«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 24 dicembre 2014

Si, forse ci siamo, ma non sarà per tutti.

Il ciclismo rosa va verso quella ‘rivoluzione’ organizzativa che da tanto insegue. Voluto fortemente dall’UCI, tra un’anno si aprirà il cantiere del WWT; Women’s World Tour. E molti portafogli verranno al pettine.
Un’organizzazione che nel limite del possibile sia fotocopia dell’attuale World Tour maschile. Prenderà vita tra un’anno e – come spiega Francesco Sulas nella pagina di CicloWeb da cui è tratta (modo elegante per non scrivere ch’è copiata) la fotografia che vedete, che si riferisce alla corsa-esibizione femminile al Tour 2014 – sarà una specie di anno zero, una sorta di bivio che scremerà in maniera ancora più netta le squadre ciclistiche rosa. Una società dovrà avere dei parametri di base che consentano di avere garanzie di tipo economico e questo c’era da aspettarselo (con la storia dello stipendio minimo ci sarà da divertirsi), di tipo tecnico (gli “amici di” potrebbero far fatica a trovare un sedile dove sedersi) e ovviamente il livello dato dalla classifica UCI al momento in cui il nuovo carrozzone prenderà il suo via. Questo per poter mettere in piedi una prima fascia elite che dovrebbe avere 20 formazioni. Insomma, se hai soldi puoi fare strada, sennò verrai accomodata in quella che potrebbe/dovrebbe diventare una seconda fascia (tipo le Professional dei maschietti), in attesa di una eventuale promozione in Prima. Anche sul discorso delle garanzie per le squadre gli organizzatori degli eventi dovranno dare certezze su visibilità (diretta televisiva, logistica), sicurezza (percorsi e personale adeguato lungo lo stesso), decenza (divieto per Sgarbozza di pronunciare pubblicamente cognomi di atlete straniere, e non è da escludere che Emma Pooley si sia ritirata perché le hanno fatto sentire il sonoro delle telecronache al Giro). Non voglio dire troppo riguardo all’articolo di Francesco Sulas, quindi rimando l’eventuale lettore ad andare verso la facile ricerca e lettura del testo steso diversi giorni addietro nel sito web sopraccitato. Insomma, siamo ad un passo dal salto in avanti che da almeno 15 anni veniva sognato da atlete, appassionati e anche tanti dirigenti, anche se forse tra quest’ultimi non da tutti.
Difatti un’elevazione degli standard richiesti sarà portatrice di un’automatico filtro qualitativo generale. Dal punto di vista economico-dirigenziale – quello per niente forte in casa nostra – i contratti delle atlete dovranno venire rispettati, pena la segnalazione presso l’UCI di irregolarità che difficilmente saranno accettate in nome dell’amore verso questo sport. I conti dovranno tornare e questo sarà lo stimolo per chi vuole investire nel settore femminile che le cose o le fai come Dio comanda, o è meglio che ti dai una calmata e voli basso, se non lasciar perdere. Non è che sia un male il sapere che certi ‘padroni del vapore’ avranno meno motivi per tirarsela da matti. E chissà che alcuni non decidano di fare il passo secondo la gamba, accontentandosi di lavorare bene in formazioni di cicliste giovani, invece di sfoggiare lustrini e paillettes nelle presentazioni di gennaio e febbraio per poi diventare protagonisti di situazioni contrattuali su cui tante ragazze hanno sepolto la loro voglia di continuare col ciclismo, stufe marce di dover andare per avvocati e lettere degli stessi per farsi rispettare. Di certo avremo molte voci entusiaste di questo nuovo punto di partenza, ma sarà altrettanto sicuro che avremo anche diverse bandiere bianche che verranno alzate perché dovranno rinunciare a salire su di un treno il cui biglietto sarà troppo caro. Tra marzo e aprile (magari a Cittiglio?) dovremmo saperne di più.

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