«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 13 aprile 2017

Tutti medici, ma pensa....

È la sempreterna storia del mondo dello sport, dove l’atleta viene prima della persona. Tanto se va male i cocci sono di entrambi, tranne di chi ci chiacchiera sopra.
Fabio Aru ha iniziato una specie di cronometro riabilitativa in vista del Giro d’Italia. Il ginocchio infortunato in allenamento verrà ora monitorato giornalmente, mentre il corridore farà palestra per non perdere tono muscolare. Se va bene sarà un eroe, se va male la fretta dannata che gli si vuole appioppare addosso rischia di diventare una toppa peggio del buco, ma tanto il ginocchio è di Aru e non quello di chi scrive di provarci, di non mollare, e di provarci ancora e di non mollare ancora. Che il ragazzo cerchi di esserci alla partenza è certo, che ci riesca invece non è detto. Che lo si voglia presente per dare lustro al Giro è comprensibile, ma se devi avere in gruppo un corridore che debba fare vetrina per qualche giorno per una specie di Regio Decreto Ciclistico, allora si tira troppo la corda. Aru deve correre il Giro se può farlo, non correrlo ad ogni costo. Quando vi è di mezzo la cartilagine di un ginocchio non vi sono garanzie di guarigione totale al primo colpo. E se Aru sarà alla partenza del 100° Giro non potrà pedalare in gruppo per capire “come va” ma dovrà spingere. Se poi insorgeranno fastidi e questi non verranno affrontati in tempo se li terrà tutti lui, e allora si che i tempi di un secondo recupero si allungherebbero. E poi sotto con le declamazioni di dispiacere di chi senza averne titolo spinge un atleta su questioni di salute.

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