«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 1 aprile 2017

Aprile; l'editoriale

Le pietre del pavè, le cotes che accendono le Ardenne, i “muri” che decidono una stagione, a volte una carriera. Sia quel che si vuole, ma qui urge risvegliarci.
“Era dagli anni ’60 che l’Italia non correva una Milano-Sanremo così fiacca. Il nostro miglior piazzato è stato Elia Viviani, che ha messo via un non entusiasmante 9° posto finale. Ma il ciclismo di casa nostra arrivava da un’altrettanto deludente Tirreno-Adriatico, dove anche lì siamo mancati. L’italiano che più ha fatto parlare di se è stato Moscon – forse l’unico su cui pare si possa coltivare qualche attesa per il Nord – ma solo per il brutto volo fatto nella cronosquadre di apertura. Adesso arrivano le corse pesanti, dove la questione pare riservata a Sagan, Degenkolb, Vanmarcke, Kristoff, Boasson Hagen, Van Avermaet, il Boonen che a Roubaix chiuderà il suo libro ciclistico ed alcuni altri che non hanno molto di italiano nei loro nomi. Lo scorso anno al Fiandre parteciparono sedici italiani. Finirono la corsa in due: il giovane Zurlo e Pozzato. Un bilancio misero.”

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