«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

domenica 24 febbraio 2013

S'è rotta la lavatrice. Chiama il falegname!

C’è ciclismo e ciclismo. C’è quello dei professionisti e quello della domenica. Quello dell’integratore, quello del panino al formaggio. Quello di chi è pagato per mettere il suo corpo a disposizione di una causa sportiva, quello di chi spende di suo per tutto e, se anche vince, di quelle vittorie non ci vive. Chi tra voi segue il ciclismo, senza diventarne matto, magari non ha saputo che l’ex ciclista Michele Bartoli sarebbe un preparatore. Sarebbe, perché Bartoli non è un preparatore, ma da questa stagione la Lampre si appoggia ad un’equipe medica che ha tra i suoi uomini anche l’ex campione di classiche, che è diventato il responsabile del progetto di lavoro inerente alla Lampre. Bartoli porta con se una grande esperienza ciclistica, ma dal punto di vista delle credenziali non ha – al momento – nessun titolo. Seguirà la squadra di Giuseppe Saronni, e nemmeno tutti i ciclisti ma solo alcuni, e vai a capire che accidenti sta capitando in seno all’ambiente blu-fuxia. La squadra ha preferito dividersi dal Centro Studi Mapei, uno dei più avanzati in Europa e forse anche fuori, per appoggiarsi al Centro Studi toscano Lunata. Il direttore sanitario è il medico della Nazionale Carlo Giammattei. Possibile che una realtà sportiva di alto livello come la Lampre-Merida (World-Tour) vada ad accettare una situazione che porta a questo tipo di lavoro per far seguire una parte dei suoi ragazzi? Perché continuiamo a mettere un’elettricista ad aggiustare il rubinetto che perde, e quando la macchina non parte chiamiamo il panettiere? Ci sono dei preparatori atletici che in alcune formazioni lavorano a fianco dei DS, perché quando una squadra di ciclismo ti costa alcuni milioni di euro all’anno è (o sarebbe) logico cercar di mettere ogni persona nella sua casella. Il ciclismo d’elite deve lavorare in questo modo per essere d’elite. E se questo modo di lavorare un po’ puzza di numeri e tabelle – cosa che da un lato non entusiasma chi scrive –, meglio puzzi di queste cose, piuttosto che di porcherie mediche uscite da qualche borsone. Stiamo parlando di persone (i corridori) che a quei livelli sono pagate per fare sport, che devono regolare ogni momento della giornata, di ogni giornata, guardando a questo. E per farle rendere al massimo delle loro VERE POSSIBILITA’ FISICHE (ci siamo capiti al volo, giusto?) è corretto siano seguite anche dall’occhio di chi sa cosa si sta chiedendo al fisico dell’essere umano che fa sport. Da decenni ci sono stati direttori sportivi che volevano seguire ogni cosa. Ma da 15 anni a questa parte le squadre ciclistiche importanti hanno praticamente raddoppiato numero di atleti e personale a comporla nei suoi vari livelli. Ma siccome noi italiani viviamo da sempre con il terrore anche di cambiare un calzino (politica, vertici sportivi e vertici industriali che si scambiano le poltrone da decenni, gente che si lamenta del suo ambiente di lavoro ma che quando poteva cambiarlo, oggi no, restava dov’era per poi continuare a lamentarsene) figurarsi se accettiamo che nella società patriarcale che ha guidato il ciclismo per 80 anni – cioè da quando le prime squadre hanno iniziato ad avere una parvenza di organizzazione – il Direttore Sportivo venga messo a fare solo quello che gli compete: dirigere la squadra. Il mondo è già cambiato quasi in ogni cosa. Ma il ciclismo – quello nostro più d tutti – pensa che essendo Nazione storica di questa specialità sia l’automatico portatore del modo migliore per gestirlo. La parola leggenda puoi usarla per vendere l’ennesimo libro su Bartali e Coppi, ma la leggenda negli ultimi vent’anni si è portata appresso anche il ciclismo più falsato della sua storia. Difenderlo per nostalgia vuol dire non aver capito un c***o.

Nessun commento: