Per anni in questo spazio web scrivevo (a modo mio) di ciclismo, da luglio 2017 è solo uno spazio di lettura. I motivi li trovate nel primo articolo qui sotto.
«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.
venerdì 24 gennaio 2014
Lo schizzato?
IL DOPING LIBERO, IL DOPING DA GIOVANE, IL VIAGRA, LE CORSE VENDUTE, IL GIRO D’ITALIA, L’OMERTA’ PER TORNARE IN GRUPPO. PENTITO DI QUALCOSA?;“SI, DI ESSERE STATO TROVATO POSITIVO”.
Qualche anno fa Ettore Torri (oggi pensionato) venne letteralmente dilaniato da ogni dove e da ogni esponente possibile del mondo ciclistico: ciclisti, organizzatori, dirigenti federali, Team Manager, giornalisti, proprietari di squadre, commentatori televisivi, e trattato come un vecchio e rincoglionito imbecille che non sapeva nemmeno cosa stesse dicendo. Danilo Di Luca (foto: Cicloweb.it) nella sua intervista tivù (probabilmente l’unica sincera che abbia mai fatto) mette lì una vecchia opinione di Francesco Moser – recordman dell’ora nel 1984 e seguito nell’impresa come un’ombra dal noto duo Conconi/Ferrari – dicendo che tanto vale liberalizzare il doping. Ma non solo questo. In Archivio Gazzetta trovate buona parte dell’intervista televisiva. Di Luca scarica tonnellate di puro letame addosso a tutto il mondo ciclistico, perché ormai la sua vita sportiva è andata in malora e se deve andare a fondo tanto vale aggrapparsi alle gambe di quelli che stanno cercando di galleggiare. Ovvio che le sue dichiarazioni hanno scosso molto l’ambiente. Definito “alla frutta” da Nibali, Di Luca spiffera cose ultrarisapute e poche novità. Ma siccome stavolta ad aprire bocca non è un Bertagnolli qualunque (per quanto la vecchia intervista di quest’ultimo resti ancora quella più dettaglia mai riportata dalla bocca di un ciclista italiano), le parole pesano il doppio. Fatto sta che tutto il movimento si mette in moto per rendere Di Luca un “Torri 2”, cioè uno che parla per rancore (probabile), che fa pena (non così tanta), che non potrà ricevere credito (una convinzione o una speranza?) perché ex-dopato. L’Assocorridori valuta se denunciarlo per lesione all’immagine del movimento, e nello stesso tempo i salottini ciclistici televisivi ne minimizzano le affermazioni con il; ”Non ha detto niente che non si sapeva già” Se le cose dette non sono niente che non si sapeva, l’Assocorridori cosa farà? Una denuncia verso una persona che dice cose risapute? E allora dove sta il danno?
Di Luca deve essere ‘smontato’ in più possibile. Deve apparire come un pazzo ubriaco che, ballando al ritmo di “Vamos a la plaia” dei Righeira vestito da prete, non sa più riconoscere una bicicletta da un frigorifero, per impedire che l’appassionato possa, di suo, fare due più due. L’ascoltatore deve ascoltare, ma non ragionare troppo. Deve dimenticare che quel commentatore, quel direttore sportivo, quell’ex ciclista correva per squadre che ne hanno passate di cotte e di crude. Di certo c’è che se il ciclismo vuole ritrovare credibilità, non può farlo affidandosi a gente che ha corso nell’EPOca relativa all’ultimo ventennio di gare, o affidarsi alle parole di direttori sportivi che per esigenze di mantenimenti pubblicitari (sponsor) sulle maglie delle squadre per non chiudere baracca, hanno taciuto e al massimo raccontato la famosa storia intitolata; “Io non c’ero e se c’ero dormivo”. Bijarne Riis aveva confessato davanti al mondo di aver vinto il Tour usando l’EPO. Non ha mai avuto problemi a lavorare negli anni a venire nel ciclismo. Oggi si esalta la nuova generazione ciclistica, sana, pulita, onesta ecc. Peccato che ad aprir bocca con discorsi di questo tenore, sia gente che arriva dagli anni ciclistici che oggi stanno mandando a puttane tutto quanto. A proposito: Di Luca verrà convocato a fine mese dalla Procura Anti-doping del CONI. Sarà mica che gode ancora di un minimo credibilità da qualcuno, rispetto a chi affermava (o sperava) non potesse essere così?
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mercoledì 22 gennaio 2014
Mia 'cara' bicicletta....
VELOCIPEDE MIO QUANTO MI COSTI? RIFLESSIONI D’INIZIO STAGIONE (CON IL MECCANICO DI FIDUCIA) PRIMA DI TORNARE IN SELLA.
L’evento sportivo dell’anno è uno, unico e senza eguali. Olimpiadi invernali? Acqua ragazzi! Mondiali calcistici brasiliani? Macchè!... Manuel che dopo 12 anni porta la bici dal meccanico. Ebbene si. Anch’io ho dovuto arrendermi per sostituire alcune parti, logorate dall’uso, e lasciar fare ai professionisti del settore. Così mentre Tati 2^ se ne stava per una settimana sotto un’altro tetto, il mondo del ciclismo stava in apprensione. Il giorno della riconsegna, mentre attendevo la conclusione dell’ultima tradizionale passata di straccio sulla bicicletta, parlavo con il meccanico e l’argomento verteva su alcune biciclette in negozio tra nuove da vendere e modelli ancora nuovi lasciati a riparare. Che le biciclette ‘moderne’ siano tecnologicamente avanzate siamo d’accordo – con l’evoluzione tecnologica e l’elettronica sempre più imperante – ma non avete idee delle magagne a cui vanno incontro, e le spese ch’esse producono. Non sempre con la piena soddisfazione degli stessi meccanici, che riconoscono come oggi una bicicletta sia una cosa diventata molto delicata, anche troppo. Cambio elettronico? Ah che figata, quando funziona. Se ha dei colpi di tosse diventa una bicicletta da diverse migliaia di euro (di marca italiana ultra-famosa nel mondo) che viene portata tre volte dal meccanico in poco tempo. Ricordate le selle tutte in carbonio che un decennio addietro riempirono molte pagine pubblicitarie? La strada più breve per tornare bestemmiando in negozio dopo pochi mesi, a comprarvi una sella ‘normale’ perché siete stufi marci di avere il sedere che non vuol saperne di star fermo quando pedalate.
I comandi cambio? Beh, qui c’è forse il meglio. Se avete un cambio ‘vecchio’ (un Veloce 9V fine anni ’90 come il mio) siete sfortunati. Potrete cambiare solo il blocco comandi interno, e via che sarà tornato subito come nuovo. Non c’è soddisfazione, vi pare? Ma non datevi patemi, perché l’industria ciclistica ha investito denari solo per venire incontro alle vostre esigenze. Con gli odierni comandi cambio sul manubrio sarete obbligati a cambiate tutto il blocco. Cioè? Vuol dire spendere tre volte tanto per cambiare anche le leve freno (che magari funzionano perfettamente). Contenti? Ma siccome la tecnologia ci ama tanto, passiamo alla sezione ‘trazione’ che fa pure rima e quindi merita considerazione (altra rima). Avete un cambio V10? Bene. Magari avete già il V11? Hai capito!... Avete pure la ‘compatta’? Cristo ragazzi, i fabbricanti di catene saranno in lacrime dalla gratitudine nei vostri confronti. Infatti la catena da 10 velocità rappresenta il limite ‘fisico’ che sarebbe stato meglio non raggiungere, se poi accoppiata ad una compatta che ‘mangerà’ la catena indebolendola, quando pedalerete usando plateau grande e un rapporto troppo agile (leggi; catena storta). State certi che le catene che si spezzano non sono più evento esclusivo del ciclista in corsa. Tutte queste novità, tutte queste evoluzioni, trovano potente linfa commerciale grazie all’uso professionistico che ne amplifica le qualità simil-miracolose. Ma chi compra, e professionista non è, dovrebbe ricordare che i professionisti se ne fregano se tutte queste cose non funzionano nel medio/lungo periodo, perché per loro il lungo medio/periodo non esiste, e a casa hanno almeno due biciclette, se non tre, che ogni volta che fanno sistemare non gli costano niente. E quando cambiano squadra cambiano biciclette. A proposito: state certi che per una catena non ve la cavate con 15 euro....
giovedì 9 gennaio 2014
Il ciclista, il lavoro, la stagione, il dietro le quinte (seconda e ultima parte)
SE FINO A 20 ANNI FA LA STAGIONE SI PREPARAVA O SI PERFEZIONAVA ALLUNGANDO DI 10 CHILOMETRI UN’ALLENAMENTO, OGGI LA PAROLA PASSA A PERSONAL COMPUTER, MICROCAMERE, TEST FUNZIONALI E COMPAGNIA BELLA.
Negli ultimi 20 anni in particolare la strada modellava la base degli atleti, e poi arrivavano i medici che costruivano le differenze tra questi. Oggi i dottori ‘stregoni’ sembrano sulla via dell’estinzione a causa dei preparatori atletici. Se di veri preparatori si tratta. Quando infatti saltan fuori ex ciclisti che quasi si auto-promuovono nel ruolo di preparatori, allora capisci che la benedetta svolta è ancora lontana. Ma se Dio vuole esistono figure professionali che armate di laurea in Scienze Motorie – e non di classiche vinte – iniziano a trovare spazio. Alcune formazioni si affidano ad un gruppo di preparatori, che comunque sono diretti da un’unica regia. Ciclisti e preparatori prima di essere quel che sono, sono persone. E le persone possono avere modi di vedere le stesse cose in maniera diversa, o in maniera diversa volerle raggiungere. Con più di un preparatore questo ostacolo viene superato, affidando un’atleta ad un’altro esperto motorio ed il lavoro può proseguire senza ritardi. Questi esperti solitamente sono presenti nei ritiri invernali e anche alle corse, e seguono un gruppo che non supera per ognuno le cinque o sei persone. C’è un lato poco gradito ad alcuni ciclisti. Le tabelle, i test, le prestazioni, quando interpretati da chi sa come farlo possono far capire se un’atleta ha veramente lavorato come dice, o sta raccontando emerite balle ai suoi dirigenti. Una nota formazione World Tour italiana aveva ciclisti che non volevano saperne di render da conto al proprio DS sui loro allenamenti. Non era solo questione di voler andare ‘a sensazioni’ ma di voler fare come gli pareva (e pare). I test più importanti sono quelli invernali, perché sono quelli che vengono usati per dare gli indirizzi ai DS, che poi decideranno coi ciclisti stessi come impostare la prima parte di stagione, periodo che fa d’automatico trampolino di lancio per il resto dell’anno.
Una cosa che viene seguita con più attenzione che non in passato – e che fu evidenziata in maniera eclatante da Lance Armstrong che ne fece un’arma micidiale – è la cadenza di pedalata. È un lavoro che si comincia in palestra, seguito da molti allenamenti stradali con il ‘fisso’ usando rapporti agili. La media che viene cercata in queste uscite gira intorno alle 80 pedalate al minuto. Però attenzione: in questo dato si conteranno anche i momenti più faticosi lungo le ascese. Per questo le salite d’inizio stagione non sono certo delle simil Alpe di Pampeago. I test potenza/cadenza fatti nel centro medico vengono messi in atto per capire quale potenza di pedalata sia in grado di raggiungere un corridore (i famosi Watt). Alcune valutazioni posso guardare all’età dell’atleta. Allenare un ciclista di 25 anni ed uno di 35 vuol dire non poter pretendere gli stessi esiti da allenamenti specifici fatti all’uno o all’altro. Con l’invecchiamento si perde forza e fondo, ma il secondo valore patisce una perdita di rendimento inferiore. La tecnologia odierna non è solamente applicata all’esercizio in se. Ma permette di seguire in diretta l’atleta, anche se lontano, nell’allenarsi per conto proprio. Una microcamera può essere montata sulla bicicletta per vedere fisicamente la bicicletta muoversi per strada e inviare i dati che all’istante vengono spediti dal computerino di ‘bordo’. Molto più semplice di quel che può sembrare. Questa potente invasione tecnologica nel ciclismo – sport raccontato ancora da alcuni giornalisti/e come se fossimo ai tempi di Girardengo – è malvista da molti ciclisti che (come scritto in precedenza) non vogliono saperne di dover render conto a chi li dirige di quel che fanno quando si allenano per i fatti loro. Questi comportamenti solitamente sono tenuti solamente dai ciclisti più importanti, perché sanno che nel ciclismo non esiste la panchina, e che se anche dai dell’imbecille rompicoglioni al tuo DS, gli sponsor e gli organizzatori si metteranno in mezzo ed impediranno a quel DS di lasciarti a casa.
Tra le prove che oggi vengono messe in pratica, una si chiama Wingate 30” e dal nome si evince che si tratta di una prova di durata molto breve, ma che deve essere fatta alla massima intensità. Serve per visionare la capacità anaerobica lattacida. Una prova molto buona per le valutazioni delle ruote veloci. Nei primi secondi viene raggiunta la massima intensità, nei successivi entra in scena la valutazione riguardante la capacità o meno di tenere quella cadenza/potenza, e di quantificare quale sia quella che l’atleta riesce a sostenere. È un test che, nonostante faccia parte del ciclismo moderno, vive grazie ad un vecchio sistema di valutazione. Il mozzo della ruota posteriore viene unito ad un volano per trasformarsi nel più semplice dei rulli. Spesso capita che i ciclisti scelti come gregari, faticatori, chiamiamoli come si vuole, vengano messi assieme per dei periodi di allenamento – quando il calendario delle gare lo permette – perché il loro lavoro in corsa sarà ben diverso da quello dei capitani che faranno la vera corsa solamente negli ultimi 40 chilometri. Gli allenamenti saranno impostati in modo diverso, con carichi di fatica diversi. Il resto del lavoro verrà valorizzato dalla strada, dove watt, ripetute, potenziamento, frequenza, soglia, RPM, VAM e compagnia cantante si tramutano nel gesto ciclistico che può darti la gloria che cercavi, o solo un muso lungo accompagnato da un gran mal di gambe da portarti a casa come trofeo.
sabato 4 gennaio 2014
Il ciclista, il lavoro, la stagione, il dietro le quinte (1^ parte)
COME VIENE PROGRAMMATA UNA STAGIONE CICLISTICA DENTRO UN TOP TEAM? QUANDO VENGONO DECISI EFFETTIVAMENTE GLI IMPEGNI? QUALI SONO I CRITERI SCELTI?
Riusciamo a raccontare in maniera semplice, e per il momento senza troppi tecnicismi antipatici (quelli arriveranno), come una World Tour stila il proprio calendario? Sfruttando vergognosamente dei testi al riguardo (si dice: fare i lavativi), vediamo se si può fare una summa di quelli che sono gli indirizzi usati, le scelte, le valutazioni, i motivi da cui queste derivano. Nelle squadre ciclistiche esiste la figura del preparatore atletico che in alcune squadre può metter becco anche nelle scelte degli atleti da seguire, se non anche da prendere. Il preparatore atletico coadiuva personalmente il lavoro del o dei Direttori Sportivi, e può esprimersi per consigli sull’alimentazione. Una squadra solitamente ritorna sui pedali nella seconda metà di novembre, primi di dicembre al massimo. Gli allenamenti sono leggeri, rapporti agili, gambe ‘belle mulinanti’ e un periodo di lavoro sull’armonia della squadra, guardando all’inserimento dei cosiddetti nuovi arrivati. Dopo un primo periodo di assaggio la preparazione inizia ad entrare nel vivo, facendo strada anche a lavori di palestra per dare tonicità ai muscoli, ma senza esagerare per non indurire troppo questi ultimi, a meno che non ci sia di mezzo la scelta mirata di potenziare un’atleta dal lato della forza. Anche gli psicologi oggi trovano spazio nel ciclismo, facendosi chiamare ‘mental-trainer’ o ‘mental-coach’.
Con l’arrivo del mese di gennaio una prima suddivisione si mostra. Gli atleti che punteranno ai primi tre mesi della stagione – febbraio/aprile – cercano il caldo: Australia e Argentina sono le mete ormai preferite. Gli atleti che invece vogliono carburare da aprile in poi continuano per i fatti loro – in questo caso si tengono in contatto quasi giornalmente col preparatore atletico – a meno che non ci siano formazioni molto numerose, cosa per niente rara, che organizzano un’altro specifico periodo di ritiro da un’altra parte. A febbraio si definiscono in maniera quasi definitiva gli organici per il Giro e per il Tour. Chi deve partire forte (Classiche) fa tutta una tirata da febbraio ad aprile per poi mollare (di solito 15 giorni) a maggio. Riprenderà gradualmente nella seconda metà di maggio e successivamente in maniera più robusta a giugno, con vista sul Tour. Alcuni ciclisti ritengono che la corsa sia il miglior allenamento, mentre alcuni preparatori pensano che arrivare male allenati alle gare possa diventare un passo indietro che poi si paga caro. Alcune corse non sono considerate molto allenanti – esempio: una gara con arrivo in volata, con ciclisti che per quattro cinque ore non fanno altro stare a ruota – e sedute di allenamento fatte con attenzione valgano di più. E poi? Tutte queste programmazioni e scelte partono sempre più spesso da valutazioni che arrivano dal lavoro di un’altra squadra. Una squadra che non pedala ma che fa pedalare. All’inizio parlavo dei tecnicismi? Arriveranno…
domenica 29 dicembre 2013
O adesso o mai più?
SOTTO L’ALBERO DELLA FEDERCICLISMO TROVIAMO LE DIMISSIONI DI PAOLO BETTINI. LA COSA CHE PIU’ TRASPARE? POCHE LACRIME DA ENTRAMBE LE PARTI.
Una storiella ciclistica che in estate aveva assunto i connotati di una telenovela sudamericana di secondo piano, si chiude senza troppi fazzoletti da stendere ad asciugare. La prossima avventura di Paolo Bettini vedrà riflessi giallo-rossi, ma non parliamo certo di pallone capitolino. Bettini lascia l’ammiraglia azzurra dopo stagioni precarie sul versante fiducia e mediocri nel bilancio complessivo dei risultati. Ripartirà dal progetto che vede il pilota Ferrari Fernando Alonso come artefice di primo piano, in un programma ciclistico che dovrebbe perdurare un lustro. Al posto del bi-Campione del Mondo toscano, Sciandri viene riportato in pole position, e per la milionesima volta viene rimesso in lista pretendenti Davide Cassani. Quest’ultimo rinuncerà al microfono RAI per guadagnare meno e venir criticato di più? Non è detto sia così. A parte Rasmussen, Cassani si è fatto molti amici nell’ambiente. Molto competente dal punto di vista ciclistico, il suo mai criticare – e quando lo ha fatto mai pesantemente – lo metterebbe in condizione di essere un CT paciere molto buono per i rapporti tra FCI e stampa. Amico di 1000 giornalisti, ha trovato un posto fisso nella tivù di Stato un quarto d’ora dopo essere uscito dalla Mercatone Uno di Gimondi e Pezzi verso la fine degli anni ‘90. Se quelli dell’FCI andassero a chiedere un parere a Martini – cosa fatta in maniera silenziosamente ‘ufficiosa’ per Ballerini prima e Bettini poi – avrebbe già in mano le chiavi della Skoda color argento. Insomma, basta che dica “Ok!” e la Nazionale è sua.
mercoledì 4 dicembre 2013
Il ciclismo davanti al caminetto (5^ p.)
LA BICI STA DIVENTANDO PIU’ PRESENTE NEL NOSTRO QUOTIDIANO? EVVIVA! MA CHE NON DIVENGA UNA SORTA DI ‘FIGHETTI PRODUCTIONS CITY ENTERTAINMENT’.
Seguendo, lavorando, collaborando (ed a volte sacramentando) per questioni ciclistico/ambientali con altre realtà associative – per menzionare quelle più note FIAB e WWF – la bicicletta prende spesso il ruolo di protagonista, quando le nostre rispettive agende di lavoro (chiamiamole così per darci più importanza di quel che è) s’incrociano per questo o quel progetto. Tutta roba che, come i pedali e le ruote, gira e rigira intorno al veicolo bicicletta. Che si siano vendute più biciclette in questi due anni è cosa buona, basta che non si usi questa notizia in maniera meramente propagandistica, come troppo spesso è capitato in quest’ultimo anno. Con la crisi paurosa del settore automobilistico – tradotto; soldi che mancano nelle tasche – e con il prezzo ulteriormente maturato dal carburante in questi ultimi cinque anni, questo ‘sorpasso’ non era un traguardo così impossibile da raggiungere. Fatto sta che la bici ha guadagnato punti anche a livello urbanistico, ma purtroppo questa situazione sta sviluppando in questi ultimi anni un mercato che in molti casi è dell’inutile acquisto. Sono tornate di moda (brutta parola) le biciclette ‘nude’ con il vecchio freno a pedale. Ridotte all’essenziale – e che è meglio usare dopo un pelo di pratica per la funzione frenante – costano come un ciclo munito di ogni accessorio, alcune anche di più grazie a pubblicità mirate ad una clientela ‘under 30’ sfoggiando magari marchi che storicamente con la bicicletta hanno condiviso ben poco.
Se questa visione della bicicletta inizierà ad irrobustirsi dal punto di vista dell’immagine (scorrazzare pedalando in un mondo ovunque strapieno di macchine ti fa certamente notare), c’è il rischio che tra quattro o cinque anni garage e cantine inizino a riempirsi di questi veicoli oggi alla moda. Con il risultato che però nello scantinato non trovino poi spazio, perché già occupato da una vecchia parente. Difatti è impressionante il numero di vecchie biciclette che – con 30 o meno euro di spesa – potrebbero tornare efficienti com’erano un tempo. Il Corsera del novembre 2008 riportava che in quel periodo tra Mountain Bike – tantissime quelle comprate nuove e poi nel concreto usate davvero poco, per la felicità dei portafogli che un bel giorno sono stati aperti più per moda che non per vera necessità – bici della mamma, bici del papà e vecchie e gloriose Graziella, il numero di biciclette dormienti ed impolverate in cantine o garage italiani sfiorava la trentina di milioni di esemplari. A pensarci un momento è un numero spaventoso, anche se di queste un 30% fossero inutilizzabili. Questo perché siamo una Nazione di ciclisti della domenica. La faticata in bici è lo svago del giorno di festa o del giorno di vacanza in cui vogliamo sentirci diversi dal solito (forse più giovani?). Tra il 2000 ed il 2008 la benzina è quasi raddoppiata, ma solamente adesso stiamo pensando a riusare le gambe. Perché stiamo coltivando un pensiero ecologista? Diciamo più che altro che stiamo vicini alla canna del gas.
Volere la bicicletta ‘del momento’ da poter sfoggiare tra le gambe – non il massimo dell’eleganza nel dirlo, ma se ci pensate è proprio così – può dare soddisfazione. Ma ragioniamo se (senza ricorrere a mezzi del 15’/18’) possiamo ritrovare e rinvigorire la vecchia bici che abbiamo sotto un lenzuolo appoggiata al muro del garage, che sfioriamo ogni giorno quando mettiamo la macchina nel box, e che da due anni notiamo grazie ad un pezzo di ruota sgonfia con le ragnatele tra i raggi, che spunta da quel lenzuolo troppo corto per coprirla interamente. Chi scrive a volte si sposta ‘urbanamente’ con una vecchia bicicletta anni ’80 (nella foto), la cui sella – cambiata due anni fa perché quella vecchia faceva schifo a guardarla da com’era ormai ridotta – vale tutto il resto della bici stessa. Ruota posteriore rigorosamente scentrata, com’era regola ‘non scritta’ per quel tipo di bicicletta in quegli anni. La ruggine non manca, il cambio (un glorioso 4 marce) meglio usarlo solo quando veramente necessario, il tutto accompagnato da un vecchio portapacchi con molla appena dietro la sella, mentre i freni sono auto-urlanti. Questo veicolo credo stia insieme per volere dello Spirito Santo e di certo non mi fa figo da come sta ridotta. L’importante è che questa riscoperta del velocipede non sia strettamente legata al mezzo ‘in’, altrimenti rischiamo di ritrovarci con una mentalità a tempo determinato, e gli unici che alla lunga ne avranno tratto un concreto vantaggio saranno stati i negozianti.
sabato 23 novembre 2013
Il ciclismo davanti al caminetto (4^ p.)
LO VIVO A META’ STRADA TRA L’INSOPPORTABILITA’ E LA NON COMPRENSIONE. TRA LA VOGLIA DI MANDARE UNA MALAPAROLA E QUELLA DI CHIEDERE “COME MAI?”. DI CHE PARLO? DEI PRATICANTI SPORT MP3-DIPENDENTI.
Quando pedalo entro in una specie di catalessi ciclistica chiamata “Il mio ciclismo”. È una sconfinata galassia in cui ogni mio senso si decuplica, dove supero le porte della percezione, ed è fatta di tutte quelle cose che rompono le balle alla stragrande maggioranza dei ciclisti e cicliste della domenica. Qualche esempio: 1) usare le piste ciclabili (specifico: quelle che sono pensate con la testa e non con il sedere) 2) usare il casco anche in salita e quando fa freddo 3) stare fermo con il semaforo rosso per lavori sulla sede stradale finché non arriva il verde, anche se lo stesso semaforo è su una strada su cui transita un’automobile ogni tre giorni 4) quando ho finito un qualche Passo me ne frega un c***o di quanto ci ho messo 5) rallentare lungo una salita per attendere ciclisti sconosciuti e scambiarci due parole. Tutte cose inaccettabili perché non inseguono l’ormai obbligatoria strada dell’emulazione, soprattutto nei punti 1 e 5 perché abbassano la media sul contachilometri e questa è una bestemmia. Questi pochi punti sono sufficienti a garantirmi il fatto di pedalare sempre da solo, cosa che certamente non mi piace. Spesso incrocio e magari supero (ebbene si, succede anche questo!) persone che pedalano, corrono, camminano con le loro microcuffie ficcate nelle orecchie. Siccome la musica è la mia prima passione da un lato li comprendo. Mi è già capitato di parlare con qualcuno mentre pedalavo, per poi vedere che la persona, per rispondermi, deve togliersi una delle due cuffiette e chiedermi di ripetere. La soddisfazione di capire che in quel momento non hanno capito una frasca quel che hai detto è sempre bella. A volte avevo con me la mazza da baseball e ho risolto all’antica. Ma poi – mentre magari ripulisco l’asfalto per non lasciare tracce – mi domando come mai l’ascolto del proprio corpo diventi meno importante della chitarra di Tizio e della voce di Caio dei “Sempronio Boys”.
Che la musica possa essere rilassante è come scrivere dell’acqua calda. Che poi esista il lato riguardante la sicurezza stradale questo si sa ch’è relativo alla singola persona, perché siamo pieni di gente che pedala e corre sicura del fatto che sono gli altri ad essere disattenti, noi non lo siamo mai, e quindi non ci capiterà mai niente. C’è questa sensazione di voler dire la mondo “Non rompermi le balle!” e di cercare una solitudine non solo fisica (la strada che passa per il paesino senza un’anima, il sentiero che s’inoltra nella profondità del bosco), ma anche una solitudine d’animo. Certamente viviamo in un periodo sempre più pieno di gente che preferisce parlare tramite il PC con persone che conosce più ‘informaticamente’ che non di persona. Che vive rinchiusa in casa davanti alla tivù o davanti al PC, e quando esce ‘deve’ evitare il fatto di restare più di 15 minuti senza cellulare in mano per contattare gli altri essere informatici bipedi viventi che ha nelle liste degli amici (vedi Facebook). Quindi si può ipotizzare che queste persone MP3-dipendenti cerchino la totale solitudine per non rischiare di dover avere a che fare con il mondo delle persone umane. Probabilmente non hanno mai conosciuto la solitudine vera ma solo quella a comando ON/OFF. Oppure quella solitudine gli piace e cercano di ritrovarla. Emanano tristezza, ma se amano vivere lo sport in questo modo giusto continuino.
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