«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 1 marzo 2017

Marzo; l'editoriale

“Con l’arrivo del mese di marzo inizia il periodo dedicato alle corse di alto livello, con l’obiettivo Sanremo che tra qualche settimana darà il “la” al mese delle classiche. Al momento di scrivere queste righe la nostra Nazione non ha, e forse non avrà, nessuna formazione alla Parigi-Roubaix e alla Freccia Vallone con il medesimo rischio per la Liegi. Potrebbe quindi prendere forma una primavera per certi versi quasi storica – in senso negativo – per il ciclismo di casa nostra. È da qualche anno che l’Italia ciclistica è rappresentata dai singoli, che corrono però per formazioni estere. Oggi si cerca di italianizzare al massimo la partecipazione della Segafredo con la squadra Trek, ma da qui ad avere una vecchia Liquigas o una vecchia Lampre ce ne passa. Non vive una grande differenza nel settore femminile, dove da diversi anni quasi tutte le nostre migliori atlete corrono per formazioni di matrice straniera. Per rimanere in ambito rosa, vi è una bella intervista su “Cyclist” di Fulvia Camisa ad Elena Cecchini – tre volte tricolore consecutivamente – dove la ciclista della Canyon-Sram espone la sua idea di come all’estero, rispetto a quel che capita in casa nostra, una ciclista debba comportarsi in maniera più professionale e responsabile verso quella che è la propria carriera sportiva; ‘Non sono lì a dirti che devi allenarti così, mangiare quello, dormire tot...’ spiega la campionessa d’Italia in carica. Insomma, o ti applichi per imparare il mestiere, o nessuno ti tiene la manina.”

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