«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

sabato 19 ottobre 2013

A parte la Bora, che aria tira sul Giro 2014?

UN GIRO (FORSE) SENZA STELLE, UN GIRO (DI SICURO) SENZA LE ALPI E CON LE DOLOMITI APPENA TOCCATE. E UN GIRO IMPROVVISAMENTE SENZA I SUOI VERTICI. CHE GIRO CI ASPETTA?
IL CARROZZONE: “….va avanti da sé, con le Regine i suoi Fanti e i suoi Re….” canta Renato Zero in una delle sue più celebri canzoni. Intanto però, quello del Giro i suoi Fanti non li ha più, e tanto meno il Re. La notizia non ha ricevuto molto spazio. Almeno niente di clamoroso. Però quando vieni a sapere che i vertici dell’organizzazione Rcs del Giro (Acquarone in testa) sono stati sospesi dal loro ruolo per motivi che non sono mai stati declamati con chiarezza, pensi che non è robetta. A pochi giorni poi dalla presentazione della corsa, tradizionalmente evento dell’anno per la Gazzetta, qualcosa che puzza c’è. Che cosa, non è – fin’ora – mai stato reso noto. Si parla di soldi, capitali che sarebbero diventati uccel di bosco, ma niente è stato detto in forma ufficiale. Acquarone venne messo a dirigere il carrozzone perché in questi anni di soldi ce ne sono pochi e per qualche anno ancora sempre pochi ce ne saranno. Serviva una persona che sapesse sfruttare il marketing fino all’ultima goccia, e se possibile crearne di altro. Zomegnan era fenomenale nell’ideare la corsa, ma la direzione doveva stringere la cinghia e Michele Acquarone era perfetto nel ruolo. Nella seconda metà del decennio scorso aveva risistemato un bel po’ le casse Rcs per la Gazzetta, e si cercava lo stesso risultato per il Giro. Diciamo che Acquarone i soldi li ha cercati e anche trovati. Le partenze ‘estere’ della nostra gara in questi anni non sono votate solamente ad un’integrazione sportivo/culturale tra l’Italia e la Nazione a turno ospitante. Dal punto di vista dell’immagine – visto che l’immagine è la base per lo show-business – la presentazione televisiva della gara non c’è stata. I servizi RAI sui telegiornali sportivi sono stati minimi, quasi imbarazzanti pensando che stiamo parlando dell’evento sportivo che in primavera è secondo soltanto al Campionato di calcio. Che la RAI si fosse abituata a fare del Giro quel che le pareva non è un segreto. La ridicola trasmissione di Bartoletti poco dopo mezzogiorno ne era la prova, tanto che la stessa Rcs dopo un paio d’anni ha mugugnato sull’inutilità di certi personaggi amici di baffetto-chierichetto. Tipo il dottor Pasqualin, che di certo non faceva tre settimane di avanti e indietro per l’Italia a spese sue, e che ormai superava Sgarbozza in quanto a inutili fesserie speudo-ciclistiche. La RAI, già dall’anno scorso, non poteva spendere i soldi che Acquarone chiedeva per dargli il Giro. Di certo la presentazione ‘rinchiusa’ nel web non poteva avere la stessa audience tivù. E non è da escludere che dei servizi televisivi ridotti ai minimi termini non siano un modo ‘silenzioso’ di far capire ad Rcs che la tivù (cioè l’accordo che accettava l’offerta RAI) poteva essere tutta un’altra cosa per la visibilità dell’evento. Chi sarà il nuovo capo, il nuovo boss del carrozzone rosa? Vegni è apprezzato, ed è stato l’uomo che si occupava da anni più di strade da sistemare e ciclisti da ospitare che non di marketing e sponsor da accontentare. Uomo “di strada” quindi, di “gruppo” certo più di Acquarone che è stato “messo lì”. Ma dentro Rcs è da diversi mesi che le agitazioni sono ben vive. E non solo riguardo al Giro. D’altronde oggi quanti comprano un giornale? Rispetto al passato sempre meno.
LA GARA: c’è anche quella. Si salirà in sella di venerdì e se le Alpi non saranno troppo affollate, le Dolomiti molto meno del solito. Sarà una gara che finché non entrerà nel vivo, probabilmente vivrà di discorsi sulla figura ciclistica di Pantani, persona a cui l’edizione prossima guarda per i 10 anni dalla morte. I treni speciali carichi di tonnellate di retorica sono pronti a partire dal 1° binario. E sarà entusiasmante sentire discorsi pieni di zucchero e miele da gente che, quando lo scomparso scalatore italiano aveva i primi problemi di droga, ne prendeva le distanze per poi piangerlo una volta morto. Uno schifo che si ripete anche nella vita di ogni giorno per tanti di noi, che si chiamino Marco o meno. Sarà un Giro che toccherà località note per il 1° conflitto Mondiale ‘14/’18 con Vittorio Veneto, Bassano del Grappa ed il Monte Grappa (Monte sacro alla Patria), e i 70 anni dell’evento bellico di Montecassino. Ma dei 100 anni della 1^ Guerra non si è parlato. Pantani fa storia, la guerra non abbastanza. I giorni di riposo saranno 3 invece dei soliti 2: su richiesta del Giro, accolta dall’UCI, causa trasferimento dall’Irlanda. La prima giornata per testare il polso ai favoriti sarà la 6^ frazione con l’arrivo in salita di Montecassino, ma non aspettiamoci chissà che cosa. La tappa dedicata allo scomparso Pantani è la numero 8 (Foligno – Montecopiolo) con 3 salite faticose che daranno la prima sistemata alla classifica. Anche il giorno dopo (9^ frazione: Lugo – Sestola) ha un’arrivo in quota, ma gli ultimi chilometri non sono terreno per distacchi. Tocca muoversi prima. Diversi giorni dopo verrà riproposta l’erta di Oropa – ma non a cronometro – con due salite a precederla. Dovrebbe essere il giorno per vedere chi non potrà più vincere la corsa. Due giorni dopo – per la 16^ frazione – l’arrivo in Val Martello (con Gavia e Stelvio prima) è attesa come la tappa Regina, ma potrebbe diventarlo invece la numero 18 che parte da Belluno per il Rifugio Panarotta, con 16 chilometri di salita all’8% di pendenza media, quando le gambe – visto che mancherà poco alla fine della corsa – iniziano a lampeggiare per tutti. E se tutti saranno lì ad attendere lo Zoncolan nella penultima giornata, con Passo Pura e Sella Razzo, forse il Giro si deciderà il giorno prima con la crono-scalata Bassano del Grappa – Cima Grappa: 27 i chilometri che negli ultimi 9 chilometri potrebbero far saltare il banco. A parte la cronosquadre d’apertura – pura passerella pubblicitaria – e la scalata al Grappa, la cronometro è rappresentata in maniera tradizionale con la Barbaresco – Barolo di 47 chilometri. Una prova degna di un’adunata Alpini viste le terre attraversate, con l’arrivo in leggera salita che propone un percorso da specialisti.
RUOTE VELOCI AVANTI TUTTA, E BIG CERCASI: saranno otto le frazioni che strizzeranno l’occhio ai velocisti. Tanta roba. Ma se per le ruote veloci i nomi non dovrebbero mancare, per la generale non ci sono al momento nomi di primo piano che, a parte le solite frasi di circostanza, abbiano dato garanzie di presenza. Tutti guardano al Tour e i ‘boss’ francesi gongolano. Nibali cerca il Tour con l’idea “dell’ora o mai più”, Froome non vuole far pensare ad una vittoria fortunosa e sa che una seconda vittoria farebbe tacere tanti, mentre Contador vuole far vedere che se i suoi anni migliori stanno passando (Alberto è ai vertici da circa 7 anni), un colpo grosso può ancora spararlo. In pratica il Giro potrebbe ritrovarsi con Basso e Scarponi come big italiani, ed Evans e Rodriguez per gli stranieri. Si vocifera di Quintana. Sarebbe un bel nome, ma certo al momento si spererebbe in qualcosa di più. I trasferimenti hanno subito un giro di vite, a parte quello europeo per i primi tre giorni di corsa. Era veramente ora. Negli ultimi anni gli atleti arrivavano in albergo stremati e stufi, più per il quotidiano stramaledetto albergo da raggiungere nelle ore più trafficate, che non per altro. A parte l’Astana che, quando possibile, per facilitare i rientri tardo-pomeridiani di Nibali, lo scarrozzava con l’elicottero. Idea buona per chi può; in 15 minuti di volo ti fai l’equivalente di un’ora di macchina. E proprio parlando di destinazioni, chiudiamo parlando del finale. Il sipario verrà calato in Friuli Venezia Giulia. Trieste aveva più soldi di altri, ma è una città che ha le possibilità di regalare un bel salotto conclusivo. Potrebbe essere la sorpresa piacevole del 97° Giro Ciclistico d’Italia.

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