caratteristiche. Non dimentichiamo la Spagna, che vien fuori dalla Vuelta con Alejandro Valverde in piena forma, con Contador in crescita di condizione – anche se il percorso non è ideale per le sue caratteristiche – e facilmente non aspetteranno il finale per fare così un favore a Gilbert, che in un’eventuale arrivo di un gruppo ristretto d’atleti sarebbe certamente favorito. E poi Samuel Sanchez, che si esalta in finali del genere, potrebbe essere la mina vagante iberica. L’Italia punta su Vincenzo Nibali, che certamente non è atleta da volata finale. Vedendo i ciclisti convocati da Bettini, vien da pensare ad una squadra che negli ultimi 100 chilometri non mancherà di inserire qualche seconda punta nelle fughe di giornata, soprattutto con l’intento di attaccare e, così facendo, stancare i rivali più pericolosi per questo finale. I nomi di Moreno Moser e Diego Ulissi sembrano lì apposta. Di certo Nibali non è atleta che potrà competere in volata, a meno che il siciliano non abbia la possibilità di ritrovarsi in fuga con altri atleti di scarso valore velocistico. Poi ci sono atleti che senza avere chissà quale squadra alle spalle sono spauracchio per tutti, nessuno escluso. Lasciamo da parte Fabian Cancellara? Nemmeno a pensarci, visto che se mi porti un atleta con la sua devastante sparata sul finale, son dolori forse irrimediabili se gli lasci anche solamente 50 metri. Un’altro da non lasciare da parte, anche perché atleta di casa, è Robet Gesink. Non ha la progressione spaventosa di Cancellara, ma non aspetta altro che qualche nazionale distratta se lo porti in braccio fin sulla salita finale. Se dovessimo basarci sulle cronache ciclistiche riguardanti le ultime edizioni dell’Amstel Gold Race, Andy Schleck troverebbe posto tra i sicuri protagonisti. Guadando invece a questa stagione, Andy non troverebbe nemmeno posto in squadra se non fosse per il fatto che in Lussemburgo di buoni ce ne sono molto pochi. Sembra nella situazione in cui prima per lui finisce questa stagione e meglio sarà. Possiamo dagli un’ideale unica stella nei pronostici, ma più che altro sarà questione di vedere se sarà in giornata o meno. La Francia avrà in Sylvain Chavanel, l’uomo che non ha paura delle cose nervose e di ficcarsi dentro a qualche fuga da lontano. In caso di volata ristretta potrebbe fregare tutti quanti. E poi Thomas Voeckler che prima di mollare devi prenderlo a schioppettate, e se il tempo sarà brutto potrebbe anche esaltarsi. C’è un ragazzo invece, tra i tanti nominati, che quando vince ha sempre uno sguardo come di chi non riuscisse mai a rendersi conto di quello che ha fatto. Ma se ce l’hai a ruota è un cliente tremendo, che tu ti chiami Cancellara, Nibali, Contador o chicchessia. Peter Sagan è lo spauracchio di tutte le formazioni che vorranno giocarsi la gara all’ultimo giro. Tutti cercheranno non ritrovarsi il talento Luquigas alla propria ruota nel finale. Al Tour ha fatto vedere cose strepitose, battendo avversari di primo piano in quasi tutti i modi. Con volate ristrette su finali in salita staccando di ruota finisseurs di razza, giocando con altri fino allo scatto risolutivo negli ultimi 200 metri, recuperando “buchi” che sembravano incolmabili. Forte di gambe, non ha niente da perdere perché se vince sarebbe il coronamento di un’estate esaltante, se non vince parliamo di una ragazzo di 22 anni e hai voglia se le occasioni non ci saranno in futuro. Sa avete il palato fine, avrete notato che a volte fa ancora qualche sbaglio. Questa immaturità gli ha negato l’Amstel proprio questa primavera (l’italiano Gasparotto ringrazia sentitamente) e la possibilità di giocarsi la Sanremo in marzo. Peter non ha una squadra forte. Dovrà “succhiare” le ruote delle altre Nazionali, “limare” posizioni nell’ultimo giro senza farsi troppo notare – Oscar Freire Gomez è un maestro in questo. E anche lui per un pelo non veniva lasciato scappar via che zitto zitto fregava tutti e si portava a casa proprio l’Amstel di quest’anno – e cercare di tenere le ruote dei migliori per giocarsi l’iride sul Cauberg. È il più forte talento in assoluto tra il “nuovo” che avanza, l’uomo che può far saltare il banco iridato di Valkemburg.

sabato 15 settembre 2012

CARTA A SORPRESA?

Dopo due anni la nazionale rosa di ciclismo parte senza i favori del pronostico dal punto di vista della singola ciclista. A livello di squadre invece le Salvoldi’s’Angels rappresentano sempre il gruppo più vincente mai visto. I percorsi iridati di Gelong e Copenaghen strizzavano l’occhio, con quello olimpico di Londra, alle ruote veloci di Giorgia Bronzini e colleghe velociste. L’italiana ha centrato due occasioni su tre, ma stavolta il percorso che attende le ragazze guarda alle finisseurs. Nessuna novità nello scrivere che Marianne Vos è l’atleta favorita sul traguardo olandese, questo indipendentemente dal fatto di essere ciclista di casa. Ci sono alcune novità in Casa-Italia che profumano di silenzioso cambio della guardia. Alcune delle “vecchie” atlete ci sono ancora, con qualche sorpresa sulle assenze: troviamo sempre Giorgia Bronzini, Tatiana Guderzo e Noemi Cantele, però mancano Monia Baccaille e Marta Bastianelli. Tenendo conto che la Bastianelli non è ancora ne carne ne pesce – ciclisticamente parlando, nel senso che ancora non si è visto in cosa svetti – strana la rinuncia alla Baccaille. Forse Salvoldi è quasi certo che l’arrivo sarà per un gruppo ristretto, ed ha voluto una gregaria pura in più. Non troviamo nemmeno Valentina Scandolara, ma in compenso la linea verde inizia farsi strada con altri nomi. Queste le convocate dalla Federazione; Elena Cecchini, Tatiana Guderzo e Marta Tagliaferro (GS MCipollini) - Giada Borgato e Giorgia Bronzini (GS Diadora) – Dalia Cuccioli e Noemi Cantele (GS Be Pink) – Francesca Cauz (GS Top Girls) – Rossella Ratto (GS Verinlegno Fabiani) – Elisa Longo Boghini (GS Team Hitec). Rossella Ratto ed Elisa Longo Boghini saranno le donne per la cronometro. E qui, per chi segue il ciclismo femminile (qualcuno esiste?), da notare la rinuncia alla campionessa d’Italia Tatiana Guderzo per la prova contro il tempo. Si sa che Salvoldi è sempre stato molto semplice nelle sue valutazioni di stampo cronometrico; le prime due della settimana tricolore nella prova a cronometro iridata. A meno che non abbia influito la scarsa prestazione della Guderzo alla prova olimpica contro le lancette. Oppure, conoscendo caratteristiche delle atlete a disposizione ed il tipo di percorso, tentare una corsa fotocopia del 2009 in quel di Mendrisio. Noemi Cantele e Tatiana Guderzo per gli ultimi 20 chilometri di corsa, con Giorgia Bronzini nominata capitana all’istante nel caso la salita che porta all’arrivo non sia abbastanza selettiva. Giorgia non ha mai tenuto segreto che se è nella condizione migliore, riesce a tenere le salite di 1500/2000 metri. Di più tanti saluti, non ci prova nemmeno. La Guderzo dunque “segreta” capitana? Difficile, o almeno che sia lei l’unica carta per il finale, visto che la Cantele insegue l’iride sin dal titolo della Bastianelli, e parliamo del 2007. L’ipotesi volata di gruppo appare però impossibile, visto che Marianne Vos potrebbe/dovrebbe cercare di indurire la gara negli ultimi 2 giri, proprio per evitare un’altro argento magari dietro ad una Bronzini-tris. In caso di volata ci sono molte speranze con la Giorgia, discrete con la Cantele in caso di gruppetto e poche con la Guderzo, a meno che non arrivi con atlete che in volata non siano quasi ferme. Giusto chiamare Giada Borgato che ha vinto molto bene il tricolore, molto giusto chiamare Rossella Ratto ed Elisa Longo Boghini. Queste ultime meritano di essere tenute d’occhio nelle prossime due stagioni. Senza chiedere loro di spaccare il mondo fin dalla prossima stagione, sia chiaro, col rischio di fargli passar la voglia. Già la vita di una ciclista in Italia ha dato di questi risultati con altre atlete, anche dotate (vedi Anna Zugno pochi anni fa). La corsa femminile si correrà sulla distanza di 130 chilometri sabato pomeriggio.

mercoledì 12 settembre 2012

IL CONTO E' SEMPLICE; 2+2= NIBALI.

La notizia è una, anche se con un po’ di cattiveria potrebbero essere due. La prima è che Vincenzo Nibali sarà il nostro capitano nella prova in linea elite, per giocarsi il titolo iridato in quel d’Olanda. Paolo Bettini ha scelto di costruire una formazione per il siciliano, continuando anche quella scelta di ricambio generazionale che giustamente porta avanti. Il Commissario Tecnico ha fatto i conti in maniera semplice, affidando la sua squadra al ciclista nostrano che ha conseguito i migliori risultati in questa stagione (vittoria nella Tirreno-Adriatico e podio al Tour), rinunciando giustamente a Damiano Cunego, che nonostante sia stato quasi certo del posto in azzurro fino all’estate, e come uomo su cui puntare visto il percorso, ha però corso in maniera veramente anonima il Giro di Spagna. Per Nibali è la prima vera occasione iridata come uomo di riferimento assoluto, a dimostrazione che ormai il siciliano rappresenta il “movimento” azzurro in toto. La seconda notizia, che magari passa in silenzio, dice che Damiano Cunego non correrà il Mondiale su di un percorso che sulla carta era molto buono per lui. Per il veronese il segnale che se pensava di essere intoccabile, dovrà invece ripartire senza certezze dalla prossima stagione e riguadagnarsi (l’ha mai avuto?) il ruolo di leader tra gli azzurri. Forse in questa “bocciatura” c’è anche il vecchio Bettini ciclista. Lui, uomo che quando era in attività ed atteso ad un risultato spesso era protagonista, ha avuto buona memoria del fatto che Cunego è ciclista che (troppo) spesso e volentieri manca sempre nei momenti in cui è atteso. Tante volte Bettini ha detto e ribadito che lui vuole vedere anche risultati. Nella prova contro il tempo i ruoli sono quelli già rivisti. Marco Pinotti a fare da “chioccia” per Adriano Malori, che adesso dovrà far vedere qualcosa perché sarebbe anche ora visto che da tre anni se ne parla un gran bene. Nella formazione italiana l’età media si è abbassata (26 anni) e forse siamo all’ultima occasione che vedrà in azzurro Rinaldo Nocentini (‘77), Marco Pinotti (‘76) e Luca Paolini (’77), anche se la tentazione dei prossimi Mondiali a Firenze da sempre stimoli ed energie. I più giovani, Moser (’90), Nizzolo (’89) e Malori (’88). Ecco gli azzurri convocati dalla Federazione; Vincenzo Nibali, Moreno Moser ed Eros Capecchi (GS Liquigas) – Dario Cataldo e Matteo Trentin (GS Omega/Quick Step) – Oscar Gatto (GS Farnese Vini) – Diego Ulissi e Adriano Malori (GS Lampre) – Marco Pinotti (GS BMC) – Luca Paolini (GS Katusha) – Rinaldo Nocentini (GS Ag2R) – Giacomo Zizzolo (GS Radioshack/Nissan) – Marco Marcato (GS Vacansoleil). Malori e Pinotti per la cronometro. Le due riserve saranno scelte prossimamente.

lunedì 10 settembre 2012

IL RE NON CEDE IL TRONO.

La seconda vittoria alla Vuelta di Re Alberto V° è forse una delle più importanti tra quelle conseguite a cavallo del decennio. Per niente facile visto che “doveva” vincere, e gli stessi organizzatori usavano da alcuni mesi il suo ritorno agonistico come potente veicolo pubblicitario per la corsa. Un’edizione, questa della Vuelta 2012, che dal punto di vista ciclistico regalava il percorso più duro tra i Grandi Giri, e che ci ha dato delle risposte certe sui protagonisti principali del podio madrileno. Si diceva del quasi obbligo per Contador di vincere. Come ha fatto in passato per quasi tutte le sue vittorie, l’iberico della Saxo Bank si è imposto con distacchi abbastanza modesti nella classifica finale, con Valverde a Rodriguez staccati di neanche due minuti. Tornava da sei mesi d’inattività in gruppo – puoi allenarti come un pazzo scatenato, ma la corsa è musica diversa – non aveva le gambe dei tempi d’oro (vedi Giro 2011), ma non ha mancato di giocarsi tutto nel penultimo arrivo in salita dove, come al Tour dello scorso anno, ha fin dall’inizio fatto corsa dura accettando il rischio di perdere tutto per cercare di vincere. Al Tour gli andò male, stavolta invece ha piegato gli avversari con un’azione coraggiosa, tenace, da campione. Peccato per il gesto dei sette Grandi Giri vinti in carriera, che potrebbe lasciar perdere d’esprimere. Per il resto il gruppo è avvisato. Alberto V° si è tolto la ruggine di dosso, se questa aveva fatto in tempo a formarsi. Al secondo posto della generale ritroviamo il redivivo Alejando Valverde che al Mondiale – ormai vicino – porterà con sé una condizione fisica perfetta per trovare spazio nella rosa dei tanti (visto il percorso) favoriti in quel d’Olanda. E insieme a Valverde – e forse Contador? – non escludiamo che la Spagna schieri anche Joaquin Rodriguez. Questo ciclista da tre stagioni ha iniziato a puntare alle classifiche dei Grandi Giri. Benissimo, diamo un’occhiata con un pelo di pazienza; al Giro 2011 ha concluso 5°, in quello di quest’anno è arrivato 2°, alla Vuelta è arrivato 3° ed alla Vuelta vinta da Nibali (2010) ha chiuso al 4° posto. Gli manca poco, forse la squadra giusta e calibrata per lui, ma vive la storia delle due facce della medaglia. In questa edizione della corsa di casa ha vinto tre tappe, ha corso alla grande, ma l’attacco di Contador lo ha stroncato mandandolo in crisi. Diamogli l’onore delle armi, lo merita, come aveva corso un bel Giro d’Italia vestendo la maglia fino, quasi, al termine. Però adesso le gare si devono vincere. Questo l’esito della Vuelta 2012 riguardo al podio. Ora aspettiamo i convocati per le Nazionali che difenderanno i nostri colori, con la curiosità di vedere chi sarà il capitano della nostra formazione. Dovessimo basarci sulla Vuelta appena finita, sappiate che Cunego ha fatto schifo. Se voleva risparmiare le gambe – e se il veronese sarà quindi convocato – in vista dell’iride non ce ne sarà per nessuno!

sabato 1 settembre 2012

SETTEMBRE; L'EDITORIALE.

"Uno alla guida di una vettura, l’altro di una squadra. Da quando Paolo Bettini è salito nell’ammiraglia azzurra, la Nazionale elite uomini ha puntato su Filippo Pozzato nel 2010 e Daniele Bennati l’anno scorso. Con il vicentino portammo a casa – dall’Australia – una sentita delusione, per una volata che ci regalò un’indigesta medaglia di legno. L’anno scorso i mondiali danesi ci fecero vedere come una squadra, la nostra purtroppo, poteva sfaldarsi in pochi chilometri mettendo nelle valigie dei sogni le nostre rinnovate delusioni, qualche sfogo amaro e un Mondiale da dimenticare mentre le donne, poco considerate da appassionati e Federazione se non quando ci sono medaglie con cui fare fotografie, paravano il sedere per l’ennesima volta alla nostra FCI con un'altra iride in linea. Alle Olimpiadi da poco disputate la situazione non è stata entusiasmante, anche se correre con una squadra di cinque elementi è cosa ben diversa per quasi tutti. Fatto sta che se questo mondiale dovesse regalarci un risultato deludente, soprattutto ancora figlio di indecisioni in corsa, il bilancio da tecnico di Bettini potrebbe venir messo in discussione fino a spingere l’FCI a cercare un sostituto. A difesa dell’attuale CT riportiamo il fatto che è arrivato in azzurro ben prima di quel che tutti pensavano, a causa dell’improvvisa morte di Ballerini a febbraio 2010. Ma tenendo conto che tra mondiali del 2011, Olimpiadi a Londra da poco passate e gli ormai prossimi mondiali, Bettini ha sempre avuto dalla Federazione carta bianca, avendo anche la possibilità di organizzare dei ritiri ciclistici durante l’anno per provare e riprovare vari ragazzi su cui aveva una certa fiducia. Volenti o nolenti è arrivato il momento del raccolto e anche il CT lo sa. Bettini conosce bene gli onori e gli oneri di un volante importante come quello dell’ammiraglia italiana. Gli è stato permesso di lavorare la terra nei tempi da lui voluti, ha potuto scegliere i semi che considerava migliori tra quelli disponibili – pensando al giusto divieto per la maglia azzurra verso gli atleti che hanno avuto rogne con il doping – e adesso siamo arrivati al momento di fare due conti. Per ora il bilancio è in rosso. Quanto cambia la musica per Damiano Cunego? Forse poco, anche se per quanto riguarda la maglia azzurra il veronese ha trovato rinnovata fiducia dal CT, ricevendo per ora un’ufficioso ruolo di primo piano in seno alla squadra di quest’anno. Cunego ha potuto prepararsi al mondiale al meglio, fermandosi durante l’estate dopo il Giro, per ripartire senza fretta in vista della Vuelta, sua corsa di preparazione in attesa dell’imminente rassegna iridata. Dell’ex bocia di Cerro Veronese ormai se ne conosce il marchio di fabbrica: quando l’aspetti stai fresco, quando non gli dai retta te lo trovi coi migliori. Il percorso ricalca in buona parte quello dell’Amstel Gold Race, con la breve e selettiva salita del Cauberg a un chilometro e mezzo dall’arrivo. Se come pare probabile la nazionale italiana cercherà di fare indurire la corsa per aprire la strada alle doti di Cunego nel finale, Sagan, Gilbert e Samuel Sanchez permettendo, il veronese potrà contare su un percorso molto buono per lui, che se da un lato può essere visto come occasione ghiotta, dall’altra diventa l’opportunità che, se giocata male, non potrà avere fondamenta per alibi di sorta. Da qui alla corsa mancano ancora tre settimane, ma proprio questo fine settimana dovrebbero arrivare le convocazioni azzurre. O almeno era tradizione che i nomi venissero dati all’inizio della terza settimana di gara. A meno che, visto l’anticipo deciso dalla Vuelta quest’anno, Bettini non decida di aspettare proprio la fine della corsa iberica per svelare le sue carte iridate. Gli assi non gli mancano, sta a lui il decidere come sistemarle sul tavolo e a Cunego giocarsele al meglio"