«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.
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mercoledì 15 febbraio 2017

Il Giro d'Italia numero 90

L’abruzzese Danilo Di Luca vince il Giro numero 90, corso dal 12 maggio al 3 giugno 2007. Per festeggiare i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Garibaldi si partì da Caprera.
Nato ciclisticamente come atleta da corse di un giorno, Danilo Di Luca vince il Giro d’Italia per la squadra Liquigas davanti all’allora giovane talento lussemburghese Andy Schleck. Con 197 corridori partiti, a Milano giungono in 141 dopo 3.489chilometri percorsi. Dopo la tappa che arrivò al Santuario di Nostra Signora della Guardia, la classifica generale faceva vestire di rosa Andrea Noè, che a 38 anni divenne la più anziana maglia rosa del Giro. Di Luca si difenderà bene dagli attacchi di Gilberto Simoni, Riccardo Riccò ed Andy Schleck. Un passo molto importante per la vittoria sarà quello della cronoscalata di Oropa vinta dall’allora tricolore a cronometro Marzio Bruseghin.
Danilo di Luca vivrà in quella vittoria il momento più esaltante della sua carriera, ma quest’ultima verrà rovinata con le traversie doping che riguarderanno lo stesso ciclista negli anni seguenti. Due i casi più gravi: la positività al Giro 2009 – chiuso al 2° posto finale – e comunicata durante i giorni in cui si stava correndo il Tour de France, e una seconda positività registrata durante un altro Giro d’Italia alcuni anni dopo. Durante quel Giro del 2007 il velocista italiano Alessandro Petacchi si vedrà togliere ben cinque vittorie di tappa, per una positività alla sostanza “salbutamolo”.

giovedì 26 gennaio 2017

Dopati: perchè condannarli se il pubblico li premia?

Il ‘fenomeno’ Armstrong fa capire perché il doping farà sempre fatica a sparire. Non per Lance, ma per il comportamento nei confronti del doping di moltissimi appassionati.
Ormai quarantacinquenne, il cosiddetto vincitore di sette Tour può servire per capire di come il doping sarà una questione sempre aperta. La carriera di Armstrong è andata in pezzi alcuni anni addietro, quando fu lui stesso a rivelare l’uso continuato di prodotti doping nei suoi anni più vincenti. Chi è oggi Lance? Un ex ciclista dopato, rappresentante della truffa ciclistica più grande che si ricordi, ma che pedala con 200 persone “raccolte” in quattro e quattro otto tramite social in Nuova Zelanda e, come da foto Gazzetta, circondato da ciclo-amatori in fila per foto ricordo e autografi sulla maglietta. Ecco, lasciamo un momento Armstrong. Giriamo l’obiettivo della nostra ideale telecamera e guardiamo gli appassionati che si mettono in paziente attesa intorno a lui. L’Epo?: dimenticato. Le balle colossali dette per anni?: dimenticate. Le accuse verso persone che lui sapeva avessero ragione?: dimenticate. Quindi che si fa? Ci si mette in fila per avere l’autografo di un dopato reo confesso. Perché chiedersi come mai vi sono persone che si dopano, quando gli stessi appassionati per richiedere la foto, la firma, aspettano diligentemente il loro turno? Un tempo doparsi voleva dire ingannare volutamente gli altri concorrenti alla manifestazione a cui partecipavi. Una truffa. Sportiva, ma sempre di truffa si trattava. Voleva dire insultare indirettamente gli appassionati a bordo strada. Prenderli in giro. Ma perché il ragazzino quindicenne dovrebbe rinunciare a tentare la via della truffa usando prodotti dopanti, quando vede che un ex-dopato storico del ciclismo viene rincorso per un autografo e una foto ricordo? Ho sbagliato tutto. Perché condannare le tivù che chiamano al microfono con il ruolo di commentatori ex ciclisti con passati conditi da magagne doping? Onestà? Ma dove ho vissuto fino a oggi? Dovremmo invece ringraziarli per questo. Penso a Suor Alessandra. Lei aveva capito tutto, fin da subito. Noi appassionati amiamo essere trattati come imbecilli coglioni. E lei, capendolo, lo fa perché ci ama. Grazie alla Suora e a tutti i suoi confratelli del Convento della Sacra Omertà, e grazie a tutti quegli appassionati che al famoso ragazzino quindicenne hanno mandato questo bellissimo messaggio; “Dopati figliolo, e non preoccuparti. Dimenticheremo sempre quel che avrai fatto! E se ne avremo la possibilità ti chiederemo anche una foto assieme.”

venerdì 6 maggio 2016

La parola "sistema" non basta da sola

Torna a far parlare di se Di Luca, noto ex dopato-bis del nostro ciclismo. Lo fa per lanciare un suo libro e per farlo è riapparso alla trasmissione “Le Iene”. Non è stato l’unico ex prò che Le Iene sono andate a cercarsi, ma senza star qui a guardare chi ha parlato davanti alle telecamere, il “sistema” è stato l’argomento centrale. Per “sistema” s’intende una specie di regola non scritta dove capita che se confessi, mettendo nei guai altre persone che lavorano nell’ambiente ciclistico, intorno a te si forma il deserto. A meno che uno non segua il ciclismo solamente a livello superficiale, questa cosa si sa. Quindi tirare fuori il discorso su questo benedetto “sistema” serve a poco, forse a niente, se non fai nomi e cognomi. Che il “sistema” esista è la scoperta dell’acqua calda. È impossibile infatti che giornalisti o giornaliste dell’ambiente ciclistico non sappiano cose che sono note tra gli appassionati. Se accendi la tivù e ti ritrovi tal ex ciclista – espulso dal Giro per doping nel 2002 in maglia rosa – che ti dice cosa sia il ciclismo e come si deve correre, capisci che qualcosa non va ma chi è la fa finta di niente per puro opportunismo professionale. Come trovare un giudice che viene sbattuto fuori dal tribunale per corruzione, che si ripresenta in tivù come nuovo giudice di Forum. Il “sistema” esiste certo, ma senza nomi e cognomi non cambierà niente, perché continueremo ad avere giornalisti e giornaliste, commentatori e telecronisti, direttori sportivi e tecnici che sapranno sempre cosa NON dire davanti alla telecamera, ed il mondo dello sport sarà sempre il mondo magico e fatato che riempie delle cose più belle i sogni dei nostri bimbi più buoni.

mercoledì 19 agosto 2015

Ancora doping, ancora ciclisti, ancora Italia.

La Wada (World Anti-Doping Agency) è un brutto cliente. Gente con le palle quadrate che a differenza dell'FCI, e a volte l'UCI, ti sta dietro finchè non ne puoi più. Lance Armstrong ne sa qualosa. Adesso la Wada può controllare urine e sangue, anche se questi sono stati prelevati diversi anni prima, fino a dieci. Stavolta è Gianpaolo Caruso il ciclista positivo all'EPO. La sua provetta era del marzo 2012, e la differenza l'ha fatta un metodo di controllo più sofisticato che ha fatto scoprire il marcio. Dopo Luca Paolini al Tour, sempre uomo Katusha, un'altro dei bravi ragazzi di Suor Peppa De Stefano si dimostra tutto fuorché bravo. La domanda è; se questa provetta è del marzo 2012, il ragazzo ci ha presi per il sedere fin da quel tempo? E se questo nuovo sistema di controllo doping è così efficace, dobbiamo attenderci molte altre sorprese? E quando la finiremo di dare retta a gente che dai pulpiti televisivi continua a definire i ciclisti come vittime?

lunedì 3 agosto 2015

Continua il momento 'positivo' del nostro ciclismo.

È un’Italia ciclistica che non molla, che vende cara la pelle, e che tirando fuori le palle riesce a confermarsi ai vertici mondiali in fatto di marciume targato 2015. Siamo al momento la prima Nazione al mondo per dopati prò’ in questa stagione. Un dato che chiaramente non deve trovare esagerata diffusione tra gli appassionati, sennò gli sforzi degli addetti ai lavori di raccontare il ciclismo come fa comodo a loro risulterebbero vani, quindi meglio rompere le balle con le chiacchiere sul contratto di Nibali che con il vice Campione d’Italia beccato dopato. Però il ciclismo di casa nostra non vuole mollare, per far capire agli appassionati che non vuole arrendersi, per continuare la grande tradizione italiana che nel periodo anni 80’ e 90’ (oppure leggi Conconi/Ferrari) ha visto la sua sublimazione massima che ha fatto scuola nel mondo. Il GS Androni Sidermec si è auto-sospeso per un mese dalle corse, a causa della positività di due suoi atleti trovati positivi a giugno: Davide Apollonio (EPO) e Fabio Taborre (FG-4592, un farmaco simil’EPO). Se le contro-analisi diranno che i due atleti non sono dopati tutto bene, se invece verranno confermati i risultati delle prime analisi l’Androni si riserva di denunciare per danni d’immagine i due ciclisti. Il ciclismo italiano non è allo sbando come molti scrivono. È invece ben vivo e nel suo sangue scorre potente la voglia di rivincita. Se poi questa grande rivincita ha come costo il continuo prenderci in giro va bene lo stesso, perché comunque la “grande famiglia del ciclismo” è sempre pronta al perdono. Quello che pensiamo noi cosa conta? Dopotutto il biglietto mica lo paghiamo per andare a vedere le corse di ciclismo, quindi che diavolo abbiamo di lamentarci?

venerdì 17 luglio 2015

Quando il doping non fa notizia, ma le giornate storte si.

La debacle agonistica di Nibali al Tour ha dunque richiesto nientemeno che la presenza del manager del siciliano al salotto RAI per il Tour. Manager che il giorno prima era intervenuto al telefono alla stessa trasmissione. Un tempismo perfetto quanto inutile nella presenza, perché vai a sapere che risposte ciclistiche possa dare un manager, quando manco in Astana sanno il perché Nibali abbia patito così tanto i Pirenei. Un pomeriggio con chiacchiere continue sul ciclista isolano, e discorsi triti e ritriti all’infinito. Ma il salotto ciclistico RAI ha deciso che una giornata storta di Nibali valesse un pomeriggio a parlare di Vincenzo, mentre non sarebbe stata invece una brutta cosa se qualcuno avesse fatto una bella chiacchierata su Francesco Reda, 32 anni, ciclista del Team Idea, una formazione Continental. Sono quelle squadre che hanno poche possibilità di mettersi in evidenza sui palcoscenici importanti, e stessa cosa dicasi per i loro corridori. Reda aveva ben impressionato molti al Campionati Italiano – vinto da Nibali – cogliendo un inaspettato secondo posto conclusivo. Il ciclista è stato trovato dopato con una sostanza chiamata ‘darbepoetina’ una parente dell’EPO. Questa medicina stimola la produzione di globuli rossi agendo sulle cellule del midollo osseo. Di queste cose non vale la pena parlare nei salotti RAI, perché al telespettatore bisogna raccontare i ‘casi’ Nibali, mentre per parlare di doping ci sarà sempre tempo. Intanto i ciclisti – le famose ‘vittime’ – continuano a far male a se stessi e alla disciplina che praticano, aiutati da salotti tivù dove dei casi doping non vale la pena parlare. Meglio chiamare un manager e parlare del contratto di Nibali, o di una vittoria di Moser al Giro d’Austria, che di un ciclista italiano che si è dopato. Così aiutiamo veramente il ciclismo. Non parliamone, così la gente crede alle storie di Suor Peppa, e tutti noi vivemmo felici e contenti.

martedì 5 novembre 2013

Il ciclismo davanti al caminetto (1^ p.)

E RIECCO IL PERIODO DEDICATO ALLA BICICLETTA LONTANA DALLA STRETTA ATTUALITA’. STAVOLTA PER PARLARE DI CHI DAL CICLISMO E’ SCAPPATO, O DI CHI CERCA (IN OGNI IL MODO) DI FARE IL CONTRARIO.
Partiamo da diversi anni addietro e andiamo a ricordare un ex talento del nostro ciclismo, uno di quelli che come si dice erano predestinati, che prima o poi doveva fare il botto nel senso buono del termine. Nel 2007 Giuliano Fugueras aveva 31 anni, ed era quindi nel periodo considerato migliore per la carriera ciclistica. Un’intervista del tempo, a firma di Luigi Perna della Gazzetta, ce lo raccontava ingrassato di 10 chili in 5 mesi: due chili al mese, media perfetta. Aveva deciso di mollare tutto, questo si di botto. “Ero solo stanco. Logoro. Stufo di alzarmi ogni mattina per fare 6-7 ore in bici. È molto semplice: mi sono "scocciato" di fare il corridore e ho deciso di smettere. Quello che dovevo dare al ciclismo l’ho dato" disse al giornalista della rosea. “Mi era venuta la nausea. È stato difficile accettare il distacco, perché sono una persona molto sensibile. Ho anche chiesto l’aiuto di uno psicologo. Ma questa depressione non è stata la causa dell’addio, semmai la conseguenza". Sul discorso doping precisò che: "Non è stata la necessità del compromesso a farmi smettere. Quello è qualcosa che esiste e che da corridore accetti. È brutto dirlo, ma è la realtà. Spetta a chi comanda il ciclismo eliminare la possibilità di scorciatoie. Ma io resto innamorato di questo sport e so che un giorno lo rimpiangerò" Chiuse con le idee chiare sul fatto che: “Nel ciclismo lavorerei solo con i giovani. Tra i pro' ci sono facce che non voglio più vedere" Questo fu il commiato di Figueras dal plotone. E risalta il fatto di quelle “facce che non voglio più vedere” che forse furono il vero motivo del non avere voglia di continuare a faticare insieme. Questo il pianeta da cui decise di andarsene il ciclista italiano. Pianeta che invece un’altro italiano, Davide Rebellin, non vuole abbandonare. E da questo lato con le idee ben chiare al riguardo. Il veneto non era un ciclista da poco. Quando correva i Mondiali era spesso la penultima carta da giocare nel finale per lanciare Bettini. A lui resta un tris di vittorie da leggenda nelle Ardenne, a cui aggiungere altre due Freccia Vallone, se non le avesse sporcato tutto con un record che speriamo rimanga imbattuto, quello del primo e fin’ora unico medagliato olimpico italiano ad aver subito poi una squalifica per doping (un’altro atleta, marciatore trentino, che mangiava decine di barrette Kinder ogni giorno e latte a secchiate, il titolo del 2008 ce l’ha ancora). Rebellin – 42 anni compiuti – durante il Giro del trentino scambiò due parole con Marco Bonarrigo di CyclingPro: “Non mi va più di parlare di quella storia. È stata troppo dolorosa.” In questi giorni è iniziata nei suoi confronti l’indagine per doping e per evasione fiscale – quando risiedeva a Montecarlo mentre la famiglia faceva la spesa quotidiana e si faceva mandare la posta in quel di Galliera Veneta – e sulle corse è convinto che nonostante i suoi 42 anni: “…sono integro, ho anni davanti. Vorrei essere un modello per i giovani, magari nel ruolo di allenatore”.
Chi parla assunse, nel dettaglio, ‘Eritropoietina, specialità Mircera di Roche classe ormoni’ e al contrario di Figueras, che stufo decise di dir basta, cerca invece di rimanere attaccato al mondo dello sport ed è anche imbarazzante che ad evidenziare ed esprimere una passione così forte per lo sport, sia una persona che allo sport ha solo fatto del male con la via dell’imbroglio. Non è l’unico atleta che smessa l’attività sportiva, e quindi la vita da sportivo, ha cercato di riciclarsi in altri ruoli ma sempre nel medesimo ambiente. Cipollini tornò anche a correre per un periodo di pochi mesi poi mollò nuovamente, successivamente si mise a fare il presunto preparatore atletico per il team femminile della MCipollini, tant’è che fu l’unica occasione in cui il TG sportivo RAI fece un servizio su di una squadra ciclistica di donne (da notare: non per parlare delle ragazze, ma perché Re Imbroglione – pieno fino alle orecchie come da Gazzetta di febbraio – si era messo a dir loro come ci si prepara fisicamente). Non contento, Cipollini meditò ancora un’altro ritorno per correre due settimane del Giro del 2012, che siccome fino a Cervinia (14^ frazione) non era poi così tremendo, s’era messo in testa di tornare con la Farnese di Scinto, sfruttando il fatto che quest’ultima usava le sue biciclette. Per fortuna Scinto gli fece capire che era meglio non parlarne proprio. Altri casi sono più recenti: Bartoli si era messo – e probabilmente lo fa ancora – a seguire la preparazione atletica di alcuni ciclisti Lampre, o Di Luca che poche settimane addietro ha fatto scena muta davanti al PM, perché tanto che ti cambia se comunque sai che ti squalificano a vita? Meglio non fare la figura del traditore, così i ciclisti e gli altri personaggi marci sapranno indirettamente che di me possono ancora fidarsi e dall’ambiente sportivo riuscirò a non uscirne mai. Non vorrai mica che mi tocchi d’andare a lavorare?

lunedì 13 maggio 2013

Quando omertà e silenzi infiniti profumano di presa per il c**o (nostra).

La notizia riguardante le ormai famose tabelle di Eufemiano Fuentes – il dottor doping del decennio scorso, degno erede di Conconi (in ‘faro’ degli anni ’80) e di Ferrari (quello degli anni ’90) – che hanno fatto finire sulla prima pagina della Gazzetta l’ex Re Leone Mario Cipollini ad inizio febbraio, ha fatto si che da quei giorni Re Imbroglione sia totalmente scomparso, eclissato dalla scena. Ogni anno, dopo essersi ritirato, non mancava di fare qualche comparsata durante il Giro, specie quando le frazioni toccavano la Toscana. Da mesi nessuna notizia, nessuna dichiarazione, se non quelle del suo legale al tempo della notizia. Purtroppo poco spazio è stato dato – se non quello misurato al minimo dovere di cronaca – anche a Boogerd o Schumacher al riguardo delle loro confessioni legate al doping. Dopo il doping assunto “come mettere l’acqua nella borracia” di Armstrong, sembra che il doping assunto “come mangiare un piatto di pasta” di Schumacher sia da mettere sotto al tappeto e sia cosa di secondo piano. Su Cipollini è sceso un velo di silenzio totale, blindato. D’altronde quando sei amico di tutti quelli che oggi stanno in tivù a raccontare il ciclismo, per quest’ultimi resta ben poco da poter inventare. Meglio stare zitti, evitare l’argomento, nemmeno sfiorarlo, che tanto l’appassionato cretino ha la memoria corta e quindi tiriamo avanti il carretto dell’omertà facendogli credere che il doping sia solo americano. Di certo la Gazzetta dello Sport, che aveva proprio in Cipollini un suo collaboratore al Giro, non ha pubblicato quelle tabelle senza garanzie. Se fossero cose campate in aria le denunce dell’atleta sarebbero già partite da un pezzo, e la Gazzetta non va a mettere in prima pagina una bomba come quella giusto per vendere. Cipollini sarebbe stato anche uno dei testimonial migliori per i Mondiali toscani, e l’imbarazzo provocato dev’essere stato bello grosso. Mario pensi alle sue biciclette vendute a peso d’oro e lasci perdere il farsi rivedere in giro. Tra le pagine della rivista CyclingPro – dove il leccapiedismo non è di casa come su altre testate e perciò di Cipollini si parla – emerge che un altro ciclista italiano, specialista di classiche, sarebbe stato una decina di anni addietro nell’elenco clienti di Fuentes. Però nessuna notizia su questo. Per Armstrong che va a pisciare c’è sempre spazio per due righe.

mercoledì 17 aprile 2013

Consigliato! (se lo trovate...)

Dopo ‘solamente’ 5 mesi d’attesa mi è finalmente arrivato, tramite libreria, il libro di Alessandro Donati “Lo sport del doping”. Un libro a quanto pare quasi introvabile, cosa confermatami anche da quello che mi hanno raccontato altre persone che lo cercavano, e questo non è un caso visto che un vecchio libro dello stesso autore, “Campioni senza valore” del 1989, sparì dagli scaffali dopo la prima edizione. “Lo sport del doping” è un lavoro splendidamente triste, anche se questa può sembrare una definizione stramba e poco logica. Donati racconta diversi momenti della sua carriera professionale (chiedete a chi è amante ed esperto di atletica di chi si parla) passata tra personaggi marci, disonesti, mercenari, ritrovandosi a convivere professionalmente con leccapiedisti pronti a fare come le bandiere: dove tirava il vento si orientavano di conseguenza. Con questa ‘etichetta’ qualcuno di voi penserà che si tratta di un libro di politica, ma stavolta si parla principalmente di sport – dove il mondo dell’atletica occupa molte pagine, e dove la puzza di politica comunque non manca – e dove si scopre quanto lo stesso mondo sportivo italiano è stato falsato, quanto sono stati falsi alcuni nostri protagonisti importanti, acclamati, applauditi in diversi sport, e quanto altri grandi eventi sportivi al mondo convivano con sospetti non troppo velati. Si parla di doping senza la necessità di scomodare i soliti moralismi, vista la semplicità e la chiarezza con cui vengono descritte e raccontate certe situazioni, incorniciate di una tristezza che fa veramente capire quanto dirigenti, atleti stessi, alcuni giornalisti, siano stati artefici di anni di pura e voluta omertà, per difendere una situazione indifendibile o, più meramente, per salvarsi sedia e sedere. Donati racconta anche delle persone che come lui non hanno voluto accettare uno sport falsato, che hanno cercato di sostenerlo anche rimettendoci, e di chi ci è finito in mezzo in buona fede. Per chi vuol bene allo sport è un testo consigliato, perché si può capire come si può voler male allo sport. Per gli sportivi (e chiamiamoli così) che invece se ne fregano finché non sarà un loro figlio ad andarci di mezzo, saranno 16 euro ch’è meglio mettere da parte e da spendere su internet per battere gli amici del GS “Tal dei Tali” nella partita, nella corsa di bicicletta, nella nuotata, nella sciata, nella mezza maratona del giorno di festa, nella gara di quel che vi pare ma basta sia una gara. Un testo che sarebbe da far leggere ai genitori ‘veri’, non per far evitare il mondo dello sport al proprio figlio, ma invece proprio per difendere meglio figlio e sport. Trovate nomi, cognomi, luoghi, date, circostanze, tutto. La casa editrice è la Edizioni Gruppo Abele. Se dovete ordinarlo tramite libreria, rileggete le prime righe di questo articolo per regolarvi.

domenica 20 gennaio 2013

Con tanti saluti, ma pochi rimpianti.

LA BRITANNICA NICOLE COOKE SALUTA IL CICLISMO AGONISTICO, TOGLIENDOSI UN PAIO DI CARRIOLE DI SASSOLINI DALLE SCARPE. PARLA DI DOPING (E SPUNTA L’ITALIA), DI CHI GESTISCE IL CICLISMO ROSA E DEI MOMENTI BELLI. NEL SITO DI SPORTPRO L’INTERVISTA COMPLETA CHE CONSIGLIO DI CERCARE.
Di solito si usa il termine “fiume in piena”. Ma siccome non sopporto troppo le frasi fatte diciamo più che altro che siamo davanti ad un’atleta stufa marcia di un mondo pieno di belle parole e poche di queste mantenute veramente. All’inizio della stagione ciclistica Nicole Cooke saluta tutte, stacca il numero dalla schiena, e si toglie badilate di sassolini. Ne ha per tanti, senza distinzione. “Sono molto felice della mia carriera. Ho molti, molti ricordi felici. Ho cominciato quando avevo 12 anni. Ora ne ho 29, quindi sono 17 anni che ho concluso con soddisfazione. A 12 anni ho sognato come ogni bambino. Volevo vincere il Tour e le Olimpiadi. Ci sono riuscita e non potete immaginare quanto sia felice di essere qui con voi, con i miei sogni realizzati. “Mi sono sentita davvero privilegiata. Ho così corso da prof su strada dal 2002 al 2012. In questi 11 anni ho dato a questo sport la parte migliore di me. E `stato un periodo incredibilmente turbolento per questo sport. Molti concorrenti hanno abusato del ciclismo, trasformandolo in farsa, prendendo farmaci per migliorare le prestazioni. Dopo il tour del 1998 e lo scandalo Festina, era evidente quanto il doping fosse endemico.” La britannica racconta di quando ha conosciuto il lato marcio dello sport, e qui emerge anche l’aria di casa nostra. ”A 18 anni - racconta ancora la Cooke - nella casa che mi aveva dato la mia prima squadra, non ho dovuto aspettare a lungo per scoprire situazioni sospette. Nel frigo c`erano varie bottiglie e flaconi, fiale per siringhe. Chiamai mio padre, e chiesi che cosa avrei dovuto fare. Avrebbero puntato il dito verso la britannica, che riusciva a malapena a parlare l`italiano. E qualcuno avrebbe potuto dire: `Tutte queste fialette sono le sue; abbiamo cercato di fermarla, ma lei continua ad utilizzare il doping tutti i giorni`. Così, ho svuotato il frigo e ho messo tutta quella roba in giardino, dicendo al team manager che doveva pensare lui a sbarazzarsene. Oppure me ne sarei andata. Ci pensò lui.” Ci sono poi riferimenti precisi ad alcune colleghe disoneste del suo periodo. “Genevieve è stata la superstar canadese, un`icona nazionale. Non è mai risultata positiva. Ma ha saltato un controllo antidoping quando mi ha battuto e ha ricevuto solo una multa. Ha superato il 50% di ematocrito e le autorità in linea con la loro legislazione, le hanno solo imposto una sospensione a tutela della salute. Chi ci restituirà le vittorie che Lyne Bessette o la Jeanson ci hanno rubato? La Jeanson ha ripetutamente mentito, proprio come Lance (si riferisce ad Armstrong) prima di adesso. Poi ha confessato di essere stata al centro di un vasto programma di doping da quando aveva 16 anni” Nicole poi tocca il discorso dei calendari, che perdono pezzi senza distinzione di confini e bandiere. “L`UCI ha passato gli ultimi 10 anni cercando di difendere la posizione indifendibile di Armstrong, con perdite di tempo, tipo citare in giudizio per diffamazione Paul Kimmage, oppure cercare le ricevute per le attrezzature acquistate con le donazioni di Lance, o querelare Floyd Landis. Queste le loro `priorità`, mentre il ciclismo su strada femminile, che sembrava così promettente nel 2002, quando ho cominciato come professionista, si è sbriciolato. Sono finite la Milano - San Remo femminile, l`Amstel Gold Race, il Tour de l`Aude, il Tour Midi Pirenei, ed il Tour Castel de Leon. Nessun Tour di massima categoria in America. Nessun Tour in Australia, Nuova Zelanda o in Canada. Invece di un Tour de France di due settimane, non abbiamo più nulla. Oggi, nel mese di gennaio, la gara più importante nel calendario delle donne di quest`anno, quello da cui ho la maglia rosa, non ha organizzatore e nessun percorso (il Giro Donne).” E visto che il mondo del ciclismo rosa viene sempre raccontato – da chi lo compone, da chi lo guida e da chi ci lecca i piedi gironzolandogli intorno – per le cose che funzionano, ecco l’esperienza da parte di un’atleta che proprio in quel mondo fatto di sorrisi a tonnellate ci pedalava, e lo faceva da protagonista. “Per molte atlete la ricompensa è solo un gettone o premi versati in modo capriccioso e ingiusto. Alcune non ricevono nulla. Il contratto? Una barzelletta per quelle di noi che hanno la fortuna di essere nella fascia alta ed averne uno. In 11 anni di carriera ho dovuto portare quattro squadre in tribunale per far rispettare i miei diritti. L`anno scorso, mentre mi preparavo per la difesa del titolo olimpico, sono rimasta senza stipendio da fine marzo. Il manager della squadra si vantava con le ragazze che lui non aveva intenzione di pagare noi e che avrebbe assunto i migliori avvocati italiani per impedirci di essere pagate! Rivelare quello che succede veramente è un vero e proprio tabù: nessuno parla” Nicole chiude con i ringraziamenti di rito. “Le montagne russe della mia carriera ciclistica sono giunte al termine. Ho avuto molti venti contrari, da molti posti che non ti aspetteresti. Molti mi hanno aiutato, ma alcuni nomi speciali sono Andy Walser, Rod Jaques, Chris Price e il chirurgo che mi ha operato alle ginocchia, Jonathon Webb. Inoltre, fin dai primi giorni, Ron Dowling, Brian Rourke e Cliff Poulton, e due non sono più con noi - Geoff Greenfield e Walter Rixon.”.

mercoledì 9 gennaio 2013

A pensar male fai peccato, ma stavolta....

Il sospetto l’avevo avuto già con il libro di David Millar. Un lavoro elogiato, apprezzato, ed infatti introvabile da noi nonostante i diritti per l’edizione italiana siano stati venduti. Forse per “colpa” dell’autore stesso – il ciclista britannico – che ha riportato fedelmente nomi di luoghi, di ciclisti (anche nostri), date, tutto quello che faceva paura a chi veniva nominato e che poteva solamente trarne guai. Ciclisti che nel calcolato silenzio hanno patteggiato squalifiche e si sono ritirati senza troppi clamori, nonostante alcuni fossero ciclisti nostrani tra i più noti fra la seconda metà degli anni ’90 e la prima del decennio scorso.
A fine novembre scorso, pochi giorni dopo la presentazione del lavoro di Sandro Donati “Lo sport del doping” (con tanto d’intervista RAI in diretta nel pomeriggio sportivo su RAI-Sport), vado in libreria e faccio l’ordine di quest’ultimo libro. Da lì è iniziato un percorso fatto di E-Mail spedite a raffica dalla libreria alla casa editrice, ordinazioni fatte anche su Internet visto che del libro nessuna traccia né notizia, finché dopo la mia ennesima visita in libreria (recente), ricevo notizia che le copie della prima edizione sono finite (finite? Di un libro quasi introvabile?) e che è stata data notizia che la seconda ristampa è disponibile. Il libraio, che intanto ha ricevuto alte ordinazioni di questo testo, ha telefonato direttamente – quindi basta E-Mail – per fare l’ordine. Gli è stato garantito l’invio entro 5 o 6 giorni. Fin qui roba abbastanza normale. Se Dio omertà vuole, avrò il mio libro. E qui (SPATAPAM!!) mi casca l’asino, facendo un bel botto per terra col suo grosso culone.
Visto che la questione di questo libro “inarrivabile” sta andando avanti da quasi due mesi, lo stesso libraio ha le balle che gli girano ed è sacrosanto. Parlando con gente del “percorso distributivo” (quelli che dalla casa editrice spediscono, ricevono gli ordini, ecc) riceve notizia che le copie della prima edizione sono state quasi tutte vendute in blocco. Capita l’antifona? Si, esatto! Un po’ come quando un figlio finisce sul giornale perché ha fatto qualcosa di bello e papà e mamma, orgogliosi, comprano dieci copie da distribuire ai parenti, stavolta è il contrario. Più ne compro, meno ce ne sono in giro. Inutile dire che siccome il libro scopre altarini che coinvolgono i vertici dello sport italiano in questi ultimi decenni, è cosa scomoda che arrivi a noi gente che paga i biglietti d’ingresso e fa vivere lo sport. Che credete, che i soldi dati dallo stato al CONI (che poi distribuisce a sua volta alle varie Federazioni) sia stampato apposta? Arriva dalle tasse che paghiamo a ogni biglietto d’ingresso che acquistiamo. Credo che abbiate capito che se amate sul serio lo sport (essere appassionati non vuol dire amarlo. Anche tra gli appassionati c’è una consapevole ed accettata omertà, c’è una consapevole accettazione del doping perché tanto “lo fanno tutti”), cercate questo libro e – se riuscite ad averlo! – leggetelo. Poi capirete perché persone come Sandro Donati, come Pietro Mennea, come Gabriella d’Orio sono da sempre critici con i vertici dello sport italiano e come viene amministrato, guidato, nascosto a noi che con i nostri soldi lo teniamo in piedi.

sabato 13 ottobre 2012

ALTRO CHE AMARO SFOGO!....

“Non sono l’unico a dirlo e i ciclisti che ho interrogato, nessuno escluso, mi hanno detto che tutti si dopano”. Ettore Torri (Gazzetta dello Sport – mercoledì 6 ottobre 2010, pagina 25).
Due anni fa, quasi esatti, Ettore Torri fece tremare il ciclismo di casa nostra con le parole sopra riportate. Venne additato come un’irresponsabile perché aveva spiegato quello che era emerso dai colloqui fatti con atleti indagati per doping ciclistico. Sembrava fosse solo lo sfogo dettato dall’incapacità di venirne a capo, da parte di un vecchio rimbambito che non si rendeva conto di quel che diceva. Tanto che si lesse poi che non poteva essere lui ad indagare ancora su questioni di doping ciclistico, perché con quelle dichiarazioni non poteva più essere imparziale nel fare il suo lavoro. In questi giorni ecco arrivare le dettagliate, chiare, anche coraggiose dichiarazioni di Leonardo Bertagnolli (che conobbi con un amico sul Pordoi proprio nel 2010), riguardo ai “trattamenti” che per anni il ciclista usò, trattamenti preparati, consigliati, calibrati dall’ormai famoso dottor Ferrari. Bertagnolli ha fatto nomi di colleghi, di località, a spiegato i trattamenti consigliati per conservare il sangue per le sue emo-trasfusioni, i vari costi delle “prestazioni d’opera” fornitegli dall’esimio dottore. È andato avanti diversi anni Leonardo. Cita Vinokurov, Gasparotto, Bertolini, e altri ciclisti non meno noti. Poi, non potendone più, ha ceduto. Prima ritirandosi, poi spiegando tutto a chi di dovere. Coraggioso. Patetico invece Cassani che continua la litania di un ciclismo che oggi è più pulito di un tempo (ma ci spiegasse cosa intende per “un tempo”? Perché è dai tempi di Ullrich e Basso al Tour che la menano con questo “un tempo”!) come se bastasse questo a non farci sentire presi per il culo, da molti protagonisti. Da tutti non credo nemmeno io, ma certamente le favole del ciclismo ripulito è meglio tenerle per carnevale. Come ho scritto non tanto tempo addietro, quella che si va chiudendo non è l’EPOca Armstrong e basta. Non si usi il texano come il Bettino Craxi della situazione (i più giovani forse non sanno molto di chi parlo), o il Luciano Moggi del ciclismo. Entrambi sembravano i soli demoni nei giardini dell’Eden, per poi venire a capo di due fogne (tangentopoli la prima e calciopoli la seconda) che coinvolgevano una lista bella lunga di gente. Cosa centrano con Lance i vari Basso, Sella, Riccò, Piepoli, Scarponi, Di Luca, (toh!, ce n’erano di italiani!) Vedremo adesso cosa si inventeranno tutti gli “ex” che hanno un microfono in mano in veste di esperti – che vengono proprio da quel periodo ciclistico – per cercare di aggirare l’argomento, o tentare di rivoltarselo a modo loro.

domenica 26 agosto 2012

VERDETTO FINALE? NON SOLO PER LANCE!

Guardando dall’alto l’infinita storia riguardante Lance Armstrong non si va a processare soltanto il ciclista americano, ma volenti o nolenti anche un’intera generazione ciclistica. Chi di ciclismo è profondo appassionato, segue certamente più di altri le tante sfumature che riguardano questo mondo. Nelle cose buone, in quelle cattive e nelle valutazioni che spesso emergono tra le righe. Tornare sulla questione riguardante Lance Armstrong sarebbe solamente una cosa ripetitiva e che poco aggiungerebbe di nuovo. La cosa che invece andrebbe analizzata con un po’ di tempo in più, riguarda il fatto che processare ed eventualmente condannare Armstrong, sarebbe una condanna finale e definitiva non solo per lui, ma per un’intera generazione di protagonisti dello sport ciclistico. Grazie ai miglioramenti continui che negli ultimi 15 anni la scienza medica antidoping ha potuto mettere sul piatto, al riguardo dell’efficacia del proprio lavoro, i risultati dei tanti laboratori “anti-truffa” sparsi ovunque hanno ricevuto sempre più credibilità da parte di tutti. L’attesa per una controanalisi oggi è meno sentita che non un tempo. Il primo risultato gode già di una forte credibilità, per non parlare di certezza assoluta. Anche dagli appassionati stessi. Le favole non le racconti più. Andando a ritroso negli anni (non serve scavare nei decenni precedenti ma bastano anche solamente gli ultimi quindici anni) è impressionante la percentuale di atleti che arrivati sul podio del Tour de France hanno avuto a che fare con questioni, più o meno gravi, legate al doping. Certo non è solo questione di Giro di Francia, ci mancherebbe anche questo. Anche il più tenace e convinto appassionato di questo splendido sport, quando vero e non falsato, non può pensare che solo per il Tour gli atleti facevano uso di prodotti dopanti. Dentro centinaia di fascicoli finiti sulle scrivanie dei giudici di mezzo mondo, ci sono atleti di tante nazionalità e squadre diverse, ciclisti che oggi sono tornati anche a vincere dopo aver scontato le loro rispettive squalifiche. Armstrong può essere considerato un’atleta simbolo, il nome più rappresentativo, ma non è l’unico diavolo in un mondo con sempre meno angeli. Prima di lui ci sono stati gli anni della Telecom di Bijarne Riis e Ian Ullrich, il caso mai risolto di Pantani (in quel caso al Giro) che ha distrutto l’uomo prima ancora dell’atleta, la vicenda della formazione Festina al Tour 1998 scoperta come la prima vera e propria organizzazione ciclistica votata al doping di squadra. Poi la positività di Floyd Landis che da alcuni anni accusa proprio Armstrong, dimenticando che lui stesso, una volta scoperto falso campione, è stato autore di un teatrino del ridicolo che è stato anche più imbarazzante dell’imbroglio stesso. In anni più recenti le squalifiche per Basso, per Ullrich che ha chiuso la carriera, per Vinokurov che incerottato all’inverosimile andava come il vento sulle strade di un’edizione del Tour, per poi venire pizzicato senza possibilità di replica da tanta era la chiarezza della frode. Degli italiani Piepoli e Riccò che furono autori dell’inizio della fine dell’allora formazione Saunier Duval, azienda che aveva appena deciso di investire ancor di più nel ciclismo e due mesi dopo chiuse baracca giustamente schifata. Non dimentichiamo l’edizione 2002 del Giro d’Italia con gli allontanamenti di Simoni, Garzelli, Chesini arrestato durante i giorni della manifestazione, Romano che si costituisce dopo l’emanazione di un mandato di cattura nei suoi confronti, poi Zakirov e Sgambelluri anche loro positivi ai controlli. Riis che qualche anno dopo ammette l’uso di EPO quando vinse il Tour, per poi vederlo ancora oggi a lavorare in carovana, come il tedesco Zabel. Solamente in questi ultimi tempi stampa e addetti ai lavori dei mass media iniziano a fare piccoli timidi accenni a un ciclismo odierno più pulito rispetto al passato. Piccole ammissioni che raccontano tra le righe di quanto i professionisti che hanno raccontato questo sport si siano turati il naso negli anni precedenti, per amor di cosa un giorno (forse) ce lo diranno. Perché tutte le questioni che riguardano l’ex ciclista statunitense Lance Armstrong in questi anni, abbracciano indirettamente tutto il ciclismo che ha entusiasmato con lui sulle strade, che ha fatto lo stesso in termini audience televisiva, che ha riempito di fama molti protagonisti anche idolatrati, italiani e non, degli ultimi tre lustri sportivi. Non è solo questione di ciclismo, tutto lo sport non può permettersi di scagliare la prima pietra. L’iceberg della falsità è emerso con il suo apice, in questo caso sventolando una bandiera statunitense, ma non dimentichiamo che il dottor Michele Ferrari – vero e proprio “guru” mondiale della scienza medica applicata allo sport – non è certo uomo d’oltreoceano. Fino a qualche anno fa era normale porci la domanda “Siamo presi in giro?”. Oggi quella stessa domanda è cambiata, dandoci una risposta sottintesa molto triste, nascosta tra le parole che la compongono: “Quanti e da quanto ci hanno presi in giro?”

sabato 14 gennaio 2012

Resto di stucco..... è un Barbatrucco??


Nella foto, il vincitore del Giro 2030?

IL DOPING GENETICO; L’ULTIMA FRONTIERA FORSE GIA’ RAGGIUNTA. E POI L’OMERTA’ CHE PER DECENNI HA DESCRITTO LA SIMPAMINA COME FOSSE ROBA DA BAMBINI.

Il doping genetico; esseri mostruosi in stile Frankestein che pedalano sui tornanti del Pordoi, inseguiti da un’ammiraglia nera del Gruppo Sportivo Adams, o magari che affrontano i 400 metri ostacoli saltando direttamente dal bordo di un’ostacolo all’altro grazie ai loro tentacoli, mentre l’Uomo Ragno li insegue bestemmiando perché non riesce a catturarli con la sua ragnatela. Oppure ancora una nuotatrice che dà una vasca di distacco alle altre concorrenti, e uscita dall’acqua sbatte tutta contenta la pinna che si ritrova al posto dei piedi. Non siamo a questo, per ora.
La terapia che prevede l’uso di geni iniettati dentro un corpo, è nata per sostituire geni malati con altri sani. Il problema è che nessuno, ancora, può sapere cosa capita quando si inseriscono dei geni sani, in un corpo sano (ma insano di testa, dico io).
Il doping genetico ha una particolarità; andrebbe (andrebbe…) usato solamente una volta in vita. Oggi non esistono controlli antidoping che possono scoprirlo, quindi da questo lato conviene. Però una volta che i test venissero perfezionati, il doping verrebbe trovato sempre, proprio perché non esiste niente che possa cancellare il gene falso dalle vere cellule del padrone di casa.
E poi, per esempio, se l’EPO fosse ficcata dentro al corpo in maniera genetica, per l’atleta sarebbero guai, perché la sostanza verrebbe prodotta in maniera quasi incontrollabile dal corpo.

QUANDO C’ERA LA SIMPAMINA. (C’ERA?...)
Il nome fa anche simpatia. Sembra quello di una caramella per bambini.
Vecchi ciclisti degli anni ‘50 ’60 (quelli che oggi sono venerati come semidei), dicevano o dicono che al confronto di quello che puoi trovare oggi, era una camomilla. Questo che vuol dire? Che dobbiamo chiudere un’occhio sulle “pastigliette” che pigliavano un tempo?
Lo sapete come veniva chiamata la Simpamina alle origini? Mai sentito la parola Anfetamina? Il nome Simpamina era il nome commerciale (mica scemi!). Venne venduta fino ai primi anni ’70.
Le anfetamine vennero usate le prime volte quasi 100 anni addietro per curare il morbo di Parkinson, e vennero usate senza tanti problemi per i soldati nella 2^ guerra mondiale. Non avete idea con quali termini trionfalistici venivano raccontati i “benefici” che questo… aiuto, dava alle persone che la usavano. Non è mai scomparsa, perché viene usata come anoressizzante e nella preparazione di pasticche di ecstasy.
Quindi, quando sentirete parlare vecchi ciclisti dicendo che; “….Noi si prendeva solo un po’ di simpamina…”, saprete un po’ meglio di cosa parlano, anche se chiaramente non saranno così scemi da palarvene usando il nome Anfetamina.

giovedì 1 dicembre 2011

Dicembre: l'editoriale.



LA NOSTRA FEDERCICLO NON DEVE ABBASSARE LA TESTA DAVANTI ALLE LAGNE DEI CICLISTI CHE HANNO AVUTO ROGNE CON IL DOPING. LA SECONDA CHANCE L’HANNO AVUTA; NON AVER DOVUTO “ANDARE A LAVORARE”!

“Il divieto deciso dalla Federciclo, su spinta pesante del Coni, riguardo al non convocare ciclisti che hanno avuto squalifiche per doping in nazionale, o al divieto di poter correre i campionati nazionali, fa discutere fin dalla sua applicazione. È recente l’idea di Basso di scrivere a Di Rocco per cambiare questa presa di posizione. Facilmente il bi-vincitore rosa troverà diversi ciclisti concordi (Scarponi, Petacchi, Di Luca,…), in modo da far tornare questi atleti nel giro azzurro.
Speriamo che Di Rocco rifiuti, perché questi sportivi hanno avuto la loro famosa seconda chance. Invece di dover “andare a lavorare” sono tornati in gruppo, sono tornati in squadre di primo piano quasi tutti, hanno riavuto i loro stipendi che sono comunque sempre migliori di gente che si fa un sedere così quasi ogni mattina per sbancare il lunario.
Che la nazionale italiana perda in qualità siamo d’accordo, ma bisogna farla finita di chiudere un’occhio per comodità di possibili vittorie, e iniziare invece a “tirare la volata” ad uno sport meno pieno di sporcizia (mai si riuscirà ad eliminarla tutta), che adombra quegli atleti od atlete che cercano di fare sport veramente pulito.
L’atleta, dopo aver imbrogliato, o tentato quest’ultima carta, ringrazi il cielo che può tornare a gareggiare. Patetiche, per essere elegante, le considerazioni che tal giornalista ciclistica televisiva (indovinate chi) ha fatto in passato, dicendo che gli uomini meritano la possibilità di ripartire perché chi si rialza dopo essere caduto e aver pagato merita rispetto. Stando a questo discorso uno può imbrogliare 10 volte, ma siccome vuole rialzarsi 10 volte merita una seconda possibilità. Ma questa stramaledetta seconda possibilità quante seconde volte la dobbiamo dare?
Di Rocco mantenga questa linea sicuramente impopolare, ma che deve essere portata avanti con decisione. Quando arrivò l’obbligo sull’uso del casco tanti a lamentarsi, quando arrivò l’esame del DNA tanti a lamentarsi (Bettini tra tanti), mi pare che il mondo è andato avanti lo stesso. Rinunceremo a Basso, alla Bastianelli, a Di Luca, alla Cucinotta in azzurro, ma ne guadagneremo in quella linea derisa dai più che si chiama onestà. Cassani disse in passato che chi deve correre esibendo certificati medici, meglio lasci perdere. Poi l’ex ciclista non è più potuto tornare sull’argomento. Forse perché da 15 anni a questa parte c’è stato un moltiplicarsi di persone “malate” che fanno ciclismo, senza distinzioni di categorie?
Fermiamoci qui perché si rischia di essere noiosamente ripetitivi, visto che certo concetti di questo articolo sono stati scritti e riscritti già tante volte in questi anni.”




mercoledì 9 febbraio 2011

Non nei modi, ma nella sostanza è meglio così.



DA COSA TI FAI ISPIRARE QUANDO TORNANO SITUAZIONI COSI’ AMARE? RABBIA, PER L’ENNESIMA AUTO-PALATA DI M***A SUL CICLISMO? O TRISTEZZA, PER QUELLO CHE RIGUARDA LA PERSONA?

Cosa spinge un padre di famiglia a spingere il proprio fisico ai limiti della salute, per una disciplina sportiva? Cosa spinge un grande talento sportivo a mandare in vacca una carriera che poteva essere di grande livello, e giocarsela due volte rischiando la pelle nella seconda chance? È questo lo sport più bello del mondo? (frase che non ho mai sopportato, ma perchè ho una mia idea sul concetto sport e amore per esso). È passato un’anno dalla morte di Franco Ballerini e c’è mancato un pelo che febbraio mettesse sul suo taccuino funebre un’altra ricorrenza. Ballerini, Pantani,… Riccardo Riccò ha rischiato di allungare questa lista.
Auto-emo-trasfusione; definizione composta da tre altre parole. Una storia vecchia come il doping, ed un’altra palata di merda sul ciclismo. Si, perché qui le questioni sono due. La prima è quella che riguarda l’uomo, la persona, il padre di famiglia. Che non ha avuto insegnamento sufficiente da due anni di squalifica. Poi arriva lo sportivo, il talento, per molti un’idolo ritrovato.
Sia benedetta la frase di Pier Bergonzi, che nel suo articolo odierno sulla Gazzetta definisce “un cialtrone” Riccardo Riccò. Parola tristemente giusta (che certamente Suor Alessandra non avrebbe il coraggio di scrivere manco sotto tortura)
Il ciclismo non ha bisogno di Ettore Torri per trovarsi nelle peste. Continuino così proprio loro, i protagonisti principali, i campioni. Lorenzo Bernucci e la sua famiglia hanno preso 20 anni si squalifica “globale” per detenzione di sostanze dopanti. Bernucci sparisca e resti al suo bar. Si dice che Riccò rischi la radiazione. In casi così pesanti e gravi perché reiterati, la radiazione non deve nemmeno essere un punto di domanda.
Via, basta! Smettiamo di trattare i ciclisti come dei ragazzi che subiscono e basta (vedi “Suor Alessandra”, che non ha mai il coraggio di usare parole decise, e allora quando non può più girarci intorno si appoggia sempre al lato umano). Riccardo Ricco è stato un ciclista che ha fatto dell’ingordigia la sua forza, dell’imbroglio l’arma per vincere nella sua disciplina sportiva. Oggi Riccò è un padre di famiglia che si è salvato per un pelo, che convive con persone intorno che hanno conosciuto sospetti, accuse, ed anche le galera per questioni di doping. Se penso alle qualità di Riccò e vedo come ha vissuto da sportivo – ed in questo caso il ciclismo – lo sport per primo ne guadagnerà soltanto dal suo ritiro definitivo.

giovedì 16 dicembre 2010

Il ciclismo davanti al caminetto.


IL DOPING NELLO SPORT AMATORALE? AUMENTATO, E PURE TANTO.
CIFRE VERGOGNOSE, TENENDO CONTO CHE SI TRATTA DI PERSONE CHE BLATERANO DI PASSIONE PER LA LORO PRATICA SPORTIVA. SERVE UN’EDUCAZIONE ALLO SPORT, MA SI FA POCO.
COS’E? PAURA PER LA CASSA DEI GUADAGNI?

Dalla bocca del ministro della Salute Ferruccio Fazio (ospite al “Giro d’Onore”, cerimonia per i 125 anni dell’FCI) le notizie sono state precise; nel primo semestre 2010 ci sono stati 500 controlli antidoping tra i ciclisti amatoriali. Nel 15,9% di questi si sono trovati atleti positivi. Per capirci in maniera meno complicata; circa 75 ogni 500 gira-gambe. Per semplificare ancora, 15 su 100 imbrogliano. Immaginiamo una GF con 1000 partenti, fate il conto da voi.
Molto spesso si viene a conoscenza di sportivi che accettano di diventare dei falsi, anche solo per vincere il prosciutto nella corsa della sagra del paese. Ma è anche peggio. Ci sono persone che nel loro sport puntano, come fosse una questione d’onore, ad essere le prime nel loro gruppo di amici. Non si usano medicine soltanto per vincere, ma anche solo per “trionfare” nella corsa interna alla propria squadra di appartenenza. Essere i migliori dentro il proprio cortile. Non c’è bisogno di prosciutti.
Per alcuni, la comitiva con cui si condivide la passione per una determinata disciplina sportiva non è un gruppo di persone, ma è una specie di branco dove si vuol essere l’animale migliore. Quello che dentro una vasca, su di un sellino, sopra un paio di sci, dentro una corsia in pista o dove pare a voi, riesca ad avere il sopravvento sportivo sugli altri. Anche solo questa ridicola soddisfazione, che per tanti non è per niente ridicola, butta in un’angolo la voglia di fare sport per ricavarne benessere. Ecco che lo sport diventa così non soltanto un modo per acquistare fiducia in se stessi, ma funziona talmente bene che più si riesce a stare al vertice, più si vuole rimanerci perché ci si sente appagati e forti. La matematica non è un’opinione. Proprio per questo motivo l’istintivo pensiero di molti vive nella filosofia del; “Io sono davanti a loro. Sono meglio di loro.”

NON SCOMPARIRA’ MAI! PUNTO. MA POSSIAMO FARE SPORT SENZA DI LUI. E CON SODDISFAZIONI ENORMI. COME? ANIMO E TESTA (CHI LE HA). MA SE NE PARLA ABBASTANZA E ALLE PERSONE GIUSTE?

Nell’autunno del 2003, presso il Salone del Ciclo di Milano (quando il salone era tale, e non una bidonata come quest’anno), si tenne un convegno sul doping nel ciclismo amatoriale. Nel proprio intervento, il Presidente UDACE Francesco Barberis suggerisce che il problema; “… ci impone di evidenziarne le problematiche e di portarle all’attenzione di tutti, addetti ai lavori e a coloro che sono amanti del vero spirito sportivo, e desiderosi di uno sport animato da sani ideali.” Poco prima anche un’accenno al supportare; “…un’informazione sui risvolti negativi e sui danni psico-fisici causati dalla pratica del doping…” Questo nell’autunno di 7 anni addietro.
So per esperienza che nelle scuole si parla di alimentazione. Nel periodo in cui preparavo un convegno sull’alimentazione nello sport per l’AC PST me ne resi conto, visto che diverso materiale usato per il nostro convegno si appoggiava a diverse di quelle informazioni. Notizie sulla bistecca di carne bianca e rossa, sulla patata che viene poco considerata, sui legumi che bla, bla, bla…, tutti argomenti giusti ed utili.
Ma di doping se ne parla? Se ne parla all’interno delle società sportive, dove i ragazzi vengono introdotti nel mondo dello sport? Quante sono le società sportive che organizzano momenti di spiegazione sui danni dall’uso di medicine senza un vero giustificato motivo? Ci sono convegni che trattano di etica nello sport, ma è poco. Si parli ai ragazzi dei meli del doping nel fisico. Cosa provoca nel corpo l’uso di medicine dentro persone sane.
Perché la stessa UDACE non obbliga le società a lei affiliate, magari quelle che hanno un minimo di tesserati (tipo; “hai almeno 30 tesserati? Allora ascolta…”), ad organizzare almeno una volta l’anno dei momenti sull’educazione allo sport? Io parlo di UDACE, ma potrebbe essere lo stesso per la FIGC, per la FISI e via dicendo altre federazioni. Un convegno lo abbiamo messo in piedi noi che non abbiamo una lira, figurarsi se altri non avrebbero ben più possibilità. Certo, quando non sei nessuno devi anche saper essere un rompi*******i come pochi per avere attenzione e credibilità. Ma se ci è riuscito chi scrive, possono senz’altro farlo anche altri.
Se invece c’è paura di perderci soldi, spiegando che il doping arriva un po’ dovunque, e che quindi i genitori, impauriti, vietino ai figli di fare sport, o agli adulti passi la voglia di fare o rinnovare la tessera con l’ente sportivo “Tal dei Tali”, allora almeno non si blateri di passione per lo sport.
Il doping è un’amico che sa venirti incontro per un’amichevole pacca sulla spalla, sospinto da belle parole ed un sorriso a 150 denti. Si prenda un bel cric e glielo si stampi su questi ultimi.

mercoledì 20 ottobre 2010

Presi per il sedere; punto.


Alla salute del ciclismo onesto, apriamo una bottiglia in allegria!!

“L’HO FATTO PER I RAGAZZI DI OGGI” (Danilo Di Luca – Gazzetta dello Sport del 16 ottobre 2010). SIMPATICA COMICA FINALE, OPPURE CICLISTICA PRESA PER IL DERETANO? SALUTIAMO COMMOSSI L’ARRIVO DEL NUOVO SALVATORE PER I CICLISTI DEL FUTURO.

Marta Bastianelli è stata proprio fessa. Eh si, la ragazza si è fatta due anni di squalifica, senza tante manfrine, per un prodotto dimagrante, quando facendo uso di doping ben più pesante e grave poteva cavarsela molto prima.
Come accidenti lavorano nelle procure anti-doping? Quali sono le motivazioni per dare un pesante sconto di squalifica a Danilo, ascoltando poi il ciclista affermare alle telecamere RAI che lui non ha fatto nomi? Aiuti per l’inchiesta sul Giro-Bio riguardante la squadra Lucchini-Unidelta di Bruno Leali? Cosa sapeva Di Luca di tutta quella storia? Siamo alla presa in giro bella e buona. Altro che Contador, qui siamo al limite del mandare a quel paese le procure e non i ciclisti.
Di Luca ha detto di non aver fatto nessun nome riguardo ad altri ciclisti. Ha tenuto a sottolinearlo, così almeno i colleghi non gli daranno della spia e l’onore è salvo. E l’omertà sorride, perché la sua pianta cresce ed ha fatto sbocciare un’altro dei suoi fiori puzzolenti. Ha ”collaborato” riguardo alle metodologie che vengono messe in atto per fare uso di sostanze dopanti. E per questo motivo ha meritato 9 mesi di sconto sulla squalifica; grazie tante.
Imbrogli con il CERA (l’EPO di ultima generazione, e non una purga per perdere mezzo chilo), poi una volta scoperto mi gridi ai 444 venti che i controlli dell’UCI non sono affidabili, e bla-bla-bla-bla… La tua collaborazione me la devi dare senza il lecca-lecca in regalo perché non hai pianto dopo la punturina. Mi dici chi ti ha detto cosa comprare, chi ti ha aiutato a doparti, se ti sei arrangiato chi te lo ha insegnato o dove lo hai imparato. Stai zitto? Fai due anni (io ci metterei anche il divieto per un’anno, dopo il ritorno alle gare, di vestire la maglia della nazionale), oppure la scelta più dolorosa; alzarti alle sette di mattina e andartene a lavorare 5 fottuti giorni su sette (se non 6), come fanno in tanti che sono vero e concreto esempio per i giovani!
Gianni Bugno (presidente dell’Associazione dei Corridori Professionisti) dice bene sul fatto che Torri ha sbagliato a tirare scariche di mitra su tutti i ciclisti. Ma il mitico Gianni – uno dei pochi idoli di chi scrive – dovrebbe dire ai ciclisti squalificati di non rompere le balle e collaborare come si deve senza chiedere nulla in cambio. Questo sarebbe il comportamento più rispettoso nei confronti dei colleghi del pedale onesti – che ce ne sono – e più ancora degli appassionati che sono stati presi in giro, quando si prendono il giorno di ferie con 3 o 4 mesi di anticipo, si alzano alle 6 di mattina, si fanno 2 ore di macchina per andarsene sul tornante del tale Passo, e lì aspettano 4 o 5 ore, per poi farsi altre 2 ore per tornare. Oppure vanno al Giro di Lombardia e si prendono tonnellate di pioggia quando potrebbero starsene al calduccio a casa loro.
“L’ho fatto per i ragazzi di oggi.” Allora ricordiamo ai ragazzi di oggi che Di Luca arriva dalle inchieste per avere frequentato il dottor Carlo Santuccione, che nel suo ambulatorio aveva un vero e proprio crocevia del doping, ai Mondiali del 2007 viene mandato a casa per l’inchiesta “Oil for Drug” con 3 mesi di squalifica, poi la famosa “pipì degli angeli” nel dopo Zoncolan a quel Giro, quando le urine del ciclista erano stranamente perfette, visto che dopo uno sforzo del genere nelle urine ci sono delle fisiologiche dissonanze legate allo sforzo, che lì invece non avevano lasciato segno.
La Madonna del Ghisallo è la protettrice dei ciclisti? Meglio protegga gli appassionati da questi ciclisti, che di legnate in quel posto ne abbiamo prese già troppe.

OMERTA’;
1) solidale intesa che vincola i membri della malavita alla protezione vicendevole, tacendo o mascherando ogni indizio utile per l’individuazione del colpevole di un reato
2) intesa tacita o formale fra membri di uno stesso gruppo o ceto sociale.
(Nicola Zingarelli – Vocabolario della lingua italiana)

Dimenticavo; ben ritrovati a tutti.

giovedì 16 settembre 2010

Ancora sulla pelle dei nostri giovani; basta maledizione!!


GUAI GROSSI PER LA SOCIETA’ DILETTANTISTICA “TEAM TRENTINO” E PER IL LORO DIESSE MARIANO PICCOLI, DOPO UN CONTROLLO DELLE FIAMME GIALLE FATTO IN LUGLIO AL GIRO DEL MEDIO BRENTA.
ORA SE NE SA DI PIU’ E DOPO LA VICENDA DEL GIRO-BIO L'AMAREZZA DIVENTA RABBIA.

(notizie tratte dal Gazzettino di giovedì 16 settembre 2010)

L’ex professionista Mariano Piccoli è stato perquisito, dalle Fiamme Gialle, al Giro del Medio Brenta corso a luglio, e gli sono state trovate delle compresse anonime e di presunta provenienza estera. Ma se in questa caso si parla di compresse anonime e di una provenienza presunta – quindi senza certezze – le notizie che coinvolgono i ciclisti della squadra danno meno dubbi a causa di un’altro dell’episodio capitato nella medesima occasione.
Infatti, mentre un gruppo di finanzieri si stava dirigendo a perquisire il furgoncino della squadra, sarebbero state viste volare fuori da un finestrino delle confezioni di farmaci che sono state raccolte poi in un fosso. Uno dei ciclisti che è stato visto gettare i farmaci, è poi risultato positivo all’EPO.
Piccoli ora dovrà vedersela con l’accusa forse più pesante; non solo doping ma anche ricettazione dello stesso.

domenica 13 giugno 2010

LEALI......A TUTTI I COSTI?



UN MOMENTO DI RELAX IN UNA CALDA DOMENICA, SFOGLIANDO UN QUOTIDIANO SPORTIVO DOPO UNA MATTINATA IN SELLA. ECCO LA PAGINA SUL CICLISMO; MI RACCONTA CHE…

Per chi non lo sapesse, da pochi giorni è iniziato il Giro-Bio. Il vecchio Giro d’Italia dei dilettanti, simpaticamente soprannominato Giro-Baby. Corsa ciclistica lunga una decina di giorni da dove, solitamente, escono i campioni del domani. Che Dio li aiuti!
La squadra ciclistica Lucchini-Unidelta è stata espulsa dalla manifestazione perché, in un’operazione di controllo avviata dalla Procura di Padova, presso diverse sedi (tra queste l’abitazione di Bruno Leali, Team Manager), sono stati trovati medicinali, integratori, farmaci vietati e siringhe.
Bruno Leali ha detto (non posso copiare dalla Gazzetta Sportiva perché la riproduzione è riservata) che queste porcherie le teneva nello zaino pronte all’uso, ma che aveva intenzione di usarle solo dopo essersi fatto fare una ricetta dal medico sociale. Leali era consapevole anche di non poter tenere queste medicine, ma l’ho ha fatto per poter “intervenire rapidamente.” Capirete che queste ultime due parole, sono inaccettabili (come se il resto fosse acqua di rose).
Il Giro-Bio è un’idea pensata per far diventare la carovana un’enorme carrozzone controllabile su diversi aspetti. I ragazzi mangiano insieme, dormono insieme in caserme dimesse oppure collegi ora vuoti perché chiuse molte scuole, fanno i massaggi assieme, ecc… Che i controlli nell’ambiente dei dilettanti siano troppo pochi, è storia che va avanti da anni. Come nel ciclismo amatoriale, sembra che il doping esista solo tra i professionisti. Ora che si è aperta questa ennesima fogna, la speranza è che i controlli vengano moltiplicati a velocità del fulmine, ma come capita di solito in occasioni come queste, chi aveva porcherie nascoste le avrà già fatte sparire nello scarico (e non penso sia solo un modo di dire!).
Tanti ex ciclisti del periodo ’80 e ’90 hanno convissuto con il doping, quando non fattone uso. Tanti si sono tappati le orecchie o il naso, cercando di farsi gli affari propri per non inguaiarsi in rogne più grandi di loro. Altri invece hanno deciso che il ciclismo di ieri, è l’unico modo di far andare avanti il carrozzone di oggi. Spremuti loro nel ciclismo di 20 anni fa, spremiamo i ragazzi di oggi. Se oggi un genitore decidesse di bucar le gomme alla bici di suo figlio dodicenne per non fargli frequentare l’ambiente ciclistico, chi gli darebbe torto? La colpa è di tutti? Per il doping proprio per niente, perché il generalizzare vuol dire alzare quel polverone di frasi fatte che permette ai falsi di nascondervisi dentro; la colpa è di persone false e disoneste, degli ancora troppi “Leali” che spargono marciume tra i giovani. Troppi ex degli anni ’80 e ’90 sono riusciti a salire sulle ammiraglie in questi anni.
La gente che ha vera passione per lo sport od il ciclismo sa apprezzare anche chi pedala a 25 di media, e non che viaggiano come motorini a 18 anni. Se credono che noi appassionati vogliamo ogni anno il record per salire sull’Alpe d’Huez o sul Croce d’Aune, sui 200 stile libero, sui 400 metri ad ostacoli, non è così. Lo sport continua ad ammazzarsi da solo; continuerà così o si stancherà?