«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 6 marzo 2014

Verso la Tirreno-Adriatico, tra polvere e storia per le prime 'menate' che contano.

L’anno scorso fu corsa tirata, un po’ polemica, ben bagnata, premonitrice che le gerarchie iniziavano a cambiare e, tecnicamente, dannatamente bella.
Tra pochi giorni prenderà il via la Tirreno-Adriatico, primo appuntamento di primo piano della stagione ciclistica, senza dimenticare la sempre importante Parigi-Nizza, che si corre quasi contemporaneamente. La Corsa dei Due Mari viene anticipata questo fine settimana dalla Strade Bianche e dalla Roma Maxima. L’anno scorso (foto;it.eurosport.yahoo.com) il livello tecnico della Tirreno-Adriatico fu tra i più alti in senso assoluto, con Nibali, Froome e Contador sul podio conclusivo per la vittoria del ciclista siculo. Fu una gara con qualche polemica (vedi la salita dei Cocciari nella 6^ frazione), e con una lista partenti impressionante; oltre ai tre nomi d’elite che occuparono il podio, Cancellara, Rodriguez, Sagan, Cavendish, Evans, Moser, Huschovd, Schleck, Wiggins. Roba forte, con il meglio del meglio quasi presente in toto sulle strade nostrane. Il tempo in alcune giornate fu roba simil invernale (preludio ad una Sanremo pazzesca!), e ne uscì una corsa selettiva, imprevedibile, bagnata se non gelida, bella. La Tirreno non era così internazionale in passato. Fu Zomegnan a dare un giro di vite nel 2009, quando iniziò a renderla faticosa, carogna, dura. Più dura della Parigi-Nizza che fino a quel momento godeva di un’alone di ‘esterofilia’ maggiore. La Tirreno era una corsa a tappe che premiava molti ciclisti che per gare a tappe non erano: Fondriest, Bartoli, Furlan, Bettini, per citare atleti finiti nell’albo in tempi (abbastanza) recenti. Gente da classiche, non certo nomi da giornate una dietro all’altra. La Tirreno – che viaggia ormai a cavallo del 50° anniversario – è sempre stata la corsa che ha portato la primavera in casa tramite la televisione. Ne avevo già scritto qualche anno addietro, quindi non sto a riscriverne troppo nuovamente. Ma solitamente è sulle strade della Tirreno che un’alito di primavera riesce a farsi sentire veramente. Sarà perché la corsa stessa è test decisivo in vista della classica di primavera, o perché in alcune tappe s’intravedono le prime persone che a bordo strada vestono in maglietta. La storia forse più bella della scorsa edizione è stata quella dell’americano Tylor Phinney (BMC). Staccatosi presto causa incidente, lo statunitense pedalò la penultima tappa tutto solo per quasi cinque ore. Arrivò fuori tempo massimo per un minuto e mezzo. Il giorno dopo si correva la cronometro finale. Frazione che poteva vincere. Il ragazzo non aprì bocca. Fu come se una tappa avesse avuto due vincitori.

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