Per anni in questo spazio web scrivevo (a modo mio) di ciclismo, da luglio 2017 è solo uno spazio di lettura. I motivi li trovate nel primo articolo qui sotto.
«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.
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giovedì 31 marzo 2016
Aprile; l'editoriale
“Pare che questa volta la disgrazia sia capitata senza delle colpe veramente imputabili a qualcuno. Pare che la parola ‘disgrazia’ stavolta possa veramente trovar posto. Pare ci siano troppi ciclisti in corsa e allora riduciamoli. Pare che invece siano le moto a essere troppe, ma non è questo. Pare piuttosto che sia necessario partire dal sapere chi guida i veicoli perché il loro comportamento a volte è pericoloso. Pare che però nemmeno questo è il giusto registro perché le gare di oggi sono tirate fin dalle prime battute e quando devi rimontare pare sia sempre più difficile perché in pochi minuti devi essere due chilometri più avanti. Pare che non sia facile perché oggi le strade sono più pericolose perché vent’anni fa non avevi spartitraffico e rotonde in questa quantità. Giornalisti, addetti ai lavori, ciclisti, dirigenti vari hanno già emesso non solo le sentenze ma anche le soluzioni, le alternative, le cose da fare. Pare abbiano tutti le idee chiare. Antoine Demoitiè era nato a Liegi nell’ottobre del 1990.”
venerdì 1 gennaio 2016
Gennaio; l'editoriale
“Parliamo di una cosa di cui frega a quasi nessun appassionato di ciclismo: il ciclismo rosa. Con l’inizio della stagione 2016 il ciclismo femminile dovrebbe fare un grosso salto in avanti. Almeno questo sarebbe il progetto targato UCI che pare inizierà proprio con l’avvio di questa stagione. A casa nostra spariranno alcune (più di alcune) magagne del passato? In queste ultime tre stagioni abbiamo avuto corse che sono scomparse, altre stanno in piedi per il rotto della cuffia, altre sono state ridimensionate pur di farle a ogni costo. Questo ha fatto si che alcune gare siano state ‘promosse’ forse più per necessità di mettere in piedi un calendario decente in maniera da offrire alle nostre cicliste un minimo di giorni di gara. Nonostante i bei discorsi che ogni tanto saltano fuori, mondiale a parte non vi è nessuna corsa che in Italia venga mandata in onda con la diretta. A livello continentale le cose potrebbero forse cambiare in meglio, ma se partiamo da casa nostra la situazione vede tutte le nostre migliori atlete correre con squadre estere. La speranza è che questo rilancio, questa riorganizzazione del ciclismo femminile a livello mondiale, non crei un divario ancora più grosso”.
giovedì 25 luglio 2013
Tocchera' mica comprare un tappeto più grande?
E COSI’ UN GIORNO SCOPRIMMO CHE IL CICLISMO ERA FALSATO. MA ORA GLI APPASSIONATI FARANNO DUE CONTI OPPURE; “CHI SE NE FREGA, VOGLIO LO SPETTACOLO!”? IL CAMBIARE MENTALITA’ PARTE DA QUI.
Una cosa emerge dall’inchiesta doping post Tour ’98: Ullrich era più dopato di Pantani, ma Olano in questo pare non lo battesse nessuno. Ci sono ciclisti che hanno pagato pesante. Chi con il palmarès come Armstrong, chi con il sistema nervoso prima e la pelle poi come Pantani, chi se l’è goduta per anni e anni come Riis (ma dall’aria che tira forse durerà poco) solo perché se apre bocca se ne tira dietro a decine tra dirigenti, ciclisti, team manager…. C’è chi è stato preso per il sedere come gli appassionati, chi continua a prenderci per il sedere come Gimondi, perché ritiene cosa migliore che le provette vengano buttate dopo le controanalisi, della serie; vengo a rubare a casa tua, ma se non mi beccano subito posso tenermi quel che t’ho rubato perché sono i poliziotti che dovevano essere più bravi a fare i poliziotti. Giusto che non c’è senso nel cambiare adesso gli ordini d’arrivo, perché se lo fai dev’essere per tutti. Però non possiamo cercare di far ammucchiare la sporcizia sotto il tappeto. Ullrich, Armstrong, Tafi, Riis, Jalabert, Zulle, Virenque, Brochard, Pantani, Cipollini, Zabel, per dire i nomi maggiormente altisonanti di quel periodo, sono stati protagonisti consapevoli di una disciplina sportiva falsata, che non può essere presa ad esempio. Non si possono trattare come dei miti dello sport solo perché tutti correvano ‘comunque’ alla pari. Allora si ridanno i Tour a Lance, a Landis, a Contador, una Vuelta a Heras. Vieni a rubare a casa mia, quindi posso farlo nella tua? Allora dovemmo trattare come dei miti i velocisti e velociste che nell’atletica hanno assunto tutto e il contrario di tutto. Se a Pantani andava bene ‘adeguarsi’ agli altri ha sbagliato. E questo si deve dire. Inutile parlare di svolte culturali se continuiamo a mitizzare quel periodo ciclistico perché ci ha dato tante corse combattute. Allora si abbiano i coglioni di dire; “Affari loro. Il sangue era il loro. Sapevano quel che facevano. Non gliel’ho mica chiesto io di prendere quelle robe.” E così almeno possiamo continuare a girarci dall’altra parte guardando alle granfondo dove la situazione è da sudori freddi, che nei dilettanti i controlli sono un’optional ma chi se ne frega perché non è mio figlio quello che ci corre, che negli juniores adesso uno può scegliere il medico che gli pare e parliamo di ragazzi ancora minorenni. Poi continuiamo a trattare come campioni esemplari vecchi ciclisti, e li sentiamo in vecchie interviste – perché ormai morti – dire che il loro doping a confronto di quello di oggi era all’acqua di rose perché usavano la simpamina, derivata da?... Andate a curiosare. Come cambi mentalità se trattiamo come idoli persone che hanno accettato di falsare quello che facevano, e ne stimiamo altre che cercano di difenderne l’operato lavorando di omertà?
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mercoledì 23 gennaio 2013
La polvere? Sotto il tappeto!
“Non ci sono stati trucchi che abbiano fatto differenze, anzi, tutti si faceva ciò che si poteva, ciò che la legge dell’uguaglianza suggeriva”. Fu l’ammissione, mooolto indiretta, che l’italiano Pantani fece nel novembre del 1999. La pagina è la 149 del testo “Pantani: un eroe tragico”, del trio Bergonzi/Zazzaroni/Cassani. Una frase che in tivù non è mai stata riportata con l’importanza che merita, perché rompere il giocattolo ciclismo vuol dire dover andare a lavorare sul serio e non poter più fare la star davanti la telecamera. La “legge dell’uguaglianza” citata dallo scomparso ciclista non può essere toccata. E intanto sulla cima del Monte Imbroglio c’è una sola croce, un tempo ornata di una bandana, oggi avvolta in una bandiera stelle e strisce. L’effetto domino non ci sarà, almeno per ora. Lance non ha voluto fare la spia. D’altronde fare la spia è la peggior cosa. Basta ricordare quando Di Luca “usò” furbescamente, nelle prime interviste pre-ritorno alle gare, le telecamere e la stampa per far partire in primis il messaggio che lui non aveva fatto nomi ma solo parlato di metodologie, come invece aveva riportato la stampa nelle settimane precedenti. Doveva far partire il messaggio criptato “non ho aperto bocca, non vi ho traditi”. Avete mai provato a nascondervi dietro a un lampione? Provate a pensare con una rapida immagine nel vostro cervello a una persona che si nasconde dietro un lampione. Ecco, è stata la puntata che la RAI ha messo in piedi la settimana scorsa, al mattino, dopo la prima metà dell’ammissione di Armstong sul doping, dove si è cercato di far combaciare il più possibile che Lance era il doping. Un po’ come Pantani a cavallo del millennio. Con il romagnolo che dopo la sua morte è stato (e viene ancora) puntualmente rimpianto sui giornali – e soprattutto in tivù – da chi, giornalisti, dirigenti, ex ciclisti, cambiava marciapiede per l’imbarazzo, quando si sapeva che l’uomo si stava rovinando con le droghe.
Quindi adesso si deve ripartire, credo per la sesta o settima volta in tre lustri, e soprattutto cercando di non parlare di un ciclismo falsato a valanga negli ultimi 15-20 anni. Bisogna essere ottimisti perché cosa diciamo ai giovani, ai ragazzi? Giusto. Non diciamo loro che una buona rappresentanza di chi oggi guida le ammiraglie era in sella nel ciclismo dell’EPOca d’oro, non facciamo loro notare (ai giovani) che molti commentatori televisivi delle varie televisioni arrivano dallo stesso periodo, non diciamo che Thomas Dekker (che con Armstrong non c’entra una piffero) ha denunciato un doping di squadra nella Raboank dalla metà del decennio scorso fino all’anno passato. Oppure possiamo parlare senza paura. Perché, la famosa frase, “Oggi il ciclismo è molto più pulito di un tempo”. non la cambiamo con un; “Oggi c’è un’antidoping che rispetto vent’anni fa ha più possibilità d’incularti”. Perché tralasciare il fatto che i due professori più famosi del doping degli ultimi 30 anni, Conconi e Ferrari, non sono di certo uno aborigeno e l’altro islandese, visto che sembra che il doping sia solo roba texana. Lance pensi alla fondazione e lasci perdere il tornare a fare competizioni anche se solo da Club del Prosciutto. Aiuti la gente che sta morendo di cancro, visto che fin’ora ha fatto un gran lavoro, e se vuole tornare al ciclismo lo faccia aiutando l’UCI a cambiare dirigenti, per prima cosa, e a spifferare di tutto e di più sulle cose che ha visto, usato, sentito, concordato negli anni in cui faceva il ciclista. Noi italiani cominciamo a stare zitti visto che Conconi, Ferrari, Gotti, Casagrande, Simoni, Frigo, Garzelli, Piepoli, Riccò, Sella, Basso, Scarponi, Di Luca, Rebellin, Simeoni, Bertagnolli, i DS dei dilettanti Leali e Piccoli, la “famiglia” Bernucci (con moglie, madre, fratello e suocero coinvolti) sono un buon viatico per dire che la nostra Nazione è stata buona protagonista anche da questo punto di vista. Ma certo, toccare il periodo degli ultimi 15-20 anni è vietato, visto che il nostro ciclismo ne era quasi padrone.
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domenica 20 gennaio 2013
Con tanti saluti, ma pochi rimpianti.
LA BRITANNICA NICOLE COOKE SALUTA IL CICLISMO AGONISTICO, TOGLIENDOSI UN PAIO DI CARRIOLE DI SASSOLINI DALLE SCARPE. PARLA DI DOPING (E SPUNTA L’ITALIA), DI CHI GESTISCE IL CICLISMO ROSA E DEI MOMENTI BELLI. NEL SITO DI SPORTPRO L’INTERVISTA COMPLETA CHE CONSIGLIO DI CERCARE.
Di solito si usa il termine “fiume in piena”. Ma siccome non sopporto troppo le frasi fatte diciamo più che altro che siamo davanti ad un’atleta stufa marcia di un mondo pieno di belle parole e poche di queste mantenute veramente. All’inizio della stagione ciclistica Nicole Cooke saluta tutte, stacca il numero dalla schiena, e si toglie badilate di sassolini. Ne ha per tanti, senza distinzione. “Sono molto felice della mia carriera. Ho molti, molti ricordi felici. Ho cominciato quando avevo 12 anni. Ora ne ho 29, quindi sono 17 anni che ho concluso con soddisfazione. A 12 anni ho sognato come ogni bambino. Volevo vincere il Tour e le Olimpiadi. Ci sono riuscita e non potete immaginare quanto sia felice di essere qui con voi, con i miei sogni realizzati. “Mi sono sentita davvero privilegiata. Ho così corso da prof su strada dal 2002 al 2012. In questi 11 anni ho dato a questo sport la parte migliore di me. E `stato un periodo incredibilmente turbolento per questo sport. Molti concorrenti hanno abusato del ciclismo, trasformandolo in farsa, prendendo farmaci per migliorare le prestazioni. Dopo il tour del 1998 e lo scandalo Festina, era evidente quanto il doping fosse endemico.” La britannica racconta di quando ha conosciuto il lato marcio dello sport, e qui emerge anche l’aria di casa nostra. ”A 18 anni - racconta ancora la Cooke - nella casa che mi aveva dato la mia prima squadra, non ho dovuto aspettare a lungo per scoprire situazioni sospette. Nel frigo c`erano varie bottiglie e flaconi, fiale per siringhe. Chiamai mio padre, e chiesi che cosa avrei dovuto fare. Avrebbero puntato il dito verso la britannica, che riusciva a malapena a parlare l`italiano. E qualcuno avrebbe potuto dire: `Tutte queste fialette sono le sue; abbiamo cercato di fermarla, ma lei continua ad utilizzare il doping tutti i giorni`. Così, ho svuotato il frigo e ho messo tutta quella roba in giardino, dicendo al team manager che doveva pensare lui a sbarazzarsene. Oppure me ne sarei andata. Ci pensò lui.” Ci sono poi riferimenti precisi ad alcune colleghe disoneste del suo periodo. “Genevieve è stata la superstar canadese, un`icona nazionale. Non è mai risultata positiva. Ma ha saltato un controllo antidoping quando mi ha battuto e ha ricevuto solo una multa. Ha superato il 50% di ematocrito e le autorità in linea con la loro legislazione, le hanno solo imposto una sospensione a tutela della salute. Chi ci restituirà le vittorie che Lyne Bessette o la Jeanson ci hanno rubato? La Jeanson ha ripetutamente mentito, proprio come Lance (si riferisce ad Armstrong) prima di adesso. Poi ha confessato di essere stata al centro di un vasto programma di doping da quando aveva 16 anni” Nicole poi tocca il discorso dei calendari, che perdono pezzi senza distinzione di confini e bandiere. “L`UCI ha passato gli ultimi 10 anni cercando di difendere la posizione indifendibile di Armstrong, con perdite di tempo, tipo citare in giudizio per diffamazione Paul Kimmage, oppure cercare le ricevute per le attrezzature acquistate con le donazioni di Lance, o querelare Floyd Landis. Queste le loro `priorità`, mentre il ciclismo su strada femminile, che sembrava così promettente nel 2002, quando ho cominciato come professionista, si è sbriciolato. Sono finite la Milano - San Remo femminile, l`Amstel Gold Race, il Tour de l`Aude, il Tour Midi Pirenei, ed il Tour Castel de Leon. Nessun Tour di massima categoria in America. Nessun Tour in Australia, Nuova Zelanda o in Canada. Invece di un Tour de France di due settimane, non abbiamo più nulla. Oggi, nel mese di gennaio, la gara più importante nel calendario delle donne di quest`anno, quello da cui ho la maglia rosa, non ha organizzatore e nessun percorso (il Giro Donne).” E visto che il mondo del ciclismo rosa viene sempre raccontato – da chi lo compone, da chi lo guida e da chi ci lecca i piedi gironzolandogli intorno – per le cose che funzionano, ecco l’esperienza da parte di un’atleta che proprio in quel mondo fatto di sorrisi a tonnellate ci pedalava, e lo faceva da protagonista. “Per molte atlete la ricompensa è solo un gettone o premi versati in modo capriccioso e ingiusto. Alcune non ricevono nulla. Il contratto? Una barzelletta per quelle di noi che hanno la fortuna di essere nella fascia alta ed averne uno. In 11 anni di carriera ho dovuto portare quattro squadre in tribunale per far rispettare i miei diritti. L`anno scorso, mentre mi preparavo per la difesa del titolo olimpico, sono rimasta senza stipendio da fine marzo. Il manager della squadra si vantava con le ragazze che lui non aveva intenzione di pagare noi e che avrebbe assunto i migliori avvocati italiani per impedirci di essere pagate! Rivelare quello che succede veramente è un vero e proprio tabù: nessuno parla” Nicole chiude con i ringraziamenti di rito. “Le montagne russe della mia carriera ciclistica sono giunte al termine. Ho avuto molti venti contrari, da molti posti che non ti aspetteresti. Molti mi hanno aiutato, ma alcuni nomi speciali sono Andy Walser, Rod Jaques, Chris Price e il chirurgo che mi ha operato alle ginocchia, Jonathon Webb. Inoltre, fin dai primi giorni, Ron Dowling, Brian Rourke e Cliff Poulton, e due non sono più con noi - Geoff Greenfield e Walter Rixon.”.
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