«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 14 aprile 2014

L'Italia? Nella polvere.

Un’altro fiasco. Nel giorno in cui i migliori si sono fatti vedere tutti, l’Italia del Nord delude ancora. E la Padania non c’entra.
“Terpstra gigante tra i giganti”. Così si potrebbe idealmente titolare la sua vittoria nella gara dell’Inferno. Oddio, non si puoi parlare di sorpresa, visto che nelle ultime edizioni l’atleta olandese c’era già andato vicino. Gli uomini più attesi c’erano e non si sono nascosti. Perfino Wiggins era nelle posizioni di testa nelle fasi decisive degli ultimi chilometri. Ha chiuso coi migliori e di migliori ve n’erano tanti, che non hanno lesinato energie, lasciato da parte dei tentativi quando le gambe c’erano. Li hanno fermati i crampi o il tatticismo del tutti-controllano-tutti nel finale. Boonen non ha vinto, ma ha fatto vincere. Cancellara controllava sapendo di essere controllato, ma veniva dal suo terzo Fiandre. Sagan non ha il peso (in tutti i sensi) dello svizzero e del belga, ma comincia a farsi vedere, a imparare la lezione, cercando giocarsi la corsa nei tratti buoni per lui, allunga, forza, respira, recupera, molla, ritorna sotto, esce nel prato per poi scattare in faccia ai migliori, insomma ci prova. Niki Terpstra non poteva che ringraziare e festeggiare. Dietro a lui il gruppetto dei migliori, che per un giorno non sono stati tali, ma battuti nemmeno per come hanno corso. Di solito si dice “col coltello tra i denti” mentre si pedala tra nuvole di polvere. In mezzo a una di quelle nuvole c’era il ciclismo di casa nostra. Fosse stata una giornata di pioggia potevi dire che i nostri erano rimasti impantanati, ma col bel tempo cosa vuoi dire se non che sono finiti nella polvere? Aspettavamo ancora Pozzato, come da sei stagioni a questa parte. Per lui forature, rotture del cambio. La Roubaix è (spesso) queste cose. Sfortuna? Forse, ma se poi pensi a Boonen che in corsa ieri ha bucato per la prima volta, tra tutte le Roubaix a cui ha preso il via, di domande te ne fai.
Ma non è solo la questione del ciclista veneto. È il fatto che dietro agli uomini attualmente più noti, dei nostri, abbiamo 100 nomi che come le ruote delle biciclette girano e rigirano ma non arrivano a centrare il colpo nel momento importante. Tanti talenti che quattro cinque anni addietro promettevano, e oggi promettono ancora. Il problema è proprio che promettono e basta, mentre gli altri vincono. Dobbiamo tornare a Ballan – due anni la richiesta di squalifica per ‘trattamento’ del proprio sangue – per ritrovare un uomo da Roubaix? Dobbiamo riabbracciare Tafi – facente parte della lista dopati dei Tour fine anni 90’ – per rivivere momenti esaltanti? Da decenni la Roubaix non era così poco italiana. Dopo Pozzato (50°), altri soli cinque nei 100. Una miseria di risultato, ma soprattutto una scuola italiana (possiamo ancora etichettarci a tal maniera?) che fin’ora registra come miglior piazzamento un 6° posto alla Sanremo. Che dobbiamo fare, rimpiangere i due decenni della premiata ditta Conconi/Ferrari? Ci restano le Ardenne, ci restano Nibali, Ulissi e poi…… appunto; e poi?

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