«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 30 settembre 2013

133 motivi per parlare di medaglie.

SPESSO E’ DAI DETTAGLI CHE SPUNTANO LE SPIEGAZIONI PER CAPIRE DA DOVE NASCONO LE GRANDI DIFFERENZE. LE DIFFERENZE CHE TI PORTANO UNA MEDAGLIA OGNI ANNO. DAL 2007 A OGGI.
Mentre in Spagna si prepareranno a grandi accoglienze per l’intelligenza ciclistica dimostrata da Valverde, che da vero campione ha buttato un titolo Mondiale nel cesso, noi guardiamo all’altra sponda con una scena nata il tardo pomeriggio del giorno precedente intorno ad una domanda. La domanda che sulla zona d’arrivo viene rivolta a una ciclista è del giornalista RAI Francesco Pancani. Sono passati pochi minuti dalla fine della gara elite donne in linea, con l’italiana Rossella Ratto terza: “Ma quanto è andata forte la Ratto?”. La ciclista intervistata è una delle capitane della squadra italiana, che dopo aver ripetuto in toto la domanda testé rivoltagli dal giornalista, si ferma un secondo, si guarda intorno, sospira, sembra cercare qualcosa con gli occhi, carica il colpo in canna, sembra voler dire qualcosa e poi, con scocciata diplomazia, prende la mira e risponde; “Ma quanto è andata forte la Nazionale Italiana?” Il giornalista osserva; “Hai ragione”. Lì, in quell’esitazione prima di rispondere, in quel guardarsi attorno prima di aprir bocca per riflettere prima di farlo, c’è tutto il colossale lavoro di squadra del CT Salvoldi. L’uomo che ha costruito il più forte ciclo ciclistico mai visto nelle squadre nazionali femminili, e che sta silenziosamente effettuando un lento, costante, continuo ricambio generazionale, che da sette anni consecutivi porta almeno una medaglia ogni anno (e contiamo solo la squadra elite).
Salvoldi ha costruito la medaglia numero 133 gettando nel contempo le basi ciclistiche per l’Italia femminile dei prossimi anni. Longo Borghini, Scandolara, Ratto, rappresentano quell’ossatura che tra pochi anni sostituirà quella macchina vinci-medaglie guidata dalla Bronzini, da una certa fenomenale ciclista italiana e dalla Cantele. Donne che sono le capitane, le cicliste di riferimento, ma non le stelle, le prime attrici sempre e comunque. Quando lungo l’ascesa di Fiesole una certa atleta, di cui come da tradizione non ricordo il nome, ha sentito la gamba cedere verso il finale di corsa ad un principio di crampi, è stato deciso con poche parole che la vicentina avrebbe invertito i ruoli programmati trasformandosi in gregaria per la Ratto. Detto fatto (e la rima non centra): la veneta richiama le compagne in fuga con lei in quel momento di gara, e spiega la nuova impostazione tattica. Fu lo stesso anche l’anno scorso. Elisa Longo Borghini era la ragazza che meglio pedalava, e nonostante fosse la più giovane, quella che godeva di minore esperienza, fu lei la pedina principe per la squadra italiana. Anche in quell’occasione scaturì una medaglia di bronzo, e come questa volta non ci furono tentennamenti nel deciderlo in gara. Una nazionale dallo spirito camaleontico che da sempre lavora in questa maniera, perché costruita intorno ad una persona, Salvoldi, che da sempre gode di una stima colossale, totale, da parte delle atlete che porta in azzurro di volta in volta. La partigianeria di chi scrive è ormai nota, e quando poi si tratta di ciclismo femminile di origine marosticense siamo a livelli da ricovero. Ma sapere che, una volta tanto, chi occupa il ruolo di CT è persona che ha nozioni di base sull’attività sportiva che porta avanti (quella cosa che si chiama competenza), e quindi non solo perché amico plurisponsorizzato da nomi importanti della Federazione, è motivo per attirare la mia simpatia nei suoi confronti. In un momento di ennesima soddisfazione come questo, dispiace che in ottica nazionale italiana si sia forse persa la presenza di Marta Bastianelli, che dopo l’iride vinta nel 2007 non è mai tornata ai vertici se non in occasioni molto sporadiche. Ma è giusto ricordare che fu proprio lei, sette edizioni addietro, ad aprire quel ciclo vincente e plurimedagliato che oggi possiamo goderci appieno. Comunque, conoscendo Salvoldi, aspettiamo ancora un momento prima di scrivere davvero la parola ‘Fine’ su valutazioni agonistico/personali di questo tipo. W la Guderzo. (la foto in alto è concessa da Ilaria Pranzini)

lunedì 16 settembre 2013

E finalmente le ragazze alzarono la voce.

LA NOTIZIA CATTIVA: IL FINALE DEL ‘TOSCANA’ NE FA LE SPESE. QUELLA BUONA: FINALMENTE LE RAGAZZE SI SONO ROTTE LE SCATOLE. C’è voluta Marianne Vos a dare il ‘la’ alle colleghe. L’olandese ha perso un Giro di Toscana di cui era leader, ma prima o poi la pazienza doveva finire ed è un peccato non sia finita ben prima. Ennesima figuraccia degli organizzatori, grazie al traffico veicolare fermato a singhiozzo quando stanno ancora passando le cicliste, mentre quella delle strade in pezzi è purtroppo storia vecchia ma che non doveva mai essere raccontata perché nel movimento ‘rosa’ tutto è bello, tutto piace (vedi Facebook), e siamo tutti amici che ci volgiamo tanto bene. Intanto le cicliste stanno in mezzo a cotanta felicità e gaiezza. Così domenica 15 quasi tutte le migliori non sono partite nell’ultima frazione, quella con l’arrivo classico a Firenze ed ecco Brunello Fanini, il boss del Giro di Toscana, che dichiara dopo 18 edizioni la morte della corsa. Adesso le cattive sono quindi le cicliste non partite, che ancora una volta hanno dovuto essere loro a metterci la faccia, perché figurarsi se DS o dirigenti aprono bocca una volta. Il CT Salvoldi ha detto che il modo è sbagliato anche se condivide la motivazione, Fanini parla di decisione inqualificabile. Quando patron Brunello Fanini giudica il gesto del ritiro in massa come dannoso al ciclismo femminile, tornano in mente le immagini della 3^ frazione del Giro-Donne 2010 a Biadene con le ragazze sedute sui marciapiedi e sulla strada a cambiarsi dopo la cronometro individuale, o il giorno prima (2^ tappa con arrivo a Riese Pio X°) quando un genitore disse al personale che le aveva sistemate, che le transenne erano messe in maniera molto più pericolosa che non protettiva sul rettilineo d’arrivo (con ragione sacrosanta!). Chiaro che situazioni come quella di Biadene non devono saltar fuori e venir raccontate, e se poi le ragazze devono pedalare a 40 allora su strade che fanno schifo, o con transenne sistemate coi piedi, lo facciano e basta. Visto che l’Associazione Corridori va avanti con la velocità della famosa lumaca zoppa, visto che le cicliste da anni vengono prese per il c**o (meglio usare gli asterischi, perché culo non sta bene scriverlo), visto che a raccontare solo le cose che funzionano non cambierà mai un ….come si chiama?.... pupazzo?, meglio stare sui maroni oggi che al pronto soccorso domani.

domenica 15 settembre 2013

Horner scrive una pagina storica? Speriamo di si.

NONNO CHRIS METTE IN RIGA I NIPOTINI, ED ENTRA PROBABILMENTE NELLA STORIA. CON LA SPERANZA CHE PROPRIO QUESTA STORIA NON VADA OLTRE CON APPENDICI FUTURE.
Eh dai che questa è bella! Si perché puoi guardartela in diversi modi. Il modo che parlerà di momento da ricordare nel ciclismo, con un quarantaduenne che vince una gara di tre settimane, mettendo in fila ciclisti con dieci anni di meno nella carta d’identità, ma soprattutto che ha ribattuto colpo su colpo di pedale, in una Vuelta che regalava 11 arrivi in salita. In questi anni vedevamo Pantani, Armstrong, Contador, Froome come dei fenomeni. Sarà mica che ci siamo persi uno che invece fenomeno lo era sul serio, uno che aspettava il momento buono per uscire allo scoperto? E aspetti d’essere un over 40? C***o se ne hai di pazienza Chris! L’altro modo è quello che in molti pensano: che si mette nel latte questo qui la mattina? Eh certo che se l’antidoping funziona sul serio, allora salterà fuori qualcosa. E se invece non vien fuori niente? Sai che smacco per Valverde, Nibali, Rodriguez – mica ragazzini del gruppo – che si son fatti mettere in riga da uno che si porta dietro quarantadue primavere? E Froome? Miseria, adesso cosa diciamo di Froome, classe ’85, che uscito dal Tour con un vagone di sospetti, ora si vede spodestato nelle attenzioni da un ciclista 14 anni più vecchio? Ci accontenteremo di dire che questo è l’anno dei Chris? Beh, pensando alla mitica conferenza stampa del dopo Ventoux, dove al keniota-britannico fecero domande velate di diffidenza, a Horner che faranno? Lo piglieranno a mazzate fino allo sfinimento? La Vuelta che ci consegna? La sorpresa di Horner, sperando non sia una storia che regalerà un capitolo extra. Poi Nibali che si conferma in grado di ben figurare quando prepara una gara con attenzione. L’italiano voleva competere per vincere la Tirreno-Adriatico e l’ha vinta, idem per il Giro e anche quello l’ha vinto, così come voleva cercare la vittoria in Spagna e se l’è giocata fino all’ultimo. Per i Mondiali dovrebbe avere un condizione perfetta e potrà essere considerato une dei favoriti. Ma non quello da battere. Perché anche gli spagnoli hanno mostrato una condizione, con vista Firenze, molto buona. Rodriguez e Valverde sono stati protagonisti fin quasi all’ultimo. Non hanno avuto la tenacia di Horner e Nibali, ma Rodriguez si presenterà come l’uomo più pericoloso – in ottica italiana – per la vittoria conclusiva (chissà come stanno Cancellara e Sagan…). Intanto festeggiamo ‘nonno’ Chris.
Adesso però viene il bello. Si perché quando un’atleta di 42 anni si mette dietro gente che viaggia a più d’un decennio d’anni di meno (Nibali è del 1984), e gli arriva davanti rispondendo colpo su colpo, in una Vuelta con 11 arrivi in salita, adesso si che la curiosità è tanta. Christopher Horner è un ciclista in gamba, uno di valore, ma vederlo mettere in riga Valverde, Nibali, Rodriguez ti lascia il dubbio. La sensazione che ne scaturisce è forse definibile come un misto d’incredulità e ammirazione. Però ripensando al Froome del Tour ed i sospetti che gli sono cresciuti attorno, cosa si dovrebbe scrivere di Horner, 14 anni più vecchio? Cattiveria? No di certo. Il fatto è che la paura di essere imbrogliati adesso non la nascondi più, non la tieni per te. Perché sei stanco, sei stufo marcio d’essere preso in giro. E la diffidenza patita da Froome sulla sua pelle durante il Tour – o anche quella verso Usain Bolt ai Mondiali d’atletica di Mosca – ormai sarà cosa che molti vincitori dovranno tener sempre presente che possa farsi viva con una domanda antipatica. La storia d’oggi ci dice che la Vuelta di Spagna 2013 è passata alla storia, grazie ad un ultraquarantenne che ha battuto la sua futura generazione ciclistica. Che il giorno, sabato, in cui lo statunitense ha praticamente vinto il Giro di Spagna, un ciclista che poteva essere suo figlio (22 anni) ha vinto la tappa. Speriamo sia una favola. Speriamo che la storia di questa Vuelta si fermi qui e che non ci siano altri capitoli extra.

martedì 27 agosto 2013

E venne il giorno del; "Ma chi me l'ha fatto fare?"

NELL’AUTUNNO SCORSO AVEVO SCRITTO QUALCOSINA PER CHI AVEVA LA MEZZA IDEA DI DARSI AL CICLISMO. ADESSO IL SALTO IN AVANTI: DOPO UN’ANNETTO DI FATICHE, STATE MICA PENSANDO ALLE GRANFONDO?
Ne avevo già scritto in un post datato novembre 2012 (lo trovare sotto il titolo: Il ciclismo davanti al caminetto: parte 2^). Ora facciamo il grande passo avanti: le granfondo. Vediamo di capirci in poche righe come piace a me. Siete diventati ciclisti da poco? Vi siete appassionati? State mica facendo un pensierino alle GF? Queste righe non guardano al ciclista della domenica descritto dalle riviste. Cioè quello che potendo vivere senza lavorare può seguire tabelle, chilometraggi, palestre, allenamenti simil-professionistici dietro moto (si, ci sono anche quelli che se li fanno), insomma quasi tutto quello che voi non potete fare, perché nelle vostre giornate di ore ne avete solo 24. IPOTESI BASE: siete un/a ciclista che percorre al massimo 2.000 chilometri all’anno, e non più di 50/60 chilometri alla volta, andate in bici una volta per settimana, poche volte due, salite in sella in marzo fino a fine ottobre.
QUANTO TEMPO AVETE?: questa è la domanda che dovrete farvi il 1° gennaio; “Quanto tempo ho per la bici?” parte tutto da qui. Tutto. Non dalla bicicletta o da come stanno le vostre gambe o da chissà che diavolo di qualunque altro motivo, ma da quanto tempo avete. Qualunque cosa leggerete da qui in avanti dovrà per forza passare per questa domanda. Se avete un lavoro che vi occupa dalla mattina fino al tardo pomeriggio, certamente fino a fine aprile non potrete allenarvi un paio d’ore verso sera. Non guardate nemmeno chi fa un lavoro che, per un motivo o per l’altro, gli dà l’occasione di ritrovarsi con mezze giornate libere. Queste persone ci mettono poco a chiacchierare e a darsi tonnellate di arie sui chilometri messi nelle gambe con facilità irrisoria. Mandatele a lavorare al posto vostro, e se insistono anche in malora. Pensate a divertirvi. L’INIZIO DELLA STAGIONE: il buonsenso dice di faticare per gradi. Dovete far capire al corpo, ai suoi muscoli (ricordate, anche il cuore è un muscolo), che dovranno ri-abituarsi alle faticate in sella, ma che da stavolta le faticate saranno più lunghe. Le prime pedalate, quelle fatte con rapporti agili, nelle ore tiepide del giorno, vanno molto bene. Salite in bici almeno 15 giorni prima del solito (diciamo metà febbraio). Quanto pedalavate solitamente all’inizio: 30, 40 chilometri? Allungate di una decina di chilometri. Anche fatte pianino sarà un buon inizio. Non pensate solo alla strada percorsa, ma anche al tempo passato in sella. Ogni 15 giorni mettete dentro una decina di chilometri in più. Ogni 40 chilometri almeno 5/7 km. di salita. Non serve andare a cercarsi una salita che sale al 15%. Però non pedalate nemmeno su 10 salite da un chilometro, per poi dire che avete le gambe per un Passo lungo 10 chilometri. Penso e spero che ci siamo capiti. Pensate a divertirvi.
LE SCHEDE DI ALLENAMENTO: qui potremmo far notte. Non mancano mai nelle riviste ciclo-turistiche. Ma se fate caso ai ritmi di lavoro consigliati, queste sembrano pensate – nella maggior parte dei casi – per gente che non ha niente da fare da mattina a sera. Tenete conto di questo. Leggetele, valutatele, se volete seguirle con scrupolo allora beati voi, perché vorrà dire che avete tempo solo per la bicicletta. Altrimenti usatele solo come spunto per i vostri allenamenti. Su una cosa invece potete trovare un’aiuto prezioso da queste benedette riviste: i consigli sull’alimentazione. Anche se le stesse tra le loro pagine hanno pubblicità riguardanti gli integratori dove si parlerà di voi, perché ciclisti, come una specie di razza umana superiore, e usando immagini associate a frasi, parole, terminologie studiate appositamente a tavolino per farvi esaltare oltre quel che valete, cercheranno di farvi il lavaggio del cervello, perché non dovete pensare con la vostra testa ma con i loro slogan. LA TESTA: se piove e mancano due mesi a una GF potete saltare il turno, ma se piove e mancano pochi giorni, dovrete pigliarvi l’acqua in testa. Volenti o nolenti siate pedalanti. Ricordate che se eravate abituati a pedalare circa 3 ore, una volta in gara ve le troverete anche raddoppiate. Se poi farete i percorsi più lunghi, mettete in conto dalle 8 alle 10 ore. Cercate di non fare di una corsa un’obiettivo troppo importante. Non fatela diventare il modo per dimostrare qualcosa ad altri o a voi stessi. Altrimenti così facendo, appena fatta la gara, butterete la bici da parte e la lascerete alla polvere in attesa di uno stimolo che spunti da dove non si sa. Spesso la passione si smorza – cioè sentirete noia per quel che fate – perché molti cercano l’emulazione per fare le cose nella maniera più simile possibile al campione visto in tivù, ma poi vi accorgete che intorno a voi non ci sono giornalisti e gente che vi rincorre con il foglietto e la penna. Voi non siete professionisti, anche se le parole usate dalle riviste specializzate nei loro articoli faranno di tutto per farvi sentire come loro. Pensate a divertirvi.

mercoledì 7 agosto 2013

Noi non siamo lui. Capirlo è così impossibile?

AMARE LO SPORT VUOL DIRE IN PRIMIS RISPETTARE NOI STESSI. PER QUESTO MOTIVO IN CERTI CASI L’AMAREZZA SI VELA DI RABBIA.
Non so dalle vostre parti che aria tiri con il caldo. Qui da diversi giorni le temperature sono impossibili e pericolose. Tant’è che tra Friuli e Valbelluna tre persone sono morte pedalando, e non perché finite sotto le ruote di qualche altro veicolo. La passione può supportarci, spingerci, ma non dobbiamo diventare esseri viventi pronti ad ogni suo comando. Specialmente quando a lasciarci la pelle è gente che da un pezzo ha i capelli bianchi, e dovrebbe essere d’esempio per chi il bianco in testa lo avrà fra qualche decina d’anni. Andare a sforzare il proprio corpo senza motivi professionali, sotto un cielo che trasforma tutto in un forno, vuol dire essere troppo incoscienti di quello che si sta facendo. Fare sport non vuol dire essere d’acciaio ma sembra che invece l’idea sia questa. In una disciplina faticosa come quella ciclistica, serve anche un minimo di cultura su quello che si sta facendo, su quello che in quei momenti si sta chiedendo al nostro fisico. Se si crede che la passione possa rimediare in ogni occasione non si è capito un c****o e magari si continua a vivere pensando di dover dimostrare sempre qualcosa a noi stessi o al mondo. E allora mettiamoci alla prova, e se qualcuno ci darà del deficiente pronti a tirare fuori la scusante della passione. Niente da fare. Non riesco a trovare scusanti davanti a persone che per età dovrebbero essere il primo esempio buono. Foto: M.Zanella - Alpe del Nevegal(BL) 2011.

domenica 4 agosto 2013

Primi giri di vite tra gli amatori. Era ora.

EX PROFESSIONISTI, DOPING, AUTOCERTIFICAZIONI ETICHE, PRESIDENTI CON PIU’ RESPONSABILITA’, NUOVE VISITE MEDICHE, ECCETERA ECCETERA. RIPORTO (QUINDI COPIO) DAL SITO SPORT-PRO UN’INTERVISTA A SUA VOLTA GIA’ RIPORTATA DI SUO. SE FATE GARE LASCIATE LA VOSTRA IDEA.
Dal sito della Federciclismo riprendiamo questa interessante intervista a Gianluca Santilli, responsabile del settore amatoriale, che per la prima volta da tanti anni in qua sta cercando di sistemare un settore degradatosi negli anni e ridare dignità a tutto il movimento. “Con l’introduzione dell`auto-certificazione etica abbiamo dato il via ad una vera e propria rivoluzione culturale che era necessaria in un ambiente, quale è quello del ciclismo amatoriale, inquinato da logiche ad esso del tutto estranee che lo stavano negativamente condizionando. Al requisito della salute, attestata dalla certificazione medica che attesta la possibilità di svolgere sport agonistico si aggiunge, dal 1° gennaio 2014, quello dell’etica. Chi ha avuto a che fare con il doping, per capirci, non si può più tesserare come amatore.” Così esordisce Gianluca Santilli, 56 anni, un passato agonistico nel nuoto e da amatore nella corsa nel triathlon e, da una decina di anni, nel ciclismo. Dopo aver ricoperto il ruolo di Procuratore federale nella FCI, dall’inizio di questo quadriennio, l`avv. Santilli è diventato responsabile nazionale del Settore amatoriale. Incarico che affronta con lo stesso spirito che l’ha condotto a vincere battaglie molto dure proprio per affermare la supremazia dell’etica nell’attività sportiva, con particolare riferimento al mondo dei giovani e degli amatori. La decisione sicuramente più innovativa, però, riguarda l’istituzione di un nuovo requisito per il tesseramento. “Dobbiamo far comprendere a tutti gli amatori che, per la tutela della propria salute, bisogna riscoprire le logiche che muovono lo sport amatoriale, ovvero quella della passione, divertimento e del benessere fisico. Per questo motivo le decisioni assunte all`unanimità nell`ultimo Consiglio Federale hanno un profondo valore innovativo.” L`attenzione dei media e degli operatori di settore si è concentrata in particolare su due decisioni ben precise. La prima stabilisce che il passaggio dall`agonismo all`attività amatoriale sarà graduale: 4 anni per i professionisti, 2 per le donne, 1 per gli Elite e U23. La seconda invece, ha un profondo valore culturale ed introduce, per la prima volta nello sport amatoriale in Italia, un requisito etico per chi vorrà svolgere attività amatoriale. Perché questo periodo di `decantazione` tra l`attività agonistica e quella amatoriale? “La decisione risponde ad un`esigenza di tutto l`ambiente e risponde a due logiche, quella di rendere meno esasperata l`attività e, al contempo, di aumentare la sicurezza nelle manifestazioni. La presenza in gruppo di atleti particolarmente veloci ha creato in questi anni un pericoloso spirito di emulazione che ha stimolato anche comportamenti e pratiche non lecite, in una assurda logica emulativa. Inoltre, l`eccessivo divario tecnico tra chi ha l`allenamento del professionista e continua ad esser tale anche da amatore e la massa che invece pedala nel tempo libero, faticosamente ritagliato tra lavoro e famiglia, rende la gara molto meno gestibile dal punto di vista della sicurezza. I tutelati, ed è assurdo, sono i pochi che riescono a tenere ritmi appunto da professionisti mentre la maggior parte dei partecipanti è lasciata senza alcuna tutela dalle scorte tecniche.
Ovviamente la presenza di pro o ex agonisti non è esclusa nel gruppo, anzi è molto apprezzata dal movimento amatoriale, ma solo a fini ludici e fuori dalle classifiche. “Dal primo gennaio del prossimo anno ogni amatore che vorrà tesserarsi dovrà produrre un certificato (il cui modulo sarà presto scaricabile dal sito federale, ndr.) che attesti l`assoluta estraneità, nella propria vita, da vicende legate al doping, sia dal punto di vista sportivo che penale e/o civile. Un`autodichiarazione che riguarderà non soltanto eventuali condanne, ma anche procedimenti e indagini. Si tratta, di fatto, dell`introduzione di un nuovo requisito per potersi tesserare quale amatore.” Dal punto di vista pratico come farà la Federazione a controllare? “Come nel caso del certificato medico, l`autocertificazione dovrà essere consegnata al Presidente di società che si preoccuperà di valutarne la veridicità e che, di conseguenza, ne risponderà di fronte alla Federazione quale responsabile legale.” Si è vociferato, prima del CF, dell`introduzione di nuovi certificati medici per lo svolgimento dell`attività. Poi invece, non sono state prese decisioni al riguardo. Cosa ci riserverà il futuro? “Insieme alla Commissione Tutela della Salute si sta valutando quali ulteriori analisi e accertamenti introdurre per garantire ancora di più la salute degli amatori. Lo sforzo di una gara amatoriale merita tutta la massima attenzione e gli accertamenti oggi sufficienti per il rilascio del certificato medico agonistico sono considerati non del tutto adeguati per garantire all`atleta certi sforzi senza alcun rischio per la salute; qualsiasi indicazione proveniente dagli esperti, volta ad evitare episodi tragici, saremo pronti a recepirla. Ci tengo a chiarire che è in gioco la salute di ogni praticante e il nostro obiettivo è proprio quello di salvaguardare tutti, in modo che la pratica ciclistica, e sportiva in generale, diventi un momento di serenità e benessere e non il contrario.” E` logico domandarsi se tutte queste novità troveranno sponda anche tra gli altri Enti di promozione sportiva. “Il 29 luglio ci sarà un incontro della Consulta finalizzato a deliberare sulla normativa introdotta dalla FCI, che è già stata analizzata e discussa in quella sede e che ha trovato pieno consenso. Credo ci sarà quindi un totale allineamento.”

giovedì 25 luglio 2013

Tocchera' mica comprare un tappeto più grande?

E COSI’ UN GIORNO SCOPRIMMO CHE IL CICLISMO ERA FALSATO. MA ORA GLI APPASSIONATI FARANNO DUE CONTI OPPURE; “CHI SE NE FREGA, VOGLIO LO SPETTACOLO!”? IL CAMBIARE MENTALITA’ PARTE DA QUI.
Una cosa emerge dall’inchiesta doping post Tour ’98: Ullrich era più dopato di Pantani, ma Olano in questo pare non lo battesse nessuno. Ci sono ciclisti che hanno pagato pesante. Chi con il palmarès come Armstrong, chi con il sistema nervoso prima e la pelle poi come Pantani, chi se l’è goduta per anni e anni come Riis (ma dall’aria che tira forse durerà poco) solo perché se apre bocca se ne tira dietro a decine tra dirigenti, ciclisti, team manager…. C’è chi è stato preso per il sedere come gli appassionati, chi continua a prenderci per il sedere come Gimondi, perché ritiene cosa migliore che le provette vengano buttate dopo le controanalisi, della serie; vengo a rubare a casa tua, ma se non mi beccano subito posso tenermi quel che t’ho rubato perché sono i poliziotti che dovevano essere più bravi a fare i poliziotti. Giusto che non c’è senso nel cambiare adesso gli ordini d’arrivo, perché se lo fai dev’essere per tutti. Però non possiamo cercare di far ammucchiare la sporcizia sotto il tappeto. Ullrich, Armstrong, Tafi, Riis, Jalabert, Zulle, Virenque, Brochard, Pantani, Cipollini, Zabel, per dire i nomi maggiormente altisonanti di quel periodo, sono stati protagonisti consapevoli di una disciplina sportiva falsata, che non può essere presa ad esempio. Non si possono trattare come dei miti dello sport solo perché tutti correvano ‘comunque’ alla pari. Allora si ridanno i Tour a Lance, a Landis, a Contador, una Vuelta a Heras. Vieni a rubare a casa mia, quindi posso farlo nella tua? Allora dovemmo trattare come dei miti i velocisti e velociste che nell’atletica hanno assunto tutto e il contrario di tutto. Se a Pantani andava bene ‘adeguarsi’ agli altri ha sbagliato. E questo si deve dire. Inutile parlare di svolte culturali se continuiamo a mitizzare quel periodo ciclistico perché ci ha dato tante corse combattute. Allora si abbiano i coglioni di dire; “Affari loro. Il sangue era il loro. Sapevano quel che facevano. Non gliel’ho mica chiesto io di prendere quelle robe.” E così almeno possiamo continuare a girarci dall’altra parte guardando alle granfondo dove la situazione è da sudori freddi, che nei dilettanti i controlli sono un’optional ma chi se ne frega perché non è mio figlio quello che ci corre, che negli juniores adesso uno può scegliere il medico che gli pare e parliamo di ragazzi ancora minorenni. Poi continuiamo a trattare come campioni esemplari vecchi ciclisti, e li sentiamo in vecchie interviste – perché ormai morti – dire che il loro doping a confronto di quello di oggi era all’acqua di rose perché usavano la simpamina, derivata da?... Andate a curiosare. Come cambi mentalità se trattiamo come idoli persone che hanno accettato di falsare quello che facevano, e ne stimiamo altre che cercano di difenderne l’operato lavorando di omertà?