«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

martedì 1 luglio 2014

Luglio; l'editoriale

Due mondi uguali e completamente diversi. Un sogno lungo 16 anni e un’utopia lunga un quarto di secolo. Nibali cerca la vittoria per consacrarsi a livello mondiale, il Giro-Donne cerca.
“Otto anni dopo la triste storia di Basso (leggi Fuentes) e le sacche dell’esimio dottor Fuentes (leggi Basso), l’Italia torna in Francia per vincere il Tour. Speranza è che Vincenzo Nibali possa riuscire nell’intento e poi cambiare aria. Il Tour si presenta come la gara dell’anno non solo per l’importanza che da sempre riveste, non solo per la caratura dei pretendenti, ma perché tutti i favoriti – Vincenzo compreso – si sono preparati esclusivamente per la corsa transalpina e avvicinati a questo appuntamento come meglio volevano. Le impressioni pre-Tour lasciano spazio a poche reali garanzie. Il Giro ha mostrato con Evans e Pozzovivo che avere una forma perfetta i primi dieci giorni non è cosa ideale. Storia vecchia. Niente di nuovo. Quello che sarebbe bello fosse nuovo è il futuro di Nibali, cioè riuscisse a vincere e a cambiare aria dal Team Astana, che non è una squadra come altre. I denari (tanti) arrivano ancora non si sa bene da dove, e chi comanda (Vinokurov) è un ex dopato, ex buon cliente di Ferrari, sospettato di aver comprato una classica e un titolo olimpico. Comprensibile che i (tanti) soldi offerti a Nibali siano stati importanti, ma da un ciclista che alcuni anni addietro si fece notare per il pensiero del ‘via i ladri dal gruppo’, andare a lavorare per un ex-ladro e volere come gregario Scarponi (due anni anche lui nel decennio scorso), beh, manca solo che in Astana formalizzino una proposta di lavoro per Ferrari. Luglio sarà mese per il Giro-Donne, che adesso – forse per questioni di puro copyright o marketing (oilalà, sarà mica che il ciclismo rosa riesce a fare marketing?) – viene denominato Giro-Rosa. Possono chiamarlo come gli pare ma la sostanza è che quasi ogni anno ci ritroviamo con un’edizione ch’è un bel tribolare per metterla in piedi. Stavolta è giusto mandare un plauso all’organizzazione per essere riusciti a riportare due giorni di corsa aggiuntivi. La gara raggiunge l’edizione numero 25. Un traguardo importante, che in questi ultimi anni vale doppio viste le magagne del fare ciclismo femminile in Italia (crisi o non crisi), e la sempre poca considerazione da parte di Federazione – tranne quando spuntano le telecamere – e da parte purtroppo di ancora troppi sedicenti appassionati, nei confronti dell’immagine donna-ciclista. La fatica dovrebbe essere unisex ma non è così. Una goccia di sudore maschile vale di più. Questione di mentalità d’ognuno di noi, e intanto il Giro-Donne cerca soldi, cerca visibilità, cerca attenzione dal pubblico, cerca considerazione dall’FCI, cerca, cerca e cerca ancora.“

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