Per anni in questo spazio web scrivevo (a modo mio) di ciclismo, da luglio 2017 è solo uno spazio di lettura. I motivi li trovate nel primo articolo qui sotto.
«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.
Visualizzazione post con etichetta Ciclismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ciclismo. Mostra tutti i post
giovedì 25 luglio 2013
Tocchera' mica comprare un tappeto più grande?
E COSI’ UN GIORNO SCOPRIMMO CHE IL CICLISMO ERA FALSATO. MA ORA GLI APPASSIONATI FARANNO DUE CONTI OPPURE; “CHI SE NE FREGA, VOGLIO LO SPETTACOLO!”? IL CAMBIARE MENTALITA’ PARTE DA QUI.
Una cosa emerge dall’inchiesta doping post Tour ’98: Ullrich era più dopato di Pantani, ma Olano in questo pare non lo battesse nessuno. Ci sono ciclisti che hanno pagato pesante. Chi con il palmarès come Armstrong, chi con il sistema nervoso prima e la pelle poi come Pantani, chi se l’è goduta per anni e anni come Riis (ma dall’aria che tira forse durerà poco) solo perché se apre bocca se ne tira dietro a decine tra dirigenti, ciclisti, team manager…. C’è chi è stato preso per il sedere come gli appassionati, chi continua a prenderci per il sedere come Gimondi, perché ritiene cosa migliore che le provette vengano buttate dopo le controanalisi, della serie; vengo a rubare a casa tua, ma se non mi beccano subito posso tenermi quel che t’ho rubato perché sono i poliziotti che dovevano essere più bravi a fare i poliziotti. Giusto che non c’è senso nel cambiare adesso gli ordini d’arrivo, perché se lo fai dev’essere per tutti. Però non possiamo cercare di far ammucchiare la sporcizia sotto il tappeto. Ullrich, Armstrong, Tafi, Riis, Jalabert, Zulle, Virenque, Brochard, Pantani, Cipollini, Zabel, per dire i nomi maggiormente altisonanti di quel periodo, sono stati protagonisti consapevoli di una disciplina sportiva falsata, che non può essere presa ad esempio. Non si possono trattare come dei miti dello sport solo perché tutti correvano ‘comunque’ alla pari. Allora si ridanno i Tour a Lance, a Landis, a Contador, una Vuelta a Heras. Vieni a rubare a casa mia, quindi posso farlo nella tua? Allora dovemmo trattare come dei miti i velocisti e velociste che nell’atletica hanno assunto tutto e il contrario di tutto. Se a Pantani andava bene ‘adeguarsi’ agli altri ha sbagliato. E questo si deve dire. Inutile parlare di svolte culturali se continuiamo a mitizzare quel periodo ciclistico perché ci ha dato tante corse combattute. Allora si abbiano i coglioni di dire; “Affari loro. Il sangue era il loro. Sapevano quel che facevano. Non gliel’ho mica chiesto io di prendere quelle robe.” E così almeno possiamo continuare a girarci dall’altra parte guardando alle granfondo dove la situazione è da sudori freddi, che nei dilettanti i controlli sono un’optional ma chi se ne frega perché non è mio figlio quello che ci corre, che negli juniores adesso uno può scegliere il medico che gli pare e parliamo di ragazzi ancora minorenni. Poi continuiamo a trattare come campioni esemplari vecchi ciclisti, e li sentiamo in vecchie interviste – perché ormai morti – dire che il loro doping a confronto di quello di oggi era all’acqua di rose perché usavano la simpamina, derivata da?... Andate a curiosare. Come cambi mentalità se trattiamo come idoli persone che hanno accettato di falsare quello che facevano, e ne stimiamo altre che cercano di difenderne l’operato lavorando di omertà?
Etichette:
Ciclismo,
Ciclismo e doping,
epo,
UCI
venerdì 12 luglio 2013
Il Giro-Donne va in archivio con un'edizione apparentemente buona.
E COSI’ LA 24^ MAGLIA ROSA FEMMINILE E’ VOLATA OLTREOCEANO. DUE GIORNI SU OTTO AD ALTO LIVELLO E DA PARTE DELLA STATUNITENSE ABBOTT TANTI SALUTI. IL PODIO? UNA FOTOCOPIA DEL 2010. UN’ARTICOLO CHILOMETRICO, COME DA TRADIZIONE NEL POST GIRO-DONNE.
Mara Abbott corse in Italia un paio d’anni addietro con la Diadora-Pasta Zara. Patendo alcune magagne fisiche, ma nondimeno distanza e ambiente rinnovato, l’americana riprese presto in mano le sue valigie e se ne tornò in Patria (senza troppi pianti da parte dei trevigiani). Meglio hamburger e Coca-Cola che radicchio rosso e Prosecco. Ma quando si tratta di Giro d’Italia la ragazza non ha fatto mancare i risultati, visto che la sua carriera è marcata in maniera determinante dalla nostra corsa. Nel 2010 (come quest’anno) vinse la corsa imponendosi in due tappe consecutive, con gli allora traguardi a Livigno e sul Passo dello Stelvio. Nel 2010 (come quest’anno) non si fece mai vedere se non nelle frazioni più importanti e temute, nel 2010 (come quest’anno) tolse la maglia a Marianne Vos e non la mollò più, nel 2010 (come quest’anno) si mise dietro una certa ciclista italiana di cui non ricordo il nome e Claudia Hausler. Seconda nel 2010 fu la tedesca Arndt, oggi un’ex del gruppo, quindi i valori sono praticamente gli stessi a tre edizioni di distanza. Nel 2009 l’americana giunse seconda nella generale, a soli 30” da Claudia Hausler e s’impose nella Calcinaia – Monte Serra davanti alla miglior Hausler (che per l’appunto vinse quel Giro) e alla britannica Pooley. Erano gli anni in cui la Cervelo e la Columbia High Road comandavano quasi come gli pareva. Fatto sta che l’atleta statunitense quando ha corso il Giro un segno lo ha sempre lasciato. Anche storico, essendo la prima e fin’ora unica atleta a stelle e strisce ad aver vinto il Giro italiano. Una ciclista da massimo risultato con il minimo sforzo, che ‘lima’ il più possibile, resta sempre coperta dalle compagne di squadra, e che solitamente quando esce dal gruppo lo fa per arrivare davanti per i fatti suoi. La Abbott ha beneficiato in diverse occasioni proprio delle compagne di squadra, che le hanno permesso di arrivare all’inizio delle salite senza spremersi troppo. Cosa che solitamente fa anche la Vos, che però essendo un po’ impaziente ama pensar lei in prima persona a sfiancare le avversarie. Tenendo conto che l’americana è al momento migliore della carriera (ha 28 anni), non è da escludere che per due o tre anni ancora sarà protagonista.
Giorgia Bronzini avrà pensato; “Ecco che la Toitemberg non è più un pensiero, e mi ritrovo questa qui tra i piedi anche per le volate!” pensando alla Vos? Probabile. Intanto l’ex iridata – aiutata da un’imprevisto per l’olandese – ha vinto una tappa, e questa è già una notizia, visto che da quattro anni uscivamo dalla gara con le tasche vuote per le vittorie di giornata. La Vos ha preso due scoppole pesanti nella Varazze – Monte Belga e nella Terme di Premia – San Domenico. Tra l’una e l’altra di queste due frazioni, vinte proprio dalla Abbott, l’olandese si è trovata sul groppone 7 minuti. Scena inusuale, forse non casuale, l’arrivo della 4^ frazione, Monte San Vito – Castelfidardo, quando l’olandese era seduta sull’asfalto e stremata come poche volte la si è vista. Comunque, maglia ciclamino, tre vittorie, due secondi posti sono bottino da protagonista. Tra le altre straniere la statunitense Evelyn Stevens, fresca di ‘Trentino’ vinto, ha disputato una corsa senza infamia e senza lode. Il 5° posto conclusivo nella generale premia un’andamento da brava formichina. Peggiora un po’ rispetto al 3° dell’anno scorso. Formichina ritrovata è stata la tedesca Claudia Hausler, che con due secondi posti di giornata è riuscita nel costruirsi un 3° posto finale che le fa risentire l’aria del vertice. La tedesca ha un ottimo bilancio ‘rosa’, con la vittoria nel 2009 e altri piazzamenti tra le migliori già nel 2008 e nei successivi a quello dell’edizione vinta. Forse patisce il fatto che spesso è ciclista molto (troppo?) attendista nonostante le gambe buone. Ricorda una certa ciclista veneta….
Marta Bastianelli è una ciclista sopravvalutata? Domanda cattiva, ma riguardo al Giro di lei si sono quasi perse le tracce. Per questo c’è ben poco da scrivere. Chi invece ha fatto un bel Giro è stata Francesca Cauz, che per la Top Girls Fassa Bortolo porta via la maglia bianca come miglior giovane, e due piazzamenti tra le prime 3 nelle due frazioni vinte dalla Abbott – un caso? – mettendosi dietro tali Luperini e Guderzo. Mai saputo niente sul rifornimento ‘paterno’ nella 4^ frazione, quando il genitore le ha passato borraccia e lattina di Coca-Cola da bere. La cosa, notata anche dal telecronista – è lui che ha detto che si trattava del padre della ciclista, quindi si può ipotizzare che si fosse informato prima di fare il commento della sintesi tivù – è permessa a pochi chilometri dalla fine o c’è stata manica larga? Alla fresca tricolore Dalia Muccioli, appena ventenne, giusto era non chiedere se non presenza in prima fila nelle partenze, per sfoggiare il bel simbolo del tricolore ciclistico. Valentina Scandolara? Bene. Fino a quando a potuto la maglia verde era sua, cercando di raccogliere punti su ogni minimo avvallamento esistente sul percorso delle tappe. Presente in diverse fughe fino alla 6^ frazione, ha lavorato poi come gregaria per la Guderzo. Nei finali non riesce ancora a ‘tener botta’ cioè ad essere lì con le migliori, ma questa è la terza come elite per la veronese. Non sono tutte Vos, Guderzo, Hausler, Pooley. Dal prossimo anno magari si potrà iniziare a chiederle qualcosa di più. Due parole tiriamole fuori per Valentina Bastianelli. Da anni ormai questa benedetta ragazza parte a testa bassa non appena il Direttore di Corsa abbassa la bandierina. O la pagano per farlo – e sapendo degli stipendi delle cicliste potrebbe essere – o qualcuno le dica che queste fatiche assurde potrebbe tentarle dopo i 50 chilometri, invece che mettendo in atto 40 tentativi per tappa nei primi 10 chilometri di strada. Se facessero la maglia della combattività per i primi chilometri, vincerebbe per manifesta superiorità.
Prima di andare a toccare il momento più atteso dai voi lettori, e cioè il pezzetto dedicato all’allegra brigata della Radio e Televisione Italiana, due parole su COLEI che non ricordo chi sia, ma comunque il secondo posto conclusivo Le da la miglior prestazione della carriera nella corsa rosa. Piazzamento che rappresenta anche il miglior risultato di un’italiana, dalla vittoria 2008 della Luperini. Però, ecco un’altra occasione in cui la vittoria era nei paraggi ma è scappata via. Come scritto l’anno passato, LEI più di così non và. Ma se non si attacca, sperando solo in una selezione naturale causa fatica, si combina poca roba. Chi metteva in difficoltà la Vos in questi anni? La Pooley e la Abbott. Due che quando hanno avuto la possibilità partivano rischiando di saltare. Nessuna sorpresa nel Suo recupero sulla maglia rosa nella cronometro – non sarà mica sempre un caso se una vince diverse volte il tricolore contro il tempo – ma c’è sempre questo modo di correre troppo attendistico, molto Cunego, che spesso porta più risultati per rimediare alla meno peggio, quando invece le qualità per far impazzire le avversarie ci sarebbero. A meno che essere la migliore delle italiane sia già quello che basta. Davanti a Lei l’anno scorso si piazzò la Luperini, quest’anno squalificata verso la fine, perché la sua bicicletta è stata trovata troppo leggera ai controlli. Pochi grammi, ma quel che bastava per buttare un Giro. Giro-Donne che saluta Alessandra D’ettorre, ‘senatrice’ delle nostre ragazze da tempo. Mai stata campionessa, ma sempre vista con rispetto. Tante le maglie azzurre portate, tante le capitane “riportate sotto”. Due righe ci stavano. In teoria la stessa cosa si potrebbe scrivere per Noemi Cantele, che ha dovuto rinunciare all’ultimo momento a quello che – pare – doveva essere il suo ultimo Giro. Già due anni fa parlava di ritiro. Poi forse il fatto di correre un Mondiale in Italia le ha fatto allungare la strada. Ipotesi: vince il Mondiale. Si ritira?
E ora, senza necessità di effetti speciali, arriviamo ai nostri eroi. All’inizio del Giro una bella notizia. Tania Belveredesi che fa da ‘spalla’ all’amico Severini al posto di Silvio “assolutamente” Martinello. Purtroppo si rivelerà un falso allarme. Già dal giorno dopo “assolutamente” riprende il microfono. Anche se quest’anno non ci sono assoli da parte dei protagonisti, il gioco di squadra non manca. Bulbarelli, che a parte la Suora comanda tutti nella redazione ciclistica, la facesse finita con il far dire a Cip & Ciop com’è finita la tappa del Giro, quando di lì a due ore me la mandi in onda. Fossi in Giuseppe Rivolta, patron del Giro – a proposito, bel lavoro, visto che alla buon’ora i ridicoli uomini-cartello-stile-gare-da-sagra-paesana erano spariti e sono arrivati i cartelli con i confiabili per segnalate i chilometri finali – farei due parole con Auro e gli direi; “Caro Bulbarelli Auro, capisco che siccome i fagioli di Malacarne tu sei ancora qui che li aspetti da anni (tant’é che quando puoi lo dici anche in tivù per fare un’indiretta pressione psicologica al diretto interessato), la testa non sia pienamente concentrata nel tuo lavoro. Ma già ste benedette ragazze le seguono poco, se poi tu gli fai dire a quei due come finiscono le tappe due ore prima che le mostrate,….. che cazzo mi combini, uomo!!” Si scriveva del gioco di squadra RAI, che si è espresso a buoni livelli quando la 4^ tappa è stata mandata in onda al contrario. Nel dettaglio: 1) inizio trasmissione con subito le immagini della volata finale e interviste del dopo corsa 2) Stop improvviso alle immagini 3) riavvolgimento veloce con ‘nero’ sullo schermo 4) ripartenza video con stavolta le immagini esatte ma ovviamente ormai totalmente inutili. Bene invece sull’incremento di cicliste intervistate prima e dopo le tappe. Come ai bei tempi di Don Lorenzo. Due parole di corsa sul fatto che sembrerebbe si sia verificato un (lieve) aumento di pubblico. Di certo non per merito RAI, visto che quando mancavano 10 giorni al Tour le pubblicità al riguardo non mancavano, mentre sul Giro zero notizie. Come penoso lo spazio riservato dalla Gazzetta non durante, ma nel numero di lunedì 8 luglio. Minimi i rumori di sottofondo. Due anni fa il trionfo dei grilli – facile che il tavolino fosse quindi posizionato in piena campagna – l’anno passato il continuo trascinare di transenne, con qualche martellata ogni tanto. Quindi, possiamo azzardarci nel dire che quest’anno c’è stato, tutto sommato, un miglioramento del servizio.
Etichette:
Ciclismo,
ciclismo femminile,
Giro-Donne 2013,
Mara Abbott,
Tatiana Guderzo.
martedì 1 gennaio 2013
Gennaio; l'editoriale.
“ – Costruttori, dateci una bicicletta a portata di tasche! Non serve che sia l’ultimo modello, che abbia chissà quanta tecnologia, chissà quanti orpelli. Dateci una bicicletta che possa essere per tutti. Ci penseremo noi, ognuno di noi, a farla diventare speciale! – “In queste settimane ci sono ciclisti, magari anche tra voi, che hanno perfezionato l’acquisto della nuova specialissima vista nei saloni delle bici, o nel negozio un paio di mesi addietro. Con la crisi, questi acquirenti sono certamente di meno rispetto a due o tre anni fa. La bici nuova, vista nel luccichio dei saloni, vissuta nelle parole del rappresentante del marchio o del meccanico di fiducia... ah, che bella! Ma con i livelli di tecnologia applicata alla metallurgia – ormai raggiunti anche dal mercato ciclistico – veramente non esiste la possibilità per un costruttore di costruire una bicicletta senza dover chiedere tre stipendi a chi la vorrebbe? La parola passione è stata uccisa dal carbonio, dal titanio, dalle ruote ultraleggere, dai porta-borraccia (avessi detto…) che siccome sono speciali costano una roba vergognosa? Può essere che una bicicletta sia omai ristretta a partire da almeno 2.500 euro? In mezzo non può esistere niente? Certamente il ciclista della domenica ha la sua colpa. Il non accontentarsi, il chiedere sempre la novità, il “cedere” alla pubblicità che usa parole, frasi, immagini, confronti altisonanti che fanno da sirena incantatrice per portare a battere il record personale, a essere il primo anche solo del proprio gruppetto di amici. Questo da almeno un decennio. E il negoziante si è (felicemente) adeguato. Ma non può essere solo questo. Solo questione di fighetti che sono ovunque, anche nel ciclismo. I costruttori di oggi non sanno più usare, costruire, saldare l’alluminio? Un “gruppo” da pochi soldi deve per forza toccare i tre zeri per portarsi appresso un po’ di qualità? È probabilmente una scelta. “Preferisco vendere una bici da 4.000 euro che tre da 1.500.” L’alluminio fece la fortuna del mercato ciclistico amatoriale negli anni ’90. Biciclette leggere, che consentivano di avere telai di ottimo livello per il ciclista delle granfondo. E non pare di aver sentito di velocipedi sbriciolarsi ed andare in pezzi dopo 20.000 chilometri, se non per schianti contro veicoli o cadute rovinose. Dire che si può fare ciclismo anche con bici che pesano 9 o 10 chili (10 chili? MIO DIO!!). Non è una bestemmia, e come considerazione è pari all’acqua calda. Si può. Le biciclette di oggi – specie negli ultimi 6/8 anni – hanno avuto un miglioramento qualitativo verso l’alto enorme. Ma così anche il costo. Non esistono più quelle cinque o sei marche che anni fa rappresentavano un simbolo, oltre a una bonifico bello pesante. Oggi marche mai sentite sparano sul mercato “pezzi” da quattro, cinquemila euro senza fare una piega. Possibile che costruire una bicicletta da 1.500 euro sia impossibile? Che l’acciaio (si, l’acciaio, senza vergognarsi) o l’alluminio 7005, giusto per nominare un tipo di lega molto usata nella prima metà del decennio scorso, siano da considerare da museo e basta? Costruttori, dateci una bici che ci faccia contenti. Di andare sulla Luna non ne abbiamo bisogno. Da qui ai prossimi due anni già sarà qualcosa poter andare in vacanza (almeno noi, voi figurarsi…) L’emozione non dipende da quanti euro abbiamo sotto il sedere. Ma se invece è così, poveri noi. Con buona pace del conto in banca.”
sabato 8 dicembre 2012
Il ciclismo davanti al caminetto (6^ p)
UNA FOGNA, PER DIRLA TRISTEMENTE SEMPLICE. QUESTO STA DIVENTANDO IL CICLISMO GRANFONDISTICO. SPERANDO DI NON BECCAR DENUNCE DAL BLOG DI CYCLING-PRO (SPERO ALMENO MI AVVISINO PRIMA), “RUBO” LORO QUESTO ARTICOLO.
“La notizia l’abbiamo data un mese fa, ma solo oggi è stata ufficializzata: la Procura Antidoping del Coni ha chiesto due anni di squalifica per Lucia Asero, vincitrice del percorso medio alla Gran Fondo Campagnolo Roma. Dopo la gara la Asero era stata controllata (pare si trattasse di un controllo mirato, ad personam) e trovata positiva all’eritropoietina ricombinante.
La notizie vera è però un’altra ed è molto più drammatica. Quello della signora Asero è il decimo caso in dodici mesi di positività a ormoni peptidici (Epo, Darbopoietina, Cera…) di un ciclista non professionista in Italia. Per essere chiari: nessun altro sportivo italiano, a parte questi dieci ciclisti (età 30-55 anni), è stato trovato positivo a queste sostanze nello stesso periodo e nessun ciclista europeo ha fatto la stessa fine. Insomma, veramente una situazione da prima pagina.
Difficile trovare parole ma più che investigatori qui servirebbero sociologi e psicologi bravi, anche perché questi casi derivano da un numero limitato di controlli: quanti sono veramente gli amatori che si fanno di queste porcherie?
Nessuno dei dopati parla, spiega, racconta. Ma perché lo fanno? Perché Lucia, che ha 42 anni, fa l’architetto e vive in Sicilia, si è fatta di eritropoietina? Sappiamo che la sua passione per il ciclismo amatoriale è relativamente fresca, che prima andava pianino poi di colpo molto forte e che addirittura a un certo punto ha cercato di mettere in piedi un team professionistico femminile dove avrebbe corso lei stessa. A quarant’anni? Ma perché?
Poi i dopati tornano. Scontati i due anni di squalifica è tornato a correre l’epo-vincitore della Maratona Dles Dolomites, Michele Maccanti. E magari tornerà anche un altro ex re (?) delle Dolomiti, Giuseppe Sorrenti Mazzocchi, beccato per Epo sei mesi fa. I regolamenti lo permettono.
E qui c’è l’errore fondamentale. Quello di farli tornare. Nel suo corposo programma politico pre-elettorale, Renato Di Rocco dedica poche e confuse parole agli amatori. Noi vorremmo solo che vi fosse inclusa una frase:
«Chi viene squalificato per oltre due anni (quindi per positività gravi e ingiustificabili) non può ottenere più una tessera di tipo agonistico».
Basterebbe questo. Non c’è diritto al lavoro da difendere: sono amatori. Vanno difese la salute pubblica e la dignità di un movimento che sta diventando lo zimbello del mondo.”
Mi piacerebbe sapere l’idea di chi passa da queste parti, che ogni tanto si ferma due minuti e legge. Gente che magari nelle GF ci corre ancora, e quindi “vive” quell’atmosfera dal gruppo. Sapere se tra i granfondisti se ne parla e come viene vissuto questo cancro. Io ho mollato l’ambiente granfondistico anni fa, non ne ho mai avuto impianto, e forse questa è un’altra cosa triste. Il doping nello sport amatoriale (parola ormai sempre più illogica visti i costi per ogni cosa e le vicende d’imbroglio che saltano fuori a numero sempre maggiore) non trova nessun appiglio giustificativo. Se il doping nel professionismo è truffa in ambito sportivo, quello del ciclista “della domenica” è ancor meno sopportabile. Ma fino a che le società che vengono rappresentate da queste persone false non andranno incontro a sanzioni o penalizzazioni (tipo; “Spiacenti, ma la vostra Società il prossimo anno non sarà accettata nella nostra corsa” non cambieranno le cose. E se poi la legge continua a permettere di tornare, tra dieci anni saremo nella stessa situazione. Nel ciclismo amatoriale non esiste l’ultima ruota del carro. Non ci sono contratti da rispettare, prestazioni da fare o da confermare per non perdere un contratto. Tutto il castello di “obblighi prestazionali” nasce nella testa della singola persona. Una cosa che vuoi, cerchi e non puoi scaricare sugli altri. Comunque se avete due righe d’idea e le lasciate, niente di meglio.
Etichette:
Ciclismo,
Ciclismo amatoriale,
doping,
doping epo
sabato 3 novembre 2012
Il ciclismo davanti al caminetto (parte 1)
IL CICLISMO D’INVERNO. QUELLO DAVANTI AL CAMINO, QUELLO DELLE RIFLESSIONI, DEI PENSIERI A BORRACCE VUOTE. INCONTRIAMO ILARIA PRANZINI, SENZA ESAGERARE “THE OFFICIAL ITALIAN BLOGGER” RIGUARDANTE UN CERTO ANDY SCHLECK.
Il ciclismo davanti al caminetto è più quello del ciclismo pane e salame che non quello delle classifiche. Andiamo ad iniziare oggi questa serie di articoli che solitamente prendono spazio nel periodo autunno/inverno. Conoscendo Ilaria da alcuni anni non ho avuto difficoltà a mettere in piedi questa intervista in cui non si parla di Andy Schleck, ma di chi appunto racconta un’atleta. Ilaria segue la carriera di Andy da diverso tempo. Abita a Firenze (lei, non Andy), laureata, insegna filosofia, parla diverse lingue, fa la mamma, e per ora basta così. Il resto ce lo facciamo raccontare. Le foto di questo articolo (tranne la prima) sono state "rubate" dal profilo Facebook di Ilaria. Cara Ilaria, potrei prendere un vecchio numero di “Ciclismo” (rivista per cui in qualche occasione scrivi) e trovare spunto da lì. Ma mi piace far finta di niente e trattarti da emerita sconosciuta. Da alcuni anni nel tuo sito segui con puntualità la carriera di Andy Schleck. Perché proprio lui? Cos’è che ha fatto scoccare la scintilla ciclistica? “Meglio così visto il titolo del famigerato articolo – non scelto da me e tantomeno concordato. Che devo dire? Sembrerà strano ma nel 2007 non mi ero accorta di Andy, che a 21 anni era arrivato secondo al Giro vincendo la Maglia Bianca. L'ho notato al Tour 2008, in particolare nelle tappe alpine: aveva una potenza in salita e una compostezza non comuni.” Andy è uno dei “big” del movimento internazionale. Difficile stargli dietro dal punto di vista delle notizie o delle curiosità che lo riguardano? “Sì, molto e per due motivi opposti: da un lato Andy è una star, dall'altro è un ragazzo molto timido. Nel 2008 io sono andata tranquillamente a suonare alla porta dei suoi genitori in Lussemburgo e ho conosciuto praticamente tutta la sua famiglia, ma quando Andy è diventato famoso – dopo la vittoria nella Liegi nel 2009 e poi come sfidante di Contador al Tour de France – ha subito un vero e propro assalto da parte di media e fan, cui ha reagito male, chiudendosi in se stesso. La cosa è peggiorata dopo la 'cacciata' dalla Vuelta nel 2010 e adesso avere a che fare con Andy non è per niente facile: rilascia pochissime interviste e le notizie 'personali' passano solo per via confidenziale. Abbiamo molti amici in comune, il che significa che io vengo a sapere molte cose... ma mi guardo bene dal pubblicarle sul mio blog! Per Andy la sfera privata è sacra e MOLTO ampia. Per fare un esempio: alla presentazione della Leopard, in Lussemburgo nel 2011, gli ho detto “Allora sei andato ad abitare da solo finalmente!” e lui: “Questo è privato”. Ma lo sapevano già tutti! Io non l'ho scritto fino a quando non è stato ufficializzato in un'intervista su Le Quotidien.” Solitamente, quando ti capita di poterlo incontrare direttamente? "Nel 2010 ci siamo visti praticamente una volta al mese! Alle corse, alle conferenze stampa, durante i ritiri e altre iniziative della squadra. Due volte ho 'rischiato' di incontrarlo in Lussemburgo: la prima, sotto Natale 2009, avevamo un appuntamento, ma lui era a caccia ha fatto tardi, la seconda... abbiamo litigato di brutto. Ma alla fine è servito a rinsaldare il nostro rapporto. Quest'anno è stato un vero disastro: dopo il ritiro a Calpe pensavo di vederlo alla Parigi-Nizza, a Liegi e poi al Tour de France, ma... sappiamo come sono andate le cose. Però ci siamo sentiti per sms.”
Essendo un ciclista molto famoso a livello internazionale, i suoi sostenitori saranno ben distribuiti. Hai contatti con suoi fans di altre Nazioni? “Faccio parte del Fan Club Frank e Andy Schleck, con sede nel Lussemburgo ma iscritti in tutto il mondo. Ce ne sono molti in Francia e anche negli USA. In Italia c'erano nel 2007/2008 ma la cattiva stampa e il rifiuto di tornare al Giro li hanno decimati. Molti fan seguono il mio blog e molti mi chiedono l'amicizia si facebook. All'inizio ero contenta e curiosa, ma mi sono stufata presto: per lo più si tratta di ragazzine! Poi ci sono gli appassionati di ciclismo, quelli che lasciano commenti seri, alcuni 'interni' alla squadra o al mondo del ciclismo. Gli Schleck in Lussemburgo sono stati e in parte sono ancora eroi nazionali. Nel 2010 al Gala Tour de France c'erano 30.000 persone in un paese che ha circa 300.000 abitanti! Attualmente però la loro popolarità è in calo e molti fan si sono trasformati in 'haters', detrattori, che si divertono a prenderli in giro nei forum e su twitter. Io non mi sono mai definita né sentita una 'fan', è un approccio allo sport che proprio non mi appartiene. Mi piace il ciclismo, anche nei suoi aspetti tecnici, mi piace andare in bici – quando ci riesco! - e mi piace Andy Schleck, come ciclista e come persona. Proprio perché lo conosco sono ben lontana dall'idolatrarlo il che probabilmente mi impedisce di passare dall'esaltazione alla diffamazione.” Qual è stata la trasferta più lunga che hai fatto per seguirlo? ”Probabilmente quando sono andata nei Pirenei in treno per poi aggregarmi al pullman del Fan Club per seguire l'ultima settimana del Tour. Era il 2010 e io ero convinta che Andy avrebbe vinto. La maglia l'ha indossata quest'inverno dopo la squalifica di Contador e la riassegnazione: era contento ma non soddisfatto. Se ha combinato qualche sciocchezza alla Vuelta è stato proprio per l'immensa delusione di quel Tour: io ero a Parigi e me lo ricordo bene. Ma di trasferte lunghe ne ho fatte tante: arrivare a Calpe l'inverno scorso è stata un'impresa e una volta mi sono fatta 10 ore di treno per andare alle classiche delle Ardenne nonostante il vulcano islandese.” E quella che ti sei pentita di aver fatto, per contrattempi o difficoltà particolari? “Ahahah! Nel 2009, Tirreno-Adriatico, sono andata in treno dopo il lavoro fino a Carrara, ma il treno era in ritardo, la strada per l'arrivo già chiusa e così mi sono dovuta accontentare di vederlo passare a una rotonda sull'Aurelia! E' stato frustrante però non mi sono pentita, lo rifarei anche sapendo che andrà di nuovo così. Magari mi porterei una macchina fotografica decente in grado di dare un senso alla cosa...” Tra quel che scrivi su Facebook, su Twitter ed ovviamente nel tuo sito “Allez Andy”, ne avrai conosciuta di gente che pedala, lavora, dirige nell’ambiente ciclistico di alto livello. Due o tre nomi di persone che sono più simpatiche di altre? “Be' ovviamente Mauel Moz! Ihih. Va be', seriamente: per il reparto commentatori, fra gli italiani Laura Grazioli di CicloWeb, il mio punto di riferimento per la pista e ottima amica, poi Stefano Bertolotti, compagno di ogni partenza e arrivo vissuti sul posto, fra gli stranieri senz'altro l'americano Daniel Benson di Cycling News – la bibbia dell'informazione ciclistica! - poi l'olandese Renaat Schotte di Sporza e l'inglese Anthony McCrossan: ottimi giornalisti ma anche persone squisite. Fra i fotografi il mio preferito in assoluto è il lussemburghese Georges Noesen: quando Andy parlava in conferenza stampa dopo l'incidente al Delfinato gli ho chiesto se andava e di mandarmi una foto, perché lui sa cogliere l'anima e io volevo capire come stavano veramente le cose. Fra i dirigenti di federazione l'unico che conosco bene è il Segretario di quella lussemburghese, Ed Buchette: averne anche in Italia di dirigenti così! Ne ho detti proprio pochi, me ne vengono in mente tanti altri. Fra i ds... sarò contro corrente ma a me Bruyneel piace, come persona, al di là del bene e del male. Poi non posso non nominare il grande Danny In T Van: autista storico prima della Saxo Bank e poi della Leopard- RSNT. Corridori? Ce ne sono troppi! Ci vorrebbe una domanda a parte.” Solitamente scrivi in inglese. Penso io; da noi Andy non è seguito. Oppure è una tua scelta precisa visto che parliamo di un ciclista estero? "Ho cominciato in italiano ma non mi seguiva nessuno. Non è un fatto ciclistico ma un fatto di cultura informatica: il mio blog si è inserito in un filone preesistente in lingua inglese, quello dei blog ciclistici femminili. Negli anni però Allez Andy! è cambiato, è diventato più 'serio' e forse meno 'femminile'. Sono cambiati anche i lettori, che però sono sempre tanti e da tutto il mondo. Scrivere in inglese ha il vantaggio di metterti in contatto con tutti. Nonostante i cambiamenti, sono rimasta fedele all'ispirazione originaria: scrivo di ciclismo ma anche di me e cerco di dare importanza al raccontare, allo scrivere bene. In inglese non è esattamente un compito facile, ma insomma... dicono che sono migliorata! Il famigerato articolo di “Ciclismo” mi presenta addirittura come insegnante di inglese! Falso: insegno – ogni tanto – filosofia...”
Mai avuti “reclami” dai diretti interessati, anche se in modo bonario, su articoli che avevi fatto su Andy o altri ragazzi del Team Radioshack? Se si, quando? “Assolutamente no. Chi mi legge sa che a volte ci sono andata giù dura ma nessuno ha mai protestato. Nel 2010, come accenato sopra, io e Andy abbiamo litigato di brutto e io ho pubblicato un articolo che ha fatto arrabbiare molti. Non lui. E notare che proprio quell'inverno Andy ha chiesto e ottenuto la chiusura di un sito – www.andyschleck.com – che era stato scambiato dalla stampa per suo sito ufficiale, nonostante fosse chiaramente un sito di fan. Evidentemente fra noi si è creato un rapporto di fiducia: posso essere critica, ma Andy sa benissimo che non scriverei mai contro di lui. Inoltre il mio è un blog serio: niente gossip.” Da cosa e nata la possibilità di scrivere per la rivista “Ciclismo”? Dal caso. Ho conosciuto il capo redattore alla partenza della Tirreno-Adriatico del 2011 a Marina di Carrara e da lì ci siano tenuti in contatto. Quando sono tornata da Calpe con un sacco di foto e di interviste – e dopo aver pubblicato il mio reportage in inglese sul blog – gli ho proposto di scrivere qualcosa per loro e lui ha accettato.“ Qui a Feltre c’è un tizio che se gli parli della Madonna o della Guderzo per lui è la stessa cosa. Mai avuto a che fare con fanatici del genere tramite il tuo sito? “Sì e no. Ho avuto a che fare con ragazzine isteriche, questo sì. Sono stata accusata di lesa maestà quando ho detto che Andy era tenuto a rispondere alle mail/Sms come un comune mortale e che altrimenti era un maleducato.... Ma tutto sommato le fanatiche si rivolgono altrove. Credo che il punto dirimente sia la mia conoscenza reale di Andy, nel mondo terreno. Una volta una ragazza aveva commentato una sua foto con frasi estremamente imbarazzanti, le ho fatto notare che probabilmente le avrebbe lette e... ha funzionato. Molte persone parlano su internet come se i corridori fossero personaggi di un telefilm, irreali e privi di sentimenti. E' una cosa che non sopporto.” Hai dei ciclisti del passato che seguivi? “Da bambina il mio mito era Indurain, poi mi sono innamorata di Roche, l'anno che vinse tutto. Poi direi basta per un bel pezzo.” Hai contatti con altri blogger che magari fanno quello che fai tu, ma con altri ciclisti? “All'inizio ne avevo di più, soprattutto con Maggie di “Andy Schleck best bike racer in the Universe” and Sansen by “Men, bikes, fishes and women”. Miss Fede di “My blog” è stata una buona amica per anni, siamo anche andate insieme al Tour de France nel 2009. Purtroppo quando ho litigato con Andy ho litigato anche con lei: con Andy abbiamo fatto pace, con Fede no. Mi è dispiaciuto molto. Comunque attraverso il blog ho conosciuto molte persone in tutto il mondo e alcune le ho anche incontrate di persona. Ultimamente me la dico di più con blogger maschi seri, anche se... sono un po' troppo 'competitivi' per i miei gusti. Diciamo che le blogger donne scrivevano per divertirsi mentre molti blogger uomini vorrebbero essere pagati come giornalisti... Uno, piuttosto famoso, l'ho dovuto bloccare su Twitter perché mi copiava le idee e non citava: alla lunga dà fastidio anche perché io cito sempre. Per me internet è bello perché è un'opera collettiva. “Prossimi impegni in agenda per “Allez Andy”? “Sto aspettando le risposte di un corridore per l'ultima intervista della serie Yes We Like. Quest'anno niente Amstel Curacao perché gli Schleck non ci sono. Aspetto una decisione sul caso di Frank Schleck e poi spero di ricevere l'invito a un training camp e/o alla presentazione della squadra per il 2012. Però sto anche meditando di andare a Natale in Lussemburgo... chi sa che non sia la volta buona!” Siamo al triangolo rosso. In queste righe ti ho trattata da blogger, ma da appassionata che ciclismo speri di ritrovare tra quattro mesi? “Sarò sincera: non mi piacciono affatto i toni forcaioli che leggo in giro. Il doping nel ciclismo c'è stato, si sapeva benissimo che c'era e il documento dell'USADA (letto tutto) non svela chi sa quali sconcertanti novità. Sono d'accordo con chi dice che il gruppo da alcuni anni è cambiato e che i giovani hanno una cultura diversa. Direi: hanno una cultura, studiano di più, hanno gli strumenti culturali per capire cosa è meglio, mentre i ciclisti di una volta e fino a pochi anni fa erano spesso estremamente ignoranti e sprovveduti. Non voglio giustificare tutti però i corridori sono l'anello debole della catena: nessuno si droga per divertimento e il grosso dei soldi è sempre andato ad altri. Pulizia è stata fatta già fra chi pedala, facciamola e bene fra chi dirige perché mi sa che lì è stato ed è il grosso del problema. Infine: mi fa piacere sentire che Acquarone vuole fare del Giro una corsa 'riders friendly', amica dei corridori, perché mi fanno ridere quelli che si stracciano le vesti per il doping e poi organizzano corse con tappe di quasi 300 km, cinque gran premi della montagna, ore di trasferimento... Siamo seri: se si deve correre senza doping e senza una medicalizzazione che ci va molto vicino (recuperi, antidolorifici, pillole per dormire) allora le corse devono essere più umane. Amen :)”
lunedì 8 ottobre 2012
EPPUR STIAM DIVENTANDO COSI'.
Mi spacco il sedere su di un sellino dalla seconda metà degli anni ’80. Per questo motivo voglio tirar fuori una manciata di arroganza e dire che ho visto il ciclismo della domenica in quasi tutte le sue sfumature. Il “quasi” lo ficco dentro proprio per non fare la figura del Padreterno. In generale, cioè facendo una considerazione comprendente 25 anni di boracce svuotate in Valbelluna, i ciclisti oggi corrono di più e sono diventati più tristi. Senza distinzione di sesso e di età, il morbo del “Musonis lungo ciclisticus” dopo essersi evoluto e aver proliferato in massa soprattutto nel trevigiano, oggi è sconfinato ed è diventato ormai sempre più presente anche in Vallata. Facilmente figlio di una mentalità egoistica che dalla vita di tutti i giorni – usiamo questo modo di inquadrare la questione – non viene lasciata a casa quando le persone salgono in bicicletta. Quando iniziai a lavorar di gambe, il ciclista della domenica era per lo più un “atleta” che partiva dai 40, anche 45 anni in su. Un ciclista di 30 anni era roba rara. Ce n’erano di quell’età, ma era gente che faceva corse. A me, i ciclisti invece dai capelli (quasi tutti) bianchi, chiedevano perché alla mia età di allora non me ne stavo a correre dietro a un pallone su di un prato. Con il passare degli anni le strade della mattina di festa si sono riempite non poco e la particolarità, fino alla metà del decennio scorso, era che quando “sconfinavamo” fuori dalle nostre strade notavamo un aumento di “Musonis lungo ciclisticus”. Oggi non serve andare fino a chissà dove. Purtroppo anche dalle nostre parti questo esemplare si è moltiplicato. L’età si è abbassata – e qui vive la spiegazione probabilmente più semplice dell’aumento della velocità media – ma le facce sono diventate serie, con un velo di incazzatura verso il mondo che sempre più spesso accompagna questi o queste esemplari di “Musonis”. Un giorno di luglio mi fermo perché vedo un ciclista che ha forato. Era da venti minuti che aspettava/sperava che qualche altro ciclista si fermasse (era senza pompa; sbaglio grave) ma se non mi fermavo io, adesso mi sa che sarebbe ancora lì (vicino a Sospirolo, per la precisione). Pochi giorni dopo a Fianema di Cesiomaggiore noto un ciclista fermo sotto un’albero a telefonare, a una decina di metri dalla strada. Torno indietro e chiedo se è fermo pe problemi. Dice di no, ringrazia, ci salutiamo, e me ne torno agli affari miei. Non troppo tempo dopo buco una ruota. Mentre la sistemo passano 5 o 6 ciclisti. Non in gruppo, sparsi per i fatti loro. Io non avrei avuto necessità, ma uno di loro (una era una donna) mi avesse almeno chiesto; “Oh Manuel, sei proprio tu, nostro Campione dei Campioni. Posso umilmente esserti utile?” Col ca**o! Tutti a tirar dritti e farsi gli affari propri. Ciclisti, ma che ci succede? La bicicletta non era sport di aggregazione, divertimento, condivisione? Tutte cazzate? Beh, almeno abbiate il coraggio di dirlo, invece di regalarci a vicenda falsi sorrisi di circostanza che durano 4 secondi netti, prima di tornare a quel volto triste che sempre più portiamo in giro.
domenica 1 luglio 2012
Luglio; l'editoriale.
L’ORMAI ENORME BUSINESS CICLISTICO NASCOSTO DIETRO ALLE GRANFONDO DEVE VEDERSELA CON PENOSI IMBROGLIONI, SPIONI, MINACCE DI QUERELE, INDI AVVOCATI, INDI PROPOSTE CHE INIZIANO A FARE UN PASSO INDIETRO VERSO IL “VECCHIO” SPIRITO GRANFONDISTICO.
“A Feltre viene corsa il 17 giugno la GF Sportful, la vecchia Campagnolo tanto per capirci. Tra le partecipanti figura l’ex olimpionica Dorina Vaccaroni che si classifica al secondo posto del suo percorso. All’ora di cena l’organizzatore (Pedale Feltrino) da notizia che la Vaccaroni è squalificata perché è stata vista attaccarsi ad uno scooter in salita. La denuncia (verbale, non scritta) è stata raccolta senza essere controllata troppo dall’organizzazione, perché la persona che l’ha fatta era persona che godeva di fiducia assoluta. Si parla di un ex atleta olimpico. Martedì 19 arrivano sui giornali le dichiarazioni di rabbia e sorpresa dell’atleta, squalificata prima e riammessa poi. Per bocca del suo Presidente il Pedale Feltrino si scusa con l’atleta, non nascondendo la figuraccia per aver accettato una denuncia d’imbroglio sulla parola, indi aver squalificato la concorrente che non andava penalizzata. Dorina Vaccaroni non ha voluto sentire scuse, ha dato mandato al proprio legale per una denuncia di risarcimento all’organizzazione, che a sua volta dovrebbe rivalersi con una denuncia verso la persona, bugiarda, di cui si erano fidati in principio. Pochi giorni dopo il vice-presidente provinciale UDACE per la Provincia di Belluno, riflette se se non sia ora di togliere la classifiche dalle granfondo, in maniera da togliere ogni possibile discussione. Ma la GF di Feltre aveva regalato momenti di penoso ciclismo fin da prima del via, con ciclisti disonesti che domenica mattina avevamo cercato di infilarsi nelle griglie di merito per facilitarsi la corsa. Scoperti dal personale dell’organizzazione sono stati fatti partire da dove dovevano. Inutile dire che sono stati giustamente svergognati dai fischi degli altri ciclisti presenti. Queste storie, questi momenti amari, nascono dal fatto che le granfondo sono diventate da una dozzina d’anni l’orto di possibile gloria per i ciclisti della domenica. Gli episodi non mancano. Il doping, ben presente senza distinzioni di età, gli imbroglioni delle griglie, gli spioni che forse più per vecchie gelosie e rancori cercano di sporcare la fatica delle altre persone. Ma la questione di fondo, anzi di gran fondo, è che ormai queste manifestazioni ciclistiche sono diventate delle gare vere e proprie. Se tornassero invece ad uno svolgimento senza classifiche sarebbe una manna per i partecipanti, visto che il costo del servizio cronometraggio non avrebbe più ragione d’esistere. Senza classifiche da stilare, se non chi parte e chi arriva, i ciclisti e cicliste disonesti non avrebbero motivo di correrle visto che arrivando con due giorni di vantaggio sui secondi non gli cambierebbe niente. Però questo vorrebbe dire abbassare certamente gli iscritti di nomea, quelli che puoi dare ai giornali per farti bello come organizzatore; “Avremo Tizio, Caio ed il grande Sempronio alla partenza e dovremmo avere anche il grande Tal dei Tali!….”. Sparirebbe il confronto con gli altri o con il te stesso dell’anno prima. Le persone tornerebbero ad essere “solamente” persone e non più numeri. Cos’avresti da raccontare ai colleghi il lunedì mattina, se non hai più un foglio di carta a certificare per la storia (!) che sei arrivato, od arrivata, in posizione numero tot, migliorando di 12 secondi netti la posizione numero….? E come andrebbe alle fabbriche che costruiscono bici da corsa, se il ciclista della domenica non potendo più emulare Contador, Amstrong, Basso, Vos, Luperini e compagnia pedalante, spendesse solamente la miseria 1500/2000 euro per una bici invece che 3500? Che scaldalo! No, lasciateci le classifiche, i numeri, i record, non vogliamo essere soltanto ciclisti, non vogliamo essere soltanto persone! Non fateci diventare come un ciclista della PST! ODDIO!!!”
Etichette:
Ciclismo,
Ciclismo amatoriale,
doping
lunedì 21 maggio 2012
Giro d'Italia; Sappada, 6 giugno 1987.
Il Giro d’Italia torna sulle Dolomiti bellunesi, che 25 anni fa furono teatro di uno dei “casi” ciclistici più celebri degli anni ‘80. Protagonisti l’irlandese Stephen Roche e l’italiano Roberto Visentini. Questa è la storia de “Il tradimento di Sappada”
Il Giro d’Italia del 1987 prevede, il 6 giugno, un’arrivo di tappa nel paese di Sappada in provincia di Belluno. La squadra Carrera gode del favore dei pronostici per la vittoria assoluta della corsa, grazie all’italiano Roberto Visentini che si dimostra competitivo per poter ripetere il successo dell’anno precedente. L’irlandese Stephen Roche è l’altro uomo di riferimento in seno alla squadra italiana, e tra i due si fa strada fin dall’inizio della stagione una diplomatica collaborazione e niente di più. Già dal periodo della Milano-Sanremo gira l’opinione tra gli esperti che “quei due” saranno difficili da mettere d’accordo.
Al Giro d’Italia Visentini arriva come detentore della maglia, Stephen Roche come vincitore del Giro di Romandia, ma con una condizione in crescita. Tra imprevisti allunghi da parte di Roche, sopportati per spirito di squadra da Visentini, si arriva alla frazione del Giro che prevede la scalata del Terminillo. Boifava, Direttore Sportivo della Carrera, per allentare la tensione nel suo ambiente s’inventa l’idea di scaricare la colpa sui giornalisti, colpevoli secondo lui di fomentare rivalità. Una voce sempre più insistente racconta che Roche ha ricevuto proposte di sponsor disposti a costruire una formazione attorno a lui.
La giornata del Terminillo diventa forse l’inizio dalla fine quando Roche, in rosa, allunga a una decina di chilometri dalla fine. Visentini di certo non può scattare per andare a riprenderlo, col rischio di riportargli addosso gli altri. Ma ecco scattare lo scozzese Millar. Visentini è lesto ad attaccarsi alla ruota. Ripreso Roche, l’irlandese chiede collaborazione all’italiano per allungare ulteriormente e far si che il Giro diventi una questione Carrera. Visentini però non collabora restando sulle sue. La tensione è sempre più palpabile e Boifava cerca per l’ennesima volta di limitare la tensione in seno alla Carrera, dicendo chiaramente ai due che ci si giocherà la maglia rosa nell’ultima settimana dopo aver eliminato gli altri avversari. Dopo una caduta di Roche nella tappa di Termoli, ed una grande cronometro di Visentini a San Marino – con una debacle dell’irlandese – la situazione vede l’italiano in testa con più di due minuti e mezzo sul compagno di squadra. Vista la situazione della classifica generale, ed il distacco tra l’italiano in rosa e l’irlandese, il Giro sembra indirizzato. Sembra.
Siamo al 6 giugno e Sappada aspetta il Giro con un’italiano che veste di rosa. Durante le prime fasi della tappa il ciclista belga Bagot scatta e Stephen Roche si porta sulla sua ruota facendo così parte di un gruppetto. È una fuga importante. Roche ha deciso di parteciparvi, visto che della Carrera non c’è nessuno. L’irlandese non tira, perché Visentini è leader della classifica. Boifava lo raggiunge con l’ammiraglia e gli dice di rinunciare all’azione. Roche si limita a rispondere che quello che può fare è non tirare. Che siano quelli del gruppo ad andare a prenderlo. Il vantaggio aumenta, come l’imbarazzo nell’ammiraglia Carrera. Boifava decide di star zitto con Visentini per non provocare discussioni in gara, e fa tirare la Carrera per rientrare sul gruppetto di Roche. La situazione fa si che i nervi di Visentini siano tesi come corde di violino. Roche davanti continua la sua azione e il compagno in rosa, dietro, ha ormai capito l’antifona e crolla.
L’italiano molla del tutto e raggiunge il traguardo con sei minuti dall’irlandese. Il palco premiazioni è gelido. I sorrisi, pochi, sono di pura circostanza. Visentini è furioso. Quando supera la linea d’arrivo fa cenno di voler andare sul palco tivù per dare spiegazioni, ma forse un’alito di buonsenso lo fa desistere subito. La sua frase rilasciata al microfono televisivo; “Stasera penso che saranno in tanti ad andare a casa!” mentre si allontana per dirigersi verso l’albergo, vale più di tanti commenti. L’atmosfera in casa Carrera è pesante provocando una vera divisione interna al gruppo, ma ormai il Giro è deciso. Visentini cadrà giorni dopo, si farà male ad un polso e dovrà ritirarsi. Il giorno seguente al discusso esito di Sappada il pubblico italiano prese di mira Roche, sputandogli addosso e insultandolo senza risparmio lungo le salite.
Tempo dopo Roche dirà che l’astio tra i due nacque al Giro. Dal fatto che Visentini voleva la squadra per se al Giro, Roche compreso, ma quando fu l’irlandese a chiedere lo stesso a Visentini per aiutarlo al Tour si senti rispondere picche a questa ipotesi, perché dopo il Giro l’italiano voleva andare in vacanza. Tanti anni dopo Visentini dirà che questa cosa fu solamente un grossa menzogna, non risparmiando parole molto pesanti per l’irlandese e per altre persone che correvano e lavoravano alla Carrera. Roberto Visentini, finita la carriera nel 1990, uscì in maniera totale dal ciclismo. Stephen Roche entrò nella leggenda di questo sport in meno di tre mesi, vincendo Giro, Tour e Mondiale su strada proprio in quell’estate del 1987.
sabato 10 dicembre 2011
Il ciclismo davanti al...... caminetto?

COME OGNI DICEMBRE ARRIVA IL MOMENTO IN CUI PRENDIAMO DA PARTE LA NOSTRA COCCA, E LA TIRIAMO A LUSTRO. SONO QUEI GIORNI IN CUI RIESCI AD ESSER UN TUTT’UNO CON LEI, ANCHE SENZA PEDALARCI SOPRA.
La radio è accesa. Un po’ di musica fa sempre bene quanto si può averla vicina. Sopra il tavolo della cantina straccio, liquido pulente e sgrassante per catena e compagni, chiave a brugola per smontare questo e quest’altro. Il termometro della “caneva” (la cantina, nel mio dialetto) segna 9 gradi. La mia piccola finisce in cantina solo una o due volte l’anno. Quando ci sono le pulizie pesanti.
Via le ruote, via i copertoncini dai cerchi, via portaborracce, catena, moltipliche, via pure il cambio; per certe cose ti voglio nuda baby, lo sai! Graffi al telaio. Un paio, piccoli, sono nuovi. In primavera non c’erano o non li avevo visti. Pulisco il telaio. Nel passare lo straccio sui tubi, mi sembra di sentire la bici dirmi; “Ooohh, finalmente,…” come un gatto che si stiracchia di gusto, dopo il sonnellino sopra il cofano tiepido della mia macchina. Dalla radio i Roxy Music con un loro vecchio successo. Che rogna pulire bene i freni.
Telaio mio sei lindo adesso. Prima sembravi il sangue di Riccò. Ora le ruote, che sono il gioco della pazienza. Lascio perdere. Non c’è fretta di rivestirti piccola, continueremo domani. Penso a quei graffi “nuovi” sotto il tubo obliquo, e mi vengono in mente le sassate, involontarie, che le ruote dei miei amici a volte mi sparano addosso. Saranno quei “TENNG!” improvvisi a lasciarmi la firma?
Che palle pulire i raggi che “cadono” nel mozzo. Caro, vecchio e usato spazzolino da denti, ma lo sanno i ciclisti che per certi angoli quasi impossibili sei fantastico? Ora i raggi lavorati di straccio, uno per volta, fino al cerchio. Ecco fatte anche le ruote.
Che pazienza per il “pacco” dei pignoni. Mancano cambio, catena e moltipliche. Quello che è il lavoro di fino. Devo ricordarmi di dare una tirata a qualche raggio nella ruota dietro. Basta per oggi. Tre quarti del lavoro è fatto. Forse domani sarà tutto finito; “Dai Manuel, finirai domani. Dove ti scappa senza ruote?” mi dice simpaticamente dal muro Maurizio Fondiest. La Bronzini, Indurain, Pantani, Armstrong ne convengono, insieme agli altri amici “inchiodati” al muro delle scale a scendere in cantina. Saluto anche loro e salgo in casa.
L’odore del petrolio (bianco raffinato, se interessa) riempie la cantina. La catena starà mezz’oretta in ammollo. Dov’è il pennellino? L’avevo messo sul tavolo due minuti fa cazzarola! Le moltipliche sono facili da pulire. Ci vuol più tempo a montarle. Intanto la catena è sempre in ammollo. Ora il cambio. Amico mio, sei sempre “incarognito” li dentro? Fa vedere… eh si, anche quest’anno, che palle amico bello! Ma visto che da 10 anni mi funzioni come un’orologio….
Manca la catena. Oplà!, vai di pennello adesso, che togliamo il lercio raccolto dalla strada. Staccio, e via con l’asciugatura. Ormai sto finendo, ultime pulite ai portaboraccia. Su le moltipliche, il cambio, le ruote che hanno come vestito camera d’aria e copertoncini. Vai di olio nel movimento centrale, sui “coni” delle ruote, una goccia di numero sui freni, e ora dai che la catena torna al suo lavoro. W le chiavi apri-catena!
Piccola, sembri quasi nuova! Una centratina alla ruota dietro… fatto, finito! Radio su “Off”. Ora su nello stanzino, su nel cavalletto, lenzuolo a coprirti e adesso dormi. Ci siamo fatti un bel giro baby, quanti posti m’hai fatto rivedere in questi tre giorni in cantina!
venerdì 12 agosto 2011
EUREKA!!
EVVIVA! CHE EMOZIONE! PRIMA O POI SAREBBE ARRIVATO!
ADESSO ANCHE CICLISTI E CICLISTE DELLA DOMENICA POTRANNO DIVENTARE MOTO-CICLISTI DELLA DOMENICA. I CICLISTI ONESTI RINGRAZIANO.
Si, è arrivato. Sospettato, indagato, perfezionato, ora commercializzato su vasta scala. Costa caro, ma l’orgoglio non ha prezzo. Il motorino che può venire montato e nascosto nel tubo piantone delle specialissime, adesso può fare la felicità del ciclista della domenica.
Non scriverò il nome dell’azienda, ed il prezzo dell’oggetto. Costa molto caro, ma state certi che la soddisfazione di vincere il salame nella corsa di paese è sempre ben vivo. Figurarsi ben figurare in qualche granfondo.
Viene ficcato dentro al vostro telaio in modo che venga visto solo da voi e dal vostro meccanico. Funziona con una batteria che viene messa sotto la sella. Stai a vedere che arriveranno in commercio borsellini diversi da un tempo?
Ma c’è una brutta notizia (per il momento). È adatto a telai in alluminio oppure acciaio. Vuoi vedere che tra qualche anno l’acciaio verrà riscoperto? Il peso è di poco inferiore al chilo.
Dopo il cambio che si adatta alle pedalate al minuto, e cambia automaticamente quando supera un certo numero di colpi di pedale, ecco arrivare la spinta sempre pronta. Prepariamoci alle borracce a ricarica automatica, alle ruote auto-gonfiabili in movimento appena si bucano e a corse della domenica sempre meno vere.
Visto che il doping sugli uomini è difficilmente migliorabile mancava la bicicletta. Ci siamo. Saremo tutti campioni: wow!!
sabato 4 giugno 2011
Pagelline rosa.

CHI PROMOSSI E CHI BOCCIATI? MOLTO PERSONALI NEI GIUDIZI, TORNANO LE SEMISERIE PAGELLE DEL GIRO.
Voto 14; Andrey Tchmill
Sabato 28: a domanda di suor Alessandra; “Allora, Pozzato rimane?” risposta; “Nel ciclismo sicuro!” Pozzato inizi a cercar squadra.
Voto 10; Alberto Contador, Dino Zandegù e striscione alla partenza da Torino.
Graziato dalla giustizia spagnola (giusto era dargli almeno 6 mesi), lo si aspettava al Giro per vederglielo vincere sulle montagne. Come sono iniziate le salite ha dato una spazzolata a tutti già sull’Etna, facendo capire cosa sia uno che vince tre Tour.
Il brano “El Contador” (di Zandegù – Zandegù) sarebbe da mandare in onda a nastro nelle radio. Magari nella zona di Madrid.
Striscione a Torino; “Alberto, domani grigliata. Porti tu la carne?”
Voto 9; Andrea De Luca
La scommessa di Bulbarelli forse è vinta. De Luca, collegato da Moto 1, riesce ad incrociare un racconto in diretta riguardante la 1^ guerra, con i piatti tipici del bergamasco e dintorni. Il maestro ha un buon allievo.
Voto 8; Stefano Garzelli e Silvio Martinello
Garzelli arriva vicino al tramonto della carriera – correrà fino al Giro 2012 – vincendo la sua seconda maglia verde. Bravo.
Martinello racconta in diretta ad una puntata del “Processo” le fasi più interessanti della tappa di giornata; “…ed ecco i protagonisti della fuga di oggi…” sbagliando vocale ed usando la “I” al posto della “U”.
Savoldelli direbbe; “A VOI!!”
Voto7; mercoledì 25 maggio. Partenza di tappa da Feltre
Una signora chiede a mio fratello; “Quegli altri li conosco… ma chi è quel vecchio?” Era Gigi Sgarbozza.
Voto 6; pubblico del Giro
Meriterebbe 10 per essere ancora lì nonostante le porcherie del doping, ma perde ben 4 punti perché ormai molti tifosi che affiancano i ciclisti sono più una preoccupazione che non un sostegno. Gente, meglio se ci diamo una calmata! Dal prossimo anno che si fa? Gli saltiamo addosso per fare cavalluccio?
Voto 5; percorso del Giro.
Caro Zomegnan, ci hai regalato il Giro più duro degli ultimi decenni, ma con tutte ‘ste montagne sembrava uno spot d’incoraggiamento all’uso del doping. Troppa roba!
Voto 4; Francesco Pancani
Si sente la mancanza dell’Auro nazionale. Barbetta fa sempre un’ottimo lavoro, ma i pochi riferimenti eno-gastronomici rendono le telecronache semplici racconti di quel che si vede. Il ciclismo è più di questo. Come Basso, lo aspettiamo al Tour, dove Auro apriva simpatiche parentesi dedicate ai vini e ai formaggi dei vari dipartimenti francesi (le nostre province).
Voto 3; sigla RAI per il Giro.
Lasciamo perdere va...
Voto 2; Denis Menchov e suor Alessandra
Sostenuto dalla Federica il russo non rispetta le attese. Non vorrei essere nei suoi panni se la ragazza lo incrocerà da qualche parte.
Il Processo alla Tappa è ormai luogo per domande senza domanda, dove chi risponde deve cercare di dire le cose appena dette dalla De Stefano, allungandole nel brodo, ma senza darlo a capire.
Esempio di domanda della De Stefano; “Beppe Conti, siamo a Torino. Diciamo ai più giovani che Torino fu la 1^ capitale d’Italia?” Risposta; “Effettivamente Torino fu proprio la 1^ capitale d’Italia.”
Ma si può mandare in onda una roba del genere?
Voto 1; Carlos Sastre e suor Alessandra (parte 2)
Fossi Mister Geox (o Diadora, che tanto è quello) lo licenzierei di botto. Insieme a Contador sarebbe stato il secondo spagnolo da lasciare a casa. Solo che almeno il primo ha dato spettacolo, Carlos ha fatto cabaret.
Mercoledì 25 maggio. Un’immensa, elegante, splendente ciclista italiana, di cui come sempre non ricordo il nome, è ospite del Processo alla Tappa. In quasi un’ora di trasmissione, avrà potuto parlare per circa 40 secondi. Poi lamentiamoci che del ciclismo femminile frega poco!
Voto 0; “Si Gira”, cioè BAR-Toletti
Come la stessa carovana del Giro (Dio mio quanta gente inutile che si tirano dietro!), un programma dove viene invitato l’amico dell’amico, a parlare di un’altro amico. E poi Bartoletti che parla del povero Weilandts ogni santo giorno per rinnovare la TV della lacrima, che piacerà a lui ma dopo una settimana inizia a stufare quando è fatta in questa maniera.
mercoledì 1 giugno 2011
Giugno; l'editoriale.

FORSE UNICA REALTA’ DAL VALORE VERAMENTE INCALCOLABILE PER IL MONDO DEL CICLISMO, GLI APPASSIONATI HANNO RIEMPITO ANCORA LE STRADE DEL GIRO.
QUALCOSA PERO’ HA STONATO; IL VERGOGNOSO PASTICCIO DEL CROSTIS, ED IL COMPORTAMENTO SEMPRE PIU’ INCOSCIENTE DI MOLTI APPASSIONATI ALLE CORSE.
1° GIUGNO; MANCANO 30 GIORNI AL VIA DEL 22° GIRO FEMMINILE.
Certamente l’aspettativa comune è leggere della corsa rosa appena finita. Due, tra tante altre, sono le cose emerse dalle tre settimane del Giro; la prima è che dopo la presa per il sedere verso il pubblico con il cambiamento del percorso nella tappa del Monte Crostis (e l’annullamento della scalata a quest’ultimo), si evince come tutto il “movimento ciclistico” sia sempre più un “baraccone ciclistico” senza capo ne coda. Il secondo guarda al comportamento sempre più preoccupante di noi appassionati quando siamo alle corse.
È certo che riguardo al Monte Crostis l’Unione Ciclistica Internazionale abbia aspettato troppo per dire; “Ragazzi, fermi tutti! Di lì non si passa!”. Si è detto che correre in quelle strade avrebbe costretto i ciclisti a rimanere per quasi 40 chilometri senza le rispettive ammiraglie al seguito. Per una tappa presentata nell’autunno dell’anno scorso, non è accettabile aspettare l’ultimo giorno per aprir bocca. Mesi di preparazione, settimane di lavori, con almeno la consolazione di pochi soldi spesi visto che le protezioni usate erano quelle prese in prestito dalle piste dello Zoncolan. Per il resto decine di volontari pagati con un panino e un bicchier di vino.
Alcuni Gruppi Sportivi hanno reputato pericolosa una strada, affidandosi a notizie di mesi prima, senza andare a vederla prima del Giro quando i lavori per la messa in sicurezza erano ultimati. La decisione dell’UCI è figlia della minaccia dei GS sulla necessità di tenerseli buoni, perché gli stessi GS minacciano – per questioni di guadagno – di costruirsi una specie di calendario alternativo in stile Formula 1. Il Presidente dell’FCI Renato Di Rocco è vice-presidente dell’UCI. Possibile non avesse saputo niente per tempo? Una presa in… Giro, e basta. Certamente nel futuro gli stessi organizzatori non si faranno sorprendere come in questa occasione, e chiederanno lumi all’UCI fin dall’inizio. Però nel vedere tutte queste manovre politico-sportive prendere corpo, si esalta il fatto che il ciclismo di oggi non si merita il pubblico che ancora gli è rimasto.
Proprio riguardo a noi appassionati, la situazione riguardante il comportamento alle corse sta diventando sempre più insopportabile. Che di corridori un po’ speciali a fianco dei ciclisti se ne siano visti di tutti i tipi, e solitamente molto spassosi, questa è cosa nota da qualche decennio. Ma ora si sta andando verso situazioni di pericolo, probabilmente sbronza-dipendenti, e che vogliono inventarsi di tutto per apparire in televisione per un momento. Durante il tappone dolomitico, poi nel salire lo Zoncolan, e ormai anche in tante altre salite, il pubblico si comporta ai limiti della sopportazione. Non è possibile vedere gente rimbambita dalle birre, o proprio cretina di suo, urlare come un’ossessa nelle orecchie dei ciclisti. Oppure gruppetti di 3 o 4 persone quasi circondare il ciclista in fuga dimenandosi e sbracciandosi come dei tarantolati. Durante un traguardo volante della corsa, eravamo a circa metà Giro, un ragazzino in bicicletta entra in strada e percorre 200 metri di percorso fiancheggiando il gruppo. Cose da pazzi incoscienti. Tutto per “entrare” nell’inquadratura un’istante, senza rendersi conto del pericolo corso, visto che ci sono automobili e motociclette che viaggiano a 80/90 chilometri orari.
Per trent’anni abbiamo visto due corse; quella del corridore ansimante in salita, e quella dell’appassionato che correva a due metri di distanza incitandolo. Era un momento simpatico, ma oggi questo all’appassionato non basta più.
Torniamo a incitare i ciclisti, se vogliamo corrergli al fianco facciamolo solo su strade larghe, spaziose, e non serve urlare loro addosso come dei folli disperati. Se dobbiamo avere un comportamento da curva di stadio calcistico anche appresso al ciclismo, stiamo attenti perché se c’è una cosa che nel ciclismo non è ancora arrivata in grandi dosi è l’inutile, insopportabile e gratuita stupidità del pubblico. Però stiamo iniziando a portarcela. Già quest’ultima ce la mettono i ciclisti che imbrogliano, se ci mettiamo anche noi, buonanotte.
Conclusione per parlare di doping. l’operazione “borracce trasparenti” è ottima per l’immagine, ma non cambierà le cose. Magari cambiandola con l’operazione “manette sempre pronte” qualcosa combini. Quando poi al Processo alla Tappa dei rappresentanti del GS Lampre (questa poi!) portano un quadernone contenente un decalogo che parla di etica nello sport, ricordiamoci che negli ultimi 50 anni sono state incise e cantate migliaia di canzoni che parlano di libertà, rispetto, pace ed amore. Infatti oggi il mondo è il Paradiso, giusto?
Alla prossima.
domenica 1 maggio 2011
Maggio; l'editoriale.

TORNA IL GIRO. TORNA CON LA SUA IMMAGINE COSTRUITA DAI TANTI SUOI COLORI, E CON LA SUA ENORME STORIA FATTA DI MILLE ALTRE PICCOLE STORIE.
TORNA IL GIRO, CON LA SPERANZA CHE CHI LO VINCERA’, O NE SARA’ PROTAGONISTA, SI MERITI VERAMENTE IL “..DAI!!...” DEL RAGAZZINO A BORDO STRADA.
1° MAGGIO; MANCANO MENO DI 160 ORE ALL’INIZIO DEL GIRO D’ITALIA (e 61 giorni all’inizio di quello femminile).
Ci siamo. Tra una cosa e l’altra la Provincia di Belluno sarà la Provincia del Giro 2011. Saranno ben 5 le giornate in cui la Provincia delle Dolomiti verrà visitata, ospiterà, saluterà, coccolerà la corsa rosa. Per celebrare il 150° d’unità nazionale saranno diverse le città visitate che hanno rapporti storici al riguardo. Nemmeno a Feltre possiamo lamentarci quando ci sono di mezzo ricorsi storici o agonistici legati al Giro. La cittadina fu sede di tappa (Bibione-Feltre e poi Feltre-Selva di Val Gardena) nel Giro del 2000. Nell’importante Giro che festeggiava il centenario (2009) la corsa passò nel centro città, ed ora ecco l’edizione dei 150 anni tricolori con la partenza per giungere a Sondrio. Manca solo quello femminile…
Il Giro è la festa, la carovana multicolore che ricorda il carnevale per i suoi colori e suoni. Ed è questo il lato che resta nei ricordi degli appassionati. Il Giro è storia d’Italia. Il Giro dei Ganna, Guerra, Girardengo, Binda; il Giro della miseria, del Grappa e del Piave, della fame quella vera, e non quella della televisione e delle persone che non mangiano da tre ore.
Il Giro dei Bartali, Valetti, Coppi; il Giro del sangue, delle lacrime delle madri che smettevano di esserlo da un momento all’altro, con la velocità di un proiettile finito a bersaglio. Il Giro dei Magni, Gaul, Anquetil; il Giro della rinascita dallo sfacelo delle bombe, delle cambiali che portavano il televisore nelle case, dell’Italia che lasciava la bicicletta ai figli perché tre anni di rinunce alle ferie avevano portato la 600 nel giardino di casa.
Il Giro dei Merckx, Gimondi, Motta; quello del benessere in bianco e nero, delle vacanze al mare anche per l’operaio, delle Brigate Rosse. Il Giro dei Saronni, Hinault, Moser; quello dell’Italia che vedeva il mondo a colori senza dover alzarsi dalla poltrona per cambiare canale, della plastica che ormai era ovunque, dei computer che entravano nelle nostre case, della Coca-Cola.
Il Giro degli Indurain, Pantani, Simoni, Basso; quello dell’Italia che vive gli ultimi anni ricchi prima della crisi, degli operai che sono tornati davanti ai cancelli, degli “Spettacoli della Realtà” in televisione, che nessuno guarda e che poi fanno record d’ascolto, di Internet. Il Giro del nostro oggi; dell’Italia che piange miseria, con famiglie di 4 persone con tre automobili nel giardino, e i quindicenni annoiati con 100 euro nel portafogli.
Poi per fortuna c’è anche l’Italia del Giro; quella del bicchier di vino offerto all’amico di giornata che più rivedrai. E allora, come sta dicendo la radio mentre queste ultime righe vengono scritte, “La corsa più dura del mondo nel paese più bello del mondo”. Dateci una corsa a cui possiamo credere un po’ di più, e quello si che sarà un vero successo. Altro che slogan. Buon Giro a chi se lo merita, e non dimentichiamoci che esiste anche quello femminile, ma quella sarà una storia estiva.
venerdì 1 aprile 2011
Aprile; l'editoriale.

IL GIRO INIZIA AD AVVICINARSI. INTANTO LE CLASSICHE DEL NORD, IN PIENO SVOLGIMENTO, DA SEMPRE SI PORTANO APPRESSO I SAPORI DEL VECCHIO CICLISMO.
A QUESTO PROPOSITO, CHIUDIAMO “RADIO-DS” E RIDATECI IL CICLISTA TESTA E GAMBE.
1° APRILE; MANCANO 36 GIORNI ALL’INIZIO DEL GIRO D’ITALIA (e se Dio vuole 92 per quello femminile).
Le radioline vanno tolte. Le questioni sulla sicurezza devono essere affrontate dagli organizzatori delle corse, senza appoggiarsi ai Direttori Sportivi che avvisino i ragazzi durante la corsa se c’è bisogno. Anche in questo caso si vede chi sa veramente lavorar bene, nell’organizzazione delle corse ciclistiche.
I ciclisti devono pensare al triangolo rosso, ai cinque chilometri da pedalare ancora perché arrivi un rifornimento, a dire al gregario di star davanti pronto a ficcarsi dentro nell’eventuale gruppetto che magari tenterà una fuga, per evitare di dover far tirare i compagni col rischio di sfinirli. A correre, insomma, anche con la testa. Quando mancano 40 o 50 chilometri alla fine della corsa, il gregario con le misure di bicicletta più vicine a quella del suo capitano gli si affiancherà e gli pedalerà vicino. Testa e gambe.
Pensiamo ad uno dei momenti più importanti per un DS ed i ciclisti. Quando questi ultimi sono qualcosa di più che non; “i miei ciclisti” ma sono; “i miei ragazzi”. La riunione la sera prima nel dopo cena, le spiegazione sul percorso, il dire “dal chilometro tal dei tali in poi, su con le antenne! Il percorso diventa così e così e così… Vi voglio vedere svegli!” controllare le carte delle altimetrie 10 volte per memorizzarle mentre vengono discusse, approfondite, analizzate. Testa e gambe.
Pedalare durante la corsa e saper spiegare un concetto con quattro parole, sia dalla sella che dal sedile della macchina. Essere capitani e fare i capitani; decidere in mezzo minuto, ed in prima persona, se e come reagire ad uno scatto. Stare sempre nelle prime 20 o 30 posizioni del gruppo nei grandi giri, quando arrivi a 70/80 chilometri dalla fine, perché non hai “Radio-DS” che trasmette in esclusiva per te. Un ciclismo che faceva capire quali fossero i ciclisti più attenti, intelligenti e preziosi in corsa, per esperienza e fiducia da riporre. Testa e gambe.
Le ultime due generazioni ciclistiche sono nate con le radio. Un ciclista scatta e dall’ammiraglia gli dicono come reagisce il gruppo. Come se non bastasse, anche la televisione viene usata per lo scopo. Le motociclette, l’elicottero, sono occhi per far diventare dei geni del ciclismo, anche Direttori Sportivi che non hanno più bisogno di fare i DS per 4 o 5 anni con i ragazzi giovani. Non hanno bisogno di “farsi le ossa” per imparare a leggere le corse da dentro un’automobile. Oggi possono andare direttamente nell’ammiraglia dei “grandi”, perché ci penserà la telecamera dal cielo a dire loro cosa succede e quindi suggerirgli cosa gli conviene fare.
Ridateci i ciclisti furbi, scaltri, che capiscano e di conseguenza imparino come bisogna alimentarsi nella giornata molto calda, come guidare la bicicletta con la pioggia iniziata da poco, quando mettere la squadra in doppia fila per il vento. Chi scrive ricorda una cronometro al Giro femminile, dove da alcune ammiraglie si sentiva sbraitare dall’altoparlante su quando la ciclista doveva smettere di pedalare e sterzare il manubrio per “buttarsi” nell’affrontar la curva curva. Ma cosa sono; robottini radio-comandati? Sembra proprio così.
Nell’ultima edizione della “Popolarissima” (corsa veneta molto sentita tra i dilettanti), 4 ciclisti sono partiti in fuga a più di 70 chilometri dalla fine. Tre erano della stessa squadra. Sono arrivati al traguardo. Il gruppo non aveva pensato che quando tre ciclisti della stessa squadra (su quattro!) vanno in fuga, non lo fanno soltanto per 10 chilometri e buonanotte? Quando si sono svegliati era tardi. Ecco cosa comporta “Radio-DS”. Ciclisti che non sanno cosa fare.
Ridateci il ciclismo dove le lavagne tornano importanti, dove metti qualche uomo nei punti importanti di un finale di corsa perché non si sa mai, e allora lì si capisce quali squadre hanno gente che di ciclismo ne capisce veramente più degli altri. Ridateci il ciclismo dove il ciclista deve “faticare” anche con la testa.
Testa e gambe.
domenica 5 dicembre 2010
Il ciclismo davanti al caminetto.

DAMIANO CUNEGO E COMPAGNIA CANTANTE TORNANO IN SELLA. FINITE LE CONSUETE VACANZE, IL VERONESE INIZIA UNA STAGIONE (O FORSE UNA SECONDA CARRIERA?) IMPRONTATA DECISAMENTE SULLE FATICHE DI UN GIORNO.
E MAGARI, STAI A VEDERE CHE......
In sella! In Italia le nevicate sono già arrivate, ed anche copiose, in molte zone. Giornate da cioccolata calda e pantofole davanti al camino, anzi, al caminetto. I campioni invece si accingono a far fare alle gambe i primi giri di fatica.
Tra questi il quasi trentenne (eh si!) Damiano Cunego, che mai come da quest’inverno sembra avviato verso l’inizio di una seconda carriera ciclistica. L’ormai ex bocia di Cerro Veronese – croce e delizia di appassionati e tecnici – con il tesseramento di Michele Scarponi da parte del GS Lampre, perde la posizione di uomo di riferimento nei grandi giri per la squadra italiana. Era dal 2005 che il biondo ciclista veneto era punto fermo della Lampre nelle gare di tre settimane.
Da almeno due stagioni erano anche in aumento le voci che consigliavano il finisseur italiano di dedicarsi alle gare di un giorno. Lo stesso ragazzo aveva cercato di “tenere duro” in questo senso nelle ultime stagioni, provando a prepararsi in maniera specifica in vista di Giri o Tours che fossero. I risultati conseguiti non andarono verso le aspettative, com’anche in qualche caso ci furono esiti molto deludenti. Se per Michele Scarponi l’avventura Lampre sembra essere la cosiddetta grande occasione, per Cunego potrebbe essere l’inizio di una seconda fase ciclistica, quand’ormai il calendario personale arriva alla soglia dei 30 anni.
Quando Cunego aveva addosso la luce dei riflettori, i risultati spesso sono mancati. La scelta di Scarponi in squadra non sembra un tentativo atto a copiare la Liquigas, che tra Basso, Pellizotti, Nibali e Kruziger, in questi ultimi anni si è portata a casa un Giro di Svizzera, un Giro d’Italia, una maglia pois in Francia e una Vuelta. Non siamo di fronte a due ciclisti, Scarponi e Cunego, che hanno un’età ciclistica ben diversa (Basso e Nibali). E nemmeno sembra che Scarponi sia il nome per i grandi giri, accasato da Saronni e C., solo per togliere attenzione e quindi pressione a Cunego. Scarponi vuole vincere il Giro, e di lì non si scappa.
L’impressione è che Damiano abbia deciso di seguire come mai prima la strada delle gare di un giorno. Oggi il calendario delle classiche riempie totalmente il periodo marzo/aprile dove, tra Gand Wevelgem e Liegi, ci sono ben 7 classiche nel giro di un mese. Poi si torna al discorso che con Scarponi in squadra, sarà quest’ultimo a ricevere notevoli attenzioni degli avversari, dopo il 4° posto – per poco 3° - nella corsa rosa di quest’anno.
Cunego potrebbe approfittare di questo, proprio riguardo al discorso che quando non gli si chiedeva il risultato, spesso tagliava il traguardo prima di tutti gli altri. Ma con l’arrivo del nuovo Direttore Sportivo, Roberto Damiani (ex Gilbert), forse per Cunego è arrivato il bivio ciclistico definitivo. Per Damiano quasi certamente cambierà anche il clima interno al suo GS dove, non essendo più l’unico riferimento della formazione del signor Galbusera, la ricerca del risultato potrà essere equamente divisa tra lui e Scarponi.
Potrebbe anche essere l’inizio di una coppia ciclistica molto più forte del previsto, e che potrebbe trovare occasioni vincenti inattese ai più. A spingere questa competitività anche gli obiettivi dei due. Scarponi per l’occasione del treno giusto per il podio alto di Milano, Cunego per evitare di perdere i “gradi” all’interno della Lampre. Quando l’acqua arriva ai c******i, solo i morti non imparano a nuotare. E questa amichevole concorrenza interna potrebbe essere la molla che Cunego aveva perso, con l’addio di Ballan alla Lampre un’anno addietro, e prima ancora Simoni alla vecchia Saeco.
lunedì 1 novembre 2010
Novembre: l'editoriale.

LENTAMENTE, ANCHE TROPPO, IL MERCATO DELLE BICICLETTE STA INIZIANDO AD ABBASSARE I COSTI. PIU’ CHE ALTRO, SI STA FACENDO MEZZO PASSO INDIETRO IN TERMINI DI MATERIALI.
GRAZIE COSTRUTTORI, MA DOVEVATE ASPETTARE DUE ANNI DI CRISI ECONOMICA PER DISSANGUARCI DI MENO?
Chi scrive pedala su una specialissima che, al cospetto di una gamma medio/bassa di oggi, fa ridere. Non perché di bicicletta vecchia si tratti, ma se oggi entrate in un negozio ed acquistate una bicicletta da corsa da 1.500 euro, avete buone speranze di poter entrare nella categoria poveracci. Non parliamo poi del costo dei cosiddetti accessori, cioè tutte quelle cose che compongono a pezzi una bicicletta, e che sono il vero guadagno per il negoziante. Poi troviamo gli articoli d’abbigliamento che almeno, se ben trattati, durano diversi anni e ne possono giustificare il prezzo bello salato. Il ciclismo costa, altro che storie. Sembra però che, solo ora, il mercato della bicicletta stia facendo un passo indietro per quello che è l’uso di alcuni materiali. L’alluminio sta tornando nei cataloghi, in maggior misura rispetto agli ultimi anni, permettendo così un costo dell’articolo (la bici), meno pesante per il portafogli del cliente.
Dieci anni addietro, una bicicletta “classica” offriva un telaio in alluminio ed una forcella in carbonio; era una signora bicicletta. Ma nel decennio appena morto, il carbonio ha invaso quasi ogni parte della bici, portandosi appresso i suoi costi spropositati, spesso totalmente ingiustificati per l’uso che veniva fatto della bicicletta da chi sopra vi pedalava. Come? Anche sulla psicologia, contando molto sull’esaltazione del gesto atletico e con il trattare l’amatore come un mezzo campione – o una possibile campionessa in caso di cicliste – per fargli spendere 500 euro in più. Date un’occhiata alle pagine pubblicitarie, in una rivista specializzata. Questo approccio ha spinto tanta clientela a spendere ben oltre le finalità che poteva raggiungere in sella. Così si è alimentata per almeno un lustro la crescita del mercato delle cosiddette “media ed alta gamma”, favorendo un rialzo dei prezzi dove i clienti stavano zitti e sognanti, ed il mercato ringraziava. Sempre meno alluminio e sempre più carbonio. Questa è stata la specialissima dell’ultimo decennio. Chi era signore; “…e vai col titanio!”, mentre l’acciaio è morto, nonostante abbia qualità “salvaschiena” che sono state messe in un’angolo senza complimenti.
Succede che però adesso i portafogli non si aprono più come 3 o 4 anni addietro. Allora i costruttori, capendo che andando avanti così non avrebbero potuto cambiarsi il SUV comprato ben 3 anni fa, hanno pensato di tornare all’alluminio per permettere un costo delle biciclette meno pesante. Questo anche perché se, fino a 15 anni addietro, la qualità europea stava davanti a quella orientale o americana, ora il livello si è appiattito. Quindi se vuoi vendere, ma stai a parità di qualità, l’unica è tornare a materiali meno costosi – ma non meno affidabili, l’alluminio ha riempito le strade a fine anni ’90! – e provare ad acchiappare tre ciclisti nella gamma media, che due in quella alta.
Non è da escludere che l’alto costo di una bicicletta da corsa, sia anche il motivo per cui un salone come quello milanese sia andato a perdere i pezzi (interesse del pubblico) negli ultimi anni. Un conto è presentare telai che (solo telaio) costano 1.200/1.400 euro e biciclette che vanno dai 3.000 euro in su. Altra storia è poter offrire al ciclista – soprattutto della domenica! – un telaio da 700/800 euro oppure una specialissima da 1.500/1.700 euro tutto compreso (ragazzi, 1.700 euro sono 3.300.000 delle vecchie Lire!). Poi che a Milano la gente si fosse stufata di fare 20 minuti in coda per un panino che costava pure caro, questo è una cosa che dipende dall’organizzatore. E lì i cocci sono suoi.
Chiudiamo con qualche riga volutamente un po’ carogna. Da poche settimane il codice della strada obbliga tutti i ciclisti a vestire dei capi d’abbigliamento non solo visibili, ma con caratteristiche riflettenti per le ore serali fino all’alba (e anche nelle gallerie non illuminate). Stai a vedere che per il prossimo anno arriveranno nuovi capi d’abbigliamento già predisposti, che metteranno in piedi un nuovo periodo di business per le aziende d’abbigliamento sportivo?
martedì 31 agosto 2010
BON VOYAGE LAURENT......

Laurent Fignon, 12 agosto 1960 – 31 agosto 2010.
RICORDATO QUASI PIU’ PER DUE SECONDI POSTI CHE PER TRE GRANDI GIRI VINTI, LAURENT FIGNON NON HA SUPERATO LA SALITA PIU’ ARDUA, UN TUMORE CHE – ANCOR ABBASTANZA GIOVANE – LO HA UCCISO.
(Quasi tutte le notizie di questo articolo, sono tratte dalla collana “I campioni del ciclismo”.)
Nato a Parigi nell’estate del 1960, Laurent Fignon diventa professionista come gregario del grandissimo Bernard Hinault. Già nel 1983 le sue doti portano un ragazzo di 23 anni a vincere la più importante corsa al mondo, facendolo arrivare a Parigi in maglia gialla. Nel 1984 Hinault cambia squadra e Fignon diventa il capitano in squadra. Niente cambia per i risultati, visto che Fignon vincerà ancora il Tour. Il mondo del ciclismo è senza parole davanti a quell’occhialuto ragazzo che a 24 anni ha vinto due volte la Grande Boucle.
Nel 1984 aveva sfiorato il Giro d’Italia, dopo che l’italiano Moser lo superò in una prova a cronometro corsa a Verona vincendo la corsa rosa. Moser potè usare, in quell’occasione, la bicicletta che aveva usato per il record dell’ora. Tutta un’altra cosa rispetto alle biciclette ancora “normali” di quel periodo. Per l’italiano un vantaggio enorme. Fignon vincerà il Giro nel 1989 davanti a Flavio Gipponi e si preparerà così al Tour de France.
Il Tour regalerà il finale più epico che si ricordi. Al via dell’ultima frazione, Fignon veste la maglia gialla. L’americano Greg Lemond – che ha già vinto un Tour – è il suo sfidante principale. Si parte da Versalilles fino a Parigi per complessivi 24,5 chilometri a cronometro. Il francese ha 50” secondi di vantaggio, ma Lemond è molto forte a cronometro. L’americano parte come un missile. Fignon non riesce a tenere testa allo statunitense, che conclude la cronometro con un distacco di 58” sulla maglia gialla. La classifica entra nella storia; per 8” Greg Lemond vince il Tour de France. Mai più Fignon dimenticherà quel caldo pomeriggio parigino.
Fignon era una persona dal carattere particolare, ma anche di un’intelligenza come pochi. Conosceva 3 lingue (oltre al francese, italiano, spagnolo, inglese), riservato per la sua vita di tutti i giorni. Amava leggere libri prima delle corse, aveva una gran passione per i testi antichi. Per questo motivo era soprannominato “Il professore”. Aveva passione per letture come l’Iliade o l’Odissea, per la pittura e infatti dipingeva.
Si ritirò nell’autunno del 1993 come gregario dell’italiano Gianni Bugno alla Gatorade. “Continuerò a correre se vincerò il Mondiale!” disse Fignon in quella primavera. Ma la maglia iridata, da lui tanto sognata, non sarebbe mai stato in grado di vestirla.

Alcune delle sue vittorie più importanti;
1983 – Tour de France; 1984 – Tour de France, Campione di Francia; 1986 – Freccia Vallone; 1988 – Milano- Sanremo; 1989 – Milano-Sanremo, Giro d’Italia; 1993 Giro del Messico.
Nota dell'autore;
a tutte le persone che stanno pedalando su una salita lunga e difficile - come quella che Laurent non è riuscito a vincere - un pensiero e un grazie per l'esempio stupendo che voi portate avanti.
domenica 1 agosto 2010
Agosto; l'editoriale.

GLI AVVENIMENTI PRINCIPALI DEL MESE APPENA PASSATO ERANO DUE. DEL TOUR SE NE SONO LETTE DI TUTTI I COLORI. DEL GIRO-DONNE POCO O NIENTE, MA ORMAI E’ ABITUDINE.
ABITUDINE CHE DIPENDE ANCHE DALLE OCCASIONI GIOCATE MALE.
L’impressione è che il ciclismo rosa sia seguito molto meno di quanto gli appassionati delle corse delle ragazze dicano o scrivano. Ma dall’ambiente stesso sono pochi gli sforzi per provare a dare un giro di vite al “movimento” rosa, per quella che è la promozione al pubblico. Hai voglia che l’atleta di primo piano vada in tivù (avvenimento mooolto raro), a dire; “Ehi, guardate anche noi!” se poi si sprecano occasioni. Poi anche la base di tutto, le cicliste, potrebbero aiutare ad attirare quel che serve per farsi sentire; i soldini. Come fai ad interessare il pubblico? Ti apri ad esso!
Presentare il Giro d’Italia solo agli addetti ai lavori è stata un’occasione giocata male per far conoscere il ciclismo rosa al pubblico. Il ciclismo femminile vuole veramente farsi conoscere, o è una frase messa lì per attirare attenzione? Avvicinalo alla gente tanto per cominciare, poi stai tranquillo che gli sponsor ci pensan loro ad avvicinarsi quando sentono odor di business.
Le foto che ormai riempiono il web (su Facebook a quintali), dovrebbero fare posto al ciclismo raccontato. Il ciclismo è diventato sport nobile, l’altro è la boxe, grazie ai racconti dedicati agli atleti. Nessuna disciplina ha mai avuto scrittori così famosi, come lo sport del ciclismo per farsi conoscere. Si lavori in questo senso anche con le ragazze. Quanti appassionati di ciclismo femminile sanno chi era Alfonsina Strada? Forse nemmeno tante cicliste. Non è sufficiente una foto per raccontare tutto quello che c’è intorno. Ed è un peccato, perché il ciclismo dell’altra metà del sellino ha diverse cose che varrebbe la pena raccontare.
Le atlete possono fare la loro? Possono regalare un po’ di pazienza in più verso la loro professione, visto che praticare ciclismo con serietà sfiora la professione. Con questo, è sbagliato andare a pretendere che una persona viva 23 ore su 24 per la bicicletta. Ma se in gara non ne azzecchi una, prima di cambiarti dopo aver finito la tua corsa, meno corse verso il telefonino per l’SMS e “lavora” altri dieci minuti a scambiare due parole con il diesse. Col tempo si migliorerebbero così le atlete, quindi il modo di correre, quindi ecco una qualità delle corse più alta.
Sperare che il ciclismo femminile diventi importante, vuol dire accettare che tra il pubblico e le atlete si materializzino quelle centinaia di transenne che i maschietti hanno sempre intorno. Lo vogliamo veramente così importante? Prima di farlo diventare grande, iniziamo con il renderlo migliore. Quest’anno al Giro si sono visti spogliatoi improvvisati a bordo strada, perché le ragazze potessero cambiarsi. Robe da matti!
Situazioni come queste (viste a Biadene dopo la crono del Giro), dovrebbero anche essere dette e resi note. Ma non per cattiveria. Per il motivo che altrimenti tutto viene preso così com’è, andrà sempre bene, e le cose che puoi rendere migliori con poco resteranno sempre lì, mentre quelle che non funzionano idem. Quindi anche chi del ciclismo rosa ne scrive spesso perché ha l’occasione di seguirlo di qua e di là, può fare la sua parte, ma se si raccontano solo le cose che funzionano si finisce con il suonarsela e cantarsela.
Credo che queste saranno le ultime righe che il sottoscritto metterà su questo sito, per quest’anno, sull’altra metà del sellino (anche se ci sono i Mondiali, dove l’FCI davanti alle tivù tornerà a voler bene alle ragazze, specie se porteranno ancora medaglie!). Come scritto poco sopra, lasciamo perdere il discorso del voler fare grande il ciclismo delle ragazze, e cominciamo con il cercare di renderlo migliore. Chi ci lavora, chi lo racconta, chi lo rappresenta con il proprio lavorar di gambe.
Iscriviti a:
Post (Atom)












