«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 4 agosto 2014

Il male minore sul pirata e il cobra sdentato.

Un mito sportivo e un’altro che tale voleva diventare. Due personaggi che per motivi diversi bello sarebbe trovassero pace (il primo) ed oblio (il secondo).
Che sia l’ultima puntata forse lo vorrebbe tanto anche lui. Ormai la vicenda che coinvolge lo scomparso Pantani è uscita dal discorso sportivo ed è entrata nelle vicende di cronaca nera. In alcuni giornali la notizia della riapertura del caso-Pantani non è stata messa nelle pagine sportive, ma in quelle relative alla cronaca generalista nazionale. La verità che i familiari dello scomparso ciclista sperano possa uscire da questa ennesima puntata (speriamo quella finale), è quella che si chiuda la serie con la scena di un’omicidio e non soltanto con le sequenze di un lento, triste, silenzioso e solitario suicidio per un’eccessivo uso di droga, con un cuore che ad un certo punto non ce l’aveva più fatta a sopportare un’altrettanto lento ma costante avvelenamento, un mix di medicinali e droghe che andava avanti da qualche anno per necessità (le medicine) e per scelta (le droghe). Se venisse fuori che Pantani e stato ammazzato cosa cambia? Che probabilmente si cercherebbe di rendergli una specie di giustizia dal punto di vista dell’immagine dell’uomo, ma nel concreto è la sempre triste fine di una persona che era forte in sella quanto debole scesa da essa. La riapertura del suo caso non è poi così eclatante ma siccome è Pantani allora tutti sull’attenti. Se poi ci si prendesse la briga di rileggere gli esiti delle prime indagini si capirebbe che sono più le speranze, le supposizioni, che non le certezze concrete. L’impressione è che un Pantani morto per omicidio sia la speranza di quelli che oggi lo piangono ai quattro venti (giornalisti, dirigenti, commentatori, sedicenti amici, tecnici), perché quando potevano provare a far qualcosa hanno preferito prendere le distanze per non andare loro in primis incontro a guai. Da uno che forse vorrebbe lo lasciassero in pace almeno adesso che sta sotto terra, ad un’altro che sotto terra c’è mancato un pelo ci andasse quando tornò a correre per un’emotrasfusione. Sulla Gazzetta è stato dato spazio ad una rovinosa caduta che Riccardo Riccò ha fatto scendendo in bicicletta dal Mont Ventoux. Foto postate dall’ex (ex?) dopato italiano su twitter, commenti, reazioni e nientemeno che un’articolo sul giornale riguardo al viso gonfio dalle botte prese nel rovinoso volo ciclistico. Ma la Gazzetta davvero non aveva nient’altro (e soprattutto nessun’altro) a cui dare spazio? Riccò ha fatto molto male al ciclismo, per la sua arroganza, la sua strafottenza, la sua falsità prima negata dall’uomo e poi declamata dai fatti. Dovrebbe venire dimenticato, cancellato da qualunque considerazione, preso idealmente a calci dall’ambiente sportivo ed esaltato solamente come esempio negativo. Invece una sua caduta dal Mont Ventoux trova spazio nel roseo quotidiano italiano, regalandogli ulteriore notorietà. Quella che lui, dopandosi, ha cercato per anni di raggiungere.

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