«Non ho mai potuto fare il dirigente sportivo perché nel nostro Paese la competenza nello sport è un elemento di destabilizzazione». Pietro Paolo Mennea.

giovedì 27 dicembre 2012

Elezioni FCI; guardare avanti con un... passo indietro!.

Tra poco tempo, un paio di settimane, sapremo da quel di Levico Terme chi sarà il neo-Presidente della Federazione Ciclistica Italiana per i prossimi quattro anni. Ma vedendo l’aria che tira difficile immaginare cosa ne possa venir fuori di nuovo. Attorno all’Epifania ci sarà la seconda votazione per l’elezione della presidenza in Veneto, che a metà dicembre ha aggiunto un “nulla di fatto” dopo un pareggio per 184 voti tra i due candidati. Tra le notizie giunte dalle stanze dei bottoni dell’FCI, proprio verso la metà di dicembre, eccone una talmente “fuori” che viene da pensarla nata dopo una cena di bagordi; il medico sociale, la figura sanitaria che segue anche le squadre di ciclismo, viene “cambiata” per le società juniores, nel senso che ora non è più obbligatoria e nella categoria via libera al Medico di Fiducia del singolo atleta. Pazzesco! Con i vari avvoltoi che volteggiano attorno al ciclismo, pronti a diventare amici fidati dal camice bianco, ecco una possibilità che puzza letteralmente di almeno due decenni addietro, tenendo conto che – causa costi magari? – i controlli antidoping sono quasi inesistenti. Questa decisione è stata presa per alleggerire le società di una spesa che gravava sui 1.500/2.500 euro annui. Da ora in poi la vena del ragazzo sarà quindi in mano al portafogli dei genitori, sapendo che diverse volte proprio papà e mamma hanno portato alla rovina sportiva i loro ragazzi? Con la crisi economica che grava anche sullo sport – e nel ciclismo, crisi o non crisi, i costi sono sempre più pesanti, anche se juniores – figurati se una società rinuncia alla possibilità di tenere nel portafogli un paio di migliaia di euro, quando ci sono realtà sportive che hanno fatto fusioni con altre proprio per non scomparire. In una categoria dove i costi sono impressionanti, se pensiamo che parliamo di ragazzi e ragazze con età da scuole superiori, si lavora al tagliare le spese sul discorso medico. Che poi ai Mondiali olandesi – visto che parliamo di costi nel nostro ciclismo – ci fossero una cinquantina di persone a comporre la delegazione italiana, non si può aprir questione? Il bello, o forse il brutto, è che i denari risparmiati dalle società che vorranno “liberalizzare” i loro ragazzi dal punto di vista medico, di certo non verranno investiti sui controlli antidoping. Altrimenti il risparmio, nel concreto, non esisterebbe.
In più cambia il discorso sulla responsabilità – ma quì è facile che le società non piangano – andando ora a gravare sul singolo atleta, che se trovato positivo dovrà arrangiarsi. Prima un medico aveva la responsabilità di dar di conto dei valori fisici degli atleti di una società, conservandone tutte le informazioni al riguardo. I medici iscritti a Ruolo, e in lista nel sito FCI, sono circa 250. Fa specie che i dati siano aggiornati a cinque anni addietro, quando una cosa così delicata dovrebbe venire rinfrescata almeno ogni paio d’anni. Ora per conoscere e raccogliere i valori dei ragazzi di una sola formazione, potrebbe essere necessario rivolgersi a più medici, ed in teoria una squadra di dieci ragazzi può ritrovarsi con altrettanti medici con cui confrontarsi, con allungamenti sui tempi delle viste mediche, e attese eterne a dismisura perché certificati, documenti e scartoffie varie potrebbero dover pervenire non da uno, ma da diversi studi medici. Di Rocco è capo FCI da otto anni. Porta avanti una (giusta) campagna contro la convocazione di atleti in Nazionale che hanno avuto guai con il doping, e che ha trovato quasi solo critiche. Ma quest’ultima decisione sulla categoria juniores non ha senso, se non dal punto di vista convenientemente elettorale. In tale visione le proposte avanzate da Di Rocco sono scaricabili dal web (http://tinyurl.com/clbyahr), ma si può anticipare che sulla sua riconferma la percentuale di probabilità si attesta intorno all’80%, vista anche la sua carica a vice-presidente dell’Unione Ciclistica Internazionale. Posizione che dà sempre un certo valore a livello d’immagine internazionale, e infatti proprio Di Rocco non manca di farlo notare, aiutato dalla mancanza, al momento, di alternative vere dal punto di vista degli altri candidati. Con buona pace in particolare del settore femminile, che in questi otto anni di “era Di Rocco”, non ha fatto nessun miglioramento a livello organizzativo da parte della FCI stessa, e della pista che è andata quasi in malora. E speriamo che tra un paio d’anni non s’inizi a piangere sugli juniores.

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