«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

venerdì 1 maggio 2015

Maggio; l'editoriale

“Forse il momento migliore che il ciclismo di casa nostra ha conosciuto l’anno scorso non fu a luglio, quando Nibali è salito sul podio più alto di Parigi. Fu al Giro, quando intuimmo che Aru ha del talento vero, che la Bardiani vinse tre frazioni risultando una delle squadre migliori in assoluto della corsa, se paragonata ai mezzi che portava con sé rispetto ad altre squadre ben più milionarie, e con due tappe vinte da Ulissi. L’Italia uscì ben gasata da quel Giro. Se con Nibali eravamo si tornati ai vertici, con Aru e Ulissi era solo questione di tempo. E magari sarà proprio così. Uscivamo da una campagna del Nord magra e quest’anno le cose sono migliori di poco, o forse quest’anno è andata semplicemente meno peggio. Pozzato si è confermato inconfermabile, Visconti perfetto…..gregario, Quinziato un uomo che da tre o quattro stagioni vede arrivare l’anno buono, peccato che sia uno del ’79, e così la differenza l’hanno fatta Paolini (38 anni, con le speranze di Cassani di riaverlo in azzurro) e la Longo Borghini, per quel ciclo in rosa che quando vince è sempre amato da quasi tutti e seguito da quasi nessuno. Per questo abbiamo bisogno del Giro. Per dimenticare i buoni propositi quasi decennali di Pozzato, perché di Oss parliamo bene da un lustro, perché a febbraio abbiamo velocisti che fanno fuoco e fiamme, perché Nibali è uno scalino sopra tutti i nostri e non possiamo considerarlo come lo specchio del nostro ciclismo, perché (per sua fortuna) non lo è. Benvenuto Giro, come non mai da tanti anni.”

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