«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

lunedì 27 maggio 2013

La vittoria 'normale' di un uomo normale.

Vediamo di farla breve su di un punto. Inutile stare qui a menarla con discorsi sul ciclismo di casa nostra che adesso ha ritrovato un Campione, che Vincenzo è figlio dell’Italia e figlio di tutti (Gazzetta dello Sport). Questo è il solito essere italiani per salire sul carro del vincitore. Vincenzo è figlio dei signori Giovanna e Salvatore Nibali. Non è un’oggetto che adesso possiamo passarci di mano, la spilla che possiamo puntarci sulla giacca per fare i fighi con valori costruiti dalle fatiche altrui. Punto. Quando Vincenzo Nibali arrivò tra i professionisti rappresentava, con Riccardo Riccò e Giovanni Visconti, la speranza ciclistica di Casa-Italia per questo decennio. Visconti, a livello nazionale, non mancò alle aspettative. Tre titoli nazionali su strada sono cose da pochi negli ultimi decenni, anche se il suo talento a livello internazionale deve ancora farsi vedere, nonostante due vittorie al Giro di quest’anno da togliersi il cappello (specie la seconda, anche se la prima gode del fascino dei trequarti del Galibier). Riguardo a Riccardo Riccò inutile sprecar tempo. Vadano in malora lui e Di Luca. In quegli anni Vincenzo Nibali viveva già con l’alone del ciclista bon la testa buona per le corse a tappe: riflessivo, paziente, sereno di testa. Nonostante sembri che il salto di qualità lo stia facendo solamente adesso, quest’ultima differenza è stata costruita negli anni dell’allora GS Liquigas, oggi Cannondale. L’Astana lo ha tesserato nel periodo migliore della sua carriera, e probabilmente ne godrà i migliori frutti ciclistici. In più hanno il merito di aver fatto migliorare sensibilmente Nibali a cronometro. Lo si vede da come il siciliano pedala ora sui ‘trespoli’ usati contro il tempo. Ma il Nibali che oggi si trova a suo agio nel ricchissimo GS Kazako, e che non ha ricordi entusiasmanti per il puntiglioso ambiente italiano dei suoi ultimi anni di carriera, ha potuto trovare proprio con gli allora verde-azzurro l’ambiente migliore per essere il forte ciclista attuale. Quando in Liquigas arrivò Ivan Basso – atleta vittima della sua stessa imbecillità ciclistica, che quasi certamente gli ha portato via il periodo buono per vincere il Tour – Nibali poté si avere addosso gli occhi di quelli che guardavano lontano, ma ebbe la possibilità di sfruttare l’esperienza di quello che in quel periodo rappresentava, nonostante tutto, il miglior ciclista italiano per le corse a tappe. Basso non nascose mai, fin dall’inizio, che per le qualità che s’intravedevano in maniera sempre più evidente nel siculo, Vincenzo era il futuro. Non si può dire che Basso fu decisivo perché ognuno mette anche del suo nelle cose che fa, ma il lombardo fu certamente importante da lì (era il 2009) fino a tutto il 2011. L’Anno dopo infatti Nibali avrebbe già iniziato a ‘camminare’ da solo. Il varesino arrivava dagli anni precedenti in cui aveva studiato all’università del Tour, doping compreso purtroppo. Ciclista che in Francia ha conosciuto la pressione di una corsa devastante da questo lato, lo ha voluto vicino come gregario nel Giro 2010. Gara che Vincenzo probabilmente poteva anche vincere. In più, la dirigenza della Liquigas, quella che al siciliano non dava la libertà che adesso trova in Astana perché: “...stabilivano loro cosa dovevo mangiare” (caro Vincenzo, fossero queste le cose fastidiose!...), gli hanno dato la possibilità di correre in maniera graduale le corse più importanti, vedi il Giro sopraccitato. Poi è arrivato il turno del Nibali che pedalava da solo. L’allievo che oggi ha superato il maestro. Cresciuto nel rendimento come Basso, un passo alla volta, Nibali ha vinto il Giro di Spagna (2010) alla prima occasione in cui la Liquigas decise che il momento per una squadra ‘sua’ era arrivato. L’anno successivo arrivarono le azioni del Nibali che attaccava spesso troppo presto e che; “….se avesse fatto questo così, e poi quest’altro cosà, e poi quest’altro ancora così…” come ricordava Silvio Martinello – noto vincitore di Giri di Lombardia – stava invece anche prendendo le misure del suo motore, oltre a che a cercare di vincere la gara. L’anno scorso il siciliano comincia a dividersi con Basso gli obiettivi principali della stagione. Decide di puntare alla Tirreno-Adriatico e la vince, vuole cercare la vittoria nella Liegi e poco ci manca, salta il Giro perché vuole capire quanto vale in Francia e arriva sul podio francese, quest’anno ripunta e rivince la Corsa dei Due Mari davanti a due che si chiamano Froome e Contador, vince il Giro del Trentino (già vinto nel 2008), viene al Giro per vincerlo e se lo porta a casa in maniera netta. Cosa gli manca? Umanamente che i giornalisti ora non gli chiedano la Luna, anche se hanno già iniziato a farlo. Ciclisticamente la classica importante, forse il Mondiale che quest’anno si corre in casa, e se ormai corresse il campionato italiano schifo non farebbe. Per la Vuelta c’è tempo, sperando che la metta nella sua lista delle gare. Intanto si goda questo Giro, tribolato, ghiacciato, piovoso, che ha perso pezzi per strada (Wiggins, Hesjedal) o anche prima (Basso), ma che Nibali ha sempre avuto sotto controllo. Chiamiamola freddamente la naturale evoluzione di un talento, sportivamente il giusto premio per chi è stato il migliore. Senza la nauseabonda retorica che a tonnellate hanno scaricato nel convento televisivo di Suor Alessandra.

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