«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

mercoledì 18 settembre 2013

Dalle stelle alle stalle: dove sei ragazzo?

DA QUASI DUE STAGIONI SEMBRA IL FANTASMA DEL TRE VOLTE RE DEL LOMBARDIA. IMPARAGONABILE, NEGLI ULTIMI ANNI, CON IL CICLISTA CHE DIECI ANNI FA SEMBRAVA DESTINATO A DIVENTARE IL NOSTRO NUMERO UNO.
IL TALENTO: Da un’annetto e mezzo a questa parte, scrivere della Lampre è cosa simile a quella di sparare sulla Croce Rossa. Ma la seconda parte della carriera di Damiano Cunego va oltre i sospetti Lampre sul doping, sui possibili processi, sui possibili colpevoli, va oltre la Lampre stessa. Perché uno come Damiano fece incantare quando, quasi dieci anni fa, vinse un Giro in maniera autorevole. Mai stato sbruffone l’ex ‘bocia’ di Cerro Veronese, mai stato uno che giudicava gli altri per come correvano con fare da professore. Certo, quel Giro (2004) fu il meno difficile del decennio (la parola ‘facile’ lasciamola da parte), e correva nell’allora Saeco, la squadra migliore tra quelle che correvano quell’edizione, ma quel biondino che volava nell’autunno dello stesso anno vinse con autorità anche il Lombardia. E quel Lombardia lo vincerà altre due volte, e mettiamoci l’Amstel – che schifo non fa – e un’argento iridato nella sbornia di Varese dietro a Ballan. Nella prima metà del decennio scorso solamente Basso e Bettini godevano di più attenzioni lanciati, il primo, dall’università del Tour contro Armstrong e contro il motore ciclistico di Ullrich, il secondo dalle tre Coppe del Mondo vinte e dall’oro d’Olimpia. Ma poi c’era Damiano. Il ‘bocia’ (Roata docet) lo paragonarono a Saronni, mica robetta. Perché come Giuseppe (suo capo da anni) vinse il Giro molto giovane, perché come Giuseppe anche Damiano andava forte nelle gare di un giorno buone per i finisseurs. Guardavi Cunego, che aveva 23 anni, e pensavi che per altri 8 forse 10 anni c’avrebbe fatti divertire. Tranne che sulle interviste televisive. Poche volte si può ascoltare un ciclista più monotono nelle dichiarazioni. Ma se fossero questi i problemi del ciclismo viva i Cunego e le interviste sbadiglianti.
IL SOSPETTO, LA DIFESA: Oggi siamo davanti a un ciclista che, guardato con il giochino dell’extraterrestre disceso sulla terra, sembra solo parente del ‘vecchio’ Damiano. Guardando i primi quattro anni di Cunego ad alto livello (2004 – 2008) troviamo tutto il Cunego che tra dieci anni forse ricorderemo. Poi il cambiamento. Il cambiamento che però ti lascia lì come un fesso. Si, perché quando – nella seconda metà del decennio scorso – scoppiò l’Operation Puerto, Cunego disse che si sentiva meno battuto vedendo i ciclisti, tra cui Basso, ch’erano stati coinvolti dall’operazione spagnola. Valverde, Basso, Rebellin, Riccò, Hamilton, Di Luca, Schumacher, Vinokurov, tutta gente che dava la paga a Damiano, ma che poi si scoprì figlia di un ciclismo falsato. Però se guardiamo agli ultimi 5 anni, quante volte ritroviamo il Cunego di metà decennio scorso? Quasi mai. Eppure il ciclismo dovrebbe essersi ripulito, eppure l’esperienza dell’atleta (pro’ dal 2002) non si discute. Pronti alla cattiveria: fin’ora Damiano ha vinto negli anni in cui le sacche di sangue giravano per gli alberghi dentro i frigoriferi portatili da pic-nic. C’era dentro anche lui? Per questo non vince più? Perché il suo frigorifero adesso è vuoto? Però non si può mettere da parte che il reo-confesso Leonardo Bertagnolli, in una sua stupendamente terrificante intervista doping, accenna a quante gare secondo lui sono state rubate a Cunego e ad altri Cunego del gruppo. Se lo dice Bertagnolli, pieno fino alle orecchie per sua stessa ammissione, viene decisamente da credergli, e le carte della benedetta inchiesta di Mantova sembra parlino di un Cunego che si è trovato messo in mezzo a una triste fogna ciclistica.
L’ATLETA ENIGMA: quello degli ultimi anni. Se paragoniamo i risultati da lui ottenuti nelle ultime due stagioni troviamo esiti sportivi – tra gare più o meno lunghe a tappe, o in quelle di un giorno – che sono paragonabili a ciclisti forti, ma non di alto livello. Troviamo exploit di giornata con una vittoria di tappa ed il 2° posto finale al Giro del Trentino 2012, un’altro 2° nella tappa del Giro 2012 (Caldes-Passo dello Stelvio). Ma da diverse stagioni quando lo aspettano (in tanti) manca il colpo. Le campagne del Nord con il classico trittico Amstel-Freccia-Liegi continuano a farci vedere un Cunego che raramente si è giocato le gare. Quando i big iniziavano a giocarsi la corsa nelle fasi finali e pestavano duro sui pedali, Damiano usciva di scena. In questa stagione, al Trofeo Melinda, ha corso un campionato tricolore davvero anonimo, poi un Tour dove sembrava vedere un ciclista alla frutta di energie. Poi ci sono le fiammate che sembrano risollevarlo: il Giro dell’anno scorso, quello di Svizzera quasi vinto (2° a 4”). Poi le eclissi ritornano. Damiano è demotivato? Le motivazioni contano, e anche tanto. Tante volte la salita peggiore ce l’hai nella testa. Andy Schleck da due anni è il Cunego di Lussemburgo. Anche se di lui si è saputo che i motivi sono extra ciclistici, la sua carriera sta zoppicando malamente. Cunego da tante stagioni è l’atleta simbolo della Banda Saronni. Sta troppo bene in Lampre? Dall’aria che tira – e tra un paio di mesi forse ne riparleremo ancora – la Lampre delle ultime due stagioni è l’ambiente ideale per farti passare la voglia. Se ficchiamo dentro Saronni nel discorso, allora con Saronni andiamo a chiudere. Giuseppe aveva raccolto i migliori risultati fino al 1986. A 29 anni chiuse 2° nel Giro di Visentini, e 3° al Mondiale di Argentin (anche se il periodo migliore fu quello dal ’79 all’83), ma giunto agli anni considerati migliori nel ciclismo, per resistenza e maturità fisica, per esperienza ciclistica – per l’appunto a cavallo dei 30 – il novarese iniziò invece a perder colpi. Tant’è che a 33 anni Saronni scese di sella. Cunego sta andando verso una fotocopia ciclistica in questo senso, o il profumo delle foglie morte lo farà ridestare dal torpore?

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